Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI LEGGE PRESENTATA DALLE OPPOSIZIONI E’ STATA BOCCIATA DAL GOVERNO TRA RILIEVI TECNICI E MANCANZA DI COPERTURE… MA PER LE LORO LEGGI LIBERTICIDE I SOLDI LI TROVANO
Per un attimo ci avevamo forse creduto. Avevamo visto la scorsa settimana approdare in Aula la proposta di legge unitaria delle opposizioni, a prima firma Schlein, e qualcuna di noi forse aveva anche sperato che quest’anno, con
l’avvicinarsi dell’8 marzo, invece della solita retorica vuota avremmo fatto tutti un passo avanti per assomigliare di più a un Paese più civile e più giusto.
Purtroppo l’illusione è durata poco e la prospettiva di un reale miglioramento per la condizione delle donne è svanita definitivamente ieri, quando l’iter della proposta di legge che avrebbe introdotto un congedo parentale paritario obbligatorio per madri e padri è stata affossata dalla maggioranza di destra, che risponde a Giorgia Meloni.
Dopo la doccia fredda della relazione tecnica della Ragioneria di Stato sulle coperture, il provvedimento presentato dalle opposizioni, Pd, M5s, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione, Italia viva e Più Europa, è stato bocciato. L’Aula della Camera ha approvato ieri pomeriggio le proposte emendative della commissione Bilancio, con cui sono state eliminate tutte le misure presenti nel testo. Una soppressione totale che equivale a uno schiaffo a tanti aspiranti genitori.
Niente da fare per il congedo parentale paritario obbligatorio: destra boccia proposta delle opposizioni
Cinque mesi di congedo obbligatorio per mamme e papà, rimborsati al 100%: una piccola rivoluzione che da sola sarebbe un vero boost per la natalità e per l’occupazione femminile, visto che al momento ai padri non è concesso di assentarsi dal lavoro nei primi mesi di vita del figlio.
Oggi per le donne è previsto un congedo di maternità obbligatorio della durata di cinque mesi, di cui è possibile usufruire prima e dopo il parto, con un’indennità pari all’80% della retribuzione. Mentre per i padri il congedo di paternità obbligatorio è di soli dieci giorni, non necessariamente consecutivi e retribuiti al 100%. Uno squilibrio fin troppo evidente, che a qualcuno sembra andar bene così come è.
Questione di coperture finanziarie: il provvedimento costava troppo e mancavano dati certi sulla platea, è stata la giustificazione. È stato poi il presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (FdI), a rivendicare lo stop al provvedimento, ricordando come proprio il governo Meloni abbia rafforzato in questi anni il congedo parentale.
Così il centrodestra ha provato a mascherare con ragioni tecniche di natura economica una palese scelta politica. Se così non fosse, la maggioranza avrebbe accolto quantomeno l’invito delle opposizioni ad approfondire e migliorare il testo. E invece niente. E pazienza se questo significa mettere una pietra tombale sulla possibilità di arrivare a una redistribuzione del carico di cura all’interno delle famiglie.
Eppure ce le ricordiamo bene le promesse di Meloni, appena arrivata a Palazzo Chigi, proprio durante il suo primo duello in Parlamento con Elly Schlein. Allora, esattamente tre anni fa, la leader del Pd chiedeva alla prima presidente del Consiglio donna d’Italia di approvare subito un “congedo paritario, pienamente retribuito e non trasferibile, di almeno tre mesi”. La risposta di Meloni sembrava mostrare una minima apertura: “Sul tema dei congedi parentali siamo molto d’accordo”, aveva detto, per poi aggiungere “E poiché il tema del sostegno alle madri lavoratrici e il sostegno alla natalità per noi è una priorità assoluta, io sono sempre disponibile a parlare e a confrontarmi”.
In quel momento la legislatura era iniziata da soli cinque mesi, poi abbiamo visto come è andata a finire. Almeno risparmiateci gli allarmi per il calo delle nascite.
(da Fanpage)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO VOTERA’ NO AL REFERENDUM: “LA RIFORMA FARA’ FINIRE I MAGISTRATI ALLE DIPENDENZE DEL POTERE, METTENDO A RISCHIO I DIRITTI DEI CITTADINI”
La riforma della giustizia farà perdere credibilità ai magistrati, ma soprattuto limiterà i diritti
dei cittadini. Perché, spiega Gherardo Colombo a Fanpage.it, per fare il proprio lavoro un magistrato deve essere assolutamente indipendente dal potere. Secondo l’ex magistrato noto per aver scoperto i segreti della loggia P2 e per aver lavorato a celebri inchieste, Antonio Di Pietro sbaglia a dire che la riforma non avrebbe potuto intaccare lo svolgimento di un’indagine come Mani Pulite. “Lui ha lasciato l’indagine nel 1994. Io sono rimasto, ho subito cinque procedimenti disciplinari e sono stato assoluto. Con le nuove regole non penso che l’esito sarebbe stato lo stesso”.
Gherardo Colombo, benvenuto nella redazione di Fanpage. Ha detto chiaramente che voterà no al referendum perché con le nuove regole “la giustizia sarà sempre più dipendente dal governo”. Mi spiega meglio cosa intende?
Attraverso questa riforma la magistratura in primo luogo perde credibilità. Secondo lei qual è la giustificazione per cui i magistrati non possono più eleggere i loro rappresentanti all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura? Oggi la
Costituzione prevede che i magistrati eleggono coloro che andranno al Consiglio. Con la riforma dovranno essere sorteggiati. Perché invece quelli di provenienza politica, cioè i professori e gli avvocati nominati dal Governo, saranno prima eletti in una lista e poi sorteggiati? Non c’è una differenza abissale? Chi è indicato dal Parlamento è eletto invece mentre i magistrati sono sorteggiati. Perché? Evidentemente non ci si fida dei magistrati. Questo fa precipitare la loro reputazione e credibilità. Se sono sorteggiati e non eletti, si va a caso. Possiamo trovarne capaci ma anche incapaci. Mentre quelli eletti dal Parlamento saranno scelti oltre che per fedeltà anche per capacità. E allora chi è che poi governerà di fatto? I 2/3 dei magistrati che soltanto casualmente possono essere capaci di fare un lavoro che è così diverso dal fare il giudice e il pm, o coloro che pur essendo in minoranza hanno la capacità di gestire le cose?
Nei giorni scorsi i toni del dibattito si sono alzati parecchio. Anche lei pensa come la sua ex collega, oggi nella Lega, Simonetta Matone che le dichiarazioni di Nordio, ad esempio quella del Csm paramafioso, siano “folli e stanno avvantaggiando il No”?
Sì, perché a dire come stanno veramente le cose poi si fa vedere ai cittadini che lo scopo di questa riforma non è quello di separare le carriere per rendere più pari le parti – diciamo così, anche se un discorso un pochino più complesso – ma è quello di indebolire la magistratura a favore del potere del governo, della politica. Lo ha detto chiaramente
Andiamo sui contenuti del referendum. Io ora le dirò alcune affermazioni che riguardano la riforma. Lei dovrebbe dirmi se sono vere o false e spiegare perché. Parto con la prima: se separiamo le carriere di chi accusa, i pm, da quelle di chi giudica, saremo sicuri di avere giudici terzi e imparziali nel processo, come prevede la Costituzione. Vera o falsa?
Secondo me non è così, perché non cambia sostanzialmente niente quanto alla terzietà del giudice. Io sono abituato a fare delle prove di resistenza per vedere se un’affermazione corrisponde alla realtà. Oggi soltanto il 50% delle richieste del pubblico ministero al giudice si trasforma in condanna. L’altro 50% no. Questo vuol dire che esiste una dipendenza del giudice dal pubblico ministero? Guardiamo i fatti che si stanno verificando in questi giorni, ad esempio con le manifestazioni di Torino: il pubblico ministero chiede una cosa, il giudice ne disepone un’altra… Se il
giudice molto spesso dà torto al pubblico ministero vuol dire che è terzo nei suoi confronti no?
Questa riforma rappresenta il definitivo superamento del modello inquisitorio fascista, dove chi indagava e chi giudicava era la stessa persona. Vero o falso?
Anche questa non è vera. Io andrei a riprendere un’intervista al professor Vassalli, indicato come colui che avrebbe avviato la strada per la separazione delle carriere. Che cosa dice Vassalli sulla riforma? Il contrario di quello che gli si attribuisce. Non solo sulla separazione delle carriere ma sulle riforme costituzionali in generale. La Costituzione, dice Vassalli, va difesa per quello che è e se c’è qualcosa da cambiare devono essere delle cose minime e molto pensate. Ma non voglio riferirmi solo alle cose dette da Vassalli. Vede, il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare le prove a favore dell’imputato. L’avvocato ha un obbligo completamente diverso, di “salvare” il suo assistito dal processo. Il pubblico ministero ha una funzione differente. Non è quella di vincere la causa ma di accertare come si sono verificati i fatti e trarne le conseguenze. Se l’imputato è da assolvere, il pubblico ministero deve chiedere l’assoluzione. Ma si è mai visto un difensore richiedere la condanna del suo assistito? Commetterebbe un reato, addirittura.
L’obiettivo di dividere il Csm in tre organi diversi è indebolirlo. Vero o falso?
Assolutamente sì. Tra l’altro io proprio non capisco una cosa. Com’è che si divide il Consiglio Superiore della Magistratura, con i giudici da una parte per quel che riguarda le assunzioni, la professione, i trasferimenti e così via, e i pubblici ministeri dall’altra (sempre per quel che riguarda assunzioni, professione, trasferimenti etc.) e poi li si rimette insieme per quel che riguarda la disciplina? È una cosa che non riesco assolutamente a capire. È proprio in sede di disciplina che un potere diverso da quello giudiziario può insinuarsi.
Tra l’altro, mentre nei Csm 2/3 sono magistrati e un terzo nominati dalla politica, nell’Alta Corte soltanto 3/5 sono magistrati e e 2/5 indicati dalla politica (in parte nominati dal Presidente della Repubblica, in parte eletti dal dal Parlamento). Perché questo squilibrio rispetto alle proporzioni del Csm? Si separano i giudici dai pubblici ministeri perché così sono terzi e poi però gli si dà la possibilità di rigiudicare il giudizio che già hanno espresso ,tutti assieme, nell’Alta Corte di disciplina.
Oggi il Csm è troppo politicizzato, con il sorteggio questa vicinanza politica scomparirà. Vero o falso?
Non è perché è successo che le correnti abbiano fatto delle cose sbagliate allora vanno eliminate. Peraltro l’episodio più eclatante, quello dell’Hotel Champagne, ha coinvolto anche i politici. Perché lì c’erano dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, c’era un magistrato ex membro del Csm e due politici. Com’è questa storia che la magistratura è politicizzata però le cose sbagliate si fanno insieme alla politica e alla politica tutto questo va bene? Sono cose che succedono ma non è la regola. Ma lei pensa che sorteggiando magistrati che fanno parte delle correnti perderanno la loro appartenenza alle correnti? Chi è di Unicost, resterà di Unicost, chi fa parte di Magistratura indipendente resterà di Magistratura indipendente. Se il rischio c’era prima ci sarà anche dopo.
Oggi le correnti vengono demonizzate ma andiamo a vedere la storia. Giovanni Falcone ha fondato una corrente per dire. Del valore a questa paternità va data. Guido Carli era un esponente di grandissimo rilievo di una corrente che all’epoca si chiamava Unità per la Costituzione. Le correnti hanno aiutato moltissimo e forse questo a qualcuno dà fastidio, a passare dalla legislazione penale fascista a una legislazione penale democratica, nei limiti del possibile. Le correnti sono delle organizzazioni sindacali e soprattutto culturali. Il loro dibattito consente di essere sempre vicini alla Costituzione.
Negli scorsi giorni abbiamo avuto qui ospite Antonio Di Pietro, oggi schierato a favore del sì e con cui lei ha condiviso la stagione di Mani pulite. Secondo Di Pietro la riforma non avrebbe potuto fermare l’inchiesta perché nessuno può impedire a un magistrato di fare il suo dovere. È d’accordo? Ha ragione Di Pietro?
Assolutamente no. Antonio Di Pietro ha lasciato Mani pulite a dicembre 1994. Noi siamo andati avanti con la corruzione dei giudici, con i processi che riguardavano la corruzione della Guardia di Finanza, eccetera. Io sono stato un bravo ragazzo fino al 1994 e ho ricominciato ad esserlo dal 2005, quando sono stato trasferito in Cassazione, fino alle mie dimissioni dalla magistratura. In quel periodo lì mi hanno fatto cinque procedimenti disciplinari. Due di questi iniziati da ministri della Giustizia, uno di centrodestra e uno di centrosinistra. Questi procedimenti disciplinari sono finiti con la mia assoluzione. Ci fosse stata l’Alta Corte disciplinare voluta dalla riforma credo che la soluzione sarebbe stata diversa. Antonio ha deciso di andarsene prima. Queste cose lui le conosce da lontan
Immaginiamo che io non abbia ancora deciso cosa votare. Le chiedo di dirmi, anche con una sola frase, perché dovrei votare no.
Perché se lei vota sì i suoi diritti vengono diminuiti. La magistratura per fare il suo lavoro deve essere assolutamente indipendente dagli altri poteri (il potere economico, del governo e così via). Ha sentito quante volte il Governo si è lamentato della magistratura? “Non ci lasciano fare quello che noi pensiamo sia giusto”, dicono. Il fatto è che bisogna rispettare le regole. Faccio un esempio. Un giorno si potrebbe arrivare a dire che il principio della Costituzione secondo cui chi lavora ha diritto ad una retribuzione dignitosa debba essere superato per far crescere l’economia. Chi è che difende il suo diritto a una retribuzione dignitosa? La magistratura del lavoro. Lo difende anche la magistratura penale quando pagare in modo non dignitoso i lavoratori costituisce reato. In poche parole sono i suoi diritti, come i miei e quelli di tutti gli altri cittadini. Quando si inserisce un altro potere nell’esercizio dell’attività del giudice i nostri diritti possono finire chissà dove.
Se pure al referendum passasse il Sì, quale sarebbe alla fine, il rischio peggiore per i cittadini?
Parlavo prima dei procedimenti disciplinari. I procedimenti hanno un effetto diretto, la condanna di una persona, e uno indiretto, cioè fare da esempio nei confronti degli altri. Se una persona che coraggiosamente fa qualcosa che non piace al potere e il potente lo sanziona disciplinarmente, per lui è una condanna, per tutti gli altri è un’indicazione: “Attenzione non fate come lui. Non rispettate le regole quando io potere non voglio che le rispettare”. E allora tanti magistrati diranno: “Ma chi me lo fa fare di correre rischi?”
(da Fanpage)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
LE ACCUSE DI MOLESTIE E I SOSPETTI SULLA “PULIZIA” DELLA CASA BIANCA… TRA LE CARTE SPARITE LA TESTIMONIANZA DI UNA DONNA ABUATA QUANDO ERA MINORENNE E I VERBALI DI UN’ALTRA TESTIMONE
Il fantasma di Jeffrey Epstein torna a scuotere i palazzi del potere di Washington, e questa volta il sospetto è quello di un colpo di spugna istituzionale per proteggere il Presidente. Secondo un’indagine condotta dall’emittente Npr, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe rimosso dal proprio archivio pubblico oltre 50 pagine di documenti sensibili legati al finanziere pedofilo. Il contenuto? Accuse dirette di abusi sessuali su una minorenne che vedrebbero come protagonista proprio Donald Trump.
Il mistero delle 50 pagine rimosse
Al centro del caso non ci sono semplici indiscrezioni, ma atti ufficiali: si tratterebbe di verbali di interviste condotte dall’Fbi e appunti dettagliati tratti da conversazioni con una donna che, decenni fa, aveva accusato il tycoon di violenze subite quando non era ancora maggiorenne. Questi documenti, che fino a poco tempo fa erano consultabili nel sito del Dipartimento, sarebbero stati rimossi senza alcuna spiegazione ufficiale, insieme ad altri file in cui viene fatta esplicita menzione del nome del presidente americano.
L’ipotesi del tentativo di “ripulire” ogni collegamento con Trump
L’inchiesta di Npr evidenzia come la rimozione non riguardi solo il nome di Trump, ma colpisca anche la memoria giudiziaria del processo contro Ghislaine Maxwell, l’ex compagna e complice di Epstein attualmente condannata a 20 anni per traffico sessuale di minorenni. Tra i file spariti, infatti, figurano documenti relativi a un’altra donna, considerata una testimone chiave dell’accusa nel processo penale contro la Maxwell. L’ipotesi sollevata dai media americani è che sia in atto una
manovra per “ripulire” la cronologia giudiziaria del caso Epstein da ogni riferimento che possa collegare l’attuale amministrazione — o la figura del Presidente — agli scandali sessuali che hanno travolto personalità di spicco a livello internazionale negli ultimi vent’anni.
Un precedente pericoloso
Questa è la prima volta che si denuncia una sparizione “selettiva” di documenti già precedentemente archiviati. Dal Dipartimento di Giustizia, al momento, vige il massimo riserbo. Tuttavia, la pressione dei democratici e delle associazioni per la trasparenza sta montando: la richiesta è che venga chiarito chi ha ordinato la rimozione di quelle «oltre 50 pagine di interviste dell’Fbi e appunti tratti da conversazioni con una donna che ha accusato Trump». Se confermata, la rimozione forzata di atti processuali riguardanti accuse di abusi su minori aprirebbe un fronte istituzionale senza precedenti, trasformando un vecchio scandalo giudiziario in una crisi politica sulla gestione della giustizia federale.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
ORA E’ CORSA A PRENDERE LE DISTANZE, MA IN TANTI SAPEVANO E NESSUNO LO HA FERMATO PRIMA
Nella sua confessione Carmelo Cinturrino ha confermato la ricostruzione degli inquirenti
sull’omicidio di Abderrahim Mansouri. Ha «chiesto scusa a tutti quelli che si sono fidati di lui» e per «aver sporcato la divisa». Ma ha negato di aver preso soldi e droga dai pusher di Rogoredo: «Io sono pulito, non uso droghe e non ho mai fatto cose illegali». Nella sua casa di Carpiano in provincia di Pavia però gli
inquirenti hanno trovato e sequestrato la somma di 5 mila euro. Che lui ha detto di «essersi fatto prestare in questi giorni per sostenere le spese legali». L’assistente capo 41enne sarà sottoposto anche all’esame del capello. In cerca di tracce di stupefacenti. I risultati arriveranno nei prossimi giorni.
I 5 mila euro trovati in casa di Carmelo Cinturrino
È il Corriere della Sera a parlare dei 5 mila euro trovati nella casa in cui Cinturrino convive con la fidanzata. Nel carcere di San Vittore, davanti al gip Domenico Santoro che dovrà decidere sulla misura cautelare in carcere chiesta dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, il poliziotto «ha confessato i suoi errori». Tornando a sostenere di aver sparato a Zack «per paura». E poi di aver messo la pistola accanto al corpo di Mansouri per «metterci una toppa», perché, come ha detto al suo legale Pietro Porciani «sa bene cosa accade a loro quando sparano». Anche se nei messaggi che ha inviato al collega subito dopo aver sparato non sembra averne: «È arrivato in fondo Zack. Zio vieni che è lì».
La pistola a salve
Cinturrino è oggi nel carcere di San Vittore. L’indagine è del procuratore Marcello Viola e del pm Giovanni Tarzia. A decidere su di lui il gip Domenico Santoro. Ha detto che la pistola a salve era «un’arma giocattolo che non doveva essere tracciata» e che sostiene di aver «trovato ancora prima del Covid» vicino alle rive del Lambro «e di aver tenuto» poi in uno zaino conservato nell’armadio del commissariato Mecenate.
Intanto la procura continua a indagare su voci e sospetti che riguardano i suoi arresti. E sulle presunte complicità con i pusher. Che però i colleghi hanno sempre taciuto. Fino a oggi. Adesso invece tutti parlano di «Thor» Cinturrino e del suo martello nascosto nelle maniche della divisa, usato come una sorta di marchio di fabbrica tra il Corvetto e Rogoredo.
«Luca del Corvetto»
Tra gli spacciatori della zona invece il suo nome era conosciuto. «Il giro di spaccio? È carnevale. Non lo conferma, assolutamente. È triste e pentito, ha confessato tutto, ha ammesso tutti i suoi errori, è pronto a pagarli, ma quello che non ha fatto no», sostiene invece il suo difensore.
Lo difende anche la compagna Valeria B., portinaia del palazzo Aler di via Mompiani 1 dove — secondo alcuni atti al vaglio della procura — Cinturrino
copriva dei pusher italiani: «Se ha sbagliato pagherà. Ho sentito con le mie orecchie per molte volte i suoi dirigenti e altri colleghi fargli complimenti per alcuni suoi interventi. Ora che si rigiri tutta la frittata, a me sembra veramente assurdo: chi c’era in macchina con lui? Non se ne è mai accorto? Se ne sono accorte solamente adesso le persone indagate che lui si comportava male?».
Le testimonianze
I verbali di due dei quattro colleghi indagati per favoreggiamento personale e omissione di soccorso raccontano di averlo visto «prendere soldi e droga da tossici e spacciatori». E Il Fatto Quotidiano ricorda che gli «atteggiamenti non belli» di Luca Corvetto – così si faceva chiamare Cinturrino anche detto «il fenomeno» – avrebbero dovuto essere noti già dal maggio 2024, quando durante il fermo di un tunisino un video lo immortala assieme a un collega mentre preleva 20 euro dalla custodia del cellulare del ragazzo poi assolto, mentre il verbale di Cinturrino fu definito falso dal giudice. Da allora nessun provvedimento è stato preso.
«Atteggiamenti non belli»
«Si parlava spesso in commissariato del fatto che fosse una persona poco raccomandabile. Ho sempre fatto presente all’ispettore di non metterci insieme, e dopo un po’ anche lui si è reso conto che Carmelo aveva atteggiamenti non belli», dice un altro testimone. Che racconta anche del presunto pizzo richiesto ai pusher: «Quando i tossici non gli dicevano dove erano i soldi e la sostanza usava il martello. Quando ci vedevano andavano come in protezione pensando che anche noi agissimo come lui. In un’area boschiva abbiamo visto uno spacciatore, quando lo abbiamo fermato lui ci ha detto: ‘Vi do tutto e poi non ci siamo mai visti’. Gli ho chiesto se stesse scherzando e lui ha confermato: ‘Vi do tutto, come facevo con Luca’».
Gli schiaffi
E ancora: i pusher «se danno tutto non li arrestano. Mi hanno detto che con Luca facevano così, davano la sostanza e lui non li arrestava».Cinturrino, poi, era uno che dava «gli schiaffi in faccia, il concetto è che voleva che tossici e spacciatori tirassero fuori soldi e droga. C’era sempre qualcosa di non lineare. Parlava con i tossici da solo, cercava la sostanza, andava da solo». Ma purtroppo se ne sono accorti tutti solo dopo l’arresto.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI E SALVINI DEVONO ANCORA SCUSARSI CON I MAGISTRATI PER I FATTI DI ROGOREDO
Alla fine le scuse, ai colleghi che indossano la divisa, le ha porte solo l’agente arrestato, con l’accusa di omicidio volontario, per il delitto di Rogoredo che le destre, da Meloni e Salvini in giù, avevano già assolto dieci minuti dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del poliziotto.
Di scuse, ai magistrati che hanno ricostruito i fatti con professionalità e diligenza nonostante il fuoco di fila aperto nei loro confronti da mezzo governo, invece, neppure l’ombra.
Così, l’occasione che a destra non vedevano l’ora di cavalcare per rilanciare l’ideona dello scudo penale agli agenti (poi allargato a tutti gli italiani, dopo l’intervento del Colle, nell’ennesimo pacchetto sicurezza) e l’urgenza del Sì al referendum del 22-23 marzo (che con la vicenda di Rogoredo non c’entra un fico secco) ha finito per rivelarsi il migliore assist ai sostenitori del No.
Perché svela, se non fossero già bastate le “confessioni” di Nordio e Tajani, o l’outing involontario della leghista Matone sull’indicibile (in pubblico) verità sulla riforma del Csm, la forma mentis di questo centrodestra.
A cominciare da Meloni – in prima linea a gridare allo scandalo per la decisione della Procura di Milano di indagare il poliziotto di Rogoredo – che già dopo la brutale aggressione all’agente alla manifestazione di Torino, pregustando la vittoria dei Sì alla consultazione di marzo, si era portata avanti col lavoro formulando direttamente l’accusa (tentato omicidio) nei confronti dei picchiatori, al posto del pm che vogliono separare dal giudice con la riforma vergata dal ministro Nordio. Anche se, a giudicare dal risultato dell’ultimo sondaggio Ixè, che per la cronaca certifica il vantaggio (di sei punti) dei No al prossimo referendum, il 51% degli intervistati (dato in crescita rispetto al 45% dell’anno scorso) dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nella magistratura a fronte di un misero 12% rimediato dai partiti, sarebbe forse meglio separare altro. Tipo la politica dalla giustizia.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
DIRE CHE LE FORZE DELL’ORDINE NON DEVONO ABUSARE DELLA LORO DIVISA NON SIGNIFICA ESSERE “CONTRO I POLIZIOTTI”, SIGNIFICA PROTEGGERLI DA CHI SPECULA SU DI LORO
Forse perché non sono affiliato a cosche mafiose, non rapino banche, non importo
stupefacenti, ovviamente anche io sto con la Polizia (e con i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Ferroviaria, la Guardia Forestale, la Guardia Costiera, eccetera). E credo che nessuno si consideri nemico di queste donne e uomini in divisa, eccezion fatta per i nostri fratelli che sbagliano: i criminali.
Dunque, ogni dichiarazione enfatica favorevole alle forze dell’ordine, e contraria al crimine, è prima di tutto pleonastica. Come dire “io sono favorevole alla salute”, o “sono contrario agli incidenti stradali”. È una cosa che praticamente tutti pensano. Perché dirla, allora? Perché l’apparente ovvietà, però declamata con grande enfasi polemica, lascia intendere che “altri” siano invece contro la Polizia. Che tramino per indebolirla, lordarne l’immagine, colpirla.
La banale realtà è che la questione “ordine pubblico” è, nell’opinione comune, tra le più condivise. L’ordine piace alla stragrande maggioranza della popolazione: di ogni idea politica. E il suo mantenimento viene considerato un diritto e un dovere dello Stato. Ma entro regole, leggi e limiti che sono essi stessi costituenti dell’ordine (non esiste ordine senza regole: nessuno meglio della destra politica, per storia e convincimenti, dovrebbe saperlo).
E dunque dire che le forze dell’ordine non devono usare violenza se non costrette da evidenti emergenze, né abusare della loro divisa, non solo non significa essere “contro i poliziotti”. Al contrario, significa proteggerli: soprattutto da chi specula su di loro per confondere le idee e raggranellare qualche voto.
(da Repubblica)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
OGNI GOCCIA BUCA LA PELLE DEL NOSTRO ORDINAMENTO
Cade goccia a goccia, senza troppo rumore. Ma ogni goccia buca la pelle del nostro corpo collettivo, la scalfisce, la ferisce. La pioggia è acida, cattiva. Il corpo è quello generato ottant’anni fa dai costituenti. Le gocce formano uno stillicidio d’episodi che minano le fondamenta del nostro vivere comune.
Primo: il Board of peace che s’è inventato Donald Trump. Un club pay-to-pay, giacché per aderirvi ciascuno Stato deve sborsare un miliardo di dollari. E in cui Trump è presidente a vita, decide chi invitare alla sua mensa, può porre il veto su ogni decisione. Insomma, una sorta di Onu privata, che nelle intenzioni — e nelle dichiarazioni esplicite del suo padre padrone — vuole sostituirsi alle Nazioni unite, o quantomeno sorvegliarne l’operato, metterlo sotto tutela. Vi hanno aderito 27 Paesi, su 62 che erano stati invitati. Unici europei: l’Ungheria e la Bulgaria.
E l’Italia? Purtroppo c’è un impiccio: l’articolo 11 della Costituzione, che ammette limitazioni della nostra sovranità nazionale, però soltanto «in condizioni di parità con altri Stati». Non è questo il caso, nel Board c’è un conte e molti maggiordomi. Senza dire che la cessione di sovranità può giustificarsi — sempre a norma dell’articolo 11 — in favore di organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia. Qui, a occhio e croce, si tratta d’assicurare un business, la ricostruzione di Gaza. E di farlo a scapito della massima organizzazione internazionale, che rimane l’Onu. Sarà per questo che perfino il Vaticano, bandiera della pace nel mondo, ha respinto l’invito. Noi invece abbiamo scelto una soluzione pilatesca: partecipiamo, ma come «osservatori». Un ruolo da guardoni, che a conti fatti legittima il Board e delegittima l’articolo 11 della Costituzione.
Secondo: la riforma della giustizia. Riscrive 7 articoli della Costituzione; quindi non si può predicarne l’incostituzionalità, divenendo — essa stessa — Costituzione. Sicuro? Dice (direbbe, se passa il referendum) il nuovo articolo 105 della Carta, istituendo l’Alta Corte disciplinare: contro le sue decisioni «è ammessa impugnazione soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte». Una singolarità giuridica, dato che l’appello viene proposto davanti al medesimo giudice che ha deliberato la sentenza. Nonché un conflitto con altre norme costituzionali, che restano vigenti. L’articolo 102, che vieta d’istituire giudici speciali (qual è invece l’Alta Corte). L’articolo 111, che riconosce il diritto di ricorrere in Cassazione, con l’unica eccezione delle sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. Tecnicamente, si tratta d’una «rottura della Costituzione», provocata dalla simultanea vigenza di due
norme costituzionali antitetiche. A meno che l’Alta Corte non dichiari guerra ai magistrati.
Terzo: l’abuso del diritto penale. Con il governo Meloni è tutta una giostra di castighi, di pene, di divieti. Per dirne una, l’ultimo (anzi ormai il penultimo) decreto sicurezza introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. È l’uso “simbolico” della norma penale: serve a gonfiare i muscoli, a mostrare agli elettori quanto siano potenti i loro governanti. C’è un articolo della Costituzione che lo vieta? No, ma c’è una direttiva: quella illustrata in una celeberrima sentenza della Corte costituzionale (n. 364 del 1988). Lo Stato — scrisse in quell’occasione la Consulta — ha il dovere di rendere «riconoscibili» le norme penali, per non sorprendere la buona fede dei cittadini; e ciò «rinvia alla necessità che il diritto penale costituisca davvero la extrema ratio di tutela della società». Ma non è così, non più.
Potremmo moltiplicare in lungo e in largo questi casi. Potremmo aggiungervi i delitti in corso d’opera, i prossimi misfatti. Per esempio le intese appena approvate dal Consiglio dei ministri con 4 Regioni guidate dalla destra: danno gambe all’autonomia differenziata, tagliano le gambe alla Consulta, che nel dicembre 2024 aveva smontato la riforma. Per esempio la nuova legge elettorale: a quanto pare donerà un premio in seggi del 15 per cento a chi ottiene il 40 per cento dei voti, con buona pace della rappresentatività del Parlamento. Ma una goccia dopo l’altra, la democrazia italiana finirà annegata.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
TEMEVAMO LE AZIONI VIOLENTE DELL’ICE E INVECE A SPARARE A UN PUSHER DISARMATO E’ STATO UN NOSTRO AGENTE
Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati
armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore dell’ordine.
Un figlio del popolo, stando alla ormai abusata definizione di quel povero Pasolini la cui salma viene riesumata dalla destra ogni volta che c’è da difendere a prescindere un poliziotto, vuoi quando manganella studenti che manifestano per la Palestina, vuoi quando abbatte a sangue freddo un extracomunitario.
La realtà non poteva inventare uno spot più efficace a favore del No al referendum e a sfavore delle altre riforme repressive in cantiere: per fortuna le forze dell’ordine ancora non hanno nessuno scudo penale, per fortuna i pm ancora non danno retta al governo su chi e come indagare (Meloni, Salvini e l’avvocato Bignami avevano già chiuso il caso prima che il cadavere fosse chiuso nel sacco dell’obitorio), per fortuna la messinscena della finta pistola-giocattolo accanto al corpo esanime del giovane è stata smentita dai colleghi del killer, quando ormai mentire per difendere un violento, uno che a quanto risulta chiedeva il pizzo agli spacciatori e veniva chiamato “Thor” perché girava con un martello, sarebbe stato oltremodo stupido e autolesionista. Cioè, i 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati più saggi dei nostri governanti, che non hanno esitato a “metterci la faccia” pur di cavalcare quella che deve essergli sembrata una gran botta di culo: uno straniero di pelle scura che spaccia e punta la pistola contro un
poliziotto, il quale si difende e viene pure indagato dai pm zecche rosse e anti-governative
Ora Giorgia, la figlia del popolo, si duole molto perché “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini” (perché può sempre darsi che le indagini parallele di un Galeazzo Bignami rivelino che il pusher aveva una bomba a mano nel marsupio), ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine”, parole altisonanti e robustamente fasce che non lasciano spazio a un briciolo di rincrescimento per la vita di 28enne giustiziato fra le sterpaglie.
Viene da chiederle: scusa Giorgia, ma il morto? Una parola per la famiglia? Niente: Meloni – che giorni fa è andata al capezzale di un poliziotto colpito alla manifestazione di Torino a tenergli la mano perché orrendamente sfigurato da un collarino – prova “profonda rabbia all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa sporcare il lavoro di tantissimi uomini e donne che ogni giorno ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione sacrificio e senso delle Istituzioni”, quello che non hanno avuto lei i suoi colleghi di governo commentando a caldo un fatto di cronaca nera per trasformarlo in un fatto politico a loro favore. E il morto ammazzato in fondo era un migrante, cioè niente; anzi, è ora di far finire la pacchia per questi immigrati che vengono a farsi sparare dai nostri poliziotti.
Come tutti i politici con un talento per la cialtroneria, adesso Salvini chiede per l’agente il doppio della pena (dallo scudo penale alla legge marziale), sempre perché ha leso l’onore, la dignità, la divisa e le altre figure astratte del codice autoritario-machista, mica perché non si sopprimono gli immigrati per strada. Basterebbe applicare le leggi e la Costituzione, ciò che infatti costoro vogliono impedire alla Magistratura di fare.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 25th, 2026 Riccardo Fucile
SI SPERA NELLA MORAL SUASION DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Esistono paesi, come quelli scandinavi, il Benelux, la Germania dal 1949 e altri che, adottata una legge elettorale (proporzionale) all’inizio del loro percorso democratico, non l’hanno cambiata, procedendo, se del caso, a piccoli aggiustamenti. La continuità elettorale è un buon principio e ha valore.
Con una delle varianti possibili delle leggi proporzionali, nell’Italia repubblicana, si sono eletti i parlamenti per undici legislature dal 1948 al 1994. Riformata quella legge, la prima volta sulla spinta di un referendum popolare, in senso maggioritario (il giustamente famoso Mattarellum utilizzato tre volte), è successo di tutto con ciascuna maggioranza parlamentare che ha tentato di salvarsi e riprodursi con una legge apposita.
Insomma, la ricerca era indirizzata non a una legge elettorale per un parlamento in grado di dare buona rappresentanza politica ai cittadini e di dare vita a un buon governo, ma che avvantaggiasse chi la scriveva. Da un lato, le carenze tecniche degli improvvisati riformatori, dall’altro, i mutamenti delle preferenze degli elettori hanno frustrato (dovrebbe servire da lezione) le aspettative particolaristiche.
Orizzonte Quirinale
Da qualche tempo sembra che nel centrodestra, fino al suo vertice, si sia affacciato il dubbio che, mantenendo la legge vigente che porta il nome dell’onorevole Ettore Rosato, rischierebbero di perdere le elezioni prossime venture.
Non importa che questi calcoli siano alquanti aleatori (in buona misura finora smentiti dai sondaggi) e prematuri. Conta il desiderio di mettere al sicuro la vittoria elettorale per «continuare il lavoro» nella prossima legislatura e, magari, eleggersi finalmente un/una presidente della Repubblica di destra.
Se l’attuale maggioranza rimane compatta, come ha fatto finora, potrà ottenere quello che vuole. Quindi, il compito delle opposizioni e dei commentatori consiste nel mettere in evidenza che la faziosità delle proposte va scapito delle possibilità di scelta e del potere dell’elettorato e che si intravvedono all’orizzonte alcune importanti criticità.
Se vi saranno liste di partito per assegnare una (in)certa percentuale di seggi, l’unico modo per dare potere agli elettori è consentire loro di esprimere un voto di preferenza. Nei collegi uninominali è ora di introdurre il requisito di residenza. Se l’elettore avrà due voti: uno per la candidatura nel collegio uninominale e uno per il partito nella circoscrizione bisogna consentire il voto disgiunto che esprime approvazione/disapprovazione per l’uno o per l’altra. Quando esisterà un testo, le osservazioni potranno essere più puntuali e i suggerimenti di alternative preferibili saranno più precisi.
L’ombra del premierato
Quel testo sarà comunque difficilissimo da scrivere se Giorgia Meloni ha intenzione di procedere con il disegno di legge costituzionale “Norme per l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri”. Infatti, non è ancora stato precisato se quella elezione sarà a turno unico (chi ha più voti, maggioranza relativa, vince) o a doppio turno (modalità altrove largamente prevalente e che assicura la maggioranza assoluta dei votanti).
Soprattutto, non sappiamo quale dovrebbe essere il premio in seggi assegnato al vincitore. Però, è evidente che il premierato non sarebbe soltanto la fine della democrazia parlamentare italiana come l’abbiamo conosciuta, ma implicherebbe anche lo stravolgimento del parlamento, della sua rappresentatività e di alcuni dei suoi compiti, a cominciare da quello del controllo sull’operato del governo.
Per sventare grossi guai/guasti costituzionali si può fare certo affidamento, ma entro limiti piuttosto ristretti, sulla moral suasion del presidente della Repubblica che se ne intende. La giurisprudenza in materia della Corte costituzionale mi è finora parsa timida e insicura, non sempre all’altezza. Meglio sarebbe se qualcuno nell’opposizione si mettesse rumorosamente all’opera per formulare una legge elettorale che combini buona rappresentanza politica con opportunità di formazione
di governi stabili. Guardando ai sistemi politici europei se ne trovano esemplari apprezzabili, imitabili, cum grano salis adattabili. E allora?
(da editorialedomani.it)
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