ZUCCA, IL PM DELLA DIAZ: “NO A LEGGI LIBERTICIDE, VANNO ASCOLTATE LE PAROLE DI GABRIELLI”
“LA RICERCA DEL NEMICO INTERNO FA PENSARE ALLA GENERICA ETICHETTA DI TERRORISTA PER IL MOVIMENTO ANTIFA IN USA”
A 25 anni dal G8 il dibattito su dissenso, piazze e violenza si riaccende. Questa volta a tenere banco è stata l’aggressione feroce di un gruppo di manifestanti pro Askatasuna contro un poliziotto isolato colpito con calci pugni e anche con un martello. Condanne quasi unanimi ma emergono le voci di chi segnala le violenze della polizia durante la giornata di protesta.
Enrico Zucca procuratore generale di Genova che fu il pm della scuola Diaz del 2001, all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha pronunciato un appello alla polizia a non cercare nemici in piazza ma a tutelare la libertà. Poche ore dopo l’aggressione di Torino qualcuno ha voluto trasformare quelle parole in una sorta di assoluzione per i manifestanti.
Quale era il fine delle sue parole dottor Zucca?
«Auspicavo che non si interrompesse il percorso di revisione dell’impostazione militare emersa al G8, con i risultati tragici che sono sintetizzati nel noto giudizio di Amnesty International. L’affermarsi di una diversa gestione dell’ordine pubblico ha visto recentemente regressioni, non s’è fatta strada la consapevolezza della necessità del rispetto dei diritti umani e quindi nell’uso proporzionale della forza nei confronti di tutti, compresi i violenti. Regole di ingaggio, capacità professionale, dipendono da scelte apicali e non possono essere richieste, se non scaricate all’agente sul campo, che giustamente richiede tutela, ancor più quando alla polizia interviene in situazioni in cui manca l’agire delle altre istituzioni».
Il caso Torino sembra rappresentare una svolta
«I recenti scontri di Torino sono di relativa gravità, se comparati ad altre occasioni analoghe in Italia, senza ancora ritornare ad eventi più complessi come il G8 genovese, con ciò non sottovalutando la gravità in sé dell’aggressione al poliziotto, di cui v’è impressionante evidenza filmata, ma purtroppo possiamo ritenere non l’unica e non la prima. La degenerazione delle manifestazioni in violenza, premeditata o no, hanno sempre alla base un fatto in grado di innescarla cui occorre sempre riferirsi non solo per prevedere reazioni e prepararsi adeguatamente sul campo, quanto piuttosto per agire su quella causa. Il fuoco non si spegne infatti con altro fuoco. Mi pare che la tendenza a presupporre l’agire di associazioni, bande, aggregazioni strutturate per ragioni ideologiche, anche se vi sono evidenze investigative della presenza costante di alcuni professionisti della violenza, semplifichi il problema e non colga il fenomeno del propagarsi della violenza a margine dei cortei. V’è assonanza con la ricerca del “nemico interno” che in USA individua movimenti e dissenso sotto la generica etichetta di Antifa, organizzazione terroristica, ancora senza evidenze, come dimostra l’audizione al Congresso dei vertici FBI che hanno balbettato fumose analisi. I primi arresti effettuati dimostrano piuttosto come la partecipazione ad azioni violente interessi anche soggetti coinvolti occasionalmente e che si aggregano nel calore del momento, proprio per
l’intervento repressivo della polizia che diventa bersaglio di ogni sentimento di reazione alla percepita ingiustizia».
Per il governo la soluzione è solo la linea dura.
«Se l’adozione di approcci investigativi con ipotesi di reato che utilizzano fattispecie associative o vaghe come la devastazione e saccheggio consentono di semplificare la prova e di effettuare arresti di massa, forzata è l’enfasi sulla contiguità o connivenza attribuita pacifici manifestanti, ipotesi priva di rilievo penale. E’ certo auspicabile che sia la piazza ad isolare i violenti, certo non per delega e responsabilità di chi deve garantire l’ordine, ma condividere le ragioni della protesta non deve diventare elemento di sospetto e di giudizio. Appare invece strumentale, quanto inefficace, la aggressiva reazione tesa al ripristino di strumenti preventivi e repressivi sperimentati negli anni di piombo e superati proprio in nome delle garanzie costituzionali essenziali».
Lei e molti altri non siete soli a stigmatizzare l’ennesimo appello a una legislazione dell’emergenza.
«Quale, allora, voce più autorevole in casa nostra di quella del prefetto Gabrielli, già capo della Polizia, per smentire la necessità di norme restrittive e liberticide. Riportandosi ai fatti, è cruciale per la gestione dell’ordine pubblico la capacità professionale degli agenti e dei loro dirigenti sul campo, ma soprattutto una strategia chiara capace di leggere i contesti. Limitare libertà costituzionali esasperando il conflitto ha effetti più che sui violenti, sugli agenti impegnati e i cittadini. E’ quella visione ragionata della polizia, ora espressa anche con maggiore respiro dal prefetto, che la mantiene saldamente entro i cardini democratici di cui è appunto presidio. Parole ancora più nette sul cosiddetto scudo penale, una violazione del principio di uguaglianza e una mistificazione che lascia inalterati i problemi, non venendo incontro al sostegno reale di cui gli agenti hanno bisogno».
Gabrielli, molto concretamente auspica un sostegno civilistico e non scorciatoie penali.
«Non è chiaro se alluda a una sorta di “scudo civile”. Tuttavia la prospettiva trova corrispondenza nelle condizioni in cui opera la stessa polizia americana, per i cui agenti non v’è immunità penale, ma solo un’immunità funzionale, peraltro contestata, sul piano civile. Questo diverso approccio merita attenzione nella scomposta reazione in atto che confluisce nelle antitetiche proposte governative. Può esistere dunque spazio per un’alternativa che proviene dallo stesso sentire e
vivere della polizia, al di là delle contingenti pressioni esterne sul corpo. Deve far riflettere la facilità con cui in un contesto democratico può crearsi una forza di polizia alle dirette dipendenze del vertice esecutivo, come l’Ice, che al momento ha paragone solo nella analoga forza a disposizione dell’autocrate russo».
(da Repubblica)
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