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LA BASE MAGA INSORGE CONTRO TRUMP DOPO L’ATTACCO ALL’IRAN: PER CARLSON E’ “MALVAGIO”, MENTRE FUENTES ACCUSA ISRAELE

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA BASE MAGA INSORGE CONTRO TRUMP DOPO L’ATTACCO ALL’IRAN: PER CARLSON E’ “MALVAGIO”, MENTRE FUENTES ACCUSA ISRAELE
INFLUENTI FIGURE E SOSTENITORI ACCUDANO TRUMP DI AVER TRADITO LA PROMESSA DI “AMERICA FIRST”

I dem spingono per votare una risoluzione al Congresso – probabilmente non prima di mercoledì 4 marzo – che possa limitare i poteri di guerra di Donald Trump, mentre nella base Maga l’attacco all’Iran spacca l’ala repubblicana più convinta. O
che, almeno, è stata quella della prima ora, la più trumpiana. A partire dall’influente conduttore Tucker Carlson, che ha visitato la Casa Bianca proprio la scorsa settimana, ha dichiarato a Jonathan Karl di Abc News che la scelta di attaccare l’Iran è “assolutamente disgustosa e malvagia”. Carlson, profondamente critico anche nei confronti di Israele, prevede che l’operazione militare a Teheran avrà un effetto dirompente proprio all’interno del movimento Maga, col rischio di estromettere la parte del movimento meno interventista.
Tra i primi critici c’è Marjorie Taylor Greene, ex legislatrice Maga e, in passato, una delle più accanite sostenitrici di Trump. Greene – da sempre un simbolo del movimento – aveva rotto con il presidente l’anno scorso e si era dimessa dal Congresso proprio per quella che, a suo dire, era la scarsa attenzione dell’attuale amministrazione alle questioni interne. “Abbiamo detto ‘Basta guerre straniere, basta cambi di regime!’. Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso. Trump, Vance, praticamente l’intera amministrazione, hanno fatto campagna elettorale su questo e hanno promesso di mettere l’America al primo posto e di rendere l’America di nuovo grande”, ha scritto Greene in un lungo post su X, definendo la mossa in Iran come un tradimento “straziante e tragico”. “Ci sono 93 milioni di persone in Iran, lasciate che si liberino. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che i suoi bombardamenti dell’estate scorsa hanno completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia ed è sempre l’America Last. Ma questa volta sembra il peggior tradimento perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministrazione che tutti credevamo diversi“, ha aggiunto. L’influencer di estrema destra Nick Fuentes ha implorato Trump su X: “Donald Trump niente guerra con l’Iran. Israele ci sta trascinando in guerra. L’America prima di tutto”.
Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk, ha osservato che Kirk si era opposto al cambio di regime in Iran. “Trump/Vance si sono presentati con un programma pacifista, ed è stato popolare”, ha scritto su X. “In questo momento alcuni dei miei amici di destra mi stanno scrivendo: ‘Fanculo.’ ‘È estremamente deprimente.’ ‘Non voterò mai più alle elezioni nazionali.’” Neff ha aggiunto: “Se questa guerra sarà una vittoria rapida, facile e decisiva, la maggior parte di loro la supererà. Ma se la guerra sarà diversa, ci sarà molta rabbia. Al popolo americano non è stata data una spiegazione
convincente del perché ciò fosse necessario. Ma il successo può prevalere sulle cattive spiegazioni. Quindi dobbiamo pregare per il successo”.
Sui social peraltro sta circolando un intervento al Congresso di Tulsi Gabbard, oggi direttrice della National Intelligence, che nel 2020 – quando era ancora nel partito democratico, dunque 4 anni prima di passare nelle file dei Repubblicani – aveva dichiarato: “Una guerra totale con l’Iran farebbe sembrare le guerre a cui abbiamo assistito in Iraq e Afghanistan una passeggiata. Costerebbe molto di più in termini di vite umane, vite americane e soldi dei contribuenti americani – e tutto per raggiungere quale obiettivo? Quale obiettivo?”. A marzo dell’anno scorso aveva dichiarato che l’Iran non stava costruendo armi nucleari.
E tuttora, secondo quanto rivelato dalla Cnn nel giorno dell’attacco a Teheran, i servizi americani non dispongono di informazioni che certifichino l’avanzamento del programma nucleare. Di fatto, quando nel 2016 Trump era stato eletto nel suo primo mandato, aveva promesso parlando già da presidente a Fayettevile, vicino alla base militare di Fort Bragg, in Carolina del Nord: “Smetteremo di correre a rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla, con cui non dovremmo essere coinvolti”. Nei dieci anni successivi ha promosso il suo messaggio isolazionista, assicurando ripetutamente ai suoi sostenitori “America first” – gli stessi che gli hanno garantito la vittoria elettorale per due volte – che non ci sarebbero state più guerre eterne come quelle in Afghanistan e Iraq. Tuttavia, la decisione del presidente di colpire l’Iran con forza sabato – uccidendo la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei – è diventata rapidamente un possibile punto di rottura con la sua base, scatenando dure reazioni all’interno del movimento Maga. Peraltro lui stesso, nel 2011, aveva accusato Obama – allora presidente – di essere incapace dei negoziati e di volere attaccare Teheran per garantirsi la rielezione.
E ci sono altre voci dell’universo repubblicano contrarie all’offensiva militare. Gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori che ha generalmente sostenuto Trump, hanno condannato gli attacchi in un post ai loro 3,5 milioni di follower, definendoli antitetici alla sua campagna del 2024. “Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump”, si leggeva nel post. Breck Worsham, ex sostenitrice di Trump e membro della sua campagna elettorale, nota come “The Patriotic Blonde”, ha scritto: “È ufficiale. Jimmy Carter non è più il peggior presidente della storia americana. Missione compiuta, @Potus. Un altro record infranto”. Worsha
ha condiviso diversi post in cui si insinua che la guerra abbia lo scopo di distogliere l’attenzione dai dossier di Jeffrey Epstein.
Nel frattempo, altre figure Maga si sono schierate in difesa del presidente e hanno sostenuto la campagna di bombardamenti. Ad esempio, Laura Loomer, una influencer che sussurra all’orecchio di Trump, ha scritto su X: “L’Iran attacca gli Stati Uniti da oltre 47 anni. E ora, il 47° Presidente degli Stati Uniti sta ponendo fine al suo regno del terrore”. Mentre i democratici hanno duramente criticato gli attacchi contro l’Iran, all’interno del Partito Repubblicano il sostegno all’operazione del tycoon è, per ora, forte. Le eccezioni sono poche, tipo quella conservatore di orientamento libertario Thomas Massie, che ha scritto: “Sono contrario a questa guerra. Questa non è ‘America First’”. Mike Davis, a capo dell’Article III Project, un gruppo di difesa legale pro-Trump, ha affermato che gli attacchi sono giustificati, citando un recente videomessaggio in cui l’ayatollah Khamenei avvertiva che l’Iran avrebbe potuto affondare navi da guerra statunitensi.
“Quel video è tutta la giustificazione di cui il presidente ha bisogno per radere al suolo la casa del leader supremo e farlo fuori”, ha detto Davis all’ex stratega di Trump Steve Bannon nel suo podcast War Room, molto popolare nella base Maga. Secondo gli analisti, l’inquietudine, almeno per ora, è più un rumore che una rivolta: le critiche provengono principalmente dalla “classe chiacchierona” della base Maga e non dai leader eletti repubblicani. È troppo presto, tuttavia, per dire come si sentiranno gli elettori Maga a lungo termine, in quanto questa operazione appare come una violazione diretta di un’importante promessa elettorale repubblicana di rimanere fuori dagli impegni all’estero. In tutto ciò, gli ultimi sondaggi d’opinione mostrano costantemente che la principale preoccupazione degli americani è l’aumento del costo della vita. Eppure, gran parte dei primi 13 mesi di mandato di Trump è stata dominata da questioni di politica estera.
Il vicepresidente JD Vance, da parte sua, ha assicurato al Washington Post questa settimana che “non c’è alcuna possibilità” che gli Stati Uniti possano essere risucchiati in una guerra in Medio Oriente per anni senza una fine in vista. Tuttavia, all’interno della base Maga, lo scetticismo resta. Senza contare che la dubbia logica di tali interventi, con i loro echi della guerra in Iraq e il timore che possano portare gli Stati Uniti a schierarsi sul campo con dei soldati dentro l’Iran, rappresenta un’enorme scommessa elettorale che aumenta i rischi politici per i Repubblicani nel tentativo di rimanere al potere al Congresso anche dopo questo novembre. Chi delinea una distinzione tra i pro e i contro è l’influente podcaster Maga Jack Posobiec. Parlando a Politico, ha dichiarato che “c’è un divario generazionale tra i sostenitori Maga su questo. Gli elettori più anziani lo sostengono, quelli più giovani no. I sostenitori Maga della Generazione Z – ha detto – vogliono arresti nel caso Epstein, deportazioni e aiuti economici, non guerra”. Secondo Posobiec, l’attacco contro l’Iran potrebbe alienare la base e danneggiare i repubblicani nelle prossime elezioni di medio termine del 2026: “L’anno scorso, Charlie Kirk ci ha detto che le giovani generazioni di americani sono molto più interessate alla politica interna che alla gestione dei conflitti internazionali e non possiamo dimenticarlo in un anno di elezioni di metà mandato“. E date le richieste degli elettori, l’attacco in Iran potrebbe avere un effetto deleterio anche sul piano del consenso.

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IL PENTAGONO SMENTISCE TRUMP: “NESSUNA INDICAZIONE CHE L’IRAN VOLESSE COLPIRE LE BASI USA IN MEDIO ORIENTE”

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“LE INFORMAZIONI DI TRUMP NON SONO SUPPORTATE DA ELEMENTI DI INTELLIGENCE”

Nessuna informazione in mano alla Difesa americana indicava la possibilità di un attacco iraniano agli Stati Uniti. La rivelazione pubblicata da Reuters, che cita funzionari del Pentagono sentiti nel corso di un briefing a porte chiuse al Congresso, domenica, smentisce le dichiarazioni allarmiste con le quali il presidente Donald Trump, nelle ultime settimane, ha preparato il Paese ai raid compiuti insieme a Israele contro la Repubblica Islamica. Non era vero, sostengono, che Teheran avesse in mente di sferrare attacchi preventivi alle basi
Usa in Medio Oriente, tesi utilizzata dagli alti funzionari americani per giustificare l’azione che, confermano queste ultime indiscrezioni, è avvenuta in palese violazione del diritto internazionale.
L’informativa dei funzionari del Dipartimento della Difesa è durata circa 90 minuti nel corso dei quali i membri democratici e repubblicani di diverse commissioni per la Sicurezza Nazionale, sia al senato che alla Camera, hanno ascoltato gli ultimi aggiornamenti dei funzionari di Arlington. Questi, si legge, hanno confermato che i missili balistici e le milizie fedeli all’Iran nella regione rappresentano una minaccia imminente per gli interessi statunitensi, ma hanno comunque smentito l’esistenza di presunte informazioni di intelligence su un attacco alle forze statunitensi, hanno detto a Reuters le due fonti che hanno parlato in condizione di anonimato.
Trump ha affermato che l’attacco, che dovrebbe durare settimane, mirava a impedire all’Iran di possedere un’arma nucleare, a contenere il suo programma missilistico e a eliminare le minacce per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Tuttavia, i Democratici hanno accusato Trump di aver condotto una guerra per scelta e hanno attaccato le sue argomentazioni a favore dell’abbandono dei colloqui di pace che il mediatore Oman aveva definito ancora promettenti. Trump ha potuto agire attaccando il Paese mediorientale nascondendosi dietro alla tesi, evidentemente senza prove, che l’Iran fosse sulla buona strada per assicurarsi presto la capacità di colpire gli Stati Uniti con un missile balistico. Secondo le fonti, la sua affermazione sul missile non è supportata dai rapporti dell’intelligence statunitense e sembra esagerata.
(da agenzie)

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PIOGGIA DI MISSILI SULLA BASE IN KUWAIT CON I SOLDATI ITALIANI, ALLOGGI DISTRUTTI: “SONO NEI BUNKER, HANNO PERSO TUTTO”

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

L’ALLARME DEI SINDACATI: “NECESSARIO ORGANIZZARE IL RIMPATRIO”

L’onda d’urto del conflitto in Medio Oriente travolge anche la base militare di Ali Al Salem, in Kuwait, che è finita nel mirino della controffensiva di Teheran, subendo danni pesantissimi. Secondo quanto riporta l‘agenzia Dire, l’impatto dei missili avrebbe devastato l’area logistica della struttura, riducendo in cenere almeno 50 alloggi e distruggendo i parchi macchine. I militari che lì si trovavano sarebbero tutti incolumi ma bloccati nei bunker con scorte sufficienti per 10 giorni.
I militari bloccati nei bunker
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che i circa 300 connazionali dislocati nella base risultano «tutti incolumi». Tuttavia, la situazione all’interno della struttura resta critica: i soldati italiani si trovano rifugiati nei bunker ormai da tre giorni. Sebbene siano al sicuro, il disagio è estremo. Molti di loro, riferiscono le fonti a Dire, «hanno perso tutto» ciò che avevano nelle loro camere, rase al suolo dalle esplosioni, e sono riusciti a mettersi al riparo portando con sé solo l’uniforme che indossavano al momento dell’allarme.
L’autonomia delle scorte e l’ipotesi rimpatrio
Oltre alla perdita dei beni personali e degli alloggi, emerge il problema della logistica di emergenza, soprattutto perché «il cibo disponibile sarebbe sufficiente per circa 10 giorni». Vista la criticità della situazione, le rappresentanze dei lavoratori in divisa hanno chiesto interventi drastici. Fonti sindacali raggiunte dall’agenzia Dire hanno infatti lanciato un appello chiaro al governo, sottolineando come, data la distruzione delle infrastrutture abitative e il perdurare del rischio missilistico, «sarebbe necessario organizzare il rimpatrio dei militari italiani». Al momento, la Difesa monitora la situazione ora per ora, valutando se sia possibile ripristinare le condizioni di sicurezza o se occorra procedere con l’evacuazione del contingente.
(da agenzie)

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SCHLEIN INCALZA MELONI SULLA CRISI IN MEDIO ORIENTE: “DANNI IRREPARABILI SE IL GOVERNO RESTA SCHIACCIATO SUGLI STATI UNITI”

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“KHAMENEI ERA UN DITTATORE SANGUINARIO, NON NE SENTIREMO LA MANCANZA, MA LE AZIONI MILITARI CHE VIOLANO IL DIRITTO INTERNAZIONALE SONO SBAGLIATE”

«Il governo italiano non può rimanere schiacciato sull’amministrazione Usa, o danneggerà irreparabilmente il ruolo diplomatico che l’Italia ha sempre svolto e visto riconosciuto da tutti gli attori nella regione». È con queste parole che Elly Schlein incalza la premier Giorgia Meloni sulla posizione dell’Italia in merito all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Ali Khamenei, precisa la segretaria del Pd e leader dell’opposizione, «era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza». Al contempo, aggiunge, «noi riteniamo sbagliate e pericolose le azioni militari unilaterali che violano il diritto internazionale e scavalcano ogni sede multilaterale».
La posizione del Pd sulla crisi in Medio Oriente
In una nota condivisa con i media, Schlein spiega la posizione del suo partito in merito a ciò che sta avvenendo in queste ore in Medio Oriente: «Continuiamo a seguire con preoccupazione e angoscia la drammatica escalation in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran, l’uccisione di Khamenei e le reazioni militari del regime iraniano contro diversi Paesi del Golfo, in cui sono
rimasti bloccati anche molti cittadini italiani per cui siamo in apprensione. Il governo italiano si impegni con ogni sforzo per la de-escalation, per fermare gli attacchi e per riportare al più presto i nostri connazionali a casa e al sicuro».
Il rapporto fra Trump e Meloni
Il punto politico su cui insiste Schlein è la vicinanza di Meloni a Donald Trump, che solo pochi giorni fa «convocava il Board of Peace con cui intende sostituire l’Onu e poi decide da solo insieme a Netanyahu dove e come colpire. Diceva che avrebbe messo fine ai conflitti, e invece produce caos e apre la strada a una pericolosa spirale di guerra dai risvolti imprevedibili su tutta la regione e anche sulla fragile tregua a Gaza». Di fronte a tutto ciò, incalza la segretaria dem, «Meloni non interviene, eppure l’amicizia che rivendica con Trump non gli ha impedito di non avvertirla dell’attacco, tanto da avere il nostro ministro della Difesa bloccato a Dubai».
(da agenzie)

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BENZINA, DIESEL E GAS: LA STANGATA E’ SERVITA

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

SCHIZZANO I PREZZI DOPO L’ATTACCO ALL’IRAN, PETROLIO VERSO I 100 DOLLARI A BARILE, TORNA L’INCUBO BOLLETTE

Carburanti ai massimi da un anno, ma è solo l’inizio: lo Stretto di Hormuz bloccato mette a rischio un quinto dell’export mondiale. Balzo del 25% per il metano
Il conto della guerra in Medio Oriente arriva direttamente nelle tasche degli italiani. Lunedì mattina si è aperto con una doccia fredda ai distributori: i prezzi di benzina e diesel sono schizzati ai livelli più alti da oltre un anno, proprio mentre sui mercati internazionali il gas registra un’impennata record del 25%. È l’effetto immediato dell’escalation tra Usa, Israele e Iran, che minaccia ora di trasformarsi in uno shock energetico strutturale con il greggio lanciato verso la soglia dei 100 dollari al barile.
La stangata alla pompa
I primi segnali si sono visti già all’alba sui listini dei grandi marchi. Secondo le rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il gasolio è tornato ai massimi dal febbraio 2025. Al momento il diesel self service si attesta su una media di 1,728 euro/litro, mentre per il servito si sfiorano gli 1,865 euro/litro. La benzina self service a 1,673 euro/litro, mentre per il servito a 1,813 euro/litro. Ma l’allerta è massima perché, come precisano gli esperti, «è solo l’inizio»: gli attuali rincari non tengono ancora pienamente conto del balzo delle quotazioni petrolifere seguito all’attacco di Teheran. Gli effetti più pesanti alla pompa si vedranno nei prossimi giorni, con un rincaro a catena che rischia di travolgere anche i costi di trasporto delle merci.
Gas a +25%: l’incubo bollette
Non va meglio sul fronte del riscaldamento e dell’energia elettrica. Ad Amsterdam, le quotazioni del gas naturale (indice Ttf) sono esplose in avvio di seduta con un aumento del 25%, toccando i 39,85 euro al megawattora. Si tratta del valore più alto da oltre un anno, un balzo che mette sotto pressione le industrie energivore europee e fa temere una nuova ondata di aumenti nelle bollette di luce e gas.
Chiuso lo stretto di Hormuz
Il cuore della crisi è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più strategico del pianeta, attualmente paralizzato dalle tensioni belliche. Le navi petroliere e le metaniere sono ferme, bloccate dal rischio di attacchi missilistici. Da questo lembo di mare passa un quinto del consumo mondiale di petrolio (oltre 20 milioni di barili al giorno)e il 20% del gas naturale liquefatto (gnl) globale, incluse tutte le forniture vitali dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti.
(da agenzie)

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DAL CONCERTO A CASAPOUND AD AMBASCIATORE IN GIAPPONE: LA PARABOLA DEL “FASCIOROCK” VATTANI

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO LO HA NOMINATO IL PIU’ ALTO RAPPRESENTANTE DEL NOSTRO PAESE A TOKYO

La notizia: Mario Vattani è il nuovo ambasciatore d’Italia in Giappone. Quindici anni dopo lo scandalo dell’esibizione alla kermesse neofascista di CasaPound con il suo ex gruppo musicale fasciorock SottoFasciaSemplice – all’epoca Vattani era console a Osaka, fu subito richiamato in Italia dalla Farnesina e sospeso dall’incarico; seguì un lungo periodo di purgatorio – il governo l’altro giorno lo ha ufficialmente nominato il più alto in grado rappresentante del nostro Paese a Tokyo. In quel Giappone che per Vattani è, da molti anni, una specie di seconda casa, oltre che una passione sulla quale il neoambasciatore si è cimentato anche con alcune pubblicazioni. La nomina e l’inizio della nuova missione – come ha raccontato lo stesso Vattani in un video social rilanciato dal Secolo d’Italia, house organ di FdI, nel quale viene elogiato l’impegno della premier Giorgia Meloni nel tessere rapporti con il potente Stato dell’Asia orientale – sono arrivati nel giorno del 160°
anniversario dell’amicizia Italia-Giappone. Ma l’investitura di Vattani non è stata una sorpresa: era prevista da mesi. Più o meno da quando, a gennaio 2024, da commissario italiano per Expo 2025 a Osaka, il Consiglio dei ministri approvò la sua promozione a “ambasciatore di grado”: il riconoscimento più ambito per un diplomatico, il top di carriera della Farnesina. Che lo ha fatto entrare nell’empireo dei “magnifici” 24, tanti sono gli ambasciatori di grado italiani.
Cinquantanove anni (è nato il 7 luglio 1966 a Neuilly sur Seine in Francia), figlio del potente ex segretario generale della Farnesina Umberto Vattani che è stato anche consigliere diplomatico di Giulio Andreotti, nella storia e nella carriera di Mario Andrea Vattani ci sono state vicende balzate agli onori delle cronache. Dichiarate e mai rinnegate simpatie per l’estrema destra, negli anni di gioventù frequenta gli ambienti del neofascismo romano: il 9 giugno 1989 un gruppo di naziskin massacra di botte e sprangate due giovani all’uscita del cinema Capranica di Roma. Nel gruppo c’è anche Vattani. Che finisce agli arresti domiciliari ma verrà poi prosciolto dalle accuse. Fu l’unico che risarcì le due vittime con 180 milioni di vecchie lire, ottenendo in cambio il ritiro del processo di rito civile. Con il nome d’arte di Katanga, il figlio (allora) molto esuberante del segretario generale della Farnesina diventa il front man del gruppo musicale SotoFasciaSemplice. La band nel 2011 si esibisce sul palco di un raduno di CasaPound Italia: Vattani viene filmato mentre canta “Bandiera nera”, tra saluti romani, croci celtiche, simboli del Ventennio e l’entusiasmo dei camerati. Scoppia il caso. Vattani allora era console italiano ad Osaka. Un ruolo che stride con la plateale partecipazione a una kermesse neofascista. Per le cronache Katanga diventa il “console fascio-rock”.
L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi richiama Vattani in Italia. Lo show con CasaPound gli costa una punizione (sospeso per quattro mesi), scie di carte bollate e un lungo stop. Le polemiche divampano: accuse di antisemitismo e richiami al fascismo. “Katanga”, mentre aspetta che il purgatorio passi, si dedica ad altro: produce olio nella sua tenuta in Toscana insieme alla moglie giapponese, si candida senza successo con la Destra d Francesco Storace, scrive romanzi ambientati in Estremo Oriente e una guida sul “suo” Giappone. Nel 2021 il governo Draghi riabilita il “console fascio-rock (fu Di Maio a caldeggiare) promuovendolo ambasciatore a Singapore, tra le polemiche di centrosinistra e Anpi. Ripulito, Katanga torna a indossare la grisaglia da diplomatico. A febbraio 2023 si
materializza l’incarico di commissario Expo a Osaka. Vattani subentra al dimissionario Paolo Glisenti dopo un decreto legge che aumentò lo stipendio del commissario: da 240mila euro – il massimale della Pubblica amministrazione – a 360mila (più rimborsi spese), 120 mila in più.
Di Mario Vattani si torna a parlare a metà ottobre 2025. E sempre per i suoi passati rapporti con CasaPound. Il Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra si rivolgono con un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani chiedendo spiegazioni dopo le rivelazioni contenute nel libro-inchiesta “Il libro segreto di CasaPound”. Nel libro si da’ conto del fatto che negli anni scorsi Vattani ha fatto parte degli “Unici”, una ristretta cerchia formata da simpatizzanti, militanti, sostenitori vip del movimento neofascista, che – a partire dal 2017 – hanno portato a CasaPound idee, spunti e contributi economici spontanei in occasione di cene, incontri e iniziative di autofinanziamento. Il nome di Vattani fa parte di un elenco di una settantina di persone, manager, imprenditori, avvocati, docenti universitari, giornalisti. Un ambasciatore – Vattani appunto – e un generale dell’Aeronautica. Vattani – che ha smentito di avere avuto rapporti con CasaPound e di avere mai contribuito a sostenerla – ha partecipato a eventi a Roma organizzati dai “fascisti del terzo millennio” con l‘apposito scopo di raccogliere risorse finanziarie da destinare all’attività della stessa CasaPound e alle sezioni sui territori. “Davvero il ministro ritiene che un attivista di una formazione neofascista sia la persona giusta per rappresentare l’Italia in Giappone? – attacca la dem Lia Quartapelle -. Un ambasciatore d’Italia deve rappresentare i valori repubblicani nati dalla Resistenza e sanciti nella Costituzione. Il governo chiarisca come sia possibile che Vattani risulti tra i finanziatori di CasaPound, organizzazione dichiaratamente neofascista. Il finanziamento di un gruppo che si richiama apertamente al fascismo è incompatibile con il giuramento di fedeltà alla Costituzione che ogni diplomatico deve prestare – aggiunge Quartapelle -. Non è la prima volta che emergono simpatie di estrema destra riconducibili a questo ambasciatore, già sospeso in passato dal servizio diplomatico. Sorprende che l’attuale governo lo abbia invece promosso a una sede di così alto prestigio”. Avs, con un’interrogazione a firma Marco Grimaldi, aveva chiesto a Tajani: “Vogliamo sapere dal governo se non sia arrivato il momento di valutare l’opportunità che Vattani rappresenti ancora la Repubblica italiana in Giappone come ambasciatore”. Nessuna risposta da parte del
ministro né di altri esponenti del governo. Nel frattempo la nomina di Vattani ad ambasciatore d’Italia a Tokyo è arrivata.
(da Repubblica)

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SIGFRIDO RANUCCI: IL GRAN RITORNO DELLA CASTA. L’ATTACCO ALLA GIUSTIZIA E GLI INDAGATI AL GOVERNO

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

DAL CASO ALMASRI AI GUAI ELLA MINISTRA SANTANCHE’: UN ESTRATTO DEL NUOVO LIBRO DI RANUCCI SUI PROTAGONISTI DEL PALAZZO

Dal caso Almasri ai guai della ministra Santanché: ecco un estratto del nuovo libro di Sigfrido Ranucci sui protagonisti del palazzo (“Il ritorno della Casta. Assalto alla giustizia”, edito da Bompiani, pp. 208).
Njeem Osama Almasri, generale libico accusato di crimini contro l’umanità e ricercato dalla Corte penale internazionale, è stato arrestato in territorio italiano il 19 gennaio 2025 ma il suo arresto non è stato convalidato, e il Viminale ha disposto il suo immediato rimpatrio con un volo di Stato.
Per questo il 26 gennaio 2026 l’Italia è stata ufficialmente deferita all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale; al governo italiano, che non ha consegnato Almasri alla giustizia internazionale nonostante un mandato di cattura pendente, viene contestata la violazione degli obblighi internazionali di cooperazione (…).
Giorgia Meloni ha sempre difeso la gestione del caso, sostenendo che la scarcerazione di Almasri non è stata una scelta politica ma la conseguenza di una decisione tecnica della Corte d’appello di Roma, che non ha convalidato l’arresto per vizi procedurali, e che il rimpatrio immediato è stato stabilito per ragioni di sicurezza nazionale, per evitare rischi di ritorsioni o destabilizzazione nei rapporti con la Libia. Ma nel gennaio 2025, la premier è stata iscritta nel registro degli indagati dalla procura di Roma con l’ipotesi di favoreggiamento e peculato in relazione al rimpatrio di Almasri. Il caso Almastri ha coinvolto nel frattempo Giusi Bartolozzi, il capo di gabinetto del ministro della Giustizia, indagata per false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, due ministri e un sottosegretario.
La premier ha duramente attaccato la magistratura durante le fasi calde dell’indagine, affermando di «non essere ricattabile» e definendo l’iscrizione nel registro degli indagati un attacco politico al governo. Il 4 agosto 2025 il tribunale dei ministri di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per favoreggiamento e
peculato aperta nei confronti della premier. Ad annunciarlo è lei stessa con un post sui social: «Oggi mi è stato notificato il provvedimento dal tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie. I giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri Piantedosi e Nordio e del Sottosegretario Mantovano. Nel decreto si sostiene che io “non sia stata preventivamente informata e (non) abbia condiviso la decisione assunta”: e in tal modo non avrei rafforzato “il programma criminoso”. Si sostiene pertanto che due autorevoli Ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte. È una tesi palesemente assurda».
Ma la premier non deve preoccuparsi troppo a lungo: il 9 ottobre 2025, la Giunta per le autorizzazioni della Camera respinge la richiesta del tribunale dei Ministri di procedere contro Piantedosi, Nordio e Mantovano per i reati di favoreggiamento e abuso d’ufficio
Nordio contesta la validità del mandato della Corte penale internazionale, definendolo un “atto eccentrico” con “nette incongruenze” interne. Piantedosi giustifica il rimpatrio immediato del generale in Libia come una necessità di sicurezza nazionale (…). Il caso è rimasto al centro del dibattito anche a causa del diverso comportamento delle autorità tedesche, che nel luglio 2025 hanno arrestato e successivamente consegnato alla Corte penale internazionale Khaled El Hishri, considerato il braccio destro di Almasri.
Ma i sassolini nella scarpa del governo non finiscono qui. C’è Daniela Santanchè, ministra del Turismo, che è stata iscritta nuovamente nel registro degli indagati per un’ipotesi di bancarotta relativa al fallimento di una società, la Bioera Spa. Inoltre è a processo per falso in bilancio nel caso Visibilia ed è indagata per truffa ai danni dell’Inps in merito alla gestione della cassa integrazione durante il periodo Covid.
C’è sempre la vicenda del sottosegretario alla Giustizia. Andrea Delmastro Delle Vedove, condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso relativo all’anarchico Alfredo Cospito. La sentenza prevede anche un anno di interdizione dai pubblici uffici, ma non è esecutiva fino al giudizio definitivo. E non dimentichiamo Augusta Montaruli, la sottosegretaria di Fratelli
d’Italia condannata in via definitiva per le spese pazze in Piemonte: un anno e sei mesi per peculato. I 25.000 euro di acquisti illeciti con soldi pubblici di cui Montaruli è stata ritenuta responsabile in via definitiva comprendono vestiti griffati Hermès, articoli di pelletteria e cristalli Swarovski, ma anche 6.000 euro per uno studio sulla propria reputazione social e 4.000 per un corso sull’uso dei social network. Nonché spese che i giudici definiscono “stravaganti” ed “eccentriche”: come il libro Sexploration dal sottotitolo: Giochi proibiti per coppie. In seguito alla conferma della condanna, Montaruli si è dimessa dalla carica di sottosegretaria all’Università ma ha mantenuto il seggio in Parlamento. Successivamente è stata nominata vicepresidente della Commissione di vigilanza Rai nell’aprile 2023. Pur essendo stata condannata in via definitiva per un reato grave come il peculato, la durata della sua pena non è stata sufficiente a far scattare per lei l’allontanamento dai banchi della Camera secondo la Legge Severino.
(da Repubblica)

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CHI E’ PETER THIEL, IL RE DELLA SORVEGLIANZA DI MASSA

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL SUO RUOLO DA GAZA, MADURO A KHAMENEI

Si chiama Peter Thiel e il suo nome è poco noto al grande pubblico. È un imprenditore miliardario e influente convinto che la libertà sia incompatibile con la democrazia, anche perché l’allargamento del diritto di voto, in particolare quello alle donne, favorendo la tendenza verso lo sviluppo di un welfare state, ha reso impossibile una «democrazia capitalista» pienamente libertaria. Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo. Secondo i tanti scettici non va preso troppo sul serio poiché le azioni e i giudizi di qualunque imprenditore hanno sempre il fine ultimo del profitto. Ma applicare questi criteri a uno come Thiel sarebbe un errore. La sua diversità emerge dalla storia personale e dal ruolo della sua principale impresa, Palantir, gigante segreto della raccolta e dell’analisi di quantità sterminate di dati presi ovunque ed elaborati a fini di sorveglianza, ed è il fornitore delle più sofisticate e penetranti tecnologie digitali a forze militari e servizi segreti Usa e di molti altri Paesi, fra cui Israele. Sapere chi è Thiel non è solo una curiosità. È una necessità.
Sostiene che la concorrenza è devastante per il progresso tecnologico e tiene conferenze a porte chiuse paventando l’arrivo dell’Anticristo.
Chi è Thiel
Nato in Germania, ma cresciuto negli Stati Uniti, approda alla Stanford University, la più prestigiosa accademia tecnologica d’America, dove però non studia ingegneria, computer science o business. Fan di Tolkien e del suo «Il Signore degli Anelli», diventa un seguace della filosofia iperliberista di Ayn Rand, che celebra l’egoismo come grande forza di progresso. Si laurea in filosofia e poi consegue una seconda laurea con un dottorato in giurisprudenza. Negli anni del college fonda The Stanford Review, giornale universitario col quale vuole sfidare il pensiero dominante, creando al tempo stesso un gruppo di persone disposte a seguirlo su questa strada impervia: David Sacks e Alex Karp gli sono ancora vicini in ruoli di governo e nelle sue aziende. Già allora si oppone al politicamente corretto californiano, al femminismo, al multiculturalismo. In pratica agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke. Idee che già allora lo mettono in luce nel mondo intellettuale della destra americana, dalla quale la rivista riceve i primi finanziamenti.
Agita con 35 anni di anticipo (siamo alla fine degli anni Ottanta) quelli che diventeranno i temi della campagna trumpiana anti woke.
Corti federali, finanza, politica
La carriera di Thiel inizia come assistente di un giudice federale di Atlanta. Prova senza successo a lavorare alla Corte Suprema, poi entra in un prestigioso studio legale di New York. Dopo qualche anno (1993) abbandona la macchina della giustizia: gli pare lenta e allergica al cambiamento. Sceglie la finanza che gli pare molto più dinamica, oltre ad offrire possibilità di rapido arricchimento. Ma anche il nuovo datore di lavoro, Credit Suisse, lo delude. Allora prova la strada della politica: a Washington diventa l’assistente e il ghostwriter di William Bennett, un influente parlamentare conservatore, ex ministro del governo Reagan. Dal mondo dei tribunali, della finanza e della politica impara molto, affina il suo metodo e, alla fine, torna in California.
Nella Silicon Valley crea una sua società finanziaria con un milione di dollari raccolti attraverso la rete di contatti che si è creato. La prima operazione – Confinity – è una infrastruttura elettronica per gestire pagamenti in una valuta alternativa al dollar
Poi scopre che proprio di fronte al suo ufficio c’è la sede di un’altra start up che fa cose simili, guidata dal giovane Elon Musk. Inevitabile lo scontro, ma poi chi ha investito nelle due imprese li obbliga a collaborare. I due creano un’azienda comune: PayPal. Ma pur stimandosi continuano a farsi la guerra e, alla fine, vendono PayPal a eBay per un miliardo e mezzo.
Da PayPal a Palantir
Quel team iniziale di geni informatici diventerà un gruppo di potere (soprannominato PayPal Mafia) molto influente nella Silicon Valley, con la sua filosofia di una corsa a perdifiato per far progredire la tecnologia senza limiti né cautele. Thiel però disprezza Google, Apple e le altre aziende della Silicon Valley che producono servizi per i consumatori: guadagnano miliardi, ma indeboliscono la nazione trasferendo produzioni all’estero e cedendo tecnologia alla Cina. Con il suo family office, Thiel Capital, crea un fondo d’investimenti, Founders Fund, con il quale finanzia progetti che considera di sostanza: dalla biologia allo spazio. E poi nel 2003 amplia la tecnologia di PayPal, usata per individuare chi cerca di truffare il sistema di pagamenti elettronici, creando una sofisticatissima piattaforma di raccolta e analisi dei dati estesa a tutti i campi. Nasce così Palantir, fondata insieme ad un fedele e ristretto gruppo di amici: Alex Karp, Nathan Gettings, Joe Lonsdale e Stephen Cohen. L’azienda attrae l’attenzione della Cia, sempre alla ricerca di tecnologie di osservazione e spionaggio più avanzate, e tramite la start up In-Q-Tel diventa socio di minoranza di Palantir che, in questo modo, acquista credibilità davanti ai governi. E si vede aprire gli archivi del governo americano.
La Cia come socio
Con il compagno di università Alex Karp, tuttora gestore e amministratore delegato di Palantir, Thiel ha una intesa perfetta: anche lui è un imprenditore-ideologo che vive la sua missione come una crociata. La prima missione di Palantir è quella di raccogliere ovunque e processare dati in funzione antiterrorismo. Un’attività che poi si allarga, entra nei dati privati di cittadini e la linea di confine tra la legittima lotta contro i terroristi e le violazioni della privacy sparisce in una nuvola di polvere.
La volontà di Thiel di sfidare il sistema emerge per la prima volta, agli occhi del grande pubblico, nel 2016: già miliardario di grande successo, è l’unico leader della Silicon Valley a schierarsi con l’outsider Trump. Da allora in poi non si vedrà più insieme al tycoon, preferisce lavorare nell’ombra. Nel 2022 investe 15 milioni di milioni di dollari per far diventare senatore dell’Ohio una sua creatura, JD Vance,
che aveva cominciato la carriera proprio nel fondo di Thiel. E infine, insieme a Musk, ha convinto Trump a scegliere Vance come vice: è il suo uomo per il futuro
Riesce anche a destinare alcuni suoi collaboratori e alleati a ruoli chiave nell’amministrazione Trump: Jacob Helberg, sottosegretario per la Crescita economica, Energia e Ambiente; Jim O’Neill, viceministro della Sanità; Michael Kratsios, direttore dell’ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche; David O. Sacks, consigliere speciale per le criptovalute e l’intelligenza artificiale. Per Thiel la soluzione non è cambiare la politica, ma scavalcarla, affidando le decisioni a sistemi tecnici e a pochi decisori-amministratori che agiscono per il proprio interesse. E dalla Casa Bianca ha ottenuto per Palantir un ruolo sempre più centrale nell’amministrazione civile e militare del governo federale.
Il boss della sorveglianza
Palantir, con la sua capacità di incrociare informazioni tratte da un gran numero di fonti (patenti, assistiti con la sanità Medicaid, informazioni commerciali, acquisti online o con carta di credito, dati fiscali, cellule telefoniche e Gps per individuare percorsi, lettura di targhe e molto altro), fornisce avanzati strumenti di analisi e predittivi al Pentagono, alla Cia, Fbi, Nsa, Forze armate Usa e servizi segreti di Paesi alleati, a partire da Israele, con il sistema che individua i bersagli da colpire a Gaza.
Palantir non rivela come funziona e dove viene impiegata la sua tecnologia, ma afferma che è stata essenziale per combattere il terrorismo. Non ci sono conferme, però si ritiene che molte missioni, da quella con la quale gli americani hanno eliminato Osama bin Laden, al colpo inferto dai servizi israeliani alla dirigenza hezbollah in Libano facendo esplodere simultaneamente i cellulari di centinaia di capi, siano state basate su tecnologia Palantir. Nella società americana l’Ice fa un uso a tappeto di Palantir per individuare persone sospettate di essere immigrati clandestini, incrociando dati sui loro comportamenti. Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani.
Sappiamo che la tecnologia Palantir, insieme a quella del partner Anthropic, è stata utilizzata per catturare Maduro e individuare la guida suprema Khamenei, poi ucciso dagli Israeliani
I clienti
La tecnologia Palantir è utilizzata anche dalle agenzie sanitarie: dalla Food and Drug Administration al Servizio Sanitario pubblico inglese per la gestione dei dati clinici, e ha una partnership con il Policlinico Gemelli per applicazioni di AI. Ha contratti con industrie di 40 Paesi: dal gruppo farmaceutico tedesco Merck, alla francese Sanofi, Boeing, Airbus, Google, Walmart, Nvidia, Ferrari, Unicredit.
E i profitti di Palantir crescono (oggi capitalizza 335 miliardi di dollari), così come il potere di Thiel. Quando un software diventa indispensabile in settori cruciali, smettere di usarlo è complicato. E se uno Stato o le sue istituzioni basano le decisioni su quel software, chi lo fornisce ha un peso reale sulla scelta.
La sua ricchezza personale, benché enorme, lo colloca nelle retrovie dei miliardari trumpiani: ha chiuso il 2025 con un patrimonio di circa 25 miliardi di dollari e Forbes lo mette al 40esimo posto tra i miliardari Usa.
Un piede in tutte le scarpe
La società di venture capital di Peter Thiel, Founders Fund, è l’investitore di riferimento di Anduril Industries: la start up che sviluppa armi autonome, governate dall’intelligenza artificiale. Ma anche azionista di Anthropic, il cui sistema di AI Claude può essere usato per sviluppare armi in grado di uccidere senza controllo umano. Scenario a cui l’amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei ha detto no, rimettendoci i contratti con Pentagono. Founders Fund è presente in Arkham Intelligence, una piattaforma che fonde la tecnologia blockchain con la sorveglianza: la missione è quella di indentificare chi c’è dietro ai portafogli digitali per trasformare le informazioni in prodotti commerciali. «Nella logica di Thiel la privacy è una risorsa, chi la controlla detiene il potere» scrive Luca Ciarrocca in «L’anima nera della Silicon Valley – la vera storia di Peter Thiel», edito da Fuoriscena.
Attraverso un labirinto di veicoli societari investe in progetti come il Seasteading Institute, che promuove comunità autonome fuori dalla sovranità statale, nel mezzo dell’oceano. In Unity Biotechnologies finanza progetti legati alle trasfusioni di sangue da donatori giovanissimi, e terapie geniche per allungare la vita fino a 120 anni. Per Thiel la morte è solo un complicato problema ingegneristico. Del resto il personaggio è anche pieno di ossessioni e contraddizioni.
Il cenacolo segret
Omosessuale, sposato il suo compagno, ma appartenente a un mondo conservatore che non ha mai digerito i matrimoni gay. E quando il sito Gawker scrisse per primo della sua omosessualità, condusse una campagna (segreta) fatta di cause legali che hanno portato alla chiusura di quell’organo d’informazione.
Thiel persegue i suoi disegni rivoluzionari anche al di là dell’attività «emersa». Fin dal 2006 Thiel ha creato, attraverso una sua fondazione, Dialog. È un cenacolo nel quale periodicamente si riuniscono per discutere nella più assoluta riservatezza un centinaio di esponenti influenti di vari mondi: politici, uomini d’affari, tecnologi, giuristi, anche qualche esponente dei media. Più probabilmente è qualcosa di simile a commissioni che si riuniscono con un certo grado di riservatezza come la Bilderberg o la Trilateral. Solo più selezionata e segreta (chi ha rotto questo vincolo è stato estromesso). Presto Dialog potrebbe uscire dall’ombra: ha comprato un terreno a Washington e pare intenzionata a dotarsi per la prima volta di una sede fisica.
Le ossessioni
Ossessionato dalla sicurezza, è diventato cittadino anche della Nuova Zelanda perchè pensa che, in caso di vittoria del Sud del mondo, questa isola remota e autosufficiente sia sul piano energetico che nella produzione di cibo, potrebbe diventare l’ultimo rifugio dei ricchi dell’Occidente. È già In buona compagnia: hanno scelto la residenza in Nuova Zelanda anche Jack Ma (fondatore di Alibaba) e Larry Page, co-fondatore di Google. Difficile coniugare queste visioni «pagane» col suo cristianesimo stralunato fino all’ultima ossessione, quella dell’Anticristo, declinata nei mesi scorsi nelle sue conferenze «segrete». E, infatti, il suo Anticristo può essere una persona, come Greta Thunberg, o un fenomeno che lui paventa: l’irruzione di un’autorità che impone un governo oppressivo mondiale. Ruolo al quale Thiel vede candidati coloro che vogliono introdurre limiti e regole: da chi vuole proteggere il pianeta con la riduzione delle emissioni, a chi chiede controlli e regole sugli sviluppi della tecnologia nel timore che l’intelligenza artificiale sfugga di mano all’uomo.
Milena Gabanelli e Massimo Gaggi
(da corriere.it)

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“LA GUERRA ALL’IRAN? IL DIVERSIVO DI TRUMP PER DISTRARRE DAGLI EPSTEIN FILES E DAI DAZI”

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’ECONOMISTA PAUL DE GRAUWE, DOCENTE ALLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS

“Sull’immigrazione è stato il disastro più assoluto, finito con gli omicidi degli scherani dell’Ice e poi gli 80mila posti di lavoro persi in un anno come non succedeva dai tempi della Grande Depressione, per non parlare degli Epstein Files. Non gli resta che ricorrere a qualche colpo di teatro dal crescente effetto-shock”. Chi parla è Paul De Grauwe, economista della London School of Economics: in un’intervista a Repubblica, si dice convinto che “anche in questo settimo attacco armato lanciato da Trump, portato al massimo livello e alla massima visibilità mediatica, c’è alla base la componente del diversivo”. Dunque, usare l’attacco all’Iran come arma di distrazione di massa: per De Grauwe “sono troppi i colpi a vuoto che sta mettendo a segno in patria, specialmente nell’economia, a partire ovviamente dalla vicenda dei dazi appena bocciati dalla Corte Suprema“. E dallo scandalo degli Epstein Files, nell’ambito dei quali è stata anche interrogata la coppia Clinton. “È la prima volta che la guerra coinvolge praticamente tutti 1 Paesi dell’area del Golfo, accomunati dal tragico disagio di dover far passare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, proprio il braccio di mare che gli iraniani hanno chiuso con imprevedibili conseguenze”, prosegue l’accademico che sposa la teoria
del diversivo, per una guerra sulla quale in Congresso Usa – peraltro – non si è ancora espresso e, probabilmente, non lo farà prima di mercoledì.
L’idea che l’attacco al regime degli Ayatollah sia un altro tentativo del capo della Casa Bianca per distogliere l’attenzione dalla crisi interna, trova spazio tra commentatori e media critici del tycoon e anche su X, dove l’hashtag #epsteindistraction viene rilanciato da settimane, ben prima dell’attacco all’Iran del 28 febbraio. Sui social, in generale, è diventato virale il termine “Operation Epstein Fury”, utilizzato in contrapposizione al nome ufficiale dell’operazione militare (“Operation Epic Fury”). Molti utenti sostengono che Trump stia cercando di aumentare il proprio consenso interno per proteggersi proprio dalle implicazioni dei file, dai quali peraltro è risultato siano scomparse oltre 50 pagine in cui una donna, minorenne all’epoca dei fatti, aveva descritto abusi subiti proprio dal presidente in carica.
Tra gli articoli sui media internazionali che sostengono la “teoria del diversivo”, spicca un commento su Al Jazeera del 26 febbraio firmato da Yoav Litvin– vicepresidente presso il Whatcom Peace and Justice Center, organizzazione non-profit con sede a Bellingham, nello stato di Washington, dedicata alla promozione della pace e della giustizia sociale attraverso l’azione non violenta e l’educazione. “La guerra agisce come una forza stabilizzatrice quando le contraddizioni interne non possono essere risolte attraverso la mobilitazione collettiva. Con le sue uniformi e le sue marce – si legge nel pezzo -, la guerra canalizza il malcontento unendo una popolazione frammentata e indignata contro un nemico esterno, trasformando la giusta rabbia per la violenza, l’oppressione e l’avidità di una classe dominante in unità, eroismo e significato artificiali attraverso la violenza contro “l’altro”. Queste dinamiche – prosegue l’articolo di opinione -, delineate da Benjamin decenni fa, risultano familiari nel momento presente, anche nello spettacolo che circonda lo scandalo Epstein. In questo contesto, il conflitto esterno non funziona solo come politica ma anche come consolidamento emotivo, reindirizzando la disillusione interna verso uno scopo nazionale collettivo”.
E anche un commento del 28 febbraio sul Guardian a firma di Christopher S Chivvis – esperto statunitense di politica estera e sicurezza nazionale e direttore di American Statecraft Program presso il think tank apartitico statunitense dedicato alla politica estera e alla cooperazione internazionale Carnegie Endowment for
International Peace – sottolinea che “la sua escalation (di Trump, ndr) contro l’Iran arriva mentre si trova ad affrontare crescenti pressioni interne per aver attaccato i diritti civili dei cittadini statunitensi a Minneapolis, in un contesto di rinnovata attenzione sui dossier Epstein e a pochi giorni dalla bocciatura da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti della giustificazione legale della sua politica tariffaria globale. In quest’ottica, gli attacchi funzionano come una classica “guerra diversiva” – un tentativo di dirottare la narrazione globale e soffocare lo scandalo interno con il fragore dei missili da crociera”.
(da Il fatto Quotidiano)

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