LA PRIMA VERA SCONFITTA DI GIORGIA MELONI SEGNA LA FINE DELLA SUA LUNA DI MIELE CON GLI ITALIANI: QUANDO UNA RIFORMA VIENE BOCCIATA COSÌ, CON IL 59% DEGLI ELETTORI CHE SI È RECATO ALLE URNE, NON BASTA DIRE “ANDIAMO AVANTI”, COME HA FATTO MELONI
CHI PAGHERÀ PER LA SCONFITTA? SUL “BANCO DEGLI IMPUTATI” C’È NORDIO, CHE ERA “ARCISICURO” DI VINCERE IL REFERENDUM, MA ANCHE LA SUA CAPO DI GABINETTO BARTOLOZZI (CHE HA DEFINITO I MAGISTRATI “PLOTONI D’ESECUZIONE”) E DELMASTRO, IN SOCIETA’ CON LA FIGLIA DI UN PRESTANOME DELLA CAMORRA. QUALCUNO DI LORO SI DOVRA’ DIMETTERE
L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa
chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico.
La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro.
Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi. Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
(da agenzie)
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