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UN VOTO PER LEGITTIMA DIFESA

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

CONTRO QUESTA RIFORMA CHE HA COME BERSAGLIO LA MAGISTRATURA, NON CI RESTA CHE VOTARE PER LEGITTIMA DIFESA

Se le parole hanno un peso, non sono certo mancate in questa campagna referendaria che il giurista Maurizio Delli Santi non esita a definire sulle pagine di questo giornale costruita su “suggestioni totalmente disancorate dal tema della separazione delle carriere, speculando su fatti seri come gli errori giudiziari (rievocando persino il caso Tortora) e la sicurezza legata all’immigrazione, come se la riforma possa incidere su fenomeni così complessi”.
Per non parlare di vicende come quella di Garlasco e della famiglia del bosco che la riforma del Csm dovrebbe, ma non si capisce come, prevenire in futuro secondo gli estensori della novella. Fumo negli occhi per non parlare del merito e degli effetti
che da settimane, su questo giornale, proviamo a spiegare ai nostri lettori. Mentre governo e centrodestra trasformavano la campagna referendaria in un attacco sistematico alla magistratura. Accusandola di liberare stupratori e assassini, mentre difendono la ministra Santanchè dalle inchieste che la riguardano – arrivando a sollevare perfino un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale – e, adesso, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro (non indagato) in affari fino a qualche mese fa con la figlia del prestanome di un clan mafioso.
Vicenda quest’ultima, dinanzi alla quale, anziché metterlo alla porta per manifesta inopportunità politica rispetto all’incarico rivestito, la premier Meloni si è spinta addirittura ad evocare la solita “manina” che avrebbe armato lo scoop. Una vicenda che impone una riflessione seria sulla credibilità di questa classe dirigente. Una politica che parla dei magistrati come di una casta che non paga mai, ma che è pronta ad assolvere (e blindare) i suoi adepti a prescindere. Per questo è lecito chiedersi che tipo di riforma costituzionale dobbiamo aspettarci da chi ha usato la clava della propaganda contro un altro potere dello Stato, quello giudiziario, che, è ormai chiaro a tutti, è il vero bersaglio di questa crociata. Per questo, domani e dopodomani, non ci resta che votare. Per legittima difesa.
(da lanotiziagiornale.it)

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IL TAGLIO DELLE ACCISE SUI CARBURANTI NON È SERVITO A NIENTE: SARÀ SUBITO RIASSORBITO DAI NUOVI AUMENTI DEL PETROLIO, E GIORGIA MELONI RESTERÀ A SERBATOIO ASCIUTTO

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “IL PIENO DI BENZINA O GASOLIO È SOLO UNA PARTE DEL PROBLEMA. LA MAGGIOR PARTE DELLE MERCI VIAGGIA SU GOMMA E LA CRESCITA DEI COSTI DI TRASPORTO È DESTINATA A RIPERCUOTERSI SUI PREZZI DEI SUPERMERCATI” … TRA FURBETTI E RINCARI, L’ABBASSAMENTO VALE 14 CENTESIMI AL LITRO E NON 25 COME AVEVA ANNUNCIATO IL GOVERNO. IN SPAGNA, ABBASSANDO L’IVA AL 10%, ARRIVA A 40 CENTESIMI

Ci sono volute poche ore per capire che il taglio delle accise sui carburanti per venti giorni non è una soluzione, e il governo ha davanti a sé intatto il problema della crisi energetica determinata dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz
Il prezzo di un barile di petrolio il 26 febbraio, due giorni prima dell’attacco Usa-Israele a Teheran, era di 67 dollari. In tre settimane ha toccato i 97 dollari, con un aumento del 44 per cento. [. E la corsa dei mercati petroliferi potrebbe non fermarsi, preparando così un’estate di emergenza
Che l’esecutivo sia intervenuto con un decreto-tampone, voluto da Meloni, che tagliando le accise dà una limatura ai prezzi al litro dei carburanti, sebbene i benefici reali siano stati minori del previsto, era logico
Specie alla vigilia del voto del referendum che si presenta ormai come un passaggio politico pro o contro il governo. La guerra e le conseguenze economiche stanno in cima ai fattori che potrebbero modificare l’atteggiamento degli elettori.
O spingendoli verso l’astensione, oppure favorendo atteggiamenti di protesta nelle urne. Di qui la scelta del decreto, che tuttavia non è bastato a limitare i rincari e lo svuotamento delle tasche degli automobilisti.
Ma il pieno di benzina o gasolio è solo una parte del problema. La maggior parte delle merci viaggia su gomma e la crescita dei costi di trasporto è destinata subito a ripercuotersi sui prezzi dei supermercati.
C’è poi il problema delle imprese cosiddette “energivore”, i cui conti economici sono destinati a saltare. Se la guerra va avanti, insomma, si creerebbero le premesse per ridefinire al più presto tutta la politica energetica del governo, sul fronte degli approvvigionamenti e su quello dei consumi.
E si presenterebbe concreta la necessità di spostare investimenti di spesa pubblica a interventi più duraturi per aiutare le famiglie più bisognose e le imprese sopraffatte dall’imprevisto del caro gas e petrolio.
(da La Stampa)

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“TRUMP È IN TRAPPOLA E NON PUÒ FINGERE DI AVER VINTO”. L’ANALISTA IAN BREMMER: “L’ATTACCO ALL’IRAN È L’ERRORE PIÙ GRAVE DEI DUE MANDATI DEL TYCONN. IL VERTICE DECIMATO DEL REGIME NON CERCA PIÙ SOLUZIONI DIPLOMATICHE: NON HA PIÙ NULLA DA TEMERE”

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“NON VEDO COME SI POSSA EVITARE UNA RECESSIONE, CON LO STRETTO DI HORMUZ CHIUSO E NESSUNA POSSIBILITÀ DI RISOLVERE LA CRISI A BREVE” … LA PREVISIONE PER LE ELEZIONI DI MIDTERM: “TRUMP LE PERDERÀ, SARÀ FURIOSO, ACCUSERÀ GLI ALTRI. CI SARANNO BATTAGLIE GIUDIZIARIE. TEMPI PERICOLOSI”

Siamo all’Armageddon energetico come titola il Financial Times dopo l’attacco dei missili balistici iraniani contro gli impianti del Qatar per la produzione di gas, i più grandi del mondo? «Armageddon? Parola strana, fuorviante: significa distruzione totale», dice Ian Bremmer, fondatore e capo del centro di ricerche geopolitiche Eurasia.
«Non siamo a questo. Ma con lo stretto di Hormuz chiuso e nessuna possibilità di risolvere la crisi a breve scadenza non vedo come si possa evitare una recessione. È una situazione estremamente seria provocata da un gigantesco errore di valutazione di Donald Trump: il più grave tra quelli che ha commesso nelle sue due presidenze».
Trascinato nella guerra da Netanyahu come sostiene Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo che si è dimesso?
«No. Il leader israeliano ha cercato di convincere tutti i presidenti ad attaccare l’Iran. Loro non lo hanno mai fatto. Nemmeno Trump, fin qui. Poi il successo militare del blitz in Venezuela l’ha convinto che poteva fare la stessa cosa anche in Iran, sia pure affrontando maggiori difficoltà».
Ma come poteva sottovalutare la forza bellica dell’Iran? Come poteva pensare di trovare una Delcy Rodríguez nel regime degli ayatollah? Generali e consiglieri…
«Aveva grande fiducia nella forza militare e tecnologica Usa. Baldanzoso anche perché in passato la reazione degli iraniani all’assassinio del generale Soleimani e ai raid di giugno erano state molto blande, timorose. I suoi consiglieri non hanno avuto il coraggio di tentare di dissuaderlo. Chi faceva notare la forza militare del regime si sentiva rispondere che, col vertice politico decapitato, si sarebbe arreso prima di poter colpire duro»
E ora?
«È in trappola, ed è estremamente frustrato. Minacciare attacchi più duri non è più un deterrente, ha superato il punto di non ritorno: il vertice, ormai decimato, dell’Iran non cerca più soluzioni diplomatiche né teme nulla di peggio di quello che è già successo.
E lui non sa più dove colpire avendo già teoricamente distrutto tutti gli obiettivi militari. Eppure Teheran continua a lanciare non solo droni, ma anche missili balistici. E con Hormuz bloccato e l’economia mondiale strangolata non ha più la via d’uscita di fingere di aver vinto: un ritiro dichiarando di aver compiuto la sua missione».
Siamo alla vigilia di un intervento delle forze di terra?
«È una possibilità molto concreta. Con le tre opzioni: prendere l’uranio arricchito degli impianti nucleari, occupare l’isola di Kharg, cuore petrolifero dell’Iran, o occupare un tratto della costa per proteggere Hormuz.
Tutte operazioni molto complesse, rischiose, che costeranno molte vite e dall’esito incerto. E non imminenti. Questa crisi durerà. E l’America non ha abbastanza navi: quelle in zona se proteggono gli impianti petroliferi non possono scortare i convogli delle petroliere».
Alcuni conservatori Usa vedono in questo un vantaggio di lungo termine per gli Usa: sono autosufficienti sul piano energetico, mentre la Cina sta già razionando.
«Non è così. I mercati sono globali, soffre anche l’America. Per i prezzi, gli approvvigionamenti. Molta della benzina consumata sulla costa atlantica viene da raffinerie alimentate da petrolio del Golfo».
Guai anche di politica interna per Trump. C’è chi pensa che tenterà di rinviare le elezioni di mid term per via della guerra.
«Lo escludo, sarebbe intollerabile per tutti gli americani. Le farà, le perderà, sarà furioso, accuserà gli altri. Ci saranno battaglie giudiziarie. Tempi pericolosi».
(da il “Corriere della Sera”)

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“INTORNO A BOSSI AVEVANO FATTO TERRA BRUCIATA”: LO SFOGO DI DANIELA CANTAMESSA, STORICA SEGRETARIA DEL SENATUR, CONTRO I VERTICI DELLA LEGA: “AI FUNERALI A PONTIDA NON CREDO CHE ANDRÒ. TROPPO DOLORE PER QUELLO CHE È SUCCESSO, TROPPE PERSONE CHE NON VOGLIO PIÙ VEDERE. GLI ULTIMI ANNI SONO STATI TERRIBILI. PER LUI E ANCHE PER ME”

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“BOSSI HA DATO LE DIMISSIONI IL 5 APRILE 2012, MA AVEVA ANCORA L’UFFICIO IN VIA BELLERIO. E COSÌ, IO SONO RIMASTA CON LUI FINO ALL’APRILE 2017. MA NON LO VOLEVANO PIÙ IN VIA BELLERIO. NON C’ERA PIÙ IL RISCALDAMENTO, NIENTE PIÙ LINEE TELEFONICHE”

«A Pontida? Non credo che andrò». Daniela Cantamessa è stata la segretaria, la guardiana, la vestale quasi di Umberto Bossi: «Non poteva essere diverso. Quando lui voleva qualcosa, a qualsiasi ora, dovevi scattare». Per questi motivi è il simbolo di cosa ha rappresentato Bossi per i suoi militanti.
Ma perché non vuole andare ai funerali del Senatur?
«Troppo dolore per quello che è successo, troppe persone che non voglio più vedere… Forse è anche il mio lato piemontese, riservato».
A maggior ragione, questo saluto è difficile da mancare…
«No… No, guardi no. Bossi a Pontida ha un significato troppo grande: io non ce la faccio».
Ripensa agli ultimi anni dolorosi?
«No, io quando penso a Bossi penso alla speranza che aveva generato in tutti noi. Ma certo: gli ultimi anni sono stati terribili. Per lui e anche per me».
Perché?
«Perché non lo volevano più. Bossi ha dato le dimissioni il 5 aprile 2012, ma aveva ancora l’ufficio. E così, io sono rimasta con lui fino all’aprile del 2017. Ma intorno gli avevano fatto terra bruciata. Eravamo tutti in cassa integrazione e a me arrivavano continue lettere di richiamo perché io andavo in via Bellerio lo stesso. Anche se era difficile…».
Il motivo?
«Perché non lo si voleva più lì in sede. Non c’era più il riscaldamento, niente più linee telefoniche: a quel piano non si facevano più le pulizie e tutto era in disarmo… Quello che è difficile, impossibile da metabolizzare, è come è finita una storia, una comunità… Se devo mettere vicine le due immagini, penso alla sala delle riunioni con il tavolone verde la prima volta che ci entrai. Ero militante dal 1992, mi pareva troppo bello per essere vero. La seconda è quella degli uffici in sfacelo una decina di anni fa».
Come è diventata la sua segretaria?
«Ero entrata all’agenzia viaggi della Lega: Padania Bella. Poi, per la maternità di una collega, facevo il doppio lavoro: all’agenzia e come segretaria».
E rispondeva che il segretario, da sempre allergico ai cellulari, non poteva rispondere.
Quante telefonate riceveva al giorno?
«E chi lo sa. In certi periodi, ininterrottamente. Tra l’altro, alla fine degli anni Novanta arrivavano ancora quintali di posta».
Quando lo ha visto più arrabbiato?
«Quando ha saputo che Francesco Belsito aveva fatto degli investimenti all’estero».
(da “Corriere della Sera”)

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“DA VIVO LO HANNO TRATTATO MALISSIMO. OGGI SONO TUTTI FIGLI DI UMBERTO”: GIULIO TREMONTI, GRANDE AMICO DI BOSSI, STRAPPA IL VELO DI IPOCRISIA DEI LEGHISTI CHE AVEVANO ABBANDONATO IL FONDATORE E ORA NE PIANGONO LA SCOMPARSA

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“DI QUESTO TEMPO PENSAVA TUTTO IL MALE POSSIBILE. NON SI RICONOSCEVA. QUANDO FU RIELETTO COLDIRETTI ORGANIZZÒ UN EVENTO IN SUO ONORE, A ROMA. VENNERO INVITATI I LEADER DI CENTRODESTRA, MA TUTTI AVEVANO IMPEGNI. NON VENNE NESSUNO”

Lo recuperano da morto ma lo avevano dimenticato da vivo. Figlio mio, figlio mio, perché mi hai abbandonato? “E ora dicono che sono tutti figli di Umberto Bossi, la Lega intera, la destra. Tutti”.
E non lo sono?
“Prima della sua morte, bella, mi creda, una morte che neppure Umberto avrebbe immaginato, celebrata dai quotidiani, i leghisti dicevano che erano figli di Maroni. Oggi sono tornati figli di Umberto”.
Vi eravate sentiti al telefono?
“Ero andato a trovarlo. A Natale. A Gemonio”.
Bossi cosa pensava di questo tempo?
“Pensava tutto il male possibile. Non si riconosceva. Da vivo lo hanno trattato malissimo, compreso chi diceva di amarlo”.
Giulio Tremonti, l’amico di Bossi, ricorda che quando venne rieletto, l’ultima volta, per festeggiarlo, Coldiretti volle organizzare un evento in suo onore, a Roma.
Chi ci andò?
“Vennero invitati i leader di centrodestra, ma quella sera tutti avevano impegni. Non venne nessuno”.
Chiedo a Tremonti se Bossi avesse voluto una camera ardente a Via Bellerio e Tremonti mi risponde che non avrebbe voluto “la camera ardente e neppure i funerali di stato. Non li avrebbe voluti. Non era un uomo di cerimonie”.
A Gemonio la famiglia ha chiuso il cancello. Gli unici che sono entrati, al momento, sono Giancarlo Giorgetti, Marco Reguzzoni, Attilio Fontana. A tarda sera è arrivato Salvini, commosso. Hanno chiesto ai figli di Bossi, alla moglie, come “intendiamo celebrarlo”, hanno spiegato che Bossi merita un funerale, un grande funerale, di stato, ma la famiglia si è opposta e i rapporti vengono curati, mediati, da Giorgetti.
Daniele Belotti, la voce di Pontida, insieme a Maurizio Bosatra, l’uomo che da trent’anni organizza le feste della Lega, mangia panini per strada per il partito, si sono offerti: “Ci pensiamo noi al funerale. Lo organizziamo a Pontida, in piazza installiamo un maxischermo. Ci pensiamo noi”. La messa sarà celebrata a Pontida, nel monastero di San Giacomo, alle 12, ed è atteso l’arrivo di Giorgia Meloni.
Sui social della Lega lo salutano con “A Dio, capo”, ma la verità è che nessun leghista era nelle condizioni di confermare la notizia della sua morte. Lo avevano ricoverato, mercoledì, dopo un dolore al petto, a Varese
Giovedì sera quando Federica Valenti, dell’Agi, ha dato per prima la notizia, i tg hanno telefonato all’ufficio stampa della Lega, e poi ai capigruppo, Romeo e Molinari. E’ vero che è morto? Hanno cercato la famiglia e poi i badanti. I badanti.
Era tardi, anche per i grandi quotidiani, a cui non è sembrato vero poter scongelare i coccodrilli, articoli che puzzavano di morto più del morto. Dice Tremonti che “a leggere i giornali di oggi, e immagino anche di domani, sono stati tutti generosi, affettuosi con Bossi. Sa cosa penso? Che da anni chi voleva male a Salvini lodava Bossi per andare contro Salvini”.
Lo stavano per espellere per una tessera, l’adesione di Bossi al Comitato Nord di Paolo Grimoldi, ex segretario della Lega Lombarda (lui sì espulso) ma perfino a Salvini è sembrato troppo. A Emanuela Fiorentino, su Panorama, Salvini, quando era invincibile, ha raccontato che Bossi “mi trattava male, trattava male tutti, Giorgetti, forse un po’ meno”, mentre Bossi, a Salvatore Merlo sul Foglio, nell’intervista che vale una vita, una carriera, dal titolo, “Io Bossi, lui cita”, raccontava “che l’uomo è ciò che mangia e ciò che respira. Salvini ha respirato Bossi tutta la vita”.
Salvini ha provato a somigliargli nel modo di vestire, nella barba sciatta, nella provocazione, solo che Bossi aveva il talento di ottenere tutto con poco (anche con il quattro per cento) e Salvini di avere poco quando aveva tutto.
Il meglio che resta della Lega, e anche la furbizia, è bossiano: Giorgetti al governo, Fontana in Lombardia, in Rai hanno recuperato Antonio Marano e si convoca ancora Calderoli quando è necessario occuparsi di legge elettorale. Mai Bossi avrebbe offerto la carica di vicesegretario a Vannacci perché “i fascisti? Io li picchiavo”. Bossi non si sarebbe fatto raggirare ed è un raggiro anche il recupero del morto da parte della sinistra.
Senza Bossi viene a mancare il padre della Lega e a Salvini l’unico maestro da cui poter copiare. Le chiavi della scuola restano a Giorgetti. Ora non ha più nessun motivo per restare in Lega o forse ha finalmente un motivo per farsene carico.
(da Il Foglio)

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INDAGATI I CAROCCIA, PADRE E FIGLIA PER RICICLAGGIO E INTESTAZIONE FITTIZIA, IL GIALLO DEI CONTANTI PER LE QUOTE

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

CACCIA AI PAGAMENTI DELLE PARTECIPAZIONI BIELLESI

Sulle orme del padre con 5 mila euro cash. Papà Mauro Caroccia, ras della ristorazione alla periferia di Roma, fedelissimo del boss Michele Senese a cui lo lega un’antica amicizia, per il clan della Capitale faceva da prestanome.
Lo scorso 19 febbraio finisce in carcere, condannato in via definitiva per intestazione fittizia aggravata dall’aver agevolato un’associazione mafiosa. Lui è in cella a Viterbo, fuori la famiglia. Moglie e figli. Compresa Miriam, diciannove anni, titolare del ristorante “Bisteccheria d’Italia” finito al centro dell’affaire Delmastro.
A lei, il padre, a fine 2025 aveva lasciato le quote di quel locale sperso a Roma Sud, con una quarantina di coperti e decisamente pochi clienti. Ora entrambi sono finiti indagati, a vario titolo, per riciclaggio e intestazione fittizia. La procura di Roma vuole andare a fondo, scandagliare gli affari dei Caroccia, i legami con il clan Senese ed un faro è acceso anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma e Biella.
Una Srl fondata insieme al sottosegretario alla Giustizia, deputato, avvocato penalista, uomo di punta di Fratelli d’Italia. Ed è qui che sarebbe avvenuto anche un passaggio di contanti che, seppure di modesta entità, è tutto da chiarire.
Per ricostruire la vicenda bisogna tornare al 2017-2018. Mauro Caroccia lavora per
il clan Senese e, raccontano le sentenze, con i suoi ristoranti ripulisce il denaro che arriva dalla droga, dall’usura e da una lunga serie di affari illeciti.
C’è l’apertura del “Da Baffo”, poi “Baffo 2 Fish”. Dalle indagini, si legge negli atti, «emerge come il locale sia stato gestito sotto le direttive» dei Senese. E c’è una telefonata, intercettata dagli investigatori, significativa più di altre.
Angelo Senese, fratello del capo indiscusso, un nome e un cognome che nella Capitale significano affari sporchi e potere, redarguisce Mauro Caroccia per una discussione avuta con la moglie all’interno davanti ai clienti: «Ti devo tirare le orecchie! Ti devo tirare…». I litigi in pubblico rischiano di «pregiudicare il buon nome e l’andamento dell’attività». I ristoranti finiscono al centro dell’inchiesta, Mauro Caroccia a processo: condannato nel 2022, assolto in appello. Nel 2025 annuncia l’apertura di un nuovo locale, “Bisteccheria d’Italia”. Lo fa in pompa magna, con tanto di video: «Sono tornato».
Però nella 5 Forchette, che nasce formalmente a Biella il 16 dicembre del 2024, non c’è Mauro Caroccia ma la figlia Miriam, all’epoca appena maggiorenne. Ed è con lei che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si mette in società, con il 25% delle quote. Con lui, seppure sul 5%, investono pure dei compagni di partito: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, l’assessore biellese e segretario provinciale di FdI Cristiano Franceschini.
Più Donatella Pelle, impiegata, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone molto attivo in Piemonte nelle procedure fallimentari, che si prende il 10%. Il capitale versato al momento della nascita della società è appena 2.500 euro, un quarto dei diecimila euro di capitale sociale. Ma se questi soldi sono certi – certificati dalle copie degli assegni della Banca d’Asti (per le quote di Caroccia e Pelle) e Banca Sella (per tutti gli altri) depositati in camera di commercio – quando “i biellesi” escono e vendono il loro 50% a Miriam Caroccia per 5.000 euro, il saldo delle quote avviene in contanti. Forse.
Perché gli atti, redatti da un commercialista della città piemontese, si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Nessuna certificazione dell’avvenuto pagamento e nessuna specificazione se le somme
passate di mano hanno riguardato l’intero valore (i 5.000 euro riportati nei documenti) o solo la quota versata come capitale (1.250 euro, pari a un quarto).
I documenti non riportano una data, ma la registrazione presso la Camera di commercio locale avviene il 6 marzo scorso. Pochi giorni prima, il 3 marzo, viene registrato un atto-fotocopia dove cambia solo venditore e compratore: a vendere è la G&G di Delmastro, a comprare è la Pelle, che si trova così per qualche giorno con il 35% della società che gestisce il ristorante romano.
Anche in questo caso, «il corrispettivo» – la somma di 2.500 euro – al momento dell’atto è stato «già corrisposto» dalla Pelle «a mezzo di pagamento in contanti». La G&G era diventata socia della 5 Forchette il 28 novembre dello scorso anno. Quando Delmastro ha venduto di fatto a sé stesso, passando la sua quota alla società della quale detiene comunque il 100%. Con due differenze sostanziali rispetto agli altri passaggi di quote: l’atto è redatto da un notaio. E il pagamento (2.500 euro in questo caso) «verrà versato, con mezzi di pagamento tracciabili nel rispetto della normativa antiriciclaggio, entro 30 giorni».
(da La Stampa)

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IL CASO DELMASTRO È UNA BOMBA CHE PUÒ FAR ESPLODERE LA MAGGIORANZA. LA LEGA PARLA ORA “OPPORTUNITA’ POLITICA

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

IN BALLO STAVOLTA GLI AFFARI DI UN SOTTOSEGRETARIO CON IL PRESTANOME DI UN CLAN DELLA CAMORRA

Primi scricchiolii a destra sull’affaire Delmastro. La parola magica è «opportunità politica». La pronuncia la Lega, dopo tre giorni di silenzio. Ed è la stessa formula che FdI sfruttò per chiedere le dimissioni di Josefa Idem, anno 2013, governo Letta. Solo che stavolta in ballo non c’è una cartella dell’Imu non saldata, ma gli affari di un sottosegretario alla Giustizia con il prestanome di uno dei più potenti clan di camorra.
È il capogruppo del Carroccio in Senato, Massimiliano Romeo, a esporsi: «Dimissioni? Delmastro non è indagato e noi siamo comunque garantisti sempre — le parole di Romeo — ma una valutazione sull’opportunità politica va fatta. E la deve fare innanzitutto la persona direttamente interessata».
Se i leghisti iniziano a prendere le distanze è perché la difesa di Delmastro è piena di buchi e contraddizioni. La prima versione del sottosegretario era stata: ho scoperto solo dopo l’affare chi fosse il padre della diciottenne con cui avevo aperto la bisteccheria sulla Tuscolana. In realtà lo conosceva da oltre un anno, almeno,
come testimoniato dalla foto scovata ieri da Repubblica, scattata nel vecchio ristorante di Mauro Caroccia, nell’ottobre 202
Ieri, altre due foto, altri due pasticci: in uno scatto del 3 giugno 2025, diffuso dal Fatto, Delmastro è attovagliato in bisteccheria con Giusy Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio.
Non solo: a tavola, secondo fonti del ministero della Giustizia sentite da questo giornale, c’erano un mucchio di dirigenti del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Massimo Parisi, vicecapo del Dap; Rita Monica Russo, capo del personale della polizia penitenziaria a Roma; Lina Di Domenico, ex vicecapo del Dap, attuale capo del Dog, il dipartimento dell’organizzazione giudiziaria.
Le stesse fonti riconoscono, di spalle, pure Ernesto Napolillo, direttore generale dei detenuti. Insomma il dirigente che, da ultimo, dovrebbe vigilare sullo stesso boss Senese, in carcere. All’epoca della foto, Caroccia era già stato condannato nell’appello bis per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.
Un’altra foto è di gennaio 2026. Un selfie pubblicato sui social da un sindacalista della penitenziaria, sempre alla bisteccheria, sempre con Delmastro. Risale a un mese prima della condanna definitiva di Caroccia. Ma il sottosegretario aveva già iniziato a liquidare le quote personali che aveva nella società in comune con la figlia di Caroccia, girandole in un primo momento a una sua azienda. Il caso è tutt’altro che chiuso.
Anche da FI trapelano sbuffi di gelo. Il viceministro Francesco Paolo Sisto non spende una parola per perorare la causa del suo collega al dicastero di Nordio: «Penso che Delmastro sia in condizioni di chiarire personalmente la sua posizione».
Come dire: non chiedetelo a me. Giorgia Meloni per ora non scarica il suo fedelissimo. Non si sono ancora parlati a quattrocchi, solo al telefono. Il faccia a faccia avverrà dopo il referendum. Resa dei conti alle viste? Si vedrà. La trincea scavata a via della Scrofa al momento si regge su un pilastro: l’assenza di un’indagine a carico del sottosegretario. Il timore, detto a mezza voce dai Fratelli, è proprio questo: che l’argine non regga più.
L’interessato per ora dribbla le questioni. Ieri a Novara, all’ultimo comizio per il referendum, si è definito un «avvocato di provincia», sostenendo che «la generazione di Fratelli d’Italia è cresciuta nel ricordo di Giovanni Falcone». Stop.
C’è un’altra grana tutta politica per il sottosegretario. M5S e Avs hanno presentato una mozione di censura alla Camera, per farlo dimettere. Ma soprattutto, il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, ha spedito una lettera al presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, chiedendogli «quali provvedimenti intende adottare per la mancata comunicazione» da parte di Delmastro circa l’attività messa su con Caroccia. Comunicazione obbligatoria per legge, per gli eletti.
In teoria Delmastro rischia una sanzione. Fontana, fanno sapere dalla sua cerchia, girerà la pratica al comitato sulla condotta dei deputati. Che però è presieduto da un fratello d’Italia: Riccardo Zucconi.
(da agenzie)

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ANDREA DELMASTRO E L’INDAGINE SUI CAROCCIA PER IL RISTORANTE: INDAGATI MAURO E MIRIAM CAROCCIA

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

I PM DI ROMA IPOTIZZANO L’INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI E IL RICICLAGGIO,,, SOTTO LA LENTE IL PASSAGGIO DI PROPRIETA’ DELLE QUOTE

Mauro e Miriam Caroccia sono indagati per intestazione fittizia di beni e riciclaggio in relazione al ristorante Bisteccheria d’Italia di cui era socio il deputato di Fratelli d’Italia e sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove insieme ad altri esponenti biellesi del partito. Mentre le tante foto ritrovate in questi giorni sui social media testimoniano che Delmastro ha mentito quando ha cercato di sostenere di conoscere solo Miriam («si scopre che è la figlia di…»). E c’è anche un giallo sulle quote. Perché gli atti si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Senza certificazione dell’avvenuto pagamento.
A parlare dell’inchiesta della procura di Roma oggi sono Repubblica, Stampa e Il Fatto. Che prende spunto da quella che ha portato in galera Michele Senese e lo stesso Caroccia, condannato a 4 anni per riciclaggio con l’aggravante mafiosa. E che all’epoca aveva coinvolto Claudio Cirinnà, fratello dell’ex senatrice Monica Cirinnà. Negli atti si descriveva il metodo utilizzato dal clan di Senese per investire le sue disponibilità finanziarie «in attività economiche gestite da imprenditori ben conosciuti: Papa, Vestiti, Sorrentino, Caroccia, Mastrosanto». I ristoranti di proprietà di Caroccia vengono elencati dai magistrati: “Baffo”, “Baffo 2 Fish” e “Baffo 2018”. Ma agli atti ci sono anche le telefonate con Senese, i soldi alle radio romane e soprattutto i contatti con Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik.
La S.S. Lazio
Il fondatore degli Irriducibili ucciso il 7 agosto del 2019 al Parco degli Acquedotti infatti gestiva un traffico di droga che andava in contrasto con gli interessi dei Senese. Prima di essere ammazzato aveva telefonato a Daniele Caroccia proprio per minacciarlo in relazione alle sue frequentazioni. Ma d’altro canto la tifoseria biancoceleste compare di tanto in tanto in questa storia. Forse perché dal calcio ha avuto origine la conoscenza tra Delmastro e Caroccia (il deputato piemontese è a sua volta tifoso laziale e fa parte del club biancoceleste di Montecitorio). Daniele
Caroccia ha detto al Fatto che «Chi è mio fratello lo sanno anche le pietre». Ma Delmastro non sapeva che la Bisteccheria era nata dai locali sequestrati per mafia.
In carcere
Intanto Caroccia è nel carcere di Viterbo dal 19 febbraio. Mentre piazzale Clodio ha acceso un faro anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma. Perché se il capitale versato al momento della nascita della società è di 2.500 euro, un quarto dei diecimila di capitale sociale, nell’atto si riporta che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Senza certificazioni del pagamento.
(da agenzie)

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ELLY SCHLEIN HA BUON GIOCO: “MELONI E’ GARANTISTA SOLO CON GLI AMICI”

Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile

“HA FATTO TUTTA LA CAMPAGNA REFERENDARIA DICENDO CHE CHI SBAGLIA PAGA. MA PER DELMASTRO NON VALE MAI”

A Elly Schlein la “manina” evocata ieri da Giorgia Meloni sulla notizia di Delmastro e del ristorante in società con la figlia di un mafioso non è andata già. «Siamo alle solite: quando la premier è in difficoltà grida al complotto. Ma la manina di cui dovrebbe preoccuparsi è quella del sottosegretario alla giustizia che ha fondato una società con la figlia 18enne di un indagato per mafia, poi condannato, sostenendo di non sapere chi fosse. E che ha pure mentito perché non ha dichiarato di possedere quella società. Ci sono foto che mostrano come Delmastro fosse nel ristorante con la capo gabinetto di Nordio già dopo la condanna per mafia del padre della sua socia. La premier avrebbe dovuto pretendere dimissioni immediate», dice in un’intervista a Repubblica la leader Dem.
Elly Schlein e la manina di Giorgia
Secondo la segretaria del Pd «Hanno fatto tutta la campagna referendaria dicendo che chi sbaglia paga. Ma per Delmastro non vale mai? Sono garantisti solo con gli amici. Meloni ha anche affermato di aver appreso la notizia dalla stampa e che bisognerebbe riflettere su un certo modo di fare giornalismo. Fossi in lei rifletterei sul modo in cui sceglie i vertici del ministero della Giustizia. Anziché difendere i suoi, difenda le istituzioni e il loro onore». Sul decreto benzina alla vigilia del referendum, invece, «intanto non ne sta avendo sul prezzo dei carburanti e quindi sulle tasche degli italiani. Noi siamo stati i primi a chiedere di intervenire sulle accise che il governo aveva aumentato, ma se non si ferma l’escalation questo decreto rimarrà solo uno spot elettorale. Potevano farlo 15 giorni fa, invece hanno aspettato la vigilia del referendum. Il perché è ovvio».
La guerra e il no
Secondo Schlein la guerra tra Usa, Israele e Iran peserà a favore del no nel referendum: «È scritto in Costituzione che l’Italia ripudia la guerra. Mi aspetto che lo faccia anche il governo, chiedendo il cessate il fuoco e chiarendo che non autorizzerà mai l’uso delle basi né manderà navi a Hormuz: significherebbe farci trascinare nel conflitto illegale di Trump e Netanyahu». Mentre sull’accordo con i paesi europei per una missione navale, «il documento è vago e ambiguo. Il governo deve escludere l’invio delle navi per forzare il blocco, Meloni stessa ha detto che sarebbe un passo verso il nostro coinvolgimento e noi non possiamo permetterlo. Devono dire a Trump di fermarsi e tornare alla via negoziale nelle sedi multilaterali».
Meloni e Trump
Ma questo è impossibile, riflette Schlein, perché «finora non è stata mai capace di dire un no secco alla Casa Bianca. Non l’ha fatto sull’aumento della spesa militare, sul board of peace sebbene aggirasse la Costituzione e sui dazi ha minimizzato. Ma il problema non è solo la subalternità a Trump, è che non riesce a scegliere fino in fondo l’Europa. È contraria ad abolire l’unanimità. Non lotta per gli investimenti comuni, chiesti anche dalle nostre imprese. Il piano del tycoon è disgregare l’Unione, assecondarlo va contro il nostro interesse nazionale».
La crisi e il Pil
Infine, sulla crisi e il Pil: «Se non ci fosse stato il Pnrr ci saremmo già in recessione. Siamo il Paese più esposto a una crisi energetica che secondo l’Aiea è la più grave della storia recente. Il Codacons ha calcolato che la guerra in Iran ci costa 16,5 milioni in più al giorno solo di carburanti. Il gas sta salendo, ma il governo resta ostile alle rinnovabili. In Spagna hanno investito così tanto sull’energia pulita che il costo in bolletta è sceso del 40%. Se non si scollega il prezzo dell’elettricità da quello del gas e si punta sulla filiera delle rinnovabili non riusciremo mai a raggiungere l’autonomia energetica».
(da agenzie)

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