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LA GUERRA IN IRAN HA SPACCATO IL MONDO DEI MEDIA “MAGA”. A SCHIERARSI CONTRO L’OPERAZIONE MILITARE SONO TUCKER CARLSON E MEGYN KELLY, DUE EX VOLTI NOTI DI FOX, CHE SONO ARRIVATI A DIRE CHE “THE DONALD” PAGHERÀ LE CONSEGUENZE DEL CONFLITTO

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

MENTRE SU FOX, IL NETWORK CONSERVATORE PREFERITO DAL TYCOON, SEAN HANNITY E BRIAN KILMEADE SOSTENGONO L’ATTACCO AL REGIME IRANIANO … IL PARTITO REPUBBLICANO E LA SUA BASE CHIEDONO AL PRESIDENTE UNA EXIT STRATEGY DAL CAOS MEDIORIENTALE: IL RINCARO DEL PETROLIO, SE PROLUNGATO, RISCHIA DI PESARE SULLE ELEZIONI DI MIDTERM

La guerra in Iran spacca il mondo dei media Maga. A schierarsi contro l’operazione sono Tucker Carlson e Megyn Kelly, due ex volti noti di Fox. Durante i loro programmi hanno criticato duramente la campagna iraniana, spingendosi a dire che è un errore di cui Donald Trump pagherà le conseguenze.
Carlson, secondo indiscrezioni, avrebbe cercato di fare pressione sul presidente privatamente affinché non si lanciasse nella guerra, ma senza successo.
A criticare duramente Carlson è stato invece il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo il quale l’ex volto di Fox ha ormai dichiarato guerra alla politica estera del presidente criticandone ogni decisione.
Il popolare podcaster Joe Rogan, che ha appoggiato Trump nel 2024 ma non gli ha poi risparmiato critiche, non ha usato mezzi termini: “molti si sentono traditi” nel movimento maga e questo perché Trump “ha corso come il presidente che dice basta alle guerra senza senso, e ora ci ritroviamo in una e non sappiamo neanche perché. Per me questo non ha senso a meno che non stiamo agendo nell’interesse di altri, e in particolare di Israele”.
Su Fox, il network conservatore preferito da Trump, Sean Hannity e Brian Kilmeade sostengono invece la guerra.
Donald Trump sotto assedio. La sua base e il partito repubblicano chiedono al presidente una exit strategy dall’Iran: deve arrivare in tempi stretti altrimenti il rischio di una valanga democratica alle elezioni potrebbe realizzarsi. Al momento però come gli Stati Uniti si svincoleranno dal conflitto non è chiaro.
La guerra contro Teheran ha preso una piega imprevista rispetto alle idee iniziali dell’amministrazione, che prima aveva parlato di qualche giorno poi di quattro o cinque settimane. A più di dieci giorni dall’avvio dei bombardamenti, il regime iraniano resiste e l’Iran continua a rispondere agli attacchi americani, seminando panico in tutto il Medio Oriente e mandando in tilt il mercato petrolifero, alle prese con lo shock maggiore da decenni.
Oltre all’evoluzione inattesa, per Trump sembra esserci il nodo Israele: in pubblico i due alleati mostrano un fronte compatto, ma dietro le quinte – secondo indiscrezioni – le tensioni stanno aumentando con Benjamin Netanyahu pronto ad andare avanti con la campagna fino al crollo del regime, e gli Stati Uniti più cauti e concentrati sui loro obiettivi militari, ovvero distruggere in via definitiva la capacità di Teheran di mettere le mani sull’arma nucleare
A confermare le tensioni è la richiesta americana a Israele – la prima da quando è iniziata la guerra – di fermare gli attacchi sulle infrastrutture energetiche iraniane. Il capo del Pentagono ha cercato di minimizzare: l’attacco israeliano al petrolio iraniano “non era necessariamente un nostro obiettivo.
Ma non siamo tirati in nessuna direzione, siamo alla guida”, ha detto Pete Hegseth prima di recitare il salmo 144 della Bibbia. Anche Steve Witkoff ha cercato di smorzare le tensioni annunciando una sua “probabile” visita in Israele la prossima settimana.
Spaventato dalla corsa del petrolio che potrebbe mangiarsi il tanto decantato taglio delle tasse e dal calo di Wall Street, uno dei suoi indicatori di riferimento, Trump ha parlato di guerra praticamente finita e aperto a un possibile allentamento delle sanzioni, ritenuto da molti un regalo a Vladimir Putin, considerato il vero vincitore dell’operazione in Iran. Ma sui tempi della fine della campagna non sembra esserci chiarezza neanche all’interno dell’amministrazione.
“Abbiamo ricevuto dichiarazioni fumose al riguardo. E ancora non hanno chiarito perché siamo in guerra”, ha detto la senatrice democratica Elizabeth Warren al termine di un briefing dell’amministrazione, dopo il quale ha assicurato che voterà “no” a eventuali richieste di nuovi fondi per la campagna in Iran della Casa Bianca.
Il commander-in-chief potrebbe chiedere a giorni al Congresso decine di miliardi per continuare l’operazione, in quello che si preannuncia un nuovo duro braccio di ferro che metterà alla prova la risicata maggioranza repubblicana.
“Non sa come finire la guerra”, ha scritto sul New York Times l’editorialista Thomas L. Friedman, vincitore di tre premi Pulitzer e profondo conoscitore del Medio Oriente. Altri osservatori notano come anche sull’Iran Trump sarà ‘Taco’ (Trump always chicken out, si tira sempre indietro) in seguito al caroprezzi e al rischio crescente di perdere le elezioni di metà mandato. Ma questa volta ‘Taco Trump’ – spiega il commentatore del Financial Times Edward Luce – arriverà troppo tardi. E questo costerà all’America la fiducia del mondo.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI RISCHIA DI FARE LA FINE DI CAMERON. IL QUOTIDIANO BRITANNICO (DI DESTRA) “TELEGRAPH”: “VOTARE “NO” AL REFERENDUM OFFRE AGLI ITALIANI SCONTENTI L’OPPORTUNITÀ DI COLPIRE LA PREMIER DOVE FA PIÙ MALE, COME ACCADDE A DAVID CAMERON CON IL REFERENDUM SULLA BREXIT NEL 2016”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“SECONDO I SONDAGGI MELONI RISCHIA DI PERDERE IL VOTO. QUESTO ANCHE A CAUSA DELLA SUA STRETTA RELAZIONE CON DONALD TRUMP (IL 77 PER CENTO DEGLI ITALIANI HA UN’OPINIONE SFAVOREVOLE SU DI LUI). IL REFERENDUM, CHE ARRIVA NEL MOMENTO PEGGIORE POSSIBILE PER LA PREMIER, POTREBBE RIVELARSI UN TEST DECISIVO DEL SUO GOVERNO”

È il test più pericoloso affrontato finora da Giorgia Meloni durante il suo periodo al governo. Milioni di italiani voteranno questo mese su una riforma della magistratura — un terreno di scontro sul quale destra e sinistra italiane combattono da decenni. Il voto, ad altissimo rischio politico, è pieno di insidie per Meloni, che è primo ministro da quattro anni e che dovrà affrontare elezioni generali il prossimo anno. Se dovesse perdere il voto del prossimo mese, la sua aura di invincibilità subirebbe un duro colpo e l’opposizione ne trarrebbe vantaggio.
I sondaggi indicano che il risultato potrebbe andare in entrambe le direzioni e molto dipenderà dall’affluenza alle urne.
Il contenuto della riforma è complesso e difficile da comprendere per l’italiano medio. Prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, mettendo fine al sistema attuale che consente loro di passare da un ruolo all’altro.
Il governo di coalizione guidato da Meloni sostiene che ciò renderebbe i giudici più imparziali, riducendo i loro legami con i pubblici ministeri, mentre i critici affermano che si tratta di un tentativo di aumentare il controllo politico sui tribunali.
È prevista anche l’istituzione di un tribunale disciplinare per esaminare i casi di cattiva condotta.
Le riforme — se verranno approvate — difficilmente cambieranno in modo significativo la vita degli italiani. Ma questo non è il punto.
Il pericolo per Meloni è che il referendum, che si terrà il 22 e 23 marzo, diventi di fatto un giudizio sui suoi quattro anni al governo e sul suo esecutivo di destra.
Votare “no” offrirebbe agli italiani scontenti l’opportunità di colpire la premier dove fa più male — come accadde a David Cameron con il referendum sulla Brexit nel 2016. Cameron scommise il suo futuro sulla convinzione che la Gran Bretagna avrebbe scelto di restare nell’Unione europea dopo anni di divisioni sull’Europa — e la scommessa gli si ritorse completamente contro. Alcuni sondaggi suggeriscono che Meloni rischia di perdere il voto. Questo anche a causa della sua stretta relazione con Donald Trump.
Il presidente americano è impopolare in Italia: il 77 per cento degli italiani ha un’opinione sfavorevole su di lui, secondo il gruppo di sondaggi YouGov.
Anche la guerra di Trump con l’Iran sta aumentando i timori di uno shock sui prezzi dell’energia in un momento in cui gli italiani sono già scontenti per le bollette costose, i salari stagnanti, l’alto costo della vita e scuole fatiscenti dove i bambini talvolta devono portarsi la carta igienica da casa.
Meloni ora deve affrontare un difficile equilibrio: non deve irritare il suo alleato americano, come hanno fatto gli spagnoli, ma deve anche rassicurare gli elettori sul fatto che l’Italia non verrà trascinata in una guerra guidata dagli Stati Uniti in un momento in cui la gente comune è preoccupata per l’aumento delle spese.
Il referendum, che arriva nel momento peggiore possibile per la premier, potrebbe rivelarsi un test decisivo del suo governo.
Gli alleati di Meloni hanno affermato che l’opposizione di centro-sinistra spera che il governo entri in crisi nel caso in cui vinca il “no”.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che l’opposizione nutre “la vana speranza che, nel caso vinca il no, il governo venga gettato in una crisi”. “Non sarà così. Abbiamo garantito un livello di stabilità che loro possono solo invidiare”, ha insistito Nordio.
Ma Francesco Boccia, del Partito Democratico, ha dichiarato che il referendum sarà “un giudizio sul governo, che ha imposto questa riforma”.
Oltre al destino di Cameron, esiste anche un precedente preoccupante più vicino a casa. Non è la prima volta che un primo ministro italiano dinamico e relativamente giovane, emerso quasi dal nulla, scommette il proprio futuro sull’esito di un referendum nazionale.
Nel 2016, Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e leader del Partito Democratico, fu costretto a dimettersi dopo aver legato la propria reputazione a un referendum che avrebbe riformato il sistema politico italiano.
Aveva proposto di rafforzare il governo centrale e indebolire la camera alta del Parlamento, il Senato.
Sebbene il referendum riguardasse una riforma costituzionale, si trasformò in una valutazione della politica dell’establishment — e dello stesso Renzi.
Il ricordo di Renzi non può essere lontano dalla mente di Meloni, eletta primo ministro nel 2022 come prima donna nella storia d’Italia e che spera di ottenere un secondo mandato il prossimo anno.
E il suicidio politico di Renzi sarà ben presente nella mente di quegli italiani scontenti della coalizione di governo.
“Voterò no al referendum. Non mi interessa molto la questione della magistratura, penso solo che Meloni non abbia mantenuto molte delle promesse fatte prima di diventare primo ministro, come abbassare le tasse sui carburanti”, ha dichiarato al Telegraph Dario Valentino, un tassista romano.
“L’Italia ha ancora alcuni dei salari più bassi d’Europa. La mia fidanzata si sta formando per diventare infermiera e le ho detto: ‘Sei sicura di volerlo fare?’ Guadagnerà 1.200 euro al mese per una settimana lavorativa di 60 ore”.
“Sosterrò il no”, ha detto Roberto Ferdinandi, un edicolante che gestisce un chiosco in una piazza lastricata di Roma. “Non dovremmo essere noi a decidere su questioni importanti come la magistratura. Dovrebbe essere indipendente dalla politica”.
Anche se la riforma può essere difficile da comprendere per l’italiano medio, si è trasformata in una guerra per procura tra la coalizione di destra di Meloni e i suoi oppositori di sinistra.
La sinistra accusa la premier di voler indebolire la magistratura e aumentare il controllo sui tribunali.
“Meloni e la destra, proprio come Trump negli Stati Uniti e Orbán in Ungheria, non amano i vincoli e i contrappesi che sono al cuore di ogni democrazia”, ha dichiarato Stefano Bonaccini, figura di spicco del Partito Democratico, al Corriere della Sera.
“Proprio come Trump, stanno costruendo battaglie politiche per cercare di nascondere i loro scarsi risultati sull’economia, sui salari, sul collasso del sistema sanitario e sulla crisi del costo della vita”. §La coalizione di governo accusa invece giudici e magistrati di avere un orientamento di sinistra e di ostacolare gli sforzi per contrastare l’immigrazione illegale.
Tribunali in tutto il Paese hanno emesso sentenze favorevoli ai migranti irregolari e alle navi delle ONG che li soccorrono nel Mediterraneo mentre cercano di attraversare dal Nord Africa verso l’Europa.
L’animosità tra politici e magistratura non è stata così intensa dai tempi di Silvio Berlusconi. Gli ultimi sondaggi indicano che Meloni affronta una battaglia difficile. Un sondaggio SWG suggerisce che il 38 per cento degli italiani è favorevole alla riforma, mentre il 37 per cento è contrario. Un quarto degli elettori è indeciso.
L’affluenza è considerata cruciale. Un alto livello di astensione probabilmente favorirebbe gli oppositori della riforma.
“I sondaggi più affidabili indicano una gara molto equilibrata tra sì e no. Sembra esserci un leggero vantaggio per il sì, ma si sta erodendo. Il no sta guadagnando terreno”, ha dichiarato al Telegraph il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte. Ha aggiunto: “Se Meloni perde, non si dimetterà ma ci saranno conseguenze. Sarà politicamente indebolita. Penso che dovrà frenare altre riforme che sta portando avanti, comprese le modifiche al sistema elettorale. Potrebbe chiedere elezioni anticipate, sulla base del fatto che non vuole trascorrere circa un anno come un ‘anatra zoppa’”.
Francesco Galietti, fondatore della società di consulenza sui rischi politici Policy Sonar, ha dichiarato: “Non esiste una soglia di partecipazione, quindi la domanda è semplice: chi riuscirà a portare i propri elettori alle urne? Da questo punto di vista, la determinazione e la disciplina del fronte del No superano la pallida convinzione della campagna del Sì. Un’affluenza intorno al 50 per cento probabilmente permetterebbe a Meloni di salvarsi; molto al di sotto di quella soglia, e il vento cambierebbe direzione.
Il team Meloni deve ancora spiegare con precisione cosa comporti la riforma, preferendo rifugiarsi nella familiare narrazione del ‘noi contro loro’. È una storia rassicurante, ma un povero sostituto della persuasione”.
La riforma della giustizia è già stata approvata due volte da entrambe le camere del Parlamento, ma il governo non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi.
Questo ha costretto la premier a sottoporre la misura al voto popolare.
Non è previsto alcun quorum: vince semplicemente chi ottiene più voti. L’opposizione sente l’odore del sangue e vede il referendum come un’occasione per indebolire Meloni prima delle elezioni generali del prossimo anno.
“Per forse la prima volta dall’inizio della legislatura, il primo ministro non sembra completamente a suo agio”, ha detto Galietti. “Non sappiamo ancora chi alla fine prevarrà. Quello che sappiamo, però, è che questa battaglia è di Meloni da perdere. Una volta terminato il referendum, inizierà il regolamento dei conti.

Nick Squires
per www.telegraph.co.uk

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“SI RIMANE STORDITI DAVANTI ALLA NOTIZIA DELLA MESSA IN LIQUIDAZIONE DI HOEPLI” . LO SCRITTORE PAOLO DI STEFANO: “CHISSÀ SE SI TROVERÀ UNA SOLUZIONE CAPACE DI SALVARE LA STORICA CASA EDITRICE, CHE PARE SIA ANCORA ECONOMICAMENTE IN SALUTE, E ALMENO IN PARTE LA ALTRETTANTO STORICA LIBRERIA MILANESE, CHE INVECE È LETTERALMENTE AL TRACOLLO”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“VIENE IN MENTE LA CRISI CHE NELL’83 COLPÌ (QUASI) A MORTE L’EINAUDI (E DA CUI LO STRUZZO PERALTRO SEPPE RISOLLEVARSI). VA DETTO CHE SI TRATTA ANCORA OGGI DI UN’IMPRESA TRA LE PIÙ GLORIOSE DELL’EDITORIA ITALIANA”

Chissà se si troverà una soluzione capace di salvare la storica casa editrice, che pare sia ancora economicamente in salute, e almeno in parte la altrettanto storica libreria milanese, che invece è letteralmente al tracollo. Chissà, ma intanto si rimane storditi dalla notizia della messa in liquidazione e viene in mente la crisi che nell’83 colpì (quasi) a morte l’Einaudi (e da cui lo Struzzo peraltro seppe risollevarsi). Perché, se non vogliamo parlarne al passato, va detto che si tratta ancora oggi di un’impresa tra le più gloriose dell’editoria italiana.
Un’impresa di lunga durata, iniziata quando Ulrico Hoepli, nato nel 1847 a Tuttwil, un piccolo centro contadino svizzero del Canton Turgovia, dopo una giovanile esperienza di commesso in librerie a Zurigo e in Germania, decide di approdare a Trieste e da lì a Milano poco più che ventenne. Alla fine del 1870 diventa libraio in proprio rilevando il negozio di Theodor Laengner in Galleria De Cristoforis e dall’anno dopo è niente meno che Librario-Editore del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere.
Hoepli si distingue subito per un suo inconfondibile «codice genetico» che lo collega con le strutture tecnico-scientifiche del nascente Stato unitario
Il fondatore muore nel 1935 lasciando una notevole e vastissima biblioteca di collane specialistiche. Poco prima a Torino nasceva la Utet dei cugini Pomba, ispirata ad analoghi propositi di svecchiamento culturale, abbracciando uno spettro pressoché totale che va dalle scienze umane alle scienze naturali, alle discipline tecniche, con libri anche istituzionali, enciclopedie, dizionari, manuali.
Sono i manuali, anzi i Manuali con la maiuscola, la chiave di un progetto editoriale che punta tutto sui fondamentali per un pubblico nuovo, sfidando una tradizione intellettuale decisamente elitaria.
Sono i Manuali l’impresa caratterizzante, inaugurata nel 1875 da un Manuale del tintore dello svizzero Robert Lepetit, e sviluppatasi ininterrottamente lungo la storia dell’Italia unita raggiungendo primati di vendita inalterati nel decennio giolittiano, come a ridosso della Grande Guerra e successivamente senza cedimenti, barcamenandosi anche sotto il regime.
Certo, come fece notare Tullio De Mauro proprio attraversando la storia e il significato della Hoepli, non bisogna dimenticare che siamo ancora in un’Italia pochissimo alfabetizzata e che quindi, nonostante le ambizioni di massima diffusione, i Manuali finiscono, almeno agli esordi, per interessare quegli strati scolasticamente più avanzati, culturalmente più moderni e pertanto attivi soprattutto nelle aree urbane e in particolare nei confini del Nord con speciale radicamento in Lombardia.
Con gli anni insomma, per fortuna dell’editore e del Paese, le cose sono cambiate. E ogni campo del sapere ha trovato un suo manuale e un suo pubblico, non solo quello storico e umanistico, ma anche quello economico, finanziario, bancario. Vengono alla luce i codici giuridici, le guide logico-matematiche, i vademecum di statistica, di ingegneria, di veterinaria, di igiene e salute fisica, di scienze applicate, quelli di apicultura e di viticultura, della seta, del macchinista e del fuochista, del caseificio, delle colture del tabacco e del frumento, della ragioneria, della falegnameria, dell’imbalsamazione, della pollicultura, delle malattie crittogamiche eccetera eccetera. In filigrana si intravedono la crescita industriale e il progresso tecnico del Paese.
Questa adesione alla realtà materiale e culturale del territorio si è avvalsa di un’impronta originaria mai venuta meno fino alle ultime generazioni: l’ottica del libraio che è vicino al suo lettore, lo consiglia, gli offre la sua competenza, la sua apertura, la sua fiducia, la chiacchiera e lo scambio culturale. Tutte cose che non appartengono più a questo mondo (editoriale e non solo). E che Hoepli garantiva nel cuore di Milano, dove oggi l’assortimento delle librerie è per lo più quello rapidissimo dei bestseller del mese.
Paolo Di Stefano
per il “Corriere della Sera”

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“NON BASTA SFILARSI DICENDO: NON CONDIVIDO E NON CONDANNO”: MARCELLO VENEZIANI SULLA “VERITÀ” DÀ UN’ALTRA BOTTA A GIORGIA MELONI E AL SUO EQUILIBRISMO DI FRONTE ALLA GUERRA DI TRUMP IN IRAN

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“QUANDO LA PARTITA COINVOLGE L’UMANITÀ, LIMITARSI A CAMPARE PUÒ ESSERE COMPRENSIBILE PER I SINGOLI SUDDITI INERMI, NON PER CHI DEVE GUIDARE I POPOLI E GLI STATI”… L’INQUIETUDINE DELL’INTELLETTUALE DI DESTRA DI FRONTE ALLA PREGHIERA DEGLI EVANGELICI CON IL TYCOON E ALLE PIPPE FILOSOFICHE DI PETER THIEL

L’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata una violazione del diritto internazionale. lo ha detto perfino Guido Crosetto che non mi pare un indomito nemico delle armi, degli Usa e dell’Occidente.
La giustificazione di Donald Trump è ancora più preoccupante, soprattutto per l’avvenire: «Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente».
Non sono un cieco devoto del diritto internazionale, conosco le ipocrisie e le viltà che si nascondono sotto la sua veste e so quanti crimini sono stati compiuti in suo nome ma una dichiarazione del genere pronunciata dall’uomo più potente (e prepotente) della Terra fa oggettivamente temere il peggio: se chi detiene il massimo potere non riconosce alcun limite esterno a sé stesso, sia esso una norma internazionale, un consesso sovrano o una tradizione a cui attenersi, e reputa che a decidere sia solo lui che poi ne risponderà alla sua morale e alla sua testa, siamo esposti a ogni rischio e a ogni sbalzo d’umore. Morale autarchica, mente autoreferenziale, affermazione da autocrate.
Tutto è nelle mani sue e della sua volontà di supremazia e di onnipotenza; individuo assoluto con potere assoluto di intervenire in ogni parte del mondo lui decida di farlo
Ho trovato inquietante e per altri versi grottesca, quella catena pseudomistica nello Studio ovale della Casa Bianca, già teatro di altre nefaste performance, con quel gruppo di pastori evangelisti in preghiera attorno a Trump, come se fosse un santone o un capo spirituale (ma non è lo stesso amico di Epstein e quanto pesano quei dossier sulle sue decisioni?). E dire che i fondamentalisti religiosi dovrebbero essere quelli abbattuti a Teheran…
Preoccupa questo Dio nazionalista che vuole la guerra e tifa per il suo popolo eletto (sia esso Israele, lo Stato islamico o gli Stati Uniti). Sconcerta quell’immagine di pastori evangelici che toccano il messia Trump in una preghiera di Stato, invocando un Dio a stelle e strisce che benedice le guerre e le incursioni aeree, anche quando colpiscono scuole di bambini.
Vedo poco Cristo, e un odore sulfureo d’Anticristo in quelle parole e in quelle immagini, in quel Dio Bomba che risolve in quel modo drastico ogni peccata mundi, assumendo come universale e oggettivo il punto di vista di un potente della Terra.
Già l’Anticristo. Domenica prossima verrà a Roma Peter Thiel, imprenditore e intellettuale, fondatore di PayPal e Palantir, mentore di Vance, sostenitore di Trump e teologo di un tecno-spiritualismo elitario, che potremmo definire tecno-gnosi.
Lessi qualche tempo fa il suo libretto Il momento straussiano pubblicato lo scorso anno da Liberilibri (ma è un saggio di quasi vent’anni fa). Thiel ha buone letture: Leo Strauss, René Girard, Carl Schmitt, e perfino Tolkien.
E ha capito tre cose di non poco conto: innanzitutto, la sfida che si sta aprendo nel mondo è prima di tutto spirituale, che lui legge con un risvolto apocalittico e con toni che evocano Armageddon e l’Anticristo. In secondo luogo, occorre aprirsi al futuro e ai suoi possibili scenari, confrontarsi in modo spregiudicato con le nuove tecnologie; osare, scompaginare i campi, non restare chiusi nel recinto prudente e ottuso dell’oggi.Infine, o meglio nel mezzo, bisogna liquidare l’ideologia woke, il suo intreccio liberal e radical, nefasto al mondo. In chiave macropolitica il tema di Thiel è superare la democrazia e ridefinire la libertà, affidarsi a un’élite di titani per cambiare il mondo attraverso la tecnologia.
Il sottofondo tematico è la religione ripensata con l’Ia. Insomma il pensiero di Thiel è una teologia tecno-politica. In un libro appena pubblicato, Critica della ragione digitale (edizioni Castelvecchi), Eugenio Mazzarella dedica molte pagine finali del suo saggio a Thiel, al suo tecno-spiritualismo a sfondo teologico.
E alle sue applicazioni, a quel che viene definita «la giusta miscela di violenza e di pace» esercitata da coloro ai quali, scrive Thiel, «toccherebbe il terribile potere che è legato a una centralizzazione economica e tecnica estesa a tutto il mondo».
L’Intelligenza artificiale, il silicio dei chips, è considerato da Thiel «l’Anticristo della nostra epoca»; ma diventa alla fine il rimedio, il Kathéchon, la salvezza del mondo a partire dall’Occidente dall’Apocalisse, se è nelle mani di questi Oltreuomini o Superuomini. Insomma, l’Anticristo ha due facce.
È come mutare il veleno in farmaco. Tutto questo, come su altri versanti sostiene Elon Musk, conduce a uno scenario transumano, animato da una fede entusiasta nella tecnica e nei suoi prodigiosi sviluppi. Non ha torto Mazzarella a vedere in questa manipolazione l’uso degli esseri umani da parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire nietzscheanamente la Razza dei Signori, tramite l’Intelligenza artificiale.
La risposta del filosofo italiano all’escatologia inquietante del tecnognostico Thiel è affidarsi alla triade rivoluzionaria della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità. Io invece direi innanzitutto lasciamo stare l’Anticristo nelle due versioni, malefica e salvifica; poi rispondiamo con l’intelligenza critica, la libertà responsabile e l’umanesimo incardinato sulla civiltà e sulla tradizione.
Ma ogni discorso di principio è insufficiente, non può risolversi solo in un ordine teorico, ci sono forze in campo e soggetti in azione, occorre rispondere a quelli. Rispetto a questo scenario non basta sfilarsi dicendo: non condivido e non condanno, non ho elementi per giudicare… Quando la partita coinvolge l’umanità, limitarsi a campare può essere comprensibile per i singoli sudditi inermi, non per chi deve guidare i popoli e gli Stati. Certo, con realismo, con prudenza, misurando le proprie forze, cercando sponde; ma ci sono punti fermi e beni non negoziabili. Lasciamo stare l’Anticristo ma non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce.
Marcello Veneziani
(da La Verita’)

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ECCO LE ASSURDE PRETESE E LE SFACCIATE PROPOSTE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA, MARCO BUCCI, ALL’EDITORE DEL ‘’SECOLO XIX’’, IL GRUPPO APONTE, PER OSTACOLARE LA CORSA DEL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA A SINDACO DI GENOVA, SILVIA SALIS, CONTRO LO SFIDANTE DEL CENTRODESTRA, PIETRO PICIOCCHI

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA “NOTA” DEL GOVERNATORE BUCCI DA SOTTOPORRE AL DIRETTORE, MICHELE BRAMBILLA… I SOVRANISTI HANNO CERCATO DI BLOCCARE LA VITTORIA DI SILVIA SALIS FACENDO PRESSIONI SUL DIRETTORE DEL MAGGIORE QUOTIDIANO LIGURE

A quanto pare, la ‘’scomparsa delle notizie’’, “i fatti non esistono, bastano le opinioni”, “la diffusione delle fregnacce” etc., non sonio più sufficienti ai politici del Minculpop dell’era melononiana: occorre anche prendere per le orecchie il direttore malintenzionato a fare il suo mestiere di cronista e bacchettarlo con suggerimenti e proposte su come va fatto un quotidiano.
E’ ciò che è successo il 12 maggio 2025, 14 giorni prima dell’apertura delle urne per l’elezione del sindaco di Genova, quando il governatore della Liguria (eletto con i voti del centrodestra), Marco Bucci, invia una “nota” all’editore del “Secolo XIX”, il Gruppo MSC dell’armatore Aponte, una lista di assurde pretese e sfacciate proposte su come fare un giornale in campagna elettorale da girare all’attenzione del direttore Michele Brambilla.
Obiettivo del Bucci in modalità Starace: intralciare, ostacolare, fermare la corsa verso il successo di Silvia Salis, candidata del centrosinistra, a favore dell’esponente del centrodestra, Pietro Piciocchi. Grazie al cielo, ancora esistono i Brambilla con gli attributi….
‘Il riequilibrio spetta al Direttore, non perché si debba tifare per il centrodestra, ma perché lo schieramento del giornale non è utile in primis al Secolo: il giornale deve essere chiaramente imparziale, non subdolamente di parte.Il contesto è la campagna elettorale ed il bilancino politico del Secolo, come è facile da capire anche per il lettore, pende con strategica evidenza dalla parte della Salis.Quale esempio, non più tardi di giovedì scorso, in prima pagina: ‘’Gli ultimi sondaggi: Salis vicina al colpo del ko. Piciocchi sta risalendo’’. Titolo in contrasto con gli ultimi sondaggi che confermano una caduta della Salis e Piciocchi vicino al ballottaggio. Pochi giorni prima, visita del Ministro e Vicepremier Salvini a Genova, menzionato alla pari della Salis. Oppure nell’intervista personale al Governatore Bucci, si trova il modo di infilare la Salis nel titolo della stessa intervista. Alcuni articoli sono palesi, altri, anche se appaiono innocui, sono comunque utili a creare un clima favorevole alla Salis e la città si è accorta di questa strategia del giornale.
Alcune proposte
Realizzazione di interviste ad esponenti nazionali anche di centrodestra (in particolare quelli che saranno a Genova nei prossimi giorni, la prima opportunità è il ministro Giorgetti), non solamente a quelli di centro sinistra.
Servizio di inchiesta su quante volte un candidato sfavorito ha poi ribaltato le previsioni della vigilia.
Correggere le differenze di impostazione a parità di evento che oggi sono sbilanciate sulla Salis.
È bufera, sul caso della presunta attività di dossieraggio nei confronti dei giornalisti del Secolo XIX da parte dello staff del presidente della Regione Liguria Marco Bucci. In Procura risulta aperto un fascicolo al momento a carico di ignoti, con accuse al vaglio degli inquirenti: tutto nasce dall’esposto del direttore del quotidiano genovese Michele Brambilla, che ha denunciato le pressioni del governatore, depositato il 6 marzo scorso. Sulla scena politica, è invece scontro tra le parti.
Da una parte arrivano le richieste sul tema di Pd, Avs e M5s, che chiedono le dimissioni di Bucci. Dall’altra le posizioni dello stesso presidente e del suo portavoce, Federico Casabella, che si difendono annunciando azioni legali e minimizzando il caso: “È tutto un grande equivoco”, la loro spiegazione.
(da Dagoreport)

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RUBIO, METTICI UNA SOLETTA. IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO VIENE PRESO IN GIRO SUI SOCIAL PER LE SCARPE, TROPPO GRANDI, CHE HA DOVUTO INDOSSARE PERCHÉ…REGALATE DA TRUMP

Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile

NELLE FOTO, IL SEGRETARIO DI STATO SEMBRA UN CLOWN CON LE SCARPE MOLTO PIÙ GRANDI DELLA SUA TAGLIA… L’ULTIMA OSSESSIONE DI “THE DONALD” SONO LE CALZATURE OXFORD IN PELLE DA 180 DOLLARI REALIZZATE DA FLORSHEIM, STORICO MARCHIO AMERICANO … SECONDO GLI ANALISTI POLITICI, TRUMP COMPRA LE SCARPE PER I MEMBRI DEL SUO GABINETTO PER SMINUIRLI E UMILIARLI

Il segretario di Stato Marco Rubio è stato preso in giro questa settimana per aver indossato scarpe troppo grandi dopo che è stato riferito che il presidente Donald Trump aveva regalato ai suoi funzionari delle scarpe eleganti che poi erano troppo “timorosi di non indossare”.
Le foto dei piedi di Rubio martedì sono diventate virali sui social media dopo che lo hanno mostrato mentre indossava un paio di scarpe apparentemente troppo grandi. Le foto sono state scattate solo un giorno dopo che il Wall Street Journal aveva riportato che Trump stava indovinando la misura dei piedi dei suoi alleati e poi ordinando loro scarpe Florsheim da 145 dollari che erano poi troppo “timorosi di non indossare”.
“Tutti i ragazzi le hanno”, ha detto un funzionario della Casa Bianca che ha preferito rimanere anonimo, mentre un altro ha dichiarato al Journal: “È esilarante perché tutti hanno paura di non indossarle”.
Secondo il quotidiano, “il presidente ha preso l’abitudine di indovinare la misura delle scarpe delle persone davanti a loro. Chiede a un assistente di effettuare un ordine e, una settimana dopo, una scatola marrone di Florsheim arriva alla Casa Bianca”.
“I destinatari hanno iniziato a indossare le loro Florsheim in presenza di Trump, alcuni apparentemente con riluttanza”, ha riferito il Journal. “Un segretario di gabinetto si è lamentato di aver dovuto mettere da parte le sue Louis Vuitton, secondo persone che hanno sentito la lamentela”.
Tra i destinatari delle scarpe finora figurano Rubio, il vicepresidente JD Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario al Commercio Howard Lutnick, il segretario ai Trasporti Sean Duffy, il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung, il vice capo di gabinetto della Casa Bianca James Blair, l’autore dei discorsi Ross Worthington, il senatore Lindsey Graham (R-SC), il conduttore della Fox News Sean Hannity e l’ex conduttore della Fox News Tucker Carlson.
“Chi compra scarpe per altre persone? Per lo più i genitori per i propri figli”, ha commentato il giornalista Euan MacDonald guardando le foto dei piedi di Rubio. “Trump che compra scarpe per i membri del suo gabinetto è un modo per sminuirli e umiliarli.
Rubio ha persino una tale mancanza di dignità e rispetto di sé davanti a Trump da essere disposto a umiliarsi indossando scarpe troppo grandi per lui”. Il giornalista conservatore Matt Lewis, dal canto suo, ha espresso preoccupazione che le scarpe possano “causare vesciche”.
(da agenzie)

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LE OPPOSIZIONI CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL GOVERNATORE LIGURE DI CENTRODESTRA, MARCO BUCCI, PER IL CASO DEL DOSSIERAGGIO DELL’UFFICIO STAMPA DELLE REGIONE NEI CONFRONTI DEI GIORNALISTI DEL “SECOLO XIX”

Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile

ANDREA ORLANDO: “SE È VERO CHE BUCCI HA FATTO PREPARARE CON SOLDI PUBBLICI DOSSIERAGGI E LISTE DI PROSCRIZIONE DI CRONISTI SGRADITI, IN UN QUALUNQUE PAESE CIVILE DOVREBBE LASCIARE L’INCARICO” … LA PROCURA DI GENOVA HA APERTO UN FASCICOLO CONTRO IGNOTI PER IL REATO DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA, IN SEGUITO ALL’ESPOSTO PRESENTATO DAL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO, MICHELE BRAMBILLA, CONTRO FEDERICO CASABELLA, PORTAVOCE DI BUCCI

La procura di Genova ha aperto un fascicolo dopo l’esposto presentato dal direttore del Secolo XIX Michele Brambilla contro Federico Casabella, portavoce del presidente della Regione Liguria Marco Bucci per le dichiarazioni rilasciate nel corso di un’audizione davanti all’ordine dei giornalisti della Liguria in cui avrebbe parlato di un presunto accordo tra lo stesso direttore e il governatore Bucci. L’esposto è stato depositato in Procura il 6 marzo e ipotizza il reato di diffamazione aggravata. Il fascicolo d’inchiesta al momento è contro ignoti. La vicenda nasce nell’ambito del presunto dossieraggio nei confronti dei giornalisti della testata genovese da parte dello staff del presidente Bucci durante la campagna elettorale per le elezioni comunali che giudicavano gli articoli troppo sbilanciati nei confronti di Silvia Salis.
“Questa mattina ho chiamato il direttore del Secolo XIX per esprimere la solidarietà alla redazione per le notizie di un presunto dossieraggio messo in atto dallo staff del presidente Bucci sui giornalisti per provare a condizionare la campagna elettorale per le comunali contro Silvia Salis
Una notizia, se confermata, gravissima che rappresenta un vulnus inaccettabile per la libertà di informazione nella nostra regione e nel Paese”.
Lo scrive in una nota l’ex ministro della Giustizia, attuale consigliere regionale ligure ed esponente Pd Andrea Orlando. “Non si tratta purtroppo di un caso isolato perché, come abbiamo visto in questi mesi con vicende di spionaggio e dossieraggio contro altri giornalisti, di querele temerarie verso la stampa, di gogna verso giornalisti, la tentazione di una certa politica, ed in particolare della destra, è sempre quella di non avere intralcio, di non essere infastiditi, di comprimere gli spazi del diritto di critica e di cronaca – conclude Orlando -.
Ci auguriamo che il presidente Bucci chiarisca quanto prima i contorni torbidi di questa vicenda traendone le conseguenze visto lo strappo istituzionale determinato con la stampa in seguito a questa vicenda”.
“Se fosse confermato che il presidente della Regione Liguria Bucci ha fatto preparare con soldi pubblici dossieraggi e liste di proscrizione di giornalisti sgraditi, inviandoli agli editori per mettere pressione per far cambiare linea a un giornale, in un qualunque Paese civile questo stesso Presidente dovrebbe rassegnare le dimissioni perché sarebbe un abuso di potere intollerabile per interessi propri realizzato alle spalle e sulla pelle dei cittadini, aldilà di tutti i risvolti giudiziari.”
Lo scrive in una nota l’eurodeputato del Partito Democratico Brando Benifei, a seguito delle inchieste giornalistiche sui presunti dossieraggi da parte dell’ufficio stampa della Regione Liguria.
“La mia piena solidarietà al direttore e ai giornalisti del Secolo XIX e agli esponenti politici e istituzionali che sarebbero stati presi di mira, come la sindaca Silvia Salis: non abbiamo ancora tutti gli elementi, ma quello che sappiamo già per certo è che nel contesto di crescenti intimidazioni alla stampa che avvengono nel nostro Paese, la maggioranza politica che sostiene il Presidente Bucci è la stessa che al governo dell’Italia ha deciso di non recepire ancora lo European Media Freedom Act e si distingue per frequenti attacchi alla libertà di stampa.
Mi auguro che il Presidente Bucci dia rapidamente spiegazioni convincenti su quanto sta emergendo o ne tragga le conseguenze politiche”, conclude Benifei.
“La vicenda che emerge oggi sul Secolo XIX è gravissima e non può essere minimizzata. Secondo quanto riportano Fatto Quotidiano e Repubblica, per mesi l’ufficio stampa della Regione Liguria, quindi una struttura pagata con soldi pubblici, avrebbe monitorato e schedato i giornalisti del quotidiano e il direttore
Michele Brambilla, arrivando a compilare report e segnalazioni da inviare all’editore sui cronisti ritenuti sgraditi.
Non semplici critiche politiche, ma un sistema di pressione costruito dentro un ufficio pubblico per controllare e condizionare il lavoro di una redazione. Se tutto questo venisse confermato, saremmo davanti a un fatto incompatibile con qualsiasi idea di democrazia. Per questo Marco Bucci deve dimettersi. Un presidente di Regione non può usare la macchina pubblica per schedare i giornalisti che lo criticano
Non può trasformare un ufficio istituzionale in uno strumento di controllo sull’informazione. A tutte le giornaliste e a tutti i giornalisti del Secolo XIX va piena solidarietà. La libertà di stampa è un pilastro della democrazia e chi prova a metterla sotto pressione dimostra di non essere all’altezza delle istituzioni che rappresenta”. Così il capogruppo M5s al Senato, Luca Pirondini.
(da agenzie)

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ESPLODE LO SCANDALO IN LIGURIA. PER MESI L’UFFICIO STAMPA DELLA REGIONE LIGURIA AVREBBE CONFEZIONATO DOSSIER NEI CONFRONTI DEI GIORNALISTI DEL “SECOLO XIX” E DEL SUO DIRETTORE, MICHELE BRAMBILLA: SECONDO IL GOVERNATORE DI CENTRODESTRA, MARCO BUCCI, ERANO “COLPEVOLI” DI FAVORIRE IL CENTROSINISTRA E L’ASCESA DELLA SINDACA DI GENOVA, SILVIA SALIS

Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile

I DOSSIER, COMPRENSIVI DI UNA BLACK LIST DEI CRONISTI SGRADITI, VENIVANO INVIATI ALL’EDITORE DEL QUOTIDIANO, L’ARMATORE GIANLUIGI APONTE… IL CASO NASCE DA UN’ISTRUTTORIA DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LIGURIA, FINITO IN PROCURA 

Per mesi l’ufficio stampa della Regione Liguria, una struttura pagata con fondi pubblici, avrebbe confezionato dossier nei confronti dei giornalisti del Secolo XIX e del suo direttore Michele Brambilla, colpevoli secondo Marco Bucci di favorire il centrosinistra.
I dossier, comprensivi di una black list dei giornalisti sgraditi, venivano inviati all’editore del quotidiano, la società Bluemedia guidata dall’armatore italo-svizzero Gianluigi Aponte. Il caso nasce da un’istruttoria dell’Ordine dei giornalisti della Liguria, che ipotizza varie violazioni deontologiche, ma un pezzo di questa storia è già finito alla Procura di Genova.
L’obiettivo politico della campagna sarebbe stato quello di arginare l’ascesa di Silvia Salis. Fra i documenti agli atti c’è un decalogo – fabbricato dall’entourage di Bucci e inviato all’editore del Secolo XIX – che indicava come avrebbero dovuto comportarsi i giornalisti e il direttore in campagna elettorale.
Una proposta “di riequilibrio” di Marco Bucci che, dando l’impressione di voler quasi dettare le linea al giornale, avverte: “Il riequilibrio spetta al direttore, non perché si debba tifare centrodestra, ma perché lo schieramento non è utile in primis al Secolo: il giornale deve essere imparziale, non subdolamente di parte”.
La vicenda nasce da un esposto anonimo con un primo dossier di 23 pagine. Nelle ultime settimane l’Ordine ha convocato tutti i capi delle redazioni genovesi – tra cui Ansa e Repubblica. Ieri, inoltre, sono stati sentiti una decina dei giornalisti del XIX vittime dei dossieraggi
La paternità dei report è stata rivendicata da Federico Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff di Bucci, entrambi ex giornalisti del Giornale. La loro versione – Casabella è stato sentito il 14 gennaio – è che non si sarebbe trattato di dossier, ma di una fisiologica mappatura dei media (“definirli dossier”, dice Casabella al Fatto, “è falso e diffamatorio”), e che i rapporti sarebbero stati a uso interno.
Lo staff li avrebbe insomma consegnati a Marco Bucci. Casabella riferisce anche di un accordo fra Bucci e il direttore del Decimonono Michele Brambilla, chiamato in questo modo a una sorta di corresponsabilità e accusato successivamente di aver violato quel patto.
Brambilla, sentito il 28 gennaio, nega tutto e, anzi, si dichiara a sua volta vittima delle pressioni di Bucci, dimostrando come i dossier, anche su di lui, sarebbero stati mandati al suo editore. L’Ordine ha archiviato Brambilla, il quale a sua volta ha querelato per diffamazione Casabella.
Ma in cosa consistevanoi presunti dossieraggi? Partiamo dai “desiderata” di Bucci sotto elezioni: “Interviste a esponenti nazionali anche di centrodestra; un servizio che racconti come è cambiata Genova negli ultimi anni (cioè quando era governata da lui, ndr); servizio di inchiesta su quante volte un candidato sfavorito ha poi ribaltato le previsioni della vigilia (in un momento in cui i sondaggi davano avanti Salis su Pietro Piciocchi, delfino di Bucci, ndr); equilibrio nei titoli; correggere gli eventi, oggi sbilanciati a favore della Salis; il quotidiano dovrebbe garantire più spazio ai cosiddetti candidati “minori” (per evitare di dare visibilità a Salis, ndr)”.
A scorrere i documenti agli atti dell’istruttoria, e in parte depositati in Procura, emerge come i report, trimestrali, fossero capillari e quasi “quotidiani”. Il 1º maggio è segnalato un caso “clamoroso”: “L’irrispettoso attacco di Silvia Salis a Bucci”, che in un battibecco lo aveva definito “un bulletto”. La “Bestia” bucciana si lamenta in varie occasioni del cronista politico Emanuele Rossi. Il 13 settembre la lamentela riguarda il delicato tema della malattia del governatore e il titolo di un’intervista, “sono guarito dal tumore”, definito “espressione infelice”.
Nei dossier finisce anche il compleanno glamour di Silvia Salis, “degno di un book da matrimonio”, di cui è stigmatizzata la presenza di Brambilla. Nella black list finisce anche Emanuele Capone, giornalista esperto di web, messo alla berlina per “i complimenti a Silvia Salis” per aver “postato un video in cui canta i Pinguini Tattici Nucleari”.
Il 20 novembre, in piena crisi Ilva, gli operai in piazza ricevono la visita sia di Bucci che di Salis. Ma, lamentano gli autori del report, “Bucci è ritratto in una foto con la testa china”, Salis “in uno scatto ad alta risoluzione mentre parla orgogliosa con i lavoratori”. Un’ossessione ricorrente e a tratti quasi comica, quella delle foto, in cui Salis è raggiante mentre Bucci appare “corrucciato”.
La pretesa di controllare il giornale di Genova riporta a un antefatto: nei primi mesi del 2024 il Secolo fu oggetto delle mire di una cordata di imprenditori guidati da Aldo Spinelli, con l’interessamento di Giovanni Toti. Un’iniziativa chiusa dall’acquisto di Aponte e dal successivo arresto dell’ex governatore per corruzione. Quel sogno, evidentemente, non è mai tramontato del tutto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SE LA BENZINA COSTERÀ TRE EURO AL LITRO, RINGRAZIATE TRUMP, NETANYAHU E I LORO SUPPORTER ITALIANI

Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile

L’IRAN AVVERTE: “PREPARATEVI AL RAGGIUNGIMENTO DI UN PREZZO DI 200 DOLLARI AL BARILE PER IL PETROLIO. DIPENDE DALLA SICUREZZA REGIONALE CHE AVETE DESTABILIZZATO. NON PERMETTEREMO CHE NEMMENO UN LITRO DI GREGGIO RAGGIUNGA GLI USA, ISRAELE E I LORO PARTNER”

“Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato”. L’avvertimento a Usa e Israele arriva dalle forze armate iraniane, nel pieno della crisi lungo lo Stretto di Hormuz.
“Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner. Qualsiasi nave o petroliera diretta a loro sarà un obiettivo legittimo”, ha ribadito Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, aggiungendo che Washington non sarà in grado di controllare i prezzi. Lo riporta al Jazeera.
(da agenzie)

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