Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI’ DEL PARLAMENTO EUROPEO A DIRETTIVA ANTICORRUZIONE, ‘GRAVE ABUSO D’UFFICIO È REATO’
l Parlamento europeo ha dato il via libera con 581 voti a favore 21 contrari e 42 astenuti alla
direttiva anti corruzione. La direttiva stabilisce a livello Ue le fattispecie dei casi di corruzione che devono essere qualificate come reati dai paesi Ue.
Presente nella lista dei reati un articolo dedicato all’abuso d’ufficio definito “esercizio illecito di funzioni pubbliche” e su cui la direttiva chiede che gli Stati membri adottino le misure necessarie per fare in modo che “costituiscano reato determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico”.
“Con la nuova direttiva anticorruzione approvata in plenaria a Bruxelles, l’abuso d’ufficio rientra di fatto dalla porta principale, smentendo l’intera linea del governo Meloni che nel 2024 aveva scelto di abolire quel reato”. Lo dichiara Sandro Ruotolo, eurodeputato e membro della segreteria del Partito Democratico (S&D).
“Tra lo stop della Corte costituzionale sull’autonomia differenziata, la bocciatura del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e le dimissioni della ministra Daniela Santanche’, insieme a quelle del sottosegretario Delmastro e della capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi, si profila oggi una vera e propria Caporetto politica per il duo Meloni-Nordio. – prosegue – La direttiva parla chiaro: all’articolo 11, sotto la definizione di ‘esercizio illecito di funzioni pubbliche’, l’Europa ripristina quegli elementi sostanziali che Nordio aveva voluto cancellare.
Gli Stati membri sono ora obbligati a punire i funzionari che violano intenzionalmente la legge nell’esercizio delle loro funzioni. E’ il crollo di una narrazione: cio’ che il governo Meloni ha smantellato nella lotta alla corruzione, l’Unione europea lo impone come standard minimo di legalita’”.
L’eurodeputato dem evidenzia anche il quadro economico: “Non gliene va bene una alla presidente Meloni. Mentre la crescita rallenta e la precarieta’ aumenta, il governo continua a collezionare sconfitte politiche e istituzionali. Riforme bocciate, prezzi in aumento e un’economia che rischia la recessione. La realta’ sta travolgendo la loro propaganda”.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DI DANIELA SANTANCHÉ LE HA PRETESE IL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO: E’ STATA LA CONDIZIONE CHE HA IMPOSTO PER FARE IL PASSO INDIETRO
Le dimissioni di Daniela Santanchè arrivano 22 ore dopo la richiesta della premier Meloni. Nessuno, in realtà, aveva capito fino in fondo perché mai la presidente del Consiglio avesse espresso il suo «auspicio» martedì sera alla ministra del Turismo. Il fatto è che si trattava di una precisa richiesta — una condizione quasi — posta dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che sempre martedì aveva rassegnato le proprie dimissioni.
«Danielina» era andata su tutte le furie. Con Ignazio La Russa, il presidente del Senato e antico amico che le prospettava la situazione, lei aveva definito «indecente» anche il semplice parallelo tra le due vicende.
«Le inchieste che mi riguardano — ha sbottato — sono tutte precedenti alla mia attività di governo. Una cosa assolutamente diversa da quella di Delmastro, che in primo grado è stato condannato proprio per fatti connessi alla sua attività mentre era al governo». Dalle parti di Delmastro, l’obiezione è simmetrica: «Lui non è mai stato accusato di reati ai danni dello Stato o comunque della collettività». Resta il fatto che la vicenda mette in luce le divisioni all’interno di Fratelli d’Italia che di solito restano in ombra.
Nemmeno i tanti decenni di trattativa politica, e di amicizia con «Danielina», forse, avevano preparato Ignazio La Russa al confronto su queste dimissioni. Per giunta, per Santanchè l’essere messa in un giro di dimissioni all’indomani della vittoria dei No al referendum è uno sgarbo assoluto. Lei aveva fatto campagna elettorale nella sua Cuneo: «E a Cuneo i Sì hanno vinto senza problemi».
Il tema del referendum non ha mai appassionato La Russa. Il presidente del Senato da tempo aveva confidato ai più vicini che «il gioco del referendum non vale la candela». Perché per il Sì si sarebbe battuta soltanto l’area di governo, mentre nei «No finisce dentro tutto, per tutti i motivi». Ma alla fine Giorgia Meloni ci aveva creduto. Dopo una prima fase di distacco formale dalla partita, aveva fatto premio un’altra considerazione: «Tanto, se ai referendum vincessero i No, sarebbe stato
comunque messo in capo a me». E dunque, la stessa premier aveva messo l’acceleratore alla campagna elettorale. Ci aveva «messo la faccia».
Fatto sta che Daniela Santanchè all’inizio non vuole sentire ragioni. Certo, la situazione è seria. Certo, nel pomeriggio viene calendarizzata la mozione di sfiducia nei suoi confronti delle opposizioni: senza dimissioni, la discussione sarebbe iniziata lunedì prossimo. «Daniela, non ti puoi impuntare, non puoi resistere a una cosa del genere». La Russa insiste, prova a metterle di fronte la questione in tutte le sue implicazioni. Ma lei resta nettissima: «Non è giusto, così si dà ragione a tutti quelli che mi hanno attaccato. Ma il punto è che io sono innocente e lo dimostrerò». Per la ministra si apre ora una corsa contro il tempo opposta a quella fin qui giocata. Le sue possibilità di ricandidatura l’anno prossimo dipendono evidentemente dall’assoluzione.
Alla fine, Ignazio La Russa trova la chiave: «Distingui nel tuo comunicato di dimissioni la tua vicenda da quella degli altri». E così concordano insieme la nota, che viene poi inviata a Palazzo Chigi per ricevere il placet di Giorgia Meloni. Alla Camera, intanto, i deputati di maggioranza sono sempre più allarmati per una vicenda che nessuno sa come possa finire: «Chissà che cosa potrebbe saltar fuori dal voto sulla sfiducia…» .
Ma alla fine, verso le 18, arriva il via libera di Giorgia Meloni. E la nota viene diffusa: «Volevo che le mie dimissioni fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’onorevole Delmastro che pure paga un prezzo alto». Un’osservazione signorile, a cui segue l’amarezza: «Nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tutti tirano un liberatorio, e genuino, sospiro di sollievo.
(da corriere.it)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI FAREBBE BENE A CHIEDERE A GRATTERI COME RIFORMARE LA GIUSTIZIA
Ho fatto un sogno, o forse un incubo. C’era Giorgia Meloni che, terminate le pulizie di
Pasqua nei ministeri, saliva sul Frecciarossa e, a Salvini piacendo, raggiungeva Napoli quasi in orario. Si faceva portare in procura — la stessa in cui i magistrati hanno festeggiato la vittoria cantando Bella Ciao — e chiedeva del capo Nicola Gratteri, il frontman del No che si era ben guardato dall’unirsi al coro.
La premier entrava nel suo ufficio e… Qui il sogno/incubo si ingarbugliava. In certi momenti sembrava che i due litigassero e si aveva la sensazione che lei stesse per andarsene, o lui per sbatterla fuori. Ma poi li ho visti seduti uno di fronte all’altra con Meloni che diceva: «Almeno su una cosa siamo d’accordo, procuratore: la giustizia in Italia va riformata».
«Con il dialogo, però, non con l’imposizione» ribatteva Gratteri. E la premier: «Riconosco che il suo non era un No per partito preso». «Io non ho mai preso partito, presidente». «In questi mesi, lei ci ha combattuti da tecnico e non da politico. Perciò le chiedo di venire a Roma da tecnico a darci una mano».
A quel punto il sogno, vergognandosi del suo stesso ardire, si è interrotto da solo. Quindi non so quale ruolo Meloni possa avergli proposto: capo di una supercommissione o addirittura ministro, dove peraltro lo avrebbe voluto già Renzi dodici anni fa? Non conosco nemmeno la risposta di Gratteri, ma se volete stasera mangio di nuovo pesante e domani vi dico.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
I RAPPORTI DI TRUMP CON L’EUROPA
Immaginate di avere dei vecchi amici ai quali, per ragioni che a voi sono note ma a loro no, all’improvviso rivolgete insulti, rimbrotti, parole di disprezzo. Li chiamate parassiti, scrocconi, viziati, li trattate con manifesta arroganza, usate la vostra posizione di potere per nuocere alla loro condizione economica, riuscite a guastare i rapporti con tutti loro ma in modo particolare con quelli, tra loro, che prendono atto della vostra sorprendente inimicizia ma decidono di non dolersene più di tanto, e si dimostrano serenamente rassegnati a fare a meno di voi.
Anche se hanno ben presente che il tratto di strada percorso insieme era fatto di prossimità culturale e comuni interessi — era, insomma, un’amicizia vera — si fanno una ragione della vostra repentina decisione di interromperla. Pazienza, faremo a meno di te. La vita continua, e l’amicizia, come l’amore, non sempre regge agli urti della vita.
A un tratto vi mettete nei guai (capita, nella vita) e vi accorgete che quegli ex amici potrebbero farvi ancora comodo. E pretendete che vi aiutino, nonostante il guaio sia solo vostro, e sorvolando sull’ostilità ringhiosa che gli avete rovesciato addosso negli ultimi tempi. Vi offendete del mancato aiuto: ma che razza di amici siete, se nel momento del bisogno non venite in mio soccorso?
Questa, per sommi capi, è la storia recente dei rapporti tra Trump e i governi europei. Sembra una favola morale, alla Fedro, alla Esopo, l’infedele che pretende fedeltà, l’incoerente che pretende coerenza. Il finale è ancora da scrivere. Ma in genere, nelle favole morali, chi tira troppo la corda non fa una bella fine.
(da repubblica.it)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
E PER IL DOPO SPUNTA ZAIA
È stata una giornata da lunghi coltelli quella dentro il centrodestra e in particolare in
Fratelli d’Italia dopo che ieri la premier Giorgia Meloni ha chiesto alla ormai ex ministro Daniela Santanchè di lasciare il dicastero del Turismo. Prima c’è stata la richiesta di Meloni, quindi il pressing di vari esponenti di FdI, poi il gioco delle mozioni di sfiducia: la maggioranza ha calendarizzato addirittura a lunedì prossimo la discussione della mozione di sfiducia da parte del centrosinistra. Quindi, l’ulteriore tensione: ambienti vicini a Fratelli d’Italia confermano a Open, nel pomeriggio, l’intenzione della maggioranza di sfiduciare la ministra in aula martedì prossimo a Montecitorio, con una mozione di centrodestra che sarebbe stata quindi argomentata da esponenti del suo stesso partito. Troppo, forse. E quindi Santanchè ha scelto il passo indietro con una lettera, resa nota alle 18 in punto in cui non nasconde tutta la sua amarezza.
Cosa è successo
La ministra ha ricevuto ieri sera l’avviso di sfratto da Palazzo Chigi, con una nota inequivocabile di Meloni che “auspicava” un’assunzione di responsabilità, come fatto dal sottosegretario Delmastro e dalla capo di gabinetto Bartolozzi del ministro Nordio, entrambi dimissionari. Santanchè, che era regolarmente al lavoro in ufficio al ministero questa mattina, non aveva però alcuna intenzione di mollare la presa. Ha persino, nel corso della giornata, minacciato di presentarsi in aula per uno showdown senza esclusione di colpi. Troppo, anche per l’amico Ignazio La Russa, piuttosto amareggiato dal suo atteggiamento a quanto si racconta.
La lite con La Russa
Nella stessa mattinata in cui il numero uno di Palazzo Madama ha accolto per un incontro privato i genitori della famiglia del bosco, Nathan e Catherine, La Russa avrebbe avuto un confronto con la “pitonessa” dai toni piuttosto accessi. Per non dire alti. Un segnale che ha fatto capire anche all’interno di Fratelli d’Italia che pochi erano ancora disposti a difendere Santanchè, che ha poi scelto di farsi da parte.
Il futuro del ministero
Per il ministero parte ora un toto-nomi che, nelle intenzioni di Meloni, deve essere di alto livello, vista l’intenzione di lanciare una “fase due” del governo caratterizzata da alti profili. E tra i nomi spendibili ci sarebbe quello di Luca Zaia, oggi consigliere regionale in Veneto e il cui nome da tempo circola per “incarichi a Roma”. L’entourage dell’ex Doge per ora smentisce, ma proprio da ambienti di Fratelli d’Italia si conferma ad Open che il nome sarebbe gradito proprio a Giorgia Meloni.
(da Open)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL 22,4% DEI TRATTAMENTI SONO TRA I 750 E I 1.499 EURO MENTRE APPENA IL 6,5% SUPERA I TREMILA EURO AL MESE… RISPETTO AL PRIMO GENNAIO DEL 2025, NEL 2026 SI È REGISTRATO UN LIEVE AUMENTO DELLE PENSIONI (+0,6%)
Il 47,5% delle pensioni vigenti a inizio 2026, quindi 9,7 milioni su oltre 21,25 milioni di trattamenti, è inferiore a 750 euro al mese. Tra queste 4.091.750 prestazioni sono legate al reddito.
Lo si legge nell’Osservatorio Inps sulle pensioni vigenti e liquidate che da quest’anno comprende anche la gestione dei dipendenti pubblici. Per il reddito complessivo da pensione bisogna guardare non ai trattamenti ma ai beneficiari che in molti casi hanno più pensioni.
Il 22,4% dei trattamenti (4.755.025) sono tra i 750 e i 1.499,99 euro mentre appena il 6,5% (1.385.934 trattamenti) supera i i tremila euro al mese.
Per le donne le pensioni inferiori a 750 euro sono 6.367.348, il 53,7 dei trattamenti erogati alle femmine mentre per i maschi le pensioni nella fascia più bassa sono 3.336.668, il 35,5 delle prestazioni ricevute dai maschi.
Per le donne le pensioni superiori a 3mila euro sono appena il 2,4% del totale (279.155) mentre per gli uomini sono l’11,8% (1.106.779 assegni)
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
E METTENDO AL MURO LA PANTERATA MINISTRA DEL TURISMO, IL BERSAGLIO NON PUÒ ESCLUDERE IL VOLTO MEFISTOFELICO DEL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA, NONCHE’ BOSS DELLA PRIMA REGIONE ITALIANA PER PIL, IL SICULO-LOMBARDO LA RUSSA
A stupire non è tanto l’esito straordinario del “No” al referendum sulla giustizia con la sua
alta affluenza alle urne, ma il baratro culturale che ormai da anni separa i media tradizionali in via di estinzione e i sondaggisti da quella che una volta era chiamata l’opinione pubblica
Un esito che raffigura la débacle della Meloni e dei suoi codini opinionisti che spadroneggiano in Rai e Mediaset e nella quasi totalità della stampa quotidiana.
E senza che nessuno di loro, convinti della vittoria del “Sì”, avesse messo mai nel conto gli effetti devastanti di una eventuale loro sconfitta (tanto per non fare nomi: chiedere allo storico Paolino Mieli, gran fautore del “Sì”).
Eppure, scavando nell’archeologia di un passato non troppo lontano, avremmo ricordato (e ammonito) come la storia referendaria ha segnato il declino di leader ben più navigati di lei come Craxi (1991) e Renzi (2016).
Invece, abbiamo assistito all’ennesima fuga dalla realtà, degli editorialisti un tanto al kilo e costituzionalisti à la carte che, per settimane, hanno tentato di accreditare la tesi meloniana che non si trattava di un voto politico.
Tanto per dare voce all’ukase della Ducetta della Garbatella, decisa a restare a capo del governo anche in caso di sconfitta del “Sì”.
Un voto politico, dunque, era e rimane. Destinato a spegnere anche le sue velleitarie proposte riformatrici annunciate (legge elettorale Stabilicum)
Un voto pesante, quindi. Da non confondere con il “sei politico” negli anni della contestazione studentesca, come voleva far credere al “popolo bue” la Meloni.
Subito accompagnato ogni volta, e ripetuto a urne chiuse, “ignorantia docet” (leggi cafonata), dal suo mussoliniano: “Me ne frego se vince il “No”.
Ma la nuova geografia politica disegnata dall’esito (politico) della consultazione fa della Evita di Spinaceto (seggio in cui ha vinto il “No”) un’anatra zoppa.
Dopo una sconfitta, si sa, per un leader si aprono due strade: o si dimette o rafforza la sua leadership. Meloni ha scelto di restare incollata alla poltrona di Palazzo Chigi seguendo l’altro tragico motto del Ventennio: “Noi tiriamo dritto”.
Per dare una svolta alla sua leadership ridimensionata dal “No”, anziché guardarsi allo specchio e ammettere l’arrogante bulimia di potere domestico e il vassallaggio estero-trumpiano, la Statista della Sgarbatella ha subito deciso di far piazza pulita degli indagati (Bartolozzi, Delmastro, Santanche’).
E mettendo nel mirino la panterata ministra del Turismo armata di tacco 12, il bersaglio non può escludere la silhouette mefistofelica del co-fondatore di Fratelli d’Italia e boss incontrastato della prima regione italiana, il siculo-lombardo La Russa (chi sceglierà nel ’27 il candidato a sindaco di Milano, ‘Gnazio o Giorgia?)
Il “Sì”, infatti, sopravvive in Lombardia e Veneto. Cioè nelle due enclave leghiste pronte a scaricare il suo attuale leader.
Il vicepremier Salvini ormai è un “peso morto” per gli eredi di Bossi dopo aver arruolato nel partito il mercenario (e traditore), il fu Folgore Vannacci.
E dalle parti di Arcore, feudo dei Berlusconi dove il “Sì” ha perso, l’altro vice della Meloni, Antonio Tajani è uscito annientato nelle regioni governate da Forza Italia (Sicilia, Calabria e Basilicata).
Il suo destino di garante di Forza Italia sarebbe già segnato se Marina e Piersilvio, per prendere una decisione, non avessero bisogno di una ostetrica.
Tra la zavorra ministeriale, fatti fuori Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, ora spicca la spritzante figura del ministro della Giustizia. Va detto che lunedì pomeriggio Carlo Nordio si è assunto la responsabilità politica della sconfitta, annunciando telefonicamente alla Meloni di considerare la propria lettera di dimissioni sul suo tavolo.
Che sono state ovviamente subito respinte al mittente dalla premier rimbambita di “No”: far saltare due ministri (Nordio e Santanchè) l’avrebbe costretta a un rischioso rimpasto di governo
Cosa che nello stato attuale dei malconci alleati Lega e Forza Italia, non è assolutamente da prendere in considerazione.
Così, quella che doveva essere la Madre di tutte le Grandi Riforme, un risarcimento postumo alle buonanime di Craxi e Berlusconi, si è rivelato un boomerang micidiale che fa cantare vittoria in primis ai suoi “nemici” del potere giudiziario
Già, le toghe a cui andavano spezzate le reni. Con tanto di “plotoni d’esecuzioni” annunciati dalla zarina, Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del Guardasigilli il cui senso dello Stato è pari a zero.
E dopo che Nordio ha definito il Csm un “sistema para-mafioso”, i due masaniello alle vongole hanno posto una pietra tombale su ogni possibile dialogo con gli avversari che volevano mettere al muro.
Per arrivare alla scadenza della legislatura, nel ’27, la Meloni si troverà nelle stesse condizioni drammatiche degli italiani che al 27 di ogni fine mese devono far quadrare la loro busta paga falcidiate dalle tasse e dai rincari dei beni di consumo.
Così, la Capataz dell’armata Branca-Meloni – che ha perso faccia e credibilità anche in Europa (Macron lunedì avrà stappato una cassa di champagne alle sua sconfitta) – sarà costretta a navigare a vista.
Ben sapendo che la strada dell’elezioni anticipate è preclusa, sia per i tempi tecnici
per indirle, sia dai suoi alleati riottosi di governo impreparati ad affrontare un nuovo suffragio.
Nel pieno di una crisi economica provocata dai conflitti in Ucraina e nel Golfo, non sarà certo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a sciogliere anticipatamente le Camere.
Sarebbe un altro “No” secco alla Ducetta caduta da cavallo. (Al massimo, le elezioni politiche potranno essere anticipate ad aprile, accorpate a quelle amministrative di Roma, Torino e Milano, tre comuni in mano al centrosinistra: forse è meglio soprassedere.)
(da Dagoreport)
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA VELENOSA DELLA “SANTADECHE’” A MELONI, MA COME CAPO DEL PARTITO, NON DEL GOVERNO: “CARA GIORGIA TI RASSEGNO, COME HAI UFFICIALMENTE AUSPICATO, LE MIE DIMISSIONI. HO VOLUTO CHE FOSSE PUBBLICAMENTE CHIARO CHE ERI TU A CHIEDERMI DI LASCIARE PERCHÉ VOLEVO FOSSE CHIARO, PER LA MIA ONORABILITÀ, CHE FACCIO UN PASSO INDIETRO, NON DOVUTO, SOLO DI FRONTE ALLA RICHIESTA CHE IL CAPO DEL MIO PARTITO RITIENE UTILE E OPPORTUNA” … ULTIMA STILETTATA TACCO 12: “NON VORREI ESSSERE IL CAPRO ESPIATORIO DI UNA SCONFITTA CHE NON È CERTO STATA DETERMINATA DA ME”
Daniela Santanché, ministra del Turismo, si è dimessa. La decisione arriva oggi, 25 marzo 2026, dopo il pressing della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ieri la premier ha auspicato il passo indietro della ministra, che ha atteso 24 ore per formalizzare la decisione
Santanché stamattina si è recata nella sede del ministero per una giornata di lavoro apparentemente normale
Alle 15.05 la ministra ha lasciato il dicastero e si è infilata in macchina senza rispondere alle domande dei giornalisti. Poco dopo le 18, l’annuncio con messaggio alla premier: “Ti rassegno le mie dimissioni come hai ufficialmente auspicato. Obbedisco ma c’è amarezza”.
Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione.
Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta.
Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna
Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio.
Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto.
Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi.
Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri.
Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento.
Cari saluti.
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’ULTIMO SONDAGGIO, SE FINISSE COSÌ, MAGYAR AVREBBE UNA MAGGIORANZA DEI 2/3 DEI SEGGI… TRA GLI ELETTORI CHE HANNO GIÀ DECISO DI VOTARE, IL 58% DEGLI INTERVISTATI SOSTIENE LA FORZA POLITICA DI MAGYAR, TISZA
Secondo un sondaggio Median commissionato da Hvg a più di tre settimane dalle elezioni
parlamentari in Ungheria, il 12 aprile, il partito di opposizione Tisza di Peter Magyar ha aumentato di 23 punti percentuali il suo vantaggio sul partito Fidesz del premier Viktor Orban.
Lo riporta il media ungherese Hvg. Il mese scorso il partito di opposizione aveva un vantaggio di 20 punti percentuali su Fidesz.
Tra gli elettori che hanno già deciso di votare, il 58% degli intervistati sostiene la forza politica di Peter Magyar, mentre la percentuale scende al 35% per il partito di Orbán.
Se i risultati del sondaggio rispecchiassero l’esito effettivo delle elezioni, Tisza potrebbe ottenere una maggioranza parlamentare di due terzi.
(da agenzie)
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