GIORGIA MELONI HA PERSO, L’ARROGANZA NON PAGA
LA COSTITUZIONE NON SI CAMBIA SENZA IL CONSENSO DELL’OPPOSIZIONE
Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata
bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato. Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.
Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.
E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.
L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.
La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di
centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.
Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.
L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia.
Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata.
Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.
E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.
(da agenzie)
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