MANOVRA, IL TAGLIO AI MINISTERI E’ GIA’ UN FLOP
A RENZI SERVONO 20 MILIARDI, MA CON LE PROPOSTE ARRIVATE DAI DICASTERI SE NE RISPARMIA UNO SOLO… IL RESTO? FORBICI LINEARI
Vi ricordate la spending review nei ministeri? 
Il taglio del 3 per cento dei bilanci chiesto da Matteo Renzi per arrivare ai 20 miliardi che gli servono?
Il premier spedì pure una letterina ai ministri dopo aver annullato una riunione sul tema: mandatemi le vostre proposte e poi semmai ci vediamo.
Ebbene, le proposte sono arrivate: i 16 dicasteri hanno prodotto i loro tagli e li hanno inviati a Palazzo Chigi e al Tesoro.
Alla Ragioneria generale, dove sono bravi coi numeri, è servito poco però per capire che la vicenda è complicata: i risparmi, tabelle alla mano, ammontano a un miliardo.
“Scarso”, aggiunge una fonte.
Al di là della bontà o meno di una politica di tagli di spesa durante una crisi di domanda, qualcuno potrebbe chiedersi: com’è possibile che con tutta quella caterva di spesa pubblica di cui ci parlano sempre il risparmio sia solo di un miliardo?
La risposta è semplice: i ministeri hanno tagliato del 3 per cento il budget per il loro funzionamento, non certo tutte le spese.
Il ministro della Sanità , Beatrice Lorenzin , lo ha spiegato: “Il mio dicastero costa circa un miliardo l’anno e noi abbiamo pronto un piano che ci farà risparmiare 40 milioni”.
Adesso, però, c’è un problema che agita Tesoro e Parlamento: e gli altri 19 miliardi dove li prendiamo?
Certo c’è il taglio delle municipalizzate che vale 500 milioni per il 2015 secondo i numeri del commissario Carlo Cottarelli e pure la riduzione dei trasferimenti dallo Stato alle imprese (e qui c’è il problema che per ottenere soldi veri bisognerà penalizzare il trasporto pubblico locale, con conseguente aumento di biglietti e tariffe).
Magari ci sarà qualche altra misura innovativa tirata fuori dal cilindro del vulcanico premier, ma 20 miliardi di risparmi in pochi mesi “si fanno solo coi tagli lineari”, dichiarati o mascherati che siano, spiegano alcuni esperti governativi.
E non sarebbero indolori: la spesa primaria italiana — cioè al netto degli interessi sul debito — è già ridotta all’osso (infatti è in surplus) e inferiore alla media Ue sul Pil nonostante la recessione (il Prodotto è ancora 9 punti inferiore al picco del 2007).
Tradotto: coi tagli lineari si incide direttamente sulla carne dei servizi e del welfare.
Non è un caso che giovedì il Fondo monetario internazionale abbia, per così dire, dato un consiglio al governo: tagliate pensioni e sanità .
Poco importa che siano già stati saccheggiati dai governi Berlusconi e Monti, restano i due forzieri più attraenti: tra previdenza e assistenza il bilancio è di 260 miliardi circa, a cui si sommano i 110 miliardi che vale il fondo che finanzia il Servizio sanitario.
Oltre il 50 per cento della spesa corrente dello Stato è lì e i tecnici di Washington hanno indicato la via a Palazzo Chigi.
E qui si intravvede il problema che Renzi ha coi suoi ministri: nessuno vuole intestarsi, come se fossero un mero fatto tecnico, scelte del genere.
Il comparto salute, attraverso un accordo governo-Regioni, aveva stabilito un obiettivo di 10 miliardi di risparmi strutturali in tre anni (900 milioni il primo anno) da reinvestire però nel sistema per colmarne le lacune.
Lo stesso discorso vale per scuola e università e pure per le pensioni visto che l’età d’uscita dal lavoro s’avvia già a diventare la più alta in Europa e dal 2012 il recupero dell’inflazione è pure parziale.
Alla fine, il capitolo da cui verranno estratte più risorse è quello degli acquisti della P.A. (all’ingrosso 130 miliardi di euro).
Già quest’anno le risorse sono state diminuite di 2,1 miliardi, cifra che a stare alle indiscrezioni salirà a 7 miliardi nel 2015.
Anche qui, la cosa non può essere indolore. Aveva spiegato Consip, la centrale unica per gli acquisti, in audizione alla Camera nel settembre 2013: “Va evidenziato che non tutte le spese, sia pure per beni e servizi, possono essere oggetto di razionalizzazione. Affinando l’aggregato di riferimento risulta una dimensione della spesa effettiva, su cui è possibile incidere mediante una Centrale Acquisti, pari a circa il 35-40% della componente originaria (ovvero 40 miliardi)”.
Per questo molti in Parlamento già oggi scommettono sul fatto che alla fine i 20 miliardi non ci saranno.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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