Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER COMPRENDERE IL TYCOON, PIÙ CHE RICORRERE AI TRATTATI DI PSICHIATRIA, OCCORRE ANALIZZARE I CAMBIAMENTI ANTROPOLOGICI DELLE CLASSI “DIGERENTI”. NEGLI USA NEGLI ULTIMI ANNI UNA RAZZA PREDONA SI È IMPOSSESSATA DEL POTERE PER ACCUMULARE CAPITALI SMISURATI, DIVORATA DA UN’AVIDITÀ INCONTENIBILE CHE CANCELLA OGNI ETICA E OGNI REGOLA CIVILE
Non è la prima volta che si parla della salute mentale di Donald Trump. Anche nel 2017 quando fu eletto presidente per il primo mandato ci furono dubbi e interrogativi sul suo equilibrio personale.
Addirittura in quell’occasione 27 psichiatri americani di università prestigiose come Yale e Harvard pubblicarono un libro dal titolo allarmante The dangerous case of Donald Trump (Il caso pericoloso di Donald Trump), curato dalla psichiatra di Yale Bandy Lee.
Nel libro gli psichiatri pur riconoscendo i limiti di una diagnosi psichiatrica in absentia, ossia in assenza della persona interessata, giunsero a conclusioni inquietanti ipotizzando che Trump potesse avere una personalità pericolosa per la sua megalomania e il suo egotismo strabordante.
Nonostante questa diagnosi Trump è riuscito a raggiungere con una strategia elettorale efficace la seconda incoronazione adottando la parola d’ordine Maga-Make America Great Again a cui hanno risposto con entusiasmo maree di sostenitori ed elettori del popolo americano e ancora di più gli oligarchi delle nuove tecnologie e dell’IA.
È evidente che sia poco giustificabile supporre che Trump possa avere un disturbo psichico che potrebbe ostacolare gravemente i suoi executive order, gli ordini esecutivi con i quali si è imposto come leader mondiale.
È stato in grado di applicare regole vincolanti dalla Palestina al Venezuela e ha giocato alzando e abbassando i tassi mondiali a suo piacimento, senza trovare opposizioni significative da parte dei Paesi colpiti.
Questo non vuol dire condividere in alcun modo le sue tattiche politiche, ma ammettere che hanno avuto un metodo efficace, non facile da riconoscere anche perché offuscato dalle sue stravaganze, dai comportamenti erratici e dall’ostentato disprezzo per quanti non condividono le sue decisioni.
Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico, con cui impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire. E come ha profetizzato nel recente discorso sullo stato dell’Unione, presentandosi come Creso il re che trasformava tutto in oro, è in arrivo per gli Stati Uniti un’età aurea. D’altra parte il senso grandioso di sé è alimentato dall’enorme potere di cui dispone e dall’opportunismo e dall’acquiescenza dei suoi collaboratori e anche dei suoi stessi oppositori costretti a rincorrerlo continuamente.
Per comprendere Trump, più che ricorrere ai trattati di psichiatria, occorre cercare di analizzare i cambiamenti antropologici delle classi al potere verificatisi negli ultimi decenni negli Stati Uniti e anche nel nostro Paese, nei quali si sono via via affermate nuove forme di personalità nelle classi dirigenti plasmate dal contesto sociale, politico ed economico.
È quello che sta succedendo oggi in America in cui una razza predona, favorita da un capitalismo rapace, si è impossessata del potere per accumulare capitali smisurati, divorata da un’avidità incontenibile che cancella ogni etica e ogni regola civile. Queste figure si caratterizzano per la ricerca compulsiva di potere e di dominio sugli altri, accecate da una competizione esasperata e una forte propensione per il rischio.
Un narcisismo estremo con un baricentro esistenziale rivolto esclusivamente a sé stessi per garantirsi il proprio piacere e la propria felicità con nessun interesse, addirittura un disprezzo nei confronti delle altre persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Non è necessario rifarci al filosofo inglese Thomas Hobbes per farci preconizzare un possibile ritorno alle leggi della giungla.
(da La Repubblica)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“LE OPPOSIZIONI DEFINISCONO IL TESTO AUTORITARIO, DECISO A PORTE CHIUSE E SENZA CONFRONTO” … “MA NON È L’UNICA RIFORMA CONTROVERSA PROMOSSA DA MELONI. C’È ANCHE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, UNA PROVA FONDAMENTALE PRIMA DELLE ELEZIONI DEL PROSSIMO ANNO. UNA SCONFITTA POTREBBE INTACCARE LA SUA AURA DI FIDUCIA E INVINCIBILITÀ”
Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime elezioni italiane dopo
che la coalizione di governo ha approvato una controversa riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale.
Il blitz notturno della maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito.
Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”.
Il riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si dimetterà“.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN SISTEMA CHE FUNZIONA IN CHIAVE DI GOVERNABILITÀ SOLO SE UNA COALIZIONE VINCE CON OLTRE IL 40% DEI VOTI. MA ANCHE IN QUESTO CASO NON È DETTO CHE CHI VINCE ABBIA UNA MAGGIORANZA SOLIDA” … “ANCHE SE IL BALLOTTAGGIO SCATTASSE, POTREBBE NON GARANTIRE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA A CHI VINCE. INFATTI SE UNA COALIZIONE OTTENESSE IL 39 % DEI SEGGI IN PRIMA BATTUTA, E POI VINCESSE IL BALLOTTAGGIO, I 70 SEGGI DEL PREMIO DI GOVERNABILITÀ DELLA CAMERA O I 35 DEL SENATO NON SAREBBERO SUFFICIENTI A GARANTIRLE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI SEGGI”
Finalmente la maggioranza di governo ha partorito un testo sulla riforma elettorale. Dopo tante illazioni si può ragionare sui fatti. Come ci si aspettava, […] l’ennesimo sistema elettorale della Seconda Repubblica sarà un proporzionale con premio di maggioranza.
È un peccato che si debba fare una ulteriore riforma elettorale ma è un fatto che l’attuale sistema di voto per le elezioni di Camera e Senato non va bene. Non è né carne né pesce.
È un sistema misto. Anche il proporzionale con premio su cui punta il governo oggi è un sistema misto. In questo caso la miscela prevede da una parte l’assegnazione della maggioranza dei seggi su base proporzionale e dall’altra un premio da dare al vincente che dovrebbe assicuragli la maggioranza assoluta dei seggi e quindi la possibilità di governare.
Questo premio, etichettato come premio di governabilità, consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.
Per ottenerlo occorre avere più voti di tutti, a patto di averne almeno il 40 per cento. Cosa succede se nessuna coalizione arriva a questa soglia ? Qui c’è una novità rispetto alle illazioni che circolavano fino a qualche tempo fa.
Se nessuno arriva al 40% ma ci sono due coalizioni che stanno tra il 35 e il 40% si va al ballottaggio e chi vince prende il premio. Se però nessuna coalizione arriva a questa soglia o anche se lo fa solo una coalizione il ballottaggio sparisce e l’assegnazione di tutti i seggi viene fatta con il proporzionale.
E così la governabilità, che è la giustificazione di questa riforma, va a farsi benedire. In pratica, si tratta di un ballottaggio finto.
Tra l’altro un meccanismo del genere lascia in piedi l’incentivo alla formazione di terze forze che puntino a non far scattare il premio per giocare un ruolo pivotale nella formazione dei governi
Questo è un punto critico. Ma c’è dell’altro. Anche se il ballottaggio scattasse potrebbe non garantire la maggioranza assoluta a chi vince. Infatti se una coalizione ottenesse il 39 % dei seggi in prima battuta e poi vincesse il ballottaggio i 70 seggi del premio di governabilità della Camera o i 35 del Senato non sarebbero sufficienti a garantirle la maggioranza assoluta dei seggi.
Un ballottaggio così congegnato non serve a nulla . Questo è un sistema elettorale che funziona in chiave di governabilità solo se una coalizione vince con oltre il 40% dei voti. Ma anche in questo caso non è detto che chi vince abbia una maggioranza solida. Infatti se una coalizione vincesse solo con il 40% o poco più potrebbe non avere una maggioranza o averne una molto risicata.
Tutto questo perché non si vuole un ballottaggio vero. E non lo si vuole perché non si capisce che le preferenze espresse dagli elettori al secondo turno contano quanto quelle espresse al primo, per cui non vale l’obiezione che il ballottaggio possa scattare solo se una coalizione prende una data percentuale di voti al primo turno.
Rispetto ai sistemi elettorali con premio di maggioranza in vigore nei Comuni e nelle Regioni il premio previsto da questa riforma è una novità. Infatti gli altri premi sono congegnati in modo tale da garantire una maggioranza precisa a chi vince.
Nella legge Calderoli, il famigerato Porcellum, era il 54 % alla Camera. Nella legge Ciaffi è il 60% nei comuni superiori ai 15.000 abitanti .
Qui il premio è un numero di seggi predeterminato e quindi, come abbiamo fatto notare, può non garantire una maggioranza assoluta. Il perché si sia preferito questa soluzione a quelle già sperimentate è una questione sulla quale avremo modo di tornare.
Qui ci limitiamo ad aggiungere che la riforma prevede un tetto alla maggioranza che il vincente può ottenere con il premio. Alla Camera sono 230 su 400 e al Senato sono 114 su 200.
In entrambi i casi si tratta del 57 per cento. Si tratta di una maggioranza ampia ma inferiore a quella conquistata dal centro-destra con l’attuale sistema elettorale alle ultime elezioni. In ogni caso è una percentuale non facile da raggiungere. Infatti occorre che una coalizione superi il 50 % dei voti
In questa riforma ci sono molti altri aspetti da analizzare, dalla soglia di sbarramento alla assenza del voto di preferenza, al meccanismo per l’assegnazione dei seggi previsti dal premio di governabilità, alla indicazione sulla scheda del candidato premier, al rischio che con o senza ballottaggio si producano esiti diversi tra le due camere. Avremo occasione di farlo in un altro momento.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “E’ L’EFFETTO DI UNA CAMPAGNA POLITICIZZATA ALL’INSEGNA DELLA RADICALIZZAZIONE, PROPRIO SUL TERRENO DELLA SICUREZZA. ROGOREDO E IL POLIZIOTTO ARRESTATO DIVENTA IL CASO DI SCUOLA DI UNO SPOT AL CONTRARIO RISPETTO ALLE POSIZIONI DEL GOVERNO. CHE DISVELA MECCANISMO E RACCONTO FARLOCCO”
Ops, è davvero il mondo al contrario. La sicurezza, ovvero il terreno su cui la destra (a ogni
latitudine) vince le elezioni alimentando le paure e facendo la faccia feroce, è diventato l’elemento di fragilità del centrodestra italiano. E lo è diventato proprio
perché, pur essendo appunto al governo, amplifica quel meccanismo – allarmismo e faccia feroce – come se stesse all’opposizione. Un riflesso quasi istintivo.
Per la prima volta dopo tre anni, si registra – e non è affatto banale – il primo calo nei sondaggi, rilevato dalla Super-Media di Youtrend, che segnala, al contempo, un testa a testa sul referendum, ove Meloni&Co hanno dissipato il patrimonio di un consistente vantaggio. E’ l’effetto di una campagna politicizzata all’insegna della radicalizzazione, proprio sul terreno della sicurezza
Lo schema, squisitamente trumpiano, è questo: prendo un caso di cronaca, lo deformo nel racconto, con qualche falsità, indicando il nemico (i giudici), e presento le varie misure, ignorandone gli effetti reali, come una soluzione punitiva. Compresa la riforma della giustizia.
È quel che è accaduto, in un crescendo, dai fatti di Torino in poi, nel tentativo di un rilancio politico, dopo un fase di appannamento, da Trump a Niscemi. Dopo Torino è stato sfornato l’ennesimo pacchetto sicurezza, con una valanga di nuovi reati e l’ipotesi dello scudo penale per i poliziotti, la cui efficacia è pressoché inesistente e l’urgenza nulla.
E infatti è stato licenziato venti giorni dopo. Il racconto: noi i reati li mettiamo (come se l’attuale codice penale fosse insufficiente) ora tocca alle toghe “remare dalla stessa parte”, con annesse contumelie contro quelle che avrebbero scarcerato i delinquenti di Torino, ma che in verità non li avevano liberati, ma messi ai domiciliari perché non erano quelli delle martellate.
Al contempo viene annunciato il blocco navale, come se ci fosse un’emergenza anche se non c’è, perché funzionano gli accordi con i paesi africani. Ma anche in questo caso conta l’effetto annuncio, visto che peraltro è stato presentato un disegno di legge dai tempi non brevi per l’approvazione. E, sempre in omaggio alla curva, è stato riempito il famoso centro in Albania con 70 poveri cristi, trasferiti però dai Cpr italiani.
Il picco si è raggiunto con Rogoredo, dove al grido di “la difesa è sempre legittima” e contro il “doppiopesismo di certa magistratura” (severa coi poliziotti, indulgente con Askatasuna) si sono precipitati in tv Meloni e Salvini. E pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Difesa legittima, la causa di giustificazione è evidente”.
Piuttosto sorprendente che, visto il ruolo, non avesse sentito l’esigenza di approfondire il caso. Evidentemente è in ansia da prestazione. Si è messo a fare Salvini dopo che Salvini, incassata l’assoluzione su Open Arms, si è candidato per il Viminale al prossimo giro
Ecco, viene cavalcata la comunicazione, come giustificazione a posteriori del decreto sicurezza e dalla bontà dello scudo penale, presentato nel racconto nella sua versione originaria, non come è stato licenziato dal Quirinale, che scudo non è. Poi viene fuori che a Rogoredo non c’è stata legittima difesa, che il poliziotto ha manomesso la scena del crimine, che il soggetto in questione tra i colleghi veniva chiamato Thor sia perché in molti di lui avevano paura sia perché girava con un martello sempre in mano (come i picchiatori di Torino).
E viene fuori proprio grazie alla magistratura, che ha operato col massimo della responsabilità: fascicolo aperto dal capo della procura Marcello Viola in prima persona, ipotesi iniziale di omicidio colposo, indagini in mano alla squadra mobile della polizia di Stato e alla questura di Milano.
Il quadro opposto rispetto al pregiudizio denunciato. Insomma, Rogoredo diventa il caso di scuola di uno spot al contrario rispetto alle posizioni del governo. Che va ben oltre Rogoredo e disvela meccanismo e racconto farlocco. L’opposizione non è la sinistra, che come noto non ha una politica sulla sicurezza, e può limitarsi a godersi lo spettacolo. L’opposizione è, molto semplicemente, la realtà.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“SE VOGLIONO DAVVERO DIALOGARE, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ALZI IL TELEFONO, ALTRIMENTI NON È UNA COSA SERIA” … AD ECCEZIONE DI CARLO CALENDA CHE FA IL PESCE IN BARILE (A LUI LO SBARRAMENTO AL 3% PIACE, PUÒ FARE IL GUASTATORE FUORI DAI POLI) LE OPPOSIZIONI SONO D’ACCORDO. “È PEGGIO DELLA LEGGE TRUFFA DEL ’53”
È infastidita, Elly Schlein. Non ha gradito «le imboscate» di Giovanni Donzelli, il numero 2 di FdI che negli ultimi giorni l’ha avvicinata più volte alla Camera per sondarla sulla legge elettorale.
«Se vogliono davvero dialogare, la presidente del Consiglio alzi il telefono e mi chiami, altrimenti non è una cosa seria», ha spiegato ai suoi la segreteria del Pd, rivelando il pressing dei meloniani sulla nuova «arma di distrazione di massa» messa a punto con tempismo sospetto e finalità preclare. Ovvero, concordano le opposizioni: sviare il dibattito e spostare l’attenzione dalla campagna referendaria proprio nel momento esatto in cui il no avanza e il sì arranca.
È una questione di metodo, oltre che di merito. Che impone una risposta all’altezza. Nottetempo la destra partorisce lo Stabilicum, di gran carriera, senza uno straccio di condivisione, per cogliere di sorpresa e dividere il campo avversario?
Al sorgere del sole il centrosinistra si attrezza per smontarlo. Con una differenza, rispetto al passato: edotti delle manovre in corso, i leader progressisti si sentono e decidono di alzare un muro. Di riforma del Rosatellum se ne discuterà dopo la consultazione sulla giustizia. In Parlamento, com’è giusto che sia.
Lo dice dritto Nicola Fratoianni: «Non ci provate. È un tentativo bislacco, ma non ci caschiamo: fino al 23 marzo noi parleremo solo di referendum». Lo ribadisce Schlein: «Questa accelerazione è il frutto della preoccupazione per l’esito del voto. Però la fretta e la paura di perdere non sono buone consigliere».
Figlie di un’urgenza, ragiona la leader dem a microfoni spenti: in caso di sconfitta la coalizione di governo subirebbe un colpo tale da rendere più difficile trovare una quadra al suo interno. Da qui la necessità di blindare subito un testo «inaccettabile», specie in alcuni aspetti «molto distorsivi della rappresentanza, con premi alti e senza limiti. Si rischia di consegnare a chi vince le elezioni la possibilità di eleggersi da solo il presidente della Repubblica». Perciò bisogna dare battaglia, per smascherarli
«Stanotte c’è stato un vertice di maggioranza, noi speravamo fosse sui salari, sul calo della produzione industriale, e invece no, era sulla legge elettorale, cioè sul garantire se stessi», conclude l’inquilina del Nazareno. Lo stesso concetto rilanciato da Giuseppe Conte, a sigillo di una linea comune: «Hanno fatto l’alba per trovare un accordo. Danno l’anima per riforme che salvano i politici dalle inchieste.
Continuano però a chiudere gli occhi sui lavoratori sfruttati e sottopagati». Eccole le priorità di Meloni, il sottinteso: cucirsi un abito normativo su misura per restare al potere.
A eccezione di Carlo Calenda che fa il pesce in barile — a lui lo sbarramento al 3% piace, può fare il guastatore fuori dai poli — le opposizioni sono d’accordo. «È peggio della legge truffa del ‘53», tuona Riccardo Magi, «un mostro, un miscuglio incoerente di diversi sistemi che somiglia di più alla legge Acerbo del ‘23» insiste, evocando il Ventennio
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
M5S E PD CONTRO IL VIMINALE: “MEZZO D’EMERGENZA USATO COME TAXI”
Per Lucio Rapetti, in arte Mogol, e la moglie Daniela Gimmelli, è stato autorizzato infatti un
volo dal Festival di Sanremo a Roma a bordo dell’elicottero dei vigili del fuoco.
Un volo motivato da “attività istituzionali non direttamente connesse al soccorso” autorizzato direttamente dal Ministero dell’Interno, secondo un ordine partito dal comandante nazionale del corpo dei vigili del fuoco Eros Mannino, controfirmato da altri due funzionari.
La partenza era prevista alle 8 di mattina dalla Città dei fiori. Non sfugge nemmeno a chi firma le autorizzazioni che normalmente quel tipo di velivolo sarebbe destinato ad altre finalità: trasportare malati in fin di vita o persone in situazione d’emergenza. L’uso del mezzo è giustificato negli incartamenti con virtuosismi burocratici:
“A seguito della fattibilità della missione, che sarà verificata dalla Socav (Sala operativa per il coordinamento e l’assistenza di volo, ndr), e fatte salve eventuali esigenze di soccorso, al momento non preventivabili, nulla osta da parte di questo Centro operativo nazionale all’impiego dell’aeromobile AW139 per lo svolgimento delle attività istituzionali non direttamente collegate al soccorso”
In altre parole, il Ministero dell’Interno dà il via libera alla missione Mogol “fatte salve eventuali emergenze” che, par di capire, per poter essere affrontate (evitando spiacevoli disagi) dovrebbero verificarsi comunque prima che l’elicottero sia decollato. In tutta la Liguria sono oggi attivi due elicotteri dei vigili del fuoco, ma vi è di solito personale per garantire un solo equipaggio in grado di prendere il volo. Quali sarebbero dunque le “attività istituzionali” alla base del viaggio?
Ma forse a Mogol, molto vicino a vari membri della maggioranza di governo, si può perdonare quasi tutto. Amico di Tajani e Gasparri, nel 2023 è stato nominato consulente per la canzone popolare dal ministro Sangiuliano. In un’intervista del 2023, pur definendosi “apolitico”, si era sperticato in complimenti per Giorgia
(da “il Fatto Quotidiano”
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
SONO GIÀ SCATTATI I RICORSI: SECONDO I LEGALI DEI TRATTENUTI LA PROCEDURA DI TRASFERIMENTO, RISULTA ANCORA UNA VOLTA ILLEGITTIMA, COME SUCCESSO NEL CASO DELL’UOMO ALGERINO CHE SI È VISTO RICONOSCERE DAL TRIBUNALE DI ROMA UN RISARCIMENTO DI 700 EURO E HA FATTO SALTARE GLI OTOLITI A GIORGIA MELONI
Il primo a tornare in Italia, dopo solo pochi giorni dal trasferimento in Albania, potrebbe essere Khalid, un ragazzo marocchino di 22 anni. Ieri la commissione medica all’interno del centro lo ha giudicato “non idoneo” alla vita ristretta
all’interno del centro per i rimpatri. Ma il suo non è l’unico ricorso, avviato in queste ore, dagli altri migranti portati nelle ultime settimane oltre l’Adriatico per riempire, per la prima volta con 90 persone, la struttura di Gjader.
Secondo quanto accertato dai legali di diversi dei trattenuti la procedura di trasferimento, infatti, risulta ancora una volta illegittima: come successo nel caso dell’uomo algerino che si è visto riconoscere dal Tribunale di Roma un risarcimento di 700 euro. Una sentenza che meno di una settimana fa ha suscitato le ire del governo e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Anche per alcuni degli altri trasferiti, infatti, non ci sarebbe stato un provvedimento formale né alcuna comunicazione. «Ci aspettiamo un rilascio tempestivo e un ritorno in Italia di Khalid – spiega Leonardo Lucente, il legale del ragazzo -. Ho visto il mio assistito l’ultima volta due giorni fa in videochiamata: era fortemente provato. Mi ha detto che non sapeva perché fosse lì, nessuno glielo ha comunicato. Ha aggiunto che non avrebbe resistito oltre. Se non viene rilasciato a breve invieremo una diffida».
Spostato da Bari a Gjader dopo aver assistito l’11 febbraio scorso alla morte nel Cpr di Bari di un suo compagno di cella, Simo Said, Khalid aveva manifestato tutto il suo malessere tagliandosi in varie parti del corpo.
«Sogna tutte le notti l’amico che non è riuscito a salvare: dice di vederlo ancora con la bava gialla alla bocca – aggiunge Lucente -. Il suo spostamento in Albania è assolutamente improprio oltre che illegittimo: c’è un’inchiesta in corso sulla morte di Simo quindi una volta che Khalid sarà rientrato in Italia chiederemo un permesso di soggiorno per lui come testimone di giustizia».
A chiedere lo stop al trattenimento in Albania prima di avviare una richiesta di risarcimento per illegittima detenzione sono anche i legali di altri migranti. Tra loro quelli di due persone provenienti dalla Turchia, portate a Gjader senza ricevere informazioni.
«I miei assistiti non si spiegano in alcuno modo perché sono lì. Quando li ho incontrati, uno di loro mi ha detto che pensava lo stessero portando in aeroporto per il rimpatrio. Si è, invece, ritrovato in Albania senza poter avvisare la famiglia né tantomeno un difensore- spiega l’avvocata Marina Chetoni, appena rientrata in Italia
da una visita nel centro albanese -. A quanto abbiamo capito questa procedura è generalizzata e riguarda la maggior parte dei trasferiti: quando ho consultato il fascicolo dei miei non ho trovato alcun provvedimento formale».
Per ora dunque è stata presentata istanza di riesame poi verrà chiesto un risarcimento per trasferimento con procedura irregolare. Insieme all’avvocato Salvatore Fachile, Chetoni difende anche un cittadino del Togo che per la seconda volta in pochi mesi è stato portato dall’Italia in Albania.
Per le associazioni del Tavolo asilo, che nei giorni scorsi hanno compiuto visite ispettive in Albania insieme alla deputata del Pd Rachele Scarpa, l’accelerazione nei trasferimenti è una mossa solamente propagandistica. «Forse il governo ha l’esigenza di riempire i centri per giustificare questa spesa abnorme – sottolinea Francesco Ferri di ActionAid -. Noi abbiamo rilevato diverse violazioni dei diritti come l’uso di fascette e altri dispositivi coercitivi durante gli spostamenti».
(da La Stampa)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
MA NEL 2024, CON MELONI A PALAZZO CHIGI, I REATI DENUNCIATI SONO STATI 2,4 MILIONI, IN AUMENTO RISPETTO AI 2,1 MILIONI NEL 2021. DATI CERTIFICATI DALL’ISTAT
Secondo il ministero dell’Interno, nei primi sette mesi dell’anno 2025 ci sono state meno
violenze sessuali, meno rapine, meno furti, meno denunce, meno arresti. Un successo di Matteo Piantedosi? Merito dei tanti decreti che inventano nuovi reati, aumentano le pene, creano aggravanti? In realtà le cose non sono così chiare. La percezione degli italiani è diversa.
Spiega Matteo Mauri, già viceministro dell’Interno, responsabile Sicurezza del Pd: «Sui dati si fa molta confusione. Vedo che il ministro Piantedosi vanta un calo dei reati nel 2025. Peccato che siano dati provvisori». Tutti sembrano giocare con i numeri, mai così sensibili politicamente parlando.
Almeno finché non ci sarà un dato consolidato, che non arriva mai prima di giugno perché al Viminale occorre tempo per avere le informazioni dalle singole questure
che poi vanno elaborate. Il Pd ha già contestato a Piantedosi che i trend, nonostante tutti i decreti Sicurezza, vanno in senso inverso alle promesse.
Ed ecco i contronumeri di Mauri: «Nel 2023 c’è stato un aumento delle denunce di reato del 3,8% rispetto al 2022. E nel 2024 c’è un ulteriore aumento del 2%. Se poi si va a guardare nel dettaglio, aumentano le violenze sessuali. Crescono le lesioni e percosse, che sono la spia di comportamenti violenti».
Le statistiche Secondo l’Istat, i reati sono in costante aumento. Erano 2,1 milioni nel 2021, si è arrivati a 2,4 milioni nel 2024. Gli ultimi dati resi pubblici sulla sicurezza, aggiornati allo scorso ferragosto, confermano che dal 2023 al 2024 c’è stato un aumento complessivo dei reati denunciati, mentre il primo semestre del 2025 avrebbe registrato una diminuzione, soprattutto per quanto riguarda i furti (-7,7%), le rapine (-6,7%) e le violenze sessuali (-17,3%).
Una cosa è certa: dal 2022 allo scorso febbraio si sono susseguiti una serie di decreti legge per inseguire i fenomeni criminali, dall’ordine pubblico ai cosiddetti reati “da strada”, alla violenza giovanile, all’immigrazione clandestina.
Il primo è stato il decreto anti-rave che ha introdotto il reato di organizzazione e promozione di rave party non autorizzati punito dai tre ai sei anni. Si sa appena qualcosa di più sull’occupazione di terreni. Nel 2023, erano cinquanta le persone finite sotto indagine e sei quelle finite a giudizio, aveva spiegato il Guardasigilli rispondendo a un’interrogazione parlamentare. Nulla si sa del 2024.
Pacchetti sicurezza
Nell’aprile 2025, tramite un decreto di trentanove articoli, il governo introduce quattordici nuove fattispecie di reato e nove aggravanti di delitti già esistenti. Molti riguardano le mobilitazioni e le contestazioni di piazza: il blocco stradale, ad esempio, non è più illecito amministrativo, ma un reato punito sino a un mese di reclusione.
Per avere dati consolidati è troppo presto. Qualche caso in ordine sparso: a Bologna, il 20 giugno 2025, il blocco stradale è stato contestato a tre degli organizzatori del corteo dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Uilm per il rinnovo del contratto scaduto; a Lucca, a settembre 2025, era toccato a una decina di pro-Pal. Pugno duro, poi, verso chi deturpa o danneggia edifici pubblici o utilizza violenza per impedire la realizzazione di un’infrastruttura.
Pochi studi indipendenti
Il professor Roberto Cornelli, ordinario di Criminologia all’università Statale di Milano, ha avviato un Osservatorio sulla legislazione penale e della sicurezza. Spiega: «Il Legislatore italiano negli ultimi decenni ha fatto ampio ricorso allo strumento penale e, sebbene si tratti di un tema di grande interesse e continuamente richiamato in letteratura, manca nel panorama nazionale una ricostruzione sistematica e completa».
Dice Cornelli a La Stampa: «Abbiamo rintracciato più di 300 leggi che ampliano e aggravano le fattispecie di reato negli ultimi trent’anni. Possiamo dimostrare che c’è una ipertrofia del diritto penale, accentuata sotto il governo Meloni.
Ma troppo spesso gli interventi legislativi hanno carattere simbolico, e nessun effetto reale. A volte, poi, vengono comunicati numeri sbagliati. È stato detto, ad esempio, che erano triplicati i minorenni killer. Invece non è così. Ma intanto la gente si è convinta che le cose stanno così. Ed è aumentata la paura».
(da La Stampa)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
ESITO RADICALMENTE DIVERSO RISPETTO SE SI ANDASSE AL VOTO CON L’ATTUALE “ROSATELLUM”: CON LA LEGGE VIGENTE, NESSUNA TRA LE ATTUALI COALIZIONI RAGGIUNGEREBBE LA MAGGIORANZA
Quali sarebbero gli effetti del nuovo sistema elettorale? Le simulazioni elaborate da YouTrend, in esclusiva per Repubblica, mettono in evidenza un dato politico chiaro: in base ai sondaggi più recenti, con il Rosatellum il centrosinistra registrerebbe un leggerissimo vantaggio, ma nessuna coalizione raggiungerebbe una maggioranza netta in Parlamento; con il neonato Donzellum, ecco il ribaltamento: il centrodestra vincerebbe, prendendosi il 57% dei seggi totali.
Un abito sartoriale cucito sulle esigenze della coalizione di governo che punta al bis. Grazie a una modifica, in particolare: «Il nuovo assetto disinnesca il meccanismo dei collegi che ora, con un centrosinistra unito, sarebbe dannoso per il centrodestra», spiega Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend.
Alla Camera, il centrodestra, con il testo appena presentato, salirebbe a 228 seggi,
comodamente sopra la maggioranza di 201. Le opposizioni – senza Azione – si fermerebbero a 147. Al Senato, il bottino di FdI, Lega, FI e Noi Moderati insieme sarebbe invece di 113 seggi. Al centrosinistra ne rimarrebbero 76.
In sintesi: rispetto alle stime sul Rosatellum, un’eventuale alleanza progressista, con le regole messe a punto dalla destra, perderebbe 45 seggi a Montecitorio e 19 a Palazzo Madama. Se si votasse oggi, il pareggio sarebbe determinato da un «elemento decisivo», spiega YouTrend: il superamento delle sfide uno a uno, dove il centrosinistra «risulterebbe oggi più competitivo grazie a un campo largo più coeso che strapperebbe eletti soprattutto al Sud».
Tant’è che il centrosinistra, se rimanesse in vigore la legge attuale, alla Camera incasserebbe 79 collegi uninominali contro i 65 del centrodestra, al Senato 38 contro 33. Nel ‘22, invece, la maggioranza «aveva conquistato oltre l’80% dei collegi con circa il 44%, grazie alla divisione dell’opposizione».
(da La Repubblica)
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