Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
DA SOLI, CIRCONDATI DA UNA CERCHIA DI MEDIOCRI E OSSEQUIENTI, SI PUO’ ILLUDERE UN PAESE PER UN PAIO DI ANNI. ALLA LUNGA IL POPOLO SI SVEGLIA
Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi, dimostrandosi donna di Stato e non boss di partito. Ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale. E dire che l’unica riforma della giustizia possibile, alla luce della netta prevalenza del No, si può fare mettendo attorno a un tavolo governo e opposizione (insomma, il Parlamento), e senza escludere dalla discussione la magistratura, parte in causa.
Spiazzerebbe, con una sola mossa, l’opposizione, oggi legittimamente giubilante, e la cosiddetta “magistratura politicizzata”, chiedendo loro: a questo punto, visto che io da sola non ce l’ho fatta, mettetevi in gioco e ditemi voi che cosa dobbiamo fare per migliorare la giustizia in Italia. Ma non lo farà. È troppo convinta non solo del suo carisma, anche del ribaltamento “rivoluzionario” dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano greve e illegittimo per congenita insofferenza al Dna antifascista della Repubblica.
L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento forsennato dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra una incapacità quasi patologica di accettare la convivenza e il confronto.
Se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo, il suo porsi come deus ex machina non avendone né il carisma né (oggi possiamo dirlo) il peso elettorale.
Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.
(da Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IPOTESI COLLOQUIO AL QUIRINALE NEI PROSSIMI GIORNI… POSSIBILE CONFRONTO CON LE OPPOSIZIONI SULLA LEGGE ELETTORALE
Incubi notturni, risvegli bruschi e amarissimi. Domenica notte Giorgia Meloni capisce, solo un
miracolo può invertire la rotta di un referendum che punta dritto contro di lei.
Le scrivono i suoi dirigenti, incessantemente: i numeri non tornano, qualcosa sembra essersi inceppato anche in alcuni storici fortini. La premier infine comprende: «Stiamo perdendo».
Rompe il silenzio elettorale, telefona ad Antonio Tajani e Matteo Salvini, che intanto lanciano a loro volta un ultimo appello alla partecipazione. Inutile: attorno a mezzogiorno, i sondaggisti comunicano i primi exit poll, quelli che anticipano lo svantaggio poi ufficializzato alle 15. Una cosa, però, Meloni non riesce a cogliere
finché non la tocca con mano: la portata della sconfitta. La valanga dei giovani, quei due milioni di voti in meno al centrodestra. Non lo immaginava lei, né il suo cerchio magico e neanche la classe dirigente dei Fratelli d’Italia. A quel punto detta la linea ai più fidati: dovete sostenere che andiamo avanti, il resto lo decideremo a mente fredda.
Medita molto altro, soltanto che conosce la politica e sa che la prima reazione deve essere ispirata alla calma. E però c’è rabbia, preoccupazione, risentimento. Accarezza l’idea di un blitz per non farsi rosolare: servirebbe a spiazzare avversari che soltanto ora iniziano a programmare le primarie. È uno scenario sul tavolo, anche se non si può pronunciare, al momento l’unica linea prevede di «andare avanti fino a fine legislatura».
Il video col sottofondo melodico dei “parrocchetti monaci”, i pappagallini verdi che hanno colonizzato Roma Sud, lo registra in un giardino lontano da Palazzo Chigi. Su Whatsapp comunica ai suoi anche un’altra profezia: insisteremo sulla legge elettorale e magari adesso la sinistra, sperando di vincere, potrebbe aderire alla proposta. Ma pure in questo caso, fa parte delle riflessioni del primo giorno: vale insomma fino alla prossima mossa.
In realtà, la presidente del Consiglio è consapevole che il sistema presentato alle Camere poco prima del referendum rischia di essere un reperto confinato nel passato, travolto da 15 milioni di voti. Insistere avrebbe un effetto simile a quello provocato dalle forzature sulla giustizia: mobiliterebbe gli avversari, facendoli gridare al colpo di mano.
Sa anche che gli alleati, adesso, si concentreranno sui propri interessi, più che sul testo scritto da FdI. L’unica strada immaginata a caldo, semmai, è pianificare un appello alle opposizioni per aprire un tavolo che accolga i suggerimenti del centrosinistra per una riforma elettorale, vedendo l’effetto che fa.
Un altro percorso che appare impervio. Prima, comunque, c’è da gestire l’immediato. Il viaggio in Algeria, programmato la settimana scorsa, la porterà domani in Nord Africa. Nei giorni successivi, però, potrebbe andare al Colle per discutere con il presidente della Repubblica di quanto accaduto. È un’opzione che ai vertici del melonismo non escludono, sia pure depotenziando il valore politico. Suggeriscono anche che la premier non esclude di andare alle Camere, magari per richiedere la fiducia, anche se consapevole che questa mossa potrebbe essere
interpretata come un atto dirompente e, dunque, destabilizzante. Per questo legano l’eventualità alla possibilità che Sergio Mattarella le consigli di farlo (scenario neanche lontanamente verosimile, il Quirinale non si esporrà).
Si procede per aggiustamenti progressivi, dunque. Anche l’azzardo di tornare prima del previsto al voto per evitare di governare almeno un anno in un clima di incertezza interna e internazionale non è considerato un’eresia. Ma significherebbe aumentare le chance di un pareggio, dunque trovarsi di fronte al bivio per le larghe intese: i meloniani giurano che la premier non voglia farlo, anche se a quel Parlamento spetterebbe la scelta del prossimo Capo dello Stato.
Eppure, la domanda rimbalza a sera: conviene davvero arrivare ad aprile del 2027, o sarebbe meglio bruciare i tempi e portare il Paese al voto prima? La finestra si restringe a giugno, perché ottobre sarebbe un azzardo, considerata la sessione di bilancio. Dubbi, tormenti.
Due dati, poi, preoccupano Meloni. Il primo: l’enorme affluenza dei giovani – tra loro, quelli delle piazze per Gaza, assieme a chi si è mobilitato sui social in nome di Nicola Gratteri. Il secondo: il voltafaccia del Sud Italia. Strappo enorme, che lascia temere per le politiche, soprattutto se dovessero restare i collegi del Rosatellum.
Il resto è armamentario polemico buono per il giorno della sconfitta: la rabbia della premier per le uscite scomposte di Carlo Nordio (a proposito, rischiano il posto Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), per lo scarso impegno dei leghisti, per la campagna timida di Forza Italia. Colpa loro, anche se la sconfitta è sua, il voto contro di lei. Infine, gli spettri.
Quelli che indica Giovanbattista Fazzolari, denunciando il rischio che le toghe blocchino i provvedimenti del governo come prima, più di prima. Parla per la premier, come sempre. E il messaggio assomiglia a quelli che hanno preceduto il referendum. Il risultato, va detto, non è stato dei migliori.
(da Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL PAESE HA DATO UNA GRANDE LEZIONE DI MATURITA’ DEMOCRATICA PER NULLA SCONTATA
«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La frase di Piero Calamandrei, che il tempo e la retorica hanno consumato senza riuscire ancora a svuotarla, torna oggi con una poderosa evidenza. Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco non è una banale norma tecnica, né una disputa tra giuristi o perfino la sorte di un governo, ma il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi.
È stata una bellissima giornata, un “miracolo italiano” (assai diverso rispetto a quello che sognava Silvio Berlusconi), perché la vittoria del No al referendum sulla
giustizia, molto più ampia di qualsiasi previsione, è una vittoria della Costituzione, della Repubblica, dei principi cardine della democrazia liberale.
Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno – innanzitutto quello esecutivo, che in questa fase storica tende ovunque a soverchiare gli altri – prevalga davvero.
È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica che non era affatto scontata.
La notizia più rilevante, insieme alla fragorosa sconfitta di Giorgia Meloni, è infatti l’emersione di una larga mobilitazione popolare, di una energia civile chissà dove finora nascosta, che si è raccolta non in difesa di una corporazione che ha ancora mille difetti, ma in nome di un principio più alto: la convinzione che il potere non possa essere lasciato solo ad autodefinirsi, chiedendo mani libere in nome di una vittoria alle politiche.
Negli ultimi anni, anche da sinistra, abbiamo raccontato – e criticato – un paese spesso distratto, disilluso, rassegnato a cedere porzioni crescenti di sovranità in cambio della promessa di ordine, di sicurezza e semplificazione. Ebbene, questo voto dice che, davanti al burrone, l’Italia si sveglia e partecipa con vigore alle scelte che determinano il suo futuro. Ed evidenzia come esista ancora, dentro la società, una “riserva repubblicana” profonda, un sentimento costituzionale che non ama esibirsi ma sa riemergere quando avverte che l’equilibrio si incrina, e che qualche pifferaio (o pifferaia) vuole mettere le mani sui diritti inalienabili conquistati dopo la tragedia del Ventennio.
L’onda gigantesca che ha travolto la propaganda del governo e dei suoi cantori ha detto No. Non era però affatto banale che una materia resa volutamente specialistica, opaca nei tecnicismi e umiliante nella scelta folle del sorteggio dei Csm, riuscisse a trasformarsi in una grande questione civile. In pochi avevano previsto (ma noi di Domani, e pochi altri media che si sono spesi, lo avevamo fortemente sperato) che attorno al referendum-truffa si formasse una partecipazione così larga, e così nitida: due milioni di voti in più sono un risultato eccezionale, anche perché solo tre mesi fa i sondaggi segnalavano 15 punti di svantaggio
Ora, è verissimo che la magistratura ha logorato da sola il proprio prestigio e la sua immagine (anche oggi non commendevoli balletti contro Meloni hanno fatto il giro del web), a causa di correntismi e miserie di ceto che sarebbe errore grave dimenticare dopo il trionfo referendario. Gli elettori hanno mostrato di capire però quello che Meloni finge di ignorare: in uno Stato di diritto non si difendono i contrappesi solo se chi li incarna ci va a genio, ma perché senza quei contrappesi la stessa libertà dei cittadini diventa più fragile.
I cittadini hanno innanzitutto bocciato un “metodo” politico, incentrato sull’arroganza, il braccio di ferro, sull’umiliazione della controparte e la mancanza di confronto. Non solo con i magistrati oggetto della legge Nordio e con l’opposizione, ma perfino con deputati e senatori della stessa maggioranza: ogni riga dell’obbrobrio giuridico silurato dal voto è stata scritta infatti dal governo e dai suoi cantori (compresi gli impresentabili Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), e il Parlamento non ha avuto la possibilità di cambiare neanche una virgola. Come avviene nelle democrature.
Per Meloni la sconfitta è dunque politica e simbolica. La consultazione era diventata, per scelta della premier, una prova generale del suo progetto istituzionale. Dietro il linguaggio della modernizzazione della Carta si intravedeva infatti un disegno ambizioso: ridurre uno spazio di autonomia e rendere più docile uno dei poteri dello Stato. Il No ha spezzato questa traiettoria. La legge elettorale con mega premio sarà meno facile da approvare. E il premierato – fortunatamente – finirà in un cassetto per chissà quanto tempo.
L’opposizione fa benissimo a gioire. I leader dei partiti, tutti, si sono spesi pancia a terra, uniti, e il risultato è anche un loro successo. Oggi il paese sembra di nuovo contendibile, dopo tre anni e mezzo di fiele, rabbia e delusioni. Ma sarebbe infantile trasformare i voti per il No in una investitura automatica per il campo largo. Non basta ancora a costruire un’alternativa di governo. Ma il popolo ha dimostrato che, quando il campo progressista smette di inseguire le proprie divisioni e ritrova il coraggio dei principi, l’Italia risponde.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
“A ME M’HA ACCOMPAGNATO UN AMICO CO’ LA MOTO” E LEI REPLICA: “ME SA CHE HA VOTATO NO PURE LUI”… PER CHI NON HA ANCORA CAPITO CHE SILVIA E’ UNA FORZA DELLA NATURA
Botta e risposta via social tra la sindaca di Genova, Silvia Salis, e Federico Palmaroli, in arte “Le
frasi di Osho”. Al centro del siparietto il commento della sindaca per il voto al referendum e l’ironia di Palmaroli, cui Salis ha risposto con ancor più ironia.
Tutto è iniziato quando la sindaca ha usato una frase della partigiana Teresa Mattei per sottolineare l’importanza di esercitare il diritto di voto: “Mi ha accompagnata al seggio”, ha scritto in riferimento alle parole di Mattei. Palmaroli non si è fatto sfuggire l’occasione: “A me m’ha accompagnato un amico co’ la moto”. Un’ironia che ha reso famosa la pagina Le frasi di Osho, cui la sindaca a risposto a tono citando i risultati del referendum: “Me sa che ha votato No pure lui”.
Lo scambio è avvenuto su X, che è – prevedibilmente – impazzito: oltre 200mila like per il commento della sindaca e più di 200 commenti. E poco importa che Palmaroli abbia risposto: “È un fuori sede, non ha votato”: Internet ha deciso, Salis 1-Osho 0.
(da Genova24)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL POPOLO HA FERMATO LO STRAVOLGIMENTO
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia che ha respinto la riforma Nordio.
Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“.
Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel pericolo”.
Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo “e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti, attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori che non cito, perché sono una persona elegante”.
Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“.
Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non gli dà retta nemmeno chi lo vota“.
Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di Forza Italia e per dar
retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“.
E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro, sia del prestanome del clan Senese“.
Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro televisioni violando ogni regola di par condicio“.
Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
“LA PREMIER È STATA OSCURATA DA USCITE SCOMPOSTE E AGGRESSIVE DI ESPONENTI DELLA COALIZIONE, MENTRE IL ‘NO’ HA COSTRUITO UNA CAMPAGNA SOLIDA” – “UN’AFFLUENZA SIMILE, A UN ANNO DAL VOTO, DICE CHE L’ELETTORATO PER UN’ALTERNATIVA PROGRESSISTA AL CENTRODESTRA GIÀ C’È”
La vittoria del no, superiore a ogni aspettativa, coincide con la storia di una rimonta rapida,
rapidissima. Solo a metà gennaio, il vantaggio medio del sì sfiorava i 20 punti percentuali. Il fronte del no sembrava recuperare in uno scenario di affluenza bassa, mentre frenava con una simulazione di affluenza più elevata, attorno al 50%.
Tuttavia, da quel momento i contrari alla riforma hanno iniziato un trend di crescita importante. E l’affluenza di ieri e oggi si è rivelata superiore a molte simulazioni: “troppo” alta per uno schieramento a sostegno del sì molto schiacciato su un governo impopolare, al 32% di gradimento tra gli italiani secondo l’ultimo sondaggio Youtrend.
Ma come è avvenuta questa rimonta? Anzitutto, la politicizzazione è stata decisiva. Ha mobilitato gli scontenti, andando ben oltre i progressisti, intercettando per la prima volta dopo tanto tempo segmenti elettorali che alle urne non si affacciavano più. Elettori che non si fidano più dei partiti, ma che sentono il richiamo “della difesa della Carta Costituzionale”.
Il centrodestra ha sicuramente avuto un ruolo nel trionfo del no. In una prima fase ha tenuto toni bassi, senza strutturare una campagna organizzata e coordinata; successivamente ha inseguito gli avversari sul terreno della polarizzazione,
contrapponendo al frame del “voto contro il governo” una cornice meno efficace, come quella del “voto contro la magistratura”. che poteva intercettare la base conservatrice, non l’elettorato più lontano. La discesa in campo di Meloni non è stata neutra : la premier ha cercato di abbassare i toni spiegando la riforma, lavorando sui contenuti, per “ampliare la platea”, per cercare consensi oltre gli steccati di coalizione, senza trascurare attacchi agli avversari per polarizzare.
Contestualmente, però, è stata in parte oscurata da uscite scomposte e aggressive di esponenti della coalizione, che da un lato hanno tolto centralità alle sue comunicazioni, dall’altro hanno evidenziato una preoccupante assenza di coordinamento interna. Pochi messaggi, molto incoerenti tra loro.
Il no invece ha costruito una campagna solida. O meglio, più campagne solide. Tante campagne diverse, dirette a segmenti diversi. I partiti, i comitati, la società civile. Campagne diverse, parallele, con messaggi coerenti, targetizzati per pubblici diversi, che hanno mobilitato segmenti diversi.
Infine, una grande chiave del vantaggio iniziale del sì ha coinciso con il sostegno alla riforma di buona parte del Terzo polo e di un pezzo di riformisti di centrosinistra. La polarizzazione ha limitato questo fenomeno, e la discesa in campo finale di Giorgia Meloni ha ulteriormente limitato l’erosione di consensi progressisti da parte del sì.
Un referendum che sulla carta sembrava “facile” per il centrodestra si è rivelato invece l’ennesima trappola per un governo sulla carta “forte”. Non solo la sconfitta giunge inattesa per Meloni e i conservatori, ma diventa pesantissima se si valuta anche il dato enorme di partecipazione registrato in questi due giorni. Un’affluenza simile a un anno dal voto dice chiaramente che l’elettorato potenziale per un’alternativa progressista al centrodestra già c’è.
(da repubblica.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
A PESARE SULLA DISFATTA NON SOLO LE BARUFFE INTESTINE CON SALVINI E LO SLURP INTERNAZIONALE AL CIUFFO DI TRUMP: DOPO 4 ANNI DI POTERE E’ VENUTA A GALLA TUTTA L’INCAPACITA’ E/O L’INADEGUATEZZA DEL GOVERNO
Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato.
Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.
Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.
E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.
L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.
La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.
Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.
L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia
Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata.
Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.
E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.
(da La Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
E POI TIRA UN CALCIO IN CULO AL PIO MANTOVANO: “NON SI VINCE SE HAI LA CHIESA CONTRO”
Dal profilo Facebook di Annalisa Terranova: 
Così di getto. La sconfitta è netta e importante. Nessuno credo si aspettasse queste proporzioni.
1) Il No aveva propaganda facile da fare: la difesa della Costituzione, la frottola che il governo voleva sottomettere i magistrati. Più difficile di sicuro spiegare il contenuto della ritorma.
2) Non si può sempre pensare che se Meloni scende in campo risolve i problemi. Ci vuole dietro un partito credibile. Ci vuole una mobilitazione non “seduta”
3) Il tema della classe dirigente è dirimente. Si rifletta sulla comunicazione: il boomerang di Rogoredo, le frasi di Bortolozzi, le esagerazioni di Nordio. Su Santanchè e Delmastro penso che se tu crei imbarazzo alla tua comunità politica anche se sei innocente anche se sei stato solo “leggero” “, ti fai da parte e basta. E prima accade meglio é
4) non si vince se hai la Chiesa contro. E nelle parrocchie si faceva propaganda per il No. Mantovano ha detto che i cattolici votavano SI e ha detto una cosa abbastanza infondata.
5) Ora ogni possibilità di riforma è stroncata sul nascere. Il campo largo ha sempre lo stesso problema: manca un leader riconosciuto da tutti. La vera vittoria è quella della casta dei magistrati che continueranno a impedire ogni tentativo di incidere radicalemnte sul tema dell’immigrazione
6) La politica estera: la prudenza del governo Meloni è stata subissata dalla propaganda, dall’accusa di complicita col genocidio a quella di vassallaggio a Trump. Questo ha inciso sulla popolarità e anche sulla credibilita della presidente del Consiglio.
dal profilo Facebook di Annalisa Terranova
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE TESTATE STRANIERE: “UNA SCONFITTA IMPORTANTE PER IL GOVERNO ITALIANO”
I media internazionali danno ampio spazio alla vittoria del No al referendum relativo alla riforma della Giustizia. Per il Guardian “la reputazione della presidente del Consiglio ne risentirà e sarà un primo ministro più debole”. “La sconfitta al referendum renderà più difficile per la coalizione di governo di Meloni portare avanti i piani per l’approvazione di una legge elettorale che potrebbe garantire all’alleanza una comoda vittoria alle elezioni generali del 2027 – si legge sul sito britannico – Potrebbe anche far fallire l’altro progetto di punta di Meloni, ovvero consentire agli elettori di votare direttamente per il primo ministro, una mossa che richiederebbe una controversa modifica costituzionale.
Il Financial Times parla di “sonora battuta d’arresto” per la premier e il governo, che riflette un più ampio malcontento dell’opinione pubblica nei confronti della sua performance in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno. “Meloni ha spesso espresso la sua rabbia nei confronti della magistratura – si legge nell’articolo – che ha respinto alcune delle politiche di punta del suo governo, tra cui il tentativo di detenere i richiedenti asilo in centri in Albania e la costruzione di un ponte da 13 miliardi di euro verso la Sicilia”.
Politico mette in luce come la sconfitta al referendum “indebolisce” la posizione politica di Meloni, “soprattutto in vista delle elezioni previste entro la fine del prossimo anno”. Un’analisi condivisa anche da Libération: il quotidiano francese infatti sottolinea come la presidente del Consiglio abbia annunciato che in ogni caso, “resterà al suo posto”.
In Germania Der Spiegel parla di “pesante sconfitta” e di una premier “delusa” in quanto la sua “controversa” riforma della giustizia è stata bocciata in una consultazione referendaria con un’affluenza alle urne “degna di nota”. Lo spagnolo El Paìs infine mette in luce come la vittoria del ‘No’ al referendum sia “la prima sconfitta elettorale in tre anni” di Meloni. Un segnale “di stanchezza senza precedenti in vista delle elezioni generali del 2027”.
(da agenzie)
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