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“VANNACCI È UN GENERALE A DUE STELLE”. VINCENZO CAMPORINI, EX CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA, STRAPPA LE MOSTRINE AL FONDATORE DI “FUTURO NAZIONALE”: “HA SUPERATO UN GRADINO MA NON È ARRIVATO NEMMENO ALLA TERZA STELLA, LASCIAMO PERDERE DAI”

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

“BISOGNA DISTINGUERE I GRADI DEI GENERALI: SI È COLONNELLO E POI SI DIVENTA GENERALE DI BRIGATA, POI DI DIVISIONE, A DUE STELLE, POI DA TRE E VIA, FINO A DIVENTARE CAPO DI STATO MAGGIORE CHE ASSUME IL GRADO DI ‘GENERALE’, SENZA ALCUN AGGETTIVO”… COME UN HOTEL DUE STELLE? SI, POTREBBE ESSERE UNA  VALUTAZIONE…

Ormai in Italia quando si dice ‘Generale’ si pensa subito a Vannacci? “Bisogna distinguere i gradi dei generali: si è colonnello e poi si diventa generale di brigata, poi di divisione, a due stelle, poi da tre e via, fino a diventare Capo di Stato Maggiore che assume il grado di ‘generale’, senza alcun aggettivo.
Vannacci è generale a due stelle, ha superato un gradino ma non è arrivato nemmeno alla terza stella, lasciamo perdere dai…” A parlare, ospite di Rai Radio1, a Un Giorno da Pecora, è l’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa Vincenzo Camporini, intervistato da Giorgio Lauro e Nancy Brilli. Il paragone, forzato, potrebbe essere con un hotel a 2 stelle? “Si, potrebbe essere una valutazione”.
(da “Un giorno da Pecora – Radio1″)

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SI METTE MALE PER GIORGIA MELONI: TRA LE “VITTIME” DELLA NUOVA GUERRA DEL GOLFO C’E’ IL REFERENDUM

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

SE PRIMA IL REFERENDUM ERA SOLO CONTRO GIORGIA, CHE AVEVA FATTO DI TUTTO PER “POLITICIZZARE” IL VOTO, ORA DIVENTA CONTRO MELONI ANCHE IN QUANTO “AMICA DI TRUMP”

Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c’è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno.
E comunque, anche quando se ne parla, l’attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c’era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme.
Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l’attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l’Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio.
Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump – e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento – il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali.
Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell’attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un’ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell’attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare
Ma anche per un’altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per “politicizzare” il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto “amica di Trump”. E più dura la
guerra più questo sentiment si accende. Non a caso, in un clima da psicosi, ieri dentro Fdi si temeva che financo il sopporto logistico agli americani possa essere pagato nelle urne.
Ecco, attorno al fattore Trump si registra un certo imbarazzo della premier italiana. La questione riguarda certo il referendum, ma va ben oltre. Giorgia Meloni parla poco su tema, e senza mai esprimere un giudizio politico o chiarire il “che fare”. Per evitare il caso, è stata costretta ad annunciare che andrà in Aula l’11 marzo, dopo aver a lungo tergiversato.
Di fatto, si è nascosta dalla guerra. Non è solo cautela o imbarazzo per essere stati esclusi dal circuito di comunicazione della Casa Bianca sull’attacco. Con buona pace della nota retorica del “ponte” tra Europa e Stati Uniti, contiamo assai poco. A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone.
In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi.
Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente.
Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena.
Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria
L’Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l’inquilino della Casa Bianca. E rischia di pagarlo anche nella sua constituency, perché esiste un pezzo di destra che per ragioni politiche e ideologiche è contraria alla guerra. Basta sfogliare la Verità, che ha ospitato, tra i vari interventi critici, quello del generale
Vannacci. E’ il mondo permeato di simpatie filorusse e ma anche custode dell’ortodossia Maga. Esattamente il problema che lo stesso Trump ha in casa
La morale della storia è che di fronte a questo “troppo Trump”, che destabilizza in modo arbitrario le nostre vite, lo sfoggio della “special relationship” comincia a essere percepito come irrilevante se non dannoso. Se l’idea era “facciamocelo amico” per avere qualche vantaggio, non funziona.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa-

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TRUMP BOMBARDA L’IRAN PER NASCONDERE I GUAI CHE HA IN CASA: LO SCORSO MESE GLI STATI UNITI HANNO PERSO 92MILA POSTI DI LAVORO RISPETTO GENNAIO, MENTRE GLI ANALISTI ATTENDEVANO UN AUMENTO DI 50.000 UNITÀ. SI TRATTA DEL DATO PEGGIORE DAL DICEMBRE 2020

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE È SALITO AL 4,4% DAL 4,3% DI GENNAIO E L’ESCALATION DELLA GUERRA IN MEDIO ORIENTE RISCHIA DI ALIMENTARE L’INFLAZIONE

L’occupazione americana a febbraio a sorpresa si è contratta. Il mese scorso gli Stati Uniti hanno perso 92.000 nuovi posti di lavoro (escluso il settore agricolo) rispetto gennaio. Si tratta del dato peggiore dal dicembre 2020.
Il tasso di disoccupazione è a sua volta inaspettatamente salito al 4,4 dal 4,3% del mese precedente, dove era visto restare. Lo ha comunicato il Bureau of Labor Statistics.
Negli Stati Uniti, lo scorso mese, sono stati persi 92.000 posti di lavoro (escluso il settore agricolo) rispetto al mese precedente, mentre gli analisti attendevano un aumento di 50.000 posti.
A gennaio, c’era stato un guadagno di 126.000 posti (rivisto in ribasso dalla precedente stima di 130.000), a dicembre ne erano stati persi 17.000 (dato rivisto in ribasso da +48.000). Il tasso di disoccupazione è salito dal 4,3% (confermato) al 4,4%, contro attese per un dato al 4,3%.
Negli Usa, i salari orari medi sono aumentati di 15 centesimi, lo 0,40%, a 37,32 dollari, per un rialzo del 3,84% annuale. La settimana media lavorativa è rimasta invariata a 34,3 ore. La partecipazione della forza lavoro è stata pari al 62%, a 1,4 punti percentuali di distanza dai livelli del febbraio 2020, prima dell’inizio della pandemia di coronavirus.
Nel settore privato, persi 86.000 posti di lavoro; nel pubblico, ne sono stati persi 6.000. Il mercato del lavoro ha subito un netto rallentamento, lo scorso anno, con gli Stati Uniti che hanno creato il minor numero di posti di lavoro al di fuori di una recessione dal 2003
Ciò è stato in parte dovuto ai tagli alla forza lavoro federale operati dall’amministrazione Trump, ma anche all’approccio cauto alle assunzioni adottato da molte aziende per contrastare l’incertezza sui dazi e altre misure politiche.
(da Sole24ore)

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FACT-CHECKING: LA SCUOLA DI MINAB IN IRAN CHE HA UCCISO 200 RAGAZZE INNOCENTI E’ STATA BOMBARDATA DAGLI STATI UNITI

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA CONFERMA NELLE MAPPE DELL’OPERAZIONE

Chi è il vero responsabile del bombardamento della scuola femminile di Minab, in Iran? Questa è la domanda che circola da giorni in maniera incessante, alimentata da indiscrezioni e accuse incrociate. Dopo aver analizzato e smentito i numerosi contenuti generati dall’intelligenza artificiale e le false rivendicazioni circolate sui social, una svolta arriva direttamente dal Pentagono, molto probabilmente “a loro insaputa”.
Il pesante indizio sul bombardamento contro le strutture di Minab non si trova in un leak anonimo, ma è cristallizzato in una mappa ufficiale dell’operazione “Epic Fury”, pubblicata sul portale del Department of War statunitense e mostrata durante una conferenza stampa del Segretario della Guerra Pete Hegseth.
Per chi ha fretta
Nelle mappe mostrate dal Generale Dan Caine e pubblicate sul sito governativo War.gov, l’area di Minab è inclusa tra i target colpiti dalle forze USA nelle prime 100 ore.
Le immagini satellitari confermano che l’attacco mirava al complesso militare dell’IRGC “Seydal-e-Shohada”, adiacente alla scuola.
L’edificio faceva parte della base militare fino al 2013. C’è la possibilità che vecchi database non aggiornati lo abbiano classificato ancora come obiettivo militare
Secondo quanto affermato da Caine, citato dal New York Times, le forze israeliane stavano operando prevalentemente nel nord dell’Iran, mentre gli Stati Uniti a sud, dove si trova Minab.
La mappa del Pentagono: un’evidenza involontaria?
Ufficialmente, il Pentagono non ha confermato la responsabilità della strage, limitandosi a dichiarare che sono in corso indagini sulle segnalazioni di vittime civili. Tuttavia, la documentazione prodotta e resa pubblica dal Ministero della Guerra per illustrare i progressi dell’operazione Epic Fury fornisce un’indicazione geografica molto precisa.
Nel briefing tenuto dal Generale Dan Caine (Chairman of the Joint Chiefs of Staff) e dal Segretario Pete Hegseth, è stata mostrata una mappa degli “ingaggi” (disponibile sul sito ufficiale). In questa cartografia, i punti di attacco statunitensi si sovrappongono alla zona di Minab.
(da Open)

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L’ULTIMO SONDAGGIO “YOUTREND” CERTIFICA CHE, IN MERITO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, IL “NO” È AVANTI CON IL 54,1% (SE L’AFFLUENZA SARÀ BASSA) O CON IL 51,4% (SE L’AFFLUENZA SARÀ PIÙ ALTA)

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

NEL CENTRODESTRA ELETTORI DELUSI ANCHE DALL’ASSERVIMENTO DEI SEDICENTI PATRIOTI A INTERESSI STRANIERI: ESSERE SERVI DI TRUMP NON PAGA

Il sondaggio Youtrend per Sky TG24 diffuso oggi mostra che nelle intenzioni di voto al referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo il No è avanti con il 54,1% nello scenario con affluenza bassa, che considera solo chi dice che andrà a votare sicuramente.
Nello scenario con affluenza alta, che include anche chi dice che probabilmente andrà ai seggi, il vantaggio del No è più ridotto: 51,4%.
Nella rilevazione dell’11 febbraio il No era già in testa nello scenario con bassa affluenza, mentre nell’altro era avanti il Sì.
La tendenza aumenta di settimana in settimana: gli elettori del No sono molto motivati, gli elettori del centrodestra delusi dalla politica di asservimento agli interessi stranieri.
(da agenzie)

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“TRUMP STA CREANDO UN PROBLEMA ALLA SUA ALLEATA GIORGIA MELONI”. IL SITO “POLITICO.EU” INFILA IL DITO NELLA PIAGA DELLA DUCETTA: “SEBBENE IL REFERENDUM RIGUARDI FORMALMENTE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, SI È RAPIDAMENTE TRASFORMATO IN UN PIÙ AMPIO VOTO DI FIDUCIA SU MELONI E SUL SUO GOVERNO DI DESTRA”

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

“LA STRETTA ALLEANZA DI MELONI CON TRUMP MINACCIA ORA LE SUE FORTUNE POLITICHE, DAL MOMENTO CHE IL PRESIDENTE AMERICANO È ALTAMENTE IMPOPOLARE IN ITALIA. LA GUERRA STA INOLTRE ALIMENTANDO DIFFUSE PAURE DI UNO SHOCK SUI PREZZI DELL’ENERGIA, UN FATTORE CRUCIALE IN UN PAESE CHE GIÀ PAGA ALCUNE DELLE BOLLETTE ELETTRICHE PIÙ ALTE DELL’UNIONE EUROPEA…” … “L’ITALIA HA UN RUOLO MARGINALE NELLE DECISIONI STRATEGICHE STATUNITENSI MESSO A NUDO DALL’EPISODIO CHE HA VISTO IL MINISTRO DELLA DIFESA GUIDO CROSETTO BLOCCATO A DUBAI”

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con i suoi attacchi aerei contro l’Iran, sta creando un problema alla sua alleata, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, alla vigilia di un referendum ad alto rischio in programma il 22-23 marzo, che secondo i sondaggi potrebbe perdere
Sebbene il referendum nazionale riguardi formalmente la riforma della giustizia, si è rapidamente trasformato in un più ampio voto di fiducia su Meloni e sul suo governo di destra, il più stabile che l’Italia abbia avuto da anni.
La stretta alleanza di Meloni con Trump minaccia ora le sue fortune politiche, dal momento che il presidente americano è altamente impopolare in Italia: secondo il sondaggista YouGov, il 77 per cento degli italiani ha di lui un’opinione “sfavorevole”. La guerra sta inoltre alimentando diffuse paure di uno shock sui prezzi dell’energia — un fattore cruciale in un Paese che già paga alcune delle bollette elettriche più alte dell’Unione europea.
Questa ostilità verso il presidente statunitense, insieme ai timori sull’impatto della guerra sulle bollette domestiche, significa che Meloni si trova ora a camminare su un filo sottile: evitare di criticare il suo potente alleato alla Casa Bianca mentre allo stesso tempo rassicura gli elettori sul fatto che Roma non verrà trascinata nel conflitto.
In un compromesso politico, giovedì Meloni ha promesso supporto alla difesa aerea agli Stati del Golfo colpiti dal fuoco di ritorsione iraniano, mentre il suo ministro della Difesa ha dichiarato che l’Italia invierà “assetti navali” per proteggere Cipro.
Allo stesso tempo, tuttavia, la premier insiste sul fatto che l’Italia non fornirà un sostegno diretto alla guerra statunitense-israeliana contro Teheran e sottolinea che le basi americane in Italia sono autorizzate solo a fornire supporto logistico, non a condurre operazioni offensive. “Non siamo in guerra; non vogliamo andare in guerra”, ha detto giovedì alla radio RTL.
Questo delicato equilibrio sull’Iran difficilmente poteva arrivare in un momento peggiore per Meloni. I sondaggi suggeriscono ora che il referendum è troppo incerto per fare previsioni e che molto dipenderà dall’affluenza. Una sconfitta rappresenterebbe una grave battuta d’arresto per una politica che negli ultimi anni ha goduto di un’aura di invincibilità sia in patria sia sulla scena europea.
La leader italiana ha investito molto nel rapporto con Trump, sperando di posizionarsi come una sorta di “sussurratrice di Trump” europea, capace di mantenere influenza a Washington.
Ma questa strategia sta ora iniziando ad avere costi politici sul piano interno, con il ruolo marginale dell’Italia nelle decisioni strategiche statunitensi messo a nudo dall’episodio che la scorsa settimana ha visto il ministro della Difesa Guido
Crosetto bloccato a Dubai mentre gli attacchi venivano lanciati senza alcun preavviso.
Lo stesso Crosetto ha poi ammesso l’impotenza degli alleati europei degli Stati Uniti durante un dibattito parlamentare. Ha riconosciuto che l’attacco all’Iran era “certamente avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale”, ma ha aggiunto che nessun governo — europeo o di altro tipo — avrebbe potuto impedire gli attacchi.
Il possibile utilizzo delle basi militari statunitensi in Italia rischia inoltre di diventare politicamente esplosivo in un Paese dove l’opinione pubblica è storicamente diffidente rispetto all’idea di essere trascinata in conflitti guidati dagli Stati Uniti.
Il governo ha insistito sul fatto che l’uso di basi come la Naval Air Station Sigonella in Sicilia è limitato al supporto logistico e tecnico previsto da accordi bilaterali di lunga data. Utilizzare il territorio italiano per fornire supporto a operazioni di attacco richiederebbe l’autorizzazione del governo, che non è stata richiesta, ha detto Meloni nelle sue dichiarazioni a RTL giovedì.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato in parlamento che le azioni del governo erano volte a proteggere i cittadini italiani nella regione, così come le rotte marittime, e a prevenire un aumento dei prezzi dell’energia. “Non stiamo semplicemente affrontando le posizioni di Trump; la sicurezza dei nostri concittadini è la priorità”.
Consapevole del pericolo rappresentato dall’aumento dei prezzi dell’energia, martedì Meloni ha convocato i vertici del settore energetico a Palazzo Chigi per colloqui ministeriali sulla sicurezza energetica. Ha detto alla radio italiana che il suo governo sta “lavorando incessantemente” per contenere gli aumenti dei prezzi di cibo ed energia.
Cogliendo la sua vulnerabilità politica, tuttavia, i partiti di opposizione l’hanno criticata per aver rifiutato di condannare gli attacchi e per la sua subordinazione agli Stati Uniti.
Durante il dibattito in parlamento, Angelo Bonelli dell’Alleanza Verdi e Sinistra ha accusato il governo di essere subordinato a Trump.
“State portando l’Italia in guerra, ministro. Sapete perché? Perché quando un aereo militare arriva — che sia un cargo o qualcos’altro — e va a fare manutenzione o altro, quegli aerei poi andranno a bombardare, entreranno nel teatro di guerra, forniranno supporto logistico militare”, ha detto. “Qual è la differenza tra il supporto logistico militare e chi va a bombardare? Significa essere in guerra, e noi non siamo d’accordo. No, grazie!”
Arnaldo Lomuti, deputato del Movimento 5 Stelle, ha ironizzato sul fatto che Roma dovrebbe prendere le distanze da Washington e Israele, chiedendo che il governo “imponga sanzioni contro gli Stati Uniti e presenti un pacchetto di aiuti militari per l’Iran”.
L’analista Leo Goretti dell’Istituto Affari Internazionali ha affermato che Meloni “sta mantenendo un profilo basso, ben consapevole che l’opinione pubblica è in larghissima maggioranza contraria a un coinvolgimento italiano nella guerra, pur avendo bisogno di non danneggiare i rapporti con Trump”.
(da agenzie)

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MA QUALE GUERRA: IL CARO BENZINA È COLPA DEGLI SPECULATORI: L’AUMENTO DEI CARBURANTI, ARRIVATI A OLTRE DUE EURO AL LITRO, NON TROVANO GIUSTIFICAZIONE NELLE NORMALI DINAMICHE DI MERCATO. LE QUOTAZIONI INTERNAZIONALI DEL GREGGIO A 85 DOLLARI NON DOVREBBERO GIÀ RIFLETTERSI ALLA POMPA

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’ASSOCIAZIONE DEI BENZINAI ACCUSA LE SOCIETÀ PETROLIFERE: “APPLICANO LISTINI DA PANICO BASANDOSI SU PREVISIONI FUTURE, MA IL PAESE DISPONE DI RISERVE CHE DOVREBBERO AMMORTIZZARE QUESTE OSCILLAZONI”

Più che un’ombra, quella della speculazione è una presenza molto concreta. Gli aumenti di diesel e benzina scattati poche ore dopo l’inizio della guerra in Iran – che hanno portato il prezzo di entrambi i carburanti oltre la soglia dei due euro al litro in centinaia di punti vendita – faticano a trovare giustificazione nelle normali dinamiche di mercato.
È vero che ieri le quotazioni internazionali del greggio hanno ritoccato i nuovi record dal 2024 (85 dollari il Brent e 81 dollari il Wti) ma quel costosissimo petrolio non ha nemmeno iniziato il viaggio verso i distributori di carburante.
E oggi, nella commissione di allerta rapida convocata dal garante per la sorveglianza dei prezzi, usciranno le prime risultanze del monitoraggio partito lunedì scorso. Primo dato: lunedì scorso nelle raffinerie italiane non c’erano carenze.
Secondo fonti vicine al ministero per le Imprese e il made in Italy, dove si terrà l’incontro, si fa sempre più concreta l’ipotesi che alcune grandi compagnie petrolifere abbiano deciso di trattenere il greggio in attesa che il prezzo salga, per poi farlo uscire al momento opportuno così da massimizzare i profitti.
Alcuni dati emersi nel corso del monitoraggio sono già stati trasmessi alla Guardia di finanza ed è possibile che sul tema intervenga in futuro anche l’Antitrust.
I prezzi più alti si registrano, come sempre, in autostrada, ma sono le città a battere i record in alcuni casi estremi. Secondo i dati pubblicati dall’Osservaprezzi carburanti del Mimit, aggiornati nelle ultime 48 ore, a Milano si raggiungono le cifre più elevate in assoluto. In un distributore in zona Buonarroti la benzina arriva a 2,60 euro al litro e il gasolio a 2,61 euro. Per dare un’idea, la media regionale in Lombardia al self è di 1,87 per il gasolio e 1,73 per la benzina.
A Roma il punto vendita più caro raggiunge 2,19 euro al litro per la benzina e 2,39 per il gasolio. A Napoli i prezzi più alti si registrano sulla provinciale Montagna spaccata, con 2,44 euro al litro per benzina e gasolio al servito.
In questo gioco, i benzinai non hanno voglia di recitare la parte dei cattivi: in settimana le principali associazioni di categoria Faib, Fegica e Figisc hanno definito il rincaro «ingiusto e per niente giustificato, se non da una mera previsione che
ipotizza prossimi aumenti sui mercati internazionali. La crisi iraniana ha fatto un piccolo miracolo: associazioni di consumatori e benzinai sembrano parlare con una voce sola.
Anna Rea, presidente nazionale di Adoc, attacca dicendo che «i petrolieri applicano listini da panico basandosi su previsioni future, ignorando che il Paese dispone di riserve stoccate che dovrebbero ammortizzare queste oscillazioni».
(da agenzie)

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“L’ELIMINAZIONE DI KHAMENEI POTREBBE RIVELARSI UNO DEI GRANDI ERRORI DELLA STORIA MODERNA”. ROBERT BAER, EX CAPO DEGLI OPERATIVI DELLA CIA IN MEDIO ORIENTE: “ERA SBAGLIATA L’IDEA CHE, DECAPITANDO IL REGIME, LE FORZE DEMOCRATICHE AVREBBERO PRESO IL SOPRAVVENTO: SI VEDONO PERSONE IN PIAZZA E SI PRESUME CHE QUELLO SIA IL QUADRO GENERALE. IN REALTÀ, UNA PARTE DELLA POPOLAZIONE È PRONTA A MORIRE PER IL REGIME”

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

“QUANTI AL PENTAGONO O ALLA CIA SONO STATI DAVVERO IN IRAN? È STATO IGNORATO IL FATTO CHE TEHERAN AVREBBE TRASCINATO NEL BARATRO LE ECONOMIE ARABE. GLI AYATOLLAH SI PREPARAVANO DA DECENNI A UNO SCENARIO DEL GENERE. SAPEVANO DI NON POTER COMPETERE CON LA MACCHINA DA GUERRA AMERICANA: PER QUESTO HANNO PUNTATO SULLA GUERRA ASIMMETRICA E SULLA GUERRIGLIA … L’UNICO MODO PER FERMARLI, SAREBBE DISPIEGARE TRUPPE DI TERRA MA NESSUNO HA LA FORZA PER FARLO – GLI STATI UNITI HANNO SPESO CIRCA 8MILA MILIARDI DI DOLLARI, DALL’11 SETTEMBRE IN POI, IN GUERRE SENZA UNA VITTORIA CHIARA”

«L’eliminazione di Khamenei potrebbe rivelarsi uno dei grandi errori della storia moderna». È l’avvertimento di Robert Baer, ex capo degli operativi della Cia in Medio Oriente e autore del bestseller da cui è tratto il film “Syriana”. Nell’intervista, Baer spiega come l’Iran si sia preparato per decenni a reagire con guerra asimmetrica, droni e strategie per logorare l’avversario, mentre le conseguenze economiche e politiche potrebbero avere effetti globali imprevedibili.
Qual era, a suo avviso, l’assunto di partenza dietro l’attacco del 28 febbraio?
«L’idea che, decapitando il regime, le forze democratiche avrebbero preso il sopravvento. È evidente che finora questo non è accaduto […] Da quello che vedo, invece, una buona parte dei cittadini iraniani si è ricompattata contro il nemico esterno. Le intelligence statunitense e israeliana non hanno fatto le valutazioni opportune in questo senso».
Cosa intende?
«Un conto è eliminare Khamenei altro è capire ciò che viene dopo».
Che cosa è stato sottovalutato?
«È stato ignorato il fatto che l’Iran avrebbe potuto adottare la cosiddetta “opzione Sansone”, cioè trascinare nel baratro le economie arabe. Ed è proprio quello che sta facendo. Il petrolio iracheno, circa 3,3 milioni di barili al giorno, è di fatto fuori dal mercato.
Senza contare il danno permanente che Teheran può infliggere alle infrastrutture. Da dove passa il gas? Dove finisce? E soprattutto: per quanto tempo potrebbero chiudere il Golfo? Già dopo due settimane si stima che il prezzo del petrolio possa arrivare a 100 dollari al barile. L’unico modo per fermare i missili a corto o medio raggio diretti verso il Golfo e i Paesi arabi sarebbe dispiegare truppe in Iran. Ma nessuno ha la forza necessaria per farlo».
Parla di “boots on the ground”?
«Trump potrebbe anche inviare una divisione, una forza di reazione rapida di 5.000-6.000 militari, ma non può fare molto contro un Paese di 93 milioni di abitanti. Il problema riguarda anche la comprensione della società iraniana, spesso osservata attraverso Instagram: si vedono persone in piazza e si presume che quello rappresenti il quadro generale. In realtà, una parte della popolazione è composta da veri credenti pronti a morire per il regime, della quale l’Occidente ignora completamente l’esistenza».
Quanto pesa questa mancanza di conoscenza?
«Quanti al Pentagono o alla Cia sono stati davvero in Iran? Io non so tutto, ma almeno ci sono stato. Un quinto del consumo mondiale di greggio passa dallo Stretto di Hormuz: se lo si toglie dal mercato per un periodo prolungato, si genera inflazione galoppante e danni enormi all’economia globale».
Aveva previsto tutto…
«Gli ayatollah si preparavano da decenni a uno scenario del genere. Sapevano di non poter competere con la macchina da guerra americana, né di poter sostenere un conflitto navale convenzionale. Per questo hanno puntato sulla guerra asimmetrica e sulla guerriglia, come si diceva un tempo, e anche sui droni».
Che ruolo hanno i droni in questo contesto?
«Oggi i droni sono molto economici: magari uno su dieci riesce a passare, ma basta quello. Possono colpire, come è successo, obiettivi sensibili, porti, ambasciate, e logorare l’avversario in maniera progressiva ma inesorabile».
Esiste una figura credibile che possa guidare il Paese in caso di cambio di regime? Molti parlano dello Shah, le sembra plausibile?
«È un’assurdità totale. non esiste una vera opposizione strutturata. […]».
Perché, secondo lei, Stati Uniti e Israele hanno scelto di colpire in questo momento?
«Dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 c’è stato un veloce ampliamento del conflitto su diverse direzioni. L’assassinio di un leader religioso come Khamenei potrebbe però rivelarsi uno dei grandi errori della storia moderna». «Gli Stati Uniti hanno speso circa ottomila miliardi di dollari, dall’11 settembre in poi, in guerre senza una vittoria chiara. E oggi, nell’area più a destra dello spettro politico a stelle e strisce, c’è chi attribuisce a Israele responsabilità enormi: c’è chi lo accusa persino per l’11 settembre, e quest’area critica appartiene alla galassia trumpiana».
(da agenzie)

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SONDAGGIO SUPERMEDIA YOUTREND: CROLLA TUTTO IL CENTRODESTRA, VANNACCI AL 3,2%

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

FDI 28,8%, FORZA ITALIA 8,7%, LEGA 6,5%

Crollano Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. Anche il Partito democratico perde pezzi. Recupera terreno il Movimento 5 Stelle. Stabile Alleanza Verd-Sinistra. Futuro nazionale di Vannacci raccoglie il 3,2%. Ecco chi prende più voti secondo l’ultima Supermedia Agi/Youtrend.
Le intenzioni di voto
Fratelli d’Italia perde lo 0,5% e scende al 28,8%. Il calo coinvolge tutto il centrodestra e pesa soprattutto sulla Lega, che crolla al 6,5% (-0,6%).
Forza Italia è quella che registra le perdite minori, -0,4%, e si colloca all’8,7%.
Per il partito di Meloni la flessione di per sé non è così preoccupante. È ancora primo nei sondaggi e l’ipotesi di un tracollo appare come uno scenario remoto.
Certo è che da quanto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha fatto il suo ingresso nell’ecosistema partitico, il centrodestra ha subito un contraccolpo. Il nuovo movimento dell’ex generale è riuscita ad erodere consensi, soprattutto ai due partiti più a destra dello spettro politico, FdI e Lega. Al momento FnV è dato al 3,2%, in leggero aumento rispetto all’ultima rilevazione (+0,2%).
A un mese dall’uscita dell’europarlamentare dal Carroccio, possiamo parlare di un effetto Vannacci che c’è e continua a farsi sentire. È riuscito ad arrestare la crescita ininterrotta di Fratelli d’Italia, che negli ultimi mesi del 2025 aveva superato la soglia psicologica del 30% e che ora è tornato al di sotto. Ma sopratutto, ha fatto cambiare idea a una certa parte dell’elettorato leghista. Il partito di Matteo Salvini
fino a qualche mese fa viaggiava attorno all’8,5%. Ora è al 6,5%. Questo significa che un 1 elettore su 4 tra quelli che votavano Lega ha scelto di allontanarsi dal partito.
Dall’altra parte nel centrosinistra non assistiamo a grandi slanci. Il calo del Partito democratico, al 21,6% (-0,5%), viene compensato dal balzo in avanti del Movimento 5 Stelle, al 12,4% (+0,6%). Alleanza Verdi-Sinistra recupera tre decimi e si piazza al 6,7%. In generale, la flessione nel centrodestra, accorcia la distanza tra le due coalizioni.
Infine i partiti più piccoli. Azione prende il 3,3% (-0,1%), praticamente al livello di Vannacci; Italia Viva scende al 2,2% (-0,2%), mentre +Europa è stabile 1,6%. Chiude Noi Moderati con l’1,1 (+0,1%)
La Supermedia coalizioni
Il calo generale dei tre principali partiti del centrodestra incide negativamente sull’intera coalizione. Il centrodestra perde un punto e mezzo e scende al 45%. Il centrosinistra invece, si ferma al 29,9%. Va precisato, come sempre, che la Supermedia coalizioni è basata sulle alleanze formatesi alle ultime elezioni, quelle del 2022. Di conseguenza, il dato sul centrosinistra non tiene conto del Movimento 5 Stelle, alleato di opposizione di Pd e Avs. Un’ipotetica alleanza di queste tre forze in vista delle prossime politiche, raccoglierebbe il 42,3%. L’ingresso di Italia Viva nella coalizione farebbe salire il campo largo al 44,5%, ovvero ad appena cinque decimi di distanza dalla maggioranza. In quel caso la partita si giocherebbe sul filo del rasoio.
(da agenzie)

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