INDAGATI I CAROCCIA, PADRE E FIGLIA PER RICICLAGGIO E INTESTAZIONE FITTIZIA, IL GIALLO DEI CONTANTI PER LE QUOTE
CACCIA AI PAGAMENTI DELLE PARTECIPAZIONI BIELLESI
Sulle orme del padre con 5 mila euro cash. Papà Mauro Caroccia, ras della ristorazione alla periferia di Roma, fedelissimo del boss Michele Senese a cui lo lega un’antica amicizia, per il clan della Capitale faceva da prestanome.
Lo scorso 19 febbraio finisce in carcere, condannato in via definitiva per intestazione fittizia aggravata dall’aver agevolato un’associazione mafiosa. Lui è in cella a Viterbo, fuori la famiglia. Moglie e figli. Compresa Miriam, diciannove anni, titolare del ristorante “Bisteccheria d’Italia” finito al centro dell’affaire Delmastro.
A lei, il padre, a fine 2025 aveva lasciato le quote di quel locale sperso a Roma Sud, con una quarantina di coperti e decisamente pochi clienti. Ora entrambi sono finiti indagati, a vario titolo, per riciclaggio e intestazione fittizia. La procura di Roma vuole andare a fondo, scandagliare gli affari dei Caroccia, i legami con il clan Senese ed un faro è acceso anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma e Biella.
Una Srl fondata insieme al sottosegretario alla Giustizia, deputato, avvocato penalista, uomo di punta di Fratelli d’Italia. Ed è qui che sarebbe avvenuto anche un passaggio di contanti che, seppure di modesta entità, è tutto da chiarire.
Per ricostruire la vicenda bisogna tornare al 2017-2018. Mauro Caroccia lavora per
il clan Senese e, raccontano le sentenze, con i suoi ristoranti ripulisce il denaro che arriva dalla droga, dall’usura e da una lunga serie di affari illeciti.
C’è l’apertura del “Da Baffo”, poi “Baffo 2 Fish”. Dalle indagini, si legge negli atti, «emerge come il locale sia stato gestito sotto le direttive» dei Senese. E c’è una telefonata, intercettata dagli investigatori, significativa più di altre.
Angelo Senese, fratello del capo indiscusso, un nome e un cognome che nella Capitale significano affari sporchi e potere, redarguisce Mauro Caroccia per una discussione avuta con la moglie all’interno davanti ai clienti: «Ti devo tirare le orecchie! Ti devo tirare…». I litigi in pubblico rischiano di «pregiudicare il buon nome e l’andamento dell’attività». I ristoranti finiscono al centro dell’inchiesta, Mauro Caroccia a processo: condannato nel 2022, assolto in appello. Nel 2025 annuncia l’apertura di un nuovo locale, “Bisteccheria d’Italia”. Lo fa in pompa magna, con tanto di video: «Sono tornato».
Però nella 5 Forchette, che nasce formalmente a Biella il 16 dicembre del 2024, non c’è Mauro Caroccia ma la figlia Miriam, all’epoca appena maggiorenne. Ed è con lei che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si mette in società, con il 25% delle quote. Con lui, seppure sul 5%, investono pure dei compagni di partito: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, l’assessore biellese e segretario provinciale di FdI Cristiano Franceschini.
Più Donatella Pelle, impiegata, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone molto attivo in Piemonte nelle procedure fallimentari, che si prende il 10%. Il capitale versato al momento della nascita della società è appena 2.500 euro, un quarto dei diecimila euro di capitale sociale. Ma se questi soldi sono certi – certificati dalle copie degli assegni della Banca d’Asti (per le quote di Caroccia e Pelle) e Banca Sella (per tutti gli altri) depositati in camera di commercio – quando “i biellesi” escono e vendono il loro 50% a Miriam Caroccia per 5.000 euro, il saldo delle quote avviene in contanti. Forse.
Perché gli atti, redatti da un commercialista della città piemontese, si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Nessuna certificazione dell’avvenuto pagamento e nessuna specificazione se le somme
passate di mano hanno riguardato l’intero valore (i 5.000 euro riportati nei documenti) o solo la quota versata come capitale (1.250 euro, pari a un quarto).
I documenti non riportano una data, ma la registrazione presso la Camera di commercio locale avviene il 6 marzo scorso. Pochi giorni prima, il 3 marzo, viene registrato un atto-fotocopia dove cambia solo venditore e compratore: a vendere è la G&G di Delmastro, a comprare è la Pelle, che si trova così per qualche giorno con il 35% della società che gestisce il ristorante romano.
Anche in questo caso, «il corrispettivo» – la somma di 2.500 euro – al momento dell’atto è stato «già corrisposto» dalla Pelle «a mezzo di pagamento in contanti». La G&G era diventata socia della 5 Forchette il 28 novembre dello scorso anno. Quando Delmastro ha venduto di fatto a sé stesso, passando la sua quota alla società della quale detiene comunque il 100%. Con due differenze sostanziali rispetto agli altri passaggi di quote: l’atto è redatto da un notaio. E il pagamento (2.500 euro in questo caso) «verrà versato, con mezzi di pagamento tracciabili nel rispetto della normativa antiriciclaggio, entro 30 giorni».
(da La Stampa)
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