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LA FOTO CON IL RISTORATORE CONDANNATO PER MAFIA CHE INGUAIA DELMASTRO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCATTO RISALE A UN ANNO PRIMA CHE DELMASTRO DIVENTASSE SOCIO DEI RISTORANTI DELLA FAMIGLIA CAROCCIA

C’è una foto che risale all’ottobre 2023 di Andrea Delmastro con l’imprenditore Mauro Caroccia. L’immagine scovata da Repubblica mostra il sottosegretario alla Giustizia che, bavaglio paraschizzi al collo, fa il gesto del pollice in su sorridendo accanto all’uomo considerato dai giudici prestanome del clan Senese. La foto era stata scattata all’interno di uno dei ristoranti della famiglia Caroccia con la didascalia: «Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero baffo». Sarebbe in quel momento, secondo Repubblica, che i due sono entrati per la prima volta in contatto. Da lì sarebbe nato un rapporto che in un anno dopo si è trasformato in una partnership commerciale: il 16 dicembre 2024 viene costituita
“Le 5 Forchette srl”, destinata a gestire il ristorante “Le Bisteccherie d’Italia” in via Tuscolana a Roma, di cui il sottosegretario è stato socio.
Chi c’era dentro la società con la figlia di Caroccia
Amministratrice unica della nuova srl è Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne, figlia di Mauro. Accanto a Delmastro, tra i soci figurano nomi di peso di Fratelli d’Italia in Piemonte: la vicepresidente della Regione Elena Chiorino, il segretario provinciale biellese Cristiano Franceschini e il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà. Il padre Mauro, che nel frattempo non aveva ancora chiuso i conti con la giustizia, resta formalmente fuori dalla compagine societaria pur continuando a lavorare nel ristorante di famiglia, lo stesso in cui aveva accolto Delmastro nel 2023.
La versione del sottosegretario dopo la scoperta
Dopo la scoperta della presenza di Delmastro tra i soci della società da parte del Fatto quotidiano, il sottosegretario aveva fatto intuire che non sapesse di chi fosse figlia la 18enne messa a capo della società di cui era socio: «Si tratta di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di; nel momento in cui si scopre, immediatamente, per rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società». A Catanzaro, incalzato dai cronisti, ha aggiunto: «La mafia per me è una montagna di merda. Lo testimonia tutta la mia vita politica, lo testimonia il livello di scorta che ho». Dopo la sua uscita, tutti gli altri esponenti FdI hanno ceduto le quote, lasciando la ventenne Miriam Caroccia come unica proprietaria. Del padre Mauro, però, Delmastro non ha mai fatto il nome.
Mauro Caroccia è stato arrestato nel 2020 nell’operazione “Affari di famiglia”, che puntava a smontare il sistema di riciclaggio, usura e intestazioni fittizie del clan Senese. Caroccia è stato condannato nel 2022, per poi essere assolto in appello a febbraio 2023 con la caduta dell’aggravante mafiosa. Ma la Cassazione ha annullato tutto: il 15 gennaio 2025 l’appello bis ha confermato le condanne di primo grado, divenute definitive il 18 febbraio. Pochi giorni dopo, Delmastro ha ceduto le quote. SGli atti dell’inchiesta sono già in Commissione parlamentare antimafia, dove la prossima settimana l’ufficio di presidenza valuterà le richieste dell’opposizione per un’audizione del sottosegretario.
(da agenzie)

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“CITTADINI MENO UGUALI, QUESTA E’ LA POSTA IN GIOCO”: INTERVISTA A NICOLA GRATTERI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

“LA MODIFICA PROPOSTA DAL GOVERNO NON MIGLIORA L’EFFICIENZA DEL SISTEMA E PREGIUDICA I DIRITTI DEI CITTADINI”… “VOGLIONO ALLINEARE LA GIUSITIZIA AI VOLERI DELL’ESECUTIVO”

Ha offerto alla causa la propria popolarità. Ha innescato polemiche e ne ha fronteggiate di violente. Polarizzando, inevitabilmente, l’attenzione. Da un lato lui, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, il volto più noto, riconoscibile ed effervescente del No referendario e dall’altro il governo, con il ministro Carlo Nordio e il suo entourage a sparare bordate quotidiane. Nelle intenzioni, a sostegn
del Sì, ma spesso capaci di innescare clamorosi autogol. A citare l’ultima uscita, bisogna, per prudenza cronachistica, affiancare sempre l’aggettivo «provvisoria». E la palma va a Giusi Bartolozzi, la zarina ministeriale, capa di gabinetto del ministro, e a quella sua trovata sui magistrati come «plotoni di esecuzione». Colpevoli di averla messa sotto accusa per l’assai opaca, confusa e pasticciata gestione dell’onorevole rimpatrio del torturatore libico Almasri. Strano cortocircuito per una che dalla toga è passata al Parlamento con Forza Italia, per acquartierarsi poi a dettar legge in via Arenula. Perché tra intenti punitivi, voglia di liberarsi dal fastidio della giurisdizione, addomesticare i controlli di legalità, quella del referendum è una campagna giocata tutta sulle intenzioni. Sviluppatasi su molti non detti, Nordio a parte. Separazione delle carriere, Csm a sorteggio, sbilanciato sulla politica, Alta Corte disciplinare si sono così rivelati i viatici per una resa dei conti tra politica e magistratura. Tutto è tornato utile. Soprattutto quello che non c’entrava, da Garlasco alla famiglia del bosco, fino a Sal Da Vinci. Tutto per un redde rationem rinviato da trent’anni: colpi di mano e coltelli sempre più affilati.
Procuratore Nicola Gratteri, giocoforza, lei è diventato il volto della campagna referendaria per il No. Le è pesato questo ruolo da testimonial?
«Sicuramente ho dovuto impiegare molta parte del mio tempo libero per questa “causa”. Come ho sempre detto, sono autonomo e non mi ritengo un testimonial, anche se condivido in toto la battaglia del comitato del No. In ogni caso, è un dovere morale da parte mia schierarmi, spiegando in ogni contesto possibile quale sia la posta in gioco».
Nell’infuriare della campagna, lei ha ingaggiato l’ennesimo confronto dialettico acceso con il ministro Carlo Nordio. Dopo l’intervento del Capo dello Stato, sembrava tornata la quiete, ma poi ancora una volta si è tornati a toni infuocati. Pensa che abbia giovato?
«I cittadini devono essere informati compiutamente da entrambi gli schieramenti sul merito, gli slogan e i toni accesi tendono a far perdere di vista l’oggetto e le conseguenze della riforma; quindi, condivido pienamente quanto detto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ciononostante leggo ogni giorno attacchi di ogni tipo, anche rivolti alla mia persona, da parte di chi fa campagna per il Sì. Non mi sembra di constatare altrettanto, in senso opposto, nelle pagine del comitato del No. Ma io sono prima di tutto uomo delle istituzioni e quindi se anche
sono ogni giorno bersaglio di attacchi, personali, continuo a dire che bisogna parlare solo del contenuto del referendum, e dei danni che una modifica della Costituzione, di questa portata, potrebbe avere su tutta la collettività. E pare che i cittadini stiano capendo».
Data come una causa perdente, la battaglia per il No, è ora concordemente accreditata come vincente, sia pure con margini risicati, da tutti i sondaggi. Cosa ha cambiato le carte in tavola?
«La partita è ancora lunga e nulla è scontato, bisogna continuare fino all’ultimo istante spiegando che la riforma costituzionale non migliorerà di una virgola i disservizi della giustizia, e anzi pregiudicherà il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, oltre a cagionare una triplicazione dei costi».
Una sua frase riferita al contesto criminale calabrese, sulla preferenza per il Sì da parte di chi ha conti aperti con la giustizia, ha contribuito a scaldare il clima? Conferma quella lettura?
«Chi ha sentito il discorso nella sua interezza ha colto il senso. Non ho detto e non penso affatto che gli elettori propensi a votare Sì siano automaticamente indagati, massoni o disonesti; ho spiegato che questa riforma, che indebolisce la giustizia, conviene a indagati e massoni deviati. Ma oltre a loro voteranno persone per bene che non la pensano come me e gli esponenti dell’altro schieramento. Credo di averlo detto decine e decine di volte, ma la frase continua a essere strumentalizzata».
La campagna referendaria è stata contrassegnata mediaticamente dalla definizione “separazione delle carriere”, ma dal fronte del No si è molto insistito sul fatto che fosse una mistificazione dialettica. Qual è il vero scopo della riforma allora?«La separazione delle funzioni di fatto già esiste. Dal momento che non ha senso cambiare ben sette articoli della costituzione, per un problema che non esiste, mi pare evidente, e lo hanno fatto capire tra gli altri Nordio e Tajani, che lo scopo della riforma è di allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno».
Da parte del Sì, l’obiezione prevalente è che l’asservimento della funzione del pubblico ministero all’esecutivo, paventata dal fronte del No, sia in realtà inesistente, perché nel testo della riforma Nordio non se ne fa cenno. È un reale pericolo? E in che modo, a partire dalla riforma, potrebbe compiersi?
«Principalmente, con il sistema di sorteggio dei membri, completamente squilibrato in favore dei laici. Prevedere un sorteggio tra tutti i magistrati e un sorteggio tra una rosa scelta dalla politica significa che una minoranza compatta condizionerà una maggioranza eterogenea destinata viceversa ad andare in ordine sparso».
L’altro nodo è l’architrave disciplinare, ovvero i due nuovi Csm e l’Alta Corte. Un antidoto allo strapotere delle correnti, dicono i fautori del Sì. Lei, di sicuro, non è ascrivibile alla schiera dei fan delle correnti e della politicizzazione della magistratura, dal momento che le hanno affibbiato qualunque casacca. Tuttavia, neanche su questo salva la riforma
«Questa riforma sostituirà il correntismo togato con il correntismo politico. Dalla padella alla brace. Mi tengo il vecchio sistema».
Quali sono i tre mali del sistema giustizia e perché il referendum non li curerà?
C’è un rapporto sproporzionato tra carichi di lavoro e magistrati rispetto ad altri Stati. Le riforme ultime, Cartabia in primis, hanno appesantito ulteriormente le procedure; e quelle che si profilano andranno in questa direzione: ricordo che il Parlamento sta per approvare la riforma sul sequestro dei telefonini che, rispetto a oggi, richiederà ben tre sequestri sulla stessa cosa, quindi triplicando il lavoro dei magistrati. I sistemi informatici sono antidiluviani. La vera riforma della giustizia è quella che mette nelle condizioni i magistrati di decidere presto e bene. L’imputato deve sapere e sentirsi garantito se si rende conto che il suo giudice può esaminare con calma e approfonditamente le prove che le parti hanno portato al processo».
La magistratura ha conosciuto il massimo del favore popolare nei primi anni Novanta, con l’onda di Tangentopoli, la sollevazione popolare del dopo stragi, i processi al cuore del potere, poi l’inesorabile declino del consenso. A cosa lo attribuisce? Riconosce passi falsi della sua categoria?
«Sicuramente il correntismo non ha inciso positivamente sul gradimento dei cittadini. Ma ha influito anche una disinformazione di alcuni organi di stampa e di alcuni esponenti politici a cui non è gradito l’operato della giustizia. I magistrati, per contro, non hanno voce per potere spiegare come stanno le cose. Ma la cosa importante da far comprendere è che questa riforma non elimina le correnti, anzi se possibile la situazione potrebbe solo peggiorare».
Qual è lo stato della lotta alla mafia. Lei stesso ha denunciato l’affievolimento degli strumenti necessari a garantirne l’efficacia. Stiamo davvero facendo passi indietro?
«Stiamo facendo passi indietro sul fronte della legislazione. Ho citato l’esempio del sequestro dei telefonini, che oltre a triplicare il lavoro impedirà di acquisire prove che oggi sarebbe possibile acquisire; ma anche l’indebolimento del contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione incide poiché si annidano in quel contesto reati spia. Ma poi sul fronte tecnologico, le mafie sono sempre più evolute, mentre, secondo il ministro, le intercettazioni sono inutili. Non andiamo da nessuna parte».
Lei, indubbiamente, si è molto esposto. Ha qualche preoccupazione, teme contraccolpi?
«Sono 35 anni che vivo in trincea. Ho passato periodo peggiori e sono allenato a tutto».
La campagna è praticamente conclusa, qualche rimpianto?
«Bisogna fino alla fine far comprendere ai cittadini che la nostra Costituzione è una delle migliori al mondo, che ce la dobbiamo tenere stretta, che è l’architrave della nostra democrazia, che i padri costituenti ci hanno messo due anni per arrivare al giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, e non possiamo distruggere tutto questo».
(da agenzie)

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PER FINANZIARE IL DECRETO CARBURANTI IL GOVERNO INTENDE TAGLIARE 86 MILIONI ALLA SANITA’ PUBBLICA

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL TAGLIO PIU’ CONSISTENTE SARA’ ALA MINISTERO DELLA SALUTE

Il dl Carburanti, pubblicato oggi – 19 marzo – in Gazzetta Ufficiale, introduce una riduzione temporanea delle accise di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio e 12 centesimi al chilo sul prezzo del Gpl. Ma a quale prezzo? Quello di un piano di coperture finanziarie che penalizza duramente il ministero della Sanità. Per sostenere un taglio delle accise valido per circa 20 giorni, il decreto prevede infatti riduzioni lineari di spesa, e quindi una percentuale di riduzione fissa, sul budget dei diversi ministeri. Tra queste, la voce più consistente riguarda proprio il ministero della Salute, con un taglio di oltre 86 milioni di euro.
Pesanti riduzioni anche per il ministero dell’Economia (che perde 127,5 milioni) e per quello delle Infrastrutture e dei Trasporti 96,5 milioni, seguiti a catena dal ministero delll’Interno (30,17 milioni), dell’Istruzione (25,691 milioni), degli Esteri (25,148 milioni), dell’Università e Ricerca (25,382 milioni), dell’Agricoltura (25,355 milioni), della Cultura (25,012 milioni), e così via per gli altri dicasteri. Il decreto è già entrato in vigore con la pubblicazione, ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.
Le misure oltre i tagli
Accanto al taglio dei prezzi alla pompa, il decreto rafforza i meccanismi di controllo lungo la filiera. Le società petrolifere dovranno infatti comunicare quotidianamente agli esercenti i prezzi consigliati e pubblicarli sui propri siti, trasmettendoli anche al Garante per la sorveglianza dei prezzi e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. In caso di violazione è prevista una sanzione pari allo 0,1% del fatturato giornaliero. Per i distributori viene anche introdotto il divieto di aumentare i prezzi nell’arco della stessa giornata dopo la comunicazione.
Il testo istituisce inoltre un regime speciale di monitoraggio: il Garante per i prezzi potrà individuare anomalie tra l’andamento dei prezzi alla pompa e le quotazioni internazionali, segnalando i casi alla Guardia di finanza per verifiche sui costi lungo
tutta la filiera, fino all’acquisto del greggio. Gli esiti degli accertamenti saranno trasmessi anche all’Antitrust e, in presenza di ipotesi di reato, all’autorità giudiziaria entro due giorni, con riferimento anche al reato di “manovre speculative su merci”. Le disposizioni su trasparenza e prezzi si applicheranno per tre mesi dall’entrata in vigore.
Le reazioni
La reazione di Pd, Avs e M5s è compatta. I 5 stelle parlano di un “ridicolo tentativo di pannicello referendario”, i dem di una misura “ampiamente insufficiente”. Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra definisce le misure del governo “una colossale presa in giro per gli italiani”. “Le notizie di oggi ci confermano quanto abbiamo sostenuto già ieri sera – incalza Bonelli – Le misure contenute nel Dl carburanti varato ieri dal Cdm sono insufficienti. L’aumento del prezzo del petrolio ha, di fatto, già mangiato l’effetto delle misure del decreto”.
Insoddisfazione anche da Assotir. “Il decreto carburanti è un provvedimento positivo, ma incompleto”. Così l’Associazione Italiana delle Imprese di Trasporto, che sottolinea che adesso il ministero dei Trasporti e il ministero dell’Economia debba “varare al più presto” il decreto interministeriale che “riconosce il credito di imposta ai Tir euro V e euro VI. “È un tassello fondamentale dell’intervento”, afferma il segretario generale di Assotir Claudio Donati.
(da L’Espresso)

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“HO CONOSCIUTO LA POLITICA MA NON NE SONO ATTRATTO. SE POI NELLA VITA ARRIVERANNO DELLE SITUAZIONI NELLE QUALI UNO DOVRÀ SCEGLIERE, SCEGLIERÒ”: FRANCO GABRIELLI, PUR CON TUTTE LE SMENTITE DEL CASO, APRE UN PICCOLO SPIRAGLIO A UNA DISCESA IN CAMPO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

“AL REFERENDUM VOTO NO PERCHÉ SONO PREOCCUPATO DELLA MANOMISSIONE DELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE. OGNI VOLTA CHE SI TOCCA LA NOSTRA CARTA E IN PUNTI DELICATI C’È PREOCCUPAZION.CREDO CHE QUESTO SIA L’INIZIO DI UN PERCORSO CHE PORTERÀ LA MAGISTRATURA SOTTO IL CONTROLLO DELL’ESECUTIVO”

“Ho conosciuto la politica, ne ho apprezzato le qualità e i limiti, ma non ne sono attratto. Non vorrei apparire presuntuoso, ma ho avuto la straordinaria fortuna di togliermi tutti gli sfizi che un funzionario pubblico può togliersi. Non ho nulla da recriminare, devo solo ringraziare.
Adesso mi sento in dovere come cittadino di poter esprimere il mio pensiero, senza alcun retropensiero. Chi mi conosce sa che il potere l’ho sempre esercitato con profondo distacco. Se poi nella vita arriveranno delle situazioni nelle quali uno dovrà scegliere, sceglierò”. Lo ha detto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli a Otto e mezzo su La7.
“Al referendum voto No perché sono preoccupato della manomissione della nostra Carta costituzionale. Ogni volta che si tocca la nostra Carta e in punti delicati c’è preoccupazione”. Lo ha detto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli a Otto e mezzo su La7.
“Credo che questo sia l’inizio di un percorso che – ha aggiunto – porterà la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo. I sostenitori del Sì sostengono che la riforma risolverà i problemi della giustizia. Per quanto riguarda la mia esperienza, i problemi della giustizia sono la lentezza, l’incertezza della pena e la sua esecuzione; non mi sembra che questi problemi vengano toccati. Posto sul piatto della bilancia – ha concluso – la manomissione della Costituzione e gli ipotetici benefici, è una partita assolutamente perdente”.
“La preoccupazione per attacchi terroristici è legittima e concreta. La possibilità di attacchi è sia nella dimensione digitale, ma anche sul terreno perché il regime iraniano in questi anni ha avuto la possibilità di infiltrarsi in organizzazioni di vario tipo, anche criminali. Il mantenimento della nostra neutralità sarà complicato da declinare dal punto di vista della loro sensibilità. Gli iraniani non possono non considerarci parte del mondo occidentale.
C’è stata una chiarezza abbastanza inequivoca sul fatto che non siamo parte di questa guerra, ma siamo comunque parte di un’alleanza”. Lo ha detto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli a Otto e mezzo su La7. “Il nostro Paese – ha aggiunto – ha una lunga tradizione di contrasto ai fenomeni terroristici e alla criminalità organizzata, ma in una società aperta come la nostra la possibilità di arrecare danni è altissima. Mai come in questi contesti esiste una sicurezza totale. Le possibilità che queste minacce ottengano dei risultati concreti – ha concluso Gabrielli – sono a
(da agenzie”.

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SEI AMERICANI SU DIECI SONO CONTRARI ALLA GUERRA IN IRAN, UN LIVELLO DI DISAPPROVAZIONE PARI A QUELLO DELLA GUERRA DEL VIETNAM: MA COME MAI NON SI VEDONO PROTESTE DI MASSA NEGLI STATI UNITI? SE LE PERSONE SCENDONO IN PIAZZA CONTRO LE VIOLENZE DELL’ICE PERCHE’ NON LO FANNO PER QUESTIONI DI POLITICA ESTERA?

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’IRAN È LONTANO, I SOLDATI COINVOLTI SONO POCHI, LA CRISI ENERGETICA COLPISCE PIÙ L’EUROPA CHE GLI STATI UNITI

Sei americani su dieci sono contrari alla guerra in Iran, un livello di disapprovazione pari a quello della guerra del Vietnam nella sua fase finale. Una domanda sorge dunque spontanea: perché non si vedono proteste di massa negli Stati Uniti?
Subito dopo l’attacco all’Iran ci sono state manifestazioni in alcune grandi città, ma si trattava di poche centinaia, al massimo un migliaio di partecipanti. Molti campus
universitari oggi sembrano villaggi turistici, privi di dissenso politico. Vista la gravità della situazione — il mondo gettato nel caos dalla follia di Trump e il rischio di un conflitto globale — ci si aspetterebbe una mobilitazione maggiore, per usare un eufemismo.
Non si può certo spiegare tale inattivismo con la popolarità del presidente, eletto nel 2024 con meno della metà dei voti popolari, circa il 49 per cento, e la cui popolarità è poi scesa significativamente
È vero che gli Stati Uniti sono un paese molto esteso e che i sindacati – strutture fondamentali per le proteste di massa in Europa – sono deboli.
Ciò spiega in parte perché negli Usa le grandi manifestazioni siano più rare. Tuttavia, l’America ha dimostrato di saper mobilitare grandi numeri: il movimento Black Lives Matter ha riunito milioni di persone, così come le proteste del 2020 contro il rifiuto di Trump di accettare il risultato elettorale.
Non si può neppure dire che la società civile americana sia paralizzata dalla paura a seguito delle crescenti repressioni. Molti cittadini hanno infatti partecipato alle manifestazioni “No King” e alle proteste contro le violenze dell’Ice. Se le persone scendono in piazza per questioni interne, perché non lo fanno per questioni di politica estera?
Forse vi è un’indifferenza maggiore verso i problemi altrui. L’Iran è lontano, i soldati coinvolti sono pochi, la crisi energetica colpisce più l’Europa e l’Asia che gli Stati Uniti, e lo stesso vale per i flussi migratori.
La risposta va in parte cercata nella trasformazione della cultura politica durante il periodo neoliberale: l’erosione del senso dello Stato, della fiducia nel governo federale e di una concezione della cittadinanza come agente politico collettivo
La privatizzazione sistematica di funzioni pubbliche ha rafforzato l’idea che il mercato, non lo Stato, sia il principale fornitore di beni essenziali.
Parallelamente, la crescita delle disuguaglianze economiche ha accentuato la separazione tra gruppi sociali, indebolendo l’idea di una cittadinanza condivisa. A ciò si aggiunge la polarizzazione politica sotto Donald Trump.
Senza senso dello Stato e senza un soggetto politico unitario vengono meno le condizioni per la responsabilità collettiva. Se il governo federale è visto come un’entità distante, le sue azioni non sono percepite come compiute “in nome” dei cittadini. E, in assenza di un soggetto politico unitario, chi si assume la responsabilità per tali azioni? Questa mancata assunzione di responsabilità contribuisce a spiegare perché la società civile non scenda in piazza per dissociarsi dalle scelte di Trump, pur riconoscendone la gravità
Trump però è stato eletto e occupa una carica sancita dalla Costituzione. In quanto sovrano, il popolo americano rimane politicamente responsabile delle sue azioni. Potrebbe l’esperienza della guerra aiutare gli americani a ricostituire un senso di responsabilità collettiva? Forse. Se così fosse, vedremo presto le strade di New York, Chicago e San Francisco gremite di gente che grida «Not in my name».
Cosa più importante: il caso americano dovrebbe far riflettere gli europei su cosa si perde quando si insegue il modello economico e sociale statunitense. Come direbbe Rousseau, quando «il legame sociale comincia ad allentarsi e lo stato a indebolirsi… allora l’interesse comune si altera e trova oppositori». È in queste condizioni che prosperano gli autoritarismi.
(da Domani)

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“IL DESTINO DEL REGNO UNITO È NELL’UNIONE EUROPEA”. IL SINDACO DI LONDRA, IL LABURISTA E MUSULMANO SADIQ KHAN, DICE QUELLO CHE MOLTI PENSANO: “VEDO I DANNI DELLA BREXIT GIORNO DOPO GIORNO. NEL 2019 AVEVAMO 840 MILA CITTADINI EUROPEI A LONDRA, OGGI SONO 700 MILA. L’ECONOMIA DI LONDRA VALE 30 MILIARDI IN MENO, A CAUSA DELL’USCITA DALL’UE, E NELLA CAPITALE ABBIAMO PERSO 230 MILA POSTI DI LAVORO”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

NE SIAMO USCITI PEGGIO. IL NOSTRO DESTINO È INTRECCIATO CON L’EUROPA. NON FACCIAMO PARTE DI NESSUN GRANDE BLOCCO E RISCHIAMO DI ESSERE STRITOLATI, VISTO CHE NON POSSIAMO FIDARCI DI QUESTI STATI UNITI. CHIEDO AL PRIMO MINISTRO STARMER E AL NOSTRO PARTITO ‘LABOUR’ DI ANDARE ALLE PROSSIME ELEZIONI CON LA PROMESSA DI RIENTRARE IN UE, SENZA PASSARE PER UN SECONDO REFERENDUM”

“Il destino del Regno Unito e di Londra è nell’Unione europea», dice il sindaco laburista Sadiq Khan in questa intervista esclusiva a Repubblica, nel suo ufficio a East London, a dieci anni dal referendum della Brexit.
«È un destino inevitabile e sempre più necessario, in un mondo incredibilmente instabile e con Donald Trump al potere in America. L’Europa è la nostra unica sicurezza. Per questo chiedo al primo ministro Keir Starmer e al nostro partito Labour di andare alle prossime elezioni con la promessa di rientrare in Ue, senza passare per un secondo referendum».
Addirittura, sindaco? Sinora Starmer e il suo governo hanno sempre escluso con forza questa ipotesi, e al massimo si sono spinti a un riallineamento con la Ue.
«Invece non c’è scelta. Vedo i danni della Brexit giorno dopo giorno, a livello economico, sociale e culturale. Ieri abbiamo pubblicato le ultime ricerche del think tank Niesr e di Goldman Sachs, per cui oggi l’economia britannica sarebbe cresciuta del 10 per cento senza la Brexit. Quindi, va bene riavvicinarsi all’Ue come vuole
Starmer, ma ci sono altri tre passi cruciali da fare: rientrare nell’Unione doganale e nel mercato unico europeo entro questo mandato, e infine alle prossime elezioni (entro il 2029, ndr) fare una campagna chiara per rientrare in Ue direttamente, senza un secondo referendum. È inevitabile. Inutile autocondannarsi a ulteriori anni di dolore e privazioni».
Senza un secondo referendum? Ma il Paese non tornerà a lacerarsi?
«Siamo già profondamente divisi e spaccati, a causa della Brexit. Invece, così, il Regno tornerà a essere più unito. E poi alla gente interessa soprattutto il costo della vita, che scenderà sensibilmente una volta rientrati in Ue e nei suoi meccanismi commerciali. Non a caso, quando ci siamo uniti alla Comunità Economica Europea negli anni Settanta, eravamo il malato d’Europa. Da allora abbiamo iniziato a essere un grande Paese.
Oggi invece, fuori dall’Ue, siamo una potenza media. Non possiamo permetterci di non essere in Europa».
A maggior ragione in un mondo sempre più “imperiale”, dagli Stati Uniti alla Cina?
«Esatto. Non facciamo parte di nessun grande blocco. Rischiamo di essere stritolati. Come possiamo sopravvivere da soli, mentre Trump impone i dazi a tutti, amici e nemici, e fa la guerra all’Iran con Israele, innescando una crisi energetica mondiale? Non possiamo fidarci di questi Stati Uniti. […]».
«Nel 2019 avevamo 840 mila cittadini europei a Londra, tra italiani, rumeni, polacchi, francesi… Oggi sono soltanto 700 mila. L’economia di Londra vale 30 miliardi in meno, a causa dell’uscita dall’Unione europea, e intanto nella capitale abbiamo perso 230 mila posti di lavoro. Ne siamo usciti peggio a livello economico, ma anche sociale e culturale. Il nostro destino, invece, è intrecciato con l’Europa. Sono sicuro che, come Labour, rivinceremmo le elezioni se facessimo la promessa di ritornare nella Ue».
Ma è sicuro che l’Europa sia pronta a riabbracciare il Regno Unito? L’Ue è sempre molto esigente e molti ricordano ancora le “beghe” dei britannici, quando erano membri e non accettavano certe regole europee.«Ma restando fuori dall’Ue siamo costretti ad accettare le regole degli altri in ogni caso, perché siamo molto più deboli. Insieme, invece, saremo più forti, anche a livello di difesa, intelligence e lotta all’immigrazione illegale».
Regno Unito ed Europa sembrano più uniti anche in politica estera e hanno detto no a Trump che li esortava a unirsi agli attacchi all’Iran. Troppo tardi, forse?
«Noi britannici abbiamo imparato le lezioni dell’Iraq e di quella catastrofica guerra nel 2003. Starmer ha fatto benissimo a rifiutarsi di partecipare ai raid di Usa e Israele, soprattutto perché Trump e Netanyahu non sembrano avere una via d’uscita da questo pantano. La special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti significa anche saper dire di no ai propri alleati, senza provare imbarazzo […]»
(da agenzie)

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“DOMANI” RIVELA CHE IL CAPO DI GABINETTO DI GIORGIA MELONI, GAETANO CAPUTI, FINO A DICEMBRE 2025 FIGURAVA NELL’ORGANIGRAMMA DELLA SOCIETÀ TERMO, DI FONDI (LATINA), COME PRESIDENTE DELL’ORGANISMO DI VIGILANZA. L’AZIENDA AVEVA FATTO RICCHI AFFARI CON IL SUPERBONUS, PER POI ANDARE IN GROSSA DIFFICOLTÀ

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA SORPRESA È CHE CAPUTI NON AVREBBE MAI DICHIARATO LA NOMINA IN TERMO, COME DEVONO FARE TUTTI I FUNZIONARI STATALI … LE RICCHE CONSULENZE PER ENASARCO

Tra il 2023 e il 2024, nei lunghi mesi in cui il governo ha fatto i salti mortali per tappare il buco miliardario del Superbonus, Gaetano Caputi aveva un motivo in più per seguire l’affannata rincorsa dell’esecutivo.
Un motivo strettamente personale, perché il capo di gabinetto di Giorgia Meloni aveva messo la sua lunga esperienza di giurista al servizio di un’azienda che è cresciuta a gran velocità proprio grazie al Superbonus per poi perdere rapidamente quota, quando le norme in materia sono state riviste.
La società in questione si chiama Termo, ha sede a Fondi, in provincia di Latina, e fino al dicembre scorso il nome di Caputi figurava nell’organigramma aziendale con la qualifica di presidente dell’Organismo di vigilanza (Odv), chiamato a sorvegliare sul rispetto delle disposizioni della legge 231 sulla responsabilità delle aziende in caso di reati commessi da amministratori e dirigenti.
La sorpresa, però, è che la nomina in Termo non è mai stato inserita nelle dichiarazioni che il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, al pari di tutti gli alti burocrati, deve obbligatoriamente pubblicare
Risulta a questo giornale che tre mesi fa, a dicembre 2025, Caputi ha rassegnato con effetto immediato le sue dimissioni dall’Odv dell’azienda laziale. A Fondi, dove Termo è nata e cresciuta, il collaboratore di Giorgia Meloni è tutt’altro che uno sconosciuto. Tra l’altro è diventato un professionista di fiducia della locale Banca Popolare che negli anni scorsi gli ha più volte affidato l’incarico di rappresentante designato degli azionisti.
Lo stesso Caputi è stato chiamato anche nel consiglio di amministrazione di Ulixes sgr, società di gestione del risparmio controllata con sede nella cittadina laziale e controllata dalla Popolare.
Un incarico, quest’ultimo, a cui il capo di gabinetto di Palazzo Chigi ha rinunciato nel novembre del 2022, subito dopo la nomina governativa.
Nel caso di Termo, invece, il passo indietro è stato annunciato, come detto, poco più di tre mesi fa, quando l’azienda era in piena crisi, con i soci alla disperata ricerca di capitali per finanziare il salvataggio.
Nei documenti ufficiali si legge che nell’arco di due anni si sono più che dimezzati i ricavi, pari a circa 40 milioni nel 2023
A fare le spese del crollo sono stati in primo luogo i dipendenti: ne restano in organico 45 contro i 130 a libro paga quando il Superbonus andava a gonfie vele e
Termo gestiva lavori di riqualificazione energetica e offriva consulenza alle banche per l’acquisto dei crediti di cui lo Stato garantiva il rimborso.
Proprio lo stop alla cessione dei crediti deciso dal governo tra il 2023 e il 2024 ha segnato l’inizio della crisi […] che ha finito per coinvolgere anche un’azionista di Stato.
Tra i soci, infatti, compariva anche il Fondo italiano di investimento (Fii) che fa capo alla Cassa depositi e prestiti e raccoglie denaro sul mercato per indirizzarlo verso aziende di taglia medio-piccola.
A partire dal 2020, la società di gestione a capitale di Stato ha versato circa 13 milioni nella casse di Termo e il Fondo è diventato il principale azionista della società laziale con il 47 per cento del capitale.
Quei 13 milioni sono andati in fumo quasi per intero, visto che a gennaio il socio pubblico ha venduto la sua quota per un milione ad Alessandro Andreozzi, il presidente e fondatore di Termo che possedeva già una quota del 40 per cento affiancato da un gruppo di manager.
«Per alcuni anni Caputi ha presieduto l’Organismo di vigilanza, conferma Andreozzi, che aveva conquistato anche la fiducia del gruppo Mediaset, ancora socio di Termo con l’8,5 per cento del capitale intestato alla controllata Rti.
«L’azienda – spiega Andreozzi – ha onorato tutti i suoi impegni e ora stiamo cercando di rilanciare alcune linee di business che hanno buone prospettive di sviluppo».
Il rilancio dovrà però fare a meno dei capitali raccolti dall’azionista pubblico. L’uscita di scena del Fondo italiano d’investimenti, di cui sono socie anche alcune grandi banche come Intesa, Unicredit e Bper, coincide con una revisione delle strategie della società pubblica dopo le dimissioni, nell’agosto scorso, dell’amministratore delegato Davide Bertone sostituito da Domenico Lombardi, che è anche amministratore del Monte dei Paschi.
Nei mesi scorsi è scesa in campo anche la Banca d’Italia che dopo un’ispezione della Vigilanza ha formulato diversi rilievi critici alla passata gestione del Fondo e nella lista delle operazioni sotto esame è finita anche la fallimentare avventura in Termo
(da Domani)

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“E’ TORTURA DI STATO”: I PATRIOTI DELLA SEA WATCH SFIDANO IL GOVERNO MELONI E SBARCANO I MIGRANTI NEL PORTO PIU’ VICINO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

CON 57 NAUFRAGHI A BORDO IN CONDIZIONI SANITARIE FRAGILI LI HANNO FATTI SBARCARE A TRAPANI

Nelle cronache che arrivano dal Mediterraneo centrale, la successione dei fatti finisce spesso per rivelare qualcosa di più di una serie di episodi: prende forma un dispositivo concreto, che decide chi può essere soccorso subito e chi invece deve attendere, chi può raggiungere la terraferma e chi resta sospeso in mare, tra onde alte e corpi sempre più provati. Dentro questo quadro si colloca la vicenda della Sea-Watch e della nave Sea-Watch 5, che dopo essere rimasta in attesa al largo della Sicilia con decine di persone a bordo, ha dichiarato lo stato di necessità, scegliendo di non attenersi all’indicazione delle autorità italiane, che assegnava come porto di sbarco Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza.
A bordo ci sono 57 persone soccorse tra domenica e la notte successiva, (ora ufficialmente sbarcate a Trapani), molte delle quali in condizioni sanitarie critiche: ustioni da carburante, disidratazione, mal di mare, casi di ipotermia. Tra i naufraghi anche una donna incinta.
Come spiega l’organizzazione, la permanenza prolungata in mare espone i sopravvissuti al rischio concreto di infezioni e complicazioni, inclusa la sepsi, e rende non più sostenibile il trasferimento verso un porto così distante. “Questa è tortura di Stato. L’ostinato muro delle autorità italiane cerca di fare a pezzi il il diritto internazionale e i diritti umani ma noi non ci pieghiamo, è nostro dovere portare velocemente al sicuro persone che sono sopravvissute a sofferenze indicibili, prima e durante la traversata”, ha dichiarato la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi a Fanpage.it. “Abbiamo avuto ipotermia e ustioni gravi, ma il governo non sente le urla di una mamma e di una bimba di due anni mangiate dalle bruciature, noi sì. Non sa cosa voglia dire sopravvivere al mare con onde alte 3 metri, noi sì. Il Governo italiano ci impone di navigare altri 11000km e giorni di navigazione mentre si rifiuta di inviare soccorsi a chi si trova ancora in mare”, ha detto ancora.
Negli ultimi giorni il Mediterraneo è tornato così a mostrare con evidenza ciò che non ha mai smesso di essere: una frontiera letale, attraversata da naufragi, dispersi e soccorsi che arrivano troppo tardi. Un bambino di soli due anni risulta ancora disperso, un ragazzo di ventun anni è arrivato morto a Lampedusa, almeno diciassette persone sono annegate al largo della Libia. Altre decine risultano irreperibili mentre il peggioramento delle condizioni meteo, onde alte, vento forte, rende difficili, quando non impossibili, interventi tempestivi. Nello stesso arco di
ore, centinaia di persone vengono segnalate ancora in mare da Alarm Phone: alcune alla deriva, altre bloccate su piattaforme industriali.
È dentro questa stessa geografia, insieme fisica e politica, che si inseriscono anche le operazioni di soccorso della Sea-Watch. Gli interventi, questa volta, si sono svolti in due momenti diversi, in condizioni già rese instabili dal peggioramento del mare. In totale sono state tratte in salvo 93 persone: per nove di loro è stato disposto uno sbarco sanitario d’urgenza a Lampedusa; le altre sono invece rimaste a bordo mentre le condizioni continuavano a deteriorarsi, con onde oltre i due metri e temperature in calo. Successivamente, su disposizione del Tribunale per i minorenni di Palermo, una parte dei minori, 20 non accompagnati e tre bambini con le famiglie, è stata trasferita. Per tutti gli altri, invece, è rimasta valida l’indicazione iniziale di proseguire verso nord.
La decisione di disobbedire
“Abbiamo dovuto dichiarare lo stato di necessità per permettere a 57 persone esauste di accedere a un porto sicuro. Ci rifiutiamo di essere uno strumento di tortura di Stato. Questa è la nostra risposta al sadismo del governo. Ne continueremo a pagare le conseguenze con una repressione crescente, ma la salvaguardia dei diritti non è negoziabile”, ha aggiunto Linardi.
Il diritto del mare, nella sua formulazione più essenziale, non lascia spazio a interpretazioni: chi si trova in pericolo deve essere soccorso e condotto in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. È però proprio dentro queste due nozioni, “luogo sicuro” e “tempo più breve”, che oggi si concentra una delle tensioni più evidenti tra obblighi giuridici e scelte politiche. L’assegnazione di un porto distante, come Marina di Carrara, non è un passaggio neutro né meramente organizzativo. Comporta, in concreto, l’imposizione di diversi giorni aggiuntivi di navigazione a persone che sono già in condizioni di vulnerabilità estrema: significa prolungare l’esposizione al freddo, al moto ondoso, al dolore fisico causato da ustioni e traumi, e aumentare il rischio che quadri clinici già compromessi evolvano in complicazioni più gravi. In questo modo, il tempo del soccorso, che nel diritto dovrebbe coincidere con la massima urgenza possibile, viene dilatato fino a diventare un tempo di attesa, segnato da un’incertezza che incide direttamente sulla salute delle persone coinvolte
Negli ultimi anni, questa modalità operativa si è consolidata fino a diventare una prassi ricorrente: l’indicazione sistematica di porti lontani produce un effetto preciso, quello di ridurre la presenza delle navi umanitarie nell’area in cui avviene la maggior parte dei soccorsi, il Mediterraneo centrale. Meno tempo in zona di ricerca e soccorso significa meno interventi possibili, ma anche meno capacità di osservazione e documentazione di ciò che accade lungo quella rotta; non si tratta, quindi, soltanto di una gestione logistica degli sbarchi, ma di una scelta che incide sull’intero dispositivo di intervento in mare.
Parallelamente, il quadro normativo e amministrativo si è fatto ancor più restrittivo: l’aumento delle sanzioni, i fermi delle imbarcazioni e l’inasprimento dei controlli contribuiscono a definire un contesto in cui l’azione delle organizzazioni umanitarie si muove entro margini sempre più stretti. Il risultato è un conflitto ormai strutturale tra governo e operatori del soccorso civile, che riflette due impostazioni difficilmente conciliabili: da un lato la priorità attribuita al controllo delle frontiere, dall’altro l’obbligo, sancito dal diritto internazionale, di garantire il salvataggio e la protezione della vita umana in mare.
È in questo contesto che la Sea-Watch 5 ha dichiarato lo stato di necessità e ha scelto di dirigersi verso il porto più vicino, individuato in Trapani. Non si tratta di un gesto simbolico, ma dell’attivazione di uno strumento previsto dall’ordinamento quando il rispetto formale di una disposizione rischia di produrre un danno grave e immediato. Inn queste circostanze, il principio di tutela della vita prevale, e l’obbligo di condurre i naufraghi in un luogo realmente sicuro torna a essere il criterio determinante. Ogni volta che questo principio viene invocato, però, la sua applicazione viene letta come violazione di un ordine, e non come esercizio di una responsabilità giuridica. Ed è proprio in questa frizione, sempre più evidente, che si misura oggi la distanza tra la norma e la sua interpretazione operativa.

(da Fanpage)

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NON SOLO ACCISE: LA STRANA ABITUDINE DEL GOVERNO MELONI, CHE SI SVEGLIA SEMPRE A POCHI GIORNI DAL VOTO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

A QUATTRO GIORNI DAL REFERENDUM, IL GOVERNO DECIDE DI TAGLIARE 25 CENTESIMI DI ACCISE PER SOLI 20 GIORNI: E’ SOLO L’ULTIMO DI UNA LUNGA SERIE DI REGALI ELETTORALI DEL GOVERNO MELONI

E così il governo ha deciso giusto ieri , con un consiglio del ministri straordinario, di abbassare le accise sul carburante di 25 centesimi, per i prossimi venti giorni. Quattro dei quali, dicono i maligni, sono quelli che separano dal voto per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Noi non vogliamo essere malfidenti, sia chiaro: la guerra in Iran c’è malgrado loro, la crisi energetica pure.
Però le coincidenze a volte sono curiose.
Come quando, ad esempio, il governo ha sentito l’impellente bisogno di riaprire i termini di un condono edilizio vecchio di vent’anni, quello del governo Berlusconi del 2003, per “risarcire i cittadini campani” che ne furono esclusi a causa della contrarietà dell’allora presidente di Regione Antonio Bassolino. Il tutto, curiosamente, con un emendamento di Forza Italia alla legge di bilancio. a pochi giorni dal voto regionale in Campania,
O come quando – altra curiosa coincidenza, pure qua – il governo ha annunciato l’istituzione di una Zona Economica Speciale nella Marche – tradotto: semplificazioni e agevolazioni per le imprese – a pochi giorni dal voto regionale, facendolo annunciare alla stessa premier Giorgia Meloni durante un evento elettorale.
O come quando il governo ha annunciato il rinnovo e l’ampliamento della platea della social card “Dedicata a te”, 500 euro a testa per 1,33 milioni di beneficiari, a quarantotto ore dalle elezioni europee del 2024.
Che per vincere si debbano utilizzare “anche i vecchi metodi clientelari”, del resto, non l’abbiamo teorizzato noi ma il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, a un evento elettorale per il Sì al referendum, giusto qualche giorno fa.
E del resto, già è stato detto che la prossima legge di bilancio, sarà la più generosa di tutte, dopo anni di vacche magre e promesse non mantenute. Che si è risparmiato oggi, nonostante una crescita asfittica e il potere d’acquisto ancora sottoterra, per riempire la cornucopia domani. A pochi mesi dal voto.
E se il clientelismo e le mancette non bastassero, ovviamente, il governo cambierà pure la legge elettorale, togliendo quei fastidiosi collegi uninominali che potrebbero far vincere le opposizioni.
In nome della governabilità e della stabilità, ci mancherebbe. Ma a pochi mesi dal voto, anche è questo giro.
A volte, davvero, le coincidenze.

(da Fanpage)

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