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DECRETO LAVORO, QUELLO CHE MELONI CHIAMA “SALARIO GIUSTO” IN REALTA’ E’ IL MINIMO SINDACALE

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

MENTRE GLI STIPENDI SONO MANGIATI DALL’INFLAZIONE, IL DECRETO LAVORO PATACCA PREMIA CON I SOLDI PUBBLICI LE IMPRESE E RESTRINGE IL DIRITTO DEI LAVORATORI A RICORRERE AI GIUDICI PER OTTENERE RETRIBUZIONI DIGNITOSE

Per la quarta volta in quattro anni, il governo Meloni ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. La Presidente del Consiglio, insieme alle ministre Calderone e Roccella, ha presentato in conferenza stampa un pacchetto da un miliardo di euro di incentivi alle imprese, spacciati come misure relative ai redditi più bassi. Ma la novità è soprattutto lessicale: il trattamento economico minimo definito dai contratti collettivi (lo stesso stipendio con cui molti lavoratori faticano a pagare un affitto, a reggere l’inflazione, a mettere da parte qualcosa) viene definito dal decreto del governo Meloni come “salario giusto”.
Lo slittamento semantico: giusto come sinonimo di minimo
Nel testo del provvedimento, si fa riferimento al trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, cioè l’insieme delle voci retributive. Per individuare il “salario giusto” si guarda ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
In questo modo il governo si tiene lontano dall’ipotesi di un salario minimo fissato per legge, discussa negli ultimi anni sia dalle opposizioni sia, in passato, da forze politiche oggi al governo. Rispetto ai modelli discussi negli ultimi anni, si abbandona sia il parametro di paga oraria, preferendo ancorare i minimi a una retribuzione globale e complessiva, sia ogni ipotesi di tutela legale, demandando la definizione della soglia alla sola contrattazione collettiva.
Così, però, sul piano lessicale, si genera una confusione di significato: che sia legale o contrattuale, che sia orario o complessivo, il salario a cui ci si sta riferendo è la soglia minima, non il trattamento giusto.
La rappresentanza sindacale e la Costituzione inattuata
Nel ricondurre, poi, la definizione del salario minimo alla sola contrattazione collettiva, si ignora la storia delle relazioni industriali in Italia, condizionata fortemente dall’assenza di una legge sulla rappresentanza.
Il preambolo del nuovo decreto lavoro cita infatti gli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione, ignorando che quest’ultimo, nella parte in cui prevede la registrazione dei sindacati, la loro personalità giuridica e il conseguente potere di stipulare
contratti collettivi efficaci erga omnes (validi cioè per tutti i lavoratori di una categoria) non è mai stato attuato.
Il risultato è che in Italia esistono centinaia di contratti collettivi nazionali, tra cui proliferano anche i cosiddetti contratti pirata: accordi stipulati con organizzazioni sindacali scarsamente rappresentative, che fissano minimi tabellari al ribasso e consentono ai datori di lavoro di scegliere il contratto più conveniente per l’impresa, a scapito dei lavoratori. È il fenomeno del dumping contrattuale, ed è una delle ragioni per cui i sindacati hanno nel tempo cambiato posizione sull’opportunità di un salario minimo legale: da contrari, com’erano storicamente, a favorevoli, proprio perché la realtà del mercato del lavoro, sempre più precario e frammentato, senza spinte collettive forti, ha reso evidente che la contrattazione collettiva, da sola, non riesce più a garantire tutele uniformi, e ha portato persino alla stipula di minimi tabellari sotto alla soglia di povertà.
Di fatto, con l’ultimo decreto meloniano sul lavoro, diventerebbero legalmente “salario giusto” quegli stessi minimi non dignitosi, che sono stati giudicati insufficienti dalla Cassazione, facendo leva sull’applicabilità diretta dell’articolo 36 della Costituzione.
La limitazione del principio costituzionale (e del potere dei giudici e delle tutele dei lavoratori)
L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità dell’attività prestata dal lavoratore, ma “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Quella promessa costituzionale è valida a prescindere dalla contrattazione collettiva, come autorevolmente sostenuto anche dalla Cassazione. Il lavoratore deve sempre poter provare in giudizio che la retribuzione che riceve è insufficiente e il giudice, verificata l’inadeguatezza del salario, deve ridefinire lo stipendio.
L’articolo 7 del nuovo decreto punta a limitare questo potere. Ancorando la definizione di “salario giusto” ai soli accordi collettivi, il governo mira a sottrarre ai magistrati la facoltà di valutare se una retribuzione sia davvero dignitosa. La tutela costituzionale smette così di essere un diritto del singolo e diventa un semplice esito dei rapporti di forza tra le sigle sindacali e datoriali.
E’ la versione aggiornata del disegno già visto l’estate scorsa. Con l’emendamento Pogliese, proposto dal relatore di Fratelli d’Italia in sede di conversione del decreto Ilva e poi ritirato davanti alle proteste, la maggioranza aveva tentato qualcosa di simile per via più diretta: se allora si cercava di impedire ai giudici di condannare le imprese al pagamento delle differenze retributive, con una presunzione di adeguatezza dei minimi contrattuali, oggi lo si fa con una manovra più sottile che agisce sulla definizione stessa di sufficienza salariale, ancorandola ai contratti collettivi.
Il premio per il minimo, l’incentivo per la normalità
Il cuore del decreto è però l’incentivo. Le norme della bozza descrivono infatti una serie di benefici per le imprese: esoneri contributivi per l’assunzione di giovani under 35, di donne e di lavoratori nella ZES (Zona Economica Speciale), per un valore complessivamente di quasi un miliardo di euro.
Giorgia Meloni ha presentato come “una novità che noi consideriamo molto importante” il requisito di accesso a queste decontribuzioni: “a quegli incentivi – ha spiegato la Presidente del Consiglio – si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto”.
In altri termini, per godere del meccanismo premiale le imprese devono rispettare i minimi dei contratti collettivi nazionali, minimi considerati “salario giusto” nel decreto meloniano.
Ma rispettare la legge non è un’opzione virtuosa, è un obbligo, un comportamento che dovrebbe essere normale (cioè, appunto, secondo la norma). Si passa così da un sistema sanzionatorio, che dovrebbe disincentivare atti illeciti (come violare i contratti e sfruttare i lavoratori), a un sistema d’incentivi, in cui si garantisce una ricompensa per una condotta obbligatoria, come se la decenza fosse qualcosa di straordinario, degno di un premio economico.
Al paradosso s’aggiunge paradosso se si pensa che queste decontribuzioni sono a carico della spesa pubblica, finanziata principalmente dal gettito di lavoratori e pensionati. Sono i lavoratori stessi a concorrere al finanziamento del sistema con cui si premiano le imprese che non sottopagano i lavoratori. È una forma particolarmente raffinata di quella privatizzazione dei profitti e socializzazione dei
costi che caratterizza da anni l’intervento pubblico nel mercato del lavoro italiano: lo Stato paga, l’impresa incassa, il lavoratore si rassegna al salario minimo, che il governo Meloni definisce “salario giusto”.
La neolingua meloniana e il suo impatto culturale
Il salario giusto è allora, in questo senso, una formula rivelatrice di una visione più ampia del rapporto tra lavoro, impresa e Stato. Quella locuzione rappresenta uno slittamento semantico consapevole, un’operazione di riscrittura del reale attraverso le parole: se il minimo diventa giusto, smette di essere percepito come una soglia di sopravvivenza, sotto la quale non si può scendere e a partire dalla quale si può rivendicare. Finisce, anzi, per sembrare una misura equa, soddisfacente, difficile da contestare.
È così che il linguaggio politico diventa norma giuridica e plasma i rapporti sociali. E, prima ancora di abbassare il livello delle tutele, ne cambia la percezione. Questa retorica funziona perché intercetta e cristallizza una rassegnazione già diffusa, presentando il minimo sindacale come il massimo a cui ambire.
Il nuovo decreto sul lavoro ribadisce così la visione del governo Meloni sul lavoro: la rinuncia a fissare una soglia legale chiara, il mancato intervento sulla rappresentanza, il tentativo di ricondurre la Costituzione entro i limiti della contrattazione (e, così facendo, di comprimere lo spazio di intervento dei giudici nella tutela dei lavoratori) e, infine, la scelta di sostituire garanzie con incentivi.
Non è un dettaglio che tutto questo venga annunciato, per la quarta volta in quattro anni di governo, il Primo maggio. Nella solennità civile in cui si celebrano dignità e diritti di chi lavora, il lavoro viene ridefinito attraverso un lessico che attenua il conflitto e falsifica la realtà, con un’operazione retorica, politica e giuridica tanto sofisticata quanto pericolosa.
(da Fanpage)

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FRANCESCO ROCCA HA TRASFORMATO LA REGIONE LAZIO IN UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER GLI EX FUNZIONARI DELLA CROCE ROSSA: L’EX PRESIDENTE DELLA CRI, GOVERNATORE DAL 2023, SI È PORTATO DIETRO UN MANIPOLO DI FEDELISSIMI, A PARTIRE DAL CAPO DI GABINETTO (A 180MILA EURO L’ANNO), GIUSEPPE PISANO, E DALLA PORTAVOCE, CARLA CACE

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

I “VASI COMUNICANTI” FUNZIONANO IN ENTRAMBE LE DIREZIONI: CI SONO INFATTI MOLTI PROFESSIONISTI CHE HANNO TROVATO SPAZIO NELL’ORGANIZZAZIONE DI VOLONTARIATO. UNICO REQUISITO COMUNE? LA MILITANZA IN FRATELLI D’ITALIA O ALLEANZA NAZIONALE

Il 2023 ha segnato uno spartiacque nella storia dei rapporti della Croce Rossa Italiana con la politica regionale, in particolare con la sponda destra. Con l’elezione di Francesco Rocca alla presidenza del Lazio, a sua volta presidente dell’associazione tra il 2013 e la fine del 2022, tanti lo hanno accompagnato nel passaggio da via Ramazzini, sede della Croce Rossa, a via Colombo, sede della giunta del Lazio: si tratta quasi sempre di fedelissimi che hanno seguito il leader nella sfida del governo territoriale.
Ma i vasi comunicanti tra le due realtà funzionano in entrambe le direzioni. Ci sono infatti anche professionisti, con un passato politico nelle file di Fratelli d’Italia o Alleanza Nazionale, che negli ultimi anni hanno trovato spazio nell’organizzazione di volontariato, a tutti i livelli.
Capo di Gabinetto in Regione Lazio per 180mila euro l’anno è Giuseppe Pisano, commercialista cosentino proveniente anch’egli dagli uffici della Croce Rossa dove ha ricoperto ruoli da dirigente.
È l’uomo che filtra ogni decisione, il perno su cui ruota l’amministrazione Rocca, garantendo quella continuità operativa che il governatore esigeva sin dal primo giorno. In realtà Pisano risulta ancora presidente del Collegio dei revisori dei conti dell’associazione di volontariato, un doppio incarico che ha scatenato in passato le
proteste delle opposizioni che ne hanno richiesto, invano, le dimissioni per un presunto conflitto di interesse.
Portavoce di Rocca è Carla Cace, scrittrice e storica dell’arte, già senior communication officer di Croce Rossa e presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata. Oggi aiuta il presidente nella comunicazione delle attività istituzionali e di rappresentanza.
Stessa sorte per Adriano Valentini, prima communication specialist della Croce Rossa Italiana, poi responsabile della comunicazione web per Rocca durante la campagna elettorale, oggi responsabile della struttura autonoma social media presso l’ufficio di gabinetto della Giunta.
Sempre ad aprile del 2023, poco dopo l’insediamento, Rocca ha nominato Alessandro Ridolfi direttore generale della regione. Laureato in economia e commercio, Ridolfi ha lavorato all’interno di Agenas e della CRI in Sicilia, in particolare è stato presidente e amministratore delegato di SI.S.E., (Servizi Infrastrutturali e Servizi Emergenza), una società a socio unico della Croce Rossa Italiana che gestiva per l’associazione i servizi pubblici di assistenza e pronto intervento 118 nella regione Sicilia.
Oltre ad aver ricoperto incarichi di docenza presso alcune università è stato, tra le altre, coordinatore della segreteria dell’ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace. Quest’ultimo lo nominò anche direttore dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali quando Storace ricopriva la carica di ministro della Salute.
Nella sua lunga carriera Ridolfi è stato anche manager all’interno di Cotral, Ama ed Eni. Giorgio Ziparo è stato per anni un pilastro dell’amministrazione centrale della CRI sotto la presidenza di Francesco Rocca, ricoprendo il ruolo di responsabile dell’Unità operativa legale. In pratica gestiva il contenzioso, la consulenza legale interna e la conformità normativa dell’associazione, seguendo da vicino tutta la fase di trasformazione dell’ente e la gestione dei rapporti contrattuali complessi.
Ziparo è stato uno degli ultimi, a ottobre 2025, a essere chiamato a ricoprire un incarico di alta responsabilità burocratica nello staff di diretta collaborazione di Rocca. È stato infatti nominato responsabile dell’area programmazione e controllo degli uffici della presidenza e della giunta, dove si occupa di monitorare l’attività
degli uffici regionali, assicurando che la macchina amministrativa rispetti la programmazione politica decisa dal governatore.
Direttore della Direzione regionale emergenza, protezione civile e Nue 112, nominato nel 2023, è Massimo La Pietra, altro volto storico della Croce Rossa dove per dieci anni, dal 2013, ha lavorato in contesti di crisi nazionale e internazionale come il sisma in Emilia-Romagna e l’emergenza migranti dal Nord Africa.
La Pietra ha ricoperto dal 2019 il ruolo di responsabile dell’Unità operativa centrale di risposta nazionale e ha lavorato anche presso il Dipartimento della Protezione Civile. La sua nomina in regione ha sollevato un polverone dopo che il tribunale del lavoro il 28 gennaio, in risposta al ricorso di un candidato che sosteneva di non essere stato valutato in maniera equa e corretta, ha rilevato come la scelta fosse ricaduta illegittimamente su La Pietra che non aveva ricoperto ruoli dirigenziali per almeno cinque anni prima della nomina, come richiesto dai requisiti di base.
Fratelli d’Italia in regione attende l’appello prima di prendere qualsiasi decisione a riguardo mentre il consigliere del Pd Massimiliano Valeriani ha fatto ricorso alla Corte dei Conti avanzando l’ipotesi di un danno erariale. Tiziano Gerardi è invece il responsabile della struttura autonoma di diretta collaborazione cerimoniale, nominato con un compenso di 95 mila euro l’anno.
Il suo ruolo è quello di organizzare gli eventi che vedono la partecipazione del presidente e, soprattutto, coordinare le funzioni di sicurezza legate alla figura del governatore e degli uffici della presidenza.
Diverso il percorso di Carolina Casini, pediatra del Sant’Andrea, attiva in Croce Rossa dal 2009. Casini è stata direttore sanitario del Comitato regionale Lazio della Croce Rossa e, successivamente, direttore sanitario del Comitato area metropolitana di Roma Capitale.
Ha inoltre partecipato a numerose missioni umanitarie, a Gaza, in Kenya, Bangladesh, Ucraina e Lampedusa. Candidata per un posto in consiglio regionale alla Pisana, non viene eletta ma nel maggio 2023 è nominata, in quota pubblica, membro del Consiglio di amministrazione del Valmontone Hospital, una struttura sanitaria controllata dalla Asl Roma 5 e quindi facente parte della rete regionale.
Ancora, Silvia Amici è oggi segretaria particolare del presidente Rocca, dopo una vita (dal 2008) come segretaria di presidenza in Croce Rossa. Stessa traiettoria seguita da Riccardo Iotti, ex assessore del comune di Ardea, dal 2018 in segreteria di presidenza in Croce Rossa, con Rocca al vertice, oggi contrattualizzato nello stesso ufficio ma presso la Regione Lazio. Ultimo ma non ultimo, in fondo a questo elenco solo perché non più presente nell’organigramma di Francesco Rocca in regione, è Marcello De Angelis.
Figura storica della destra romana, De Angelis giunge in Croce Rossa dopo un passato di militanza politica (di estrema destra). Tra il 2017 e il 2018 è capo di gabinetto sotto la presidenza Rocca dell’associazione, poi è il portavoce ufficiale del presidente, tra 2018 e 2020. Infine, fino al 2023, gestisce l’ufficio Cultura, eventi e pubblicazioni della Croce Rossa. Quando Rocca vince le elezioni diventa responsabile della comunicazione ma dura poco.
Ad agosto è infatti costretto a dimettersi dopo le polemiche sulle sue dichiarazioni a proposito della strage di Bologna, di cui ha negato la matrice neofascista. De Angelis è figura estremamente significativa nel sistema di porte girevoli che stiamo raccontando, visto che prima degli incarichi in Croce Rossa era già stato senatore con Alleanza Nazionale tra il 2006 e il 2008 e deputato con il Pdl tra 2008 e 2013.
Mentre il vertice della CRI è andato svuotandosi per riempire gli uffici regionali, il percorso inverso (o quello di sovrapposizione) mostra come la Croce Rossa sia diventata terreno di ricaduta per professionisti vicini a Fratelli d’Italia o all’area del centrodestra.
L’esempio più lampante di sovrapposizione è incarnato da Marco Ottaviani, in Croce Rossa da maggio 2022, responsabile stampa e portavoce del presidente nazionale, ma anche consigliere municipale di Fratelli d’Italia nel XV municipio, da ottobre 2021. In passato Ottaviani, che milita nel partito da molti anni, è stato anche presidente dell’associazione Impresa Italia, fondata nel 2014 con l’obiettivo di creare una rete di collaborazioni e iniziative che hanno lo scopo di tutelare imprese e lavoratori.
Anche il caso di Elisabetta Mauceri è emblematico della doppia anima di Croce Rossa. Avvocato, Mauceri “dal 2016 ha assunto incarichi di crescente rilievo nella Croce Rossa Italiana, tra cui responsabile delle risorse umane, della compliance e
audit associativo, degli affari generali e legali, fino alla nomina, nel maggio 2025, a direttore della Direzione avvocatura”, carica istituita all’interno dell’ente pochi mesi prima, a gennaio 2025. Sulla nomina è pendente anche un ricorso al Consiglio di Stato, dopo il primo grado vinto dal ricorrente contro Croce Rossa al Tar. Mauceri nel 2016 è stata candidata con Fratelli d’Italia al Consiglio del Municipio XV di Roma.
Ha incrociato l’attivismo politico e la carriera in Croce Rossa anche Elisabetta Parise, candidata con Alfio Marchini alle comunali del 2013. Parise lavora nell’organizzazione di volontariato dal 2004, prima nel dipartimento Politiche del lavoro e Relazioni sindacali, poi, dal 2020, come responsabile delle Risorse umane. Nel 2024, proprio nel periodo in cui viene condannata a quattro anni per corruzione nell’ambito di un procedimento che la vedeva imputata nella veste (passata) di dirigente Anas, Parise viene promossa a direttore dell’Advocacy, partenariati e associazioni.
Antonio Mazzella ha invece fatto parte del Comitato nazionale della Croce Rossa dopo una lunga carriera come braccio operativo del partito La Destra di Francesco Storace. Oggi è segretario provinciale di Caserta del Movimento Indipendenza, fondato da Gianni Alemanno.
Dal 2018 è coordinatrice nazionale del Servizio Civile Universale una vecchia conoscenza di Giorgia Meloni, Milka Di Nunzio, una delle migliori amiche della premier. Di Nunzio è stata mandataria elettorale di Meloni quando la futura presidente del Consiglio si era candidata a sindaca di Roma nel 2016.
Negli anni precedenti, come riportato da recenti inchieste giornalistiche, Di Nunzio aveva acquistato le quote di un locale all’Eur proprio in società con la madre della premier, Anna Paratore. Le due avrebbero rivenduto le quote dopo quattro anni, proprio nel 2016, con una plusvalenza monstre, con quote lievitate da 4mila a 90mila euro. Oggi Di Nunzio occupa un posto nella giunta di Opes, Organizzazione per l’educazione allo sport, vero e proprio fortino di Fratelli d’Italia in campo sportivo, ed è consigliera del ministro dello Sport Andrea Abodi.
Efficienza o occupazione? A marzo 2026, Fratelli d’Italia ha sostenuto in Parlamento il riordino della Croce Rossa Italiana (CRI), finalizzato a rafforzare il legame tra l’ente e lo Stato. Il partito mira a valorizzare l’identità storica della CRI, definita un “patrimonio morale”, e a sostenere il lavoro di operatori e volontari, considerati una “forza silenziosa”.
Si tratta, secondo quanto affermato dalla senatrice Paola Ambrogio di Fdi, di “un doveroso riconoscimento del valore storico di questa Istituzione che introduce un importante cambio di passo per il lavoro della Croce Rossa ed in particolare per i Corpi militari volontari e ausiliari delle Forze Armate”.
Insomma il partito di Meloni sembra avere fortemente a cuore le sorti dell’ente fondato a Milano nel lontano 1864. D’altronde, prima e dopo l’elezione di Rocca alla presidenza della Regione Lazio, i vasi tra le due realtà – l’associazione e Fratelli d’Italia – sono stati ben più che comunicanti. Da una parte, la Regione Lazio è stata dotata di una struttura di comando dove la fiducia personale nata nelle emergenze della Croce Rossa prevale sulle consuete dinamiche amministrative. Dall’altra, la Croce Rossa ha accolto o promosso figure che, pur competenti, portano una chiara identità politica legata a Fratelli d’Italia. Se per i sostenitori di Rocca questa è la chiave per l’efficienza – un modello manageriale del terzo settore applicato all’amministrazione del territorio – per i critici si tratta di una occupazione sistematica che rischia di offuscare la necessaria neutralità di un ente come la Croce Rossa e di trasformare la regione in una dependance di una specifica filiera di potere.
(da Fanpage)

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“L’ADOZIONE DEL BAMBINO DI NICOLE MINETTI È ALTAMENTE IRREGOLARE”: I MEDIA URUGUAIANI SI SVEGLIANO E RIVELANO I LEGAMI OPACHI TRA L’EX IGIENISTA DENTALE E IL SUO COMPAGNO, GIUSEPPE CIPRIANI, CON L’ISTITUTO INAU DI MALDONADO: I BAMBINI DELL’ORGANIZZAZIONE AVREBBERO VISITATO PIÙ VOLTE IL RANCH DELLA COPPIA A MALDONADO

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA PROCURA GENERALE DI MILANO STA EFFETTUANDO NUOVE VERIFICHE SU EVENTUALI PROCEDIMENTI PENALI IN CORSO, IN PARTICOLARE ALL’ESTERO

A Montevideo si moltiplicano le indiscrezioni circa la passata cattiva gestione dell’Inau, l’ente che regola le adozioni in Uruguay. Una fonte vicina all’organizzazione ha dichiarato a La Diaria, un media locale che l’adozione del bambino “è sempre stata considerata altamente irregolare”.
All’epoca, Daniel Guadalupe era il direttore dell’Inau di Maldonado. Si parla anche di un legame tra la coppia Minetti-Cipriani e l’Inau un’organizzazione alla quale sembra abbiano fatto delle donazioni. Inoltre le stesse fonti riferiscono che, nel corso degli anni, alcuni bambini dell’Inau abbiano visitato il loro ranch a Maldonado, dove andavano a fare passeggiate la domenica.
La procura generale di Milano sta effettuando nuove verifiche su eventuali procedimenti penali in corso, in particolare all’estero, a carico di Nicole Minetti, l’ex igienista dentale che ha chiesto e ottenuto la grazia.
Da quanto si è appreso, dai primi accertamenti effettuati nei mesi scorsi dalla pg Francesca Nanni e dal sostituto pg Gaetano Brusa, che poi diedero parere positivo ma non vincolante all’atto di clemenza, Minetti non risultava indagata. Ora si sta di nuovo scavando, soprattutto in Spagna e nel Paese sudamericano.
La procura Generale di Milano sta acquisendo in Uruguay, per verificarne la veridicità, la sentenza di adozione del figlio di Nicole Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani, nell’ambito della vicenda della richiesta della grazia, poi ottenuta, da parte dell’ex igienista.
L’accertamento è uno di quelli richiesta dal ministero nel supplemento di indagine che si è reso necessario in seguito all’inchiesta giornalistica de Il Fatto Quotidiano. Quando venne presentata la richiesta di clemenza, nell’agosto scorso, l’atto dei giudici del Paese sudamericano poi recepito da quelli italiani era stato prodotto dai legali di Minetti.
La richiesta di grazia, con la documentazione allegata, era stata presentata da Minetti lo scorso agosto. Per qualche mese poi era stata trattenuta negli uffici del ministero fino alla trasmissione, lo scorso dicembre, alla Procura generale per alcuni accertamenti ‘standard’, indicati da via Arenula, e per un parere non vincolante.
Dopo di che il fascicolo ha fatto il percorso inverso per la valutazione, sempre non vincolante, del Guardasigilli, Carlo Nordio. Il presidente Sergio Mattarella nella sua decisione, nel bilanciamento dei pro e dei contro, ha ritenuto prevalenti i profili “umanitari”.
Ora, dopo le inchieste del Fatto, è scattato un supplemento di indagini e il ministero ha dato una delega in bianco alla Procura generale. Che ha investito l’Interpol per le verifiche, in particolare in Uruguay e in Spagna, in quanto a Ibiza Minetti avrebbe vissuto e lavorato. Verifiche che avranno tempi rapidi. Il punto nodale è la vicenda dell’adozione preceduta, per quel che si sa, da due fasi di affido del bambino e su cui sono stati sollevati dubbi sulla procedura.
(da agenzie)

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PER I LAVORATORI LA FREGATURA È SEMPRE DIETRO L’ANGOL:PUR DI NON INTRODURRE IL SALARIO MINIMO CHIESTO DALLE OPPOSIZIONI, NEL DECRETO “PRIMO MAGGIO”, IL GOVERNO INTRODUCE IL CONCETTO DI “SALARIO GIUSTO”, OVVERO QUELLO FISSATO DAI CONTRATTI DI CATEGORIA STIPULATI DA SINDACATI PRINCIPALI

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

RESTA UN PICCOLO PROBLEMA: COME APPLICARE IL SALARIO GIUSTO NEI SEGMENTI PIÙ “DEBOLI” DEL LAVORO, DOVE NON C’È UN CONTRATTO DI CATEGORIA? IL RICONOSCIMENTO NON È AUTOMATICO E QUINDI SI DOVRÀ RICORRERE ALLA MAGISTRATURA… E COME SI FA CON IL “LAVORO POVERO”, QUELLO REGOLARMENTE RETRIBUITO MA INSUFFICIENTE A GARANTIRE UN DECENTE TENORE DI VITA?

Con la definizione di «salario giusto», messa nel decreto Primo maggio, il governo abbandona l’idea di entrare a gamba tesa nella trattativa sulle regole della contrattazione in corso da mesi tra Cgil, Cisl, Uil e le maggiori sigle imprenditoriali.
Anzi, decide che il salario giusto è proprio quello fissato dai contratti di categoria stipulati da sindacati e sigle datoriali «comparativamente più rappresentative», quindi, di fatto, esattamente Cgil, Cisl, Uil per i lavoratori e Confindustria, Confcommercio e le altre grandi associazioni per le imprese.
Come ha certificato il Cnel, già ora il 97% dei dipendenti privati è coperto da uno dei 99 contratti stipulati da Cgil, Cisl e Uil mentre solo il 2%, 350 mila lavoratori, da uno degli 800 contratti firmati da sigle minori, spesso a scopo di dumping salariale.
Il decreto, proprio per scoraggiare il ricorso a questi contratti pirata, stabilisce che gli incentivi pubblici non verranno più dati alle aziende che non applicano i contratti più rappresentativi.
Non solo. Il decreto prende come riferimento per il salario giusto non i minimi di retribuzione definiti da questi contratti, ma il più generoso «trattamento economico complessivo» (Tec) che comprende tutte le voci, dagli straordinari ai premi.
Un salario giusto che è più di un salario minimo, fissato dai contratti e non dalla legge, come vorrebbe la sinistra con la proposta dei 9 euro lordi l’ora. Resta da vedere come esso si possa far valere nei segmenti più deboli del lavoro.
Il decreto dice che dove non c’è un contratto si deve lo stesso applicare il Tec del contratto della categoria più simile. Ma è evidente che questo riconoscimento non è automatico bensì continuerà a passare per il ricorso alla magistratura.
Il leader della Cgil Maurizio Landini, obietta che «bisognerebbe spiegare al governo che il Primo Maggio è la festa dei lavoratori, e in questo decreto i 960 milioni vanno tutti alle imprese».
Proprio sugli incentivi alle assunzioni, però, si concentrano le maggiori critiche di Landini: «Semplicemente danno soldi se un’azienda assume. Lo trovo un po’ singolare: un’azienda assume se ha bisogno di lavoratori».
Nulla invece sul fronte dei salari, divorati dal fiscal drag: «Dovrebbero utilizzare le risorse in in modo di aumentare i salari ai lavoratori. Questo decreto non dà un euro in più ai lavoratori, che continuano a pagare più tasse di quanto dovrebbero».
Anche i sindacati di settore sono molto critici. La Flepar (sindacato della dirigenza pubblica) guarda alle norme sulla sicurezza sul lavoro, che giudica insufficienti: «Il decreto Primo Maggio non affronta ancora i nodi strutturali della prevenzione nei luoghi di lavoro», obietta la segretaria, TIziana Cignarelli.
Insoddisfazione anche per le norme sui rider: dal testo è scomparsa la norma che definiva le condizioni di sfruttamento, e anche le tutele sono poco significative, a cominciare da quella che vieta di usare lo Spid di un altro lavoratore.
«Non è che nel nostro Paese ci sia qualcuno legittimato a usare l’account di un altro», ironizza il segretario del Nidil Cgil Andrea Borghesi. Debole anche la tutela sull’uso degli algoritmi, «il ranking reputazionale per esempio era già stata considerato illegittimo da una sentenza del tribunale di Bologna del 2020 contro Deliveroo», ricorda Borghesi.
(da agenzie)

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“SUL CASO VENEZI LA DESTRA È VITTIMA DELLA SUA STESSA PROPAGANDA”. IL CORTOCIRCUITO DI “ALCUNI COMMENTATORI DELLA DESTRA PRÊT-À-PENSER

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

“È CHIARO CHE HOARA BORSELLI O ITALO BOCCHINO CHE DISCETTANO DI DIRETTORI D’ORCHESTRA FANNO RIDERE. MA SEGNALANO UNA DIFFICOLTÀ VERA DI QUESTA DESTRA, SPECIE IN CAMPO CULTURALE. DOPO AVERLA PUBBLICIZZATA, PROMOSSA E DIFESA, A UN CERTO PUNTO I SUOI SPONSOR HANNO CAPITO CHE VENEZI ERA INDIFENDIBILE. È QUELLO CHE È SUCCESSO ALLA BIENNALE, CON LA DESTRA COSTRETTA A SCONFESSARE PIETRANGELO BUTTAFUOCO”

A questo punto, dopo che l’hanno scaricata perfino i suoi Fratelli, la vicenda di Beatrice Venezi potrebbe essere archiviata. Una celebrità fatta dagli altri e disfattasi da sé: fine di una storia triste.
Ma la narrazione distopica che l’ha accompagnata non muore, quindi in questi giorni sui social riciccia tutta la fantascienza sulla grande direttrice ostracizzata da quei cattivoni degli orchestrali perché di destra, anzi, peggio, perché giovane e donna
I professori della Fenice denunciano perfino insulti e minacce di morte. Anche alcuni commentatori della destra prêt-à-penser, con il linguaggio approssimativo di chi parla di quel che non sa («maestra d’orchestra», tipico) denunciano il sessismo trinariciuto della Casta musicale, tutta ovviamente comunista, e accusano perfino il loro governo di non aver difeso la povera stella bullizzata
È chiaro che Hoara Borselli o Italo Bocchino che discettano di direttori d’orchestra fanno ridere. Ma segnalano una difficoltà vera di questa destra, specie in campo culturale.
Dopo averla pubblicizzata, promossa e difesa con una protervia priva anche di quel minimo di prudenza e furbizia che i democristiani avrebbero avuto, a un certo punto i suoi sponsor hanno capito che Venezi era indifendibile.
E così si sono scoperti istituzionali, realizzando finalmente che non si può nominare direttore musicale di un teatro, e che teatro, chi non ha perso occasione di diffamarlo. Ma è qui che la destra risulta vittima della sua stessa propaganda.
Dopo avergli fatto credere che Venezi è la nuova Karajan, ha diretto perfino a Sanremo!, e contro di lei c’era il solito complotto radical chic, ora è difficile spiegare al popolo che Venezi è sì una vittima, ma solo di sé stessa (e anche, diciamolo, della situazione politica, dal post-referendum ai brutti sondaggi sulle comunali a Venezia. Del resto, se una nomina viene fatta unicamente per ragioni politiche, la politica può anche disfarla).
È quello che è successo alla Biennale, con la destra costretta a sconfessare Pietrangelo Buttafuoco, l’unico suo intellettuale presentabile, o almeno bene accetto anche (oggi soprattutto) a sinistra.
E’ lo stesso circolo vizioso per cui si devono rispettare i vincoli europei o applicare le sanzioni alla Russia, ma si fa fatica a farlo trangugiare a una base cui è stato detto che Bruxelles è la fonte di ogni nostra sventura e in fin dei conti Putin non è poi così male.
Negli States sta succedendo lo stesso, con il popolo Maga che critica Trump accusandolo di non essere abbastanza Maga, apprendista stregone che non controlla più le forze che ha scatenato. È il solito problema del populismo: serve a prendere il potere, ma rende difficile gestirlo.
(da La Stampa)
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“SENZA CONSENSO È STUPRO”: L’EUROPARLAMENTO CHIEDE UNA LEGGE UE SULLA VIOLENZA SESSUALE BASATA SULL’ASSENZA DI CONSENSO

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA DESTRA ITALIANA SI SPACCA. FDI SI DICHIARA CONTRARIA, LEGA SI ASTIENE E FORZA ITALIA VOTA A FAVORE

Il Parlamento europeo ci riprova e con una risoluzione adottata a larga maggioranza ieri ha chiesto alla Commissione di presentare una proposta legislativa che stabilisca una definizione comune di stupro basata su un consenso libero, informato e revocabile: «Solo sì significa sì», è la sintesi. I voti a favore sono stati 447, i contrari 160 contrari e 43 le astensioni.
I partiti della maggioranza di governo si sono divisi non senza polemiche: la delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo ha votato contro, si è astenuta la Lega, mentre il gruppo dei Patrioti, di cui fa parte, ha votato in maggioranza contro.
No anche da parte di Roberto Vannacci (Futuro nazionale), nel gruppo di Europa delle nazioni sovrane. A favore, invece, Forza Italia (contrario solo Massimiliano Salini) così come i partiti dell’opposizione: Pd, M5s, Avs e Azione.
(da agenzie)

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DOPO LA VENEZI, CONTINUA LA FAIDA IN LAGUNA: IL MINISTRO GIULI-VO DELLA CULTURA INVIA GLI ISPETTORI A VENEZIA PER LE AUTORIZZAZIONI CONCESSE ALLA FEDERAZIONE RUSSA PER LA RIAPERTURA DEL LORO PADIGLIONE ALLA BIENNALE

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ISPETTORI SI OCCUPERANNO ANCHE DEI BILANCI PER CERCARE DI ARRIVARE A UNA RICHIESTA DI COMMISSARIAMENTO. CHE POTREBBE ARRIVARE A RIDOSSO DELL’INAUGURAZIONE DELLA BIENNALE (9 MAGGIO)

In arrivo un’ispezione a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, in relazione all’allestimento del padiglione russo alla imminente Biennale Arte 2026, la cui vernice si terrà dal 5 all’8 maggio.
Il Ministero della Cultura, secondo quanto risulta all’Adnkronos, avrebbe disposto l’invio di ispettori nella sede della Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco per verifiche e approfondimenti legati alla gestione dell’edizione 2026 dell’Esposizione Internazionale d’Arte e in particolare alle autorizzazione concesse alla Federazione Russa in relazione all’organizzazione del padiglione di proprietà ai Giardini
I funzionari del MiC dovrebbero acquisire nuovi documenti relativi alla riapertura del padiglione russo, da settimane al centro di polemiche nazionali e internazionali. Già nelle scorse settimane la Biennale aveva inviato copia della corrispondenza intrattenuta con le autorità di Mosca al Mic, senza che fossero emerse irregolarità nel rispetto del regime sanzionario che vige nei confronti della Russia dopo l’aggression all’Ucraina.
Sono pronti a sbarcare oggi a Venezia gli ispettori del ministero della Cultura inviati dal ministro della Cultura Alessandro Giuli. Busseranno alle porte di Ca’ Giustiniani, dove ha sede la fondazione della Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco. Il nodo del contendere resta la riapertura del padiglione russo.
Tecnicamente gli 007 del Collegio romano chiederanno la documentazione che riguarda questo spazio, ma anche quello dedicato a Israele e Iran. Gli ispettori si occuperanno anche dei bilanci per cercare di arrivare a una richiesta di commissariamento. Che potrebbe arrivare a ridosso dell’inaugurazione della Biennale (la vernice, aperta alla stampa, è prevista dal 5 al 8 maggio, dal 9 ci sarà il via libera al pubblico).
(da agenzie)

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CONTI PUBBLICI ED ECONOMIA SONO IL VERO FALLIMENTO DEL GOVERNO MELONI

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

GIU’ LA CRESCITA , SU I PREZZI, SU IL DEBITO, GIU’ LA SPESA… L’ANALISI DELL’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO E’ IMPIETOSA, FIGLIA DI QUATTRO ANNI DI NULLA COSMICO

Crescita zero. Inflazione che sale. Debito che si impenna. Tagli, tagli e ancora tagli.
Questo, in sintesi, è quel che dice il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sul Documento di Finanza Pubblica presentato dal governo qualche giorno fa.
Un documento che il governo più o meno ha presentato così, in estrema sintesi: ok, non siamo riusciti a rientrare dalla procedura d’infrazione sul deficit per pochi decimali di PIL, ma è colpa del superbonus di Conte, delle guerre americane, e delle regole europee.
E ok, basterebbe anche solo obiettare che il superbonus l’hanno votato, difeso, gestito pure loro. Che le guerre le hanno iniziate i loro amici Trump e Netanyahu, tra mille applausi delle destre per i liberatori dell’Iran. E che le regole europee le hanno firmate ed esaltate loro, non venti, ma due anni fa.
Il problema è che se fosse solo una questione di incoerenza, sarebbe tutto più semplice. E invece no. Perché la vera questione è che l’economia e i conti pubblici italiani stanno molto peggio di quanto dice il governo.
A certificarlo, per l’appunto, è il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, presentato ieri alle Camere, che traccia un quadro più che fosco sul futuro del Paese. Un quadro, soprattutto, che mostra sotto una nuova luce la (non) azione del governo Meloni di questi anni.
Partiamo dalla crescita. Che nel 2025, scrive l’UPB, ha visto ampliarsi il “differenziale negativo con l’area Euro”. Tradotto: gli altri rallentano, noi di più. E perché rallentiamo? Perché per la prima volta dal 2022, le esportazioni hanno fatto registrare un segno meno, e perché ha rallentato la manifattura, con tanti saluti a chi diceva che i dazi di Trump erano un opportunità per le imprese italiane (per i solutori meno abili, l’ineffabile vicepremier Matteo Salvini).
Tutta la poca crescita italiana è sostenuta dalla domanda interna, insomma, cioè da quel che spendiamo noi. Ed è qui che arriva il secondo problema: i prezzi. La domanda interna, dice sempre UPB, rallenterà nel 2027 a causa dell’aumento dell’inflazione. Tradotto: se crescita sarà, sarà pochissima. E sarà di nuovo trainata solamente dalle costruzioni, cioè da quel che rimane dei fondi del Pnrr. Insomma, se cresceremo ancora di qualche decimale – cosa non esattamente certa: dipende da quanto durerà la guerra in Iran – Meloni deve ringraziare Conte.
Ok, ma almeno i conti pubblici li abbiamo sistemati, in questi anni? Insomma. Di fatto, se in quei anni il governo può dire di aver ridotto il deficit è grazie all’aumento delle entrate fiscali, e non tanto grazie alla diminuzione della spesa. E l’aumento delle entrate fiscali, scrive l’UPB, è dipeso in larga misura dai contributi a fondo perduto del PNRR; di nuovo. Finito quello, le entrate diminuiranno, mentre aumenteranno gli interessi sul debito e il rapporto debito/PIL che già è cresciuto quest’anno e che potrebbe tornare sopra il 140% il prossimo anno.
Tutto questo riduce, e di molto, gli spazi di manovra del governo, per la prossima legge di bilancio. Se vuole spendere per la difesa, come si è impegnato a fare con la Nato e con Trump, il governo dovrà tagliare altrove: “in termini di spesa netta – conclude l’UPB – appaiono già utilizzati i margini di bilancio lungo tutto l’orizzonte di previsione: ciò limita l’uso della politica di bilancio per contrastare l’attuale crisi, soprattutto, nel caso in cui i rischi al ribasso sulla crescita dovessero materializzarsi”. Tradotto: di fronte alla crisi, non ci sono soldi per poterne mitigare gli effetti.
Ecco: se vi state chiedendo cosa ha fatto il governo, in quasi quattro anni, per evitare questa situazione, la risposta è semplice: nulla.
E queste, per l’appunto, sono le conseguenze del nulla.
(da Fanpage)

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TRA BOSS E PATTEGGIAMENTI: LE OMBRE SULL’UOMO DI MINETTI

Aprile 29th, 2026 Riccardo Fucile

I GUAI DI CIPRIANI CON IL FISCO AMERICANO E I LEGAMI CON ESPONENTI DELLA MAFIA NEWYORCHESE

Nelle ultime ore gli uffici giudiziari di Milano sono in grande agitazione. «Forse non siamo stati perspicaci ma voglio verificarlo prima come cittadina e poi come magistrato», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni sulla vicenda della grazia concessa dal presidente Mattarella a Nicole Minetti. Sulla perspicacia la procuratrice ha ragione, visto che, come Domani può rivelare, anche nel passato di Giuseppe Cipriani, compagno della fedelissima di Silvio Berlusconi, si nascondono delle ombre, tra un’accertata evasione fiscale da 10 milioni di euro e le rivelazioni del suo ex braccio destro legato agli ambienti della mafia americana.
A ritmo incessante carabinieri e Interpol stanno lavorando a nuove indagini, per accertare la veridicità dell’istanza di grazia presentata dall’ex igienista dentale e già consigliera regionale in Lombardia. «Fatti gravissimi», commenta ancora Nanni a proposito delle rivelazioni del Fatto quotidiano che ora, qualora riscontrate,
potrebbero portare la procura generale a dare un parere diverso rispetto al precedente. Un parere che comunque non vincolerebbe il ministero della Giustizia che ha gestito la pratica con l’ex capa di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi.
C’era una volta in America
«Nicole Minetti ha avuto modo di ripensare alla propria esistenza e di riflettere sugli errori commessi, di fatto cambiando vita, dedicandosi all’attività lavorativa e di volontariato condivise con il compagno, signor Giuseppe Cipriani, persona normoinserita e lontana da contesti di devianza con la quale ha intrapreso una stabile relazione affettiva», si legge nelle carte presentate ai giudici prima e ai funzionari ministeriali dopo.
Carte contraddette da notizie d’Oltreoceano che riguardano proprio Cipriani, rampollo dell’omonima dinastia con una serie di attività imprenditoriali a Venezia e negli States. Tra le attività italiane c’è anche l’Harry’s Bar, a cui proprio Bartolozzi nel 2024 aveva affidato (con una determina ad hoc) l’organizzazione di una cena di lavoro tra Nordio e l’omologo statunitense Marrick Garland.
Ma è dall’America che, come scoperto da questo giornale, quel passato può riemergere. Quel passato porta il nome di Dennis Pappas che è stato in carcere quattro anni per associazione a delinquere. Poi una volta scontata la pena ha lavorato nel ristorante di Cipriani, di cui è stato braccio destro. «Cipriani sapeva che ero stato in carcere e mi ha preso ugualmente», in sintesi le sue dichiarazioni rilasciate al New York Post.
Pappas è stato Ceo per la catena dal giugno 2000 all’aprile 2006, sarebbe stato vicino al clan della malavita dei Colombo e avrebbe incassato circa 900 mila dollari di stipendio dalla famiglia veneziana. Pagamenti che, per i magistrati statunitensi, sarebbero stati effettuati in nero. Da qui l’indagine per evasione fiscale a carico di Cipriani jr e del padre Arrigo. Nel 2007 i due sono stati condannati a New York, dopo essersi dichiarati colpevoli e di non essere a conoscenza del cambiamento della normativa.
Con il patteggiamento, entrambi hanno restituito il denaro, evitando il carcere. L’anno successivo però i guai giudiziari non hanno avuto termine. La famiglia Cipriani ha dovuto affrontare un’udienza davanti alla State Liquor Authority, con il rischio di perdere le licenze nei propri locali. Lo stesso Pappas, in quei giorni, dichiarerà che né lui né Giuseppe Cipriani sapevano delle «irregolarità».
Attualmente Cipriani ha molti affari in Uruguay, nell’istanza con cui Minetti chiede la grazia, l’imprenditore viene descritto come frequentatore della Caritas con Minetti. Ma per conoscere la carriera dell’imprenditore, coloro che hanno gestito la “pratica Minetti”, avrebbero potuto effettuare una semplice e veloce ricerca su Google, dove in alcune cronache si legge che il nome di Cipriani jr sarebbe emerso in due processi contro la mafia a Manhattan, a carico di Peter Gotti e John Gotti Jr., figlio del famigerato «Dapper Don».
Sempre il New York Post ha riportato nel suo articolo il commento del portavoce di Cipriani, Chris Giglio, che aveva definito le accuse di legami mafiosi come «sciocchezze». Agli avvocati che hanno seguito la pratica sulla grazia questo giornale ha chiesto una replica anche in riferimento alla storia americana, non ricevendo risposte.
Le risposte
Ora, dunque, la domanda è solo una: Minetti ha rappresentato la verità nella richiesta inoltrata al capo di Stato? È quello che i carabinieri di Milano stanno cercando di scoprire. Se l’istanza di grazia non fosse supportata da elementi di veridicità, gli scenari potrebbero essere diversi. Non solo, secondo i costituzionalisti, Mattarella potrebbe revocare la gentile concessione, ma un’indagine con ipotesi di frode processuale potrebbe essere aperta a Milano o a Roma, a seconda della competenza territoriale.
«Abbiamo agito sulla base della delega del ministero, delega classica attivata in casi simili. Non ci interessa ciò che dicono di noi, abbiamo la nostra coscienza e sappiamo cosa fare e abbiamo fatto gli accertamenti. Il ministero li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti. Ora l’interesse di tutti è chiarire i fatti indicati», ha infine ribadito Nanni.
Intanto Minetti, che ha annunciato azioni legali, ha dichiarato in una lunga nota che «di fronte a una grave patologia che ha colpito mio figlio, io e la mia famiglia ci
siamo rivolti a strutture sanitarie di eccellenza, al fine di garantire le migliori cure possibili».
«In tale contesto – ha aggiunto – è stata individuata una struttura specializzata a Boston, dove mio figlio è stato sottoposto a un intervento chirurgico molto delicato e complesso. Anche l’intero percorso adottivo si è svolto nel pieno rispetto della legge. Le ricostruzioni diffuse dalla stampa – ha concluso – risultano infondate e lesive, oltre che in contrasto con le norme e gli stessi principi deontologici a tutela dei minori. Smentisco di aver mai intrapreso contenziosi con i genitori biologici di mio figlio, che non ho mai conosciuto».
(da agenzie)

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