Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
SUL TETTO DELLA STRUTTURA, I RUSSI HANNO INSTALLATO DELLE ANTENNE SATELLITARI IN GRADO DI INTERCETTARE ANCHE LE TRASMISSIONI PROVENIENTI DALL’AFRICA … CHE L’AMBASCIATA DI MOSCA A VIENNA FOSSE UNO DEI PIÙ GRANDI HUB DI 007 SI SAPEVA DA TEMPO. NONOSTANTE CIÒ, LE AUTORITA’ AUSTRIACHE SE NE SONO FREGATE
La Russia ha preso di mira le comunicazioni statali e militari della Nato tramite antenne paraboliche installate nella propria ambasciata a Vienna. Lo riferisce il Financial Times nella sua edizione europea, citando un diplomatico che ha definito la capitale austriaca “uno degli hub più importanti per le operazioni russe in Europa”, sottolineando come Mosca stia prendendo di mira non solo le comunicazioni europee, ma anche quelle provenienti da Medio Oriente e Africa.
Dai tetti della rappresentanza russa, scrive il quotidiano finanziario, emergono numerose antenne paraboliche che, secondo fonti di sicurezza europee, non sarebbero destinate alle normali comunicazioni diplomatiche. Molte non risultano orientate verso est e vengono frequentemente riposizionate, segnale di un utilizzo per monitorare diversi satelliti.
Il gruppo di ingegneri viennese NomenNescio sta analizzando il tetto del più grande complesso diplomatico russo a Vienna, soprannominato ‘Russencity’, che si estende su un’area di oltre 3 ettari e include edifici residenziali, una scuola e la missione russa presso le Nazioni Unite.
Il suo edificio principale è sormontato da un fitto sistema di antenne. Secondo l’analisi, alcune di queste sarebbero puntate verso satelliti geostazionari utilizzati per le comunicazioni tra Europa e Africa. Il Financial Times ricorda che, nonostante le raccomandazioni dell’agenzia austriaca di intelligence, Vienna ha mostrato scarso interesse nell’espellere diplomatici o nell’adottare altre misure contro agenti russi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
FINO A 800 EURO SOTTRATTI, DROGA E TELEFONI;: TUTTI ACCUSATI DI ESTORSIONI, FURTI E FALSI VERBALI
Denaro contante, droga e perfino un telefono cellulare. È questo il bottino che, secondo la
procura di Milano, Carmelo Cinturrino – in carcere da fine febbraio per l’omicidio volontario pluriaggravato di Abderhaim Mansouri, indagato per oltre 30 capi di imputazione – e altri 5 agenti della polizia avrebbero sottratto durante i controlli di servizio. Un elenco preciso di episodi che sembra delineare non soltanto singoli abusi, ma una prassi consolidata e ripetuta nel tempo.
In base alla richiesta di incidente probatorio della Procura di Milano, infatti, sei dei sette agenti di polizia indagati sono accusati direttamente di furto o concussione (sottrazione di denaro o oggetti), sebbene la maggior parte di loro sia coinvolta in reati di natura predatoria. Nello specifico, Carmelo Cinturrino è coinvolto in quasi tutti i capi d’accusa, inclusi molteplici episodi di concussione (costrizione a consegnare denaro) e estorsione (per impossessarsi di droga e denaro delle vittime).
L’agente Luigi Ramundo è indagato per diversi episodi di estorsione e tentata estorsione finalizzati alla sottrazione di stupefacenti e denaro, Davide Picciotto per tentata rapina in concorso, Gaetano Raimondi per estorsione in concorso. Per concussione sono, invece, indagati i poliziotti Giuseppe Pisano e Francesca De Simone.
Secondo gli atti, che Fanpage.it ha potuto visionare, gli agenti avrebbero sottratto denaro in più occasioni a cittadini fermati o controllati. Le cifre non sono marginali: si va da 30 euro che sarebbero stati sottratti nel maggio 2024, fino a estorsioni di 800 euro che lo stesso uomo si sarebbe visto portare via il 22 gennaio 2026. Episodi analoghi riguarderebbero anche Mansouri, il 28enne ucciso con un colpo di pistola alla testa vicino al bosco di Rogoredo, a cui sarebbero stati sottratti 200 euro sempre a gennaio 2026, oltre a svariate somme non quantificate in precedenti occasioni tra l’estate e dicembre 2025. Non si tratta, però, solo di denaro. Le accuse comprendono anche la sottrazione di sostanze stupefacenti, in quantitativi non sempre precisati, come cocaina, eroina o hashish. A questo si aggiunge poi il furto di un telefono cellulare che sarebbe stato eseguito dallo stesso Cinturrino.
L’aspetto più allarmante, tuttavia, riguarderebbe il presunto meccanismo costruito per coprire queste condotte. Secondo l’accusa, gli agenti avrebbero redatto falsi verbali di sequestro, attribuendo la droga a persone che, secondo gli inquirenti, non ne erano in possesso, al solo scopo di giustificare arresti e interventi altrimenti illegittimi. Una pratica che, se dimostrata, non rappresenterebbe “soltanto” una violazione gravissima allo Stato di diritto, trasformando chi dovrebbe far rispettare la legge in chi la piega a proprio vantaggio, ma anche un colpo diretto alla credibilità delle forze dell’ordine e alla fiducia dei cittadini nello Stato.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
SE IL REGIME DI TEHERAN NON CADE A BREVE PER TRUMP SARANNO GUAI SERI
Attenzione ai segnali: la richiesta di Donald Trump di rinviare l’incontro con Xi Jinping a Pechino, originariamente previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile, è il segnale che non c’è certezza che il regime iraniano cadrà entro la fine del mese.
Sembra un dettaglio da nulla, non lo è. Trump non si sarebbe mai potuto presentare da Xi con lo stretto di Hormuz ancora chiuso e un conto aperto con uno dei principali alleati militari ed economici di Pechino. Con un nuovo ordine a Teheran, invece, sarebbe sbarcato nella capitale cinese da vincitore assoluto.
Magari è questione solo di qualche giorno in più, magari no. La strategia di Usa e Israele è chiara: uccidere tutti leader politici e militari dell’Iran, uno a uno. Dopo la Guida Suprema Ali Khamenei è toccato ieri a un altro uomo fortissimo della teocrazia iraniana, il segretario del consiglio supremo Ali Larijani e il capo della milizia religiosa Basji Gholamreza Soleimani. La speranza di Trump e Netaniyahu è che nessuno voglia sostituirli, per paura di fare la stessa fine. E che l’Iran, più prima che poi, come un mostro senza testa, alzi bandiera bianca e scenda a patti con Washington e Tel Aviv.
Il tempo, però, è nemico del presidente americano.
Più passa, ad esempio, più la pressione della chiusura dello stretto di Hormuz si fa problematica per l’economia globale. E una crisi energetica planetaria ha effetti sul commercio, e quindi pure sugli Stati Uniti. Non a caso, Trump, ha chiesto agli alleati della Nato di liberare il canale.
Più passa il tempo, tuttavia, più aumenta la distanza tra gli Usa e gli alleati europei della Nato. Che non vogliono partecipare a una guerra tanto pericolosa tanto impopolare a casa loro. E che mostrano ogni giorno di più al mondo l’isolamento che in un solo anno Donald Trump ha regalato agli Usa.
Più passa il tempo, quindi, più l’unica mano tesa che The Donald rischia di trovare è quella, insidiosissima, di Vladimir Putin, che gode al pensiero che la guerra vada avanti sine die. Perché più passa il tempo, più crescono prezzo e bisogno del suo petrolio. E più passa il tempo, e più l’Ucraina rimarrò a secco di aiuti e attenzione, con gli occhi del mondo rivolti altrove.
Più passa il tempo, inoltre, più per Trump si apre il fronte interno. Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo Usa Joe Kent, un repubblicano di destra da lui stesso nominato è il segnale dell’insofferenza del cosiddetto mondo MAGA per la guerra in Iran. Che più si dimostrerò un pantano più aprirà la faglia.
Tutto questo lo sanno benissimo a Teheran, a Mosca, a Pechino: più resistono più per Trump sono guai. E anche Trump lo sa benissimo: Teheran deve cadere ora, o rischia di cadere lui.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA SEDICENTE DESTRA “ORIDINE E DISCIPLINA” CHE SI STRAPPA LE VESTI IPOCRITE PER DIFENDERE CHI CHI QUEI CONCETTI LI RIFIUTA… SE LA COPPIA FOSSE STATA DI COLORE NON L’AVREBBE CONSIDERATA NESSUNO
Ecco il testo con le parole chiave evidenziate in grassetto e la correzione dei refusi (come “una
casa bagno”, “lo Stato che dovrebbe garantire… mentre”, “i figli sono dei genitori e che solo possono”), mantenendo rigorosamente inalterati i contenuti e le parole originali.
Chi lo ha detto che i bambini non debbano vivere nel bosco? Nessuno, o almeno, nessuna di quelle persone che si stanno occupando dei bambini di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion. In questi mesi abbiamo letto ogni commento possibile, soprattutto di chi urlava contro gli assistenti sociali e i giudici che stavano rubando i bambini a una famiglia perbene. Che poi ricordava quella superstizione dell’Italia rurale e democristiana che diceva che i comunisti rubavano i bambini. Eccolo qui in qualche modo, il collante con le toghe rosse che ci proietta in piena campagna referendaria in un volo pindarico che mette insieme persone che vivono fuori dagli schemi, in un contesto che sembra attingere alle comunità anarchiche o a quelle della decrescita felice di Latouche e che hanno davvero poco a che fare con la destra italiana, tutta ordine e disciplina ma che per convenienza politica ha cavalcato l’onda dei no-vax e delle libertà individuali, contrapposte a quelle collettive.
Perché la famiglia nel bosco è la sintesi di questo contrasto tipico dei nostri tempi: una società pronta a difendere la libertà individuale anche a costo di passare sopra quelle collettive, a dire che i figli sono dei genitori e che solo loro possono decidere come crescerli. Vero, ma vale fino a un certo punto (cit. Tajani).
Come la famiglia viene segnalata agli assistenti sociali
Facciamo un passo indietro: Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno incontrato la prima volta gli assistenti sociali perché i loro figli sono finiti in ospedale per un’intossicazione da funghi a metà ottobre 2025 e perché i carabinieri hanno fatto un’ispezione nella loro casa e hanno trovato una condizione igienico-sanitaria grave e una casa senza bagno e senza elettricità. I bambini non erano nemmeno vaccinati. Cose gravissime a mio avviso, ma non altrettanto gravi come la non scolarizzazione, che non è solo parlare una lingua, leggere e scrivere, ma è socialità, è imparare a stare in un gruppo, in una collettività. Sei libero di scegliere per tuo figlio fin quando stai garantendo a tuo figlio gli strumenti per affrontare il mondo fuori dalla tua roccaforte in mezzo al bosco, perché prima o poi, che lo vogliano o meno i genitori, quel mondo dovranno conoscerlo e solo a quel punto,
con gli strumenti necessari ricevuti durante l’infanzia e l’adolescenza, potranno scegliere liberamente se farne parte o se vivere in un eremo o in una casa nel bosco. Lo Stato ormai va poco di moda: dalle tasse alle caste, lo strumento che dovrebbe garantire una vita dignitosa a tutti e tutte è in declino, ma è (ancora) lui il garante. La libertà individuale ha dei paletti e questi sono decisi dalle leggi, che tutelano anche le libertà collettive
Le libertà individuali e quelle collettive
Lo Stato dovrebbe garantire il diritto alla casa mentre questo governo rinvia il piano per l’edilizia popolare per l’ennesima volta, proprio mentre nelle città gentrificate aumentano gli sfratti. Lo Stato dovrebbe investire nell’istruzione di qualità ma che, con i tagli dei governi, sceglie le classi pollaio e di accorpare gli istituti per risparmiare
Lo stesso Stato che con il Presidente del Senato, la Presidente del Consiglio e uno dei due vicepresidenti, si schiera per una famiglia che ha scelto di non rispettare le leggi anche quando le viene proposta una casa green e un percorso di inserimento scolastico personalizzato per far recuperare ai bambini gli anni perduti. La scuola e la sanità sono le battaglie storiche per l’emancipazione sociale; d’altronde “anche l’operaio vuole il figlio dottore” era la frase che indignava la famosa Contessa di una canzone di Paolo Pietrangeli.
Una volta erano per l’ordine e la disciplina
La destra che una volta era tutta “ordine e disciplina” oggi invita al Senato chi quelle due parole le rifiuta in toto, anzi le trova talmente ripugnanti che preferisce isolarsi dal mondo.
Immaginate se fossero stati del Senegal o della Nigeria, la reazione sarebbe stata la stessa? In questo caso sono bianchi, buon per loro. Esattamente come con i no-vax questa famiglia è utile per attaccare i giudici, che in quanto comunisti non hanno mai smesso di mangiare i bambini, soprattutto quelli dei boschi.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
GIA’ VICE COMANDANTE SUPREMO NATO: “LA STRATEGIA AMERICANA E ‘ CONFUSA E RISCHIOSA. APRIRE LO STRETTO DI HORMUZ SIGNIFICHEREBBE SBARCARE TRUPPE E AFFRONTARE UNA GUERRA INFINITA”
“L’unica strategia di Trump è bombardare senza pietà. Ridurre l’Iran in macerie. Nessuno scopo militare chiaro”, dice il generale Shirreff. “Così rafforza la teocrazia iraniana. Altro che cambiamento di regime”. E l’Europa fa bene a tenersi fuori: “Deve trovare una soluzione che non comporti intervento militare”. Quella del presidente americano “è una guerra di arroganza”. Per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, “gli USA dovrebbero sbarcare truppe in Iran, rischiando la guerra senza fine”. Più probabilmente “Trump dichiarerà vittoria e si ritirerà” e
seguirebbero “anni di instabilità nella regione e un’offensiva terroristica globale da parte di un Iran diventato ancora più estremist”.
Sir Richard Shirreff è stato Vice Comandante Supremo Alleato in Europa (DSACEUR) della NATO dal 2011 al 2014. Ha guidato l’Allied Rapid Reaction Corps. Trenta anni di carriera militare. Esperto di geopolitica e sicurezza internazionale.
Sir Richard, qual è la strategia militare americana nella guerra all’Iran?
“Ma quale strategia? Strategia è disegnare un percorso verso un obiettivo. Ma Trump parla sempre e solo della destinazione, dello stato finale. E anche su questo, sembra una barca senza timone: prima dice di volere la resa incondizionata dell’Iran, poi il cambiamento di regime, infine la distruzione delle capacità nucleari e la distruzione dei missili. Niente però su come arrivarci. L’unica strategia sembra quella di devastare l’Iran senza pietà con bombardamenti infernali. Azione del tutto velleitaria. Senza uno scopo militare definito. Abbiamo un presidente americano che si è imbarcato in una guerra solo perché lo voleva lui. Una guerra di arroganza. Senza alcuna idea chiara di come finirà”.
Anche se non ha una strategia militare, Trump avrà motivi politici, per la guerra. Quali?
“Non sono evidenti. Quando dice di volere un nuovo regime a Teheran, indica un fine politico. Certo. Ma non lo otterrà mai bombardando. Anzi, così si aiuta il regime a trincerarsi, e a rafforzarsi. Vuole una “resa incondizionata”? Affermazione pretenziosa: il regime iraniano non si arrenderà mai incondizionatamente.
Vuole distruggere le strutture nucleari? Lo scorso giugno, quando l’America ha bombardato gli impianti nucleari iraniani, ci era stato detto che erano stati devastati. Credo proprio che Washington ci debba qualche informazione più chiara. Fatto sta che gli iraniani hanno in pratica chiuso il Golfo. Stanno stringendo il controllo sullo stretto di Hormuz. Se ci riescono, Trump è nei guai. Rischia un fallimento strategico. Rischia l’umiliazione. Da parte dell’Iran”.
Che sviluppi militari prevede, generale?
“È ragionevole assumere – tutte le informazioni open source lo confermano – che la capacità militare iraniana sia stata ridotta in modo drastico, in termini di missili. Ma si tratta soprattutto di fare un’analisi costi-benefici. Hanno ancora molti droni da
poche migliaia di dollari. E possono continuare a produrli. Ovvio che li lancino senza sosta su tutti gli stati del Golfo”.
Che tipo di guerra è?
“È una classica guerra asimmetrica. Gli iraniani non cercano di eguagliare le forze di America e Israele. Ma trovano modi per annullare i loro svantaggio. E controllando il Golfo, bloccando il traffico e le forniture di petrolio, stanno rendendo gli americani relativamente impotenti”.
Un obiettivo chiave per gli americani è l’isola di Kharg, da dove passa quasi tutto il petrolio dell’Iran. Quali sono gli scenari?
“Gli USA hanno attaccato Kharg per distruggere la capacità dell’Iran di esportare petrolio. Guerra economica. E ora pare che la vogliano proprio occupare. Ma qui vedo un problema: l’unico modo per prendere il controllo di Kharg è con una complessa e rischiosa operazione area. Truppe aerotrasportate.
Perché se provi a sbarcare soldati con un’operazione anfibia sulle spiagge di Kharg devi prima attraversare il Golfo, e lo stretto di Hormuz. Con le navi. Devi forzare lo stretto di Hormuz, insomma. Mica facile. E poi, una volta conquistata l’isola, cosa se ne fa? Forse può essere usata come pedina di scambio in una trattativa? O cos’altro? Voglio dire, ancora una volta: qual è la strategia? Non c’è chiarezza”.
Quanto durerà la guerra?
“So solo che l’effetto di tutto questo, qualunque cosa accada, durerà anni. Ci sono due opzioni. La prima è che gli americani lancino un’operazione per aprire lo stretto di Hormuz. Significa sbarcare truppe sul suolo iraniano per controllare la costa. Quanto resteranno, poi? Diventerà un’altra guerra infinita. Un nuovo Afghanistan?”.
Oddio, speriamo di no. L’altra opzione?
“È molto più leggera, per così dire. E secondo me è quella che Trump sceglierà. Semplicemente, dirà che la guerra è finita e se ne andrà. Dirà di aver vinto. Di aver distrutto le capacità militare iraniane. Missione compiuta.
Ma non ci sarà proprio niente di compiuto. L’Iran resterebbe in macerie, guidato da una teocrazia ancor più radicata ed estremista. Diventerebbe la fonte del terrorismo globale. Attacchi continui contro USA, Europa ed Occidente. Minaccia costante per la stabilità degli Stati del Golfo”.
Trump è molto arrabbiato con i partner — forse dire “alleati” è ormai improprio — della NATO perché non intervengono a suo fianco. L’Europa, Italia compresa, gli ha detto di no. Ci sarà ancora una NATO, dopo Trump?
“La NATO è già stata danneggiata in modo forse irreversibile da Trump. Fin da quando il suo vicepresidente JD Vance e il segretario alla Difesa – anzi alla Guerra – Pete Hegseth dissero che l’America non avrebbe più garantito la sicurezza europea.
Da allora, la difesa collettiva è in pericolo. Il presidente poi l’ha minata minacciando l’integrità territoriale di un Paese NATO. Con le sue pretese sulla Groenlandia, territorio danese. La fiducia tra gli alleati e l’America è stata annientata. Dopo che Trump è stato sprezzante e denigratorio verso gli alleati, non dovrebbe sorprendersi che quando li chiama a suo sostegno gli rispondano che questa è una guerra tutta sua, non della NATO. L’ha voluta e se la tiene. Da solo”.
E però ora richiama tutti all’ordine. Come se non fosse successo niente.
“Trump è costretto a rivalutare l’importanza dei Paesi europei. Che vorrebbero sì vedere il Golfo riaperto. Ma non è nell’interesse dell’Europa farsi trascinare nella guerra americana in Iran. Ed è esattamente quel che succederebbe se i membri della NATO inviassero navi per aiutare gli USA a forzare lo stretto di Hormuz”.
E allora che deve fare l’Europa?
“Il messaggio deve essere del tipo di quello del primo ministro canadese Mark Carney a Davos: gli europei devono unirsi in un’alleanza di potenze medie. Fondata sulla NATO. E trovare un modo per assicurare la riapertura dello stretto di Hormuz senza intervento militare”.
E Come?
“La sfida è non entrare in guerra nel Golfo. L’Europa non ha comunque sufficiente capacità militare. Dovrà trovare modi intelligenti per sciogliere un nodo parecchio intricato. Ci vorranno persone molto capaci, per farlo”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ONDATA INFLAZIONISTICA COLPIRA’ PRIMA DI TUTTO IL CIBO, POI I FERTILIZZANTI E I MICROCIP, CON CONSEGUENZE SU TELEFONI E PC…. E ARRIVERANNO ANCHE GLI INCREMENTI DEI MUTUI
Il petrolio, certo. E quindi la benzina e il gasolio. Ma la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz per la guerra tra Usa, Israele e Iran non provocherà soltanto rincari del carburante per il trasporto delle merci. Perché i prodotti che acquistiamo nei negozi arrivano a destinazione via camion, nave o aereo. E quindi gli aumenti dei prezzi si rifletteranno su tutte le merci trasportate, creando un’ondata inflazionistica che colpirà in primo luogo il cibo deperibile. Ma il blocco ha portato anche alla penuria di elio, il gas che si usa in medicina ma che serve anche serve a raffreddare le apparecchiature utilizzate per la produzione di semiconduttori. E questo è soltanto uno degli effetti a catena sui prezzi di beni e servizi.
Lo stretto di Hormuz, il cibo e i fertilizzanti
Tra i primi prezzi al consumo destinati ad aumentare ci sono i prodotti alimentari deperibili. Carne, latticini, frutta e verdura vengono trasportati e il costo del carburante conta nel formare il prezzo finale al consumatore. Poi, spiega la Cnn, ci sono anche i fertilizzanti. Il Medio Oriente infatti è uno dei primi fornitori mondiali di urea, una forma di azoto cristallizzato usata nei fertilizzanti a livello mondiale. Circa il 35% dell’urea mondiale e oltre il 20% dei fertilizzanti globali transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Un rincaro del prodotto inizierà a colpire prima di tutto gli agricoltori (tra cui quelli americani) anche perché nel frattempo si avvicina la stagione della semina.
L’elio e l’alluminio
Secondo l’ US Geological Survey oltre un quarto del gas elio mondiale proviene dal Qatar e transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Questa penuria si è già riflessa sui prezzi, secondo l’emittente americana: nei negozi di articoli per feste chiedono prezzi esorbitanti per gonfiare un palloncino. Ma questo è il minimo. L’elio si usa anche per i chip. La penuria renderà smartphone e computer più costosi entro la fine del 2026. L’elio è utilizzato anche in medicina per raffreddare le macchine per la risonanza magnetica. Attualmente l’industria lo ricicla e cerca anche di reperirlo da altre fonti. Ma un aumento degli esami medici è dietro l’angolo. Anche i prezzi dell’alluminio sono cresciuti, ma stavolta per i dazi imposti da Donald Trump. Ma il 20% del materiale grezzo proviene ancora una volta dal Medio Oriente. E quindi potrebbe arrivare un ulteriore rincaro.
Gas naturale, plastica e prodotti chimic
Anche i prezzi del gas naturale sono letteralmente schizzati alle stelle in Europa e in Asia, raddoppiando dall’inizio della guerra. Questo potrebbe far aumentare i prezzi in tutto il mondo e creare una maggiore domanda di gas naturale liquefatto statunitense, mantenendo i prezzi relativamente elevati per gli americani. La stessa sorte la subiranno i derivati del petrolio che diventano componenti chiave di materie plastiche, resine, polimeri e prodotti petrolchimici. Anche questi vengono prodotti principalmente dal Medio Oriente. L’ Independent Commodity Intelligence Services fa notare che la maggior parte della nafta asiatica, usata in vernici e detergenti, transita attraverso Hormuz, così come le resine e i polimeri per gli imballaggi.
I farmaci
Poi ci sono i farmaci. La guerra ha anche interrotto alcune rotte di trasporto aereo fondamentali, in particolare verso l’Europa. Questo è un problema perché alcuni farmaci devono essere spediti rapidamente e la chiusura dello stretto potrebbe portare a un aumento dei costi dei farmaci. Il Corriere della Sera fa anche notare che con il blocco per computer, giochi elettronici, telefoni e auto rischiano di tornare i problemi di produzione dell’uscita dalla pandemia. Con tanto di inflazione a doppia cifra. Intanto c’è chi si organizza. Gazprom per esempio ha sviluppato un impianto di produzione di elio sul fiume Amur, al confine con la Cina. Il gruppo di Mosca oggi ha il 13% del mercato mondiale. Il gas dei russi viaggia su strada verso la Cina, non passa per il mare. Così come il petrolio.
I mutui
Infine, oggi la Federal Reserve e domani la Banca Centrale Europea decideranno sui tassi d’interesse. Sia Christine Lagarde che Jerome Powell dovrebbero scegliere di lasciarli invariati. Ma nel medio termine, spiega oggi La Verità, si attendono aumenti. Che si ripercuoteranno sul costo dei mutui. Per esempio l’Euribor è già cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. «Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega al quotidiano Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
NOI SAREMMO LA CIVILTA’ E L’IRAN LE BARBARIE?
La coalizione Epstein ha assassinato il Segretario della Sicurezza Nazionale Ali Larijani.
Oramai niente di strano. Ci stiamo abituando alla normalizzazione dell’omicidio politico.
Comunque se guardo qualche foto di Larijani e le metto accanto ad una foto del suo equivalente americano Hegseth, non posso impedirmi di pensare che la fisiognomica sia una scienza ingiustamente trascurata.
Peraltro, in termini di curriculum, Ali Larijani aveva una laurea in informatica e matematica presso l’Università di Tecnologia Aryamehr, un master e un dottorato di ricerca in filosofia occidentale presso l’Università di Teheran. Ha pubblicato libri su Immanuel Kant (e tradotto Kant in farsi), su Saul Kripke e David Lewis. Larijani era membro della facoltà della Scuola di Letteratura e Scienze Umanistiche dell’Università di Teheran.
Pete Hegseth ha finito a calci una triennale in scienze politiche a Princeton, grazie alla sua partecipazione al team di basket. La madre di Hegseth disse di lui nel 2018 che era un maltrattatore di donne, che le umiliava, mentiva e le tradiva. E’ stato accusato di molestie sessuali, poi ottenendo il ritiro della denuncia con un obolo di 50.000 dollari alla vittima. A parte ciò vi invito ad ascoltare un po’ delle sue esternazioni in rete.
Che volete che vi dica, ogni volta che sento qualcuno che mi cerca di spiegare come noi saremmo la civiltà e l’Iran la barbarie mi viene da piangere.
I civilizzatori della coalizione Epstein mi sembrano gli Uruk-Hai di Saruman che si lamentano degli esseri umani, perché la carne umana non ha un buon sapore.
Andrea Zhok
(da Infosannio)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI AMBIENTI MAGA MONTA LA DELUSIONE: MELONI VIENE ACCUSATA DI AVER GIRATO LE SPALLE A TRUMP, O PEGGIO ANCORA DI PROVARE A TENERE IL PIEDE IN DUE SCARPE, PER PRESERVARE IL RAPPORTO CON GLI ALTRI EUROPEI
«Dimostra esattamente quello che sto dicendo da tempo, di fronte ad una narrazione mediatica totalmente falsa: Giorgia Meloni non è un ponte per l’America con l’establishment politico europeo». Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump, commenta così con Repubblica la risposta che la premier italiana ha dato alla richiesta del presidente di aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo stretto di Hormuz. Un po’ per criticarla, ma forse anche per stanarla, in caso stesse facendo il doppio gioco.
Il capo della Casa Bianca finora non ha criticato apertamente la leader di Roma, come ha fatto con i colleghi di Londra, Parigi e Berlino, nonostante l’attacco di ieri agli alleati della Nato riguardi tutti. Questo forse dipende dalla convenienza di non rompere con l’interlocutrice politica più vicina a lui nel Vecchio Continente (a parte Orbán che ha un peso minore) oppure da una sincera stima che ancora esiste. Negli ambienti vicini a Trump però la delusione è ormai esplicita, perché soprattutto il movimento Maga accusa Meloni di avergli girato le spalle, o peggio ancora di provare a tenere il piede in due scarpe, per preservare il rapporto con gli altri europei, senza però rompere o prendere davvero le distanze dal presidente americano. Bannon deve averlo capito e cerca di stanarla, lanciando un avvertimento: «Questo comportamento avrà enormi implicazioni per quanto riguarda l’Ucraina. Dopo essere stati presi in giro dalla Nato, non vedo come il popolo americano possa appoggiare ulteriori finanziamenti o garanzie di sicurezza».
Il messaggio è chiaro: se davvero stai prendendo le distanze solo per convenienza, ma non intendi voltare le spalle a Trump, devi dimostrarlo con i fatti, altrimenti perderai l’appoggio sulla questione di politica estera che ti interessa e ti tocca più da vicino, e sulla quale ti sei spesa. Perciò Bannon spiega così la sua critica a Meloni, che non può o non vuole fare da ponte con l’Europa: «Quando gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, si è tirata indietro». Dunque se il suo obiettivo di lungo termine non è rompere davvero con Trump, o comunque prendere le distanze da lui, dovrebbe dimostrare la propria sincerità e lealtà verso il presidente con i fatti, assumendosi i costi economici e i rischi militari di una missione navale congiunta per riaprire lo stretto, anche perché da qui passano il petrolio e il gas necessari all’Italia e al Vecchio continente, non agli Usa.
Questa sfida ora è centrale, perché da essa dipende l’esito di una missione che Bannon e la base Maga non avevano in realtà mai voluto. Lui spiega così le sue riserve: «Ci sono divergenze tra Usa e Israele sugli obiettivi della campagna. Il momento di svolta è avvenuto quando lo Stato ebraico ha bombardato le infrastrutture petrolifere iraniane, perché ciò va contro gli interessi americani».
Il motivo non è solo preservare il greggio, che comunque è un aspetto fondamentale dell’operazione, ma anche l’esito dell’intervento: «Facendo così si alimenta il nazionalismo persiano, che riavvicina la popolazione al regime, o comunque lo rafforza, perché sentendosi attaccati gli iraniani hanno prima di tutto la necessità di difendersi». Quindi ora che l’intervento è in corso e le forze armate americane stanno decimando quelle iraniane, o comunque le loro capacità militari, prima di mandare i Marines a terra per occupare l’isola di Kharg, o peggio ancora per puntare su Teheran, sarebbe necessario strozzare le risorse finanziarie del regime: «Dovremmo andare a Dubai, e gli altri luoghi pirata del Golfo usati per riciclare i soldi del regime, sequestrando tutto. Questo perché soffocherebbe il governo, ma anche perché nei mesi scorsi sono state le difficoltà economiche a generare le proteste che potrebbero farlo cadere».
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile
CHI NON RISPETTA LA MORTE NON RISPETTA LA VITA
L’inferno esiste solo per chi ne ha paura, cantava De André. Lettura poetica e profonda non
dell’inferno, che non esiste se non come luogo immaginario e letterario, ma degli uomini: che esistono eccome, e l’inferno se lo somministrano l’uno con l’altro nel corso della vita (a volte anche il paradiso, ma sono momenti molto più rari).
Ecco dunque il ministro israeliano Katz annunciare ufficialmente che gli ulteriori leader iraniani uccisi dagli attacchi dell’Idf sono finalmente stati spediti “nel profondo dell’inferno”.
Il pensiero è identico a quello degli uccisi, che uguale destinazione amano augurare agli “infedeli”: a conferma del fatto che questa è anche una guerra di religione, o quantomeno di religiosi, con i reverendi americani benedicenti Trump, gli invasati biblici al governo di Israele, gli islamisti fanatici che hanno messo in catene l’Iran. E tutti che tirano in ballo Dio per ogni loro nefandezza, per ogni loro delitto contro la vita, per ogni loro anatema contro chi non recita i loro stessi salmi, versetti, giaculatorie.
Katz si rassegni. Si capisce che essere semplicemente un assassino di assassini non gratifica quanto essere un esecutore della volontà divina.
Ma i suoi nemici, esattamente come capiterà a lui e a ciascuno di noi, non sono all’inferno. Più semplicemente sono morti, scomparsi per sempre, condizione che da sé sola basterebbe a dire l’enormità della fine e a sconsigliare di affrontare quella enormità con le turpi piccolezze del fanatismo religioso. Chi non rispetta la morte non rispetta la vita, questa forse la può capire perfino Katz.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »