Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI OPEN ARMS: “VOGLIAMO RIPORTARE AL CENTRO DELL’ATTENZIONE MEDIATICA CIO’ CHE ACCADE NELLA STRISCIA”
Domenica 12 aprile è partita dal porto di Barcellona una nuova missione della Global Sumud Flotilla, la spedizione umanitaria via mare diretta alla Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di rompere l’assedio israeliano e consegnare aiuti alla popolazione civile palestinese. Circa 70 imbarcazioni e oltre 1.000 attivisti provenienti da una settantina di Paesi aderiscono all’iniziativa, organizzata da Freedom Flotilla Coalition (Ffc), Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara (missione asiatica con la partecipazione del governo della Malesia).
Chi partecipa alla missione
A bordo delle imbarcazioni è prevista la presenza di medici, giuristi, ricercatori e volontari, insieme a ong internazionali come Greenpeace e Open Arms, che forniranno supporto tecnico, sanitario e logistico. Gli attivisti sostengono che Israele ha approfittato dell’attenzione internazionale rivolta verso l’Iran per intensificare il blocco su Gaza, «restringendo l’entrata di aiuti, ampliando gli insediamenti di coloni e accelerando un processo di espropriazione territoriale
La spedizione di settembre e il nuovo tentativo degli attivisti
La flottiglia in partenza oggi segue una precedente spedizione dello scorso settembre, che fu molto seguita dai media italiani, diede vita a grosse manifestazioni in solidarietà del popolo palestinese ma non riuscì a portare a termine la propria missione. Le imbarcazioni furono intercettate dalla marina israeliana in acque internazionali e gli attivisti furono messi in carcere in Israele e poi rispediti nei propri Paesi di provenienza. Secondo i promotori dell’iniziativa, la Global Sumud Flotilla rappresenta «la più grande missione marittima civile a sostegno della Palestina». Il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, ha spiegato in un’intervista che si aspetta una fine simile anche per la nuova spedizione: «Con ogni probabilità la flottiglia verrà intercettata prima delle 100 miglia dalla costa. Siamo disposti ad assumerci questo rischio perché il contesto non è lo stesso dell’ultima volta. Vogliamo riportare al centro dell’attenzione mediatica ciò che accade a Gaza».
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
GLI SPIFFERI DI VIA DELLA SCROFA DIRAMATI VIA “CORRIERE”: “’INUSUALE CHE UN VICEPREMIER VENGA CONVOCATO NELLA SEDE DI UN’AZIENDA COME SE FOSSE UN MANAGER’”. L’AZIENDA È MEDIASET. LA CUI LINEA EDITORIALE SPESSO LASCIA PERPLESSI I BIG DELLA DESTRA..”
Classici silenzi e vecchi sospetti. Dentro Fratelli d’Italia, da Giorgia Meloni in giù, in queste ore la
linea è quella di non commentare le dinamiche interne a Forza Italia.
Da via della Scrofa e da Palazzo Chigi scacciano i retroscena post vertice a Cologno Monzese come se fossero mosche tse-tse. Non esiste Forza Italia fuori dal centrodestra perché « extra Ecclesiam nulla salus : la storia di Fini è un monito».
Tuttavia il ragionamento che offre al Corriere un ministro della «Fiamma magica» squarcia il velo del legittimo dubbio: «Assistiamo a dinamiche strambe da cui Tajani non esce rafforzato nella proiezione esterna, nonostante dopo la morte del Cavaliere abbia tenuto in vita un partito che tutti davano per spacciato».
Morale: «Queste manovre rischiano di destabilizzare il governo e la maggioranza in un momento assai complicato».
Di tale scenario sono consapevoli sia la premier, sia il suo vice Tajani (parte in causa). Agli atti, per ora, c’è poco: il cambio dei capigruppo di Senato (Maurizio Gasparri) e Camera (Paolo Barelli, legato da una «lunga conoscenza» con Meloni fin dai tempi della Provincia di Roma: la leader era una giovanissima consigliera di An e l’azzurro assessore allo Sport).
Ma qual è la strategia della famiglia Berlusconi? I rapporti fra la premier e Marina […] sono «buoni, ma non ottimi», dicono da Forza Italia. «Giorgia ha una maggiore consuetudine con lei rispetto a Pier Silvio, ma al di là di visioni diverse in svariati campi, dai diritti all’America di Trump fino alle banche, c’è comunque un idem sentire di fondo: tifano per noi», aggiungono da Fratelli d’Italia. §
Dove c’è chi trova abbastanza «inusuale» che un vicepremier venga convocato nella sede di un’azienda «come se fosse un manager». L’azienda è Mediaset.
La cui linea editoriale spesso lascia perplessi i big della destra: «Altro che TeleMeloni!». Però anche questo filo delle dietrologie si perde fra i normali interessi di un gruppo che sta sul mercato e che ha mire all’estero, vedi in Germania.
E quindi unire i puntini diventa un esercizio da settimana enigmistica: «la famiglia» vuole indebolire Tajani per cambiare il partito con altre parole d’ordine in modo che sia spendibile anche su un altro mercato elettorale? Certi talk sono un assaggio di grandi manovre? Sono domande che frullano nella testa dei colonnelli di Meloni.
ai vertici di FdI la presenza di Gianni Letta all’incontro di venerdì — raccontato chino su un bloc-notes a prendere appunti durante quello che non è stato certo un incontro di gala — ha evocato strani fantasmi (che tali restano). Quelli che riconducono alla natura «governista» di FI purchessia.
Meloni aspetta il partito di Tajani e della famiglia Berlusconi al vero stress test parlamentare di questa legislatura: la legge elettorale.
Se nel segreto dell’urna — magari davanti all’emendamento sul ritorno delle preferenze presentato dai meloniani — dovessero accadere strane manovre, potrebbe saltare l’intero Stabilicum. Lasciando così per il voto del 2027 il Rosatellum, con l’ombra del «pareggione».
«In quel caso, a cui non crediamo, salterebbe l’intero centrodestra», fanno sapere gli uomini più vicini alla premier. Situazione fluida.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL REGIME TEHERAN SI PREPARAVA ALLA GUERRA DA QUASI 50 ANNI, GRAZIE ALL’AIUTO RUSSO E CINESE, E NON HA PIÙ NULLA DA PERDERE
È la battaglia dei numeri. Le fonti ufficiali, da Washington a Tel Aviv, sottolineano i successi di Epic Fury mentre «voci» dell’intelligence rispondono con valutazioni più caute.
Le «ultime» arrivano dal Wall Street Journal che riporta le stime dei servizi: nonostante gli attacchi subiti, i pasdaran hanno ancora migliaia di missili a corto e medio raggio. Molti sono scampati agli strike , altri sono «sotterrati» nei tunnel colpiti dai bombardamenti ma possono essere recuperati.
La dispersione dell’arsenale, le cosiddette «città dei missili», e le buone protezioni hanno garantito ai guardiani una discreta riserva, completata anche da una componente ridotta di cruise antinave.
Quanto ai droni-kamikaze, fondamentali per tenere sotto tiro le monarchie del Golfo, Teheran ne avrebbe persi il 50%. Incerta la situazione iraniana per quello che riguarda la produzione degli equipaggiamenti, in quanto le fabbriche sono state uno dei bersagli principali.
E, infatti, nella seconda fase della campagna sono stati soprattutto gli israeliani a sganciare ordigni su questi target . L’impatto di questi colpi lo si vedrà nel medio-lungo termine. Sono falle che non si tappano in poche settimane, inoltre pesano le sanzioni, così come il quadro economico difficile del Paese.
L’analisi riportata dal Wall Street Journal fa eco a precedenti report che hanno evidenziato come i pasdaran si siano preparati tenendo conto di altri scontri, sfruttando a proprio vantaggio la profondità del territorio e adottando tattiche più agili i pasdaran hanno «sparato» con maggiore precisione, impiegando armi con testate multiple, e comunque ciò è bastato per tenere tutti in emergenza. Tattica duplicata, con esito maggiore, a Dubai o in Kuwait servendosi dei droni.
I missili hanno rappresentato un’arma «politica» e anche propagandistica, strumenti per ribadire che gli ayatollah non erano stati sconfitti e avevano ancora risorse. Non solo: la chiusura selettiva di Hormuz ha rinforzato la posizione di Teheran.
L’inizio di un fragile negoziato darà modo ai contendenti di riorganizzarsi. Gli U hanno continuato a trasferire materiale e soldati, la portaerei Ford è stata rischierata nel Mediterraneo orientale e sono attesi rinforzi per opzioni anfibie.
Gli iraniani potrebbero ricevere droni dalla Russia e, secondo un’indiscrezione della Cnn , apparati antiaerei dalla Cina attraverso un Paese terzo. Si tratterebbe di missili portatili per contrastare velivoli a bassa quota, uno scenario legato a eventuali operazioni terrestri Usa. Infine, due aspetti sui lanciatori dei missili.
Non si può escludere che le stime iniziali sulle disponibilità iraniane fossero errate. Ed è opinione diffusa tra i tecnici che non sia complicato costruirne di nuovi copiando soluzioni adottate dai nord coreani per trasformare dei veicoli in rampe mobili.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO MELONIANO CHE HA DEFINITO LA “CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE” COME “UN’ASSOCIAZIONE DI SINISTRA CHE FA RISTORAZIONE”
“Un’associazione di sinistra che fa ristorazione”. Così Paolo Trancassini, deputato di Fratelli d’Italia,
ha definito la Casa internazionale delle donne di Roma durante la discussione per l’attuazione del PNRR. Ignoranza di Trancassini, che ha confuso la struttura simbolo del femminismo di via della Lungara con qualche trattoria intorno a Montecitorio, o preciso intento denigratorio?
Prendendo per buono che il deputato conosca la differenza tra chi si divide un bucatino all’amatriciana e chi coordina uno sportello antiviolenza, direi la seconda.
“Ricordo ai colleghi, soprattutto ai colleghi dell’opposizione, al Pd e ai 5 Stelle, che io me la ricordo l’epoca delle marchette. Io me lo ricordo quando in legge di bilancio, il mille proroghe, abbiamo approvato i soldi per investire nei nuovi linguaggi musicali oppure nelle scuole di jazz, o peggio ancora per pagare la morosità della Casa delle Donne di Roma, che è un’associazione di sinistra che fa ristorazione”. Queste le parole pronunciate da Paolo Trancassini. Una linea che sembra condivisa dai suoi colleghi di maggioranza, dato che sono esplosi in un applauso scrosciante per il deputato.
La storia cui fa riferimento Trancassini risale a diversi anni fa quando l’allora sindaca Virginia Raggi sospese la concessione alla Casa internazionale delle donne tre anni prima della scadenza, mettendo la struttura a bando e chiedendo 800mila euro di morosità. Una cifra impossibile da pagare per le attiviste, che hanno sempre provveduto da sole a occuparsi dei servizi di manutenzione, del pagamento delle utenze e delle dipendenti, a fronte di servizi gratuiti forniti alla collettività e alle donne in difficoltà. Il Parlamento, riconoscendo l’importanza dei servizi offerti e della storia della Casa internazionale delle donne, ha stanziato 900mila euro
rinnovato la concessione per dodici anni, consentendo alla Casa di continuare con le sue attività e con i servizi alle donne vittime di violenza.
Ma cosa significa definire la Casa delle Donne un ristorante? Significa non solo sminuire uno dei luoghi storici del femminismo, che da anni a Roma contribuisce ad animare il dibattito politico e culturale, ma anche tentare di colpire chi, concretamente, offre sostegno alle donne vittime di violenza. Quelle stesse donne che il governo guidato da Giorgia Meloni — che rivendica di essere il primo nella storia d’Italia con una donna presidente del Consiglio — afferma di voler tutelare. Eppure, i fatti raccontano altro: da quando la destra è al governo, nulla è stato fatto per le donne. Nessuna misura strutturale di welfare, nessun intervento per la parità salariale, nessun investimento in programmi scolastici capaci di educare le nuove generazioni al rispetto e all’affettività.
Un archivio e una delle biblioteche femministe più grandi d’Europa, uno sportello sociale, consulenze sanitarie, psicologiche e legali per le donne vittime di violenza, assistenza domiciliare a bambini, giovani, adulti e anziani con disabilità psichica o fragilità, uno spazio per i bambini, e un luogo sicuro per chi subisce abusi. Uno spazio dove si combatte la violenza maschile, e si forniscono alla collettività gli strumenti per contrastarla. Tutto questo è la Casa internazionale delle donne. Ridurre la sua identità a un luogo che svolge ‘attività di ristorazione’ non è una semplice denigrazione, ma un attacco politico. Un tentativo di cancellare un modo preciso, concreto e radicato di affrontare la violenza di genere. Un approccio che, evidentemente, a qualcuno risulta scomodo.
(da Fanpage)
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Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile
INTUISCE LE FALLE DEL SISTEMA DI POTERE DI ORBAN E CI SI FIONDA, PARLANDO DI TEMI CONCRETI, E PUNTANDO SULLA RABBIA DEL POPOLO PER LA CORRUZIONE
“Grazie Ungheria!” Lo ha scritto sui suoi profili social il leader dell’opposizione ungherese Peter Magyar poco prima di annunciare che l’attuale premier Viktor Orban ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni.
Appesa nella sua stanza da bambino c’era una foto di Viktor Orban. Non l’avversario che ha dominato l’Ungheria per sedici anni, ma il giovane avvocato che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, simbolo di una stagione che prometteva libertà e futuro.
Peter Magyar aveva nove anni quando il comunismo crollò. Oggi è lui a cambiare il corso del Paese, a spezzare l’uomo forte di Budapest, portando a compimento una sfida che fino a poco tempo – nelle stesse parole dei tanti sostenitori della neonata galassia di Tisza – sembrava impossibile. Il trionfo gli consegna il futuro di un Paese che dovrà tornare, ha scandito alla vigilia dell’ora decisiva, “uno Stato di diritto democratico”.
Nato nel 1981, sotto il segno dei Pesci, in una famiglia di giuristi – madre giudice dell’Alta Corte, nonno tra le figure dello Stato -, Magyar è cresciuto dentro l’élite magiara studiando legge all’Università cattolica di Budapest, una delle fucine del conservatorismo.
Credente convinto, ex adepto di Fidesz, underdog nato dalla costola del potere di cui ha presto assorbito linguaggio e regole. Tanto da sfidarlo e, infine, batterlo. L’ingresso nel sistema del 45enne è stato graduale.
A segnare la svolta sono, nel 2006, le nozze con la collega di partito Judit Varga, destinata a diventare ministra della Giustizia. Quando la carriera della moglie lo porta a Bruxelles, anche entra nel circuito delle istituzioni europee, imparando presto a muoversi tra il cuore del potere nazionale e i corridoi dell’Ue
Rientrato in patria, è rimasto però ai margini della politica vera: ruoli tecnici, incarichi in aziende pubbliche, una presenza che non sfonda. I vertici di Fidesz lo considerano troppo autonomo, difficile da controllare, poco incline agli ordini di scuderia.
L’avvocato intanto osserva e diventa lo spin doctor di Varga, contribuendo alla sua ascesa. Poi la rottura personale che ha anticipato quella politica: il matrimonio finisce nel 2023 e lui, poco dopo, viene progressivamente escluso dai centri di potere. Fino all’epilogo, un anno più tardi, con lo scandalo della grazia a un pedofilo che travolge il sistema, facendo cadere la presidente della Repubblica e l’ex moglie
L’Ungheria si scopre attraversata da una crepa morale. Magyar decide di entrarci con un’intervista senza filtri al canale Partizan, muovendo accuse frontali a Fidesz di corruzione e abusi e raccogliendo milioni di visualizzazioni.
Nel giro di poche settimane fonda il suo Tisza – dal Tibisco, il fiume che attraversa la vasta pianura ungherese – con l’idea di trascinare il cambiamento. Appena quattro mesi dopo, alle Europee, sfiora il 30%. Un terremoto che lo catapulta al centro della scena, spinto da una macchina sorprendente che prende forma alle sue spalle: decine di migliaia di volontari, le ‘isole Tisza’, accendono la campagna dal basso, quartiere dopo quartiere, portandolo alla soglia della vittoria.
Parla agli ungheresi con il “linguaggio dell’umanità”, intercetta l’elettorato urbano e progressista, tenendo insieme patriottismo e critica al sistema, sovranità e apertura all’Europa. Una strategia che alla fine è stata premiata, anche se agli occhi di molti – anche di alcuni che alle urne hanno scelto l’opposizione – resta poco più di un ‘baby Orban’, sfuggente e non troppo distante da alcune politiche del premier.
Adesso promette di sbloccare i fondi Ue, di rilanciare l’economia, di lottare contro la corruzione e ridurre la dipendenza dalla Russia, ma senza strappi. Il suo punto di forza è stato il tempismo: è arrivato al cospetto di un’Ungheria pronta a voltare pagina.
(da Ansa)
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Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile
”MA IL LIVELLO NON SI ALZA PER DECRETO: SI CHIEDE PRIMA A SÉ STESSI E POI AGLI ALTRI” – “LA DISTINZIONE NON È UN PRIVILEGIO, ALZARE IL LIVELLO NON È UN ESERCIZIO DI STILE. È SOPRAVVIVENZA CIVILE”
All’uscita dall’Aula, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sbottato: «Vorrei un livello più
alto del Parlamento». È quello che vorremmo tutti. A partire proprio dagli eletti, che dovrebbero garantire autorevolezza, rigore, senso delle istituzioni.
Essere «eletti» non è solo un titolo: è un compito esigente, che implica competenza, misura, responsabilità: una forma visibile di eccellenza civica. Invece assistiamo a risse da talk show, vediamo gesti indecorosi, improvvisazioni elevate a metodo,
fino all’invocazione di miracoli da parte del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Ma il livello non si alza per decreto: si chiede prima a sé stessi e poi agli altri. Non è una formula retorica, non nasce nei palazzi, ma nella trama quotidiana dei comportamenti. Sta nel linguaggio, nel rispetto dell’avversario, nella capacità di dissentire senza degradare.Negli ultimi anni abbiamo scambiato il decoro per artificio e l’immediatezza per autenticità, sacrificando educazione e responsabilità. Così abbiamo finito per diffidare della forma, dimenticando che è proprio la forma a custodire il senso del limite
Se oggi il Parlamento appare come uno specchio opaco, è perché si è smarrita un’idea essenziale: la distinzione non è un privilegio, alzare il livello non è un esercizio di stile. È sopravvivenza civile.
Aldo Grasso
per il “Corriere della Sera”
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Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLEANZA CON TRUMP È SEMPRE PIÙ “TOSSICA”: IL 54,3% DEGLI ITALIANI PERCEPISCE IL PRESIDENTE USA COME UN FATTORE DI RISCHIO. UN DATO CHE ATTRAVERSA TUTTI GLI SCHIERAMENTI POLITICI, COMPRESI I PARTITI DI MAGGIORANZA (IL 38,5% DEI SOSTENITORI DI FORZA ITALIA, IL 33,3% DI QUELLI DELLA LEGA E IL 23,5% DI FRATELLI D’ITALIA)
L’81,7% degli italiani si sente preoccupato per tutto quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Questa inquietudine non si definisce attraverso un colore politico specifico, perché è una reazione profondamente umana; tuttavia, più spesso si definisce attraverso ciò che ciascuno teme di perdere o di vedere distrutto.
] In una società come la nostra, abituata a una relativa stabilità e a un benessere diffuso, la paura tende a tradursi in ciò che appare più concreto e immediato: la possibilità di un indebolimento economico, di una perdita di potere d’acquisto, di un futuro meno prevedibile.
Il pensiero dei cittadini corre infatti velocemente sulle conseguenze economiche per il nostro Paese – e per il proprio portafoglio- che già si manifestano nell’aumento dei prezzi dei combustibili, delle materie prime e dei beni alimentari (47,6%).
A queste preoccupazioni si affiancano i timori per le ripercussioni sulla vita quotidiana (12,5%) e sul proprio stile di vita (3,8%), segno di una fragilità percepita che tocca la dimensione concreta dell’esistenza.
Accanto a questo piano, tuttavia, riemerge anche una paura più diretta. Un italiano su quattro (25,6%) si sente infatti più esposto rispetto a possibili sviluppi che coinvolgano direttamente il Paese: dall’eventualità dell’invio di militari italiani nei teatri di guerra (9,8%), al rischio di attentati e azioni terroristiche (8,4%), fino al
timore di un allargamento del conflitto con il coinvolgimento di potenze come Russia e Cina (7,4%).
Da qui emerge un ulteriore elemento di inquietudine, più politico ma non per questo meno trasversale: il rapporto con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, percepito come un possibile fattore di rischio dal 54,3% degli italiani.
Un dato che colpisce perché attraversa tutti gli schieramenti politici: oltre al dato maggioritario degli elettori dei partiti di opposizione, infatti, questa preoccupazione riguarda anche il 38,5% dei sostenitori di Forza Italia, il 33,3% di quelli della Lega e il 23,5% di Fratelli d’Italia.
Allo stesso tempo, tra le file della maggioranza emerge un 32,4% che considera il rapporto con il leader americano un passaggio obbligato (32.4%). Del resto, quella tra Italia e Stati Uniti è storicamente un’amicizia consolidata, che trascende le singole presidenze.
In questo scenario si inserisce anche il ruolo dell’Europa, percepita da molti come poco incisiva. Non è una novità: già durante l’emergenza Covid era emersa l’immagine di un’Unione distante, fragile e poco reattiva.
Oggi quella stessa percezione sembra riattivarsi. Il 39,9% degli italiani ritiene addirittura che l’Italia dovrebbe trattare direttamente e in autonomia con l’Iran per garantire il passaggio delle navi nel canale di Hormuz, una posizione che, pur non essendo realisticamente praticabile alla luce dei trattati e delle regole europee, segnala un bisogno forte di protezione e di rapidità decisionale.
È un dato che va oltre la sua fattibilità concreta: racconta una domanda di sovranità percepita più che reale, una richiesta di presenza e di efficacia che i cittadini faticano a riconoscere nei livelli sovranazionali.
Quando le istituzioni appaiono lente o distanti, la tentazione di immaginare soluzioni autonome cresce, anche se incompatibili con l’assetto politico ed economico esistente. La distanza geografica dal conflitto contribuisce a questo slittamento tra livelli di paura: ciò che non viene vissuto direttamente sul piano fisico o esistenziale viene rielaborato attraverso categorie più vicine all’esperienza quotidiana.
Così, la guerra smette di essere soltanto una minaccia militare e diventa un fattore di instabilità generale, capace di insinuarsi nelle scelte di vita, nelle aspettative e nella fiducia nel futuro. Questo non significa che siano scomparse paure più profonde o più “primarie”. Piuttosto, esse si manifestano in forme diverse, mediate dal contesto culturale e sociale. La paura, oggi, non è meno autentica: è semplicemente più indiretta, più filtrata, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere e da nominare.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa
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Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI, LA “CARCASSA” E LA CORSA A SBRANARE… IL CREPUSCOLO DEL GOVERNO SCATENA I PENTITI
Sentono l’odore di carcassa e strappano l’ultimo pezzo di carne. Meloni arriverà alla fine ma
arriverà con loro: gli sciacalletti della coscienza. I film bocciati dalla commissione Cinema non sono una novità e i giornalisti che si imbucavano ci sono sempre stati. Perché ora? Odore di carcassa. Il documentario su Giulio Regeni
aveva ricevuto una prima bocciatura da Massimo Galimberti, il membro che si è dimesso in polemica. Galimberti era coordinatore generale nella sessione che ha negato la prima volta il contributo al documentario ma allora lo ha fatto senza indignazione o obiezione. Perché ora? La carcassa. Claudia Conte, la giornalista innamorata di Matteo Piantedosi, la Carmen in prefettura, perché non viene difesa dalle femministe, malgrado quella frase orribile, violenta, ripresa dal Fatto Quotidiano, “ce la siamo …”? Perché? La carcassa. La giornalista Conte ha bussato al Mur e ha spedito un file che andrebbe esposto nel museo della carcassa, nella sezione Italia nostra. Se Conte dovesse parlare, siete certi che solo Piantedosi viene sporcato? In quel file si portano come referenze millantate i Cassese, gli ex ragionieri di stato, i vicedirettori di quotidiani, procuratori nazionali antimafia: tutti titoli carcassa…
Questi sono passaggi presenti nel file di presentazione spedito da Claudia Conte. Ecco come la Carmen in prefettura illustrava le attività che organizzava: “Agli eventi hanno partecipato illustri personalità come il ministro Matteo Piantedosi, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il prefetto Francesco Messina, l’onorevole Caterina Chinnici, magistrata ed europarlamentare, figlia del magistrato Rocco Chinnici, l’onorevole Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il ministro per la pubblica amministrazione Renato Brunetta (…) il vicedirettore del Corriere della Sera, l’ex Ragioniere di Stato, Andrea Monorchio”. Che significa? Che solo l’odore di carcassa consente di prendere le distanze da una collega giornalista che mezza Italia conosce. La carcassa.
Passiamo al cinema, una comunità di mezze tacche che si credono Fellini, che si vestono come Wim Wenders: in inverno con la sciarpa bianca, e in estate con lino con le tarme. E’ quella famiglia che ora sente odore di carcassa, che si riunisce per salvare il cinema ma che in passato taceva perché la regola è sempre stata: oggi te ne boccio uno, domani te ne promuovo due. Questo articolo lo potrebbero scrivere serenamente altri giornalisti, solo che non si sa mai, magari, un giorno, e a cena, si sa… Veniamo alle commissioni. La Commissione cinema, nominata da Franceschini, che ha saputo governare la Cultura, aveva in precedenza bocciato un
film su Nicola Calipari, “Il Nibbio”, un documentario sull’ambasciatore Attanasio, un film di Salvatores su un soggetto di Fellini (poi recuperato). Esiste forse un botteghino delle morti: Regeni, Calipari, Attanasio? Ce n’è una che vale più dell’altra? Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, in una chat con cinquecento persone, addetti ai lavori (non si capisce quale dei tanti) ha commentato indignato i giudizi di quella commissione. Stessa cosa ha fatto Emanuele Rauco, altro esperto di cinema che seleziona film a Venezia. Se Barbera e Rauco si indignano per le scelte della commissione, i registi che invece l’hanno spuntata, cosa devono pensare? Penseranno che aver ricevuto il finanziamento della commissione sarà il viatico per essere bocciati a Venezia.
Prima della carcassa, Indigo Film, con le prime due finestre, si è vista finanziare progetti fino a 4,4 milioni di euro. Si è vista bocciare un progetto di Bertolucci e oggi si indigna. Perché? Carcassa. Fandango, che protesta per la bocciatura di Regeni (documentario acquistato dalla Rai), ha ricevuto finanziamenti per due documentari e un film. Fino ad allora niente polemica. Non c’era ancora la carcassa. Meglio tacere. In Rai, un altro fondaco di vanità, uno come Milo Infante si sarebbe mai permesso di sfidare Vespa e dire al suo pubblico di non cambiare canale, di non passare su Rai 1, da Vespa? Prima nessuno sfidava Vespa e anche l’ad Giampaolo Rossi doveva tacere perché Vespa parlava direttamente con Meloni. Solo che ora c’è la carcassa. Massimo Giletti che era rimasto senza lavoro, prima di ritornare in Rai, un anno fa, avrebbe mai alzato la voce contro il suo direttore degli Approfondimenti, Corsini, per il taglio di alcune puntate? Carcassa. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito di chi prima del referendum si inginocchiava per avere un incontro. Bastava vedere la Camera. Si cercava Schlein come tre anni fa si cercava Meloni e la si riempiva di complimenti: “Ma come sei stata brava”, “ma che vestito bellissimo che hai”. Il potere fa diventare grassi e la carcassa coraggiosi. Meloni arriverà alla fine, ma con l’alito dei soliti Pietro che iniziano a dire: “Io non c’ero”.
(da ilFoglio)
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Aprile 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DEL GOVERNO
Con un comizio da campagna elettorale Meloni si autocelebra in Parlamento, dando spazio tra le riforme solo alla giustizia (tema ineludibile dopo il referendum). Scompare invece la riforma elettorale. Come ho già scritto, è essenziale per la destra. Ma i dubbi di costituzionalità sull’AC 2822 sono corposi. Almeno tre i punti principali.
Il primo. L’eccessiva disproporzionalità tra voti ottenuti e seggi assegnati a vincenti e perdenti lede il “ragionevole” bilanciamento tra governabilità e rappresentatività richiesto dalla Consulta.
Il secondo. Con il no ai collegi uninominali e alle preferenze il diritto di voto è totalmente trasformato in un diritto non a scegliere il candidato, ma a (ri)conoscerlo se inserito in una lista breve.
Il terzo. La base regionale richiesta per il Senato non si applica – lo nota in specie il senatore Parrini – al premio, che viene invece distribuito in base al risultato nazionale di liste e coalizioni
Provvederà la Consulta? Forse. Ma c’è uno scenario, anche confermato dal silenzio di Meloni, in cui la maggioranza non forza il passo e galleggia fino all’approvazione della legge di Bilancio. Solo dopo va a chiudere sulla riforma elettorale, e poi subito allo scioglimento anticipato. I tempi sono stretti per una decisione della Consulta sulla costituzionalità prima delle urne, e si vota. Domanda: e se una pronuncia viene poi? Qui è il trucco. Il Parlamento già eletto rimane in vita con pienezza di poteri. Lo dice la stessa Corte nella sentenza 1/2014. Si dichiara illegittimo il Porcellum, ma il Parlamento eletto nel 2013 rimane regolarmente in carica fino al 2018.
Ecco una possibile strategia della destra per puntare a un’altra legislatura in cui “rivoltare il paese come un calzino” (Meloni dixit). Nel caso, i costituzionalisti rimarrebbero inascoltati. Quale strategia per chi si oppone?
(da Il Fatto Quotidiano)
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