Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLA CULTURA SCALPITA PER UN POSTO IN PARLAMENTO ALLA PROSSIMA LEGISLATURA: SE CI DOVESSERO ESSERE ELEZIONI ANTICIPATE, È PRONTO SUBITO PER CORRERE PER UN SEGGIO A PALAZZO MADAMA
Il Consiglio regionale in Campania come una collocazione a tempo per continuare a
frequentare i palazzi della politica e delle istituzioni. Ma l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, già scalpita per un posto in Parlamento alla prossima legislatura.
Se ci dovessero essere elezioni anticipate, è pronto subito per correre al Senato. Altrimenti attenderà il 2027 come da calendario. Da senatore e volto mediatico di Fratelli d’Italia, vista la capacità di fronte alle telecamere. Intanto è meglio muoversi in anticipo: a via della Scrofa ci sarà la fila per una candidatura.
A Domani hanno confermato l’accordo fatto con i vertici di FdI (che hanno molto apprezzato la lealtà dell’ex ministro della Cultura dopo le dimissioni): il giornalista-politico, dopo aver perso l’occasione di sogno di correre per la presidenza della Campania (era troppo fresca la scottatura del caso Boccia), potrà avere di nuovo una ribalta nazionale.
Insomma, vedi Napoli, ma pensi a Roma. Almeno in politica.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LE SPESE PER L’AGGRESSIONE ALL’UCRAINA FANNO TREMARE IL CREMLINO… IN 4 ANNI E’ COSTATO 500 MILIARDI DI DOLLARI IN SPESE DIRETTE
Vladimir Putin ha chiesto ai principali oligarchi russi di sostenere direttamente le finanze statali, nel tentativo di arginare le difficoltà di bilancio legate al protrarsi della guerra in Ucraina. Lo riferisce il Financial Times, secondo cui il presidente russo si sarebbe rivolto personalmente a un gruppo ristretto di grandi imprenditori. Questa mossa, fa notare il quotidiano britannico, rappresenta un passaggio inedito rispetto ai precedenti tentativi di raccogliere risorse dal settore privato e sembra confermare la volontà del Cremlino di proseguire il conflitto fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi militari, nonostante le crescenti pressioni economiche.
I negoziati falliti e lo stallo sul Donbass
Secondo due fonti consultate dal Financial Times, Mosca intende continuare le operazioni fino al controllo completo delle aree del Donbass orientale ancora fuori dal proprio controllo. Una linea che si è irrigidita dopo il fallimento dei recenti colloqui mediati dagli Stati Uniti, durante i quali Kiev ha respinto l’ipotesi di un ritiro unilaterale dalla regione. Putin avrebbe inizialmente valutato un compromesso, come la creazione di una zona demilitarizzata o a statuto speciale nel Donbass, ma l’ipotesi è stata accantonata dopo il rifiuto ucraino.
Le mosse del Cremlino per reggere i costi della guerra
Negli ultimi mesi, il governo russo ha già introdotto diverse misure per aumentare le entrate: dall’aumento dell’Iva al 22% alla tassa straordinaria sugli extraprofitti delle grandi aziende. Il ministro dell’Economia, Maxim Reshetnikov, ha lasciato intendere che nuove imposte potrebbero arrivare in caso di ulteriore indebolimento del rublo. Nel frattempo, la spesa per la difesa continua a crescere, con un aumento del 42% nell’ultimo anno. Il deficit accumulato nei primi mesi dell’anno avrebbe già superato il 90% di quanto previsto per l’intero 2026, anche a causa delle sanzioni che costringono Mosca a vendere il petrolio a prezzi scontati.
Quanto costa alla Russia la guerra in Ucraina
In poco più di quattro anni, la cosiddetta «operazione speciale» in Ucraina ha divorato più di 500 miliardi di dollari in spese dirette, mentre oggi il suo costo giornaliero è di oltre 500 milioni di dollari. Nel bilancio di previsione per il 2026, la Russia ha destinato 217 miliardi di dollari alla difesa, pari al 38% della spesa pubblica totale. Le assunzioni del documento finanziario si basavano su un prezzo del petrolio pari a 59 dollari al barile. Ma ora che il Medio Oriente è ripiombato nel caos e lo stretto di Hormuz è ancora ostaggio dei pasdaran, l’aumento dei prezzi dell’energia regala di fatto al Cremlino guadagni aggiuntivi per quasi 200 milioni di dollari al giorno.
La conferma (a metà) del Cremlino
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che il tema dei contributi è stato discusso da Putin e dagli oligarchi, ma ha negato che le eventuali donazioni siano destinate direttamente allo sforzo bellico. Alcuni partecipanti avrebbero comunque definito «doveroso» restituire allo Stato parte delle ricchezze accumulate negli anni Novanta.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDIAMO A SCRIVERE VENDETTA DAPPERTUTTO”… “DIVENTERA’ IL RE DELLA COMUNITA’”
C’è un gruppo su Telegram nato per elogiare il ragazzino che ha accoltellato una
professoressa a Trescore Balneario in provincia di Bergamo. Il Messaggero scrive che nella chat non ci sono identità riconoscibili, ma solo foto profilo scure e nomi fittizzi. «Ci ha radunati tutti qui, si è sacrificato per un bene maggiore. Lui è il nostro eroe», dice uno dei messaggi. Oppure: «Andiamo a scrivere vendetta dappertutto». Oppure «Diventerà il re della comunità». O ancora: «Genio, sapeva che non poteva finire in carcere perché ha meno di 14 anni. Avessi avuto le conoscenze di ora avrei fatto di peggio a quella età».
Nella chat ci sono anche insulti contro l’insegnante e minacce. Anche se il gruppo è rimasto online alla fine solo 24 ore prima di scomparire. Ma succede più o meno la stessa cosa su TikTok. Dove compaiono video, montaggi, disegni del ragazzo. E le fanart – illustrazioni realizzate dagli utenti – lo trasformano in un personaggio buffo e simpatico. I video hanno una parola chiave: rampage. È il termine che nella cultura americana identifica gli school shootings. Nei video viene usato in modo esplicito e agganciato al caso di Bergamo. Anche i dettagli diventano riconoscibili: i
pantaloni mimetici, la maglietta con la scritta “Vendetta”, la diretta durante l’aggressione.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA SONORA SCONFITTA E’ UN MESSAGGIO CHIARO A MELONI… E PER L’OPPOSIZIONE ARRIVA ADESSO LA PARTE PIU’ DIFFICILE
Quella che doveva essere la prima grande riforma portata a termine dal suo governo si è trasformata nella più clamorosa sconfitta di Giorgia Meloni. Perché questo referendum, che il governo ha provato a confinare nel recinto tecnico di una riforma della giustizia, è stato vissuto dagli elettori come un segnale da inviare alla premier. E quel segnale è arrivato, forte e chiaro: fermati. La prima verità che emerge dal voto è dunque che il rapporto tra la presidente del Consiglio e il suo elettorato non è più quello di una investitura piena. Meloni resta la figura più solida del panorama politico, ma non dispone più di quel margine di credito che le consentiva di trasformare ogni proposta in una prova di forza vinta in partenza. Impressiona, in questo contesto, la geografia del voto: persino il Sud le ha voltato le spalle.
La seconda verità riguarda il tempo lungo della politica, quello che si misura nelle generazioni. I giovani, che nel 2022 avevano guardato con curiosità – se non con favore – alla novità rappresentata da Fratelli d’Italia, oggi voltano lo sguardo altrove. Significa che il racconto della premier, fondato su identità, nazione, sicurezza, non intercetta più le inquietudini di una fascia di cittadini che vive immersa in un orizzonte globale, attraversato da paure diverse e da aspettative nuove.
La terza verità è forse la più insidiosa, perché riguarda la collocazione internazionale del governo. L’allineamento con Donald Trump, finché restava sul piano simbolico, poteva essere liquidato come una scelta di campo ideologica, persino come una forma di affinità personale. Ma quando la politica estera produce conseguenze tangibili – crisi, instabilità, timori diffusi – allora entra nel corpo dell’elettorato e ne orienta le scelte. Punendo, in questo caso, una premier troppo schiacciata su un Trump destabilizzatore e guerrafondaio. Di fronte a questo scenario, Meloni sa che non può fermarsi, ma sa anche che non può continuare come prima. Dovrà correggere il percorso, rinunciare a qualche ambizione – a cominciare dal premierato, che oggi si presenta come un azzardo politico difficilmente sostenibile – e ridefinire i rapporti dentro la sua maggioranza. Lo si
vedrà presto, prestissimo, quando arriverà al pettine il nodo della legge elettorale. Il centrodestra aveva un progetto ben delineato, ma il risultato del referendum consiglia o addirittura impone di cercare un’intesa anche con l’opposizione, sui due punti-chiave del premio di maggioranza e delle liste bloccate (o dell’assenza del voto di preferenza). E tuttavia il significato più profondo di questo passaggio non riguarda soltanto il destino del governo. Riguarda anche, e forse soprattutto, l’opposizione. Che fino a ieri appariva dispersa, incerta, incapace di offrire un’alternativa credibile, e che oggi intravede improvvisamente la possibilità di una competizione reale. Ma unirsi attorno a un No è facile, farlo attorno a un Sì – a un programma – è assai più difficile. Servono leadership, visione, coesione. Servono, soprattutto, parole capaci di parlare a quel Paese che oggi ha detto No non tanto per aderire a un’idea alternativa, quanto per esprimere un dubbio, una distanza, una inquietudine.
E qui si apre il vero problema del cosiddetto “campo largo”. Perché se è vero che il risultato referendario ha riacceso una speranza, è altrettanto vero che quella speranza resta fragile, esposta al rischio di dissolversi se non trova rapidamente una forma politica riconoscibile. Non basta evocare l’unità, bisogna costruirla. E costruirla significa innanzitutto affrontare i nodi che finora hanno diviso profondamente le forze dell’opposizione.
Il primo riguarda la politica internazionale, e in particolare il sostegno all’Ucraina. Su questo terreno le distanze tra le diverse anime del centrosinistra sono evidenti: c’è chi rivendica senza ambiguità il sostegno militare a Kiev e chi lo considera un errore, chi vede nel riarmo una necessità e chi lo interpreta come una deriva pericolosa. Non sono sfumature, sono differenze fondamentali. E senza una sintesi chiara, difficilmente si può presentare agli elettori un’immagine di governo credibile. Certo, le proposte sociali hanno un peso. Il salario minimo, il congedo paritario e il rafforzamento della sanità pubblica – i tre punti in comune con il M5S evocati da Schlein – sono temi importanti. Ma non bastano. Non bastano a definire un programma di governo, non bastano a tenere insieme una coalizione, non bastano a convincere chi si è allontanato che questa volta la politica ha davvero qualcosa di nuovo da dire.
Poi c’è il tema della leadership. Le primarie vengono indicate come lo strumento per sciogliere il nodo, per trasformare la competizione interna in una risorsa. Ma non possono colmare le divisioni, né creare dal nulla quella coesione che serve per governare. Bisognerà capire come saranno organizzate, chi potrà partecipare, con quali regole. E soprattutto bisognerà vedere se la competizione si limiterà a un duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, oppure se emergeranno altre candidature, altre ambizioni, altri tentativi di ridefinire gli equilibri.
Sul fondo resta una domanda: è possibile trasformare un voto di reazione in un progetto di governo? È possibile passare dal No a qualcosa che sia riconoscibile come un Sì, come una proposta capace di tenere insieme il Paese? È a questa domanda che devono rispondere adesso i vincitori del 23 marzo
(da lespresso.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER ORA TEME LA RELAZIONE SULLA CRESCITA DELLA BANCA D’ITALIA
A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?
La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista,
che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito. L’azzurro, invece, è arrivato a tavola con il cruccio delle dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la necessità di blindare l’omologo alla Camera, il cognato Paolo Barelli. La convitata di pietra, infatti, è stata Marina Berlusconi, che ha còlto la delusione referendaria come la dimostrazione che Forza Italia vada riformata, svecchiato e soprattutto resa meno romanocentrica e servile nei confronti di FdI, mettendo così un bersaglio sulla schiena del suo segretario.Sfida al tetto e nuove nomine: parte il grande repuliRai
In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area. Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.
L’anatra zoppa
Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare». Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione. «Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.
Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancatorispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0: il governo aveva promesso gli incentivi anche alle aziende che avevano regolarmente presentato progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, invece il dl Fisco ha stabilito che riceveranno solo il 35 per cento del credito d’imposta richiesto. A poco è servito che dal Mimit si facesse filtrare la notizia di nuove risorse per l’iperammortamento: viale dell’Astronomia ha espresso pubblica sfiducia nei confronti di chi sta seguendo i dossier imprenditoriali.
Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi. Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che con la premier ha sempre avuto un rapporto esclusivo e di stima, e che conosce molto bene il tessuto imprenditoriale del Settentrione.
Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.
I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.
Del resto, Giorgetti lo ha anticipato: la guerra e la crisi energetica hanno scombinato i piani e ora si ragiona di decimali per scampare la crescita zero. Bisogna lavorare per priorità perché non tutte le promesse potranno essere rispettate. Invece proprio di questo la premier avrebbe bisogno rilanciare il suo governo e scongiurare che la sconfitta comprometta del tutto il suo feeling con il Paese.
In serata, infatti, è intervenuta sul tema più congegnale (e a costo zero rispetto alle misure chieste dalle imprese) del decreto Sicurezza: «Il governo continuerà a muoversi per garantire sicurezza», ha scritto sui social commentando i fermi preventivi di militanti anarchici.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SI E’ SVEGLIATO SOLO ADESSO, QUANDO IL CRIMINALE NETANYAHU HA IMPEDITO DI CELEBRARE MESSA AL CARDINALE PIZZABALLA
Il governo di Israele che impedisce di celebrare la messa della domenica della Passione del Signore al Santo sepolcro, e ferma per strada il patriarca latino di Gerusalemme e il custode di Terrasanta, compie l’ennesimo atto di arbitraria violenza. Ma si rimane senza fiato a leggere le parole di Giorgia Meloni, che si scaglia come mai aveva fatto finora contro il governo di Netanyahu, accusandolo di “un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa”. E mentre Tajani convoca l’ambasciatore di Israele alla Farnesina, ed esprime lo “sdegno” (poi cambiato in “protesta”…) del governo italiano, l’altro vicepremier Salvini giudica “inaccettabile e offensivo” l’operato del governo di Tel Aviv.
Ora, chi prova a seguire le parole di vita del Vangelo sa bene che Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo” (Atti, 17, 24), e che ogni persona umana è “il tempio del Dio vivente” (2 Corinzi, 6, 16). Ebbene, quanti templi di Dio il governo di Israele ha deliberatamente distrutto, macellato, smembrato a Gaza, e in Cisgiordania e ora in Libano, Iran, e in tutta la regione? Da pochi giorni è uscito (presso le Edizioni della Meridiana) il documento su Gaza del movimento cristiano interconfessionale palestinese Kairos, dal titolo Un momento di verità. La fede in tempo di Genocidio. Nella lingua del Vangelo – quella del sì, sì, no, no – i cristiani di Terrasanta si rivolgono a noi: “Coloro che negano il genocidio commesso contro il popolo palestinese a Gaza – nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze e persino le dichiarazioni degli stessi sionisti – negano l’umanità stessa del popolo palestinese. Abbiamo quindi il diritto di chiedere: come si può parlare di fratellanza o comunione cristiana mentre si nega, si sostiene, si giustifica o si tace di fronte al genocidio, specialmente quando tali atti sono commessi in nome di Dio e delle Scritture?” Sono parole che pesano come pietre sulla condotta dei politici che si proclamano cristiani quando si tratta di usare il presepe come simbolo identitario, e si avvolgono nei rosari per accendere il fuoco dell’odio contro i migranti. Se lo ‘sdegno’ contro Israele è la reazione ad un odioso divieto a pratiche di culto, cosa avrebbero dovuto dire quegli stessi governanti contro il genocidio? […] Ma di quel genocidio sono stati, e sono, complici: e le mani sporche di sangue non si lavano difendendo le pietre delle chiese. I cristiani di Palestina chiedono, con un filo di voce, “ai governi del mondo di esercitare pressioni affinché i criminali di guerra, chiunque essi siano, siano perseguiti dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale; e di adoperarsi per il ritorno immediato degli sfollati attraverso la ricostruzione di Gaza e il rafforzamento della tenacia del suo popolo”. Come tutta risposta, Giorgia Meloni consente a Netanyahu di sorvolare impunemente l’Italia per tutta la sua lunghezza ogni volta che vuole, e appoggia il coloniale Board of Peace. E questa – perpetrata da chi si dice ‘cristiana’ – è un’offesa incomparabilmente maggiore di quella oggi platealmente rimproverata a Israele. E così, in questa Settimana Santa affondata nel sangue, sentiamo ancora una volta risuonare queste parole: “Anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Le ha dette, ai farisei del suo tempo, Colui nella cui memoria si dovrebbero celebrare le liturgie della Passione. Ascoltarlo, invece di usarlo, sarebbe cosa buona e giusta.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ CI CONVIENE NAZIONALIZZARLA
L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun
risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più. E a Taranto ne sono certi in tanti. Allo stato attuale, l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione, e nelle stime più ottimistiche, la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro; in quelle più pessimistiche, evidenziate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nell’audizione al Senato dello scorso dicembre, oscilla tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Una situazione che va avanti dal 2012, quando si è chiusa l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da allora lo Stato si è fatto carico di costi ingentissimi. La prima amministrazione straordinaria risale a gennaio 2015 e dura fino al 2017, quando l’ex Ilva viene assegnata ad ArcelorMittal; dal 2021 al 2024 lo Stato ha poi cogestito l’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in quella che è diventata, dopo l’ingresso del socio pubblico, Acciaierie d’Italia; nel marzo 2024, con l’addio di Arcelor arriva l’amministrazione anche per Adi. Adesso sia Ilva che Acciaierie d’Italia – quindi sia la società proprietaria degli impianti che quella che li gestisce – sono commissariate dallo Stato. Quanto denaro pubblico è stato speso in questi 14 anni?
I costi per lo Stato
Il costo per i contribuenti italiani arriva dalle risposte date dalla sottosegretaria al ministero delle Imprese Fausta Bergamotto all’interpellanza del 24 gennaio 2025. I finanziamenti statali erogati durante la prima amministrazione straordinaria ammontano a circa 600 milioni, a cui vanno aggiunte le «risorse statali utilizzate per l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con un aumento di capitale sottoscritto e versato, nell’aprile 2021, pari a 400 milioni – da quando ArcelorMittal ha cambiato la denominazione sociale in Acciaierie d’Italia – e, ancora, per il finanziamento soci disposto da Invitalia ad Adi nel 2023 per 680 milioni». Poi c’è il finanziamento ponte disposto a favore di Adi nel 2024 per 320 milioni di euro, quindi lo stanziamento deliberato dal Consiglio dei ministri
il 23 gennaio 2025 di ulteriori 250 milioni ad Acciaierie d’Italia per garantire la continuità produttiva. Da quella interpellanza si sono poi aggiunti altri 200 milioni concessi a luglio 2025 con il decreto legge 92, e i 149 milioni approvati a gennaio scorso per consentire la prosecuzione dell’attività nel caso in cui la cessione aziendale a terzi non fosse avvenuta entro il 30 gennaio 2026. E così è stato. Totale: 2,6 miliardi di euro di pura liquidità.
Cassa integrazione, commissari e prestiti
Ma sono soldi pubblici anche quelli utilizzati per la cassa integrazione: Assonime li stima in 750 milioni, ai quali aggiungerne altri 250 fra finanziamento Sace e contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024. Poi ci sono i circa 10 milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva e Adi, nonché i costi delle consulenze, che solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni di euro. Da ultimo i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea a febbraio 2026, ai sensi delle norme Ue sugli aiuti di Stato, per un prestito cosiddetto di salvataggio. A patto, però, che venga firmato il contratto di vendita, poiché le nuove risorse serviranno a garantire la continuità operativa fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore, nonché a coprire il pagamento di fornitori e salari. Alla fine, quindi, mantenere in vita l’Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro.
Cosa è successo con ArcelorMittal
È più o meno la stessa somma messa sul tavolo nel 2017 dalla cordata Am Investco, capeggiata dal più grande produttore di acciaio mondiale ArcelorMittal: il colossofranco-indianosi aggiudicò la prima gara per la cessione dell’ex Ilva con una offerta da 1,8 miliardi, impegnandosi a investirne 2,4 miliardi su un periodo di sette anni, di cui 1,1 in risanamento ambientale. E in effetti con la copertura dei parchi minerari, all’Ilva di Taranto fu realizzata la più grande opera di tutela della salute dei cittadini nell’adiacente quartiere Tamburi. L’era di ArcelorMittal però dura fino al 3 novembre del 2019, quando viene annullata la cosiddetta immunità penale sul pregresso, voluta nel 2015 dall’allora ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Il decreto esonerava i commissari e il futuro acquirente dalle richieste di risarcimento danni dovute all’inquinamento preesistente, a condizione di implementare le bonifiche. Ma quando a Calenda subentra Luigi Di Maio questo «scudo» viene cancellato, e a quel punto ArcelorMittal recede dal contratto. In realtà il colosso franco-indiano resta fino al 2024, con una convivenza mai proficua con il socio pubblico (Invitalia) che nel frattempo era subentrato nella Newco Acciaierie d’Italia.
Le occasioni perdute
Sono gli anni post Covid e il mercato dell’acciaio vola, ma l’ex Ilva non riesce a cavalcarli. Poi la Russia invade l’Ucraina e i costi dell’energia schizzano mettendo alle strette il settore siderurgico. In questo contesto lo scontro tra il socio pubblico e i franco-indiani si inasprisce: a febbraio 2024 Arcelor se ne va e ritorna un nuovo commissariamento. Si finisce presto in tribunale. Da una parte i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli avviano un’azione di responsabilità con una richiesta di risarcimento danni da 7 miliardi di euro perché, secondo loro, ArcelorMittal sarebbe stata gestita da «una governance parallela» che ha nascosto il dissesto; dall’altra gli indiani respingono ogni addebito, accusando a loro volta il governo italiano di aver eliminato lo scudo penale determinando così il recesso di ArcelorMittal per le mutate condizioni.
Le trattative che saltano
Ora lo Stato ha fretta di liberarsi dell’eredità della vecchia Italsider che, come abbiamo visto, oltre a perdere più di un milione al giorno, porta in pancia anche debiti per oltre 10 miliardi di euro secondo l’analisi del Sole24ore. Nel marzo 2025, gli azeri di Baku Steel erano a un passo dall’ex Ilva, ma dopo aver superato la concorrenza degli indiani di Jindal, fanno marcia indietro in seguito all’incendio dell’Altoforno 1, il conseguente sequestro disposto dalla Procura di Taranto, e il no del territorio alla nave rigassificatrice che avrebbe voluto nel porto di Taranto. A settembre 2025 irrompe sulla scena il Gruppo Flacks con altri 9 potenziali acquirenti che presentano offerte e poi via via si ritirano o si squagliano. In campo, selezionato dai commissari straordinari, resta solo lui, Michael Flacks, cittadino inglese residente a Miami, dove ha il centro dei suoi affari. Ma quali affari? Ha la caratura per essere interlocutore di un governo?
Chi è Michael Flacks
Flacks Group non è un fondo americano con grandi capitali da investire, non gestisce grandi aziende industriali. Gli azionisti sono lui, Michael Aubrey Flacks, 58 anni, e la moglie, Deborah Rhonda Flacks, 63. Il loro family office ha proprietà immobiliari rilevanti, acquista aziende medio piccole da risanare, nessuna
esperienza nella gestione di grandi gruppi e tantomeno della complessità dell’ex Ilva. Tuttavia riesce a convincere i commissari. Se si entra nel portafoglio di Flacks Group, si vede che nel 2022 acquistò una storica azienda americana di vernici (Kelly Moore Paints) da 400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti. Ebbene, l’azienda ha chiuso per sempre dopo poco più di un anno. Sul sito di Flacks Group il progetto Kelly-Moore Paints è sotto il titolo «I nostri recenti successi». Flacks Group non fornisce bilanci: nulla su ricavi, utili, perdite, debiti, dipendenti ecc. Ripieghiamo sulla «Flacks Group Brochure», il documento ufficiale che fotografa le attività. La versione dello scorso agosto indicava in oltre 4 miliardi di dollari il valore degli asset gestiti e 500 milioni la quota che Flacks è disposto a investire di tasca propria. Al 31 dicembre 2025 i 4 miliardi di asset diventano 5. Qualche giorno dopo, con il negoziato sull’ex Ilva caldissimo, il patrimonio lievita miracolosamente a 7 miliardi, ma non risultano nuove acquisizioni, investimenti o plusvalenze miliardarie. Però se ti siedi a un tavolo con un governo dichiarare 7 miliardi di asset invece di 4 fa più effetto. L’offerta di acquisizione è di zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti. Nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso 5 marzo il commissario Fiori: «Stiamo analizzando con estrema attenzione il piano presentato da Flacks. Riteniamo doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il proseguimento degli investimenti, che riguardano cifre molto rilevanti». E le prime risposte date dal fondo americano – che dal punto di vista industriale vorrebbe coinvolgere gli ucraini di Metinvest e Danieli – non avrebbero soddisfatto. Del resto l’atterraggio in Italia dell’ufo Flacks sembra avere i contorni dell’azzardo: un finanziere-immobiliarista con poche finanze che fiuta i business dello spezzatino industriale e della speculazione immobiliare.
Il ritorno di Jindal
Lo scorso 11 marzo, poi, è arrivata la manifestazione d’interesse del gruppo indiano Jindal Steel di Naveen Jindal — fratello di Sajjan Jindal di Jsw group che ha investito a Piombino (rinnovando da poco la cassa integrazione per 1.300 lavoratori. Lo schema delineato da Jindal prevedrebbe dal 2030 un solo forno elettrico, da 2 milioni di tonnellate di acciaio, mentre 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriveranno dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza il piano degli indiani prevede un’Ilva dimezzata, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione: i posti di lavoro passerebbero da 10 mila a 4 mila. Del resto, anche il ritorno
d’interesse per Taranto discende dal complicarsi della trattativa per Thyssenkrupp, arenatasi dopo la richiesta di Jindal di ulteriori riduzioni dei costi con il taglio tra i 2 mila e i 3 mila posti di lavoro. Quanto agli aspetti economici, sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta dello scorso anno di circa 600 milioni di euro (ricordiamo che Flacks ha offerto un euro); mentre per quel che riguarda gli investimenti, ai 5 miliardi promessi da Flacks, gli indiani rispondono con 1,5 miliardi. La scelta dei commissari, con due offerte al ribasso, non sarà facile. Per i sindacati è invece facilissima: né gli uni, né gli altri, ma il ritorno dello Stato.
Il countdown di 5 mesi
Nelle scorse settimane è poi arrivato un altro provvedimento che ha complicato ancor più la vendita: il Tribunale di Milano si è espresso sul ricorso presentato tempo fa da 11 cittadini di Taranto per ragioni ambientali e sanitarie e ha disposto che l’ex Ilva dovrà sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto se non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientale. Dunque la chiusura dell’Ilva non è mai stata così vicina. E costerà anche più di quanto già non sia stato speso dai contribuenti per tenerla aperta dal 2012 ad oggi, considerando i circa 10 mila lavoratori da mantenere in cassa integrazione a vita e il costo delle bonifiche di almeno 4-5 miliardi di euro.
E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è – la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni.
Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Gerevini
(da corriere.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
I RAGAZZI SONO USCITI DALL’ASTENSIONISMO PER DIRE AL GOVERNO CHE LA SITUAZUONE E’ INTOLLERABILE
Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse – perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.
È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere – ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso.
Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio – come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) – i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche.
O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie?
Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso.
Massimo Cacciari
(da La Stampa)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
SPRINT SULLA RIFORMA DEL ROSATELLUM, DOMANI IL VIA IN COMMISSIONE
«Il Turismo? Non è mica il Viminale», confida Giorgia Meloni ad alleati e dirigenti di FdI
che le chiedono con chi sarà rimpiazzata Daniela Santanchè. Per la premier è un modo per prendere tempo, anche se per poco: una decisione non è attesa oggi, ma nei prossimi giorni sì.
La verità è che la presidente del Consiglio deve ancora capire quale strada imboccare. Un pezzo di partito spinge per il voto anticipato. La leader ne ha discusso venerdì nella cena con Matteo Salvini e Antonio Tajani. L’orizzonte principale, per questo scenario, non sarebbe l’estate: difficile da motivare, con una guerra di mezzo, e Meloni smentirebbe se stessa, visto che per tutta la campagna referendaria ha giurato che non si sarebbe dimessa.
La prospettiva di cui sono stati messi a parte i leader di FI e Lega è l’autunno, ottobre, con la controindicazione però, in caso di pareggio, di dover approntare comunque una finanziaria complicata.
Con il voto in autunno il governo potrebbe nominare, tra aprile e maggio, i vertici delle partecipate. E ci sarebbe il tempo per approvare la legge elettorale, che domani sarà incardinata in commissione a Montecitorio. La premier con i soci di maggioranza è stata chiara: va licenziata alla svelta, senza bizze. FI è già convinta,
Salvini avrebbe dato il suo benestare, ma deve tenere in conto i malumori al Nord, dove preferiscono gli uninominali. La tentazione, nel giro della presidente del Consiglio, è un ultimo appello all’opposizione. Magari sulle preferenze, care a Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Il tema voto anticipato comunque è sul piatto. Salvini oggi riunirà la segreteria della Lega a via Bellerio. Si parlerà anche di questa prospettiva. Antonio Tajani vedrà nel fine settimana Marina Berlusconi, dopo le tensioni in FI.
A Palazzo Chigi, al momento, la chiamata alle urne, caldeggiata da big come Ignazio La Russa, non è l’opzione numero uno. La prima idea è un tentativo di rilancio, dopo la débâcle del referendum. Così si spiega anche il post della premier ieri, sul decreto sicurezza che «funziona», con tanto di promessa: «È in questa direzione che il governo continuerà a muoversi, più sicurezza e più tutele per chi vuole manifestare pacificamente».
L’agenda istituzionale di Meloni questa settimana è libera. Quella ufficiosa, è una batteria di riunioni. FdI è una pentola a pressione: c’è chi non disdegna l’idea di cedere il Turismo al leghista Luca Zaia, mentre altri, in testa Fazzolari, non vorrebbero lasciare il dicastero al Carroccio e spingono per un meloniano del Meridione. Esempio? Nello Musumeci.
Pure FI non apprezza l’idea Zaia, anche perché perderebbe peso nell’esecutivo rispetto agli ex lumbard. C’è anche questa ipotesi, che la premier valuterebbe: spostare Adolfo Urso dalle Imprese al Turismo, per cambiare mano nei rapporti, ormai tribolati, con l’industria. Ma Urso non vuole. E il Carroccio, in questa fase, non vuole le Imprese
. Sia Francesco Lollobrigida che Marcello Gemmato ieri hanno escluso rimpasti. Deve esprimersi il Quirinale, che potrebbe non accettare un giro più largo di avvicendamenti senza un voto alle Camere e dunque senza un “Meloni bis”. Al limite, secondo fonti parlamentari, il Colle potrebbe avallare un nuovo ministro e lo spostamento di un nome già nell’esecutivo ad altro incarico. Stop. Anche ieri il capo dello Stato ha raccomandato senso di responsabilità «all’intera comunità nazionale». Per il posto da sottosegretario alla Giustizia lasciato da Andrea Delmastro, circolano i nomi di Sara Kelany e Carolina Varchi. Ad Annalisa Imparato, pm per il sì, potrebbe essere invece affidata la direzione di un dipartimento.
(da Repubblica)
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