Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL CORTOCIRCUITO POLITICO E CULTURALE CHE SI INNESCA QUANDO LA SICUREZZA VIENE USATA COME UNA CLAVA IDEOLOGICA… LA PROPAGANDA DEL GOVERNO E’ DEVASTANTE PERCHE ROVESCIA I PRINCIPI CARDINE DEL DIRITTO
C’è qualcosa di malato nel modo in cui la politica italiana gestisce da lustri il tema della
sicurezza e della giustizia. La vicenda drammatica di Rogoredo, dove un poliziotto è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso volontariamente un presunto pusher e di aver poi sviato le indagini per giustificare una legittima difesa, ha il pregio di sintetizzare bene le torsioni e gli orrori in cui sono caduti ministri, media e istituzioni.
Rogoredo è infatti un caso-scuola, perché racconta il cortocircuito politico e culturale che si innesca quando la sicurezza viene usata come una clava ideologica. La dinamica della morte di Mansouri è ancora al vaglio della magistratura. Eppure il vicepremier del governo italiano Matteo Salvini, mezz’ora dopo l’esecuzione, aveva già emesso la sua sentenza: Cinturrino è un servitore dello Stato perseguitato dai giudici, un eroe italico sacrificato sull’altare della malagiustizia che protegge i criminali. In barba a ogni garantismo e cautela istituzionale, nella fogna della propaganda si gettano subito altri leghisti, vari parlamentari di Fratelli d’Italia, il peggio del retequattrismo come ciliegina finale. Il messaggio politico delle destre è a reti unificate: “Se indossi una divisa, sei innocente per definizione”, il senso ultimo
Anche negli scontri di Askatasuna, dove utili delinquenti avevano preso a martellate un celerino, il governo ha difeso tutti gli agenti a prescindere, perfino chi ha manganellato a sangue pensionati indifesi che manifestavano pacificamente, come garantirebbe la nostra Costituzione.
La propaganda del governo è devastante, perché rovescia uno dei principi basilari dello stato di diritto: la legge è uguale per tutti. Anche, e soprattutto, per chi esercita il monopolio legittimo della forza per conto del popolo sovrano. Difendere automaticamente un poliziotto che ha commesso violenza non è garantismo: è corporativismo autoritario. Salvini, gli accoliti di Meloni e compagnia cantando hanno negato, in questo modo, la stessa legalità che dicono di voler proteggere.
Ma da ieri alla gogna preventiva contro il pusher si è aggiunta un’altra reazione contraria e altrettanto abietta. Cinturrino, fermato con accuse gravissime ma ancora presunte, è già un mostro da esibire, un sicuro colpevole da condannare. Salvini, in un testacoda miserevole, dopo aver scritto tre giorni fa sui social «Un poliziotto si difende, un balordo muore», ora suggerisce che se «un agente commette reato per me paga il doppio, perché manca di rispetto ai suoi colleghi».
Un mantra da legge del taglione, che ancora una volta mette l’accento sull’eccezionalità degli agenti, senza mezza parola di pietas per la presunta vittima. A ruota, politici che fanno del garantismo una bandiera lanciano invettive identiche. Una doppia torsione – l’assoluzione immediata prima, la condanna da doppiare dopo – che è veleno iniettato nelle vene del dibattito pubblico. Ed è esattamente su questo terreno che prosperano le scorribande panpenaliste dell’estrema destra che ci governa.
Ma il caso di Rogoredo è anche metafora definitiva della pericolosità (e inutilità) dell’ultimo decreto Sicurezza approvato dalla maggioranza. In primis, dello scudo penale alle forze dell’ordine, una norma pensata da Meloni & co per «proteggere chi ci protegge» da iniziative giudiziarie. Una legge che legittima di fatto, come accaduto con Cinturrino, l’idea che una divisa abbia una sorta di licenza (attenuata) di uccidere. Anche se i pm in questo caso non hanno applicato il decreto, la corazza penale avrebbe significato proteggere, grazie a una legge dello Stato, un possibile omicida.
Una follia giuridica che esalta non la giustizia, ma solo l’impunità di alcune categorie. Non certo a tutela dei cittadini, ma a danno delle stesse forze dell’ordine che la destra vuole sostenere. Poliziotti e carabinieri non hanno bisogno di inutili o
inattuabili scudi penali (pure smontati dopo l’intervento del presidente Mattarella). Hanno bisogno di formazione adeguata, protocolli chiari, supporto psicologico per un lavoro difficilissimo, di catene di comando responsabili, di stipendi decenti. Soprattutto, la politica dovrebbe scudarli non dai pm, ma dai politici stessi: perché ogni volta che un abuso viene minimizzato, giustificato o coperto, a pagare non è solo la vittima. Ma pure chi lavora nella pubblica sicurezza, che perde la fiducia dei cittadini, la legittimità dell’uso della forza, e la distinzione, essenziale in una democrazia, tra potere e arbitrio.
Servirebbe dunque un percorso virtuoso diverso, che necessita di cultura, investimenti, giustizia più efficace e rapida, trasparenza e responsabilità istituzionale. Una strada certamente più complessa e meno redditizia in termini di consenso rispetto a post demenziali e divisivi, ma che forse farebbe dell’Italia un paese più sicuro e più civile. Per tutti.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SI PUO’ STARE CON KIEV E AL TEMPO STESSO CON ORBAN CHE IMPEDISCE DI PORTARE AIUTI A KIEV?… TRADITORI, DISERTORI E PAGLIACCI: LA SINTESI DEL SOVRANISMO
Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina obbliga a un triste confronto tra la qualità del sostegno messo in campo dall’Italia per molto tempo e la confusione dell’oggi, mai così evidente.
L’Unione, per la prima volta e al netto di eventuali colpi di scena, non riuscirà a marcare la ricorrenza con un nuovo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino né con l’annunciato prestito da 90 miliardi a Kiev: è bloccata dal veto posto da Viktor Orban e dallo slovacco Roberto Fico a entrambe le decisioni.
È lo stesso Orban che Roma continua a trattare come alleato privilegiato, fornendogli soccorso politico in vista delle elezioni di aprile che lo vedono in forte difficoltà: Giorgia Meloni ha partecipato a uno spot in suo sostegno, Matteo Salvini
potrebbe volare a Budapest per il comizio più importante della campagna elettorale. Non solo: l’Identità Nazionale di Roberto Vannacci risulta una possibile (probabile?) nuova componente della maggioranza, pur avendo fatto dell’isolamento di Kiev una battaglia prioritaria: «Non è la nostra guerra» ha ribadito ieri il generale, invitando i simpatizzanti di Zelensky a prendere zaino e fucile e ad andare a morire in Donbass.
Eppure, il sostegno a Kiev era forse la causa più scintillante del nazionalismo italiano di nuovo conio, il terreno dove dare consistenza alla difesa dei diritti dei popoli e alla prevalenza degli Stati nazionali su ogni autorità sovraordinata, ogni pretesa esterna. Di più: per la destra italiana significava riallacciarsi all’inconscio collettivo dei ’60 quando, tra l’invasione dell’Ungheria e quella della Cecoslovacchia, nei suoi cabaret sotterranei si denunciava in rime la fuga dell’Occidente dalle responsabilità verso i ribelli schiacciati dai carri armati russi. Vedere tutto questo appassire così, per un Orban qualsiasi (per quanto spalleggiato dai superpoteri di Donald Trump) o per le briciole percentuali di un ex militare sceso in politica, solleva interrogativi sul vizio d’origine dell’alleanza di centrodestra – le simpatie filo-putiniane di un pezzo di coalizione e di elettorato – ma soprattutto sulla celebrata “postura internazionale” del governo. Qual è questa postura? Si può stare con Kiev ma anche con Budapest che impedisce di portare aiuti a Kiev?
Non si può. E anche le metafore del bivio, degli equilibristi, dei pontieri – quante volte le abbiamo usate in questi anni – hanno perso molto senso. L’Ungheria, oggi, risulta a tutti gli effetti come un agente del caos nell’Unione europea, principale fautore degli interessi russi e costante sabotatore del sostegno all’Ucraina: sostenerne la premiership è una scelta precisa, che modifica la collocazione italiana rispetto al conflitto e ai suoi protagonisti.
Da primi amici di Zelensky, quelli che nel 2023 portarono addirittura un suo messaggio a Sanremo, siamo diventati tiepidi osservatori di una partita che non giudichiamo più affar nostro e che quindi affrontiamo nella logica del “ma anche”. In Europa appoggiamo le iniziative di Ursula von der Leyen, all’Ucraina abbiamo comunque garantito un altro anno di aiuti italiani, ma regaliamo un po’ di propaganda elettorale anche a Orban e lasciamo aperti spiragli pure al capetto del
quasi-partitino di casa nostra che ironizza sulla disperata resistenza ucraina. Almeno quel presunto condottiero sarebbe facile da bandire, ma non succede: il triste confronto di questo quarto anniversario è tutto qui.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SAREBBE MEGLIO CONTARE FINO A 10 PRIMA DI PARLARE, MA PER CERTI CAZZARI NON SAREBBE SUFFICIENTE NEANCHE ARRIVARE A 100
Non è facile contare fino a dieci prima di parlare. Ma ancora più difficile è riuscirci prima di
digitare. Come si fa a rimanere con un telefono in mano per dieci, interminabili secondi senza cedere all’impulso di esprimere un giudizio netto e definitivo su qualcosa di cui non si sa nulla?
Si consideri il caso, puramente ipotetico, di un ministro dei Trasporti Emotivi alle prese con la notizia di un poliziotto indagato a Rogoredo per avere ucciso un pusher. Nella sua testa, dove Buoni e Cattivi abitano in stanze separate e non comunicanti, prende immediatamente forma il verdetto.
I contorni della vicenda sono ancora confusi e la prudenza suggerirebbe di aspettare, ma le dita stanno già correndo sulla tastiera per celebrare il rito quotidiano del quarto d’ora di indignazione: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma!».
Arriva la notte, ma non porta consiglio, nemmeno a un vicepresidente del Consiglio, e il giorno dopo i suoi polpastrelli allergici alla temperanza tornano a pestare sul solito tasto: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato!».
E se poi la realtà prende un’altra strada, il Buono perde l’aureola e la legittima difesa si trasforma in un regolamento di conti? Nessun problema. «Rifarei quel post» afferma imperterrito l’ipotetico ministro. Evidentemente conosce la prima regola del perfetto digit-attore: quando i fatti non vanno d’accordo con le opinioni, bisogna cambiare i fatti, mica le opinioni.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
DICHIARAZIONI AFFRETTATE, CON IMBARAZZATE RITIRATE, COMPRESA QUELLA DI MELONI, SMENTITE DALLE INDAGINI
Lui, il vice premier Matteo Salvini, stava con il poliziotto di Rogoredo senza se e senza ma. Il suo partito, la Lega, ha perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia che i magistrati brutti e cattivi avevano osato indagare per fare chiarezza sulle anomalie relative alla morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri. E neppure il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, le aveva mandate a dire: “Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario”. Per questi motivi – sentenzia, da “avvocato” – “dico che questo non è
giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum”.
Dichiarazioni affrettate – con imbarazzate ritirate, compresa quella della premier Giorgia Meloni smentite clamorosamente dalle indagini che hanno portato all’arresto dell’agente con l’accusa di omicidio volontario. Ovviamente il caso di Rogoredo, cavalcato strumentalmente per spingere la separazione delle carriere dei magistrati, con il referendum non ha nulla a che vedere. Anche se è bastato al governo per introdurre in fretta e furia nell’ultimo pacchetto sicurezza uno scudo penale – su misura per le forze dell’ordine e poi esteso a tutti i cittadini in seguito all’intervento del Capo dello Stato – di cui proprio la vicenda di Rogoredo ha messo in evidenza tutti i suoi limiti.
Una vicenda che, invece, c’entrerebbe eccome con il seguito che, in caso di vittoria dei Sì al prossimo referendum, il governo ha in mente di dare alla riforma Nordio. E non è un’ipotesi di chi scrive, ma il disegno pubblicamente dichiarato dal vice premier Antonio Tajani: “Non basta la separazione delle carriere, non bastano i due Csm. Serve completare. Penso alla responsabilità civile dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se sia giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone, parliamone”. Parole che legittimano una domanda: con la polizia giudiziaria sottratta al controllo della magistratura e affidata a quello del governo avremmo mai scoperto la verità sul delitto di Rogoredo? Un altro motivo per votare no al referendum del 22-23 marzo.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTO CON LA COMPLICITA’ DELLA CASSIERA… E MENO MALE CHE DOVEVANO GARANTIRE LA SICUREZZA IN UNO DEI LUOGHI DELLA CAPITALE CON IL PIU’ ALTO TASSO DI REATI
Rubavano vestiti e profumi dal punto vendita Coin della stazione Termini di Roma, ma non è
una semplice storia di taccheggio. Perché fra gli indagati ci sono anche 21 appartenenti alle forze dell’ordine: nove poliziotti e dodici carabinieri tutti di stanza nello scalo ferroviario e ora accusati di furto aggravato. Grazie alla complicità di una dipendente del negozio ora chiuso, proprio chi doveva garantire la sicurezza, in una delle zone della Capitale con il più alto tasso di reati, si sarebbe trasformato in un ladro.
Come avvenivano i furti nella Coin di Roma Termini
Come riporta Repubblica, le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pubblico ministero Stefano Opilio, sono state condotte dal nucleo operativo dei carabinieri, che si è ritrovato a investigare su dei colleghi. Sono 44 in totale i nomi nell’inchiesta che prende in considerazione eventi accaduti nella sede della catena Coin nell’autunno 2024.
La scoperta dei traffici sottobanco grazie ai filmati delle telecamere di videosorveglianza, che hanno ripreso una cassiera mentre svolgeva la parte della talpa. Alcuni capi, forse scelti dagli agenti che ogni giorno passavano dal negozio, venivano messi da parte in un armadio. Nei tempi morti sul lavoro, la donna rimuoveva i dispositivi antitaccheggio e le etichette magnetizzate. Poi imbustava il tutto aspettando che la pattuglia passasse a ritirare l’ordine. A quel punto, dopo un breve cenno d’intesa, la dipendente consegnava i capi agli agenti spesso allegando vecchi scontrini di cortesia o fingendo pagamenti elettronici con il pos nel tentativo di ingannare le videocamere. Così sparivano giacche, pantaloni, piumini, camice, prodotti di cosmesi, profumi e tanto altro. In cambio qualche poliziotto o carabiniere si presentava appoggiando dietro il bancone una busta di formaggi e mozzarelle o il calendario storico dell’arma.
Gli ammanchi scoperti nell’inventario
Il metodo consolidato, però, aveva portato gravi perdite al negozio, che infatti ha chiuso i battenti qualche mese fa. Nel corso dell’inventario di febbraio 2024 era stato notato un ammanco di 184mila euro. Una perdita negli incassi, rispetto all’anno precedente, superiore al 10%. Un dato che non poteva essere attribuito all’inflazione o a qualunque altra congiuntura economica. Negli altri punti vendita della catena, infatti, la quota si fermava a un -2/3%. La direzione ha avviato dei controlli mirati e nei mesi successivi è scomparso un totale di 94mila euro di prodotti, la metà nel reparto profumeria. È stata contattata un’agenzia investigativa, che per prima cosa dispone l’istallazione di nuove telecamere, in particolare sulla cassa 5 del reparto uomo, dai cui filmati è poi emerso il presunto sistema.
Adesso a difendersi dall’accusa di furto aggravato ci sono nove membri, fra agenti e ufficiali, della polizia ferroviaria del Lazio e di Roma Termini: una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo, un’agente semplice. Sono 12, invece, i carabinieri, fra cui un brigadiere, alcuni vice brigadieri e due appuntati scelti. Tutti uomini e donne che dovevano presidiare lo scalo ferroviario più trafficato d’Italia.
(da Fanpage)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
QUALCUNO LAVORA IN ITALIA DA 10 ANNI, ALTRI PROVENGONO DA PAESI DOVE NON CI SONO ACCORDI PER IL RIMPATRIO, MANCA UN NUOVO PROTOCOLLO CON L’ALBANIA
Il Cpr in Albania di Gjader non è più così vuoto. Se ne è accorta subito la deputata del Pd, Rachele Scarpa che ieri, 23 febbraio, è tornata nel centro italiano per una ispezione parlamentare. Da quello che risulta dai registri che ha potuto consultare, nell’ultima settimana e mezza sarebbero arrivati circa sessantacinque migranti, che si sommano alla trentina che era già presente. In totale quindi, ci si avvicinerebbe per la prima volta alla capienza massima del centro, di 94 persone, che non è la capienza sulla carta, di 144 posti, ma quella leggermente inferiore che tiene conto della necessità di avere degli spazi extra per motivi di sicurezza.
Cosa è cambiato con il voto europeo
Il voto del Parlamento europeo dello scorso 10 febbraio per l’Albania ha, almeno per il momento, cambiato poco il quadro normativo di riferimento, anche se il senso politico di quel voto riguarda anche l’accordo tra Roma e Tirana. Il nuovo Patto su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno, prevede infatti che l’Europa faccia dei patti con i paesi candidati ad entrare nell’Unione per il trattenimento dei migranti in transito. Francesco Ferri di ActionAid che partecipava alla visita al Cpr
spiega però che l’Italia, per applicare quel patto, dovrà firmare un nuovo protocollo: «Al momento in Albania l’Italia gestisce ogni cosa che riguardi il Cpr, secondo il regolamento Ue sarà il paese terzo a gestire procedure e costi e bisognerà vedere se l’Albania, che ha comunque il suo dibattito interno, accetterà un modello in cui costi, sicurezza e gestione del migrante fuori dal Cpr saranno sulle sue spalle».
Sembra però che ci sia stata la scelta di utilizzare il Cpr albanese a pieno regime, anche davanti ad un quadro normativo invariato, con effetti paradossali, dice Scarpa a Open. Perché nel Cpr albanese sono finite persone che difficilmente potranno essere rimpatriate, per motivi diversi. «Io ho avuto quattro colloqui tutti con persone che difficilmente torneranno nel paese di origine, alcuni hanno famiglia in Italia e persino un lavoro che non riescono a regolarizzare».
È il caso di un cittadino del Senegal che vive a Brescia da 10 anni, qui lavora e ha famiglia ed era già stato in Albania, era certamente a Gjader in ottobre: «Tornato in Italia per delle ferite frutto di un incidente in Senegal ha trovato un nuovo lavoro come operaio, si è presentato in Questura per regolarizzarsi e l’hanno riportato in Albania, anche lui, come nel caso dell’algerino risarcito, senza un provvedimento motivato». Un migrante proveniente dal Togo ha una situazione simile, lavora in Italia da anni come operaio, e difficilmente sarà rimpatriato visto che l’Italia non ha accordi con il Togo.
L’iraniano
Tra i trattenuti c’è anche un cittadino iraniano: «Lui – dice Scarpa – che ha vissuto anche in Belgio vorrebbe tornare in Iran, ma vista la situazione non ci sono accordi di rimpatrio, ci ha detto molto chiaramente che se non fosse stato nel Cpr non avrebbe avuto di che vivere, a riprova di come aiutiamo i cittadini iraniani». A Gjader è arrivato nei giorni scorso a anche un migrante che la scorsa settimana, nel Cpr di Bari, ha assistito ad una morte per overdose che potrebbe essere collegato ad un traffico di farmaci interno alla struttura. Anche per lui il rimpatrio sarà difficile, se dovrà testimoniare al processo.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I DETTAGLI DELLA MESSAINSCENA ORCHESTRATA DAL POLIZIOTTO
Il poliziotto Carmelo Cinturrino, fermato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri
nel bosco della droga di Rogoredo, poteva salvargli la vita dopo avergli sparato. Ha invece aspettato più di venti minuti prima di chiamare i soccorsi, mentre Mansouri dava vari segni di vita, per prendere il tempo di sistemare la scena dell’omicidio in modo da far sembrare che l’uomo, con precedenti per spaccio e figura conosciuta nella zona, l’avesse minacciato con una pistola a salve (messa lì invece, si scoprirà dopo, proprio da Cinturrino).
C’è anche questo elemento nelle 16 pagine di provvedimento di fermo eseguito questa mattina nella Questura di Milano, dove Cinturrino alloggia e dove, in mattinata, si è svolta una conferenza stampa organizzata dalla procura di Milano e dalla stessa Polizia di Stato che, tramite la Digos, ha svolto le indagini, raccogliendo le testimonianze dei colleghi del poliziotto.
Cosa dicono le carte
E il particolare è particolarmente significativo, al punto che la procura guidata da Marcello Viola l’ha considerato un elemento fondamentale da inserire nel provvedimento di fermo come circostanza aggravante.
Come si legge nel testo infatti, «l’indagato ha atteso ben ventidue minuti prima di allertare i soccorsi, nonostante il Mansouri desse ancora segni di vita» e, appunto, il tempo fu impiegato per modificare la scena del delitto «in modo da mostrare una situazione compatibile con la falsa versione del colpo esploso per legittima difesa».
Il tempo tra lo sparo e la morte
La tempistica è confermata dalle telecamere della zona. L’orario dello sparo è collocato tra le 17.33,02, cioè l’orario in cui Mansouri ha usato, facendo uno screenshot, il suo cellulare per l’ultima volta e le 17.33.40 quando le telecamere immortalano l’agente in servizio con Cinturrino che si allontana per andare in commissariato.
I soccorsi, registra il 118, sono stati chiamati alle 17.55 – anche se Cinturrino aveva tranquillizzato i colleghi di aver chiamato immediatamente. E, infine, la morte d
Mansouri viene certificata alle 18.31, dai sanitari e dai poliziotti arrivati sulla scena. Anche gli altri agenti, infatti, avrebbero raccontato che Mansouri dava segni di vita.
Il provvedimento di fermo è molto esplicito anche sugli altri elementi, a cominciare dall’autopsia che ha dimostrato che il 28enne di origine marocchina stava scappando quando l’agente di polizia gli ha sparato e che è stato proprio Cinturrino a mettergli accanto la pistola a salve, ma lasciando delle proprie impronte. C’è poi un’indagine in corso su un presunto giro di spaccio che avrebbe fatto capo proprio al poliziotto.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
FU OMICIDIO VOLONTARIO… UNA SORELLA DELLA VITTIMA: “VOGLIO VEDERLO ENTRARE IN CARCERE CON LE MANETTE”
È stato condannato a 12 anni Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista alla Sicurezza di Voghera per l’omicidio volontario di Younes El Boussettaoui, il 39enne marocchino, ucciso con un colpo di pistola in piazza Meardi, nella cittadina pavese la sera del 20 luglio 2021.
La procura aveva chiesto una condanna a 11 anni e quattro mesi. Adriatici è stato condannato anche al pagamento di una provvisionale di 380 mila euro, 90mila euro per i genitori e 50mila euro per ciascuno dei fratelli.
Secondo l’accusa Adriatici era uscito di casa per svolgere «indebitamente un servizio di ronda armata e di pedinamento di El Boussettaoui». Dopo essere stato colpito al volto dal 39enne senza fissa dimora, origini marocchine, che era «molesto» (come si legge nel capo d’imputazione), il politico sparò un colpo con la Beretta calibro 22 sfilata da sotto la camicia col colpo in canna, uccidendolo.
Oltre alla condanna a 12 anni per Massimo Adriatici, il giudice Luigi Riganti ha disposto oggi anche un risarcimento provvisionale di 380mila euro per i familiari della vittima. Novantamila euro a testa andranno ai genitori di Younes, 50mila euro a testa sono stati riconosciuti ai due fratelli e alle due sorelle della vittima. «Siamo felicissimi – ha commentato uscendo dal palazzo di giustizia Bahija El Boussettaoui, una delle sorelle di Younes -. Non mi aspettavo una sentenza di condanna superiore alla richiesta del pubblico ministero (il procuratore Fabio Napoleone aveva chiesto 11 anni e 4 mesi per l’ex assessore, ndr). Ma non saremo davvero contenti sino a che non vedremo Adriatici entrare in carcere con le manette. Il risarcimento? E’ un aspetto che in questo momento non ci interessa. Noi chiediamo solo che venga fatta giustizia per mio fratello».
(da La Stampa)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI: “AVETE USATO UN OMICIDIO PER FARE PROPAGANDA PER IL SI’ AL REFERENDUM, STRUMENTALIZZANDO UN FATTO DI CRONACA CHE ORA SI RITORCE CONTRO DI VOI”… LE DICHIARAZIONI DI SALVINI E BIGNAMI SUBITO DOPO IL FATTO… GRAZIE AI MAGISTRATI DI MILANO E’ EMERSA LA VERITA’
La segretaria del Pd Elly Schlein chiede che il leader della Lega e la premier si scusino: “È una
tragedia su cui si è innescata subito una speculazione politica da parte della presidente del consiglio Meloni e del vicepremier Matteo Salvini, che pur di attaccare i giudici in vista del referendum costituzionale hanno una volta ancora strumentalizzato gravemente un fatto di cronaca”.
Sul caso Rogoredo Avs, M5S e Pd chiedono un’informativa urgente del ministro Piantedosi: “Questa informativa è necessaria non solo per difendere l’onorabilità della polizia di Stato, che ha gli anticorpi per difendersi, perché svolge una funzione democratica al servizio del Paese, ma perché riteniamo che il governo e in primis il ministro Piantedosi deve chiarire l’uso politico che è stato fatto dal governo e dalla maggioranza per piegare questa vicenda agli interessi politici di questo Governo”, spiega Angelo Bonelli di Avs.
“Un quarto d’ora dopo che era accaduto” il fatto “avete provato a mettere una norma nel decreto sicurezza che garantisse l’impunità per questi fatti. Volevate il modello Ice, il modello della polizia di Trump, che ammazza le persone per strada”, aggiunge il capogruppo M5S Riccardo Ricciardi.
Furfaro (Pd): “Cosa dice ora Bignami?
Il deputato del Pd Marco Furfaro su X scrive: “Era il 29 gennaio, tre giorni dopo i fatti di Rogoredo. E a Dritto e rovescio, il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, si scagliava contro i magistrati per aver osato indagare il poliziotto responsabile dell’omicidio e i suoi colleghi. ‘Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario’. Poi, gran finale: ‘Io da avvocato dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum’. Solo che poi quella giustizia lì, quella cattiva, quella ingiusta, quella da cambiare col referendum, ha fatto il suo lavoro. E ha scoperto un po’ di cose”.
“Tipo che la pistola non aveva le impronte della vittima e sarebbe stata piazzata lì – prosegue -. Tipo che la vittima stava al telefono, non puntando un’arma. Tipo che l’agente pare si facesse pagare il pizzo dai pusher. Delle cosette, insomma. Cosa dice oggi il capogruppo di Fratelli d’Italia? Tutto questo lo sappiamo perché un pm ha aperto quel fascicolo che Bignami voleva impedire. Votate sì, diceva, ‘e cambiate questa giustizia’. Che tradotto significa: votate sì e un caso come Rogoredo non verrà mai più scoperto. Grazie, Bignami. Come spot per il no non avremmo potuto fare di meglio”.
Per Angelo Bonelli di Avs “La presidente Giorgia Meloni, insieme a Matteo Salvini, deve chiedere scusa agli italiani per le bugie raccontate al solo scopo di criminalizzare i magistrati e alimentare la loro campagna referendaria. Il caso del poliziotto di Rogoredo ne è un drammatico esempio”.
(da agenzie)
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