Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NELLE AZIENDE DI CAROCCIA C’E’ LA CRIMINALITÀ: I LOCALI RIPULISCONO I SOLDI DELLA MALA ROMANA, CAMBIANO PELLE MA SONO SEMPRE LA STESSE COSA – NEL 2020, ARRIVANO I SEQUESTRI E GLI ARRESTI: VENGONO FUORI I CAPITALI SPORCHI, I CONTATTI CON AMBIENTI DELLA CURVA NORD DELLA LAZIO… LA FIGLIA 18ENNE ENTRA IN AFFARI CON DELMASTRO E QUATTRO POLITICI DI FRATELLI D’ITALIA
All’inizio era Baffo. Poi arrivarono Baffo 2018, Baffo 2 Fish e Baffolona Burger. E, da ultimo, la
Bisteccheria d’Italia. All’inizio «c’erano i Senese», la criminalità organizzata. Poi arrivarono i figli del boss. E, da ultimo, dopo arresti e sequestri, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e altri politici di Fratelli d’Italia.
C’è la storia di rinomati ristoranti e degli assetti societari che li circondano, nelle carte dei pm romani che si occupano di mafia. Una storia che ruota intorno alla famiglia Caroccia e si sviluppa lungo una delle principali complanari di Roma Sud: via Tuscolana. Inizia nel 1994 al civico 8 di Porta Furba, quando Nicola Caroccia e la moglie Rosetta arrivano nella capitale dalla Campania e fondano “Baffo”.
Saranno i figli, Mauro e Daniele Caroccia, a cambiare passo. A trasformare il locale in una catena. Una crescita veloce. Troppo veloce, diranno le sentenze: Mauro viene condannato a 4 anni di carcere, Daniele è assolto. In aula emerge che il rapporto con il clan Senese inizia da subito, dalla fondazione della Rdm, nel 2015. L’azienda serve a gestire una nuova bisteccheria, non troppo distante dal precedente locale, in via dei Fulvi, al civico 8.
È di Mauro Caroccia, anche se la madre ne custodisce un 5%. «Mauro Caroccia ha dichiarato che quando acquisì la proprietà della società vi erano “già dentro i Senese”, che erano stati “portati” dal fratello Daniele, con il quale l’imputato aveva rotto i rapporti», spiega la sentenza.
I due si separano già nel 2017. Daniele si allontana di qualche centinaio di metri, raggiunge via Tuscolana 969 e fonda Baffolona Burger. Il fratello Mauro prima apre Baffo 2 Fish, sempre in via dei Fulvi. E poi si spinge più a sud, oltre il Grande Raccordo Anulare, in via Gasperina, dove stabilisce la sede di Baffo 2018.
Nella pancia delle sue aziende c’è la criminalità. I locali ripuliscono i soldi della mala romana. Cambiano pelle ma sono sempre la stesse cosa. […] Poi, nel 2020, i sequestri e gli arresti. Vengono fuori i capitali sporchi, i contatti con ambienti della Curva Nord della Lazio, anche con narco-ultras come Marco Turchetta e Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, ucciso nel 2019. Per i Caroccia è il fallimento dell’impresa di famiglia. O quasi. Perché mentre Mauro Caroccia si difende dalle accuse, la figlia diciottenne entra in affari.
Mancano 8 giorni al Natale 2024. La ragazza fa la valigia, arriva fino a Biella e si siede al tavolo con il sottosegretario Delmastro e quattro politici importanti del partito di governo: Elena Chiorino, Davide Eugenio Zappalà, Cristiano Franceschini.bC’è anche l’imprenditrice Daniela Pelle.
Fondano la 5 Forchette Srl e con quella gestiscono un nuovo locale: la Bisteccheria Italia. I legami con il passato sono ben presenti. Mauro — prima di finire in carcere — promuoveva il ristorante. Gli adesivi “Baffo” sono appesi in vetrina e, ancora oggi, se si digita su Google “ristorante da Baffo Roma”, l’algoritmo rimanda al civico 452 di via Tuscolana, la Bisteccheria Italia.
La sede legale, invece, è a Biella, nello studio del commercialista Amedeo Paraggio, assessore al bilancio del Comune, in quota FdI. «Il sottosegretario Delmastro deve spiegare perché è entrato in società con Caroccia, prestanome del clan Senese, nel ristorante “Da Baffo” di via Tuscolana 452, poi diventato “La Bisteccheria d’Italia” — dice Angelo Bonelli, deputato Avs — Quel ristorante non era un luogo qualunque: era un punto di riferimento della destra estrema romana, frequentato da esponenti della curva della Lazio e da Diabolik, figura centrale della criminalità romana, emersa in più inchieste e in rapporti con il clan Senese e con la famiglia Caroccia». Il tutto all’insaputa di un sottosegretario.
(da La Repubblica)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME: “DOVREBBERO ESSERE I NOSTRI I REPARTI PIÙ INDICATI A TRATTARE QUESTI PAZIENTI, MA MANCA UN MEDICO SU CINQUE E LA CARENZA DI INFERMIERI RAGGIUNGE IL 22%” … LA METÀ DEI REPARTI È IN “OVERBOOKING” E DUE PAZIENTI SU TRE SONO COSTRETTI, IN ATTESA DI RICOVERO, AD ASPETTARE AL PRONTO SOCCORSO, MAGARI SU UNA BARELLA
Il 77% delle persone ricoverate in ospedale ha più di 70 anni. L’Italia è un paese di persone anziane e il dato demografico esplode nelle strutture sanitarie, visto che chi è in là con gli anni soffre spesso di più malattie croniche, anche più di 4.
A dirlo è Fadoi, la federazione delle associazioni di medici internisti, che ha fatto una indagine tra gli associati responsabili di 269 dipartimenti ospedalieri. “Dovrebbero essere i nostri i reparti più indicati a trattare questi pazienti, ma mancano un medico e un infermiere su 5”.
Da Fadoi dicono che la metà dei reparti è in “overbooking” e due pazienti su tre sono costretti, in attesa di ricovero, ad aspettare al pronto soccorso, magari su una branda. Si tratta del fenomeno del boarding. In questi reparti mancano letti, personale e dotazioni tecnologiche.
“La colpa è della loro obsoleta classificazione come reparti “a bassa intensità di cura”, quando la realtà odierna dice che proprio per l’età e la presenza di più patologie concomitanti oltre la metà dei ricoverati nelle medicine interne richiede invece una medio-alta intensità di cura”.
Le carenze nell’assistenza territoriale, inoltre, caricano di lavoro i reparti. “Secondo l’indagine, infatti, circa il 27% delle giornate di ricovero, oltre due milioni, si potrebbero evitare con una migliore presa in carico del territorio.
Se poi molti ricoveri potrebbero essere prevenuti, lo stesso si può dire per le permanenze prolungate oltre il dovuto in reparto che fanno occupare impropriamente il 22% dei letti”.
Secondo Fadoi nelle medicine interne manca in media un medico su cinque, cioè il 20% dei camici bianchi. La carenza di infermieri raggiunge invece il 22%. Il tasso di occupazione dei letti di queste strutture è del 99%, ma con il 49,8% delle strutture in overbooking, “con tassi di occupazione superiori al 100%”. Per questo non si trova posto per chi arriva dal pronto soccorso.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“ABBIAMO DIFESO LA GLORIOSA STORIA DC. VOLEVAMO SCRIVERE ASSIEME UN ARTICOLO PER SOSTENERE IL NO AL REFERENDUM”… “I POLITICI DI ALLORA ERANO SUPERIORI AGLI ATTUALI. NOI ‘SECONDE FILE’ OGGI FORSE SAREMMO STATE PRIME. VIVIAMO UNA CRISI VALORIALE IN POLITICA, NELLA CHIESA, NELLE FAMIGLIE. CONTINUIAMO A SCENDERE SCALINI”
Clemente Mastella è scosso: «Se ne sta andando una generazione». Dopo Umberto Bossi, la morte
di Paolo Cirino Pomicino lo colpisce come un fulmine: «L’ho sentito poco tempo fa, era affaticato… Ma quante volte sembrava stesse per morire, poi si riprendeva. La tempra nel fare politica lo faceva sembrare invincibile».
E ora che sta per compiere 50 anni nelle istituzioni — fu eletto deputato a 28 anni — il sindaco di Benevento confessa: «Se per Bossi mi sono commosso, per Paolo ho pianto.
Ho dovuto rileggere la notizia. Non volevo crederci».
«Lui era così: aveva una passione totale per la politica, sempre pronto a mettersi in gioco. Mi ripeteva: “Clemè, dobbiamo rimetterci insieme per fare il centro”. Fu eletto anche con la mia Udeur, poi lasciò perché lui era più bravo a ideare che a tenere in piedi le costruzioni. Ma tra noi c’è sempre stato affetto».
Siete stati i referenti di due enormi leader della Dc.
«Io ero portavoce di De Mita, lui era fedelissimo di Andreotti. Erano le due correnti che, alla fine degli anni ‘80, avevano la maggioranza nella Dc. E al governo c’era Ciriaco. I due leader avevano caratteri non facili, noi spesso mediavamo per l’uno e per l’altro. Tanto che fu proprio Paolo ad avvertirmi di una cosa».
Quale?
«De Mita era capo della Dc e premier, e questo veniva contestato dalle correnti avversarie. Ci fu una riunione nella villa di Pomicino sull’Appia: […] partecipò anche Gava che di De Mita era ministro dell’Interno e amico. Paolo mi avvertì: “Guarda che pure Gava è contro De Mita…”. Io lo dissi a Ciriaco, che davanti a me chiamò Gava che smentì tutto. E De Mita mi rimproverò […]».
Come finì?
«Poco dopo si riunirono ancora, e Paolo me lo ridisse: “Guarda che Gava è il più duro contro De Mita… ”. Andò proprio così. […] Ci frequentavamo. Dopo l’operazione al cuore, a Pavia, lo andai a trovare: c’era anche Di Pietro».
Il Pm di Tangentopoli?
«Paolo sapeva farsi volere bene. Era simpatico, intelligente, stabiliva rapporti con tutti. Anche con Di Pietro, in nome di quella meridionalità che crea un sentimento».
Come visse Tangentopoli?
«Non negava che la politica usasse certi mezzi, ma contestualizzava come Craxi nel famoso discorso in Aula. Ma seppe anche andare oltre. Abbiamo difeso la gloriosa storia Dc. Pensi, volevamo scrivere assieme un articolo per sostenere il No al referendum»
I politici di allora erano superiori agli attuali?
«Sì, da una parte e dall’altra. Noi “seconde file” oggi forse saremmo state prime. Viviamo una crisi valoriale in politica, nella Chiesa, nelle famiglie. Continuiamo a scendere scalini…».
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
PAPA LEONE ATTACCA TRUMP SULLA GUERRA ALL’IRAN, IL NEGAZIONISMO CLIMATICO E LE POLITICHE ANTIMMIGRAZIONE
Il titolo non lascia spazio ad interpretazioni: «Il governo degli Stati Uniti è in guerra con la Chiesa cattolica». Così America, la rivista Usa dei gesuiti, vicinissima a papa Francesco, ma non lontana nemmeno da papa Leone XIV, ha pubblicato in apertura un commento durissimo nei confronti di Donald Trump. La firma è quella di uno degli editorialisti di punta, Nathan Schneider, che senza mezzi termini definisce gli Stati Uniti di oggi «una potenza ostile» alla Chiesa cattolica. La guerra all’Iran, certo, è l’ultimo atto che segna una distanza non più recuperabile. Ma quasi tutte le politiche interne e internazionali varate dal presidente degli Stati Uniti sono citate per mostrare questa frattura irreparabile.
L’amministrazione Trump su ogni dossier contro l’insegnamento cattolico
Secondo la rivista dei gesuiti «la maggior parte dei cattolici sembra non essersi resa conto della gravità del conflitto in corso negli Stati Uniti. Si può andare in chiesa, vedere una bandiera americana accanto all’altare, pregare per il Paese e i suoi leader, condividere la comunione con i compagni di fede e tornare a casa con l’impressione che la bandiera e la croce siano più o meno in armonia. Ma non è così. Visti attraverso gli occhi del recente insegnamento della Chiesa, e soprattutto alla luce del ministero di Gesù, gli Stati Uniti d’America sono una potenza ostile – un paese così avvolto nelle vesti dei propri idoli da essere incapace di ascoltare i profeti che la Chiesa ha suscitato, dal Santo Padre a un bambino in un centro di detenzione». Parole durissime, cui si aggiunge: «Su una questione dopo l’altra, il governo degli Stati Uniti ha contraddetto il recente insegnamento cattolico — e non
in modo sottile, ma ostentando i propri atti di opposizione all’insegnamento dell’istituzione religiosa che rappresenta più americani di qualsiasi altra».
Trump secondo i gesuiti ha dichiarato guerra agli insegnamenti ambientalisti degli ultimi quattro papi che hanno insistito su una «gestione responsabile del creato di Dio nella natura, e in particolare l’attenzione alla crisi ecologica del cambiamento climatico causata dall’uomo». L’amministrazione Usa invece «ha intrapreso una campagna di terra bruciata contro qualsiasi sforzo volto a riconoscere o mitigare il cambiamento climatico e altre forme di disturbo ambientale. Si è ritirata dagli accordi globali sul clima, ha tagliato i fondi alla ricerca scientifica sull’argomento, ha cancellato progetti di energia pulita, ha scoraggiato l’elettrificazione e ha raddoppiato la posta sui combustibili fossili —anche quando l’industria energetica preferirebbe non farlo. Il presidente e la sua amministrazione mostrano abitualmente il loro disprezzo per qualsiasi tentativo di mitigare le cause o gli effetti del cambiamento climatico»
Scandalo per l’utilizzo di passaggi della Bibbia nelle politiche antimmigrazione
Nel mirino della rivista naturalmente le politiche sulla immigrazione: «Gli Stati Uniti non riescono da tempo ad approvare una legislazione che aggiorni la legge sull’immigrazione in modo umano, ma la politica di Trump è quella di intensificare la crudeltà del sistema. Il processo per la concessione dell’asilo ai rifugiati è stato sospeso. Agli studenti internazionali vengono revocati i visti. Le retate di espulsione stanno terrorizzando le comunità di immigrati e intere città. Il governo che ha deportato immigrati in campi di lavoro all’estero sta anche costruendo un massiccio sistema nazionale di detenzione per immigrati – in un paese che ha già il più alto tasso di incarcerazione di qualsiasi democrazia del pianeta. I bambini vengono portati via dalle loro case e dalle loro scuole». Ma quel che più sembra irritare i gesuiti è l’utilizzo strumentale della religione anche per questo: «Passaggi biblici», scrive la rivista, «vengono utilizzati negli annunci di reclutamento per l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia più strettamente legata alla strategia del governo di glorificare la brutalità»
La guerra: «praticata la violenza preventiva come funzione dello Stato»
Durissimo il passaggio sull’uso «della guerra come pratica normale di governo». Secondo America «il governo degli Stati Uniti ha praticato sempre più spesso la violenza preventiva come una normale funzione dello Stato. L’amministrazione Trump ha fatto ricorso a attacchi spettacolari, come in Iran e in Venezuela, per
raggiungere obiettivi politici anche quando non vi è una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Nel contesto di Gaza, dove i diplomatici statunitensi hanno mediato un presunto cessate il fuoco, le truppe israeliane sostenute dagli Stati Uniti hanno ucciso centinaia di palestinesi da quando l’accordo è entrato in vigore. Come ha detto Papa Leone XIV, la promessa di un ordine internazionale che aspira alla pace ha lasciato il posto a un mondo in fiamme»
Secondo la rivista dei gesuiti americani di cui è editor at large padre James Martin (da anni sacerdote simbolo dell’apertura della Chiesa cattolica al mondo Lgbtq+) anche la discriminazione di genere praticata dalla amministrazione americana è uno dei punti di frattura con il cattolicesimo. E l’articolo così conclude: «La guerra contro l’insegnamento cattolico è meno evidente rispetto ai recenti spettacoli di violenza del governo, da Minneapolis a Teheran. È anche meno visibile. Ma una volta che si comincia a notarla, lo stato di guerra è chiaro. Quale è, allora, la responsabilità dei cattolici americani? Date a Cesare ciò che è di Cesare: certo, può avere tutte le meme-coin che vuole. A Dio, invece, dobbiamo un’obbedienza molto più significativa, come fece Gesù: rifiutare la chiamata alle armi e ascoltare la chiamata all’amore».
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“TEMIAMO IL RITORNO AI TEMPI BUI DI QUANDO SI BRUCIAVANO I LIBRI”
La Scuola Normale Superiore di Pisa ha deciso di acquistare e rendere accessibili agli studiosi
italiani circa quaranta dei 381 libri rimossi dalla Biblioteca Nimitz dell’Accademia Navale degli Stati Uniti ad Annapolis, nel Maryland, circa un anno fa. L’iniziativa è stata motivata dall’istituto come un gesto simbolico «per continuare a tenere accesi i riflettori sulla situazione che scuole e accademie statunitensi stanno vivendo in questa fase» e sarà ufficialmente presentata lunedì prossimo nell’aula magna di Palazzo Vegni, sede fiorentina della Normale. «Vediamo – spiegano dall’ateneo – un ritorno di tempi scuri nei quali vengono cancellati libri che parlano di disuguaglianze di genere, quello che abbiamo fatto è un gesto di difesa della visione plurale di arte e scienza» per timore di tornare ai «tempi bui, come quando il Ku Klux Klan bruciava i libri degli autori neri».
I libri rimossi per la guerra alla cultura woke
I titoli selezionati formeranno il cosiddetto «fondo Nimitz» della biblioteca della Normale e saranno disponibili per l’intera comunità accademica. Si tratta di opere che trattano temi di diversità, equità e inclusione (Dei), ritenuti a rischio o scomodi per alcune istituzioni militari statunitensi. Secondo quanto spiegato dall’istituto pisano, la rimozione dei volumi dalla Nimitz Library, avvenuta nell’aprile 2025, faceva parte di un programma dell’amministrazione centrale del Dipartimento della Difesa volto a contrastare la promozione di valori legati a diversità, equità e inclusione nelle scuole e accademie militari, nell’ambito della cosiddetta «guerra alla woke culture dell’amministrazione Trump».
La rimozione dei libri negli Usa
La rimozione di questi libri rientrava in una serie di ordini emanati dai vertici militari statunitensi alle biblioteche delle accademie e degli istituti di addestramento dell’esercito e dell’aeronautica. Alle scuole e accademie militari, lo scorso anno, era stato chiesto di esaminare le proprie collezioni e rimuovere ogni titolo che promuovesse diversità, equità e inclusione, ideologia di genere o teoria critica della razza. La rimozione dei libri dalla Nimitz Library ha coinvolto opere storiche e culturali fondamentali, tra cui testi sull’Olocausto, sul femminismo, sui diritti civili e sul razzismo. La decisione aveva suscitato forti critiche negli Stati Uniti, tra legislatori, leader locali e cittadini, soprattutto per la cancellazione di riferimenti storici e figure di rilievo militare e civile.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I POTERI INCONTRANO I LORO LIMITI: GLI ELETTORI DECIDERANNO SUL FUTURO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA
Andare alle urne, domenica e lunedì, stavolta non equivale soltanto a esercitare un diritto-dovere. Gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica, probabilmente in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti.
Quando ai cittadini si chiede di pronunciarsi sul rapporto tra politica e magistratura non si è mai nel territorio neutro delle riforme tecniche. Si decide, piuttosto, se i contrappesi disegnati dai costituenti debbano restare un presidio di libertà per tutti, oppure diventare un impaccio da ridimensionare, per il vantaggio di pochi.
Una riforma inutile
Votare No alla riforma del governo delle destre non coincide con una difesa rituale dell’esistente, né con la retorica (chissà perché tanto vituperata da qualche esponente della destra) della costituzione antifascista da preservare a ogni costo. Ma significa provare a tutelare un principio: l’autonomia della giurisdizione non appartiene solo ai magistrati, appartiene ai cittadini. E dunque sono loro a doversi mobilitare, per difendere i loro stessi interessi.
«Bisogna sempre dire ciò che si vede», suggerisce il poeta francese Charles Péguy. E ciò che è davanti ai nostri occhi è una riforma che non cura nessuno dei mali atavici che affliggono la giustizia italiana. Non accorcia i processi, non colma la voragine degli organici tra i giudici, non rafforza il personale amministrativo del ministero di via Arenula (mancano circa 10mila addetti sui 40mila previsti), non
scioglie nessuno dei nodi che rendono estenuante il cammino di chi (cittadini, imprese, colpevoli o innocenti) avrebbe diritto a ottenere una sentenza in tempi ragionevoli, come avviene nei paesi civili.
L’indipendenza dei magistrati
La premier Giorgia Meloni, che insieme a Carlo Nordio e all’amico dei mafiosi Andrea Delmastro ha scritto il testo della legge, ha scelto invece di intervenire direttamente sulla Costituzione. Imponendo al parlamento un testo blindato che promette di separare le carriere (opzione del tutto inutile, dal momento che vige già da anni una ferrea separazione delle funzioni) ma che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo. Che è da sempre il core business della destra post-fascista.
L’indipendenza della magistratura non è però un privilegio corporativo da tollerare con fastidio, ma una barriera contro l’occupazione della giustizia da parte di qualsiasi governo («potrebbe essere utile anche a voi», confessò Nordio rivolgendosi a Elly Schlein). Dopo il Ventennio, i costituenti vollero sottrarre giudici e pubblici ministeri al controllo della politica perché avevano compreso una verità elementare: senza un potere capace di giudicare scevro dal timore di essere colpito dalle altre autorità che l’esprit di Montesquieu vorrebbe in equilibrio per evitare tirannie, ogni libertà diventa più fragile.
La separazione delle carriere, accompagnata dalla duplicazione del Csm e dalla nuova Alta Corte disciplinare, non introduce infatti solo un diverso assetto organizzativo. Spezza il comune orizzonte ordinamentale tra giudicante e requirente, isolando il pubblico ministero e separandolo dalla cultura della giurisdizione e lo espone, in prospettiva, a una futura ridefinizione del suo statuto: Antonio Tajani ha già ipotizzato come il controllo della polizia giudiziaria andrebbe il prima possibile sottratto ai pm e consegnato all’esecutivo. Idee identiche a quelle di Licio Gelli. Le riforme costituzionali contano non solo per ciò che dispongono, ma per ciò che rendono possibile: il cantiere della giustizia, vincesse il Sì, resterebbe ahinoi aperto a lungo.
Il contesto politico
Anche il sorteggio, esibito come rimedio contro l’eccesso (reale) di potere dellecorrenti, rivela l’artificio dell’intera operazione. Per i membri laici il sorteggio resta infatti temperato, preceduto da una selezione politica; per i magistrati viene immaginato in forma secca, affidato dunque alla dispersione individuale. Ma anche se il parlamento sceglierà un terzo dei membri, una minoranza compatta e organizzata sarà sempre più influente di una maggioranza ridotta a costellazione di monadi. Che, tra l’altro, perderanno lo status che ha ontologicamente ogni eletto, che deriva dal fatto di rappresentare non solo sé stessi, ma l’intera comunità che lo ha votato.
Ora chi vota Sì, anche se in buona fede, sottolinea che nell’urna bisogna restare nel merito tecnico della riforma. Ma sarebbe un errore grave non valutare il contesto politico che viviamo. Da anni la destra di governo mostra insofferenza verso ogni controllo: dai giudici intimoriti quando emettono decisioni sgradite su sicurezza e migranti, alle autorità indipendenti quando esercitano le loro prerogative (vedi la riforma della Corte dei conti che liberalizza di fatto il danno erariale) fino al giornalismo che osa indagare e criticare, minacciato con querele e risarcimenti danni. Il voto assume un significato più largo: riguarda l’idea stessa di democrazia che si intende far prevalere. Noi, a Domani, non abbiamo dubbi su da che parte stare.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SE VINCE IL SI’ AVRETE SALVATO DELMASTRO, SALVO CHE NON FINISCA INDAGATO
Nel giorno del silenzio elettorale, referendum sulla giustizia e caso Delmastro vengono tenuti
lontani dalle conversazioni tra i ministri del governo Meloni. Meglio evitare di parlarne. Nella chat di governo ieri è stato il giorno degli auguri per il 54esimo compleanno del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Nient’altro. Tutto congelato, in attesa del voto di oggi e domani
Il futuro del sottosegretario alla Giustizia è legato all’esito del referendum: se dovesse vincere il “Sì”, ai vertici dell’esecutivo si pensa che il risultato coprirà tutto; in caso di vittoria del “No”, sarebbe più facile trovare uno o più capri espiatori. Tutto, però, dipende da un altro fattore: se il caso degli affari di Delmastro dovesse diventare anche giudiziario. La premier Giorgia Meloni ha fatto un cenno venerdì sera chiudendo la campagna elettorale su La7 da Enrico Mentana e difendendo il suo sottosegretario evocando una “manina”: “Se la questione fosse più ampia e ci fossero altri problemi – ha spiegato la presidente del Consiglio – la magistratura farà il suo corso”. Come dire che una possibile inchiesta giudiziaria cambierebbe le cose e farebbe traballare la posizione del sottosegretario. Questa è la linea rossa del governo. In Fratelli d’Italia se ne parla poco e nessuno vuole
esporsi più di tanto col timore che escano ogni giorno nuove rivelazioni. Il Pd ha chiesto a Meloni di riferire in aula, ma quest’ultima non prende in considerazione questa ipotesi. Ieri i dirigenti di primo piano del partito non erano alla manifestazione a Torino per l’anniversario delle vittime di mafia (nemmeno la presidente Chiara Colosimo, sempre presente, ieri assente per influenza). Ma c’è la sensazione che il destino di Delmastro sia appeso a un filo e sarà deciso dopo il referendum: dipenderà anche dal faccia a faccia con Meloni (tra i due ci sarebbero stati contatti, non confermati, nelle ultime ore). Il caso è arrivato anche in commissione Antimafia, con l’ufficio di presidenza che si riunirà la prossima settimana, perché nei prossimi giorni i commissari saranno in trasferta in Puglia.
Chi mostra freddezza nei confronti del suo sottosegretario è anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha chiuso la campagna elettorale nel suo Veneto. Secondo fonti ben informate, il Guardasigilli non ha avuto contatti diretti col suo sottosegretario e i due non si sono chiariti. Nordio non solo non lo ha difeso pubblicamente ma, parlando con tutti i suoi interlocutori, ripete che il caso Delmastro “non influirà sul risultato referendario” perché gli elettori del “No” sono già convinti, quelli del “Sì” invece penseranno a una vicenda “a orologeria”, è la tesi. Non una difesa accorata.
La premier negli ultimi giorni però ha anche analizzato coi suoi collaboratori gli scenari post-voto. In caso di vittoria del “Sì” al referendum, Meloni vuole dare una precisa direzione all’ultimo anno della legislatura: nel bel mezzo della crisi internazionale e degli effetti economici che preoccupano il governo, la presidente del Consiglio vuole approvare rapidamente la legge elettorale “Stabilicum” per garantirsi una maggioranza stabile nel 2027. La legge sarà incardinata in commissione Affari Costituzionali alla Camera già mercoledì per dare un’accelerata e cercare di arrivare a un primo voto prima di giugno.
In caso di vittoria del “No”, invece, Meloni ha già fatto sapere che non si dimetterà. Ma ieri in Fratelli d’Italia già pensavano alla possibilità di scaricare la colpa su chi “non si è impegnato abbastanza” durante la campagna elettorale. Il dito, insomma, sarebbe puntato contro il leader della Lega Matteo Salvini, già accusato soprattutto dagli alleati di Forza Italia di non aver fatto più di tanto per il “Sì” alla riforma costituzionale della separazione delle carriere. Anche per questo e per evitare che sul referendum possano scaricarsi tensioni in grado di far traballare l’esecutivo,
Meloni sta pensando a un voto di fiducia subito per blindarsi con la sua maggioranza. Nei prossimi giorni ci sarà già un’occasione importante: il decreto Sicurezza al Senato che sta provocando tensioni tra la Lega e Palazzo Chigi per i tanti emendamenti presentati dal partito di Salvini.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SI DIMETTA PER IGIENE ISTITUZIONALE, QUESTA E’ L’ARROGANZA DELLA CASTA”
«Abbiamo presentato una mozione per chiedere a Giorgia Meloni di revocare l’incarico di sottosegretario alla Giustizia per Andrea Delmastro. Per una ragione di igiene istituzionale non può rimanere lì un minuto in più» ci dice Giuseppe Conte in questo lungo colloquio. La vicenda è nota: il sottosegretario alla Giustizia aveva fondato, nel dicembre 2024, una società di ristorazione, assieme a tre dirigenti piemontesi del suo partito e alla figlia diciottenne di un prestanome del clan Senese: Mauro Caroccia.
Presidente Conte, Delmastro poteva non sapere chi fosse Mauro Caroccia.
«Non scherziamo! Bastava digitare quel nome su Google per capire di che soggetto stiamo parlando. Persino il fratello di Caroccia in un’intervista ha spiegato che tutti sapevano chi fosse. E poi Delmastro è un sottosegretario, sta in un osservatorio privilegiato e in altre occasioni, come nel caso di Cospito, ha avuto accesso a informazioni addirittura del 41 bis. Ma davvero si pensa che i cittadini abbiano l’anello al naso?»
Magari lo conosceva ma non sapeva dei problemi giudiziari.
«La prima foto uscita, che ritrae Delmastro abbracciato a Caroccia, è del 2023. Si conoscevano dunque quando era già in corso l’inchiesta che lo aveva identificato come possibile prestanome del clan Senese. Il sottosegretario e i suoi sodali di partito si mettono in società a fare affari in un contesto familiare altamente inquinato per i rapporti con la malavita organizzata. Un contesto da cui un cittadino perbene dovrebbe tenersi alla larga. A maggior ragione chi ricopre un delicato ruolo di governo».
Dice Delmastro: quando ho appreso i problemi giudiziari, sono uscito dalla società.
«È uscito per davvero solo con la sentenza della Cassazione a febbraio di questo anno. Ma il contesto di malaffare era già evidente prima. Ci sono stati svariati passaggi giudiziari prima che l’appello bis confermasse la condanna e, da ultimo, la Cassazione la rendesse definitiva. Un membro di governo fa una società con degli
sconosciuti, senza informarsi prima chi sono? Ma andiamo … C’è un limite alle menzogne».
Il sottosegretario ha dichiarato, a proposito della ragazza: “Non imputata e non indagata, poi si scopre essere la figlia di”.
«Una arrampicata sugli specchi pazzesca! È evidente che è la prestanome del prestanome. Ma davvero uno fa una società con una ragazza che ha appena compiuto 18 anni, lascia a lei il 50 per della società e la nomina persino amministratrice senza sapere chi sia? Faccio io una domanda».
Prego.
«Se davvero non c’era nulla da nascondere, perché Delmastro non ha dichiarato questa società al Parlamento quando ne era obbligato? Questa mi sembra la prima, involontaria, ammissione di colpa».
Al momento però Delmastro non ha compiuto nessun reato.
«Parliamo di un sottosegretario e di altri tre dirigenti di Fratelli d’Italia che risultano talmente annebbiati dal desiderio del lucro che si avventurano in affari con il noto prestanome di un efferato clan mafioso. Delmastro non può rimanere un’ora in più al suo posto per ragioni di minima igiene istituzionale».
Per questo presentate una mozione, cosa che faranno anche le altre opposizioni?
«Sì, deve andare a casa immediatamente anche solo per chiara inclinazione alla più spregiudicata avidità e alla più impunita arroganza. Addirittura Delmastro è tornato nel ristorante di Caroccia anche dopo la sentenza di condanna in appello bis, portandosi dietro un pezzo importante del Dap».
Si riferisce alle foto uscite in questi giorni, tra cui quella del giugno 2025 con la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e i funzionari del Dap in quel ristorante?
«Direzione delle carceri che di lì a qualche mese avrebbe preso in custodia il ristoratore mafioso… Lei capisce che per loro non esiste più una soglia dello scandalo. Bartolozzi, figura chiave dello scandalo Al-Masri, e Delmastro, che già si sarebbe dovuto dimettere dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, vanno a cena con funzionari dello Stato nel ristorante di un prestanome della mafia, appena condannato in appello. Pare la sceneggiatura del film Suburra».
Finora Giorgia Meloni ha difeso il suo sottosegretario. È la generosità di una leader che copre sempre i suoi o pensa che non sia libera di scaricalo?
«Sono un clan politico. Ma non credo sia solo solidarietà di partito. Sono legati dal vincolo rappresentato da informazioni e notizie che possono uscire fuori e che li costringono a rimanere assieme al potere o a cadere assieme».
Sta dicendo che Meloni è ricattabile?
«Meloni aveva detto di non essere ricattabile e invece prevale il condizionamento reciproco, giustificato da una incultura istituzionale per cui, in nome dell’investitura popolare, si sentono sopra la legge, sottratti a ogni controllo».
La premier dice di non accettare lezioni in materia di lotta alla mafia.
«Oggi (ieri, ndr) è la Giornata della memoria per le vittime di mafia. Piuttosto che postare un messaggino retorico, Giorgia Meloni doveva far dimettere Delmastro per onorare i caduti per mafia. Che c’entra un eroe come Paolo Borsellino, con cui ci si riempie la bocca a sproposito, con questo modo di far politica?
Cosa chiedete sul caso in questione a Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia?
«Di approfondire la vicenda. Ma ci muoviamo in un contesto già compromesso perché la presidente messa a capo dell’Antimafia con criteri di fedeltà ha già dimostrato la sua faziosità. È qualche anno che non permette di indagare sui mandanti e sui pezzi dello Stato deviati delle stragi del 92-93. Ricordo, sempre per stare ai fatti, che Colosimo fu immortalata in una foto con Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con sentenza definitiva».
Una foto, presidente, non vuol dire complicità.
«Quella foto parla da sola. E, aggiungo, ha pure sempre taciuto di avere uno zio avvocato, condannato per essersi messo a disposizione di una cosca calabrese».
Non si eredita una colpa.
«Questa stessa maggioranza si sta accanendo per espellere campioni dell’antimafia come Scarpinato e De Raho proprio dalla Commissione antimafia, sostenendo che sarebbero in conflitto di interessi perché profondi conoscitori dei fenomeni mafiosi per averli combattuti per decenni come servitori dello Stato. Siamo alla più assoluta indecenza istituzionale».
Meloni ha parlato di “manine” sul caso Delmastro. Lei ha capito a che si riferisce?
«Alle inchieste della stampa libera e indipendente che loro non tollerano, come ogni forma di controllo. Quando era all’opposizione, Meloni chiedeva le dimissioni per ogni minimo scivolone dei suoi avversari, ora è asserragliata a dispetto di tutto,
comprese le inchieste che coinvolgono gli amministratori locali, come i suoi in Sicilia».
La premier rivendica un primato della politica rispetto alle inchieste.
«Ma fatemi capire: come funziona questo primato? Dove serve, inteso come responsabilità e visione, Meloni non dice una parola: Al-Masri, Venezuela, il genocidio di Gaza, l’Iran. In compenso fa scudo su tutti gli scandali, toglie l’abuso d’ufficio ai colletti bianchi e criminalizza il dissenso. Questo è il primato dell’impunità sulla politica. E questo, mi consenta, è il premierato che hanno in testa: l’arroganza della Casta».
Alessandro De Angelis
(da lastampa.it)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL FATTO QUOTIDIANO SMONTA LE BUGIE DELLA PREMIER SUL REFERENDUM
Giorgia Meloni è una bugiarda. Non che sia una novità, ma l’altra sera, approfittando dell’avere
l’ultima parola prima del silenzio elettorale da Mentana, ha esagerato. Oltre alle varie balle sulla riforma della giustizia, ha tirato dentro anche me e Il Fatto Quotidiano nella sua indecente campagna elettorale. Ha detto “molti di quelli oggi schierati per il NO in passato sostenevano questa riforma”. Non ha spiegato come facevamo in passato a sostenere una riforma che lei ha fatto in fretta e furia l’anno scorso e che quindi prima dell’anno scorso nessuno poteva avere letto né condiviso né osteggiato. E poi “il Pd era per la separazione delle carriere”. È vero. “I Cinque Stelle e Gratteri sostenevano il sorteggio”. Vedremo se è vero. “Marco Travaglio sosteneva tutti e due, cioè sia il sorteggio sia la separazione delle cariche. Adesso sono tutti per il no”. Ora, io capisco che chi è abituato a mentire ogni volta che respira (accise, blocco navale, tagli alle tasse, legge Fornero asili nido gratis, rete Tim in Italia, ITA in Italia, governo in Europa con i socialisti, mai patto di stabilità, spese militari, Putin, sanzioni alla Russia, vittorie militari dell’Ucraina, Usa, Gaza, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Cina, Pnrr, dimissioni dei ministri degli altri, dazi zero, superbonus, chiusure per il webtax, agenzie di rating, tasse sugli extraprofitti, trivelle in mare, regioni, elezione diretta del Capo dello Stato, legge elettorale con le preferenze e così via) ci prenda gusto e non capisca
più la differenza fra la verità e la menzogna. Ma finché i suoi elettori glielo permettono, meglio per lei e peggio per noi.
Però Giorgia Meloni si rassegni. Noi non siamo bugiardi come lei, non sono tutti bugiardi come lei e le rarissime volte in cui le è capitato di avere ragione, gliel’abbiamo data perché non siamo nemmeno in malafede e quindi non giudichiamo le persone e i politici dalle appartenenze, li giudichiamo dai fatti. Però non si deve permettere di dire che abbiamo cambiato idea sulla sua riforma, chiamiamola così, solo perché l’ha proposta lei. Intanto perché è falso e poi perché noi non ci comportiamo così. I suoi e lei si comportano così. Il Fatto, da quando è nato, nel 2009, è sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Ogni volta che ricevo articoli di collaboratori favorevoli, lo precisano. In fondo, oltre ad averlo scritto in decine e decine di pezzi, abbiamo proposto e continuiamo a sostenere il sorteggio per i membri del Csm, a una condizione: che valga per tutti membri togati e membri laici o meglio ancora che si aboliscano i laici, cioè gli emissari dei partiti, per fare un vero organo di autogoverno formato solo da magistrati. E a quel punto sì, li si può sorteggiare.
Invece che cosa fa la riforma, lo sapete? Io non so più come spiegarlo. Sorteggio vero per i togati magistrati estratti a sorte da un bussolotto dove ci sono i nomi di tutti e 9400 gli attuali magistrati in servizio. Sorteggio truffa per i politici. Il Parlamento si fa una lista di amici dei partiti della maggioranza in gran parte o in toto, vedremo dalla legge attuativa che farà la Meloni, e tra quelli estrae chi? Tutti amici dei partiti in gran parte o in toto della maggioranza: possono fare anche una lista di 300 nomi, ma se sono tutti amici loro chiunque tirino su sarà un amico loro. Quindi, questo non è il sorteggio che abbiamo proposto noi, non è nemmeno quello dei Cinque Stelle e nemmeno quello di Gratteri, anche perché quando parlavamo non avevamo letto questo finto sorteggio truffa che hanno inventato questi signori. Ma ancora di più, Meloni mente sul fatto che io fossi favorevole alla separazione delle carriere: sono sempre stato contrarissimo, ho cominciato a scrivere contro questa idea sciagurata di Gelli, Craxi e Berlusconi nel ’94 su La Voce di Montanelli, quando lei era appena entrata in politica al seguito delle idee di Borsellino salvo poi passare a quelle di Berlusconi e di Gelli. E scambiare e barattare Borsellino con Nordio. Su Micromega di Paolo Flores d’Arcais, quando è nata la Bicamerale e la separazione non delle carriere ma delle funzioni – l’ha
proposta il centrosinistra insieme a Forza Italia 1997-98. Presidente D’Alema – io ho demolito la bozza Boato che prevedeva la separazione delle funzioni tra pm e giudici. E un solo Csm, ma biforcato in due sezioni per i pm e per i giudici.
Perché? Perché io sono per rendere obbligatori i passaggi fra pm e giudici, quindi sono sempre stato contrario anche quando lo proponeva la sinistra insieme al centrodestra. Se la Meloni vuole documentarsi, tra i vari articoli che ho scritto nella mia lunga carriera, ce n’è uno intitolato “la bozza Boato tradotta in italiano” che può trovare sul numero cinque di Micromega del 1997: così capisce che sono sempre stato contrario alla separazione delle carriere. Chi era contrario come me alla separazione delle carriere? Gianfranco Fini, il leader del partito in cui la Meloni all’epoca militava. Che fu l’artefice della esplosione della Bicamerale, perché Berlusconi ha detto di trasformare la separazione delle funzioni in separazione delle carriere e fu stoppato dal Presidente Scalfaro, dalla ANM, da Mattarella (che all’epoca era capogruppo del Ppi) e da Gianfranco Fini, affiancato da La Russa e da Mantovano, che gli scrisse il discorso contro la separazione delle carriere. Persino Delmastro è sempre stato contrario, come tutti gli attuali separatori delle carriere, a cominciare da Nordio e da Di Pietro. Quindi io, diversamente da tutti questi voltagabbana, non ho mai cambiato idea.
Se la Meloni cerca dei voltagabbana prenda uno specchio, ci si guardi dentro e poi guardi tutti quelli che la circondano. Quelli sono i voltagabbana sulla separazione delle carriere. Non Travaglio e non il Fatto, qui non ce ne sono. Ma l’altra sera, sempre approfittando del fatto che aveva l’ultima parola prima del silenzio elettorale, la signora Meloni ha sparato un’altra menzogna: cioè che lo scandalo del suo amico e sottosegretario alla Giustizia Delmastro, socio della figlia del prestanome del clan camorristico Senese, sia uscito sul nostro giornale per una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul Referendum”. Qui l’unica manina, a parte quella di Delmastro che ha firmato la società con la figlia del prestanome dei Senese, è la firma di Alberto Nerazzini, giornalista investigativo, che lavora a un libro sui clan e la politica a Roma, e ha scoperto la società Delmastro-Caroccia, i prestanome dei Senese. E la fuga un mese fa di Delmastro da quella società fuori tempo massimo. Ha verificato la notizia, ce l’ha proposta, noi l’abbiamo pubblicata quando l’abbiamo avuta.
Quindi noi non teniamo dossier nei cassetti, come fanno i giornalisti amici della Meloni, e soprattutto pubblichiamo le notizie vere. Tant’è che questa notizia non ha avuto una virgola di smentita. Ma la Meloni dice “i fatti che conosciamo ora io li conosco dalla stampa”. Dal Fatto! Quindi dovrebbe ringraziare il Fatto e Nerazzini di averli raccontati anche perché Delmastro non le aveva mica raccontato niente, non aveva nemmeno segnalato, nella dichiarazione delle proprietà che i parlamentari – e tanto più i membri del Governo, tanto più se stanno alla Giustizia – devono depositare alla Camera e al Senato, quella società, quella della figlia del prestanome dei Senese. Quindi se la Meloni l’ha saputo è grazie a noi, e adesso spetterebbe a lei prendere decisioni. Invece lei lascia Delmastro al suo posto e ci fa la lezioncina di deontologia professionale. “Forse ci dovremmo interrogare su un certo modo di fare giornalismo atteso che io l’ho appreso dalla stampa”.
Cioè siamo noi che dobbiamo spiegare a lei perché abbiamo pubblicato una notizia vera, anziché lei spiegare a noi perché Delmastro continua a stare al ministero della Giustizia, con Bartolozzi e con altri cinque dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel ristorante di Delmastro e della figlia del prestanome dei Senese. Almeno fino a quando il prestanome dei Senese non è stato condannato in Cassazione e l’hanno portato via dove adesso risiede, cioè nelle carceri gestite da quei dirigenti del ministero della Giustizia che banchettavano nel suo ristorante. Allora presto o tardi, anche in Italia, i bugiardi e i voltagabbana fanno una brutta fine. Comprereste una riforma usata da gente così? Ecco, noi abbiamo un’ottima occasione per rispondere di No al Referendum di domenica e lunedì. Andiamoci in massa a votare NO. Convinciamo più gente possibile a votare No, anche per dire no a chi pensa di prenderci in giro con menzogne di questo livello dozzinale. Buon voto a tutti, grazie.
(da agenzie)
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