Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
A GENNAIO DI QUEST’ANNO ERA LI’ A MANGIARE CON TUTTA LA POLIZIA PENITENZIARIA, MENTRE AVEVA DETTO DI AVER VENDUTO LE SUE QUOTE APPENA SCOPERTA L’IDENTITA’ DI MAURO CAROCCIA, LEGATO ALLA MALAVITA ROMANA
Il castello di bugie del sottosegretario, Andrea Delmastro Delle Vedove, crolla definitivamente di fronte alla foto che Domani può pubblicare. Dobbiamo tornare a fine gennaio di quest’anno, 2026. Il politico è impegnato sul fronte caldo della riforma della Giustizia. Un impegno istituzionale che non gli ha impedito di trovare il tempo per occuparsi anche di affari privati: da due mesi il potente meloniano ha venduto le quote della srl 5 Forchette che gestisce, insieme alla figlia giovanissima dell’uomo di camorra, l’imprenditore Mauro Caroccia, e ai vertici di Fratelli d’Italia Piemonte.
Delmastro ha venduto a una srl da lui fondata cedendo le sue quote personali, poche settimane dopo tutti scapperanno dalla società. Ufficialmente nel ristorante non compare l’uomo del più potente clan romano, i Senese. Ma tutti sanno che è lui l’oste che intrattiene gli ospiti. Le azioni sono detenute dalla figlia, che presta il nome per evitare nuovi sequestri e con lei c’è il gotha di un partito (incluso il sottosegretario alla Giustizia) che si riempie la bocca con la lotta alla mafia.
Dopo lo scandalo esploso in questi giorni, il padrone delle carceri italiane ha detto di aver ceduto le quote appena saputa l’identità di Caroccia. Solo lui non si era accorto di niente, chi fosse l’imprenditore era cosa nota a mezza Roma. Lo scatto che questo giornale pubblica smonta proprio la sua versione. Crolla così l’ultima bugia, condita da frasi di circostanza come «la mafia è una montagna di merda»
L’intoccabile di stretta osservanza meloniana cita Peppino Impastato, un film a lui dedicato, militante e intellettuale antifascista ucciso dalla mafia. Lo fa per giustificare le avventure e i rapporti con l’uomo della camorra romana. Ma questa impalcatura difensiva implode grazie alla foto del gennaio scorso.
Bistecche e bugie
Domani può ricostruire che nel periodo in cui Caroccia era già stato condannato dalla corte d’appello, a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver favorito il clan, Delmastro ha continuato a frequentare quel locale chiacchierato. Il sigillo giudiziario definitivo sulla storia di Caroccia è arrivato a metà febbraio. E cosa fa Delmastro a fine gennaio? Partecipa a una cena con la polizia penitenziaria nel ristorante che odora di brace e puzza di mafia. Il sottosegretario alla giustizia viene immortalato in foto con un sindacalista, Raffaele Tuttolomondo, del quale questo giornale si è già occupato per la vicinanza, quasi devozione, nei confronti di Delmastro. «Sempre a difesa delle Donne e agli Uomini della Polizia Penitenziaria insieme al grande amico Sottosegretario Segretario alla Giustizia Andrea Delmastro. GRAZIE GRAZIEEEE», scrive Tuttolomondo, sorridente con Delmastro al suo fianco. Contattati da questo giornale, né Tuttolomondo né il sottosegretario hanno risposto alla richiesta di un commento.
Dietro i due si vede il logo di Bisteccheria d’Italia, il ristorante dove il sottosegretario ha fatto accomodare poliziotte e poliziotti di un corpo, diventato troppo in fretta alla stregua di una polizia privata. Un corpo dello stato a cena dove il gestore è cresciuto e si è servito dei soldi del clan, quelli provento di narcotraffico e delitti di ogni genere. Mettendo così a rischio la credibilità ed esponendo un’intera istituzione che lavora nelle carceri, luoghi cruciali per gli imperi criminali.
Dopo la bufera per la notte di capodanno, quando l’amico deputato Emanuele Pozzolo da pistolero avevo ferito un uomo, con gli agenti penitenziari partecipi di quella serata esplosiva, ora arriva la cena nel ristorante gestito dall’imprenditore al soldo della camorra romana e di cui lo stesso sottosegretario è stato socio fino a pochi mesi fa, nei mesi in cui si occupava di riforma della Giustizia.
«I suoi fedelissimi andavano in giro a sponsorizzare il ristorante, uno di loro mi ha più volte invitato: “Andrea si è preso un ristorante a Roma. Dai vieni a mangiare, c’è una carne fantastica”», ha raccontato a Domani chi frequentava il mondo piemontese di Fratelli d’Italia.
Smentito dai fatti
La parabola societaria è ormai nota. La società viene fondata nel dicembre 2024. Dentro 5 Forchette ci sono il fedelissimo Davide Zappalà, consigliere regionale, Elena Chiorino, assessora e numero due della giunta, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in comune a Biella, Donatella Pelle, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone. Ma soprattutto azionista e amministratrice è Miriam Caroccia, figlia di Mauro, il ristoratore, ora in carcere, condannato a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato la camorra. Firmano un atto con una giovanissima, ma non si accorgono di nulla. Un’altra foto, quella del 2023 nel vecchio locale, in piedi grazie alla camorra, immortalava proprio Caroccia con Delmastro.
Delmastro cancella il suo nome tra i soci della srl a novembre, quando il sottosegretario cede le sue quote personali a una società da lui fondata. Tra febbraio e marzo di quest’anno, dopo che la corte di Cassazione ha messo il sigillo alla condanna dell’imprenditore, scappano tutti. «Ho lasciato l’azienda quando ho saputo della storia di Caroccia», in sintesi la giustificazione di Delmastro dopo lo scandalo sollevato dal Fatto Quotidiano. Dunque è ancora più grave il senso di questa foto di gennaio, dopo che il meloniano ha lasciato formalmente la società con la figlia del prestanome dei Senese. Perché seppure a conoscenza del curriculum di Caroccia, ha deciso di tornarci a gennaio: non da solo ma con la polizia penitenziaria, nel locale dell’uomo dei Senese, i padroni criminali di Roma. Oggi Senese, il pazzo, è in carcere dopo anni di impunità, condannato come padrone della camorra romana. Il suo uomo, l’imprenditore Caroccia, anche. Mentre il sottosegretario è ancora al suo posto, la legalità delle destre è così: un castello di sabbia.
Dura la presa di posizione della corrente centrista della magistratura, Unicost: «Mentre c’è in gioco un referendum che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e in cui i toni inquisitori verso i magistrati sono a livelli mai raggiunti prima, apprendiamo che uno degli uomini di punta del Governo era in rapporti d’affari con personaggi legati a uno dei clan mafiosi più attivi, anche nell’infiltrazione nelle attività economiche, nel nostro Paese e con proiezioni internazionali».
Nello Trocchia
(da editorialedomani.it)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA TRAVOLTO DA UNA NUOVA POLEMICA OVVIAMENTE NON SI DIMETTE
È scoppiato un nuovo caso che coinvolge Andrea Delmastro delle Vedove. Dopo la condanna
in primo grado nel caso Cospito e il caso dello sparo di Capodanno, ora
l’attenzione mediatica e politica si è spostata sul sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia per una società fondata a dicembre del 2024. Il problema si concentra sulla socia di Delmastro, Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con aggravante mafiosa.
Il caso del ristorante, chiamato Bisteccheria d’Italia, e soprattutto del coinvolgimento del sottosegretario finirà davanti alla commissione Antimafia in Parlamento. Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni dell’esponente di FdI, ma Giorgia Meloni lo ha difeso, come aveva fatto la sorella Arianna poche ore prima – pur ammettendo che avrebbe dovuto essere più “accorto”. Da quando il caso è scoppiato, però, sono emerse diverse contraddizioni che finora né Delmastro né il governo hanno chiarito.
La società fondata a Biella con una diciottenne
Ciò che sappiamo, rivelato inizialmente dal Fatto quotidiano, è che il 16 dicembre 2024 Delmastro firmò davanti a un notaio di Biella per la nascita della società Le 5 forchette srl. Tra i soci c’erano altri esponenti di spicco di Fratelli d’Italia in Piemonte: la vicepresidente regionale Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, il consigliere meloniano a Biella Cristiano Franceschini. E soprattutto c’era la giovane indicata come amministratrice della società: Miriam Caroccia, appena maggiorenne.
Il problema è che la ragazza è la figlia di Mauro Caroccia, imprenditore già pubblicamente coinvolto in un’inchiesta sulla camorra. L’accusa degli inquirenti era che Caroccia usasse i suoi ristoranti, Da Baffo, per riciclare soldi del clan Senese.
Nel periodo in cui nacque la società con Delmastro, Caroccia era stato assolto in appello. Poi la Cassazione avrebbe disposto un altro processo e sarebbero arrivate le condanne, questa volta definitive. Proprio in quei mesi, a novembre 2025, Delmastro prima ha venduto le sue quote a una società di cui era socio unico, poi – tra febbraio e marzo di quest’anno – sia lui sia gli altri esponenti di Fratelli d’Italia si sono tirati indietro. In buona parte, vendendo le proprie partecipazioni proprio a Miriam Caroccia.
Il punto è che Delmastro stesso sostiene di non sapere chi fosse la giovane. Si è limitato a dire che era una “ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di”. Dunque non avrebbe saputo chi fosse suo padre. L’avrebbe scoperto solo a posteriori: “Nel momento in cui si scopre, immediatamente, per il
rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società”, ha aggiunto.
Qui però iniziano le cose che non tornano. Non è chiaro come Delmastro conosciuto la socia, né perché abbia deciso di aprire una società con una diciottenne. Nella Bisteccheria d’Italia c’era più di un riferimento a Da Baffo, il vecchio locale del padre della giovane.
Ma soprattutto, Delmastro aveva già incontrato Mauro Caroccia. Era andato a cena nel suo ristorante il 20 ottobre 2023. Lo ha dimostrato una foto, pubblicata sui profili social del locale, in cui lo stesso titolare commentò: “Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero Baffo”.
I precedenti di Caroccia difficili da ignorare
Caroccia, vale la pena di ricordarlo, era indagato da anni a quel punto. Era stato arrestato nel 2020 nell’ambito dell’indagine chiamata Affari di famiglia, e le carte dell’inchiesta sul suo conto mostravano un rapporto stretto con i boss Senese. Le condanne hanno confermato che utilizzava i suoi locali per agevolare il riciclaggio di denaro dell’organizzazione camorristica.
È difficile immaginare che non solo un parlamentare, ma un sottosegretario alla Giustizia, non conoscesse la vicenda anche prima delle condanne definitive. O che non si sia informato su chi fossero le parentele di Miriam Caroccia, prima di fondare una società con una diciottenne. E invece è proprio questa la versione di Delmastro: che non avrebbe saputo chi era la ragazza fino a circa un anno dopo, quando ha venduto le sue quote.
Niente comunicazione ufficiale sulla nuova società
Si è aperta anche un’altra questione, solo apparentemente formale. I rappresentanti delle istituzioni sono obbligati, per legge, a dichiarare le loro variazioni patrimoniali. Ogni anno devono fare una dichiarazione in cui chiariscono non solo la loro dichiarazione dei redditi, ma anche eventuali investimenti. È per evitare conflitti d’interesse. Eppure, negli atti depositati da parte di delmastro non risulta la nascita della società Le 5 forchette. Lo stesso vale per gli altri esponenti politici di Fratelli d’Italia.
Le opposizioni hanno chiesto anche il perché di questa decisione. Dal punto di vista dei regolamenti, potrebbe causare una sanzione. Ma gli esperti non escludono che ci
possano anche essere ricadute sul piano penale, anche se su questo le norme non sono del tutto chiare.
(da Fanpage)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’AFFONDO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI DELL’OMAN DA’ VOCE ALLA RABBIA E AI DUBBI DELLE PETROMONARCHIE: “LE BASI USA UN GUADAGNO O UN PROBLEMA?”
C’era una volta l’Età dell’Oro. Donald Trump voleva portarla agli Usa, ma c’era un gruppo di Paesi che credeva di essersela già aggiudicata: quelli del Golfo. Sui petrodollari le monarchie di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e non solo stavano costruendo hub «dorati» – per il club dei ricchi, ovviamente – a base di hotel e
grattacieli, affari e turismo, sport e innovazione tecnologica. Trump in questo pareva l’alleato perfetto – nessun presidente Usa come lui è tanto sensibile al fascino del denaro, e nel Golfo punta(va) le fiches pure dei suoi affari personali e di famiglia. Non a caso il primo viaggio del suo secondo mandato alla Casa Bianca aveva scelto di farlo proprio tra le palme e gli sfarzi di Riad, Doha e Abu Dhabi. Ma la guerra in Iran che infuria ormai da tre settimane – comunque procederà – potrebbe all’opposto allontanare strutturalmente gli Stati Uniti dai partner del Golfo. Se c’è una «furia epica» – brand ufficiale dell’operazione militare Usa – sembra essere in questi giorni proprio quella dei vertici delle petromonarchie. Infuriate con l’Iran che le bersaglia di droni e missili dove fa più male – aeroporti, hotel, giacimenti, appunto – ma anche con gli Usa che li hanno di fatto trascinati in una guerra esiziale.
L’affondo senza precedenti dell’Oman
A dare voce nel modo più esplicito e brutale a questa rabbia è Badr Albusaidi. Il ministro degli Esteri dell’Oman è rimasto scottato pure sul piano personale, considerato che era lui a tirare le fila dei faticosi negoziati indiretti Usa-Iran sul nucleare degli ultimi mesi. Ci credeva davvero, lui. La Casa Bianca, è il legittimo sospetto, decisamente meno. E in ogni caso la decisione di far saltare il tavolo attaccando preventivamente l’Iran il 28 febbraio ha precipitato la regione nel caos. E ora i danni chi li paga? «L’America ha perso il controllo della sua politica estera», scrive Albusaidi in un durissimo op-ed ospitato dall’Economist. Nel quale invita i suoi (ex?) alleati un po’ in tutto il mondo – dunque anche l’Europa – ad aprire gli occhi e provare a riaprirli ai “sonnambuli” americani. «La questione per gli amici dell’America è molto semplice: cosa possiamo fare per liberare la superpotenza da questo ginepraio» in cui s’è cacciata? Il dirigente dell’Oman condivide in effetti l’analisi che viene fatta perfino tra i suoi ex collaboratori, e cioè che Trump si sia fatto trascinare in una guerra senza senso. «Il più grande errore di calcolo dell’amministrazione americana è stato certamente quello di consentire di lasciarsi trascinare in un guerra che non è la sua», perché «non c’è alcuno scenario possibile in cui sia Israele che l’America possano ottenere da essa ciò che vogliono».
Data center addio?
Il problema, dal punto di vista dei Paesi del Golfo, è che a fare da fusibili di questo calcolo errato ora sono proprio loro. E questo cambierà lo scenario, in modo probabilmente strutturale. «Per gli Stati del Golfo un modello economico in cui lo sport globale, il turismo, l’aviazione e la tecnologia giocavano un ruolo importante ora è in pericolo», scrive Albusaidi dando voce a quello che molti nella regione preferirebbero non dover ammettere. E il progetto futuro che coltivavano insieme all’America ora potrebbe andare fuori strada: «I piani per diventare un hub globale per i data center potrebbero dover essere rivisti», scrive ancora Albusaidi. Minacce di rappresaglia all’Iran a parte, devono essersi incentrate anche su riflessioni di medio termine come queste le discussioni «d’emergenza» svoltesi ieri a Riad tra i ministri degli Esteri dei Paesi arabi e islamici.
Il «ripensamento» nel Golfo sulle basi Usa
Secondo alcuni osservatori la rabbia del Golfo potrebbe portarli perfino a rimettere in discussione la presenza massiccia di basi Usa nella regione, prese brutalmente di mira dall’Iran. «Dovevano proteggere la nostra sicurezza, ora invece ci impediscono di prendere decisioni in modo indipendente e difenderci», si legge in un commento su Al Araby Al Jadeed, quotidiano in lingua araba finanziato dal Qatar. Secondo Bruno Schmidt-Feuerheerd dell’Università di Oxford, ci sono le condizioni perché su questo tema ci sia un serio ripensamento dopo la guerra: i Paesi del Golfo, dice a Deutsche Welle, «dovranno decidere se le basi militari Usa sono un beneficio di sicurezza o un rischio». Ci andrà tempo e la risposta non è scontata, certo, ma intanto quello che pare già chiaro è che «l’equilibrio decennale petrolio a basso costo in cambio di garanzie di sicurezza americane inizia a sembra un modello superato». Mentre in fondo al tunnel della guerra la luce ancora neppure si vede.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER, NORDIO, MATONE, BONGIORNO, BARTOLOZZI: UN FANTASTICO COMITATO DEL NO
Al referendum voto No perché mi ha convinto Giorgia Meloni quando mi ha spiegato che, se
vince il No e non passa la riforma-Nordio, stupratori e pedofili finiranno in libertà. Sulle prime ho detto: “Cacchio, allora bisogna che voti Sì!”.
Poi mi sono ricordata che è stato il ministro Nordio ad aver rimesso in libertà uno stupratore di bambine, facendo tornare a casa con un volo di stato il torture libico Almasri sul quale pendeva un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e di guerra tra i quali omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale anche su minori: la Corte ritiene che Almasri abbia commesso personalmente questi reati in Libia o che abbia ordinato a membri delle Forze speciali al suo comando di commetterli dal 2015 in poi.
Senza contare che il governo guidato da Giorgia Meloni resta saldamente alleato di un paese che non persegue i coloni e i soldati accusati di stupri suoi minori, denuncia l’Onu, e senza contare che il nostro miglior alleato Donald Trump veniva definito “il mio migliore amico” dal pedofilo e stupratore seriale Epstein intimamente legato al già premier e capo dei servizi segreti di quel paese che non processa gli stupratori e che anzi, perfino di fronte al video che riprende lo stupro di un detenuto in carcere da parte delle guardie, invece che condannare le guardie archivia i cinque responsabili e arresta la procuratrice generale dell’esercito che ha diffuso il video.
Certo, quando poi Meloni ha detto che se vince il Sì i bambini non verranno più separati a forza dai loro genitori ho detto ok, allora forse voto Sì, che questa cosa dei bambini separati a forza dai loro genitori anche quando i genitori sono amorevoli e accudenti non piace per niente, ma poi mi sono ricordata che è il governo a separare le famiglie dei richiedenti asilo, madri e figli da una parte, padri in Albania, ed è il nostro più grande alleato che manda i poliziotti ad arrestare i bambini in braccio ai loro genitori per poi separarli o che manda i poliziotti a sparare in faccia alle madri innocenti e disarmate come nel caso di Renee Good, impedendo loro di tornare a casa dai figli, o che bombarda una scuola elementare uccidendo sul colpo 165 bambine separandole per sempre dai genitori, per non parlare del nostro alleato che ha provocato più orfani di qualunque cataclisma: circa 50mila solo in quella località chiamata G@z@ per aggirare la censura dei social pagati dal governo dell’alleato in questione, senza che Meloni stracci gli accordi di collaborazione, invochi sanzioni, blocchi l’export di armi verso quel paese che separa per sempre così tanti bambini dai loro genitori. Mi è sembrata un po’ in malafede, ecco.
Mi sono detta, ok, che c’entra, si vota nel merito: se una riforma serve ad accorciare i tempi dei processi che in Italia sono biblici allora vale la pena votare Sì! Ma poi la responsabile giustizia della Lega e presidente della commissione giustizia del Senato – una che ne sa più di me, mi sono detta – Giulia Bongiorno è sbottata: «Ma chi è che ha detto che questa riforma incide sui tempi della giustizia?! Ma quando mai!».
Allora ho detto scusate eh, ma allora, di preciso, a cos’è che serve questa riforma? E il ministro della Giustizia mi ha chiarito che serve a mettere la magistratura sotto il controllo di qualcuno perché attualmente la magistratura, proprio come prevede la Costituzione che si vuole cambiare, non è sotto il controllo di nessuno: è indipendente.
Ho detto ma no, dai, ma non ci credo che sia questo il vero scopo della riforma! Mi sembrerebbe clamoroso! Un golpe! La fine della separazione dei poteri!
Sentiamo cosa ne pensa la senatrice ex magistrato leghista Simonetta Matone, che infatti ha rimproverato Nordio dicendo che quella cosa lì che ha detto Nordio la pensano tutti, ha detto Matone, tutti loro che vogliono la riforma, ma – furbi – non la dicono: mentre Nordio, ha detto Matone, “confonde quello che si può dire un salotto tra amici con quello che si può dire in pubblico”, ha detto Matone in pubblico, e allora ho detto io “Ma che davero?”.
E la capa di gabinetto del ministro Nordio ha detto che sì, davvero lo scopo è quello: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”, ha detto in tv, convincete le persone con qualunque mezzo, pure con il classico voto di scambio, ha detto a un evento pubblico il deputato di Fratelli d’Italia, Aldo Mattia: «Il solito sistema clientelare, tu mi fai questo favpre perché io ti ho fatto questo favore», confondendo pure lui quelle cose che chi le pensa in privato non le dice in pubblico perché il voto di scambio è un reato, fino a quando c’è una magistratura a perseguire i reati.
E allora ho detto: sai che c’è? Mi avete convinto! Grazie Meloni, Nordio, Matone, Bongiorno, Bartolozzi, Mattia, grazie gentili esponenti del governo e della maggioranza per essere riusciti a rendere chiara una materia altrimenti così tecnica e poco comprensibile per il comune cittadino.
Mi avete convinto con poche e semplici parole, che altrimenti mi toccava leggere Marco Lillo che mi faceva una testa tanta partendo dal delitto Matteotti che Mussolini confessò restando impunito e guarda caso a volere la riforma sono quelli con il busto del Duce. O Marco Travaglio che ti illustra per filo e per segno come i padri nobili di questa riforma siano Licio Gelli e il pidduista Silvio Berlusconi. Dico, ma c’è bisogno di scendere così nello specifico? Nordio è stato così chiaro! E Bongiorno e Matone: un fantastico comitato del No.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE GLI STATI UNITI SONO IN DIFFICOLTA’, AL PUNTO CHE IL SEGRETARIO DEL TESORO AMERICANO, SCOTT BESSENT, HA DETTO CHE GLI USA POTREBBERO RIMUOVERE LE SANZIONI AL PETROLIO IRANIANO GIÀ IN NAVIGAZIONE. SAREBBE UNA MOSSA CLAMOROSA, DOPO 56 ANNI DI MISURE CONTRO TEHERAN
Secondo il governo del Qatar gli attacchi iraniani contro l’impianto di Ras Laffan ridurranno del 17% in cinque anni la capacità di esportazione di gas naturale, causando al Paese una perdita di 20 miliardi di dollari di entrate annuali. Lo scrive la Bbc. Il Gnl viene prodotto raffreddando il gas naturale a temperature molto basse utilizzando una grande unità di processo industriale nota come ‘train’, spiega l’emittente britannica, e il ministro afferma che gli attacchi iraniani hanno danneggiato due dei 14 ‘train’ dell’impianto.
“Cinque anni non bastano per una riparazione”, ha dichiarato alla Bbc Ciaran Roe, direttore commerciale di HySights, società di intelligence di mercato per i combustibili puliti con sede a Singapore. “Si tratta di una ricostruzione completa”.
I paesi asiatici sono i più dipendenti dal Gnl del Qatar, in particolare Giappone, Corea del Sud, India e Cina. In Europa, Italia e Belgio sono già grandi clienti, ma il continente nel suo complesso sta diventando sempre più dipendente dal gas mediorientale, avendo abbandonato le importazioni russe in seguito alla guerra in Ucraina e il Qatar è uno dei principali, se non il principale, attore nel mercato globale del gas naturale, ricorda la testata.
“La paura potrebbe persistere sul mercato per diversi mesi, se non anni”, afferma Roe. “Questo cambierà il modo di pensare dei governi nei confronti delle importazioni di Gnl”.
Se il mercato del petrolio fosse perfetto — guidato da domanda e offerta, non da agende politiche e azioni di guerra — accadrebbe qualcosa che in questa guerra è alieno: andamenti uguali per tutti nel mondo e non uno scarto di quasi il 50% fra il prezzo euro-americano e quello in Asia.
E se il mercato del gas non fosse stato trascinato nel conflitto del Golfo, con guasti duraturi a uno dei maggiori impianti al mondo, e il rischio di blocco delle forniture a Italia e Belgio, l’Europa ora non rischierebbe la seconda crisi strutturale dell’energia in quattro anni.
Invece le ultime 48 ore segnano un’ulteriore discesa nel conflitto, con gli impianti di petrolio e metano come ostaggi contro i quali entrambe le parti infieriscono. A un attacco israeliano su South Pars, le infrastrutture del giacimento di gas che Teheran condivide con Doha, è seguito quello iraniano sull’impianto qatariota di Ras Laffan.
E poiché quest’ultimo è uno dei maggiori nel gas naturale liquefatto e avrà bisogno di anni per tornare a pieno regime, la guerra del Golfo sta imprimendo un altro giro di vite all’economia mondiale.
Eurasia Group, il think tank di Ian Bremmer, prevede che all’Italia questa crisi possa costare un intero punto percentuale di prodotto lordo nel 2026 (dunque porterebbe il Paese in recessione), a Francia, Germania e Cina poco di meno.
Il segno che un’altra soglia è stata superata l’ha dato ieri il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. In un’intervista a Fox , ha detto: «Nei prossimi giorni, potremmo levare le sanzioni al petrolio iraniano che è già in navigazione».
Sarebbe uno stupefacente rovesciamento di rotta dopo 56 anni di misure economiche degli Stati Uniti contro Teheran, proprio quando per la prima volta i
due Paesi si affrontano in una guerra aperta e protratta. «Sono dieci giorni o forse due settimane di offerta di greggio in più», ha aggiunto Bessent.
Il fatto che l’amministrazione Trump parli di una simile ipotesi dà la misura di quanto i rincari dell’energia mordano
Bessent per ora cerca di fare dichiarazioni che calmino il mercato; ma senz’altro la Casa Bianca è disposta ad andare anche più lontano, pur di disinnescare i rincari del gallone di benzina per l’elettore medio negli Stati Uniti.
Le sanzioni alla Russia sono già sospese. La stessa apparente calma che regna sul solo West Texas Intermediate (Wti) — l’indice americano del petrolio, ieri più stabile sotto i cento dollari a barile rispetto all’indice europeo Brent o agli indici del Golfo Dubai e Oman — alimenta nel mercato il sospetto che il dipartimento del Tesoro stia intervenendo.
Alcuni osservatori si chiedono se l’amministrazione Trump cerchi di manipolare un po’ il prezzo. Avrebbe un modo per farlo: vendere o far vendere allo scoperto, provocandone i ribassi, i futures sul Wti. Sarebbe un’operazione ritenuta dagli esperti tanto efficace nell’immediato, quanto pericolosa alla lunga perché non potrebbe alterare lo squilibrio fra domanda e offerta.
Molti investitori iniziano poi a pensare che Trump possa bloccare, limitare o tassare l’export di energia americana per tenere entro i confini il più possibile del gas e petrolio prodotti negli Stati Uniti e così separare al ribasso i prezzi statunitensi da quelli del resto del mondo.
Molte di queste azioni sarebbero illegali e creerebbero terremoti sui mercati. Ma l’aspettativa è così diffusa che ieri la Casa Bianca ha dovuto smentire.
Forse più semplice per il presidente andarsene dichiarando una vittoria che non sarebbe tale, nella speranza che l’Iran riapra Hormuz. Certo la pressione resta . Preoccupa anche un’altra distorsione: il Wti ieri sera era a 95 dollari a barile, il Brent a 107, ma le varietà Oman e Dubai a 153 e 136; eppure questi tipi di greggio del Golfo costavano qualcosa meno del Brent fino a subito prima della guerra.
Il loro aumento vertiginoso si spiega perché essi sono divenuti molto più scarsi con la chiusura di Hormuz, a svantaggio dei compratori di Cina o Corea del Sud che ne usano la gran parte. Ma presto le raffinerie asiatiche potrebbero entrare in concorrenza con le raffinerie europee e americane per il greggio occidentale venduto ai prezzi del Brent
Facendo convergere i prezzi del petrolio consumato in Europa al rialzo, verso quelli del petrolio consumato in Asia.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
I SONDAGGI, LO SPETTRO TRACOLLO AL CONGRESSO E LE CARTE DI VANCE PER IL 2028
Tre settimane dopo, la guerra in Iran è un grande punto interrogativo. Per miliardi di cittadini
del mondo, e pure per quelli del Paese che l’offensiva l’ha lanciata. Cosa sta succedendo? Chi sta vincendo? Quanto durerà? Ne vale la pena? Tante domande e poche risposte. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il 58% degli americani disapprova la guerra. Un altro sondaggio del Quincy Institute condotto tra gli elettori di Donald Trump mostra però come la sua base gli dia ancora credito: il 76% sostiene per ora l’operazione militare. Il mondo MAGA però ribolle, anche perché il collasso del regime iraniano millantato da Trump non si vede, i rialzi del prezzo della benzina sì. E pure le bare dei primi soldati americani morti nel Golfo. A gettare il sasso nello stagno è stato Joe Kent, veterano di guerra ed esponente MAGA proiettato alla guida dell’Antiterrorismo. Si è dimesso accusando Trump di essersi fatto risucchiare da Israele in una guerra contraria agli interessi Usa. Tucker Carlson, icona mediatica del mondo MAGA, gli dà manforte. E anche dall’Amministrazione «sfuggono» voci disorientate sul senso della guerra. Ma cosa
e quanto rischia davvero Trump? Che succederà in concreto se alle mid-term gli elettori lo puniranno? E che ruolo potrà ritagliarsi l’aspirante successore JD Vance, noto per le sue strenue battaglie contro le «guerre senza fine» in Medio Oriente degli ultimi decenni? Open lo ha chiesto a Mario Del Pero, storico, esperto di America, professore di Storia internazionale a Sciences Po e ricercatore associato senior all’Ispi.
Professor Del Pero, in Iran Trump ha già perso il bandolo della matassa?
«Andiamo con ordine. Dal punto di vista della Casa Bianca l’operazione in Iran un senso ce l’ha: si tratta di indebolire il regime iraniano quanto basta da impedirgli di continuare non solo a minacciare Israele, ma più in generale di svolgere un ruolo centrale in Medio Oriente. Vuoto che riempirebbe in primis lo Stato ebraico, libero di espandersi realizzando il progetto della “Grande Israele” – come già sta accadendo in Cisgiordania -, mentre il Golfo diventerebbe in sostanza un grande hub tecnologico e criptovalutario, finanziando il debito Usa e le attività della stessa famiglia Trump in cambio dell’accesso a tecnologie sensibili. Decapitare sistematicamente la leadership in Iran significa dire a chi verrà che o si allinea a questa visione o ha un missile puntato sulla schiena».
Lo scenario Venezuela proiettato sul Medio Oriente. Ma può funzionare?
«Ovviamente che alcuni Stati si arroghino il diritto di decapitare le leadership e ridefinire come vengono governati Paesi o regioni intere del pianeta è spaventoso. Ma soprattutto no, il disegno non è realistico. Perché l’Iran non lo accetta, i Paesi del Golfo sono molto preoccupati e soprattutto perché una percentuale elevata dell’opinione pubblica Usa non intende più finanziare e armare Israele come fatto fino a oggi».
È pensabile che il mondo MAGA si «rivolti» contro Trump sulla guerra?
«Fino ad oggi MAGA è stato Trump, e non viceversa. Quel movimento l’ha sempre animato e indirizzato lui, anche contenendo quando necessario i suoi malumori. Qui c’è qualcosa di potenzialmente diverso perché l’alleanza con Israele a un pezzo non irrilevante del mondo MAGA non piace – anche per il riaffiorare di elementi di antisemitismo radicati nella cultura politica della destra Usa. Brutalmente, a un elettore MAGA che Khamenei sia finito sotto 6 metri di terra può anche far piacere, ma se per intervenire nel mondo il prezzo del gallone di benzina in America sfonda quota 4 dollari il sentimento cambia. Sondaggi a parte, l’indicatore più saliente è il
tasso di fiducia dei consumatori: calato di 10 punti in un anno, è al livello più basso da mezzo secolo a questa parte, sotto il livello perfino del 2008».
Un malessere che precede la guerra nel Golfo, dunque.
«Certo, s’intravedeva già da prima: l’inflazione morde, l’economia pure cresce ma mostra delle fragilità, i posti di lavoro creati sono pochi e in settori non certo altamente retribuiti – sanità, servizi alle persone. Trump aveva promesso il ritorno al Bengodi pre-2008, con tassi d’interesse bassi, credito facile, abbordabili. Se su questo malessere pregresso ora s’innesta una spirale sui prezzi generata dalla guerra, allora dei contraccolpi ci possono essere. Il movimento MAGA vale circa il 38-40% dei consensi negli Usa. Se da lì iniziano defezioni e i Democratici trovano la spinta per il rilancio, Trump resta senza maggioranza».
Chi e come potrebbe dare voce a questo malessere nella destra Usa?
«Oggi il movimento MAGA tiene in scacco il partito repubblicano, anche se non ne fai parte non puoi andargli contro o sei fuori. Ma se emergessero malumori percepibili nell’opinione pubblica, questo «emanciperebbe» da quell’ipoteca alcuni senatori repubblicani ora allineati col MAGA per opportunismo più che per convinzione. Quelli che non hanno alle porte un’elezione potrebbero permettersi di dare voce pubblica al dissenso in Congresso. Ricordiamo che Trump ha una maggioranza esilissima – alla Camera basta manchino due voti e la maggioranza non c’è più, al Senato ne basta uno in commissione per paralizzare il processo. Trump tiene unita quella galassia composita che è il movimento MAGA. Ma la sua presa non è infinita».
Tutti ora scommettono una sconfitta per Trump alle mid-term. Ma per un presidente come lui che governa da un anno in spregio di Congresso e Corte Suprema, cosa cambierebbe in concreto?
«A novembre si voterà per rinnovare l’intera Camera, un terzo del Senato, 36 governatori e 88 Camere statali su 99. I Democratici difficilmente riusciranno a strappare il Senato, mentre la Camera è fisiologico la riconquistino. È vero, sotto Trump abbiamo visto il Congresso più improduttivo degli ultimi decenni. Ma i Democratici guadagnerebbero due fiche pesanti: 1) La legge di bilancio deve passare tramite il Congresso, Trump per capirci non potrà più quadruplicare il bilancio dell’Ice a piacimento; 2) Varie commissioni possono investigare, chiamando testimoni a deporre sotto giuramento. C’è da presumere che i
Democratici useranno questa prerogativa. Per esempio per capire cosa c’è dietro la società di criptovalute gestita dai figli di Trump e Witkoff che prende due miliardi dagli Emirati».
Potrebbero usarla anche per avviare una nuova procedura d’impeachment?
«Non credo sarebbe una mossa molto intelligente. Al Senato non avrebbero chance di farlo passare, lancerebbero un’iniziativa ad alto rischio dando fiato alla narrativa della “caccia alle streghe” dei Democratici cara a Trump».
Il più imbarazzato per la nuova guerra in Medio Oriente sembra JD Vance, che si è sempre battuto contro avventure militari lontane. Che chance ha di «svincolarsi», anche in vista del 2028?
«L’uomo è abile. Ma sta imparando quel che ha imparato nel mandato precedente Mike Pence: fare il vice di Trump significa fare un patto col diavolo, lui chiede lealtà assoluta e poi quando vuole ti scarica addosso tutto. E senza l’originale – cioè Trump – il MAGA non regge, le distinzioni interne esploderebbero. Quindi sì, Vance ha posizioni anti-interventiste che potrebbero intercettare più consensi negli Usa e nella stessa base MAGA e repubblicana. Ma rischia di ritrovarsela spaccata. E a controllarla più di tutti resterà comunque Trump: fino al 2028, e magari anche oltre».
(da Fanpage)
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Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’IMMAGINE E’ STATA SCATTATA IL 3 GIUGNO 2025, DOPO CHE CAROCCIA ERA STATO CONDANNATO NELL’APPELLO BIS PER INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI AGGRAVATA DAL METODO MAFIOSO (IL 15 GENNAIO DELLO STESSO ANNO)… “DOMANI” SCODELLA UNA FOTO CHE DIMOSTRA COME DELMASTRO SIA TORNATO NEL LOCALE, CON UN SINDACALISTA DI POLIZIA PENITENZIARIA E ALTRI AGENTI, ANCHE A GENNAIO 2026, QUANDO IL SOTTOSEGRETARIO NON POTEVA NON SAPERE CHI FOSSE MAURO CAROCCIA
Andrea Delmastro è in piedi con una sigaretta in bocca. Seduta di fronte a lui, dall’altra parte del tavolo, Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia. E poi tutto il cerchio magico del sottosegretario che ha la delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Tutti riuniti intorno a un tavolo nel locale la Bisteccheria d’Italia, il locale finito al centro delle cronache perché collegato alla srl Le 5 Forchette, in cui fino a poche settimane fa erano soci Delmastro e altri politici di primo livello di Fratelli d’Italia in Piemonte.
Amministratrice unica e socia di maggioranza della srl collegata al ristorante è Miriam Caroccia, figlia 19enne di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso. Caroccia è un prestanome del clan Senese, uno dei più pericolosi di Roma.
Delmastro ha sostenuto di non sapere chi fosse il padre della sua socia. Una foto con Caroccia senior risalente addirittura all’ottobre del 2023, all’interno del vecchio ristorante della famiglia romana Da Baffo, lo smentisce: conosceva il padre di Miriam addirittura 14 mesi prima della costituzione della srl.
Ora però c’è un’altra foto a inguaiare il sottosegretario. È molto più recente: risale appena al 3 giugno del 2025. E soprattutto è chiaramente scattata all’interno di Bisteccheria d’Italia, il ristorante gestito da Mauro Caroccia finché era a piede libero. Delmastro è ritratto evidentemente a suo agio, visto che ha una sigaretta in bocca nonostante si tratti di un luogo chiuso.
D’altra parte il sottosegretario è con i suoi fedelissimi. Nella foto si riconosce chiaramente Bartolozzi, potente e contestata capo di Gabinetto del ministro Nordio, recentemente finita al centro delle polemiche per la frase contro la magistratura, definita “plotone d’esecuzione”. Ieri Il Fatto ha chiesto alla capa di cabinetto di confermare la sua presenza nel locale dei Caroccia, ma Bartolozzi non ha voluto rispondere alle nostre domande.
Ma da quello che risulta al Fatto a gestire i tavoli era direttamente anche Mauro, come d’altra parte si intuisce dai numerosi video promozionali della Bisteccheria ancora presenti sui social. Quando è stata scattata questa foto – il 3 giugno del 2025 – Caroccia era stato condannato nell’appello bis per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.
Il ristoratore aveva già una lunga storia giudiziaria alle spalle: arrestato nel luglio del 2020, condannato in primo grado nell’ottobre del 2021, assolto in Appello nel febbraio del 2023, prima che la Cassazione annullasse tutto, ordinando un nuovo processo di secondo grado.
L’Appello bis è del 15 gennaio del 2025, un mese dopo la costituzione della società Le 5 Forchette a Biella, tre mesi prima della nascita della Bisteccheria d’Italia. Quando lo stato maggiore cena nel locale di via Tuscolana il gestore è in attesa di una sentenza della Cassazione che potrebbe portarlo in carcere.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile
SE UN PUNTO VENDITA HA FATTO RIFORNIMENTO ANCORA CON LE ACCISE PRECEDENTI, APPLICHERÀ ANCORA QUELLA QUOTA NEL PREZZO FINALE. E I DISTRIBUTORI NON INTENDONO ANDARCI IN PERDITA – NEL FRATTEMPO, DI VENTI GIORNI DI “SCONTO”, UNO È GIÀ PASSATO INVANO: LA MISURA È STATA POI GIÀ SUPERATA DAL NUOVO BALZO DELLE QUOTAZIONI DEL PETROLIO, CHE POTREBBERO ANNULLARE IL RIBASSO DELLE TASSE. ALTRI PAESI EUROPEI HANNO SCELTO STRADE DIVERSE
Sulla strada statale 69, al distributore Tamoil di Ballao, provincia di Cagliari, il taglio è
scattato con una precisione svizzera. Venticinque centesimi in meno su benzina e diesel. Per la prima, un euro e 92 centesimi al litro alla mezzanotte del 18 marzo, un euro e 67 il giorno successivo dopo l’approvazione del decreto del governo.
Una solerzia che si è però vista molto poco nelle altre pompe di carburante. «Le rilevazioni effettuate da nostri associati nella giornata odierna, presso diversi distributori, mostrano prezzi sostanzialmente invariati», ha lamentato l’associazione di autotrasporti Ruote Libere. Lamentele analoghe anche dal Codacons, secondo cui il taglio «ancora non si è visto alla pompa».
La macchina del governo si attiva già a poche ore dall’approvazione dal decreto. Il nuovo algoritmo elaborato per stanare velocemente eventuali anomalie sui prezzi restituisce un quadro di adeguamento ancora molto lento alle misure. Un mancato recepimento che alle 15 del pomeriggio viene definito «significativo» dagli uffici del Mimit.
Proprio a partire dai dati elaborati scatta la macchina dei controlli e su indicazione dei ministri Urso e Giorgetti Mr Prezzi trasmette alla Guardia di Finanza l’elenco dei distributori che non si sono ancora adeguati al taglio. Le risorse sono limitate e l’esecutivo vuole assicurarsi che la misura, molto onerosa per le casse pubbliche, sia immediatamente efficace.
D’altra parte sono gli stessi dati dell’Osservatorio prezzi del Mimit a mettere in evidenza il recepimento a passo di lumaca del nuovo taglio. Su un campione di circa 25 distributori sparsi lungo tutto il territorio che avevano comunicato i dati al Mimit sia il 18 sia il 19 marzo, meno del 20% a metà pomeriggio aveva esposto ieri prezzi più bassi rispetto al giorno precedente.
Le aziende però invitano alla cautela. Il ritardo nell’aggiustamento dei prezzi dipenderebbe dal meccanismo stesso con cui si applica l’accisa. Se un punto vendita ad esempio ha fatto rifornimento ancora con le accise precedenti, applicherà ancora quella quota nel prezzo finale.
«È il principio delle scorte, molti distributori hanno acquistato quel carburante mercoledì pagando le accise a prezzo pieno, e non hanno intenzione di rivenderlo andandoci in perdita», spiega Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei. I tempi del via libera al provvedimento non hanno certo aiutato. «Il decreto è stato approvato a tarda sera e quindi bisognerebbe forse aspettare un’altra giornata per capire in che misura viene uniformemente attuato», sottolinea Marzio Galeotti, professore ordinario di Economia Politica all’Università degli Studi di Milano.
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Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “L’EVASORE O L’ELUSORE È UN FURBO CHE CE L’HA FAT:TA. CI MANCA L’IDEA CHE LO STATO SIAMO NOI; LO STATO È PERCEPITO COME ALTRO RISPETTO A NOI, COME QUALCOSA DA TEMERE E DA CUI GUARDARSI. POI CI ARRABBIAMO SE BISOGNA ASPETTARE SEI MESI PER UN ESAME URGENTE ALL’OSPEDALE”
Il problema è che fino a quando i Paesi europei giocheranno a farsi concorrenza tra loro, con le nazioni del Nord che attirano le multinazionali e quelle del Sud che attirano pensionati, saremo lontani dall’equità. Il punto è che l’elusione e l’evasione fiscale — sia nelle forme permesse dalla legge, sia in quelle illegali — non sono sentite dall’opinione pubblica come un problema.
L’evasore o l’elusore anzi è simpatico, è un furbo che ce l’ha fatta. Ci manca completamente l’idea che lo Stato siamo noi; lo Stato è percepito come altro rispetto a noi, come qualcosa da temere e da cui guardarsi. Poi giustamente ci arrabbiamo se bisogna aspettare sei mesi per un esame urgente all’ospedale, se nelle scuole mancano gli insegnanti in particolare i docenti di sostegno, se la macchina della sicurezza e quella della giustizia non funzionano appieno.
Ma ogni Paese ha la sanità, la scuola, la sicurezza che riesce a finanziare. Non è soltanto questione di soldi, certo, ma anche di organizzazione, senso di responsabilità, efficienza. Ma in Italia esiste un’enorme questione salariale. Se pagassimo più decentemente insegnanti, medici, infermieri, ci sarebbero anche meno cervelli in fuga.
(da Corriere della Sera)
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