LUNA ROSSA INIZIA LA VUITTON CUP TRA POLEMICHE E AMBIZIONI: UN SOLO OBIETTIVO, SCRIVERE LA STORIA VINCENDO L’AMERICA’S CUP PER LA PRIMA VOLTA IN 173 ANNI
“CONTRO NEW ZELAND OLTRE OGNI LIMITE”
Sono cambiati sia la spiaggia, da Auckland a Barcellona, che il mare, dal Golfo di Hauraki al Mediterraneo, però la sfida tra macchine volanti per il predominio dell’orbe terracqueo è la stessa: Luna Rossa, la Nazionale italiana della vela alla sesta campagna di Coppa America, contro Team New Zealand, l’arcirivale che ha deciso di riportare le ostilità là dove nacquero nel lontano 1851, in Europa. Li avevamo lasciati in Nuova Zelanda, tre anni fa in piena era Covid, la Luna mai così vicina a conficcare le unghie nel sacro graal della vela e i maestri kiwi veloci e imprendibili; era finita 7-3 e ancora fa male.
Li ritroviamo oggi davanti alla costa di Barcellona, Italia-Nuova Zelanda è il secondo match di giornata della Vuitton Cup che salpa con quattro regate del primo girone festeggiando il ritorno del title sponsor storico, rimasto alla finestra prima che Pietro Beccari, il ceo rientrato alla maison dopo una lunga regata tra Fendi e Dior, decidesse che panta rei, tutto scorre, e la Vuitton Cup è ancora la selezione degli sfidanti: «Quando l’ho detto a Grant Dalton, grande capo di New Zealand e leggenda della vela, era ben felice. L’America’s Cup per noi è un fatto sentimentale».
Tutto, in questo ambiente di ruvidi marinai chiamati a darsi battaglia nell’interesse dei grandi marchi (del lusso ma non solo), sa di cuore buttato oltre l’ostacolo. Gli Ac75 sono concentrati di alta tecnologia, proiettili friabili come le auto di Formula 1, ma nella loro anima palpitano otto uomini che fanno mestieri molto diversi: i due piloti timonano (Spithill e Bruni, quelli di Luna Rossa, dietro un cupolino Wrs mutuato dalla MotoGp per migliorare la penetrazione dell’aria), i due trimmer regolano le vele e i quattro ciclisti pedalano a testa bassa, senza mai guardare fuori, per produrre i watt che consentono alla barca di alzarsi sui foil e decollare. La vela volante se la sono inventata i kiwi ed è giusto considerarli favoriti, ma il team Luna Rossa Prada Pirelli, facendo scelte controcorrente (il prototipo in house, ad esempio) ha disegnato uno scafo molto veloce e ha in testa un unico obiettivo: portare la Coppa America in Italia per a prima volta in 173 anni di storia.
Polemiche e sfide: «Ci spingiamo al limite»
Obbligatorio vincere la Vuitton, dunque, tra arsenico e vecchi merletti perché in banchina già striscia la prima polemica: gli inglesi di Ineos, che sono challenger of records e dovrebbero fare l’interesse degli sfidanti, hanno accettato che il defender partecipi ai due round robin, però il risultato non verrà conteggiato. Inedito, ma non del tutto (successe a Bermuda nel 2017). «Ottima scelta per l’evento» sorride Peter Burling, timoniere kiwi. «È un enorme vantaggio, per il detentore della coppa, regatare insieme a noi.
Ma, in questa piccola maratona, dobbiamo concentrarci sugli altri challenger e pensare giorno per giorno» svicola via Jimmy Spithill, veterano della Luna, abile a evitare lo scontro il giorno zero dopo una Coppa, l’ultima a Auckland, dove in certi momenti la tensione si era tagliata con il coltello. Se le quattro penalità rifilate agli italiani domenica, nelle regate di riscaldamento, a qualcuno sono sembrate un avvertimento, Spithill sa essere diplomatico: «Ci spingiamo al limite, tutti hanno fatto errori e tutti hanno avuto problemi di affidabilità. Saranno i risultati a giudicarci».
La rotta è tracciata. Alla fine dei round robin, uno tra Luna Rossa, Ineos (Gbr), American Magic (Usa), Alinghi (Sui) e Orient Express (Fra) tornerà a casa. Poi semifinali a quattro e finale Vuitton. Se questo rebus non diventasse ancora una volta una faccenda tra italiani e kiwi, anche i pesci del Mediterraneo sgranerebbero gli occhi.
(da Il Corriere della Sera)
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