PECHINO SI PREPARA A FORNIRE NUOVI SISTEMI DI DIFESA AEREA ALL’IRAN, SUO GRANDE ALLEATO INSIEME ALLA RUSSIA DI PUTIN: PECHINO È STATA DECISIVA PER CONVINCERE GLI AYATOLLAH AD ACCETTARE IL FRAGLISSIMO CESSATE IL FUOCO DI TRUMP
IL COLOSSO ASIATICO È IL PRIMO IMPORTATORE DI PETROLIO DA TEHERAN, E HA PERMESSO AL REGIME DI SOPRAVVIVERE (E ARMARSI) NONOSTANTE ANNI DI EMBARGO INTERNAZIONALE
Secondo quanto riportato da Cnn, che cita tre fonti, per l’intelligence statunitense la Cina si sta preparando a fornire nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran entro le prossime settimane.
Per l’emittente le informazioni di intelligence dimostrano che Teheran potrebbe sfruttare la tregua nei combattimenti per ricostituire le scorte di sistemi d’arma. Due delle fonti hanno riferito alla Cnn che Pechino si avvarrebbe di un Paese terzo per far transitare le armi.
Ma un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha smentito: “La Cina non ha mai fornito armi a nessuna delle parti in conflitto: le informazioni in questione sono false”.
Sarebbe una mossa provocatoria, spiega Cnn, considerando che Pechino ha affermato di aver contribuito a mediare il fragile accordo di cessate il fuoco che ha sospeso la guerra tra Iran e Stati Uniti all’inizio di questa settimana. Il presidente Donald Trump ha inoltre in programma una visita in Cina all’inizio del mese prossimo per colloqui con il presidente cinese Xi Jinping
«La perseveranza del Pakistan, l’intervento della Cina»: sono gli elementi chiave che hanno portato al cessate il fuoco tra Iran, Usa e Israele, spianando la strada al negoziato di Islamabad
Alla fine della scorsa settimana sembrava di essere sull’orlo del baratro con l’ultimatum di Trump. «I canali negoziali erano bloccati, le proposte di Washington e Teheran, discusse nei giorni precedenti attraverso la mediazione pakistana, non erano state formalizzate – spiegano a La Stampa fonti diplomatiche dell’Onu –. La bozza di accordo iniziale prevedeva un cessate il fuoco di 45 giorni. Gli Usa avevano inviato a Islamabad una proposta articolata in 15 punti, poi girata all’Iran. La Repubblica islamica ha replicato con una controproposta in 10 punti. Il dialogo procedeva interamente per interposta persona».
L’intesa è fallita: «Hanno pesato la durata della tregua, giudicata eccessiva, e il deficit di fiducia tra le parti».
Il premier pakistano si è lanciato in un ultimo tentativo, proponendo un cessate il fuoco di due settimane, accompagnato dalla riapertura di Hormuz e dalla disponibilità a ospitare negoziati diretti a Islamabad.
La proposta è stata sottoposta a Teheran e Washington, attraverso una fitta attività diplomatica: il premier Shehbaz Sharif era in contatto con la leadership iraniana, i vertici delle Forze armate con alti funzionari Usa, mentre il ministro degli Esteri, Muhammad Ishaq Dar era impegnato sui fronti regionali.
Nel frattempo, si è inserita la Cina. «Subito dopo il formato a quattro ospitato da Islamabad a fine marzo, con i ministri degli Esteri di Egitto, Arabia Saudita e Turchia, il capo della diplomazia pakistana ha preso contatti con l’omologo cinese Wang Yi e si è recato a Pechino».
Ne è nata una dichiarazione congiunta in cinque punti.
«Il documento, volutamente neutro, evita carichi di responsabilità e indica principi condivisibili da entrambe le parti: cessazione delle ostilità, riapertura delle rotte strategiche, avvio di un quadro negoziale».
Questo passaggio «ha segnato una svolta», mostrando la disponibilità del Dragone a sostenere la de-escalation, la mediazione pakistana e la prosecuzione di un dialogo stretto con Teheran, partner strategico e fornitore energetico.
Il ruolo del Pakistan rimane importante. Il vero asset è la fiducia, soprattutto da parte iraniana. «La leadership iraniana ha apprezzato il sostegno pakistano dopo gli attacchi israelo-americani di giugno. Islamabad non ha tuttavia compromesso i rapporti con Washington». Rimangono le preoccupazioni sul piano della sicurezza: indiscrezioni parlano della possibilità che il Pakistan faccia alzare in quota i caccia per scortare la delegazione iraniana, nel timore di azioni ostili: «Quando c’è Israele di mezzo non si sa mai cosa può accadere».
(da agenzie)
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