Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
LO RIVELA IL CUGINO DELLA VITTIMA: “GLI DICEVA: ‘IO TI TOGLIERÒ DA QUA IN OGNI MODO. IO PRIMA O POI TI AMMAZZO'” – DIVERSI TESTIMONI ASCOLTATI DAGLI INQUIRENTI HANNO PARLATO DI ESTORSIONI AI DANNI DEI PUSHER: DA ACCERTARE PURE EVENTUALI COMPLICITÀ DI ALTRI POLIZIOTTI
C’è l’ipotesi che Carmelo Cinturrino, il poliziotto in carcere per aver ucciso Abderrahim
Mansouri il 26 gennaio, volesse controllare la piazza di spaccio di Rogoredo, sostituendo il ruolo che là aveva la famiglia Mansouri con quello di spacciatori attivi in zona Corvetto, come possibile movente dell’omicidio volontario.
Emergerebbe, in particolare, da testimonianze raccolte in questi giorni e, comunque, questo aspetto deve essere ancora valutato e approfondito con eventuali riscontri dalla Procura di Milano.
Nell’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile della Polizia e coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, sono stati sentiti negli ultimi giorni almeno una dozzina di testimoni, tra pusher, tossicodipendenti e altre persone che hanno parlato di quel “contesto” fatto di presunte richieste di soldi e droga da parte dell’assistente capo del Commissariato Mecenate, di cui avevano già parlato alcuni colleghi. E’ stato ascoltato anche il giovane tunisino che venne arrestato per spaccio da Cinturrino nel 2024 e poi assolto poco più di un anno fa.
Mentre gli inquirenti lavorano per trovare elementi a riscontro delle presunte ipotesi di estorsione, tentata estorsione e sulle accuse per fatti di droga nei confronti dell’agente e per accertare pure eventuali complicità di altri poliziotti, dai testimoni viene a galla quel possibile movente dell’uccisione.
E di cui ha parlato il cugino della vittima anche in un’intervista al Tg3 il primo marzo. “Voleva appropriarsi di quella zona lì per poter mettere i suoi spacciatori italiani lì, non in palazzina al Corvetto ma a Rogoredo – aveva detto – perché c’era più via vai. Gli diceva: ‘Io ti toglierò da qua in ogni modo. Io prima o poi ti ammazzo'”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL RIFERIMENTO E’ ALL’EDITORIALE VERGATO DA ULF POSCHARD DOPO LE ELEZIONI NELLA REGIONE BADEN WUERTTEMBERG, IN CUI SI INCORAGGIAVA LA CDU A CERCARE IL DIALOGO CON LE SVASTICHELLE DI AFD
Eccoci tornati con il primo risultato elettorale del Superwahljahr da discutere: in Baden-Württemberg si è votato e il risultato ha dato materiale di riflessione anche
ai politici berlinesi. Le elezioni hanno dato il la alle quattro consultazioni cruciali di quest’anno che rischiano di cambiare le carte in tavola anche per Friedrich Merz: nel frattempo, si guarda con preoccupazione anche al risultato di AfD che ha performato particolarmente bene anche in un Land dell’ovest.
Le elezioni regionale in un Land grande, popoloso e ricco hanno restituito nelle urne una conferma dello status quo: i Verdi governavano con il sostegno della Cdu e i Verdi continueranno a governare con il sostegno della Cdu. Cambia solo il governatore, il Minischderpräsidend, per dirla con l’accento tipico della zona, morbido e un po’ cantilenante.
Piuttosto, Merz ha cercato di chiudere il discorso il prima possibile. E con l’occasione ha ribadito che non ha intenzione di fare cosa comune con AfD. Rivolgendosi a «tutti quelli che me lo chiedono, anche da qualche gruppo editoriale»: il riferimento è all’editoriale di Ulf Poschardt. Nei giorni scorsi, l’editore della Welt aveva incoraggiato la Cdu a cercare il dialogo con AfD in Baden-Württemberg per issare Manuel Hagel a governatore della regione nonostante il secondo posto.
Non è la prima volta che la galassia di Axel Springer appare favorevole a una convergenza tra cristianodemocratici ed estrema destra: la reazione di Merz però dimostra quanto i vertici di partito siano però sensibili alla questione in questo periodo.
È vero, Stoccarda avrebbe dovuto dare il via a un trionfo negli altri tre Land che vanno al voto, e nonostante il tentativo del cancelliere di minimizzare, ribadire il fatto che alla fine Verdi e Cdu avranno lo stesso numero di seggi nel parlamentino e sottolineare come l’elettorato abbia apprezzato politica estera e riforme del governo berlinese, anche dentro il partito non sono tutti soddisfatti.
Axel Springer – che oltre a Welt edita anche Bild e Politico – è sotto la lente d’ingrandimento anche nel Regno Unito, dove la sua scalata al gruppo Telegraph è sotto la lente d’ingrandimento dell’autorità della ministra della Cultura. L’offerta è di quasi 665 milioni di euro e Lisa Nandy si è ripromessa di verificare che risponda alle norme che regolano il panorama mediatico britannico.
La proposta del gruppo tedesco ha mandato in soffitta un’offerta concorrente del gruppo che edita il Daily Mail Dmgt. Non è la prima volta che Springer muove per conquistare il Telegraph: era già successo una ventina d’anni fa e ora il grupp berlinese si propone di farne «il medium conservatore in lingua inglese più letto del mondo anglofono» ha spiegato il numero uno Matthias Döpfner.
Prendiamo come spunto l’editoriale di Robert Misik pubblicato sulla Taz per tornare su un tema fondamentale come la discussione sul futuro della Berlinale. Dopo che il vincitore dell’edizione di quest’anno, Abdalla Alkhatib, ha accusato la Germania di essere complice nel genocidio di Gaza, la direttrice è stata messa in discussione nel dibattito pubblico per le dichiarazioni anti-israeliane del regista siriano-palestinese.
Alla fine – a differenza di quanto era sembrato inizialmente – Tricia Tuttle rimarrà al suo posto, anche dopo la mobilitazione di un gran numero di intellettuali e artisti. Misik insiste però su quanto sia importante mettere dei paletti su cosa ancora “ci permettiamo” di dire: a fronte di un rischio sempre maggiore di ricevere attacchi da destra, sinistra, o anche dai moderati, intellettuali e artisti finiscono per autocensurarsi. E questa non è una scelta che può portare lontano.
A rendere la prospettiva particolarmente preoccupante, si legge nella Taz, è il fatto che a fare da arbitro nelle dispute culturali attualmente c’è Wolfram Weimer, un sottosegretario alla Cultura che tende più verso il Kulturkampf che la creazione di un ambiente in cui tutti si sentano liberi di dire la propria.
Lo scenario non è rassicurante, in Germania come in Italia: per Misik la strategia dell’evasione dal dibattito per non dover affrontare shit storm verbali e reputazionali rischia di essere però soltanto un’accelerazione verso il momento in cui «ci svegliamo in un mondo dei Trump o di nemici dell’arte antiliberali e autoritari come Weimer, che non esitano a dare alle fiamme anche il minimo sindacale di diritti civili».
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SUBITO PRIMA IL TG2 AVEVA INCOLLATO AL TV UN MILIONE E MEZZO DI SPETTATORI CON IL 12.5% – L’USIGRAI TUONA: “UN COLLABORATORE PAGATO MILLE EURO AL MINUTO, 11MILA A PUNTATA, CHE HA ESORDITO DICENDO AGLI ITALIANI CHE NON DEVONO LAMENTARSI DEI RINCARI DOVUTI DALL’ATTACCO ALL’IRAN”
Due di picche: mai titolo fu più profetico. È quello che hanno dato i telespettatori a
Tommaso Cerno e alla sua striscia quotidiana che lunedì ha debuttato su Rai2 con un misero 5,4% di share.
I quattro minuti scarsi di editoriale su Trump e la guerra in Iran, condito da inevitabile endorsement per il governo, hanno prodotto una fuga in massa di ascoltatori: solo in 632mila sono rimasti sintonizzati sul secondo canale che, durante il Tg2 delle 13, aveva invece registrato uno share del 12,5%, pari a circa un milione e mezzo di persone.
Non appena, alle 13,57, il direttore del Giornale è apparso in video, il crollo […] 2 di picche ha totalizzato persino meno di Medicina 33, fino all’altro ieri collocato nello stesso orario.
Certo, la speranza della Rai meloniana è che sia solo una questione d’abitudine [
È quel che sostiene, sebbene con stridore di unghie sugli specchi, la capo ufficio stampa Cora Boccia: «Il programma di Cerno è durato solo tre minuti ed è quindi difficilmente paragonabile agli spazi precedenti o successivi, che hanno, come ad esempio Ore 14, una durata di 50 minuti e vivono di una curva di più ampio respiro». Risposta che comunque tradisce delusione per un inizio non proprio promettente.
Durissimo l’esecutivo Usigrai, che ha messo in fila gli ultimi flop di TeleMeloni: «Non contento dell’enorme danno di immagine dopo la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non pago di aver ridotto ai minimi termini l’audience di Raitre, questo vertice aziendale è riuscito a mettere nuovamente in grande difficoltà l’azienda e chi ci lavora chiamando l’ennesimo esterno», denuncia il sindacato.
«Un collaboratore pagato mille euro al minuto, 11mila a puntata, che ha esordito dicendo agli italiani che non devono lamentarsi dei rincari dovuti dall’attacco all’Iran», spiega, riepilogando i contenuti della striscia. «Pura propaganda, pagata con il canone». Proseguita anche ieri, quando Cerno si è esibito in un’arringa pro-sì al referendum. «Ha violato la par condicio, intervenga l’Agcom», tuona il Pd.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SE MARTELLA VINCERÀ LE ELEZIONI, INTERVENIRE SULLA NOMINA (IL SINDACO È PRESIDENTE DELLA “FENICE”) SARÀ PIÙ COMPLICATO DEL PREVISTO…LE POLEMICHE NON SI FERMANO E LE PROTESTE NEMMENO
Ascolto, dialogo, compromesso? Macché. Sulla nomina di Beatrice Venezi alla Fenice è sempre muro contro muro. L’ultima curiosa mossa l’hanno fatta i pro-Venezi.
Ieri il sindaco, Luigi Brugnaro, ha convocato il consiglio d’indirizzo della Fondazione che, dopo che gli è stata inflitta la lettura di una relazione di cinque pagine del sovrintendente, Nicola Colabianchi, ha rinominato la nominata. Curiosamente, Colabianchi ha chiesto il voto dei consiglieri dopo che, da mesi, lui e i giornali amici ripetono che la scelta del direttore musicale è di sua esclusiva competenza.
Tant’è: il consiglio, interamente dominato dal centrodestra con rappresentanti di Governo, Regione e Comune, ha ovviamente dato il via libera, anche se è stato notato che mancava il consigliere del Mic che è un musicista e, malignano a Venezia, l’unico a sapere di cosa si stia parlando.
Dal consiglio è uscito un comunicato che ribadisce quindi la nomina di Venezi a direttrice musicale, da ottobre e per quattro anni, con le solite motivazioni: il curriculum della signora, il fatto che sia giovane, donna e garantisca una fantomatica “innovazione” che nessuno finora ha spiegato in cosa e come si concretizzerà. Pare che questo ulteriore e apparentemente pleonastico passaggio sia stato “ispirato”, diciamo così, dal sottosegretario con delega ai teatri lirici, Gianmarco Mazzi, grande sponsor di Venezi la cui scelta è stata fatta, come a suo tempo ammise incautamente Brugnaro, dopo “pressioni” da Roma. Non si capisce bene perché si dovesse ri-ratificare quanto già deciso, ma repetita iuvant.
Le motivazioni, in realtà, sono squisitamente politiche. A Venezia si vota fra due mesi, Brugnaro non può ricandidarsi, il centrodestra non ha potuto schierare il candidato che ha avrebbe vinto a valanga, Luca Zaia, e quello che alla fine è stato deciso, Simone Venturini, è dato perdente dai sondaggi contro il candidato del centrosinistra, Andrea Martella.
E naturalmente la Fenice è oggetto di scontro elettorale. Martella ha già annunciato che l’unico modo di uscire dal vicolo cieco in cui Mazzi and friends hanno messo la Fenice è “resettare” tutto, cioè sbarazzarsi di Colabianchi e dei suoi amici.
E infatti ieri Martella ha subito martellato la nomina parlando di «schiaffo alla città e al Teatro», di «arroganza», di «scelta sbagliata nel metodo e nei tempi», il cui significato politico è «voler blindare una nomina a poche settimane dal cambio del presidente del consiglio d’indirizzo».
Di certo, le polemiche non si fermeranno e le proteste nemmeno. «Scelta imposta dall’alto, contro i lavoratori e contro la città», dice il segretario della Cgil Venezia, Daniele Giordano.
Nei giorni scorsi, il neonato Comitato Fenice Viva ha realizzato una protesta clamorosa, stendendo dai palchi due striscioni con le scritte «W l’Orchestra» e «W il Coro», acclamato dall’intero pubblico in piedi.
Delle ricercatissime spillette simbolo della protesta ne sono già state distribuite 12 mila. E intanto due concerti della Fenice annunciati in diretta su Rai Radio3 sono invece andati in differita, non sia mai che qualche ascoltatore colleghi le ovazioni che accompagnano ogni apparizione degli orchestrali ribelli alla protesta.
Venezi, peraltro, a ottobre diventerà pure direttrice musicale ma per il momento non ha intenzione di dirigere alcunché: forse non la Fedora inaugurale (si dice che abbia fatto sapere che regista e cast non sono all’altezza, ma forse è troppo surreale per essere vero) e di certo non il Concerto di Capodanno.
(da La Stampa)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL PATRIMONIO DI ELON MUSK SALE A OLTRE 839 MILIARDI DI DOLLARI: È L’UOMO PIÙ RICCO MAI REGISTRATO SULLA TERRA
Il patrimonio netto stimato di Elon Musk, pari a 839 miliardi di dollari, lo rende l’uomo
piùricco mai registrato sulla terra, a guidare un club di paperoni che ha visto le fortune complessive aumentare nell’ultimo anno al massimo storico di 20.100 miliardi.
Secondo la tradizionale classifica di Forbes sulle valutazioni al primo marzo 2026., il patron di Tesla e SpaceX è al vertice per il secondo anno di fila, dopo che il suo patrimonio è aumentato di circa 500 miliardi di dollari negli ultimi dodici mesi, trainato dalle crescenti valutazioni delle sue società.
È la prima persona in assoluto, per altro verso, a superare la soglia degli 800 miliardi di dollari ed è sulla buona strada per diventare il primo al mondo a tagliare il traguardo a quota 1.000. Musk ha superato le difficoltà accusate dai corsi di Borsa delle sue aziende durante l’impegno al Doge di taglio dei costi alla macchina amministrativa Usa e di supporto esplicito all’amministrazione Trump.
Le fortune di Musk ammontano a più di tre volte quella dei nomi successivi nella lista di Forbes, che ha raggiunto il record di 3.428 individui ed è popolata in cima da altri colossi della tecnologia. I cofondatori di Google, Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237 miliardi) si sono classificati al secondo e terzo posto. Mentre il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, è quarto con 224 miliardi e il numero uno di Meta, Mark Zuckerberg, è quinto con 222 miliardi.
L’attuale classifica presenta circa 400 miliardari in più rispetto alla classifica di Forbes del 2025, un’ondata di ricchezza alimentata dall’impennata del mercato azionario dovuta in parte all’ottimismo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale.
Trump è salito al 645/mo posto, rispetto al 700/mo dei 12 mesi precedenti. con asset per 6,5 miliardi, in aumento di 1,4 miliardi. Tra i principali fattori che hanno contribuito alla crescita della ricchezza del presidente Usa ci sono centinaia di milioni di dollari legati alle criptovalute da lui promosse.
Trump ha anche beneficiato dell’annullamento da parte di una corte d’appello di New York di una sanzione civile di 518 milioni per un caso di frode. “Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump ha finora ampiamente ripagato il miliardario capo di Stato – ha rilevato Forbes -. Che si tratti di concludere affari in Medio Oriente, di promuovere le sue criptovalute o di ospitare personaggi illustri nelle sue proprietà, Trump ha dimostrato che lui e la sua famiglia sono ancora in attività”.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
STANDO ALLE DISPOSIZIONI MINISTERIALI, SÌ: A VIA ARENULA È PRASSI COMUNE FARSI DARE IL VIA LIBERA PER EVENTI PUBBLICI. NON È CHIARO SE L’ABBIA CHIESTO, ESSENDO LEI PIÙ POTENTE DEL MINISTRO (NORDIO SI È SCUSATO PER LEI, MANCO FOSSE LUI IL CAPO DI GABINETTO)
I leghisti ricordano che le interviste in televisione, come quella sciagurata fatta da Bartolozzi a Retecolor, devono essere tutte autorizzate. «Lo dicono le regole. Lei era stata autorizzata?», chiede un big della Lega. Al ministero non ne sanno nulla, ma la risposta, forse, la conosce solo Nordio.
L’insofferenza nei confronti della capo di gabinetto sta crescendo. Eppure di dimissioni non se ne è mai parlato. Neanche nel caso di vittoria del Sì al referendum. In quel caso sarebbe proprio Bartolozzi a doversi sedere al tavolo per concordare i decreti attuativi della riforma con la magistratura che voleva «togliere di mezzo». Sarebbe «un problema, più che un imbarazzo», sostengono nel governo. Lei, oltre a Nordio, può contare solo sull’appoggio del sottosegretario Andrea Delmastro, di FdI. Un tandem che sarebbe nato – malignano nel centrodestra – per reciproca utilità: da una parte Bartolozzi avrebbe ottenuto una copertura politica dal partito di maggioranza relativa, e dall’altra l’esponente di Fratelli d’Italia avrebbe ricevuto aiuto dalla capo di gabinetto, che ha le chiavi del ministero, per poter tenere più facilmente un occhio su Nordio.
Un capo di gabinetto deve essere espressamente autorizzato prima di rilasciare interviste?
Secondo il Codice di condotta ministeriale (articolo 13 comma 2), “i rapporti istituzionali con i mezzi di informazione sono tenuti dal Ministro della giustizia e dal suo Ufficio Stampa, nonché dalle persone espressamente autorizzate”.
La regola vale anche per i capi gabinetto? In base al succitato Dpr sembrerebbe di sì. Ma va precisato che sullo stesso punto il Dpr è sostituito dall’articolo 2 commi 1 e 2 del Codice ministeriale con ulteriori disposizioni specifiche che ne precisano il perimetro.
All’art 2 comma 1 si legge: “Le disposizioni del presente Codice si applicano al personale amministrativo, dirigente e delle aree funzionali, con contratto a tempo indeterminato e determinato, nonché al personale amministrativo contrattualizzato e non, che presta servizio in posizione di comando, distacco o fuori ruolo, alle dipendenze del Ministero della giustizia, compreso il personale assunto a tempo determinato, rientrante nelle linee progettuali del Pnrr come declinate dal decreto-legge 9 giugno 2021, n. 80, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2021, n. 113, nell’Amministrazione centrale e periferica nonché negli uffici giudiziari”; e all’art. 2 comma 2 “le disposizioni del Codice si estendono, in quanto compatibili, a tutti i collaboratori esterni o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o incarico e a qualsiasi titolo, nonché ai collaboratori a qualsiasi titolo di imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzano opere in favore dell’Amministrazione”.
Insomma, dalle disposizioni sembrerebbe che Bartolozzi avrebbe dovuto essere autorizzata, e in effetti al ministero è prassi comune farsi dare il via libera per eventuali interventi pubblici.
Ma in questo caso che cosa è successo? Dal ministero della Giustizia non fanno sapere se Bartolozzi abbia effettivamente chiesto l’autorizzazione e nemmeno se il ministro Nordio gliela abbia concessa.
(da agenzie)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
DAI DAZI ALLA GUERRA IN IRAN, NON C’E’ AZIONE DEGLI USA CHE NON ABBIA FATTO MALE ALL’ITALIA… DA “PRIMA GLI ITALIANI” A “PRIMA GLI AMERICANI”
Uno. Dazi sulle esportazioni, a noi che di export ci campiamo. Dazi a cui noi abbiamo
risposto chinando il capo e che sono stati bocciati dalla Corte Suprema Americana, non certo da noi che dovremmo essere, in teoria, la controparte.
Due. L’imposizione di nuove spese militari, con la minaccia nemmeno velata di fare strame dell’articolo 5 della Nato. Spese che arricchiranno l’industria militare americana. E che, visto il bilancio, il deficit e la crescita zero che ci ritroviamo, finiranno per essere finanziate tagliando altro, magari la scuola o la sanità.
Tre. Una bella guerra contro l’Iran, Paese di cui siamo storicamente tra i principali partner commerciali.
Quattro. Una bella guerra che ha scatenato una crisi petrolifera in Medio Oriente, cui si è aggiunta la solita mossa speculativa che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi della benzina, che pagheremo più di altri.
Non bastasse (cinque) ci toccherà pure dare una mano alla guerra in Iran, se Trump ce lo chiederà, mettendo a rischio anche la sicurezza del nostro territorio, ed esponendoci al rischio di ritorsioni militari da parte dell’Iran.
Non stiamo estremizzando il concetto. Stiamo mettendo in fila dei fatti. Non c’è azione degli Stati Uniti d’America da gennaio 2025 a oggi – se ve ne viene in mente una, ditecelo – che non abbia arrecato un danno all’Italia, che non abbia acuito le difficoltà della nostra economia, che non abbia peggiorato i nostri saldi di bilancio, che non ci abbia arrecato difficoltà nelle nostre relazioni internazionali. E non c’è “patriota” al governo – se ve ne viene in mente uno, ditecelo – che abbia anche solo speso mezza parola di critica o biasimo – non ci azzardiamo nemmeno a pretendere un No – nei confronti del presidente americano e dei suoi sodali. Facile fare i nazionalisti e fare la faccia dura dicendo “prima gli italiani” coi migranti sui barconi e coi “maranza”, no?
Dicevamo: questi, gli Usa di Donald Trump, sono il nostro miglior amico sullo scacchiere internazionale, il nostro alleato di ferro. Figuratevi se fossero nemici.
E questo, quello di Giorgia Meloni, è il governo dei “patrioti”, che hanno a cuore l’interesse nazionale prima di ogni cosa. Figuratevi se non lo fosse.
(da Fanpage)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
SBERLA A MELONI, GIUSY BARTOLOZZI NON SI SCUSA… FI E LEGA LA SCARICANO, LEI RESTA PERCHE’ CONOSCE TROPPI SEGRETI
La scena è quasi surreale. Una capa di gabinetto che non solo si impunta, ma sconfessa il “suo” ministro e la presidente del Consiglio, facendo infuriare i piani alti del governo. I quali, evidentemente, non hanno la forza per cacciarla o pretendere un comportamento diverso. È questo il cortocircuito in cui si è cacciata Giusi Bartolozzi, dopo che sabato, durante un confronto tv, ha paragonato la magistratura a un “plotone di esecuzione” e detto di voler “togliere di mezzo i magistrati”. Ieri ci si aspettava le sue scuse, anche perché Palazzo Chigi aveva fatto filtrare un certo fastidio per la vicenda, invece Bartolozzi, “zarina” del ministero della Giustizia nonché ex parlamentare di Forza Italia, non si scusa e rilancia pure.
È tardo pomeriggio quando la capa di gabinetto di Carlo Nordio rilascia una dichiarazione all’Ansa. La prende larga: “Nel confronto di sabato avevo appunto ribadito la piena fiducia verso la categoria nel suo complesso e l’importanza della riforma come strumento in grado di restituire a essa una credibilità. In questo contesto spiegavo che la particolare attenzione data dal governo al processo penale deriva dalla drammaticità degli effetti che esso porta nella vita delle persone, delle famiglie, delle aziende, specie quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male. Effetti che nessuna assoluzione è in grado di cancellare”.
Poi l’affondo: “Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva quindi allo stato di assoluta prostrazione in cui ci si trova in questi casi, esattamente come colui che, postovi davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita”. Zero scuse, nessun passo indietro. Anzi, la conferma di quel paragone, pur limitato ad alcuni casi. C’è semmai una “presa d’atto” di polemiche su parole “piegate a una lettura fuorviante”: “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi, in più di un’occasione, ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”.
A rendere grottesca la faccenda c’è il fatto che negli stessi minuti Nordio, che non avrebbe avuto contatti con Bartolozzi, risponda ai giornalisti a margine di un evento lasciando intendere che quest’ultima avrebbe avuto tutt’altro atteggiamento: “Penso
che probabilmente farà le sue scuse per quelle parole, che forse sono state un po’ troppo enfatizzate”. Concetto già espresso in mattinata, quando il ministro aveva difeso la zarina blindandola nel suo ruolo (“le dimissioni non sono prese in considerazione”) ma anticipando un fantomatico ravvedimento: “Sono certo che la dottoressa Bartolozzi si scuserà”.
Fin qui Nordio. Ma è la stessa Giorgia Meloni a essere furiosa per il caso. Già lunedì sera Palazzo Chigi aveva fatto trapelare il malumore della premier, ieri poi ecco “fonti di governo” far sapere che il caso, che “non è piaciuto” a Meloni, “verrà gestito internamente”: “Bartolozzi deve tenere a freno la lingua”, è uno dei commenti riportati dalle stesse fonti. Ma d’altra parte bastava sentire Alfredo Mantovano, sottosegretario e fedelissimo della premier, che in mattinata aveva bollato come “infelice” la frase della zarina. A difenderla resta solo qualche esponente di Fratelli d’Italia, più per dovere d’ufficio che altro. Giovanni Donzelli se la prende con la sinistra “senza argomenti” che “parla di gossip”, ma il resto della maggioranza dimostra di aver mollato Bartolozzi. Il portavoce di FI Raffaele Nevi parla di “un errore”, il capogruppo Paolo Barelli col Fatto usa il sarcasmo: “Bartolozzi chi? Sicuramente dice il contrario di quello che stiamo promuovendo”. E Giorgio Mulè arriva a dire: “Avevo sperato nel suo passo indietro”. Per la Lega parla Stefano Candiani, un altro che si mostra scocciato dall’uscita della capa di gabinetto: “È stata inopportuna, un bel tacer non fu mai scritto. Con queste cose non si vince il referendum”.
Non a caso l’opposizione da un lato chiede le dimissioni di Bartolozzi (“la toppa è peggio del buco”, dice il Pd), dall’altro festeggia per il regalo inaspettato. Silenzio gelido dal Quirinale che aveva chiesto di evitare scontri istituzionali. Anche i centristi, molti dei quali voteranno Sì, parlano di “parole gravissime” e Matteo Renzi interverrà oggi in Senato per incalzare Meloni proprio sul tema. Perché finora la premier ha provato a risolverla “internamente”, ma non è bastato. Nel dubbio Bartolozzi non ci sarà domani all’evento di Milano a cui parteciperà anche Meloni. Obiettivo: evitare, per quanto possibile, di oscurare la premier.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA GUERRA IN IRAN, IL RISCHIO RINCARI, LE GAFFE DEI MINISTRI, IL CASO BARTOLOZZI… E UN ELETTORATO CHE NON SOPPORTA IL SERVILISMO VERSO TRUMP
De-trumpizzarsi. Per Giorgia Meloni è una mission impossible, ma in qualche maniera
stamattina alle 9 e 30 al Senato, e nel pomeriggio alla Camera, dovrà provare a mettere una distanza di sicurezza fra sé e Donald Trump, il presidente della guerra (la proposta del Nobel per la pace ormai appare come un amarissimo autogol), che a mezzo Corriere della Sera le ha recapitato complimenti che in altri
momenti avrebbe venduto come una medaglia («una grande leader», «una mia amica»), e ora sono un’altra fonte di imbarazzo.
La guerra israeloamericana sembra far girare la ruota, il vento. L’elettorato di Fratelli d’Italia, l’elettorato di Meloni, è «né né», come lei: non deluso dal governo, neanche entusiasta. La premier ha perso la spinta propulsiva? Ma il vero buco nero è la politica estera e le alleanze internazionali: secondo il sondaggio di Izi per il nostro giornale, pubblicato martedì e analizzato da Marco Damilano, per il 58,1 per cento il governo deve essere più autonomo dal presidente Usa, per non dire da Benjamin Netanyahu.
Sull’Ucraina quasi il 60 per cento crede che sarebbe meglio sospendere gli aiuti militari. Del resto il suo senso politico non aveva bisogno dei sondaggi: negli ultimi tempi Meloni, senza smettere di appoggiare Volodymyr Zelensky, lo ha sbianchettato dai discorsi. E sulla guerra di Trump e Netanyahu contro Teheran si è attestata su un «né, né» che in altri tempi avrebbe bollato come codardia tartufesca.
La detrumpizzazione
Oggi per lei può essere il D day, l’inizio dell’operazione-rimonta. Oppure il giorno della verità. Comunque vada, questa giornata sarà un bivio, forse il primo vero della legislatura: può riprendere le redini della comunicazione del suo governo e della sua maggioranza, che in quest’ultima settimana è andata a briglie sciolte cioè a rotoli: da una legge elettorale apparsa per quello che è, un tentativo disperato – disperatamente oggi i suoi cercano di dialogare con il Pd – alle gaffe dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, alla Waterloo di Giusi Bartolozzi, la donna forte di Nordio (il ministro Luca Ciriani minimizzava, ma le opposizioni continuano a cannoneggiare).
Oppure farsi saltare i nervi e lasciar esplodere l’irritazione accumulata, magari nelle repliche a braccio (le opposizioni proveranno a provocarla) ma così compromettendo le previsioni di voto del referendum: che è solo fra undici giorni. Con incalcolabili conseguenze, che possono spingersi fino all’incubo di iniziare con una clamorosa storta la cavalcata verso le prossime politiche.
È per questo che ha voluto anticipare dal 18 marzo a oggi le comunicazioni sul Consiglio europeo: parlare della guerra in Iran alla vigilia del voto era rischioso. Ma le opposizioni non mollano: di qui alla riunione del 19 e 20 marzo troppe cose possono cambiare. Anche su questo la premier ha dovuto capitolare e mettere in conto di tornare in parlamento. A sera la destra ipotizzava di presentare due risoluzioni diverse, una sull’Iran e una sul Consiglio. Resta un pasticcio.
Meloni tenterà di dimostrare di non essere (più) una MAGA. Lo confermano i forzisti più ciarlieri, come il senatore Maurizio Gasparri: «In queste situazioni ci sono due scelte: o fare i camerieri bombardieri, come fece D’Alema nel 1999 agli ordini di Clinton senza informare il parlamento, oppure osservare le questioni che accadono senza fare i camerieri-bombardieri. La sinistra, prima con D’Alema e poi con “Giuseppi”, ha fatto da cameriere agli americani. Noi osserviamo con la dignità e l’autonomia delle nostre posizioni». Al netto della polemica con gli ex premier, la posizione concordata con gli alleati è quella di «osservatori autonomi». Per questo adesso Meloni si aggrappa ai leader europei, vedasi la videocall di martedì per cercare una strategia comune sulla crisi dei prezzi causata dal conflitto. Ma il governo si è arenato sui provvedimenti contro il caro energia. Addio al sogno del tesoretto su cui Meloni contava per dare slancio all’ultima finanziaria della legislatura. I conti italiani restano intrappolati nella procedura di infrazione.
L’àncora Mattarella
Così la destra cambia strada. Nella risoluzione della maggioranza riscopre il diritto internazionale. E il diritto europeo, e le «sedi europee» da «sostenere e valorizzare», in vista di eventuali missioni comuni nel Golfo. Meloni deve aggrapparsi anche al presidente Sergio Mattarella. Che, ricevendo a Firenze la laurea honoris causa in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri, ha invitato i giovani a «non lasciare che si realizzi» la «regressione» profetizzata da Tocqueville, quella di «un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». E ha parlato di chi ha la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi»; «soggetti tecnologici e finanziari» che hanno la nuova «la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la seconda guerra mondiale», appunto il diritto internazionale. In filigrana si legge la coppia Trump-Musk, i grandi amici e ispiratori dell’iniziale scommessa del governo.
(da editorialedomani.it)
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