Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTO CON LA COMPLICITA’ DELLA CASSIERA… E MENO MALE CHE DOVEVANO GARANTIRE LA SICUREZZA IN UNO DEI LUOGHI DELLA CAPITALE CON IL PIU’ ALTO TASSO DI REATI
Rubavano vestiti e profumi dal punto vendita Coin della stazione Termini di Roma, ma non è
una semplice storia di taccheggio. Perché fra gli indagati ci sono anche 21 appartenenti alle forze dell’ordine: nove poliziotti e dodici carabinieri tutti di stanza nello scalo ferroviario e ora accusati di furto aggravato. Grazie alla complicità di una dipendente del negozio ora chiuso, proprio chi doveva garantire la sicurezza, in una delle zone della Capitale con il più alto tasso di reati, si sarebbe trasformato in un ladro.
Come avvenivano i furti nella Coin di Roma Termini
Come riporta Repubblica, le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pubblico ministero Stefano Opilio, sono state condotte dal nucleo operativo dei carabinieri, che si è ritrovato a investigare su dei colleghi. Sono 44 in totale i nomi nell’inchiesta che prende in considerazione eventi accaduti nella sede della catena Coin nell’autunno 2024.
La scoperta dei traffici sottobanco grazie ai filmati delle telecamere di videosorveglianza, che hanno ripreso una cassiera mentre svolgeva la parte della talpa. Alcuni capi, forse scelti dagli agenti che ogni giorno passavano dal negozio, venivano messi da parte in un armadio. Nei tempi morti sul lavoro, la donna rimuoveva i dispositivi antitaccheggio e le etichette magnetizzate. Poi imbustava il tutto aspettando che la pattuglia passasse a ritirare l’ordine. A quel punto, dopo un breve cenno d’intesa, la dipendente consegnava i capi agli agenti spesso allegando vecchi scontrini di cortesia o fingendo pagamenti elettronici con il pos nel tentativo di ingannare le videocamere. Così sparivano giacche, pantaloni, piumini, camice, prodotti di cosmesi, profumi e tanto altro. In cambio qualche poliziotto o carabiniere si presentava appoggiando dietro il bancone una busta di formaggi e mozzarelle o il calendario storico dell’arma.
Gli ammanchi scoperti nell’inventario
Il metodo consolidato, però, aveva portato gravi perdite al negozio, che infatti ha chiuso i battenti qualche mese fa. Nel corso dell’inventario di febbraio 2024 era stato notato un ammanco di 184mila euro. Una perdita negli incassi, rispetto all’anno precedente, superiore al 10%. Un dato che non poteva essere attribuito all’inflazione o a qualunque altra congiuntura economica. Negli altri punti vendita della catena, infatti, la quota si fermava a un -2/3%. La direzione ha avviato dei controlli mirati e nei mesi successivi è scomparso un totale di 94mila euro di prodotti, la metà nel reparto profumeria. È stata contattata un’agenzia investigativa, che per prima cosa dispone l’istallazione di nuove telecamere, in particolare sulla cassa 5 del reparto uomo, dai cui filmati è poi emerso il presunto sistema.
Adesso a difendersi dall’accusa di furto aggravato ci sono nove membri, fra agenti e ufficiali, della polizia ferroviaria del Lazio e di Roma Termini: una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo, un’agente semplice. Sono 12, invece, i carabinieri, fra cui un brigadiere, alcuni vice brigadieri e due appuntati scelti. Tutti uomini e donne che dovevano presidiare lo scalo ferroviario più trafficato d’Italia.
(da Fanpage)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
QUALCUNO LAVORA IN ITALIA DA 10 ANNI, ALTRI PROVENGONO DA PAESI DOVE NON CI SONO ACCORDI PER IL RIMPATRIO, MANCA UN NUOVO PROTOCOLLO CON L’ALBANIA
Il Cpr in Albania di Gjader non è più così vuoto. Se ne è accorta subito la deputata del Pd, Rachele Scarpa che ieri, 23 febbraio, è tornata nel centro italiano per una ispezione parlamentare. Da quello che risulta dai registri che ha potuto consultare, nell’ultima settimana e mezza sarebbero arrivati circa sessantacinque migranti, che si sommano alla trentina che era già presente. In totale quindi, ci si avvicinerebbe per la prima volta alla capienza massima del centro, di 94 persone, che non è la capienza sulla carta, di 144 posti, ma quella leggermente inferiore che tiene conto della necessità di avere degli spazi extra per motivi di sicurezza.
Cosa è cambiato con il voto europeo
Il voto del Parlamento europeo dello scorso 10 febbraio per l’Albania ha, almeno per il momento, cambiato poco il quadro normativo di riferimento, anche se il senso politico di quel voto riguarda anche l’accordo tra Roma e Tirana. Il nuovo Patto su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno, prevede infatti che l’Europa faccia dei patti con i paesi candidati ad entrare nell’Unione per il trattenimento dei migranti in transito. Francesco Ferri di ActionAid che partecipava alla visita al Cpr
spiega però che l’Italia, per applicare quel patto, dovrà firmare un nuovo protocollo: «Al momento in Albania l’Italia gestisce ogni cosa che riguardi il Cpr, secondo il regolamento Ue sarà il paese terzo a gestire procedure e costi e bisognerà vedere se l’Albania, che ha comunque il suo dibattito interno, accetterà un modello in cui costi, sicurezza e gestione del migrante fuori dal Cpr saranno sulle sue spalle».
Sembra però che ci sia stata la scelta di utilizzare il Cpr albanese a pieno regime, anche davanti ad un quadro normativo invariato, con effetti paradossali, dice Scarpa a Open. Perché nel Cpr albanese sono finite persone che difficilmente potranno essere rimpatriate, per motivi diversi. «Io ho avuto quattro colloqui tutti con persone che difficilmente torneranno nel paese di origine, alcuni hanno famiglia in Italia e persino un lavoro che non riescono a regolarizzare».
È il caso di un cittadino del Senegal che vive a Brescia da 10 anni, qui lavora e ha famiglia ed era già stato in Albania, era certamente a Gjader in ottobre: «Tornato in Italia per delle ferite frutto di un incidente in Senegal ha trovato un nuovo lavoro come operaio, si è presentato in Questura per regolarizzarsi e l’hanno riportato in Albania, anche lui, come nel caso dell’algerino risarcito, senza un provvedimento motivato». Un migrante proveniente dal Togo ha una situazione simile, lavora in Italia da anni come operaio, e difficilmente sarà rimpatriato visto che l’Italia non ha accordi con il Togo.
L’iraniano
Tra i trattenuti c’è anche un cittadino iraniano: «Lui – dice Scarpa – che ha vissuto anche in Belgio vorrebbe tornare in Iran, ma vista la situazione non ci sono accordi di rimpatrio, ci ha detto molto chiaramente che se non fosse stato nel Cpr non avrebbe avuto di che vivere, a riprova di come aiutiamo i cittadini iraniani». A Gjader è arrivato nei giorni scorso a anche un migrante che la scorsa settimana, nel Cpr di Bari, ha assistito ad una morte per overdose che potrebbe essere collegato ad un traffico di farmaci interno alla struttura. Anche per lui il rimpatrio sarà difficile, se dovrà testimoniare al processo.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I DETTAGLI DELLA MESSAINSCENA ORCHESTRATA DAL POLIZIOTTO
Il poliziotto Carmelo Cinturrino, fermato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri
nel bosco della droga di Rogoredo, poteva salvargli la vita dopo avergli sparato. Ha invece aspettato più di venti minuti prima di chiamare i soccorsi, mentre Mansouri dava vari segni di vita, per prendere il tempo di sistemare la scena dell’omicidio in modo da far sembrare che l’uomo, con precedenti per spaccio e figura conosciuta nella zona, l’avesse minacciato con una pistola a salve (messa lì invece, si scoprirà dopo, proprio da Cinturrino).
C’è anche questo elemento nelle 16 pagine di provvedimento di fermo eseguito questa mattina nella Questura di Milano, dove Cinturrino alloggia e dove, in mattinata, si è svolta una conferenza stampa organizzata dalla procura di Milano e dalla stessa Polizia di Stato che, tramite la Digos, ha svolto le indagini, raccogliendo le testimonianze dei colleghi del poliziotto.
Cosa dicono le carte
E il particolare è particolarmente significativo, al punto che la procura guidata da Marcello Viola l’ha considerato un elemento fondamentale da inserire nel provvedimento di fermo come circostanza aggravante.
Come si legge nel testo infatti, «l’indagato ha atteso ben ventidue minuti prima di allertare i soccorsi, nonostante il Mansouri desse ancora segni di vita» e, appunto, il tempo fu impiegato per modificare la scena del delitto «in modo da mostrare una situazione compatibile con la falsa versione del colpo esploso per legittima difesa».
Il tempo tra lo sparo e la morte
La tempistica è confermata dalle telecamere della zona. L’orario dello sparo è collocato tra le 17.33,02, cioè l’orario in cui Mansouri ha usato, facendo uno screenshot, il suo cellulare per l’ultima volta e le 17.33.40 quando le telecamere immortalano l’agente in servizio con Cinturrino che si allontana per andare in commissariato.
I soccorsi, registra il 118, sono stati chiamati alle 17.55 – anche se Cinturrino aveva tranquillizzato i colleghi di aver chiamato immediatamente. E, infine, la morte d
Mansouri viene certificata alle 18.31, dai sanitari e dai poliziotti arrivati sulla scena. Anche gli altri agenti, infatti, avrebbero raccontato che Mansouri dava segni di vita.
Il provvedimento di fermo è molto esplicito anche sugli altri elementi, a cominciare dall’autopsia che ha dimostrato che il 28enne di origine marocchina stava scappando quando l’agente di polizia gli ha sparato e che è stato proprio Cinturrino a mettergli accanto la pistola a salve, ma lasciando delle proprie impronte. C’è poi un’indagine in corso su un presunto giro di spaccio che avrebbe fatto capo proprio al poliziotto.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
FU OMICIDIO VOLONTARIO… UNA SORELLA DELLA VITTIMA: “VOGLIO VEDERLO ENTRARE IN CARCERE CON LE MANETTE”
È stato condannato a 12 anni Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista alla Sicurezza di Voghera per l’omicidio volontario di Younes El Boussettaoui, il 39enne marocchino, ucciso con un colpo di pistola in piazza Meardi, nella cittadina pavese la sera del 20 luglio 2021.
La procura aveva chiesto una condanna a 11 anni e quattro mesi. Adriatici è stato condannato anche al pagamento di una provvisionale di 380 mila euro, 90mila euro per i genitori e 50mila euro per ciascuno dei fratelli.
Secondo l’accusa Adriatici era uscito di casa per svolgere «indebitamente un servizio di ronda armata e di pedinamento di El Boussettaoui». Dopo essere stato colpito al volto dal 39enne senza fissa dimora, origini marocchine, che era «molesto» (come si legge nel capo d’imputazione), il politico sparò un colpo con la Beretta calibro 22 sfilata da sotto la camicia col colpo in canna, uccidendolo.
Oltre alla condanna a 12 anni per Massimo Adriatici, il giudice Luigi Riganti ha disposto oggi anche un risarcimento provvisionale di 380mila euro per i familiari della vittima. Novantamila euro a testa andranno ai genitori di Younes, 50mila euro a testa sono stati riconosciuti ai due fratelli e alle due sorelle della vittima. «Siamo felicissimi – ha commentato uscendo dal palazzo di giustizia Bahija El Boussettaoui, una delle sorelle di Younes -. Non mi aspettavo una sentenza di condanna superiore alla richiesta del pubblico ministero (il procuratore Fabio Napoleone aveva chiesto 11 anni e 4 mesi per l’ex assessore, ndr). Ma non saremo davvero contenti sino a che non vedremo Adriatici entrare in carcere con le manette. Il risarcimento? E’ un aspetto che in questo momento non ci interessa. Noi chiediamo solo che venga fatta giustizia per mio fratello».
(da La Stampa)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI: “AVETE USATO UN OMICIDIO PER FARE PROPAGANDA PER IL SI’ AL REFERENDUM, STRUMENTALIZZANDO UN FATTO DI CRONACA CHE ORA SI RITORCE CONTRO DI VOI”… LE DICHIARAZIONI DI SALVINI E BIGNAMI SUBITO DOPO IL FATTO… GRAZIE AI MAGISTRATI DI MILANO E’ EMERSA LA VERITA’
La segretaria del Pd Elly Schlein chiede che il leader della Lega e la premier si scusino: “È una
tragedia su cui si è innescata subito una speculazione politica da parte della presidente del consiglio Meloni e del vicepremier Matteo Salvini, che pur di attaccare i giudici in vista del referendum costituzionale hanno una volta ancora strumentalizzato gravemente un fatto di cronaca”.
Sul caso Rogoredo Avs, M5S e Pd chiedono un’informativa urgente del ministro Piantedosi: “Questa informativa è necessaria non solo per difendere l’onorabilità della polizia di Stato, che ha gli anticorpi per difendersi, perché svolge una funzione democratica al servizio del Paese, ma perché riteniamo che il governo e in primis il ministro Piantedosi deve chiarire l’uso politico che è stato fatto dal governo e dalla maggioranza per piegare questa vicenda agli interessi politici di questo Governo”, spiega Angelo Bonelli di Avs.
“Un quarto d’ora dopo che era accaduto” il fatto “avete provato a mettere una norma nel decreto sicurezza che garantisse l’impunità per questi fatti. Volevate il modello Ice, il modello della polizia di Trump, che ammazza le persone per strada”, aggiunge il capogruppo M5S Riccardo Ricciardi.
Furfaro (Pd): “Cosa dice ora Bignami?
Il deputato del Pd Marco Furfaro su X scrive: “Era il 29 gennaio, tre giorni dopo i fatti di Rogoredo. E a Dritto e rovescio, il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, si scagliava contro i magistrati per aver osato indagare il poliziotto responsabile dell’omicidio e i suoi colleghi. ‘Questo si gira, gli punta una pistola, il poliziotto gli spara, ahimè lo uccide, e la magistratura lo indaga per omicidio volontario’. Poi, gran finale: ‘Io da avvocato dico che questo non è giusto e dico anche che se si vuole cambiare questa giustizia bisogna votare sì al referendum’. Solo che poi quella giustizia lì, quella cattiva, quella ingiusta, quella da cambiare col referendum, ha fatto il suo lavoro. E ha scoperto un po’ di cose”.
“Tipo che la pistola non aveva le impronte della vittima e sarebbe stata piazzata lì – prosegue -. Tipo che la vittima stava al telefono, non puntando un’arma. Tipo che l’agente pare si facesse pagare il pizzo dai pusher. Delle cosette, insomma. Cosa dice oggi il capogruppo di Fratelli d’Italia? Tutto questo lo sappiamo perché un pm ha aperto quel fascicolo che Bignami voleva impedire. Votate sì, diceva, ‘e cambiate questa giustizia’. Che tradotto significa: votate sì e un caso come Rogoredo non verrà mai più scoperto. Grazie, Bignami. Come spot per il no non avremmo potuto fare di meglio”.
Per Angelo Bonelli di Avs “La presidente Giorgia Meloni, insieme a Matteo Salvini, deve chiedere scusa agli italiani per le bugie raccontate al solo scopo di criminalizzare i magistrati e alimentare la loro campagna referendaria. Il caso del poliziotto di Rogoredo ne è un drammatico esempio”.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL POLIZIOTTO HA APERTO IL FUOCO ANCHE SE LO SPACCIATORE ERA DISARMATO. POI, PER GIUSTIFICARE LA SPARATORIA, HA PIAZZATO UNA PISTOLA GIOCATTOLO VICINO AL CORPO
“La posizione dell’amministrazione è molto chiara, di estremo rigore professionale: a nessun poliziotto è consentito operare al di fuori delle regole, giuridiche e deontologiche”. Lo ha sottolineato il capo della Polizia Vittorio Pisani parlando della vicenda di Rogoredo.
“Lo stato di diritto non è un principio giuridico astratto, noi per primi siamo tenuti a dimostrarlo concretamente ogni giorno perché è un metodo di lavoro – aggiunge – il rispetto della persona umana, dell’integrità fisica e della sua dignità è un dovere assoluto”. Un dovere che “va esercitato nei confronti di chiunque e garantito a colui che commette un reato”.
“L’immagine sana è quella dei colleghi investigatori della questura di Milano e questo è molto importante, perché noi abbiamo necessità di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato”.
“Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente – ha concluso – penso che questa sia l’immagine sana del nostro modo di operare”.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
“IL CENTRODESTRA PERDE VOTI, UN ELETTORE SU 5 DI FORZA ITALIA ANDRA’ ALLE URNE PER VOTARE NO”… MELONI DOVREBBE SCENDERE IN CAMPO? “FOSSI IN LEI, NON LO FAREI. IL RISCHIO DI UNA SCONFITTA PESANTE È CONCRETO”
«A meno di clamorosi imprevisti o errori di uno dei due schieramenti, questa sarà la
tendenza con cui si arriverà al voto». Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè, presenta così l’ultima rilevazione sul voto referendario che porterà gli italiani alle urne il weekend del 22-23 marzo per esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia.
Il sondaggista è stato il primo a registrare il sorpasso del fronte del No e il suo nuovo studio sembra confermare il trend: con un tasso di affluenza tra il 40 e il 45%, i contrari oscillerebbero tra il 52% e il 54%, i favorevoli tra il 46% e il 48%.
A definire la situazione attuale ha contribuito, spiega Weber, il ritorno in campo di un terzo attore che si è inserito tra i due fronti e che potrebbe avere un ruolo «cruciale» nell’esito del referendum: gli astensionisti che per questa riforma hanno deciso di ritornare alle urne.
Weber, quali sono i rapporti di forza all’interno di questo terzo gruppo?
«Per uno che vota Sì, ce ne sono due che votano No».
Chi sarebbero questi ormai ex astensionisti che per il referendum hanno deciso di tornare alle urne?
«Sono quelli che non si sentono né di destra né di sinistra, che, ad oggi, non andrebbero a votare alle prossime elezioni».
Di quanti voti parliamo?
«Circa il 25% di quelli che andranno a votare. È una parte minoritaria ma decisiva, perché gli altri due schieramenti sono più o meno in equilibrio».
Come si possono inquadrare?
«Non è gente che milita, ma che ascolta e su quello che sente costruisce il proprio giudizio. Si può dire che rappresenti il ritorno di un po’ di opinione pubblica».
Cosa registrate, invece, all’interno dei due schieramenti?
«Una maggiore compattezza del fronte del No rispetto a quello del Sì, dove vediamo più frammentazione e, soprattutto, una maggiore propensione a rimanere a casa i giorni del voto».
In quale partito è più accentuato questo fenomeno?
«Nella parte di elettorato che vota Forza Italia e Noi moderati».
Ma sono loro ad aver partorito la riforma. Berlusconi ne è sostanzialmente il padre putativo.
«Beh, da quello che ci risulta il 20% di questi elettori andrà alle urne per votare No».
Quindi uno su cinque. Un numero così rilevante?
«Per dare un’idea, il livello di compattezza del No all’interno del Pd è del 97,4%».
Quindi il centrodestra perde voti sia per il maggiore astensionismo che per la crescita del No tra le loro fila.
«Sì, stanno soffrendo questa doppia dispersione. Il loro è un elettorato meno motivato».
E gli attacchi alla magistratura fatti da Meloni? Stanno rafforzando il fronte dei favorevoli alla riforma?
«No, non stanno pagando. Insistere su un piano squisitamente politico non frutta perché la credibilità è bassa».
A guadagnarci da questa situazione allora è la magistratura?
«Sa che, per la prima volta dopo 20 anni, la fiducia nella magistratura ha superato il 50%? Ben 8 punti in più rispetto allo scorso novembre».
È l’effetto Meloni?
«Più che altro, è l’effetto paura».
Paura per i contenuti della riforma?
«No, è troppo tecnica per essere abbastanza conosciuta. C’è una preoccupazione più generalizzata per l’instabilità politica dell’Italia, dell’Europa e del pianeta, che alimenta la diffidenza verso una riforma che tocca un argomento serio come la giustizia».
Centra in qualche modo l’apparizione a sorpresa del presidente Mattarella alla seduta del Csm
«La sua presenza lì “non da presidente del Csm, ma da presidente della Repubblica”, come ha detto nel suo discorso, è indubbiamente arrivata alla gente. Quando Meloni poi attacca i magistrati per il caso Sea Watch, in realtà risponde a lui, non ai giudici».
Che l’attacco ai magistrati non alimenti il fronte del Sì è una notizia.
«Non aiuta se l’attacco diventa una questione esclusivamente politica. Per i fatti di cronaca, invece, è diverso».
Che intende?
«Faccio un esempio: chi segue con attenzione il caso Garlasco e ha un giudizio negativo sull’operato della magistratura è compattamente a favore del Sì».
Sorprendente.
«Se il governo insiste su vicende giudiziarie come questa, potrebbe ottenere un ritorno in termini di voti».
E per quanto riguarda le preferenze per fasce di età?
«Sembra confermato che tra i più giovani il fronte del No è in maggioranza. Tra gli over 60, invece, c’è più equilibrio».
Perché è convinto che questa tendenza rimarrà stabile?
«Il nostro è un mestiere fatto per sbagliare, ma questo è quello che traspare dai dati. Poi, certo, tutto può cambiare. L’elettorato è volatile e, se sbagli, rischi di pagare lo scotto. Si ricorda le elezioni del 2006?».
In effetti, manca ancora un mese al voto. La campagna elettorale, fino a oggi abbastanza blanda da entrambe le parti, non può cambiare le sorti del voto?
«Penso che la campagna si accenderà nelle prossime settimane e che, nei limiti del possibile, verranno investiti dei fondi, ma non penso che possa incidere in maniera decisiva sull’esito del voto».
Meloni dovrebbe scendere in campo da protagonista?
«Fossi in lei, non lo farei. Il rischio di una sconfitta pesante è concreto».
Il suo sondaggio si basa su una percentuale di affluenza tra il 40 e il 45%. Se aumenta il numero di votanti cambia qualcosa?
«In buona sostanza, no. Però credo che questa percentuale di affluenza sia persino troppo ottimistica».
Quanto pensa che sarà?
«Metterei la forbice tra il 35% e il 50%».
Alcuni suoi colleghi hanno pubblicato sondaggi ipotizzando un tasso di affluenza al 60%.
«Lo escludo. Negli ultimi 20-30 anni non abbiamo quasi mai visto referendum con queste percentuali. Se pensa che alle ultime elezioni in Lombardia, una delle regioni più ricche d’Italia e d’Europa, è andato a votare il 41% degli aventi diritto…».
(da Il Centro)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL MAI PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO TRASFORMA PUCCI IN UN MARTIRE DELLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE: “LA SUA COLPA E’ DI NON ESSERE DI SINISTRA”….LO SMEMORATO ‘GNAZIO, PERO’, DIMENTICA CHE E’ STATO IL COMICO A SFILARSI: NESSUNO GLI HA VIETATO DI ANDARE SUL PALCO DELL’ARISTON
In un video pubblicato sui propri canali social, il Presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto sulla recente polemica che ha coinvolto il comico Andrea Pucci in relazione alla sua partecipazione al prossimo Festival di Sanremo. La Russa ha citato la conferenza stampa di Carlo Conti, conduttore e direttore artistico della kermesse, confermando che l’invito rivolto a Pucci era stato libero da condizionamenti esterni.
Tuttavia, il comico ha deciso di rinunciare alla partecipazione a seguito di quelle che La Russa definisce “intollerabili accuse, minacce e aggressioni”. Secondo il Presidente del Senato, l’ostilità nei confronti di Pucci sarebbe scaturita da critiche ideologiche, con l’accusa principale di “non essere di sinistra”. Nel video, La Russa esprime piena solidarietà all’artista, dicendo di comprendere la sua scelta di non voler “mettere a rischio il proprio equilibrio”.
Allo stesso tempo, si rivolge direttamente a Conti per chiedere un gesto riparatore: “Mi aspetto magari una sorpresa. Ci sono tanti modi per ripagare l’ingiusta sofferenza e l’ingiusto obbligo di rinuncia che ha costretto Pucci a ‘gettare la spugna’. Spetta al conduttore trovarne uno per far sì che la presenza riparatoria dell’artista sia comunque garantita”, le parole della seconda carica dello Stato.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SE L’ELETTORATO MODERATO, CHE HA GONFIATO DI VOTI FDI FINO AL 30%, NON PARE GRADIRE PER NIENTE LA RISSA INSCENATA DAI NORDIO E APPLAUDE LA SAGGEZZA DEL CAPO DELLO STATO, SERGIO MATTARELLA, LA DESTRA EX MISSINA STA CON I MAGISTRATI… COMUNQUE VADA, IL RAPPORTO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI CON I MAGISTRATI SARA’ PER SEMPRE COMPROMESSO
Maledetto il giorno che è stato promosso ‘sto cazzo di referendum sulla riforma della
giustizia! Doveva essere un successo clamoroso, è diventato uno stillicidio rischiosissimo per gli equilibri dell’Armata Branca-Meloni.
Quel che è certo, è che il referendum del 22/23 marzo è lo snodo attorno a cui ruotano tutti gli equilibri e le questioni più delicate: la resa dei conti interna alla Lega? Rimandata al 24 marzo, così come le beghe in Forza Italia la Famiglia Berlusconi e i tajanei.
Ad avere tutto da perdere, però, è Giorgia Meloni. La Ducetta dei due mondi (Colle Oppio e Garbatella), dopo averci sbomballato con la litania del fatto che quello del 22-23 marzo “non è un voto politico” e “non è un referendum su di me”.
Dopo l’ultima rilevazione di Ixè, che registra un vantaggio del “No” di ben sei punti, con la fiducia nei magistrati che sarebbe il quadruplo di quella nei partiti, i contrari alla riforma della giustizia salgono al 53%, contro il 47% di favorevoli.
Tutti gli istituti hanno certificato una clamorosa rimonta: se qualche mese fa chi si schierava con il Governo era avanti di venti punti, ora i contrari se la giocano.
E già questo conferma quanto sia stata mal giocata la partita della comunicazione, con lo scivolone da matita blu del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha parlato di “sistema paramafioso” al CSM.
Un altro dato evidenziato da tutti i sondaggisti è che solo un’affluenza alta favorirebbe la vittoria del “Sì”.
Ed ora la premier, dopo averlo politicizzato attaccando al muro un giorno sì e l’altro pure la magistratura, preso atto della possibile sconfitta, sarà costretta a metterci la faccia, personalizzando il referendum salendo su un palco e urlando a squarciagola “Vota Giorgia!”: è convinta di essere l’unica a poter trascinare al voto gli indecisi, con la sua abilità oratoria da “So’ una der popolo”.
Di contro, e per questo la premier è sull’orlo di una crisi di nervi, potrebbe esserci un effetto non desiderato. Se è vero che la Meloni sarebbe in grado di mobilitare i suoi Fratelli d’Italia, è altresì vero che l’elettorato moderato che ha gonfiato Fratelli d’Italia dal 4-10% fino al 30%, non pare gradire per niente la rissa inscenata dai Nordio mentre applaude la saggezza democristiana del Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Come spiega Roberto Weber, patron di Ixè, a Daniele Cristofani sul “Centro”, a giocare un ruolo nella rimonta del “No” sarebbero molti “astensionisti che hanno deciso di tornare alle urne. In questo gruppo, sostiene Weber, “Per uno che vota Sì,
ce ne sono due che votano No”: “Sono quelli che non si sentono né di destra né di sinistra, circa il 25% di quelli che andranno a votare. È una parte minoritaria ma decisiva, perché gli altri due schieramenti sono più o meno in equilibrio”.
Soprattutto, c’è a detta di Weber “una maggiore compattezza del fronte del No rispetto a quello del Sì, dove vediamo più frammentazione e una maggiore propensione a rimanere a casa nei giorni del voto. Soprattutto nella parte di elettorato che vota Forza Italia e Noi moderati.
L’effetto Meloni? Più che altro, è l’effetto paura per l’instabilità politica dell’Italia, dell’Europa e del pianeta, che alimenta la diffidenza verso una riforma che tocca un argomento serio come la giustizia”
Ai moderati che si preoccupano per il possibile caos all’orizzonte va poi aggiunto lo zoccolo duro della destra: gli ex missini, passati poi in Alleanza nazionale e traghettati infine a Fratelli d’Itaila sono, tradizionalmente, per Dna, giustizialisti.
Erano gli ex missini, che rivendicavano la propria diversità morale da chi aveva sempre gestito il potere. a vedere nei magistrati una mano santa per un repulisti delle élites corrotte della Prima Repubblica.
Poi il corpaccione molle di Fratelli d’Italia, una volta arrivato al potere, ha scoperto il garantismo. Ma la destra storica resta agganciata a “Legge e ordine”, a favore dei magistrati e forze di polizia.
Potrebbe vincere il “Sì”, potrebbe vincere il “No”, ma conterà anche la misura della vittoria: 40%?, 50%, 60%?.
Morale della fava: comunque vada, il rapporto dell’Armata Branca-Meloni con la casta dei magistrati sarà per sempre compromesso. Nordio e Mantovano possono inventarsi tutte le separazioni delle carriere e i Csm a sorteggio che vogliono, ma finché sarà in vigore l’art. 112 della Costituzione, che impone l’obbligatorietà dell’azione penale, sarà impossibile mettere la giustizia sotto il tallone della politica.
Del resta, un tipino che la sa lunga, il navigatissimo Ignazio La Russa, non avendo nessunissima voglia di schierarsi contro i magistrati (anzi!), ha preso una netta distanza dall’Armata Branca-Meloni: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela…”
(da Dagoreport)
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