Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA CHIUSURA DI FATTO DELLO STRETTO DI HORMUZ HA BLOCCATO IL 20% DEL PETROLIO MONDIALE, FACENDO SCHIZZARE IL GREGGIO OLTRE I 100 DOLLARI AL BARILE
Sono passate poco più di due settimane da quando lo Stretto di Hormuz, indubbiamente il
passaggio marittimo più importante del mondo per il mercato energetico, si è praticamente fermato, e le conseguenze si stanno già propagando ben oltre il Golfo Persico. Sta accadendo ciò che molti analisti temevano da anni, ma che — a quanto pare — nessuno dei pianificatori strategici americani aveva pienamente previsto nella sua portata: il prezzo del greggio Brent è schizzato oltre i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022; il traffico di petroliere è crollato prima del 70% e poi praticamente a zero; e circa 150 navi cisterna — tra petroliere e navi per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) — sono rimaste bloccate nelle acque circostanti lo Stretto, in attesa di capire se e quando potranno passare.
Per chi vive in Italia a prima vista questa vicenda può sembrare l’ennesima guerra distante da casa. In realtà non lo è. Il prezzo del petrolio si muove infatti in un mercato globale: quando il greggio sale a New York a causa di quanto sta accadendo nel Golfo Persico, il costo di un pieno di benzina finisce per aumentare direttamente anche a Milano o a Napoli. L’Italia importa ancora circa il 90% del petrolio che consuma e una parte rilevante del greggio che arriva in Europa dipende direttamente dalle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Quando queste rotte si bloccano, il prezzo del barile sale per tutti. E quando il petrolio aumenta, aumentano a catena anche le bollette dell’energia elettrica, il costo dei trasporti e, in ultima analisi, l’inflazione dei beni di consumo.
Perché lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia energetico del mondo
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo lungo circa 160 km e largo circa 33 km nel suo punto più stretto, con due corsie di navigazione unidirezionali larghe appena 3 km ciascuna. Si trova tra l’Iran a nord e l’Oman a sud e collega il Golfo Persico — dove si concentra gran parte della produzione petrolifera del Medio Oriente — con il Golfo di Oman e, da lì, con l’Oceano Indiano e i mercati globali.
I numeri dei prodotti che vi transitavano prima della guerra sono impressionanti. Secondo l’EIA (Energy Information Administration degli Stati Uniti) e la IEA (International Energy Agency), nel 2025 attraverso lo Stretto passavano in media 20 milioni di barili al giorno tra petrolio e altri prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Di questi, quasi 15 milioni di barili al giorno erano costituiti da solo petrolio greggio, pari al 34% del commercio globale di greggio.
Non transitava però solo petrolio. Nel 2025 attraverso lo Stretto di Hormuz è passato circa il 20% del commercio mondiale di GNL, proveniente in gran parte dal Qatar, uno dei principali esportatori globali, che nel 2025 ne ha esportato circa 81 milioni di tonnellate (pari a circa 110 miliardi di metri cubi). Il Qatar non dispone di gasdotti alternativi per raggiungere i mercati globali al di fuori della regione del Golfo e dipende interamente dallo Stretto per le proprie esportazioni. Non a caso, il 2 marzo 2026, dopo che droni iraniani hanno colpito gli impianti di GNL di Ras Laffan e Mesaieed, QatarEnergy ha dovuto sospendere tutta la produzione, dichiarando poi formalmente force majeure sui contratti di fornitura il 4 marzo.
Il punto cruciale è proprio questo: le alternative al passaggio nello Stretto, quando esistono, sono estremamente limitate. L’Arabia Saudita dispone, ad esempio, dell’oleodotto East–West (Petroline), portato alla piena capacità di emergenza di 7 milioni di barili al giorno l’11 marzo 2026. Gli Emirati Arabi Uniti hanno a loro volta l’oleodotto Abu Dhabi–Fujairah, con una capacità massima di 1,8 milioni di barili al giorno. Ma anche sommando le due infrastrutture al massimo della loro capacità si arriva a circa 8–9 milioni di barili al giorno — ovvero meno della metà dei 20 milioni di barili che transitavano normalmente per lo Stretto prima della guerra. Il deficit strutturale per questi due Paesi supera così gli 11 milioni di barili al giorno. Gli altri produttori di petrolio della regione — Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein — invece non dispongono di alcuna alternativa: dipendono interamente da questo passaggio. In sostanza, lo Stretto di Hormuz non ha alcun sostituto funzionale.
Cosa è successo ai flussi energetici dallo scoppio del conflitto
La sequenza degli eventi è stata rapidissima. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury, una campagna di attacchi aerei su
larga scala contro infrastrutture militari iraniane, siti nucleari e strutture di comando che ha portato, tra le altre cose, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo giorno di guerra.
La risposta iraniana è stata molto più aggressiva di quanto molti osservatori si attendessero. Nei giorni successivi Teheran ha infatti lanciato attacchi con missili e droni contro obiettivi militari statunitensi, territorio israeliano e infrastrutture nella regione del Golfo, tra cui installazioni petrolifere negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Bahrein.
Ma soprattutto, già nelle prime ore del conflitto, le navi in transito nello Stretto di Hormuz hanno iniziato a ricevere minacciosi messaggi radio attribuiti ai Pasdaran che intimavano loro di non procedere oltre. Il 2 marzo, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha ribadito pubblicamente che qualsiasi nave che avesse tentato il passaggio senza consenso da parte iraniana avrebbe potuto essere colpita.
Gli effetti sul traffico marittimo sono stati immediati. Nel giro di pochi giorni i dati di tracciamento navale hanno mostrato un crollo dei transiti nello Stretto: rispetto ai livelli precedenti alla guerra, il numero di navi cisterna che attraversano quotidianamente Hormuz è sceso quasi fino ad azzerarsi. Diverse navi commerciali che hanno provato a forzare il blocco sono state danneggiate negli attacchi e si sono anche registrate vittime tra gli equipaggi, mentre molte compagnie di navigazione hanno deciso di sospendere del tutto i passaggi nell’area.
A partire dai primi giorni di marzo, tuttavia, l’Iran ha progressivamente moderato la propria posizione. Pur mantenendo una forte pressione militare sullo stretto, Teheran ha consentito in alcuni casi il passaggio di navi legate a Paesi che non partecipavano direttamente al conflitto. In questo modo, nei giorni successivi alcune imbarcazioni con bandiera turca, indiana e cinese sono riuscite a transitare, così come le petroliere iraniane dirette verso la Cina. Per la maggior parte del traffico commerciale mondiale, però, lo Stretto di Hormuz resta di fatto off-limits, con effetti immediati sui flussi energetici globali.
I mercati energetici nel caos: petrolio oltre i 100 dollari e crisi delle assicurazioni per le navi
Per comprendere appieno la portata di quanto sta accadendo basta guardare i freddi numeri: si tratta di uno degli shock più gravi per l’approvvigionamento energetico mondiale dalla crisi petrolifera degli anni Settanta a oggi e potrebbe persino rappresentare la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero moderno.
Non sorprende quindi che, se all’inizio delle operazioni militari americane e israeliane contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, il prezzo del greggio Brent si aggirava intorno ai 70–73 dollari al barile, nel giro di pochi giorni sia prima salito a 77 dollari, poi a 83 e infine abbia superato la soglia psicologica dei 100 dollari l’8 marzo scorso, arrivando persino a toccare per breve tempo un picco poco oltre i 120 dollari al barile. Nell’ultima quotazione disponibile al momento in cui scriviamo, il Brent si mantiene ancora sopra quota 100 dollari.
Ma il prezzo del greggio, di per sé, è solo la punta dell’iceberg: anche i costi di trasporto stanno aumentando rapidamente. Il costo giornaliero per noleggiare una superpetroliera VLCC — Very Large Crude Carrier, ovvero navi che trasportano circa 2 milioni di barili di petrolio dal Golfo Persico verso altri grandi mercati come la Cina — ha raggiunto i 423.700 dollari al giorno, secondo i dati LSEG riportati da CNBC. Si tratta di livelli record per questa tratta, con un aumento di circa il 94% rispetto ai valori registrati pochi giorni prima dell’escalation del conflitto. Nel frattempo, diverse grandi compagnie di navigazione, tra cui Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd, hanno annunciato la sospensione o la revisione dei transiti nella regione per motivi di sicurezza.
A rendere la situazione ancora più critica è la crisi delle assicurazioni contro il rischio bellico (war risk insurance) per le navi che ancora transitano nella regione. Dopo l’escalation militare, diversi assicuratori hanno cancellato alcune polizze esistenti o imposto nuove coperture con premi molto più elevati. In alcuni casi i premi war risk per singolo viaggio sono saliti fino all’1–2% del valore della nave, contro circa lo 0,25% in condizioni normali. Senza questa copertura molti armatori, finanziatori e operatori commerciali finiscono per evitare il transito nello Stretto di Hormuz, perché il rischio finanziario — oltre a quello umano — diventa troppo elevato. Secondo società di intelligence energetica come Kpler, questo meccanismo perverso sta riducendo il traffico navale quasi quanto una chiusura fisica dello Stretto, con effetti molto simili sui flussi di merci.
Non è finita qui: gli effetti di questa situazione si estendono ben oltre il solo commercio di petrolio. I prezzi del gas naturale in Asia e in Europa sono aumentati rispettivamente del 51% e del 77% rispetto ai livelli pre-conflitto, secondo i dati rilevati al 9 marzo dal Center for American Progress sulla base delle quotazioni dei futures. Il prezzo dell’urea, un fertilizzante chiave per l’agricoltura, è a sua volta passato da 475 a 683 dollari per tonnellata al porto di New Orleans — un’impennata del 44% in meno di due settimane, secondo i dati CRU Group e StoneX — proprio nel periodo di semina del Midwest americano. In altre parole, questa crisi tocca non solo chi fa il pieno alla propria automobile, ma rischia di far salire anche il prezzo di un bene ancora più primario, il pane.
Gli errori di calcolo americani sulla risposta iraniana
Uno degli aspetti certamente più discussi di questa crisi riguarda gli errori della pianificazione americana dell’operazione militare. Secondo una lunga inchiesta della CNN pubblicata il 12 marzo, il Pentagono e il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca avrebbero significativamente sottovalutato proprio la volontà dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi militari.
Secondo le fonti citate dalla CNN, il team di sicurezza nazionale del presidente Trump non avrebbe tenuto pienamente conto delle potenziali conseguenze di quello che diversi funzionari hanno descritto come lo scenario peggiore che l’Amministrazione si trova ora ad affrontare. Sebbene funzionari chiave dei Dipartimenti dell’Energia e del Tesoro fossero presenti in alcune riunioni di pianificazione, le analisi delle agenzie competenti e le previsioni che in passato sarebbero state elementi centrali del processo decisionale questa volta sono invece state considerate come fattori secondari.
Anche il New York Times ha parlato esplicitamente di un grave errore di calcolo, sottolineando come l’Iran abbia risposto in modo molto più aggressivo rispetto al
precedente conflitto di giugno 2025 quando Teheran si astenne dal chiudere lo Stretto nonostante gli attacchi subiti. La differenza, questa volta, è stata l’uccisione della Guida Suprema Khamenei: un atto che l’Iran ha interpretato come una minaccia esistenziale, modificando radicalmente il calcolo strategico della leadership iraniana.
Nel corso di un briefing classificato al Congresso, esponenti di entrambi i partiti hanno contestato la mancanza di un piano operativo chiaro per riaprire lo Stretto una volta iniziato il conflitto, secondo le fonti citate dalla CNN. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha respinto le critiche definendole infondate, ma la realtà sul campo continua a raccontare una storia diversa: a due settimane dall’inizio delle operazioni, lo Stretto resta infatti sostanzialmente chiuso e non ci sono soluzioni a breve termine all’orizzonte.
L’Amministrazione Trump ha finora risposto alla crisi energetica con due misure principali. La prima è stata l’ordine alla U.S. International Development Finance Corporation (DFC) di offrire copertura assicurativa a tutte le navi che transitano nel Golfo, mediante un programma da 20 miliardi di dollari di riassicurazione gestito dalla compagnia Chubb. La seconda è stata la proposta di fornire scorte navali militari per le petroliere, che tuttavia richiede risorse enormi: secondo alcune stime, servirebbero 7–8 cacciatorpediniere per scortare 3–4 navi commerciali al giorno, un impegno sostenibile solo nel breve periodo.
Le prospettive: tra riapertura parziale ed escalation
A questo punto, gli analisti individuano sostanzialmente tre scenari possibili per l’evoluzione della crisi.
Il primo scenario, considerato il più probabile nel breve termine da diversi osservatori, è quello di una riapertura parziale e selettiva dello Stretto. L’Iran ha già dimostrato di voler mantenere il controllo del passaggio come leva negoziale, consentendo il transito ad alcune navi — turche, indiane e cinesi — mentre continua a esportare il proprio petrolio verso la Cina. Come ha osservato David Roche di Quantum Strategy in un’intervista a CNBC, l’Iran ha bisogno di esportare petrolio per finanziare la propria economia, soprattutto in un momento così
complicato: questo crea un incentivo strutturale a non chiudere completamente lo Stretto nel lungo periodo. La sua previsione è quindi quella di una riapertura parziale entro due o tre settimane.
Il secondo scenario è quello di una pressione prolungata e intermittente. In questo caso, l’Iran manterrebbe lo Stretto in uno stato di semi-chiusura, consentendo il transito a singhiozzo e colpendo selettivamente le navi per mantenere alta la percezione del rischio. Questo scenario sarebbe il peggiore per i mercati energetici: l’incertezza prolungata manterrebbe i premi assicurativi a livelli proibitivi e impedirebbe una normalizzazione dei flussi commerciali, mantenendo i prezzi del petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile per settimane o mesi.
Il terzo scenario, il più grave ma al momento meno probabile, è quello di un’ulteriore escalation che coinvolga direttamente gli altri Paesi del Golfo. Gli attacchi iraniani hanno già colpito infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti — tra cui il porto di Jebel Ali e un hotel di lusso sulla Palm Jumeirah, con danni da detriti di intercettazione anche al Burj Al Arab — oltre a infrastrutture in Arabia Saudita e Qatar. Droni hanno colpito anche i porti omaniti di Duqm e Salalah, che avrebbero dovuto fungere da rotte alternative allo Stretto. Se l’Iran dovesse intensificare gli attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi vicini, si aprirebbe uno scenario senza precedenti storici, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale, e un prezzo del greggio che potrebbe schizzare anche oltre quota 150 dollari al barile secondo le ipotesi più estreme.
In tutti e tre gli scenari, un fattore chiave resta la capacità delle riserve globali di tamponare lo shock. La IEA ha già annunciato il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve dei Paesi membri — la più grande operazione del genere nella storia dell’agenzia, più del doppio dei 182 milioni rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Secondo dati dell’IEA elaborati da OPEC, a marzo 2026 i 38 Paesi dell’OCSE detengono riserve totali — strategiche e commerciali obbligatorie — pari a circa 2,83 miliardi di barili, sufficienti a coprire circa 62 giorni di consumo degli stessi Paesi. Va tuttavia precisato che questa copertura si riferisce ai soli consumi dei
Paesi industrializzati: rapportata al consumo globale di oltre 100 milioni di barili al giorno, la stessa quantità coprirebbe meno di 30 giorni. Ad ogni modo, se la crisi dovesse protrarsi per mesi, anche questo cuscinetto finirebbe inevitabilmente per esaurirsi.
La vera partita: la vulnerabilità energetica globale
La crisi dello Stretto di Hormuz dovuta alla guerra in corso contro l’Iran, insomma, sta mettendo a nudo una realtà che il mondo ha preferito ignorare per decenni: la stabilità dell’intera economia globale dipende da uno stretto d’acqua controllabile da un singolo Paese, per il quale non esiste un’alternativa adeguata.
L’Iran lo sa da sempre e ora ha dimostrato che, anche sotto attacco militare diretto, e persino dopo la perdita della propria Guida Suprema, la leva energetica resta lo strumento più potente a propria disposizione. Non servono portaerei o missili intercontinentali per mettere in ginocchio i mercati mondiali: bastano alcune minacce, qualche drone e la revoca delle assicurazioni marittime.
Per l’Italia e per l’Europa, la lezione è duplice. Da un lato conferma l’urgenza di diversificare le fonti energetiche e ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, un obiettivo dichiarato da anni ma perseguito con troppa lentezza. Dall’altro dimostra che le crisi geopolitiche in aree apparentemente lontane possono ancora avere effetti immediati e tangibili sulle bollette, sui prezzi alimentari e sull’inflazione nei Paesi europei.
Come ha scritto l’UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, “i costi più alti di energia, fertilizzanti e trasporti sono destinati ad aumentare i costi alimentari e ad intensificare le pressioni sul costo della vita, con conseguenze particolarmente gravi per i soggetti più vulnerabili”.
La vera domanda, oggi, non è tanto se lo Stretto di Hormuz si riaprirà: prima o poi accadrà, perché l’interesse di troppi attori — incluso lo stesso Iran — è che il petrolio continui a fluire. La domanda è piuttosto quanto durerà questa chiusura, se nel frattempo i danni saranno già diventati troppo gravi e, soprattutto, se il mondo
saprà trarre le lezioni giuste da questa crisi o se, come già accaduto troppe volte in passato, tutto verrà dimenticato in fretta non appena i prezzi torneranno a scendere.
(da Fanpage)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
RESPINTA LA RICHIESTA DI SORVOLO PER VOLI DA RICOGNIZIONE AMERICANI: “LO VIETA LA COSTITUZIONE”
Dopo la Spagna, anche la Svizzera respinge una richiesta operativa degli Usa legata alla guerra con l’Iran. Anzi, due. Sabato infatti la Confederazione elvetica ha annunciato di aver respinto due richieste degli Stati Uniti per il sorvolo del suo territorio da parte di aerei militari, riaffermando il diritto alla neutralità inscritto nella sua Costituzione. Dopo aver esaminato tutte le richieste presentate da Washington, il governo di Berna ha respinto due richieste per voli di “aerei da ricognizione” da effettuarsi domenica 15 marzo attraverso lo spazio aereo svizzero. «Gli Stati Uniti e Israele sono in guerra con l’Iran», dunque «si applica il diritto alla neutralità», il quale tra l’altro «vieta i sorvoli da parte delle parti in conflitto per scopi militari correlati a tale conflitto», ha sottolineato in una nota il governo svizzero. Che ha dato il suo consenso invece soltanto a un “volo di manutenzione”, considerato che sono consentiti a norma della sua Costituzione «i voli per scopi umanitari o medici, compreso il trasporto dei feriti, nonché i sorvoli non correlati al conflitto». La Svizzera è ufficialmente riconosciuta come Paese neutrale dalla comunità internazionale sin dal Congresso di Vienna del 1815. Quel principio cardine fu poi iscritto nella Costituzione federale svizzera sin dal 1848. E ora chi lo spiega a Donald Trump?
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTA E’ SOPRATTUTTO LA GUERRA DI ISRAELE. MOJTABA KHAMENEI NCOME GUIDA SUPREMA? SENZA IL CONFLITTO NON SAREBBE STATO ELETTO”
«Il regime iraniano non crollerà». A dirlo a Open è l’intellettuale dissidente Taghi Rahmani,
definito da Reporters Without Borders «il giornalista più spesso incarcerato in Iran». Con gli attacchi congiunti Usa-Israele e l’escalation del conflitto nella regione, immaginare un «futuro positivo» per il Paese è oggi ancora più difficile. «Trump e Netanyahu hanno vanificato venticinque anni di mobilitazione della società civile», dichiara Rahmani. La guerra rischia infatti di rafforzare le componenti più dure del regime iraniano, come dimostra la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei – ucciso alla fine di febbraio in un raid – a nuova Guida suprema. «Una scelta – spiega l’attivista iraniano – che sarebbe stata molto difficile senza una situazione di conflitto». All’interno dell’Iran «l’opposizione politica è però debole – aggiunge – mentre quella all’estero (portata
avanti anche da Reza Pahlavi, ndr) spesso non conosce davvero la società iraniana». E a pagare il prezzo più alto, come in ogni guerra, è la popolazione, la cui voce è stata repressa con la forza nelle recenti proteste. Tra le molte vittime dell’oppressione del regime degli ayatollah c’è anche sua moglie, la Premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, attualmente detenuta nel carcere di Zanjan. Dopo giorni di silenzio, Rahmani è riuscito a ricevere notizie sulle sue condizioni.
Il regime crollerà o l’intervento di Usa e Israele in Iran sta generando solo caos e instabilità?
«A mio avviso il regime non crollerà. Stati Uniti e Israele stanno continuando a colpire le infrastrutture iraniane, ma questa resta soprattutto la guerra di Israele contro l’Iran. L’obiettivo di Tel Aviv sembra essere quello di alimentare l’instabilità nella regione e indebolire Teheran, nel tentativo di consolidare la propria posizione come principale potenza regionale».
Cosa ne pensa della scelta di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema?
«La scelta di Mojtaba Khamenei riflette la linea dei settori più radicali e degli apparati militari iraniani, che vogliono avere sotto controllo il Paese. Una nomina di questo tipo sarebbe stata molto più difficile in condizioni normali, il contesto di guerra ha invece favorito la scelta che, con ogni probabilità, aprirà nuove fratture all’interno del regime. Resta da vedere quali effetti produrranno queste divisioni una volta terminato il conflitto».
Poche possibilità ci sono, dunque, per Reza Pahlavi, qual è la sua opinione sul figlio dell’ultimo scià e perché viene spesso acclamato nelle piazze?
«La centralità attribuita a Reza Pahlavi è in gran parte il risultato della visibilità mediatica che gli viene data fuori dall’Iran. Anche molte figure politiche iraniane note che vivono all’estero non lo riconoscono come punto di riferimento. È possibile che negli Stati Uniti alcuni ambienti lo sostengano, ma la sua notorietà e le divisioni che ne derivano sembrano essere soprattutto il prodotto di un discorso mediatico sviluppatosi al di fuori del Paese. All’interno dell’Iran una parte della popolazione lo appoggia, ma tra le élite e gli intellettuali iraniani prevale un forte scetticismo nei suoi confronti»
Quale possibilità di futuro si prospetta per l’Iran? Quale o quali scenari ritiene più probabili e cosa vogliono gli iraniani?
«Immaginare un futuro positivo per l’Iran oggi è molto difficile. Il Paese vive da anni in mezzo ai tumulti, e vivere in una condizione permanente di instabilità è estremamente complesso. La nostra è una regione segnata da crisi profonde. Ciò che auspico per il futuro dell’Iran è pace, democrazia e una società civile forte, fondata sul rispetto dei diritti umani. È per questo che ho lottato in passato e continuo a farlo oggi. Tuttavia, raggiungere questi obiettivi richiede uno sforzo enorme. Venticinque anni di lotta della società civile iraniana sono stati in gran parte vanificati dall’attacco di Israele e degli Stati Uniti. L’opposizione interna al Paese è debole, mentre quella che opera all’estero spesso non conosce davvero la società iraniana. Sono tutte fragilità che rendono il percorso, e il nostro lavoro, molto difficile. In questo momento, però, gli sviluppi più prevedibili e problematici riguardano il rafforzamento della componente militare e la possibile ascesa di Mojtaba Khamenei. Nonostante ciò, una larga parte della popolazione iraniana resta contraria al regime e continuerà a manifestare il proprio dissenso».
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?
«La comunità internazionale è un insieme molto eterogeneo: ne fanno parte anche Paesi come Cina e Russia. La realtà, però, è che gli Stati occidentali ed europei non sono stati in grado di fare molto per l’Iran. Inoltre, il sostegno degli Stati Uniti guidati da Donald Trump a Israele ha contribuito ad alimentare l’instabilità nel Paese, senza favorire un reale processo di democratizzazione».
Ha avuto notizie di sua moglie Narges Mohammadi?
«Attualmente Narges si trova detenuta nel carcere di Zanjan. È stata trasferita lì da Mashhad, nonostante noi viviamo a Teheran: si tratta quindi di una misura irregolare, perché la prigione è molto lontana dal suo luogo di residenza. In questo momento è sottoposta a forti pressioni. Durante la detenzione a Mashhad è stata picchiata con grande violenza e le sue condizioni fisiche sono molto provate, ma il suo spirito rimane forte».
(da editorialedomani.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
PREVALE LA PERCEZIONE DI UNA RAPPRESENTANZA INEFFICACE
La distanza tra cittadini e istituzioni in Italia si fa sempre più profonda. Mentre l’interesse per le dinamiche politiche rimane sorprendentemente alto, cresce in modo esponenziale la sfiducia verso la classe politica e la percezione di una rappresentanza inefficace.
Più di sei italiani su dieci non credono di poter contare qualcosa con il proprio voto. Si tratta, soprattutto, delle persone che fanno parte dei ceti popolari, che hanno un titolo di studio basso, che vivono nel Sud e nelle Isole e che fanno parte della Generazione X (nati tra il 1965 e il 1979).
Ancora più alta è la percentuale delle persone che non si sentono rappresentate dall’attuale classe politica: 73 per cento. Si tratta, innanzitutto, dei residenti nelle Isole (84 per cento), di persone a basso livello di scolarizzazione (83) e di appartenenti ai ceti popolari (85).
Metà degli italiani (49 per cento) ritiene che non ci siano differenze tra i politici dei diversi schieramenti (il 46 per cento, invece, ravvisa il persistere di distinzioni). Tra i delusi troviamo il 55 per cento dei Millennial (nati tra il 1980 e il 1996), i residenti
in comuni medi e medio grandi (tra i 30 e i 100mila abitanti), le persone occupate (53) e, in maniera massiccia, i ceti popolari (61).
Avvertono ancora differenze, le persone del ceto medio (51), i giovani della Generazione Z (51) e la generazione degli adulti, i cosiddetti Baby boomer (55).
L’interesse per la politica
Nonostante questi dati, il nostro resta un paese in cui il livello di interesse per la politica permane alto anche se in calo. Il 66 per cento delle persone si dice molto (24 per cento) o abbastanza (42) interessato alla politica. Il dato è in costante calo negli ultimi anni e solo dal 2024 a oggi i livelli di attenzione sono calati di 7 punti.
Le persone interessate alla politica sono innanzitutto gli uomini (73), gli adulti della generazione dei Baby boomer (sempre 73 per cento), nonché le persone laureate (75). Ampia è anche la quota di persone che segue le notizie provenienti dal mondo politico (74 per cento, con il 36 per cento che lo fa tutti i giorni).
Anche in questo caso registriamo negli ultimi anni un calo del sette per cento e il profilo di quanti seguono l’informazione politica vede in prima linea maggiormente il mondo maschile, i Baby boomer e le persone appartenenti al ceto medio.
Questi sono alcuni dei dati emersi dall’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos. La fotografia scattata a febbraio 2026 restituisce l’immagine di una democrazia che arranca e l’ampliarsi della frattura sociale con linee di demarcazione ben precise: classe sociale, livello di istruzione, territorio e generazione. Non siamo di fronte a una sfiducia generalizzata e omogenea, ma a una disaffezione stratificata che colpisce con maggiore intensità i soggetti già marginalizzati dal sistema socioeconomico.
Esclusione cumulativa
I ceti popolari, i meno scolarizzati, i residenti nelle Isole, costituiscono una crescente “periferia politica” che si sovrappone drammaticamente alla periferia economica e culturale. Assistiamo a un fenomeno di esclusione cumulativa: chi è già svantaggiato sul piano materiale sperimenta anche l’esclusione simbolica dalla sfera politica.
Particolarmente significativo è il dato generazionale: la Generazione X e i Millennial mostrano i livelli più alti di disincanto, suggerendo un fallimento dei
processi di socializzazione politica degli ultimi trent’anni. Il quadro complessivo mostra una crescente crisi strutturale della democrazia rappresentativa a causa della sua incapacità di conciliare le contraddizioni tra uguaglianza formale dei diritti politici e disuguaglianza sostanziale dei rapporti economici.
La democrazia rappresentativa, in Italia come nel resto del mondo occidentale, funziona sempre meno come strumento di uguaglianza sostanziale e sempre più come strumento di egemonia delle classi dominanti o come sfogatoio della rabbia per la perdita di ruolo e status da parte dei declassati di quello che fu il ceto medio degli inizi del secolo.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO GHISLERI: IL 74% TEME IL TERRORISMO IN EUROPA… CRESCE LA SFIDUCIA NELLE CAPACITA’ DEL GOVERNO
In poco meno di dieci giorni sono comparse delle importanti anomalie nella gerarchia delle
paure degli italiani. Non si tratta solo di una semplice variazione statistica, è il segnale di un clima che si sta rapidamente deteriorando nella percezione delle famiglie. Il dato più evidente che salta agli occhi riguarda proprio il caro vita.
L’inflazione e l’aumento dei prezzi dominano sempre la classifica delle preoccupazioni degli italiani crescendo al 44,5% con un balzo di 5,3 punti in una manciata di giorni. In altre parole, quasi un italiano su due indica oggi il costo della vita come il principale problema del Paese. È una cifra che racconta molto più di un andamento economico. Espone con chiarezza la difficoltà quotidiana delle famiglie di far quadrare i conti, di affrontare bollette, spesa alimentare e servizi con stipendi che non crescono alla stessa velocità dei prezzi. Quando l’inflazione entra nella vita quotidiana smette di essere un dato macroeconomico e diventa una sensazione concreta: la percezione che ogni mese il denaro valga un po’ meno.
Questa crescita repentina della preoccupazione segnala anche un altro elemento spesso sottovalutato che sottolinea l’importanza del peso della percezione delle persone. Le famiglie infatti, non reagiscono solo ai numeri dell’economia, ma alla loro esperienza diretta. Basta un aumento dei prezzi nei beni più visibili – come alimentari, energia o trasporti – perché l’intero quadro venga percepito come più instabile e incerto. In questo clima di crescente insicurezza emerge anche un altro elemento significativo, legato soprattutto al contesto internazionale e alla percezione sempre più diffusa che i destini nazionali siano strettamente intrecciati con l’andamento dello scenario globale. Aumenta infatti la paura della guerra: in appena dieci giorni l’indicatore cresce di ben 7 punti, passando dall’11,6% al 18,7%. Non è difficile comprenderne le ragioni. Le tensioni internazionali, i conflitti aperti e l’assenza di una prospettiva chiara di soluzione alimentano un diffuso senso di instabilità e di fragilità. Se da un lato le famiglie sentono direttamente il peso dell’aumento dei prezzi, dall’altro avvertono anche l’incertezza di un contesto internazionale che appare sempre più imprevedibile.
A questa percezione di instabilità si affianca anche un’altra inquietudine più silenziosa ma altrettanto presente nell’opinione pubblica: il timore che le tensioni internazionali possano tradursi in nuovi attentati sul territorio europeo (73,6%), e che il tutto possa trasformarsi in una guerra “globale” (66.7%). Non sono paure che emergono sempre con la stessa forza nei sondaggi, tuttavia riaffiorano ogni volta che lo scenario mondiale si fa più teso e imprevedibile.
È il segnale di una società che percepisce i conflitti non più come qualcosa di distante, ma – sempre di più – come eventi che potrebbero avere conseguenze dirette anche nella quotidianità delle città europee. In questo modo, le due paure – quella economica e quella geopolitica – finiscono per rafforzarsi a vicenda, con il rischio di lasciare indietro temi molto più vicini come le politiche del lavoro e le crisi aziendali (23.3%; -3.2). L’instabilità internazionale alimenta timori sul futuro dell’economia, mentre il peggioramento delle condizioni materiali rende le persone più sensibili a ogni segnale di crisi globale. Il risultato è un clima generale di inquietudine che, nel giro di pochi giorni, ha ridefinito le priorità e le preoccupazioni degli italiani. A meno di dieci punti percentuali di distanza dal
podio delle priorità emerge un’altra grande preoccupazione degli italiani: la salute. Il 35,1% degli italiani indica il sistema sanitario come una delle principali criticità, con un aumento di 2 punti in più rispetto alla precedente rilevazione di Only Numbers.
Il motivo, stra-noto e largamente condiviso sottolinea -ancora una volta- le lunghe liste d’attesa per accedere a visite specialistiche ed esami diagnostici. È il segnale di una sanità pubblica percepita come sempre più lenta e distante dai bisogni immediati delle persone. Quando per un accertamento diagnostico si devono attendere mesi, se non addirittura anni, la preoccupazione finisce inevitabilmente per trasformarsi in paura concreta. In sottofondo si inserisce anche un altro segnale, più politico ma non meno rilevante. Cresce di 2,2 punti – arrivando al 4,4% – il giudizio critico sull’azione del governo sul piano europeo. Una quota di italiani indica infatti l’incapacità dell’esecutivo di farsi ascoltare in Europa come un problema. Non si tratta di una percentuale elevata in termini assoluti; tuttavia, è un dato che merita attenzione perché racconta la percezione crescente di un Paese che teme di contare sempre meno nelle grandi decisioni che lo riguardano. Se si osserva l’altra faccia della classifica delle preoccupazioni e delle paure degli italiani emergono alcune riduzioni. Calano gli scippi e la microcriminalità, che scendono al 23,3% (-3,2).
Arretra anche il timore legato al cambiamento climatico e alla fragilità del territorio di fronte agli eventi atmosferici estremi, che si attesta al 13,8% (-3 punti). Questo non significa che questi problemi siano scomparsi. Piuttosto indica chiaramente che, quando aumentano in maniera rapida e percepibile le difficoltà economiche e sanitarie, le priorità delle persone si riorganizzano altrettanto velocemente. Le paure più immediate – sempre tra i titoli di testa dell’informazione – tornano a occupare il centro della scena. Nel complesso emerge l’immagine di un Paese inquieto. Un Paese che guarda al futuro con meno fiducia e che teme di dover affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche del nostro tempo, quasi in solitudine. Forse è proprio questo il dato più significativo.
Non tanto la crescita di una singola preoccupazione, quanto la sensazione diffusa di fragilità che attraversa la società italiana. Quando quasi la metà dei cittadini indica il caro vita come il principale problema e oltre un terzo teme di non riuscire ad accedere rapidamente alle cure, significa che la domanda di sicurezza – economica, sanitaria e sociale – è tornata con forza al centro del dibattito pubblico. È da queste paure concrete, che attraversano la vita quotidiana degli italiani, che la politica dovrebbe tornare a misurare la propria responsabilità.
Alessandra Ghisleri
(per lastampa.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ SE LE RISERVE TENGONO SONO GIA’ AVVENUTI I RINCARI?
“Alzeremo le tasse alle aziende che speculano sulla crisi energetica provocata dalla guerra in Iran”. Lo va ripetendo da giorni la premier Giorgia Meloni. Ma, anche se i rincari di bollette e carburanti si stanno già ripercuotendo sui prezzi di alimentari, biglietti aerei o nell’edilizia, è certo che il governo non taglierà le accise. Sullo sfondo resta una domanda a cui gli svariati tavoli che si sono svolti fin qui presso il ministero delle Imprese, insieme a Mr. Prezzi, non hanno dato una risposta: perché
se le riserve tengono, sono già avvenuti i rincari? Anche se per il ministro Urso l’aumento dei prezzi dei carburanti in Italia è ancora inferiore rispetto a quanto avviene negli altri principali Paesi europei, il colpo per famiglie e imprese c’è già. Gli automobilisti in 15 giorni hanno infatti già pagato 15,3 centesimi in più al litro per la benzina e 32,2 per il diesel. Sul fronte bollette, invece, Nomisma Energia stima che 27,7 milioni di famiglie potrebbero sborsare 350 euro in più l’anno. La “speculazione” però – che altro non è che il meccanismo con cui si lucra sulle quotazioni del mercato – sta colpendo anche altre materie prime (alluminio, rame, terre rare etc.) da quando lo Stretto di Hormuz è chiuso. Il ministro Urso ha chiesto di discuterne in Commissione Allerta Rapida per capirne le ripercussioni, ma gli effetti portano ad altri aumenti. È il caso del possibile rincaro dell’elio, indispensabile per la produzione di chip, o il cemento e l’alluminio per le costruzioni, fino ai fertilizzanti per l’agricoltura. Dal Golfo Persico arrivano, infatti, anche ammoniaca, urea, fosfati e zolfo: tutti ingredienti fondamentali per far le colture di grano, mais, riso. Intanto sempre nel settore agroalimentare, Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura e alla Guardia di Finanza sulle possibili “manovre speculative” sul gasolio agricolo passato in una settimana da 0,85 euro al litro a 1,25. Un rincaro che ha effetti anche sul carrello della spesa. Secondo la rilevazione del Centro agroalimentare Roma, i prezzi dei pomodori a grappolo sono balzati da 1,4 euro al kg a 2,3, mentre i ciliegini hanno toccato i 2,4 euro al chilo. Le zucchine scure sono salite a 1,30 euro al kg e i peperoni a 3 euro. Senza contare che gli effetti saranno a catena su tutti i prodotti con un aumento del tasso di inflazione generale dello 0,7% (dall’1,8% previsto inizialmente per il 2026 a un + 2,5%). Altrettanto forte l’impatto su ristorazione e turismo. Il rincaro di luce e gas per ristoranti e alberghi (stimato da Confesercenti in circa 2mila e 1.300 euro) significa che i clienti pagheranno conti più salati. Scontato l’aumento su menu e tariffe già da Pasqua. Ma, secondo Confcommercio, lo scenario è ancora più pesante: l’aumento potrebbe superare il 13% per la luce e fino al 43% per il gas. Intanto l’impennata del carburante ha già spinto le compagnie aeree ad alzare i prezzi. Qantas ha aumentato il costo dei ticket del 5%, mentre Thai Airways sta
valutando rincari tra il 10 e il 15%. Sas, AirAsi e Norse Atlantic hanno annunciato adeguamenti tariffari.
Infine, l’allarme dell’Ance: prezzi più alti anche per i costruttori, e per chi commissiona i lavori a causa dei rincari dei materiali da costruzione, non solo derivati petrolchimici come il bitume, ma anche altri come l’acciaio (oltre all’aumento dei costi di trasporto).
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ LA GUERRA CONTRO L’IRAN RISCHIA DI DIVENTARE L’ENNESIMO CONFLITTO CHE GLI USA NON RIESCONO A VINCERE
Sono passate soltanto due settimane, le missioni sui cieli dell’Iran proseguono
“vittoriosamente” eppure… Dapprima è soltanto una parolina sussurrata all’orecchio da pochi analisti preoccupati di apparire dei menagramo. Poi, se la guerra continua, inizierà a farsi strada negli articoli, nei talk show, nei saggi degli analisti, fino ad approdare nelle cene e nei bar: per caso gli Stati Uniti non stanno forse perdendo l’ennesima guerra?
In due settimane gli americani stanno scoprendo che qualcosa nella confusa Strafexpedition persiana prende una discutibile piega. Si insinua il dubbio: la Persia dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan diventerà la nuova stazione dell’inglorioso “tutti a casa” lasciando dietro di sé irrisolte macerie e odi ancor più motivati e frementi? Il segretario alla guerra, tipo trucido e super kitsch, ha dichiarato, pescando nella specie dei roditori, che «gli Ayatollah terrorizzati si nascondono come topi nelle tane». Dove, con infausta metafora, assicurò che li avrebbe stanati uno dei figli di Gheddafi… La coincidenza preoccupa.
Come la divinità dei teologi la sconfitta è qualcosa di indefinibile: nessuno sa come sia venuta ed è, di colpo, in ogni dove. Tema affascinante. La vittoria è brutale e sensibile, ignora le sfumature, parla per proclami e per ordini ai vinti, sembra correre così veloce da non fermarsi mai: fino a quando si scopre che in molti casi era nata malaticcia, destinata a capovolgersi nel suo contrario. E di questo ci si accorge soltanto nel dopo, in quello che lascia di effimero e di duraturo.
La sconfitta, invece, è un’arte di morire, o meglio di vivere morendo. In qualche caso offre a chi la subisce, gli americani in questo caso, singolari possibilità di legittimazione, lava delle macchie. Questa potrebbe essere una buona occasione ad esempio, per l’America che detesta Trump: un nuovo Vietnam in versione persiana, con gli Ayatollah e i Pasdaran ancora arroccati al potere, sciupio vistoso di miliardi di dollari, le Borse in catalessi, gli alleati nell’area, quelli dalle vaste casseforti petrolifere, furibondi, sarebbe tutta intera colpa sua.
E del suo complice e istigatore Netanyahu. Non dell’America “vera”. Ecco pronta una scorciatoia perché, dopo la malattia Trump, la repubblica imperiale possa continuare nella perpetua adorazione di sé. In fondo è da tempo, dagli anni
Sessanta, che gli Stati Uniti sono entrati nella normalità e possono davvero riconoscersi nei grandi imperi del passato, perché hanno scoperto la mortalità, e quindi hanno una Storia.
Sarebbe un azzardo avvicinare la classe dirigente americana che andò a insabbiarsi nelle risaie vietnamite, le teste d’uovo, il circolo di Camelot che consigliava Kennedy, con i trucidi personaggi che fanno corona attorno al caminetto della Casa Bianca dei tempi di Trump. Quelli appartenevano a una generazione sicura che, con la forza dell’intelligenza e della razionalità, ogni problema poteva esser risolto. Si ritenevano il fior fiore di una classe dirigente che aveva finalmente le redini di governo succedendo a uomini fiacchi, stanchi, con una mentalità da camera di commercio, quella degli anni di “Ike” Eisenhower.
Uno di loro, per esempio, era affascinato dall’idea di piazzare un televisore in tutte le capanne di paglia del mondo: secondo lui il tubo catodico avrebbe offerto la possibilità di aprirsi un varco verso il cuore e la mente dei derelitti occupanti di quelle capanne. Restava il problema, irrisolto, della corrente elettrica. Eppure questi inflessibili realisti posero le sciagurate condizioni perché dopo pochi anni gli elicotteri si posassero per il si salvi chi può sul tetto dell’ambasciata di Saigon. I piazzisti della trumpiade professavano ben altra fede: la via migliore è lasciare l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente a putrefarsi con le loro inutili mischie alzando il ponte levatoio dell’«Arricchiamoci!». Ebbene gli “immobiliaristi” hanno commesso lo stesso errore dei derisi “intellettuali” come McNamara, Bundy e Rusk.
Ecco il guaio. Per i virili eroi del lieto fine americano il Terzo mondo è una astrazione, un obiettivo politicamente utile di cui non vogliono saper nulla, terre lontane e primitive dove esportare al massimo i propri problemi interni per non doverli affrontare in casa. È accaduto con i contadini comunisti di zio Ho, poi ai tempi di Rumsfeld e dei neo conservatori con l’Islam e ora è la volta degli Ayatollah di Teheran. Tutte le volte si pensa: «È impossibile che quei primitivi fanatici possano resistere…» e invece il tempo passa e quelli non si arrendono, il tempo e la pazienza lavorano per loro. Vietcong, Taleban e Pasdaran inventano
strategie nuove: la pista di Ho Chi Minh, i tunnel, gli ordigni a basso costo, la guerriglia, i droni discount… Tendono ogni mattina micidiali imboscate al distributore di benzina, stringono il nodo sugli stretti fatali (che i lettori di sure coraniche abbiano letto anche Malan? ). Oggi è Hormuz, domani Aden affidato alle cure degli Houthi tenuti di riserva. Sconvolgono le aiuole del paradiso dei petromonarchi che scoprono che l’America non sa difenderli…
È stupefacente che dopo il Vietnam o l’Afghanistan si attinga conforto sempre dall’idea di poter ripiegare sull’arma del bombardamento: dai B-52 ai missili la fede nei suoi magici effetti persiste nonostante i fatti ne dimostrino ogni giorno l’inefficacia. A loro modo i registi delle guerre americane sono dei credenti.
E ogni volta da quelle disavventure democratici e repubblicani, cucciolate di Harward e affaristi di dubbio pedigree, nessuno ha imparato dalla disavventura precedente: suvvia, niente di molto importante niente di molto grave, un vetro rotto da una sassata. E alla fine: molta gente è morta, Paesi interi sono stati distrutti e i comunisti sono sempre ad Hanoi, i Taleban a Kabul. E forse, anche stavolta la famiglia Khamenei a Teheran…
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO LA CATENA DI ERRORI E MORTI, C’E’ UN SISTEMA CHE SPERPERA E NUTRE LA MACCHINA DEL CONSENSO
La catena di errori umani che ha reso inservibile l’organo per il trapianto al Monaldi di Napoli sul piccolo Domenico è affare della magistratura. Ma sarebbe miope non trarne subito delle conseguenze. E non interrogarsi sul perché un reparto con numeri neppure soddisfacenti abbia potuto continuare a operare, anche contro i dubbi pregressi sull’inadeguatezza. La ricerca delle responsabilità politiche ha già tutti i connotati della solita faida tra fazioni, opposte nello schieramento, ma non nei metodi di gestione del mercato della salute. Il dibattito elude sempre la questione cruciale. Quale sanità vogliamo davvero? Quella delle spese folli, degli sperperi? Quella dei califfati locali che ingrassano, moltiplicando poltrone? Con i privati che gonfiano i bilanci in proporzione costante alle carenze del pubblico. E un servizio sanitario che annuncia, taglia nastri e davanti alle tragedie si costerna o si indigna a seconda della posizione nell’emiciclo.
Voler limitare la mobilità regionale sanitaria, pretendere standard minimi di assistenza uniformi in tutto il Paese è saggio. Farlo a tutti i costi, a discapito della qualità, è scellerato. L’europarlamentare Ignazio Marino, trapiantologo, lo ha detto a chiare lettere a L’Espresso (n.10, 6 marzo 2026). Se un solo trapianto, per di più con esito nefasto, non fa del Monaldi un centro di riferimento per questo tipo di interventi, c’è una responsabilità politica in capo a chi lo ha tenuto in esercizio. Lasciamo ai magistrati il compito di rischiarare la penombra della sala operatoria e il silenzio omertoso che ha avvolto la gestione del trapianto su Domenico. Ma governatore uscente Vincenzo De Luca, forse, dovrebbe esprimere qualcosa di più del cordoglio.
Non è questione di schieramento. In Campania governa il centro-sinistra. Ma non va diversamente in Sicilia dove comanda il centro-destra. Cambiano le bandiere, non il modello. La Sanità è sempre centrale nel dibattito. Avvitato sul chi spende e quanto. Molto meno sul come. Ricordate la paziente di Mazara del Vallo Maria Cristina Gallo che denunciò un ritardo di 240 giorni nella consegna del referto istologico su un tumore, nel frattempo galoppante, che la uccise a ottobre 2025? Si scoprì che la stessa Asp che aveva consegnato in 24 ore il referto ad Andrea Bonafede – alias Matteo Messina Denaro – ha tenuto 206 positivi al tumore alla catena di una diagnosi tardiva. Dispensando allegramente 100 mila euro in comunicazione. A guidare l’Asp, Ferdinando Croce, un manager di FdI molto vicino all’ex assessore Ruggero Razza, dimessosi e poi reintegrato dall’allora presidente di Regione Nello Musumeci, nel pieno dello scandalo dei dati Covid «spalmati». Razza è stato poi eletto all’Europarlamento con 61 mila preferenze. Croce è uscito di scena vestendo panni da vittima del sistema. In Sicilia la Sanità vale 10 miliardi, la voce più pesante del bilancio. È da sempre, Totò Cuffaro docet, uno dei mercati più redditizi del ceto politico, di qualunque colore. Dopo avergliela sottratta, il governatore forzista Renato Schifani si prepara a restituire la Sanità ai meloniani. Che gli hanno già impallinato un manager, Salvatore Iacolino, messo alla guida della pianificazione strategica sanitaria, poi consolato con il vertice del Policlinico di Messina, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Va così nei califfati sanitari: spartire e mediare, mai migliorare. Del resto, il bisogno crea dipendenza. E quello della salute è il più redditizio dei bisogni
(da lespresso.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
MENO MALE CHE IERI IL CANCELLIERE MERZ AVEVA ESCLUSO OGNI TIPO DI COLLABORAZIONE: I SOLITI DOPPIOGIOCHISTI
Il cordone sanitario intorno all’estrema destra in Ue è ormai ridotto in pezzi. Dopo gli
ammiccamenti, i voti che hanno sancito l’ascesa della nuova ‘maggioranza Giorgia‘ a scapito dell’originaria ‘maggioranza Ursula‘, adesso un’inchiesta della Dpa ha svelato che nei giorni precedenti all’ennesimo blitz per inasprire, contro la volontà degli alleati socialisti, la stretta sull’immigrazione c’è stata una contrattazione e un successivo accordo tra il Partito Popolare Europeo di quel Manfred Weber che aveva sempre escluso ogni collaborazione con l’estrema destra, i Conservatori di cui fa parte anche Fratelli d’Italia, i Patrioti che ospitano, tra gli altri, Fidesz, Rassemblement National e Lega e anche quello dei Sovranisti di Alternative für Deutschland.
Curioso, quindi, che sia stato proprio il capogruppo tedesco del Ppe a esultare tra i primi dopo l’approvazione della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo al mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri. Anche perché, col sostegno dell’estrema destra, i Popolari sono riusciti ad approvare tutti gli emendamenti redatti dal relatore François-Xavier Bellamy, bocciando invece quelli di compromesso presentati da Renew e sostenuti anche da S&D. Un “passo importante” nella direzione giusta, perché “deve essere chiaro che portiamo i migranti illegali fuori dall’Ue”, ha esultato Weber prima di aggiungere che “siamo a favore degli hub per i rimpatri“: “Sulle migrazioni il Ppe e S&D – ha aggiunto – hanno idee diverse su come risolvere il problema. Ed è un bene che si veda. Fa parte della democrazia”.
Una lettura che non tiene conto di alcune variabili, la sua. Perché se Weber non sembra avere alcun problema ad abbattere il cordone sanitario che lui stesso si era preso l’impegno di dichiarare sulle formazioni del gruppo dei Patrioti e dei Sovranisti, un altro leader di alto rango della Cdu tedesca, ossia il principale partito europeo all’interno della più grande famiglia europea, del Paese più influente dell’Ue che esprime anche la presidente della Commissione, aveva messo la propria faccia due giorni prima a garanzia dell’impossibilità di creare un’alleanza tra Cdu e AfD: il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Dopo la sconfitta alle elezioni in Baden-Württemberg, alla domanda su una possibile maggioranza alternativa composta dall’Unione Cristiano-Democratica e la formazione di estrema destra aveva risposto: “Non cercherò un’altra maggioranza nel Bundestag“, anche se alcuni media mi sollecitano a farlo.
Quel ‘qualcuno’, forse, non sono solo i media e siede invece tra i banchi di Bruxelles. Secondo quanto riporta Dpa, la collaborazione tra il Ppe e AfD, partito largamente maggioritario all’interno del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, che comprende anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è attiva “in modo più stretto di quanto finora noto”. L’agenzia di stampa scrive che esponenti dei Popolari hanno discusso il testo poi approvato in una chat WhatsApp e durante un incontro privato tra eurodeputati di destra. Indiscrezioni che hanno portato Weber a rispondere con un no comment.
Dall’inchiesta emerge che i contatti tra le parti sono iniziati dopo che le trattative tra Ppe, Socialisti e liberali su un testo condiviso si erano insabbiate. Oggetto dello scontro, come prevedibile, gli hub per i rimpatri. Così l’attenzione dei Popolari si è spostata sulle forze alternative, ben più aperte a inasprire le regole sull’immigrazione. Tanto che in una chat di gruppo, dicono, sono stati discussi anche emendamenti proposti da AfD, tra cui un rafforzamento dei controlli sull’età dei richiedenti asilo. Un confronto online che il 4 marzo è sfociato in un incontro tra eurodeputati del Ppe e rappresentanti dell’AfD, dei Conservatori e dei Patrioti nel quale sarebbe stata definita la proposta legislativa poi approvata in aula. Dopo l’intesa, nella chat è comparso il messaggio: “Grazie per questa eccellente collaborazione“.
Ma non è la prima volta che il Ppe tradisce la maggioranza Ursula preferendole l’appoggio dell’estrema destra. L’ultimo episodio di rilievo risale a novembre quando, con un blitz in Conferenza dei presidenti, proprio Weber ha chiesto e ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una missione in Italia dell’Eurocamera con focus sullo stato di diritto, la libertà di stampa e la giustizia. Il motivo: non interferire sul processo elettorale in vista del referendum del 22 e 23 marzo. Anche questa volta, gli esponenti coinvolti nell’accordo con l’estrema destra sono di primo piano. Il relatore è infatti François-Xavier Bellamy, vicepresidente
del gruppo Ppe e tesoriere del partito. Segno che, nonostante le smentite di Merz, la fronda interna che punta a un’alleanza sempre più strutturata con l’estrema destra è molto nutrita.
(da Il Fatto Quotidiano)
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