Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
ALMENO TRE SONDAGGI CERTIFICANO COME IL 50% (O POCO MENO) DEI CITTADINI STATUNITENSI REPUTINO L’OPERATO DELL’ATTUALE PRESIDENTE INQUILINO DELLA CASA BIANCA PEGGIORE DI QUELLO DEL SUO PREDECESSORE… DATI HORROR IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MIDTERM DI NOVEMBRE, DOVE TRUMP RISCHIA LA SCOPPOLA
Il presidente Trump è diventato talmente politicamente tossico che oggi gli elettori affermano che Joe Biden — la cui impopolarità lo aveva costretto a un ritiro anticipato — abbia fatto un lavoro migliore come presidente, secondo tre nuovi sondaggi.
Perché è importante: A un anno dall’inizio del mandato, Trump ha dissipato praticamente ogni vantaggio che gli aveva consentito di vincere la presidenza. La
Casa Bianca ha nove mesi per invertire la rotta prima di una possibile disfatta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
Zoom in: Tre rilevazioni nazionali indicano la stessa tendenza allarmante per un presidente che ha fatto di tutto per cancellare l’eredità del suo predecessore.
Harvard CAPS/Harris (28–29 gennaio): L’istituto di Mark Penn ha rilevato che il 51% degli elettori registrati afferma che Trump stia facendo un lavoro peggiore rispetto a Biden, contro il 49% che sostiene stia facendo meglio.
Rasmussen Reports (2–4 febbraio): Il sondaggista considerato vicino a Trump sta respingendo le critiche dell’area MAGA dopo aver rilevato che il 48% dei probabili elettori afferma che Biden abbia fatto un lavoro migliore come presidente, contro il 40% che sceglie Trump. Un altro 8% sostiene che i due presidenti abbiano avuto una performance “più o meno uguale”.
YouGov/Economist (6–9 febbraio): Questa indagine ha rilevato che il 46% degli adulti statunitensi afferma che Trump stia facendo un lavoro peggiore rispetto a Biden, contro il 40% che ritiene stia facendo meglio. Un altro 7% risponde “più o meno uguale”.
Zoom out: Ma anche guardando più a fondo nei sondaggi su Trump, gli aspetti positivi stanno scomparendo.
I suoi temi distintivi stanno diventando un boomerang: il 49% degli adulti “disapprova fortemente” il modo in cui Trump ha gestito la sicurezza del confine e l’immigrazione, secondo un nuovo sondaggio NBC News.
Il suo indice netto di approvazione sull’economia (-18) è di 26 punti inferiore rispetto allo stesso momento del suo primo mandato — e di 53 punti inferiore tra gli indipendenti, secondo l’analista dei sondaggi di CNN Harry Enten.
I giovani elettori sono crollati: il sondaggio YouGov/Economist colloca Trump a -42 di approvazione netta tra i 18–29enni — uno scarto di 51 punti rispetto al +9 registrato all’inizio della sua presidenza.
Cosa dicono: «Se conoscete qualcosa di Donald Trump, sapete che ha costruito le sue due vittorie presidenziali conquistando gli elettori senza una laurea», ha detto Enten. «Ebbene, la base di Donald Trump tra gli elettori senza titolo universitario sta assolutamente crollando.»
Reality check: Non si tratta di nostalgia per Biden.
Almeno nove ex membri dell’amministrazione Biden si candidano al Congresso o a governatore. Pochi menzionano il presidente sotto cui hanno servito nei materiali di campagna.
Un’“onda blu” non è inevitabile: i repubblicani dispongono di un enorme vantaggio finanziario in vista delle elezioni di metà mandato, superando i democratici di 550 milioni di dollari, secondo il New York Times.
La conclusione: Gallup riferisce che l’ottimismo degli americani sul futuro è sceso al livello più basso da quasi due decenni, con solo il 59,2% che si aspetta una vita di alta qualità tra cinque anni.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
“PENSAVO RITIRASSE LA QUERELA, INVECE LEI, GIA’ PREMIER, SI È PRESENTATA COME PARTE CIVILE CHIEDENDO UN RISARCIMENTO DI 20.000 EURO” … “QUELLA DI PUCCI SU SCHLEIN NON E’ SATIRA MA PENSIERO DA BAR”
Negli stessi giorni in cui Andrea Pucci si ritira da Sanremo e la presidente del Consiglio
Giorgia Meloni interviene sui social nel giro di pochi minuti, parlando di «deriva illiberale» in risposta alle critiche del pubblico, Daniele Fabbri aspetta la prossima udienza di un processo per diffamazione intentato proprio da Meloni per una sua battuta satirica.
Fabbri, stand-up comedian e autore, è stato querelato nel 2021 per una puntata del podcast Contiene Parolacce, in cui, riflettendo sul linguaggio e sugli insulti sessisti in politica, citava in chiave satirica alcune espressioni riferite alla leader di Fratelli d’Italia, allora all’opposizione. «In questi giorni sto controllando i social molto più del previsto», racconta.
«Normalmente cerco di guardarli il meno possibile, ma continuo a leggere riferimenti al mio caso. Mi fa piacere che se ne parli, perché purtroppo non è un tema che attira molta attenzione. È molto comodo prendersela con un comico che non fa parte del panel degli artisti di prima serata. Paradossalmente, se ne è parlato molto di più in questi giorni di Pucci che quando l’ho annunciato io».
A che punto è la vicenda giudiziaria che la riguarda?
«C’è stata un’udienza lo scorso anno, in primavera, ma era solo quella formale in cui si dichiarano le parti. La prima udienza vera è stata invece a novembre, quando la giudice ha guardato il video incriminato e poi ha chiesto all’avvocato di Meloni se volesse davvero portare avanti la querela. La risposta è stata sì. Ora si dovrebbe
procedere con il dibattimento. La prossima udienza è stata rinviata a maggio 2026. Non so bene cosa succederà, perché il dibattimento significherebbe ascoltare Meloni, cosa che non credo accadrà mai. Non so se potrà bastare una sua dichiarazione scritta, queste sono cose che si chiariscono più avanti».
Che effetto le ha fatto ricevere quella querela?
«Sgomento, perché non me l’aspettavo. Poi ho scoperto che la querela era partita nel 2021, quando lei era in campagna elettorale. Lì mi sono detto: magari in quel periodo uno cerca anche cose che servono a fare un po’ di battage mediatico. Lo sgomento vero è arrivato quando, all’inizio del processo, lei si è presentata come parte civile chiedendo un risarcimento di 20.000 euro, cosa successa quando ormai era Presidente del Consiglio. Un conto è la campagna elettorale, un conto è ora che dovresti avere cose più importanti da fare. Io e la mia avvocata eravamo convinti che avrebbe ritirato la querela. Invece no».
Come si spiega il fatto che non l’abbia ritirata?
«Penso in modo molto pratico che portarla avanti non le costi niente. Se perde, non ha conseguenze. Le leggi in Italia funzionano così: se un giudice mi dà ragione, finisce con una stretta di mano. Non è nemmeno detto che mi rimborsino le spese legali. Se invece dovesse vincere, avrebbe un precedente molto utile. Anche considerando che questo processo potrebbe durare anni e che nel frattempo le regole intorno ai magistrati e alla giustizia, come sappiamo, potrebbero cambiare. È allucinante in un Paese che dovrebbe essere democratico».
Si è mai pentito di quella battuta su Meloni?
«No, per niente. Rivendico il diritto di fare satira e rivendico soprattutto il contesto e il senso del monologo. Spesso viene riportato in maniera erronea: i titoli dicono che io l’ho definita “puzzona”, “caccolona”, ma io ho fatto un discorso sul linguaggio in cui la difendevo dagli insulti sessisti.
Dicevo che quando uno vuole insultare un politico, perché con i politici ci si arrabbia, bisogna poterlo fare in qualche modo, e proponevo parole infantili come espediente: ti sfoghi, ma non sono sessiste o discriminatorie. Oggi come allora rivendico il diritto di fare questo tipo di discorsi senza che le parole vengano estrapolate dal contesto. Se sei una figura politica di rilievo non puoi comportarti come una persona qualsiasi. Dovresti sopportare un livello di critica maggiore rispetto a un cittadino comune, altrimenti non puoi ricoprire quel ruolo».
Cosa pensa del caso Pucci?
«So che Pucci l’anno scorso è stato male. Se si fosse ritirato solo per tutelare la sua salute, gli avrei mandato un abbraccio e sarei stato dalla sua parte. Detto questo, io sono a favore della libertà di espressione dei comici, ma soprattutto della libertà dei cittadini di esprimere dissenso rispetto alle scelte della televisione di Stato. Il problema non è il comico in sé, è il contesto: Sanremo è pagato da tutti e dovrebbe cercare di dare un buon esempio. Pucci ha un umorismo basato su cliché che stiamo cercando di superare. È giusto che i cittadini protestino con la Rai. Questo per me è più importante della libertà dei comici».
Come ha reagito al post di Meloni sulla «deriva illiberale»?
«Non posso dire cosa ho provato, altrimenti rischio altre querele. Però è stata l’ennesima dimostrazione del vittimismo meloniano, fatto apposta per creare screzi tra cittadini. È incredibile che il capo del governo da tre anni si comporti ancora come se fosse all’opposizione. È lei l’élite che comanda. Dare degli illiberali ad altri sperando che nessuno noti le contraddizioni mi sembra un po’ troppo. Se ne sono accorti tutti subito».
Secondo lei oggi si può ridere davvero di tutto?
«Il confine è il contesto. Una storia su Instagram in cui dici a una persona che è brutta, come ha fatto Pucci con Schlein non è satira solo perché è un personaggio politico. Non tutto ciò che pubblichi diventa automaticamente arte. La satira esiste perché alle opinioni viene dato un senso. Altrimenti è solo il pensiero da bar. Una battuta su un palco, una vignetta, uno sketch hanno un valore diverso».
Dopo la querela che ha ricevuto, si autocensura?
«No, ma mi faccio più scrupoli. Non per censurarmi, ma per scegliere meglio le parole. Io credo nell’umorismo controverso e nel parlare dei tabù, ma proprio perché sono tabù bisogna farlo con attenzione».
Se Meloni si presentasse in aula, cosa le direbbe?
«Le direi che mi dispiace se si è sentita offesa a livello personale, perché io parlavo della figura pubblica. Se posso rimediare consigliandole un terapeuta o uno psicologo, sono a disposizione».
Qual è, allora, il vero ruolo di chi fa satira?
«Distruggere le certezze del proprio pubblico. Far capire che siamo dalla stessa parte e poi mettere in dubbio anche noi stessi. La satira vera non dice che gli altri
sono stupidi e cattivi, ma che forse anche noi potremmo esserlo. Altrimenti diventa populismo».
(da Vanity Fair)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
GLI UCRAINI POTREBBERO RIFIUTARE DI PIEGARSI: NEI SONDAGGI SOLO IL 22,6% È FAVOREVOLE A CEDERE L’INTERO DONBASS IN CAMBIO DI UN ACCORDO, MENTRE IL 54,1% È CONTRARIO … LA POSSIBILE ALLEANZA CON L’EX CAPO DEGLI 007 BUDANOV, PIÙ POPOLARE DEL PRESIDENTE, E L’IMPOSSIBILITÀ DI VOTARE SOTTO LE BOMBE
Un mese e mezzo fa il gruppo Sunflower Sociology ha lanciato un sondaggio per il mondo politico di Kiev, i cui risultati non dovevano essere diffusi. L’esito mostra quanto duri e delicati saranno i prossimi mesi per Volodymyr Zelensky.
Gli ucraini, se sarà chiesto il loro parere, potrebbero anche respingere le condizioni per congelare il conflitto dettate da Mosca e fatte proprie dalla Casa Bianca.
Il leader di Kiev è tentato di aggrapparsi a un referendum consultivo per affrontare una scelta che non può compiere, ma non è in condizioni di respingere: l’amministrazione americana gli chiede di abbandonare al controllo russo la parte libera del Donetsk entro la tarda primavera, come pretende Vladimir Putin in cambio di un impegno verbale a fermare l’aggressione
Zelensky non può permettersi di respingere la richiesta, perché si giocherebbe quell’impegno americano e la promessa di un piano di rilancio (in teoria) da 800 miliardi di dollari. Ma non può accettare senza violare la propria Costituzione, mettere fine alla propria carriera politica e a rischio la propria vita.
Il problema di questo ingranaggio è che gli elettori ucraini potrebbero rifiutare di piegarsi. Il sondaggio Sunflower raccolto a fine dicembre mostra solo un 22,8% di favorevoli alla cessione di quel che resta del Donetsk in cambio di un accordo, mentre il 54,1% è contrario (in gran parte «decisamente»).
Il resto sono gli indecisi, ma proprio contro di essi nelle ultime settimane Mosca ha condotto la sua perversa campagna referendaria fatta di migliaia di attacchi aerei su città e infrastrutture: solo in dicembre c’è stato quasi un raddoppio dei civili uccisi (157) e feriti rispetto a un anno prima, con una devastazione mai vista prima degli impianti di energia, riscaldamento e acqua mentre il termometro scendeva a meno 30. Gli ucraini lo chiamano il «genocidio dell’inverno». Putin sta cercando di stroncare la loro volontà, perché cedano i territori nel referendum nella speranza di una tregua.
Ne va del futuro dell’Ucraina e del suo presidente, che potrebbe indire un voto di rielezione in primavera in coincidenza con il referendum. Finora non si è potuto votare per la legge marziale, per i bombardamenti e le decine di milioni di sfollati.
Ma se si aprissero le urne, la strategia di Zelensky è chiara: affrontarle in alleanza con Kyrylo Budanov, 39 anni, l’ex leader del servizio segreto militare nominato a inizio anno capo staff del presidente al posto del controverso Andry Yermak.
Budanov, la cui moglie ha subito un tentativo di avvelenamento, è molto popolare in Ucraina; un suo potenziale partito ha raddoppiato le intenzioni di voto (al 10%) negli ultimi due mesi.
Zelensky non lo vuole contro in una sfida per le presidenziali ma, se si troverà indietro nei sondaggi, semmai può negoziare con lui le proprie garanzie personali in vista di un cambio della guardia.
In gennaio le entrate russe da gas e petrolio sono dimezzate rispetto a un anno fa (ai minimi dal Covid), l’economia è ferma, il deficit da coprire stampando rubli — quindi gonfiando ancora di più l’inflazione — viaggia verso il triplo delle stime. Intanto la Russia perde decine di migliaia di uomini al fronte ogni mese e fatica a rimpiazzarli, mentre le sanzioni sempre nuove mordono.
Ma Trump è arrivato in tempo: per permettere a Putin di dettare ancora le condizioni .
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
TURNI DA 14 ORE SENZA NEANCHE UN BAGNO CHIMICO NELLE VICINANZE… I VERTICI DELLA DIFESA NON RISPONDONO ALLE DENUNCE
Per i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 si stima un costo complessivo che si
aggira tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro, pari a circa lo 0,3% del PIL italiano del 2025. Circa il 63% della spesa è pubblica, finanziata in gran parte dal governo centrale e destinata soprattutto a investimenti infrastrutturali (Fonte: Euronews, analisi S&P Global Ratings). Eppure il governo non ha trovato i soldi per mettere i propri militari impegnati con le Olimpiadi nelle condizioni di poter lavorare in modo dignitoso
Alloggi fatiscenti e mal riscaldati, turni da 14-15 ore continuative (invece delle 12 massime giornaliere previste), servizi igienici inesistenti, docce sudicie, piene di muffa e distanti dalle camerate, raggiungibili dopo aver percorso tratti all’aperto, al
gelo. È questo il contesto in cui si trovano a prestare servizio gli uomini inviati a presidiare i Giochi. La vicenda è stata sollevata dall’Associazione Sindacale Libera Rappresentanza dei Militari, che ha denunciato le condizioni disagevoli in cui è costretto ad alloggiare il personale dell’Esercito impiegato nel dispositivo di sicurezza dell’evento sportivo, definite dal sindacato “inaccettabili”.
Militari alloggiati in strutture fatiscenti: cosa succede alle Olimpiadi invernali
La palazzina che ospita i militari è a Tai di Cadore. Si tratta di una struttura precedentemente dismessa e poi riaperta appositamente per l’evento, come denuncia il sindacato in una pec, visionata da Fanpage.it e datata 28 gennaio 2026, indirizzata al Capo di Stato Maggiore della Difesa, al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e all’Ufficio di Gabinetto del ministro della Difesa Guido Crosetto. Dai vertici della Difesa fino ad ora non è arrivato alcun segnale. Nessuno sembra voler offrire ai
I militari da una quindicina di giorni sono stati sistemati in stanze da sei posti, con un’unica presa elettrica per tutti, “senza armadietti e senza adeguato riscaldamento nonostante le temperature rigide”, si legge nel testo della mail, in cui si chiede un intervento immediato del dicastero guidato da Crosetto.
Le criticità della base, elencate nella pec, sono diverse. Per poter usufruire delle docce ad esempio, bisogna uscire dalla palazzina in cui si dorme. Ed è facile immaginare come questo possa rappresentare un problema, con le basse temperature montane, sotto lo zero.
“Dopo che abbiamo inviato la pec di denuncia, ieri è stato stabilito che quantomeno il personale in servizio permanente (SPE) è autorizzato a fare la doccia all’interno della palazzina vetusta in cui ci sono i posti letto. Mentre i volontari in ferma iniziale (VFI), ragazzi e ragazze, continueranno a spostarsi all’esterno per lavarsi”, ci racconta al telefono il segretario generale della Libera Rappresentanza dei Militari, Marco Votano.
“Attualmente il servizio operativo – si legge ancora nella pec – si svolge per turni di 8 ore continuative all’aperto, sotto la neve, senza alcuna forma di riparo”. In questo caso ci riferisce alle postazioni fisse di stazionamento, a presidio nelle aree dove si tengono le gare, per le quali non sono stati allestiti dei bagni chimici nelle vicinanze. Il servizio igienico più vicino si trova a un chilometro e mezzo d
distanza, ed è all’interno di un locale pubblico, un bar: per raggiungerlo si è costretti a percorrere un tratto in salita.
Questa evidente disorganizzazione viola le regole di ingaggio e gli standard minimi garantiti emanati dalla Direzione Generale del personale militare, che dovrebbero essere rispettati per il personale in servizio nell’Esercito italiano tutte le volte in cui viene spostato per una missione: secondo queste regole consolidate, al pari di quanto avviene per i carabinieri e per la guardia di finanza, gli alloggi devono essere consoni, il che significa camere singole o doppie con bagno in camera, con servizio di pulizia incluso.
Gli uomini di stanza a Tai di Cadore si sono lamentati più volte con i loro superiori. Ma come risulta a Fanpage.it, durante un’adunata ieri un responsabile dell’area ha intimato ai militari di non provare a coinvolgere i sindacati e di non segnalare le problematiche: in caso contrario verrebbero spostati in una caserma in un luogo ancora più remoto, lontano dai centri abitati. Non ci sarebbe insomma nessuna alternativa all’orizzonte: i militari in servizio dovranno sopportare queste condizioni fino alla fine dei Giochi, ovvero fino a metà marzo, data in cui si chiuderanno i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, in programma dal 6 al 15 marzo 2026.
Una situazione di disagio e sciatteria generalizzata, “condizioni incompatibili con la dignità del personale militare, col decoro e con le norme che tutelano la sicurezza e la salubrità dei locali”, scrivono i rappresentanti sindacali al ministero guidato da Crosetto. È evidente la contraddizione: da una parte vagonate di soldi pubblici spesi per dare visibilità a un evento internazionale, su cui il governo sembra aver puntato molto, come dimostrano anche i durissimi attacchi lanciati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ai manifestanti protagonisti negli scontri ai cortei; dall’altra risorse ridotte all’osso per il personale militare, costretto a svolgere le proprie mansioni in situazioni al di sotto della soglia della decenza, in un contesto di degrado. Quello stesso personale militare che il governo e i suoi componenti non mancano mai di ringraziare pubblicamente e di ricoprire di lodi.
“Ad aggravare la situazione di forte malessere”, scrive ancora nella pec la Libera Rappresentanza dei Militari, “sembrerebbe concorrere il fatto che i militari dell’esercito italiano non siano stati oggetto delle stesse attenzioni, in termini di stanziamenti economici, riservato al personale della Polizia di Stato”, a cu
sarebbero stati assegnati alloggi migliori. “Per le forze armate dell’Esercito sono stati stanziati 13 milioni di euro, molti di meno di quelli stanziati per polizia, carabinieri e guardia di finanza. Loro alloggiano in camere singole o doppie, in hotel, foresteria o in appartamenti. I nostri invece si devono accontentare degli alloggi prima descritti – spiega a Fanpage.it il segretario generale – Le risorse non sono state ripartite in modo adeguato secondo il fabbisogno per tutte le forze armate”.
“Aggiungo che il prefetto che mesi fa è andato a fare il sopralluogo per individuare le basi, non ha coinvolto il sindacato dell’Esercito, mentre ha chiamato i rappresentanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Noi non siamo stati coinvolti in questo processo, pur avendo competenze sul settore alloggi, come gli altri corpi”, racconta il sindacalista. “Siamo contenti ovviamente che i nostri colleghi di polizia, carabinieri e guardia di finanza stiano bene. Faccio solo un esempio: il Comando Generale dei carabinieri agli uomini di stanza a Cortina ha fornito occhiali da sole Ray-Ban e creme solari. C’è un abisso di trattamento tra noi e loro, non è più tollerabile. Anche noi siamo militari come i carabinieri, eppure ci fanno dormire stipati come gli animali, con i letti a castelli e pulizie carenti”.
Per questo la richiesta è venga assicurato ai militari il rispetto dei minimi standard di vivibilità, per tutelare la sicurezza e la tutela della salute dei lavoratori.
Sotto il profilo giuridico ci sono gravi violazioni, come spiega a Fanpage.it l’avvocato Francesco Leone dello Studio legale Leone-Fell, che assiste il sindacato Libera Rappresentanza dei Militari e sta seguendo il caso. Mentre spende 118,4 milioni per una pista da bob, l’esecutivo non tutela i propri militari in servizio in Italia. “Siamo davanti a un evidente doppiopesismo: il governo dice di essere vicino ai ‘servitori della Patria’ e poi non muove un dito per assicurare condizioni decorose ai ragazzi dell’Esercito. E non stiamo parlando di una missione in un teatro di guerra, stiamo parlando di compiti di vigilanza ai Giochi olimpici”, sottolinea il legale, contattato da Fanpage.it.
Si tratta di personale che in teoria dovrebbe godere degli stessi diritti di qualsiasi altro lavoratore. Siamo in presenza di un’evidente violazione del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, noto come Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, normativa italiana fondamentale che disciplina la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. “Non si può pensare di impiegare delle persone in assenza dei requisiti minimi di salubrità nei luoghi di lavoro. In questo caso vengono lesi i diritti costituzionali che si applicano a tutti i lavoratori, anche ai militari. Stiamo parlando dell’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, dell’articolo 36, che fa riferimento alle condizioni dignitose del lavoro, fino all’articolo 97, che sancisce i principi di buon andamento della Pubblica amministrazione”, dice Francesco Leone.
“Inoltre questa situazione è anche in contrasto con il Codice dell’ordinamento militare e con il decreto legislativo 9 aprile 2008. Questa non è una missione in una zona di conflitto, in cui ci sono condizioni estreme: il personale di stanza a Cortina ha gli stessi diritti di qualsiasi altro impiegato pubblico. Queste persone non possono essere trattate come servitori dello Stato di serie B”.
(da Fanpage)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
OBIETTIVO RICOSTRUIRE LA FIDUCIA DEGLI ELETTORI, TRADITI DA PROMESSE MANCATE E NOTIZIE CHE DISTORCONO LA REALTA’
Il Parlamento del Galles ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a punire i politici che mentono o diffondono notizie false e “fuorvianti” in campagna elettorale. Maggioranza e opposizione sono ora al lavoro per la stesura degli emendamenti che verranno discussi nelle prossime settimane, con l’approvazione definitiva della legge prevista tra fine febbraio e inizio marzo. L’obiettivo dell’intervento — inedito a livello mondiale — è quello di ricostruire la fiducia negli elettori, traditi da promesse mancate e notizie che distorcono la realtà. La discussione apre tuttavia una serie di quesiti, a partire dalla compressione del diritto di parola, destinati a infiammare il dibattito pubblico gallese.
Di fronte a quello che un recente sondaggio di IPSOS ha certificato essere il punto più basso degli ultimi 40 anni per quanto riguarda la fiducia dei britannici verso la classe politica, il Galles ha deciso di criminalizzare i politici bugiardi. La versione attuale del disegno di legge prevede sanzioni crescenti per i candidati che in campagna elettorale fanno affermazioni “fuorvianti”, “ingannevoli” o false per ottenere voti, non intaccando invece la condotta durante il mandato. Si inizia con la ritrattazione di quanto dichiarato fino ad arrivare alla sospensione dalla corsa elettorale e quindi alla sostituzione con un altro membro della lista in caso di vittoria alle urne. L’intervento amplierebbe la legislazione vigente, che fa capo al Representation of the People Act (1983) e vieta ai politici di diffondere dichiarazioni false relative ad azioni e condotte (quindi fatti oggettivi) di un altro candidato.
Il disegno di legge in discussione alla Senedd, il Parlamento monocamerale del Galles, gode di un certo sostegno tra le fila del Partito Laburista e del Plaid Cymru, che fornisce al primo sostegno esterno nel suo governo di minoranza. Gli interrogativi aperti dalla norma sono tanti, a partire dal come verrà definita la “verità”. Se il legislatore dovesse continuare lungo la strada tracciata dal Representation of the People Act, la risposta porterebbe all’intervento di un tribunale elettorale, chiamato però a decisioni più delicate perché riguardanti opinioni in un mondo di dati e informazioni in continua mutazione. Lo sottolineano i comitati sorti contro il progetto di legge, secondo cui quest’ultimo rischierebbe di scoraggiare i dibattiti e favorire l’autocensura. «Molte questioni non hanno risposte chiare e le statistiche e la ricerca qualitativa possono essere interpretate in tanti modi», dice Vian Bakir, docente di giornalismo e comunicazione politica, che individua un’alternativa: «lasciare ai politici carta bianca sulla parola, ma garantire che l’intero ecosistema della sfera pubblica sia sufficientemente sano da esaminare attentamente le false dichiarazioni e di evidenziare gli errori fattuali, in modo che i politici siano tenuti a renderne conto pubblicamente». Intervenire dunque su educazione politica e pensiero critico, magari già in età scolare, piuttosto che ampliare la repressione, creando precedenti potenzialmente pericolosi per la libertà di parola.
(da lindipendente.online)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
AVEVANO AGGREDITO MANIFESTANTI CHE PROTESTAVANO PER IL COMIZIO DI SALVINI A BARI, IL MASSIMO DELLA CONFUSIONE IDEOLOGICA DIVENTARE LE GUARDIE BIANCHE DEI RAZZISTI
Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di
riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista con privazione dei diritti politici per cinque anni. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni. Ai primi cinque è stata inflitta la pena di 1 anno e 6 mesi di reclusione, agli altri sette 2 anni e 6 mesi di reclusione. Il processo riguarda
l’aggressione del 21 settembre 2018 nel quartiere Libertà di Bari ai danni di alcuni manifestanti antifascisti di ritorno da un corteo organizzato otto giorni dopo la visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.
L’aggressione del 2018
All’epoca nel pestaggio erano stati feriti in due: l’assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, Antonio Perillo, E un’altra persona. Perillo era stato trasportato al pronto soccorso della clinica Mater Dei con una ferita alla testa. Nell’aggressione era stato coinvolto anche Claudio Riccio, candidato alle politiche di marzo alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali e componente di Sinistra Italiana. I due feriti avevano raccontato di essere stati aggrediti in un agguato squadrista. I militanti di Casapound sostenevano di aver reagito dopo aver ricevuto insulti. Gli isolati attorno alla sede del movimento di estrema destra erano presidiati dalle camionette della polizia fin dal pomeriggio, proprio per prevenire eventuali momenti di tensione.
Le condanne
Ai manifestanti non era stato neppure consentito di passare in corteo da quella via, deviando il percorso. L’aggressione, però, è avvenuta quando la manifestazione era ormai terminata proprio nel quartiere.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
RIEMERGONO ALLA BISOGNA QUANDO IL NUMERO SI ASSOTTIGLIA
Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.
Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo.
Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.
Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOZIONE PASSA CON 219 VOTI CONTRO 211, IL PRESIDENTE IMPORRA’ IL VETO… IL FOLLE CRIMINALE MINACCIA I DISSIDENTI: “SIUBIRETE GRAVI CONSEGUENZE”
Sei deputati repubblicani della Camera del Congresso americano si sono uniti ai democratici
per approvare una risoluzione che punta a cancellare i dazi del presidente Donald Trump sul Canada. Questo colpo di mano rappresenta uno schiaffo sia per il tycoon sia per lo Speaker della Camera, Mike Johnson, mentre gli Stati Uniti attendono da settimane il pronunciamento della Corte Suprema che deve
stabilire se i dazi imposti senza passare dal Congresso siano legittimi. Il voto, 219 a 211, è arrivato dopo una rivolta interna al partito di maggioranza sulla gestione della politica commerciale da parte dell’amministrazione.
I ribelli sono tutti moderati: Don Bacon (deputato del Nebraska), Kevin Kiley (California), Thomas Massie (Kentucky) – ormai nel mirino di Trump per essere stato l’unico a schierarsi con i democratici per chiedere trasparenza sui file Epstein – Jeff Hurd (Colorado), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania) e Dan Newhouse (Washington). Solo il democratico del Maine, Jared Golden, ha votato no.
Il testo era stato proposto dal deputato progressista di New York Gregory Meeks, capogruppo di minoranza della commissione Esteri. «Abbiamo un accordo commerciale con i canadesi, e penso che siano stati un buon alleato, e siano stati attaccati ingiustamente dall’amministrazione, quindi mi opporrò ai dazi», aveva dichiarato il centrista Bacon a The Hill prima del voto. Sul social X Massie ha sostenuto che «il potere di imporre tasse spetta alla Camera, non al ramo esecutivo».
In teoria il testo, che potrebbe passare anche al Senato, pone fine all’uso da parte di Trump dello stato di emergenza nazionale per imporre misure punitive contro il Canada, e di riflesso incide anche sull’intera guerra commerciale che il presidente ha dichiarato al mondo, Unione Europea compresa. Ma è improbabile che il Congresso possa votare compatto con i due terzi dei voti per annullare, in un secondo momento, il prevedibile veto che Trump metterà al testo. I democratici cercheranno di sfruttare politicamente lo strappo che il presidente deve affrontare. Ma intanto Trump ha minacciato i ribelli. “Qualsiasi repubblicano, alla Camera o al Senato – ha scritto sul social Truth – che voti contro i dazi subirà gravi conseguenze al momento delle elezioni, e questo include anche le primarie”. “Il nostro deficit commerciale – ha aggiunto – è` stato ridotto del 78% per cento, i dazi ci hanno garantito una grande sicurezza nazionale”. Trump è tornato poi ad attaccare il Canada, accusandolo di “essersi approfittato degli Stati Uniti per molti anni”. “E’ tra i peggiori al mondo con cui avere a che fare”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO I VERTICI RAI NON SI PUÒ CAMBIARE IL DIRETTORE DURANTE I GIOCHI. IL COMMENTO DELLA CERIMONIA DI CHIUSURA SARÀ PERÒ AFFIDATO A UN ALTRO GIORNALISTA – A RAI SPORT POTREBBE APPRODARE MARCO LOLLOBRIGIDA MENTRE RESTA APERTA L’INCOGNITA TG1: SE GIAN MARCO CHIOCCI DOVESSE FARE LE VALIGIE, PER UNA SUCCESSIONE SI STANNO VALUTANDO NICOLA RAO DAL GR, TOMMASO CERNO E MARIO SECHI
«Magari lo mandano a Parigi, lì c’è un posto scoperto». Come sempre in Rai la situazione è grave ma non è seria, e ormai sul futuro del direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, per cui al momento il destino più probabile è una ricollocazione alla fine dei Giochi, si consumano suggestioni e battute. Qualcun altro ha ipotizzato che possa prendere il posto di Simona Martorelli, direttrice delle relazioni internazionali, che a breve andrà in pensione
«Ma anche in quel caso, ci vogliono capacità particolari». Che Petrecca non ha, è il non detto. Certo, non sarebbe il primo promoveatur ut admoveatur in azienda e non sarà l’ultimo: lo stesso direttore Petrecca, finito al centro delle polemiche dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura, è arrivato a Rai Sport dopo una difficilissima direzione di RaiNews. E ora, dopo la tirata d’orecchi da parte dell’ad Giampaolo Rossi, c’è chi prospetta la via che già fu percorsa da un altro
“promosso” eccellente come Gennaro Sangiuliano, che era rientrato in azienda dopo le dimissioni da ministro.
In ogni caso, il trasloco di Petrecca darebbe il via a un domino. A Rai Sport potrebbe subentrargli Marco Lollobrigida, considerato vicino a Fratelli d’Italia. […]
C’è poi la solita incognita Tg1. Se Gian Marco Chiocci dovesse davvero fare le valigie, FdI dovrà vedersela con una Lega agguerrita che ha già dato filo da torcere all’ad con il presidente “FF”, come viene chiamato in azienda, abbreviazione di “facente funzione”, Antonio Marano.
Improbabile però che i meloniani cedano il timone del telegiornale della rete ammiraglia: i nomi che circolano per un’eventuale successione sono sempre gli stessi, Nicola Rao dal Gr, Tommaso Cerno e Mario Sechi se palazzo Chigi volesse scegliere un’altra soluzione esterna all’azienda
Se davvero dovesse liberarsi il Gr, si fa il nomi di Incoronata Boccia, che in estate è passata dalla vicedirezione del Tg1 alla direzione dell’ufficio stampa. Chi pure non vedrebbe l’ora di lasciare la poltrona bollente su cui siede adesso è Paolo Corsini: il direttore degli Approfondimenti ha pagato la sua promozione con un incarico che gli regala una pena al giorno.
Con un trasferimento alla radio si lascerebbe alle spalle gli infiniti duelli con Sigfrido Ranucci e i sabati passati a rivedere puntate di Report che gli hanno provocato telefonate infuocate dalla maggioranza.
Ma il premio vero è altrove. In primavera vanno infatti rinnovati i vertici di Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction. Veri gioielli di famiglia: Rai Way sarà centrale nel possibile progetto di fusione (appena tornato in auge) con Ei Towers, la società che gestisce le infrastrutture di Mediaset. Tutto da definire
A Rai Cinema, un fatturato da oltre 250 milioni di euro, sembra improbabile possa rimanere Paolo Del Brocco, che è ad dell’azienda dal 2010: il più titolato dentro la Rai a succedergli, in quota FdI, è Angelo Mellone.
Rossi avrà altre tre gatte da pelare. A maggio scadono anche le direzioni di Rai Parlamento, RaiNews e Tg2. Giuseppe Carboni, che guida Rai Parlamento e ha una causa aperta con l’azienda, non ha intenzione di rendere la vita semplice all’ad e il suo caso è da maneggiare con cura per evitare di peggiorare la situazione davanti al giudice del lavoro che sta decidendo sul suo caso di presunto demansionamento.
Federico Zurzolo invece lascerà il canale all news per la pensione: sulla carta, una casella di Forza Italia.
Va trovata una collocazione al direttore di “TgTajani”, com’è soprannominato con perfidia il telegiornale di Antonio Preziosi. Il Tg2 naviga in acque tempestose e ormai viaggia su ascolti sotto il 5 per cento per l’edizione delle 20.30. A rianimare quella pomeridiana è stato chiamato Cerno con una striscia che migliori il traino: l’ultimo precedente è quello di Filippo Facci. Non particolarmente fortunato, considerato che la striscia fu chiusa prima di andare in onda dopo le posizioni che il giornalista aveva preso su Libero a proposto delle accuse di stupro nei confronti del figlio di Ignazio La Russa. Epoche fa.
Per quanto riguarda Preziosi, invece, è prevista una soluzione “stile Petrecca”: Oltretevere sta per liberarsi la guida di Rai Vaticano, fatta quasi su misura per un direttore dotato di una grande affinità con le vicende ecclesiastiche. Chi meglio di lui per ricoprire quel ruolo (e liberare la plancia di comando del Tg2)?
(da Domani)
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