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ANDREA DELMASTRO CONVOCATO DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA, TRABALLA IL POSTO DEL SOTTOSEGRETARIO

Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile

COSA RISCHIA DOPO IL REFERENDUM

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sarà ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia, ma solo dopo il voto per il referendum sulla Giustizia. Lo riporta il Corriere della Sera, secondo cui la presidente della Commissione, Chiara Colosimo, avrebbe già accolto in via ufficiosa le richieste dei partiti di minoranza sul caso dell’esponente di governo di FdI e della sua partecipazione in una società con la figlia di un imprenditore legato alla camorra. L’ufficio di presidenza fisserà il calendario delle audizioni martedì o mercoledì prossimi. Gli atti dell’inchiesta sul clan camorristico dei Senese sarebbero già nelle mani della Commissione. Sin da quando il Fatto quotidiano ha fatto emergere la vicenda nei giorni scorsi, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del sottosegretario. Il destino di Delmastro al governo dovrebbe essere ridiscusso all’interno del governo, secondo il Corriere, dopo il referendum. Al di là dell’esito del voto.
Al centro del caso c’è la srl «Le 5 Forchette», fondata davanti a un notaio di Biella e con sede operativa in via Tuscolana a Roma, dove gestisce un ristorante. Nella compagine societaria figuravano, oltre a Delmastro, altri dirigenti di Fratelli d’Italia piemontese e Miriam Caroccia, figlia di Mauro, attualmente detenuto a Viterbo dove sta scontando una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni nell’interesse del clan di Michele Senese, detto ‘O pazzo. La Dda di Roma ha già aperto un fascicolo che ipotizza la stessa fattidispecie di reato in capo al padre e alla figlia.
(da agenzie)

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FUNERALI DI BOSSI: CONTESTATO SALVINI IN CAMICIA VERDE, MELONI ACCOLTA CON LO SLOGAN “SECESSIONE” E ALL’USCITA DEL FERETRO IL CORO “BRUCIAMO IL TRICOLORE”

Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile

CASTELLI: “L’EREDITA’ DI UMBERTO TRADITA DA MATTEO”… GIORGETTI INTERVIENE PER PLACARE GLI ANIMI, APPLAUSI PER ZAIA

“Molla la camicia verde, vergogna”: non proprio un’accoglienza trionfale quella riservata a Matteo Salvini stamattina a Pontida per l’ultimo saluto a Umberto Bossi, leader leghista morto a 84 anni. Il vicepremier e segretario della Lega si è presentato ai funerali indossando una camicia verde e, mentre saliva i gradini dell’abbazia di San Giacomo, alcuni militanti presenti gli hanno urlato contro scandendo cori “Bossi-Bossi”. Qualcuno ha urlato anche “vergogna”.
A spiegare, almeno parzialmente, il clima di una parte di leghisti nei confronti di Salvini le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, leghista della prima ora e oggi fondatore del “Partito popolare del Nord”: “La Lega di Salvini non è la Lega, l’eredità di Bossi è stata tradita da quel partito lì, è mantenuta in vita dalle persone che sono qui oggi e spero anche un po’ da me”. Poi ha aggiunto: “Con l’arrivo di Salvini, in via Bellerio era proibito il verde, lo posso testimoniare senza tema di smentita. Quella roba lì non è la Lega, è un altro partito.
Il segretario della Lega ha affidato ai social il suo ricordo del Senatùr allegando una foto che lo ritrae giovane accanto al leader: “Trent’anni fa, come oggi, una battaglia che non era solo politica, ma identità, visione, popolo, destino. Libertà, autonomia, territorio, lavoro, sacrificio, responsabilità, giustizia, sicurezza. In quattro parole: padroni a casa nostra. Spesso, allora come oggi, soli contro tutti. Questa è la Lega, una comunità in cammino. Buon viaggio Umberto, con Te tutto è iniziato, mai mülà!”.
Al termine della funzione, all’uscita del feretro dalla chiesa i militanti bossiani hanno scandito un coro: “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Il feretro era accompagnato dalla famiglia e dalle più alte cariche dello Stato, tra cui la premier Giorgia Meloni. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha detto al
microfono, “per cortesia” per placare i militanti e consentire al parroco di recitare l’eterno riposo. Al termine della cerimonia anche cori “Padania libera “, sono stati scanditi più volte.
Ma che questo fosse il mood del popolo “padano” era chiaro dalle prime ore della mattina, quando centinaia di leghisti avevano già affollato lo spazio davanti alla chiesa tra scritte e striscioni. Quello più grande, appeso su un cavalcavia all’ingresso di Pontida recita: “Una vita senza libertà non è vita. W Bossi”.
Subito prima della celebrazione, iniziata alle 12, è arrivata anche la premier Meloni, accolta dagli slogan “Secessione, secessione”, “Padania libera”. Molti dei presenti indossano i fazzoletti verdi con il sole delle Alpi, ma c’è anche chi indossa sulle spalle le bandiere rosse con in mezzo giallo il leone di San Marco.
Un lungo applauso ha accolto l’arrivo del feretro del fondatore della Lega sul quale erano adagiati una corona di fiori banchi e la bandiera del Sole delle Alpi. Si è sentita risuonare anche una cornamusa.
La piazza della abbazia è transennata, un maxi schermo è stato allestito nell’area accanto per permettere a tutti i militanti di seguire la cerimonia, visto che in chiesa c’erano solo 400 posti, alcuni riservati per la famiglia e per le massime autorità.
“Era il mio idolo fin da bambino Bossi – spiega Alessio, che a 28 anni è assessore di un comune in provincia di Venezia e coordina la Lega giovani del territorio – Lui è il motivo per cui faccio politica, ho deciso di farla guardando un suo discorso da Pontida. L’ho sentito parlare e il suo carisma mi ha trascinato, ho fatto la prima tessera della Lega a 15 anni. Non potevo non esserci, un vero leghista oggi è presente, per dire grazie a Umberto”.
Al lato della chiesa è stato appeso uno striscione con la scritta “Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi”, firmato dalla sezione Pontida. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Alle esequie presenti anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, quello della Camera, Lorenzo Fontana e il vicepremier Antonio Tajani. Arrivato anche l’ex governatore veneto Luca Zaia, applaudito dai militanti.
(da Repubblica)

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AUTORI DELLA RIFORMA E COMMISSARI DI NORDIO: ALLA GIUSTIZIA IL PATTO DI FERRO TRA BARTOLOZZI E DELMASTRO

Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LEI SA TUTTO SU ALMASRI, LUI LA VOLUTO IL SORTEGGIO DEL CSM

Lei è rimasta al ministero. Lui ha lasciato Roma, in tour per gli ultimi giorni della campagna referendaria. Lei non ha subito contraccolpi dopo le frasi sui magistrati come “plotone di esecuzione”, lui fa comizi e non indietreggia di un millimetro dopo la bufera sui suoi affari con una diciottenne figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Perora la causa della riforma della separazione delle carriere, dispensa sorrisi ai giornalisti (“vince il No di sicuro”, va dicendo) e cita Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”. Quella sul referendum sulla giustizia è stata la campagna elettorale “Delmastro-Bartolozzi”. Lei, potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia, lui sottosegretario in via Arenula, fedelissimo della premier e già suo avvocato. Da mesi hanno stretto un patto di ferro. Il ministero della Giustizia è cosa loro, tanto da aver scritto insieme la riforma.
Il meloniano Delmastro nel marzo 2025 se l’è lasciato scappare in una chiacchierata col Foglio: “L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio del Csm”. Il motivo di quelle parole era semplice: quella parte della riforma l’ha scritta lui. FdI lo proponeva da tempo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è sempre stato contrario al sorteggio.
Delmastro era stato messo lì dalla premier Meloni per “vigilare” sull’operato di Nordio. Va bene le carceri – e il potere, le nomine e i fondi che ne derivano – ma via Arenula andava protetta dagli assalti dei berlusconiani, e da riforme iper-garantiste. Così, dopo una prima fase di isolamento e di guai anche giudiziari (caso Cospito), Delmastro ha stretto un patto con la “zarina”, Giusi Bartolozzi, vicecapo di gabinetto. Da allora via Arenula è gestita da loro e Nordio non può farne a meno.
Bartolozzi, ex deputata di FI, non solo ha “spinto” alle dimissioni il suo capo di gabinetto Alberto Rizzo, ma è diventata la vera ministra della Giustizia. In questi mesi ha accentrato tutto il potere su di sé. Nessun capo dipartimento del ministero può prendere appuntamento con Nordio senza passare da lei e senza che lei non sia presente al colloquio. Figurarsi qualsiasi esterno al ministero. Tutti gli atti passano dalla sua scrivania e dal suo computer. Dopo il litigio estivo, da mesi non parla più con il portavoce di Nordio, Francesco Specchia. Ha voluto un nuovo ufficio da venti persone sotto la sua guida. I principali dirigenti di via Arenula se ne sono andati per lo strapotere di Bartolozzi: Rizzo e poi Luigi Birritteri (Dag) per la gestione del caso Almasri. È stata proprio la “zarina” a occuparsi della vicenda del torturatore libico, con annesse riunioni riservate e con l’intelligence: Nordio in quei giorni era irreperibile a Treviso e lei era la “ministra”. Anche per questo, quando è stata indagata per false dichiarazioni ai pm, Chigi ha dato l’ordine: conflitto di attribuzione per provare a “scudarla”. I tempi sono stati dilatati per superare la campagna elettorale e candidarla con FdI.
Infine, la gaffe. Un dibattito a Telecolor per definire i magistrati un “plotone di esecuzione” da “togliere di mezzo” in caso di vittoria del Sì. Nordio pretende le sue scuse, ma lei non le fornisce (umiliandolo). Meloni ne prende le distanze, ma non la fa rimuovere. Lei torna in ufficio a lavorare come se niente fosse, mentre Nordio gira l’Italia per paesini per evitare di esporlo a nuove gaffe. Si ipotizza che, dopo il referendum, possa essere rimossa e spostata in un altro dipartimento. Ma Delmastro la difende: “Tutto inventato”, va dicendo. Se vince il “Sì” tutto è perdonato. Anche per i due padroni del ministero.
(da ilfattoquotidiano.it)

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L’AGENZIA DI INTELLIGENCE ISRAELIANA ACCUSATA DI MANIPOLARE LE ELEZIONI IN SLOVENIA

Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIER USCENTE EUROPEISTA E FILOPALESTINESE DENUNCIA INTERFERENZE ALLA VIGILIA DEL VOTO

Black Cube è un‘agenzia di intelligence privata fondata da ex ufficiali dei servizi segreti israeliani. Il suo staff è composto da unità segrete del Mossad e da veterani dei corpi di élite. È nata nel 2010 per fornire attività di intelligence e reperimento prove anche attraverso agenti sotto copertura. Domani, 22 marzo, si vota in Slovenia. E il premier uscente Robert Golob ha denunciato una serie di interferenze elettorali nelle urne che si apriranno tra 24 ore. Puntando il dito su Janez Janša, leader conservatore del Partito Democratico Sloveno (SDS). Janša e Black Cube sarebbero impegnati in una campagna diffamatoria contro il partito di Golob.
«La democrazia non può essere governata dall’ombra. Non si tratta delle origini dell’interferenza, si tratta dell’impatto che un’ingerenza straniera può avere sulla democrazia. E quell’ingerenza straniera mina davvero il tessuto della democrazia europea», ha detto un paio di giorni fa Golob entrando alla riunione del Consiglio europeo. «È importante agire ora, non a nome della Slovenia, ma per proteggere ogni altro Stato che affronterà il processo elettorale nei prossimi mesi. E il modello che osserviamo è davvero preoccupante perché le cosiddette agenzie private stanno diventando sempre più audaci», ha aggiunto. Secondo il premier «hanno iniziato ad
attaccare un partito di governo in carica prima delle elezioni o all’interno del processo elettorale, al fine di esercitare un’enorme influenza sul modo in cui gli elettori decideranno il giorno delle elezioni».
L’indagine
L’indagine aperta dal governo sloveno segue la diffusione a inizio marzo di registrazioni segrete in cui un ex ministro della giustizia, un noto avvocato e un lobbista si vantavano presumibilmente di legami politici, traffico d’influenze e finanziamenti occulti. Le urne nel paese saranno aperte da questa domenica e, nell’annunciare l’avvio delle indagini, la ministra degli Esteri Tanja Fajon ha definito il presunto ruolo di Black Cube, già nota per aver assunto ex agenti del Mossad, come «un attacco alla democrazia». Secondo il premier la Slovenia «è stata fortunata, mettiamola così, a essere in grado di individuarli prima che potessero avere un impatto enorme». Anche per i precedenti in altri paesi come gli Stati Uniti, la Romania e l’Ungheria negli anni passati.
L’inchiesta degli attivisti
L’agenzia di stampa Reuters fa sapere che un gruppo di giornalisti e attivisti dell’Istituto 8 Marzo, un’organizzazione non governativa, sostiene che rappresentanti di Black Cube, tra cui il CEO Dan Zorella e il consigliere Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, abbiano incontrato il populista conservatore Janez Jansa il 22 dicembre a Lubiana, stando ai registri di volo e ad altre informazioni di intelligence. L’Agenzia slovena per l’intelligence e la sicurezza ha confermato lunedì scorso l’arrivo dei rappresentanti di Black Cube a dicembre, ma non ha potuto confermare l’incontro con Jansa.
La Slovenia e il Medio Oriente
Il partito di Janza è filo-israeliano. E dovesse vincere le elezioni di domenica, cambierebbe probabilmente la politica slovena nei confronti del Medio Oriente, dato che il Movimento per la Libertà è stato un sostenitore dei palestinesi. Sotto la sua guida, la Slovenia ha riconosciuto lo Stato palestinese indipendente e lo scorso anno ha introdotto il divieto di importazione di merci prodotte nei territori palestinesi occupati da Israele. Jansa ha replicato che Golob stava cercando di insabbiare la corruzione all’interno del suo stesso partito.
Le elezioni
Secondo le rilevazioni alle urne andrà un cittadino su due: una percentuale alta ma in calo rispetto al 60% del 2022. I partiti in corsa sono 15: per entrare almeno uno dei 90 seggi in parlamento che si distribuiscono con il sistema proporzionale e le preferenze dovranno superare la soglia del 4%. Ci sono due seggi specifici per le comunità nazionali autoctone italiana e ungherese, assegnati con votazioni locali. A superare lo sbarramento dovrebbero essere 6 o 7 partiti.
I sondaggi
L’ultimo sondaggio, svolto dall’agenzia Mediana per Pop Tv, Rtv Slovenia e il quotidiano Delo, mostra un leggero vantaggio di Movimento Libertà (Gs), il partito liberal-democratico ed europeista del premier. Che sembrerebbe aver recuperato lo svantaggio iniziale sul conservatore e nazionalista Partito Democratico Sloveno (Sds). I due partiti otterrebbero rispettivamente il 18,9% e il 18,5% dei voti. Secondo questa rilevazione, sarebbero ancora cinque le formazioni politiche in grado di superare la soglia di sbarramento del 4%: la lista comune di ispirazione cristiano-conservatrice composta da Nuova Slovenia, Popolari e Fokus (6%), i Socialdemocratici e i Democratici di Anže Logar, entrambi con 5,8 punti percentuali, la lista comune di Levica/Sinistra e Vesna, 5,5%, e infine il partito Resnica/Verità, al 4,2%.
(da agenzie)

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PETER THIEL PUÒ SOTTOPORCI TUTTE LE PIPPE FILOSOFICHE CHE VUOLE, MA SONO TUTTE CHIACCHERE E MARKETING CHE NASCONDONO LA VERITÀ: GLI INTERESSANO SOLO I SOLDI E IL POTERE

Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile

DOPO CENTINAIA DI PAGINE SCRITTE E QUATTRO GIORNI DI CONFERENZE A ROMA, VIENE FUORI CHE IL “KATECHON”, IL “POTERE FRENANTE” CHE DOVRÀ ARGINARE L’ANTICRISTO, È LA STESSA PALANTIR, LA SUA SOCIETÀ DI CYBERSICUREZZA. COSÌ, PER DIFENDERE L’OCCIDENTE IN CRISI DAL TOTALITARISMO CINESE, CI DOBBIAMO SUCARE CON LA TECNOCRAZIA DEGLI OLIGARCHI CHE ARCHIVIA LA DEMOCRAZIA

Uno degli elementi centrali negli incontri con Peter Thiel […] è il delineare la problematica figura del “kathécon”, la forza frenante contro l’avvento dell’Anticristo di cui si parla nella seconda Epistola ai Tessalonicesi.
Questa misteriosa figura, compartecipante tanto della natura dell’argine al dilagare dell’orizzonte anticristico quanto della dimensione anticristica stessa, è per sua stessa funzione la più intimamente politica tra tutte.
Nel medioevo, non per caso, i canonisti discussero dell’Impero Romano ora come kathécon ora come Anticristo. Thiel ha molto chiaro questo punto e afferma, coerentemente, che il nuovo Anticristo, quello che porterà in terra un governo unico mondiale tirannico, modellato sulle coordinate dello “stato universale e omogeneo” di Kojève, avrà la postura di un uomo politico dalla bocca colma di parole di pace
Ne consegue che la nuova forza frenante debba seguire una logica simmetrica: un potere politico che però non si sporchi con il rischio della distopia.
Thiel non considera necessariamente Vance e Trump delle raffigurazioni del kathécon, ma senza ombra di dubbio il campo avverso gli appare talmente inquietante e antioccidentale da averlo portato a impegnarsi in prima persona, capofila di una cordata di magnati del tech, tra cui Elon Musk e David Sacks, entrati tra le maglie dell’Amministrazione americana.
Ma la costruzione di carriere politiche è solo la parte più emersa, e superficiale, del concetto di “potere che frena” che anima Thiel. Nel suo pensiero il più politico tra i dispositivi è l’alta tecnologia. E in questa prospettiva Palantir vale molto più di qualunque J. D. Vance possa emergere all’orizzonte.
Palantir è il vero katéchon, quella dimensione che riesce a garantire sicurezza senza farti togliere le scarpe in aeroporto, come ama ricordare Thiel citando il post 11 settembre.
La società, con la sua ontologia del potere algoritmico, non sarebbe soltanto uno strumento per raffinare le decisioni amministrative e militari ma un neutralizzatore delle spinte alla distruzione che animano nel profondo la politica.
Più che sorveglianza di massa, una tecnoteologia politica, coi suoi limiti e i suoi pericoli, come tutte le umane cose. D’altronde, i Palantiri tolkieniani presentano la stessa ambivalenza del kathécon: pietre veggenti connesse alla rovina di Númenor, consentono poi all’oscuro Signore di sorvegliare ma, del pari, a Gandalf di essere edotto delle mosse del male
Analogamente, Palantir viene accusata di essere frutto di un disegno distopico, si pensi al suo impiego da parte dell’Ice, eppure, ad esempio, è stata col suo MetaConstellation uno dei più potenti alleati dell’Ucraina, garantendone la sopravvivenza nei momenti più duri dell’invasione russa. E se sempre a oriente, ma questa volta in Cina, si corre con tecnologia non esattamente liberale, la sfida per Thiel, tutta politica, è proprio non restare indietro.
(da Il Foglio)

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DELMASTRO DEVE RINGRAZIARE DI ESSERE UN POLITICO: UN AGENTE PENITENZIARIO SAREBBE GIÀ SOTTO PROCEDIMENTO DISCIPLINARE PER LA FREQUENTAZIONE OCCASIONALE DI MAURO CAROCCIA, CONDANNATO COME PRESTANOME DEL CLAN SENESE. FIGURARSI SE FOSSE STATO PURE SOCIO

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“IL FATTO”: “IN UN CASO COME QUELLO DI DELMASTRO, UN AGENTE MINIMO RISCHIEREBBE LA ‘DEPLORAZIONE’, MA POTREBBE ANCHE ESSERE SOSPESO. DELMASTRO, INVECE, RESTA AL SUO POSTO PROTETTO DA GIORGIA MELONI, CHE HA DEFINITO IL RAPPORTO CON CAROCCIA ‘UNA LEGGEREZZA’”

Le amicizie pericolose del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro non hanno portato né alle dimissioni, per opportunità, né alla cacciata dal governo, sempre per opportunità.
Delmastro ha la delega al Dap, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Da quando è lui il referente politico, non si muove foglia al Dap, dicono gli insider, che Delmastro non voglia e così nessuno vuole parlare.
Una cosa, però, è certa: se Delmastro invece di essere il sottosegretario con delega alle carceri fosse un agente della polizia penitenziaria, sarebbe sotto procedimento disciplinare solo per la frequentazione occasionale di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese.
Figuriamoci se un agente della polizia penitenziaria fosse stato pure – come Delmastro, fino a poco tempo fa – socio al 25% della srl “Le 5 forchette” che gestisce il ristorante “Bisteccherie d’Italia”, la cui amministratrice è proprio la figlia di Caroccia, Miriam, nonostante abbia solo 19 anni.
Niente di illegale ma di altamente sconveniente sì e la normativa sugli illeciti disciplinari per la penitenziaria è tassativa.
In un caso come quello di Delmastro, un agente minimo rischierebbe la “deplorazione”, ma potrebbe anche essere sospeso da funzioni e stipendio. Per capirci, “deplorazione” e “sospensione” sono rispettivamente la terzultima e la penultima sanzione prima della destituzione. Le cattive frequentazioni sono regolate dall’articolo 4 della normativa, che prevede la “deplorazione”.
Ma se, per esempio, lo stesso agente di polizia penitenziaria continua a mettere a rischio la reputazione del Corpo, come sembra il caso del sottosegretario Delmastro, finisce di nuovo sotto procedimento disciplinare e se condannato subisce la sospensione dal servizio e dallo stipendio per “recidiva entro sei mesi delle infrazioni già punite con la deplorazione”. La sospensione è prevista, inoltre, per “assidua frequenza, senza necessità di servizio, di persone dedite ad attività illecite o di pregiudicati”.
(da il Fatto Quotidiano)

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“CON QUESTA RIFORMA MANI PULITE SAREBBE STATA FERMATA”. GHERARDO COLOMBO, UNO DEI PM PROTAGONISTI DELLA STAGIONE DI TANGENTOPOLI: “FUI SOTTOPOSTO A CINQUE PROCEDIMENTI DISCIPLINARI, DUE DEI QUALI PROMOSSI DA DUE DIVERSI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA. FINIRONO TUTTI BENE, CON UN CONSIGLIO SUPERIORE DAVVERO INDIPENDENTE, MA SE FOSSE STATA OPERATIVA L’ALTA CORTE DISCIPLINARE PREVISTA DALLA RIFORMA NORDIO, L’ESITO SAREBBE STATO L’OPPOSTO”

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“CHI PENSA CHE CHI STA IN ALTO COMANDI SENZA I CONTROLLI CHE GARANTISCANO I DIRITTI DI CHI STA IN BASSO NON CONDIVIDE LA NOSTRA COSTITUZIONE, E CERCA DI CAMBIARLA NON SOLO IN TEMA DI GIUSTIZIA. SEGUIRANNO A RUOTA IL PREMIERATO E LA LEGGE ELETTORALE”

Gherardo Colombo, magistrato ora in pensione, protagonista della stagione di Mani Pulite ma anche di grandi inchieste come quella sulla P2: che cosa accadrebbe se lunedì vincesse il Sì?
«Se vincerà il Sì vorrà dire che i suoi sostenitori sono riusciti a convincere gli italiani che bisogna diffidare dei giudici: la magistratura ne risulterebbe fortemente indebolita».
Secondo lei, se all’epoca di Mani Pulite fosse stata in vigore la riforma sostenuta da chi voterà Sì, avreste lavorato meglio, come sostiene Di Pietro?
«Se fosse stata in vigore questa riforma saremmo stati fermati nel giro di poco. Poco dopo l’inizio di Mani Pulite sono stato sottoposto a cinque procedimenti disciplinari, due dei quali promossi da due diversi Ministri della Giustizia. Finirono
tutti bene, come doveva succedere, con un Consiglio superiore davvero indipendente».
«Il ministro aveva mandato gli ispettori per verificare se i magistrati di Mani Pulite agivano correttamente. Gli ispettori riferirono che tutto era in regola: il Ministro ci accusò di aver intimidito gli ispettori
Chiaramente tutto si risolse in modo positivo per noi ma se fosse stata operativa l’Alta Corte Disciplinare prevista dalla riforma Nordio, l’esito sarebbe stato l’opposto. La “politica” all’epoca ci “sparava contro a palle incatenate».
I sostenitori del Sì ritengono che il sistema sanzionatorio attuale non funzioni e che sia necessario cambiarlo.
«Il sistema sanzionatorio della magistratura funziona un po’ meglio di tanti altri. Pensiamo a quello che accadde con la P2. Scoprimmo che ne facevano parte una dozzina di magistrati.
Il Csm ne espulse un paio, i più compromessi, e sanzionò gli altri con pene proporzionate alla gravità del comportamento. Che cosa è accaduto agli altri dipendenti dello Stato iscritti alla P2? Che carriere hanno fatto in tanti nonostante la loro appartenenza alla loggia di Licio Gelli?
E guardiamo cosa è accaduto nel 2019 all’Hotel Champagne. I magistrati furono sanzionati o rimossi. Ai politici nulla, anzi, uno dei due fu salvato dalla Camera che non autorizzò l’uso delle intercettazioni che erano state la base del sanzionamento degli altri».
Come dimostra il caso Palamara in magistratura esistono le correnti che possono condizionare pesantemente il corretto svolgimento dell’attività. I sostenitori del Sì promettono di eliminarle introducendo il sorteggio per chi dovrà far parte del Csm.
«Ammettiamo per assurdo, ma è davvero un assurdo, che le correnti siano una specie di associazioni oscure, opache, che non fanno altro che lavorare sotterraneamente per condizionare, usando sistemi “paramafiosi”, le nomine degli uffici importanti.
Pensiamo davvero che l’antidoto sia il sorteggio? In Italia ci sono 9500 magistrati circa, dei quali il 95 per cento iscritti all’Anm. All’interno dell’Anm ci sono 4 distinte correnti. Duemila magistrati sono iscritti alle correnti, quasi tutti gli altri sono simpatizzanti. Bene, pensa che chi sarà sorteggiato perda le sue caratteristiche di iscritto o simpatizzante? Credo proprio di no. Ed allora, i sotterfugi che so sono fatti in passato non potrebbero farsi in futuro, nonostante il sorteggio?»
Ci sono stati toni molto accesi da parte del Sì, dall’attacco di Giusi Bartolozzi che vuole liberarsi dei giudici al ministro Nordio che ha definito paramafiose le nomine del Csm. Come risponde
«Intende dire che effetto mi fa? Cosa vuole che le dica, sono anni che si cerca di delegittimare la magistratura, da quando ha finalmente provato ad aprire […] anche i cassetti del potere.
Chi pensa che la società debba essere organizzata gerarchicamente, che chi sta in alto comandi senza i controlli che garantiscano i diritti di chi sta in basso non condivide la nostra Costituzione, e cerca di cambiarla non solo in tema di giustizia. Seguiranno a ruota il premierato e la legge elettorale».
(da Repubblica)

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COME SONO SMEMORATI I FRATELLI D’ITALIA: HANNO IL “VIZIETTO” DI DIMENTICARSI DI DICHIARARE LE LORO SOCIETÀ. IL SOTTOSEGRETARIO ANDREA DELMASTRO SI ERA DIMENTICATO DI INSERIRE NELLE DICHIARAZIONI PATRIMONIALI OBBLIGATORIE LA “CINQUE FORCHETTE SRL”, CONDIVISA CON LA FIGLIA 18ENNE DI MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DEL BOSS DI CAMORRA MICHELE SENESE. MA MICA È L’UNICO

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

CON LUI C’ERANO ALTRI QUATTRO MELONIANI TRA I SOCI. NESSUNO DI LORO AVEVA COMUNICATO ALCUNCHÉ … CI POTREBBERO ESSERE ANCHE VIOLAZIONI DELLA LEGGE SUL CONFLITTO DI INTERESSI

Non è più soltanto il caso di Andrea Delmastro. La storia della 5 Forchette srl è diventata il caso di un gruppo di politici di Fratelli d’Italia e di una società fantasma.
Una società che esiste, si muove, cambia assetti, ma nelle dichiarazioni patrimoniali semplicemente non c’è. Sparisce. La dimentica Delmastro. E la dimenticano anche gli altri.
È qui che la vicenda smette di essere individuale e diventa politica. Perché il comportamento degli uomini di Fratelli d’Italia dentro la Cinque Forchette srl segue esattamente lo stesso schema utilizzato dal sottosegretario: prima l’omissione, poi la riorganizzazione, infine l’uscita.
La società nasce il 16 dicembre 2024. Le quote sono già distribuite tra esponenti e figure riconducibili allo stesso circuito politico e relazionale: Delmastro, Chiorino, Zappalà, Franceschini, Caroccia, Pelle. Un assetto chiuso, omogeneo. Poche settimane dopo, il 15 gennaio 2025, arriva un primo snodo giudiziario: la conferma della condanna in appello bis, dopo l’assoluzione in appello del primo febbraio 2023 poi annullata dalla Cassazione.
Il contesto cambia. Ad aprile, mentre il quadro giudiziario si consolida, Miriam Caroccia inaugura la bisteccheria. L’attività parte, la società è operativa. Caroccia padre non fa mistero di quel locale: è l’influencer, protagonista dei video
promozionali sui social, si mette in posa con i calciatori della Lazio che vanno ospiti, accoglie giornalisti e personaggi dello spettacolo.
Spesso accanto a lui c’è il socio Andrea che usa quel locale come casa sua. Repubblica aveva documentato con uno scatto l’amicizia tra i due. Il Fatto quotidiano ieri ha pubblicato una cena con Giusi Bartolozzi e il Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, schierato nel locale. D’altronde: «Era il locale di Andrea».
Lo sapevano tutti. Ma lui non lo comunica mai ufficialmente. Il 30 settembre è il passaggio chiave sul piano della trasparenza: Delmastro deposita alla Camera la sua dichiarazione patrimoniale. È lì che la società scompare. Non viene indicata.
Non è il solo problema. Ci potrebbero essere anche violazioni della legge sul conflitto di interessi. In particolare l’articolo 5 della legge 215 del 2004, che obbliga i titolari di cariche di governo a comunicare all’Autorità garante della concorrenza e del mercato le partecipazioni societarie e le eventuali variazioni. Secondo quanto ricostruito, Delmastro avrebbe detenuto il 25% della società, poi trasferito alla G&G srl a lui riconducibile: una modifica che, se confermata, avrebbe dovuto essere comunicata.
A novembre 2025 il 25 per cento viene fatto transitare da Delmastro alla G&G srl, riconducibile allo stesso Delmastro. Un passaggio interno che non altera il controllo ma lo rende meno leggibile. Poi la stretta finale. Il 19 febbraio la Cassazione conferma l’appello bis.
Otto giorni dopo, il 27 febbraio, quella stessa quota del 25 per cento passa dalla G&G alla socia Donatella Pelle. E infine il 5 marzo: tutti i soci riconducibili a FdI escono dalla società. Le quote vengono cedute e concentrate in capo a Miriam Caroccia.
Se è ancora inspiegabile il perché un pezzo importante di Fratelli d’Italia scelga di investire in una catena di ristoranti con la sede in Piemonte ma il cuore a Roma, in società con una ragazzina dal cognome pesante e il cui motore è un uomo incardinato nel sistema di riciclaggio dei Senese, la sequenza temporale dei fatti è lineare.
Prima la società non viene dichiarata. Poi le quote si muovono all’interno dello stesso perimetro. Infine, quando il quadro giudiziario si chiude, gli esponenti politici si sfilano. È lo stesso schema. Non un errore, ma un comportamento
coerente e ripetuto. E allora la società fantasma non è solo quella che sparisce dalle dichiarazioni. È quella che, finché serve, resta invisibile. E quando non serve più, cambia pelle.
(da La Repubblica)

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IL GARANTISMO DI CHI NON LO E’

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

UNA TRADIZIONE MANETTARA, GARANTISTI SOLO IN SOCCORSO AGLI AMICI INDAGATI

La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione.
La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter.
Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia.
Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla.
(da Repubblica)

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