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“DA MONTANELLI HO TRATTENUTO UNA LEZIONE: UN GIORNALISTA DEVE ROMPERE LE SCATOLE. SE NON SE LA SENTE, MEGLIO CHE CAMBI MESTIERE” : ALDO CAZZULLO COMMENTA LA VICENDA DEL “SECOLO XIX”, IN CUI IL GOVERNATORE LIGURE BUCCI HA TENTATO DI CONDIZIONARE LA LINEA DEL QUOTIDIANO DIRETTO DA MICHELE BRAMBILLA

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

“IL POTERE POLITICO ED ECONOMICO E CHIUNQUE ABBIA INTERESSI COMMERCIALI E DI VISIBILITÀ HA SEMPRE TENTATO DI CONDIZIONARE I GIORNALISTI. MA RISPETTO AL PASSATO LA RETE È UNA FORMIDABILE ARMA DI PRESSIONE IN PIU’”… “CON LA NOSTRA GENERAZIONE NON FUNZIONA, PERCHÉ SIAMO NANEROTTOLI SULLE SPALLE DI GIGANTI, MICHELE BRAMBILLA AD ESEMPIO SI È FORMATO CON INDRO MONTANELLI”

A Genova in sintesi è successo questo: il presidente di centrodestra della Regione Liguria tentava di condizionare, attraverso il suo ufficio stampa che era in contatto diretto con l’editore, la linea del Secolo XIX , considerata troppo favorevole alla sindaca di centrosinistra.
La vicenda mi ha inquietato ma anche un poco divertito. Perché due tra i protagonisti, due bravissimi giornalisti, il direttore del Secolo Michele Brambilla e una delle prime firme, Claudio Paglieri, sono tra i miei più cari amici. Li conosco da oltre trent’anni. E sul piano politico sono due conservatori.
In un Paese normale, in cui destra non è sinonimo di fascismo, direi che sono due uomini di destra, probabilmente a destra di Bucci. Ma sono prima di tutto giornalisti, hanno a cuore i loro lettori, non avrebbero avuto successo se non avessero a cuore i loro lettori; e quindi si rifiutano di scrivere che una cosa è giusta solo perché la dice Bucci, o è sbagliata solo perché la dice Silvia Salis.
Questa vicenda mi conferma una convinzione che vado maturando da anni. Il potere politico, il potere economico e in genere chiunque abbia interessi commerciali e di visibilità (parola-chiave del nostro tempo) ha sempre tentato di condizionare i giornalisti, di farseli amici o di additarli come nemici. Ma rispetto al passato la Rete è una formidabile arma di pressione in più.
A esercitarla non sono tanto le persone comuni, che giustamente usano i social per esprimere le loro opinioni e le loro emozioni, e hanno sempre diritto all’applauso o al fischio, come il pubblico degli stadi e dei teatri. A esercitare la pressione sui giornalisti, spesso con contorno di insulti, calunnie, minacce è un sottobosco di siti semiclandestini, colleghi frustrati, scrittori senza lettori, aspiranti influencer, che alimentano un clima in cui il ruolo previsto per il giornalista è quello di corifeo, di tifoso.
Il giornalista deve fare la ola, non esercitare lo spirito critico. Mi dispiace, ma con la nostra generazione non funziona, perché siamo nanerottoli sulle spalle di giganti, Michele Brambilla ad esempio si è formato con Indro Montanelli, che lo stimava moltissimo. Io invece l’ho incontrato solo due volte, ma ne ho trattenuto la lezione: un giornalista deve rompere le scatole (lui disse un’altra parola).
Se non se la sente, meglio che cambi mestiere.
Aldo Cazzullo
(da il Corriere della Sera)

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“‘LA ZANZARA’ ERA TRASGRESSIVA. OGGI È SEMPRE PIÙ CONFORMISTA, REAZIONARIA E PREVEDIBILE, PROPRIO COME IL SUO CONDUTTORE CRUCIANI”

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

CRUCIANI HA PERSO LA TESTA, È PRECIPITATO IN UNA VERTIGINE DI VANITÀ, VANAGLORIA E MEGALOMANIA – QUELLO CHE IN ORIGINE SEMBRAVA UN MESSAGGIO SOVVERSIVO SI TRASFORMA NEL SUO ESATTO OPPOSTO: IN UNA QUOTIDIANA APOLOGIA NON SOLO DELLA CULTURA DI DESTRA, MA ADDIRITTURA DELLE POSIZIONI PIÙ CONFORMISTICAMENTE PARTITICHE E SOTTOPARTITICHE ALL’INTERNO DI ESSA, PRIVILEGIANDO IL PEGGIOR SALVINI E IL PIÙ TRUCE VANNACCI

Madamina, il catalogo è questo: feticisti, fascisti, erotomani, nazisti e neonazisti e vetero-nazisti, vegani militanti, comunisti reazionari e Marco Rizzo, misogini, xenofobi e razzisti, cacciatori a raffica, petomani, sexual slave, chiaroveggenti, alcolisti, guaritori, tossicomani, ciarlatani, venditori di fumo, psicotici, Wanna Marchi e sua figlia Stefania Nobile.
Poi: individui che si cospargono di maionese il corpo nudo e altri che “mummificano” con cellophane e nastro adesivo chi vi si presta, predicatori di tutte le confessioni, di tutte le apocalissi e di tutte le catastrofi, oranti davanti alla cripta di Predappio e collezionisti di cimeli dell’Urss e del Terzo Reich, necrofili, scambisti, seguaci della acrotomofilia e della abasiofilia (cercatevi voi il significato di queste parafilie), filoputiniani di tutte le risme, nuovi templari e Luciano Moggi.
E ancora: antisemiti, criminali di piccolo, medio e grande calibro, esorcisti e satanisti, mistress, novax infoiati, pornografi e baciapile, bevitori di urina e camionisti truculenti, gente che parla con gli alieni, con le viscere degli abbacchi, con lo Spirito Santo, che prevede i terremoti e le pandemie, e Caio Giulio Cesare
Mussolini; e persino qualche persona normale e perbene, finita lì per caso o per disgrazia o per ingenuità.
Forse c’è un solo posto al mondo dove tutte queste figure si raccolgono e si raccontano: ed è il programma La Zanzara condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, in onda dal lunedì al venerdì dalle 18:30 su Radio24.
L’elenco appena compilato di soggetti costituisce l’aggiornamento, ancora assai parziale, di una precedente classificazione di tipi umani, pubblicata oltre un anno fa in un mio articolo su «Repubblica» online, che qui amplio e approfondisco seguendone gli ulteriori sviluppi nel tempo.
Sono stato, per oltre un lustro, un ascoltatore assiduo della trasmissione; e, ad amici increduli o scandalizzati (in realtà appena un po’), ero solito offrire una spiegazione esclusivamente soggettiva. Personalmente riconosco in me un certo gusto per il trash, la curiosità per il kitsch, l’attrazione verso il pruriginoso, lo sguaiato e il triviale. E il collegamento di tutto ciò con la sfera infantile dell’irriverenza e della trasgressione.
Una sorta di sindrome del puer aeternus con il suo corredo di incontinenza e di eccessi vocali e corporali. Chi non nutre alcun interesse per questa costellazione di effetti un po’ grotteschi e un po’ sordidi, un po’ puerili e un po’ morbosi, non ha alcun motivo per ascoltare La Zanzara; per gli altri, può essere l’occasione di un divertimento appena un po’ losco.
In questi anni i cultori del programma hanno seguito l’allestimento di una serie di scene accomunate dalla cifra dell’Efferatezza, dove gli ospiti in studio e gli ascoltatori al telefono realizzavano quadri come i seguenti: cialtroni conclamati e scrutatori di scie chimiche intenti a dimostrare come il vaccino anti-covid inietti un microchip metallico così che un cucchiaino accostato al braccio vi rimane appeso;
il sindaco di quel paesello abruzzese che si dichiara ostile ai matrimoni gay per un “motivo religioso”, in quanto Dio disse: andate e moltiplicatevi, e non: andate e prendetelo nel culo; l’individuo primitivo e brutale che si accompagna a un animale indicato come il risultato dell’incrocio tra un cane e un leopardo; il medico urologo che illustra nel dettaglio le patologie del pene e dei testicoli suggerendo le virtù teraupetiche, e forse taumaturgiche, della manipolazione, dell’automassaggio e della masturbazione; uomini di una certa età che esaltano l’irresistibile piacere della sottomissione a una padrona altrettanto âgée e la sublime bellezza del leccare i tacchi a spillo di décolleté di vernice, del suggere alluci sudati e del farsi trafiggere lentamente i genitali; commercianti, gioiellieri e tabaccai, vittime di rapine feroci e sanguinose, che motivano pacatamente la necessità di farsi giustizia da sé, di armarsi fino ai denti, di sparare al ladro in fuga e di veder riconosciuto che “la difesa è sempre legittima”; terrapiattisti allucinati che argomentano la loro teoria con la prova regina che l’acqua dei fiumi “non cade di sotto”; sedicenti storici, palesemente rincoglioniti, che descrivono “le molte cose buone fatte da Mussolini”, come la bonifica delle paludi, la creazione dell’Inps e il varietà del sabato sera Canzonissima; sanfedisti, che sono pure sansepolcristi, che spiegano come in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza abbia ucciso “sei milioni di bambini”.
Sono altrettante scene che animano e vivacizzano un racconto generale il cui tessuto narrativo è perfettamente ossequioso verso gli stereotipi dominanti, organici a una lettura reazionaria delle relazioni sociali, dei rapporti di potere, del ruolo dell’individuo nella comunità, del significato di categorie fondamentali come i diritti, le garanzie, le libertà.
È il punto di arrivo di un processo di trasformazione de La Zanzara, che da libertaria si è fatta conformista, da ribelle deferente, da anarchica omologata e ubbidiente. Qui è utile una digressione. L’espressione anglosassone mainstream è tra le più abusate nel discorso dei media, ma anche nel linguaggio corrente di quella parte dell’opinione pubblica con un discreto livello di istruzione e informazione.
Significa alla lettera corrente principale, e sta a indicare quello che sarebbe l’orientamento prevalente in una determinata collettività a proposito di un tema avvertito come di comune interesse. Così, via via, la formula è diventata un’etichetta per quello che già ho chiamato il conformismo della maggioranza, fino a renderla sinonimo di standardizzazione. Insomma, la progressiva normalizzazione del pensiero, del gusto e del senso morale.
Va da sé che è cruciale il campo semantico e sociale preso in considerazione. Ciò che in un determinato sistema o sottosistema di relazioni risulta essere il conformismo della maggioranza, in un altro può apparire come l’eccentrica manifestazione di una eterodossia.
Di conseguenza, anche nel mondo “mostruoso”, dilatato e deformato fino al parossismo – quale quello abitato dai tipi umani prima elencati – tende a formarsi un “pensiero unico”, a sua volta benpensante e bacchettone, che propone una irregimentazione perfettamente speculare a quella che vorrebbe combattere. E che, oggi, finisce con il coincidere con un senso comune assai diffuso nella società e con la rete di pregiudizi e cliché che alimenta gli umori collettivi, esprimendosi infine nel pensiero prevalente dell’attuale sistema di potere.
Un esempio: il «Corriere della Sera», «La Repubblica» e «La Stampa» vengono correntemente definiti giornali mainstream in particolare da quei quotidiani come «Il Giornale», «Libero», «La Verità» e «Il Tempo» e dai rispettivi lettori. Ma questi ultimi quotidiani e questi ultimi lettori sono perfettamente mainstream rispetto alla mentalità e alla rappresentanza politica di quella parte dell’opinione pubblica, peraltro assai rilevante, orientata a destra.
Ne discende che oggi più che mai La Zanzara è mainstream rispetto all’orientamento “ideologico” maggioritario tra i suoi ascoltatori e rispetto agli umori e alle pulsioni che circolano nella società italiana e rispetto alla politica dell’attuale governo.
È proprio questo che ha fatto di un fenomeno di contestazione linguistica e culturale, come per anni è stato La Zanzara, uno strumento di ordine e di disciplinamento. Tutto ciò accentuato da due fattori.
Il primo è l’incondizionata adesione del conduttore Cruciani all’azione della maggioranza e alla sua componente estrema, se pure rivendicando una residua autonomia su alcune questioni che effettivamente conservano un certo sapore libertario: la depenalizzazione dei derivati della cannabis, la legalizzazione della prostituzione, il consenso verso l’eutanasia.
Ma l’impianto generale del discorso e le diverse sue articolazioni corrispondono puntualmente a quel conformismo della maggioranza di cui dicevo: della maggioranza politica espressa dalla destra al governo e della maggioranza per come si manifesta negli orientamenti popolari a proposito di sicurezza, immigrazione, ordine pubblico.
Inoltre, negli ultimi tempi, Cruciani è precipitato in una vertigine di vanità, vanagloria e megalomania che, per dirne una, lo induce a ritenersi artefice del fallimento dell’intesa tra Elly Schlein e Giorgia Meloni in merito alla normativa sul consenso libero e attuale (in tema di violenza sessuale); e, via via eccitandosi, a rivendicare alcune posizioni particolarmente intolleranti presenti nei partiti di maggioranza e ai loro margini, fino a proporre provvedimenti in materia di sicurezza (“chiunque tocchi un poliziotto sia condannato a dieci anni senza benefici”, “se un ladro entra in casa è sempre legittimo sparargli”, “ci vogliono i carriarmati nelle stazioni ferroviarie”…); e fino all’esaltazione compulsiva dell’uso delle armi da parte dei privati, in una parodia stracciacula del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e in una caricatura smandrappata dell’anarco-capitalismo.
Per ripiegare, infine, nella più modesta autopromozione come ispiratore del programma politico del generale Roberto Vannacci. Palesemente, Cruciani ha perso la testa.
A ciò si aggiunga un tratto caratteriale che si esprime in una qualche tonalità francamente sadica: un incontinente compiacimento nel racconto di alcune manifestazioni di crudeltà pubblica (la riapertura voluta da Donald Trump dell’“Alligator Alcatraz”, la reazione armata da parte di alcune vittime di rapine, l’uso della forza a opera di agenti di polizia nel corso di mobilitazioni di piazza).
Accade così che quello che in origine sembrava un messaggio sovversivo si trasformi nel suo esatto opposto: in una quotidiana apologia non solo della cultura di destra, ma addirittura delle posizioni più conformisticamente partitiche e sottopartitiche all’interno di essa, privilegiando il peggior Salvini e il più truce Vannacci.
Dunque, la macchina culturale de La Zanzara contribuisce a produrre un sentimento regressivo e oscurantista che, a sua volta, incontra quanto prima risultava occultato e rimosso e che oggi si mostra impudicamente e, per certi versi, fieramente: gli
umori più oscuri presenti nel ventre del paese, insieme alla banalizzazione/rivalutazione del fascismo e delle dittature, al sesso in tutte le sue espressioni e all’aggressività lutulenta del linguaggio.
È conferma di tutto ciò il fatto che, quando Cruciani incorre in una figuraccia di palta, ma proprio di palta (l’affermazione preventiva dell’innocenza del poliziotto Cinturrino, poi indagato per omicidio volontario), e mostra tutta la sua insicurezza e la sua fragilità non riconoscendo l’errore, ma incaponendosi e avvitandosi in esso, il “suo popolo” gli si rivolta contro.
A riprova inequivocabile della natura inguaribilmente nevrastenica della folla. Che domani, va da sé, tornerà ad applaudire il suo leader un po’ sgualcito e ammaccato, ridotto a malinconico trombettiere di regime.
Luigi Manconi
per https://lucysullacultura.com

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“ISRAELE LEGITTIMA LA VIOLENZA SESSUALE CONTRO I PALESTINESI”: ARCHIVIATO STUPRO DI GRUPPO A SDE TEIMAN

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA DIRETTRICE DEL COMITATO CONTRO LA TORTURA IN ISRAELE: “LE ACCUSE ARCHIVIATE NONOSTANTE I VIDEO, STANNO DANDO AI SOLDATI LICENZA DI ABUSARE DEI PALESTINESI”

“L’esercito israeliano sta dando ai suoi soldati una licenza di stupro, a patto che la vittima sia palestinese”: queste le parole di Sari Bachi, Direttrice Esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), all’indomani dell’archiviazione del caso dei soldati dell’Idf accusati di aver stuprato un detenuto palestinese nel luglio 2024. Nessuno di loro sarà più perseguito.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sui cieli di Beirut e Teheran, nell’ombra dei centri di detenzione nel deserto del Negev si consuma una delle pagine più oscure della giustizia israeliana recente. Il caso è quello di Sde Teiman, una struttura diventata sinonimo di abusi sistematici, dove l’archiviazione delle accuse di stupro contro un gruppo di soldati ha squarciato il velo su quello che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “un sistema di impunità istituzionalizzato”.
Il cuore della vicenda riguarda lo stupro di un detenuto palestinese gazawi, un atto talmente violento da costringere le autorità al suo ricovero in un ospedale civile. I medici, di fronte a ferite incompatibili con qualsiasi forma di autolesionismo, hanno denunciato l’accaduto. Giovedì scorso, però, il caso è stato archiviato.
Ne abbiamo parlato direttamente Sari Bachi, direttrice dell’organizzazione non governativa fondata nel 1990, in risposta alle sistematiche violazioni dei diritti umani durante la prima Intifada
Come è stata possibile la chiusura di questo caso?
Il procuratore generale militare è incaricato di perseguire i soldati che commettono cattiva condotta o altri tipi di crimini, come, ad esempio, lo stupro. L’ufficio del procuratore generale ha agito correttamente nel formulare accuse penali contro questi soldati, perché c’erano prove schiaccianti che avessero commesso uno stupro orribile contro un detenuto palestinese che era ammanettato e impossibilitato a difendersi. Quello che hanno fatto giovedì scorso è stato far cadere le accuse, sostenendo di non avere prove sufficienti. Tutto questo è palesemente falso. C’erano prove significative disponibili al pubblico sul fatto che fosse stato commesso un crimine atroce. C’erano telecamere a circuito chiuso che mostravano questi soldati trascinare quest’uomo in un angolo e iniziare a ferirlo. Il caso è venuto alla luce perché era così gravemente ferito dall’aggressione che è stato portato in un ospedale civile, e il personale medico lì lo ha segnalato perché era chiarissimo che non si fosse procurato da solo quelle lesioni. E questo avviene in un contesto in cui la tortura (incluse le aggressioni sessuali) è sistematica e diffusa nei confronti dei detenuti palestinesi, a Sde Teiman come in altre prigioni.
Pensa che far cadere queste accuse suggerisca che tentare di occultare un crimine sia ora un’efficace difesa legale per i soldati israeliani?
Penso sia un’indicazione del fatto che l’esercito stia dando ai suoi soldati licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese. Come Comitato Pubblico Contro la Tortura, rappresentiamo centinaia di detenuti palestinesi, inclusi coloro che hanno subito violenze sessuali. Presentiamo regolarmente denunce chiedendo che le autorità indaghino sugli abusatori, e quelle denunce vengono regolarmente archiviate senza che venga nemmeno aperta un’indagine. In questo caso, le prove erano ampiamente disponibili. C’è stata una chiara dichiarazione pubblica sul fatto che l’esercito non intende ritenere i soldati responsabili per la tortura e che, di fatto, la sta autorizzando. L’esercito ha scelto di non raccogliere la testimonianza di quest’uomo prima di rilasciarlo dentro Gaza, e non è chiaro quali tentativi abbiano fatto, se ne hanno fatti, per mettersi in contatto con lui dopo il rilascio.
Avete registrato altri casi di stupro dal 7 ottobre 2023 all’interno della stessa prigione?
Si. È diventato piuttosto comune, e siamo rimasti sorpresi nel vedere che i detenuti e gli ex detenuti sono sempre più disposti a parlarne. Forse perché è così comune che parte dello stigma e della vergogna è diminuita; parlandone, forse le persone si sentono un po’ più a proprio agio nel farsi avanti. Ma è molto, molto comune. E voglio essere chiara: molti maltrattamenti sono ordinati ufficialmente. A Sde Teiman era organizzato che le persone fossero messe in condizioni non igieniche, malsane e sovraffollate. È stato stabilito ufficialmente che non ricevessero visite familiari o della Croce Rossa Internazionale, che le razioni di cibo fossero ridotte e che non ricevessero trattamenti medici adeguati, anche per malattie infettive contratte durante la detenzione. Non si tratta di uno o pochi soldati isolati. Questa è una politica istituzionale di tortura.
Se il sistema legale militare non può o non vuole fare giustizia in un caso con prove video evidenti, questo prova che un’indagine internazionale indipendente sia l’unica via rimasta per l’accertamento delle responsabilità?
Non credo avessimo bisogno di questo caso per sapere che c’è bisogno di responsabilità internazionale. Negli ultimi 25 anni, nonostante centinaia di denunce di tortura da parte degli investigatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza israeliana), non è stata presentata nemmeno una singola incriminazione, figuriamoci un processo o una condanna. Il sistema giudiziario israeliano non è interessato a perseguire la tortura contro i palestinesi. Le autorità israeliane stesse stanno perpetrando ufficialmente la tortura contro i detenuti.
Pensi che la guerra con l’Iran e la situazione attuale influenzeranno ulteriormente le condizioni dei detenuti palestinesi?
A partire dal primo giorno di guerra, le autorità israeliane hanno cancellato quasi tutte le visite degli avvocati ai detenuti palestinesi. Tutte le visite che avevamo programmato per marzo sono state cancellate. Siamo particolarmente preoccupati perché, con la cancellazione delle visite della Croce Rossa e dei familiari, gli avvocati sono l’unico contatto che i detenuti hanno con il mondo esterno. Quando cancelli quelle visite, diventa difficile per il Comitato Contro la Tortura e per altri venire a conoscenza dei maltrattamenti e intervenire. Sappiamo dallo scorso anno,
da giugno, che durante la guerra con l’Iran non solo i detenuti non sono stati portati nei rifugi durante gli attacchi missilistici, ma la violenza delle guardie carcerarie (militari) contro di loro è aumentata significativamente. Abbiamo scritto alle autorità carcerarie per esigere il ripristino delle visite legali e per chiedere che i detenuti siano protetti dagli attacchi missilistici. Altrimenti, sono “bersagli facili”, chiusi in cella e impossibilitati a fuggire per salvarsi.
I detenuti palestinesi non sanno cosa sta succedendo fuori dalla prigione, giusto?
Giusto, una detenuta rilasciata pochi giorni dopo l’inizio della guerra ha detto che non erano stati informati. Sappiamo anche dallo scorso giugno che ai detenuti non veniva detto nulla, ma sentivano le esplosioni vicine.
Una delle proposte più discusse in Israele è quella del reinserimento della pena di morte contro i palestinesi, ci sono novità a riguardo?
La Knesset israeliana stava portando avanti un disegno di legge sulla pena di morte solo per i palestinesi prima dell’attuale guerra con l’Iran. Quelle udienze sono state sospese nelle ultime due settimane, ma abbiamo capito che le riprenderanno da domenica per cercare di far passare la legge sotto la “nebbia della guerra” mentre l’attenzione della gente è altrove. È particolarmente importante che i paesi dell’UE esprimano la loro opinione al riguardo, perché lo Stato israeliano è un osservatore nel Consiglio d’Europa e ha relazioni bilaterali con l’Italia e con l’UE. Sarebbe un grande passo indietro per Israele ripristinare la pena di morte dopo il 1962. È in totale contrasto con la tendenza mondiale all’abolizione e certamente contraria alle norme europee.

(da Fanpage)

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PERCHE’ LA SPAGNA DICE NO A TRUMP E NETANYAHU

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI ALBARES: “LA SPAGNA NON HA INIZIATO QUESTA GUERRA CHE COLPISCE L’ECONOMIA DELLE FAMIGLIE,DEI LAVORATORI E DELLE IMPRESE”

José Manuel Albares, ministro degli Esteri della Spagna, spiega oggi in un’intervista a Repubblica perché il governo del socialista Pedro Sánchez ha detto no a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. «Siamo coerenti e rispondiamo ai
valori di pace e solidarietà della società spagnola, e sono sicuro che siano anche i valori della gran parte degli europei», esordisce. Madrid ha anche revocato la sua ambasciatrice a Tel Aviv: «L’ambasciata spagnola in Israele è pienamente operativa. A guidarla c’è una incaricata d’affari, esattamente come avviene da quasi due anni nell’ambasciata israeliana in Spagna, ovvero da quando Israele ha rimosso la sua diplomatica di allora. Siamo esattamente allo stesso livello. Nel frattempo, abbiamo cercato di mantenere le migliori relazioni possibili, nonostante i sistematici insulti e calunnie ricevuti da Israele, che la settimana scorsa si sono ripetuti in modo molto aggressivo».
La Spagna e il no a Usa e Israele sulla guerra del Golfo
Trump ha minacciato ritorsioni nei confronti del paese. Il ministro degli Esteri sul punto minimizza: «Non c’è motivo di temere ritorsioni. Siamo un alleato affidabile della Nato, con una presenza militare storica sul fianco est. Difendiamo lo spazio aereo dei Paesi baltici, abbiamo truppe in Slovacchia, in Lettonia, in Romania, in Turchia e una presenza significativa nella missione Nato in Iraq. Contiamo sulla solidarietà europea, naturalmente, come ha ribadito la Commissione Europea. La Spagna è solidale anche con i suoi partner e alleati. L’abbiamo dimostrato con Cipro, dove abbiamo inviato una fregata per difendere la sicurezza del suo spazio aereo, con l’integrità territoriale della Danimarca e con i Paesi europei che hanno subito pressioni tariffarie inaccettabili».
Il rifiuto e le basi
Albares dice che «Gli Usa sono l’alleato naturale storico dell’Europa. Abbiamo una relazione reciprocamente vantaggiosa, con investimenti molto diversificati in entrambe le direzioni e, sul piano commerciale, con un surplus per gli Stati Uniti. Siamo un grande acquirente di gas naturale liquefatto dagli Usa. Oltre a essere alleati Nato, la nostra cooperazione nella difesa si basa su un accordo bilaterale che contempla l’uso congiunto di due basi, Morón e Rota, che sono di sovranità spagnola. È la relazione che c’è tra due alleati che condividono sicurezza e prosperità, sulla base del dialogo, del rispetto e del beneficio reciproco. Abbiamo la ferma volontà di mantenere rapporti più stretti possibili con gli Stati Uniti».
(da agenzie)

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STATE ATTENTI A CHI FREQUENTATE: TRASCORRERE DEL TEMPO CON UNA PERSONA DIFFICILE VI FARÀ INVECCHIARE PIÙ PRECOCEMENTE: SECONDO UNO STUDIO, AVERE INTERAZIONI SOCIALI CON I ROMPIPALLE NON SOLO HA UN IMPATTO NEGATIVO SUL VOSTRO UMORE IMMEDIATO, MA AGISCE ANCHE SULLA SALUTE FISICA, ACCELERANDO IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

SE LE RELAZIONI SOCIALI SONO GENERALMENTE DI SUPPORTO, CE NE SONO ALCUNE CHE ANDREBBERO RESCISSE PER SALVAGUARDARE LA PROPRIA STABILITÀ

Trascorrere del tempo con una persona difficile può avere un impatto negativo sul tuo umore immediato. Ma, col tempo, queste interazioni sociali difficili potrebbero anche avere un effetto negativo sulla tua salute fisica, facendoti invecchiare più velocemente , suggerisce una nuova ricerca.
Lo studio , finanziato dal National Institute on Aging e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha esaminato l’impatto sulla salute dei “fastidiosi”, ovvero le persone che i ricercatori hanno definito come coloro “che creano problemi o rendono la vita più difficile”.
Mentre le relazioni positive sono da tempo collegate a una vita più sana e lunga, i molestatori sembrano avere l’effetto opposto, aumentando lo stress cronico e innalzando i biomarcatori epigenetici associati all’invecchiamento. Lo studio ha anche scoperto che alcune persone sono più propense a dichiarare di conoscere persone moleste, comprese le donne e le persone in cattive condizioni di salute.
È noto che avere una solida rete sociale offre benefici protettivi con l’avanzare dell’età, tra cui la riduzione del rischio di deterioramento cognitivo e mortalità. Alcune ricerche hanno dimostrato che le amicizie possono persino contribuire a rallentare l’invecchiamento a livello cellulare . “Ma non tutti i legami sociali sono di supporto”, ha affermato Byungkyu Lee , professore associato di sociologia alla New York University e autore principale dello studio.
Ad esempio, alcune amicizie potrebbero essere ambivalenti, ovvero causare problemi o creare stress, ma offrire anche aspetti positivi, come supporto e compagnia, ha affermato Brea Perry, direttrice associata dell’Irsay Institute for Sociomedical Sciences Research, professoressa di sociologia all’Università dell’Indiana a Bloomington e coautrice dello studio. Altre sono “praticamente esclusivamente stressanti”. Queste relazioni meno positive “possono fungere da fattori di stress cronici, quindi avere quelle persone intorno a te rende la tua vita davvero difficile”, ha detto Lee
Per capire come le relazioni negative possano influenzare l’invecchiamento biologico […] e i suoi colleghi hanno raccolto dati da oltre 2.000 individui in un sondaggio sulla salute condotto in Indiana.
I partecipanti hanno risposto a domande sulle loro relazioni sociali nei sei mesi precedenti. Hanno poi risposto a domande di follow-up, tra cui la frequenza con cui quella persona li aveva importunati, causati problemi o, in generale, reso la loro vita più difficile. Ai partecipanti è stato anche chiesto di autovalutare il proprio stato di salute generale.
Hanno anche fornito campioni di saliva, che i ricercatori hanno analizzato per individuare cambiamenti nel DNA che indicano invecchiamento biologico, consentendo loro di confrontare i tassi di invecchiamento di coloro che avevano molestatori nelle loro reti e di coloro che non ne avevano
I ricercatori hanno scoperto che per ogni ulteriore “fastidio” con cui i partecipanti interagivano regolarmente, il loro ritmo di invecchiamento aumentava dell’1,5%. In altre parole, invece di invecchiare di un anno biologico per anno solare, una persona con almeno un “fastidio” in più invecchierebbe di circa 1,015 anni nello stesso periodo.
Questo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto. “Non sappiamo se i molestatori siano effettivamente la causa dell’invecchiamento delle persone”, ha osservato Lee. “Quello che osserviamo qui è una sorta di associazione tra la presenza di molestatori e il tasso di invecchiamento”.
Gli autori dello studio hanno scoperto che alcuni gruppi erano più propensi a segnalare la presenza di molestatori nelle loro reti. Le donne in genere avevano più molestatori degli uomini, un risultato che “non è del tutto scioccante”, ha affermato Debra Umberson, professoressa di sociologia e direttrice del Center on Aging and Population Sciences presso l’Università del Texas ad Austin, non coinvolta nello studio. “Questo aggiunge ulteriore conoscenza alle relazioni tra uomini e donne”, ha concluso.
La letteratura esistente suggerisce che uomini e donne possano vivere le relazioni in modo diverso. Ad esempio, “le donne tendono a essere influenzate in modo sproporzionato, sia positivamente che negativamente, da ciò che accade nelle relazioni e dalle loro relazioni con gli altri”, ha affermato Perry. “Quindi non ci ha sorpreso così tanto che le donne potessero avere più persone che causano loro problemi nella vita, in parte perché sono probabilmente più propense a percepire i problemi degli altri, a sentirli e a viverli come stress”, ha spiegato Perry.
Anche le persone in cattive condizioni di salute avevano maggiori probabilità di avere dei molestatori, così come i partecipanti allo studio che avevano avuto esperienze negative durante l’infanzia. Se una persona ha problemi di salute, è possibile che si senta molestata da chi la circonda e che ne regola la salute, ha teorizzato Perry. “Potrebbero aver bisogno di assistenza, ad esempio, e quindi questo tipo di relazioni possono diventare unilaterali e difficili da negoziare”, ha affermato.
Ogni relazione può presentare periodi di frustrazione. Tuttavia, alcuni tipi di relazioni sociali possono essere più inclini a essere fonte di fastidi: “Abbiamo scoperto che molti di questi fastidi sono membri della famiglia”, ha detto Perry. “Si tratta di persone che sono radicate nella tua vita in modi difficili da cui sfuggire o
da rinegoziare”. Tra le famiglie, genitori e figli avevano maggiori probabilità di essere fastidi rispetto a partner o coniugi.
Nelle relazioni non familiari, i partecipanti hanno riferito che colleghi, coinquilini e, in misura minore, vicini di casa avevano maggiori probabilità di essere molesti rispetto ai loro amici. Come i familiari, questi gruppi spesso implicano obblighi e la necessità di gestire spazi condivisi, hanno osservato gli autori dello studio.
Il consiglio più ovvio, ha detto Lee, è di valutare attentamente le relazioni, evitando chi ti importuna quando possibile e tagliando i ponti se senti che qualcuno sta aggiungendo molta negatività e stress alla tua vita, anche se questa può essere una decisione incredibilmente difficile.
Quando ci si trova in compagnia di una persona fastidiosa, potrebbe essere utile limitare il tempo trascorso con quella persona o prendere in considerazione la terapia per migliorare gli aspetti difficili della relazione, ha affermato Perry. “Penso che per me sia importante stabilire dei limiti”, ha affermato.
“Non appena ti rendi conto che una persona fastidiosa ha queste conseguenze biologiche negative per te, stabilisci dei limiti all’impegno che stai dedicando a quella relazione”. Pianificare attività di cura di sé prima e dopo le interazioni con la persona fastidiosa può anche ridurre lo stress e aiutarti a esternalizzare i conflitti, ha aggiunto Perry.
(da agenzie)

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TRUMP RIFILA UN ALTRO SCHIAFFONE A JD VANCE: IL PRESIDENTE HA LANCIATO UN SONDAGGIO INFORMALE LA SERA PRIMA DELL’INIZIO DELLA GUERRA IN IRAN, IN CUI CHIEDEVA A FINANZIATORI DEI REPUBBLICANI E MEMBRI DEL GOVERNO DI DARE UNA PREFERENZA TRA IL VICEPRESIDENTE E MARCO RUBIO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA SI SAREBBE SCHIERATA CON IL SEGRETARIO DI STATO CHE, A DISPETTO DI VANCE, E’ STATO ELOGIATO ULTIMAMENTE DA “THE DONALD”

«Marco o J.D.?». Il presidente Trump ha lanciato una specie di sondaggio informale la sera prima dell’inizio della guerra contro l’Iran. In una stanza piena di finanziatori del partito repubblicano e di membri del governo nel suo resort di Mar-a-Lago, in Florida, il presidente ha posto una «domanda urgente»: meglio Marco Rubio o J.D. Vance per la corsa alla presidenza nel 2028?
Lo hanno raccontato alcuni presenti alla tv Nbc, aggiungendo che la maggioranza si sarebbe schierata con il segretario di Stato Rubio, che ha già corso per la presidenza, è stato senatore per più tempo di Vance ed è più in vista e più elogiato da Trump ultimamente, per il suo ruolo nelle operazioni militari in Iran e Venezuela (Vance è considerato più scettico sulla guerra).
Ma Vance, il vicepresidente, è il naturale successore, e sta continuando a girare per gli Stati Uniti e raccogliere l’appoggio di finanziatori: se deciderà, come tutti si aspettano, di correre dopo Trump, sarà difficile per Rubio scendere in campo.
Per ora il segretario di Stato ha detto a Vanity Fair che sarà «tra coloro che appoggeranno» Vance.
Trump sembra da una parte non dare troppo peso ai discorsi sul successore […] e dall’altra pare divertirsi a misurare le preferenze di strateghi, finanziatori e media per l’uno o l’altro candidato nello stile della sua vecchia trasmissione tv «The Apprentice».
Secondo una media di sondaggi sulla prossima corsa alla Casa Bianca, Rubio ha il 13% delle preferenze (ha guadagnato terreno), Vance è al 46%, il figlio di Trump, Don jr, al 14%. E c’è chi spera nella discesa in campo di altri, come Mike Pompeo.
(da Corriere della Sera)

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TOMMASO CERNO, “AMBASCIATORE DEL MELONISMO” HA SPIEGATO CHE SBAGLIA ‘CHI, INVECE DI SCHIERARSI SULL’IRAN, SI PREOCCUPA DEL COSTO DELL’ARIA CONDIZIONATA NELLA CASA AL MARE’. UN POPULISTA NON DÀ MAI LA COLPA AL POPOLO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

SU ‘MOWMAG’ L’HANNO INFILZATO CON LA PIÙ DOLOROSA DELLE EVIDENZE: “UN ERRORE CHE MARIO GIORDANO NON AVREBBE MAI COMMESSO”… I SUOI MOLTEPLICI CAMBI DI CASACCA: DA ALLEANZA NAZIONALE A SENATORE RENZIANO PASSANDO PER “REPUBBLICA”, DA “SESTA STELLA” DEL M5S A MELONI E LA SUA FRASE STRACULT: “IO SONO LIBERALE, ANARCHICO, INDIVIDUALISTA, FROCIO CONVINTO, SONO SEMPRE RIMASTO FERMO”

Se digiti Tommaso Cerno su Google la prima ricerca suggerita è: Tommaso Cerno è di destra o di sinistra? Vi risparmio la risposta suggerita dall’Ia di Google, scontata come un opinionista meloniano dell’era a.C., avanti Cerno, una cosa che più o meno recita: “era di sinistra e ora è di destra”.
Da ragazzo si è candidato in Alleanza nazionale perché, si è giustificato quando era nel periodo progressista, era l’unico partito che nella natìa Udine appoggiava l’intitolazione di un teatro a Pier Paolo Pasolini, e nessuno, nemmeno io, è andato controllare la rassegna stampa del Messaggero veneto per verificare se la cosa abbia una chance di rispondere al vero.
Negli ultimi due anni il melonismo ha eletto Cerno ambasciatore televisivo. È nei talk, nell’infotainment, nella tv del pomeriggio e in quella della notte. Ha un programma suo e uno con zia Mara. Ha diretto Il Tempo e ora dirige il Giornale. Il suo tasso di consenso nei confronti dell’operato del governo è del 100 per cento. Se proprio non dice che ha ragione Meloni, dice che ha torto la sinistra, e qualche volta è pure vero (la seconda cosa, la prima è statisticamente più difficile).
Lui si definisce voce scomoda, l’aggettivo più screditato della Terra prima della comparsa di “tossico”, ed è uno dei più bravi interpreti del gioco di prestigio preferito dal populismo di destra: presentarsi come martiri del libero pensiero mentre si aderisce e si rilancia ogni singhiozzo del potere. Anche questo, in fondo, un formidabile portato della provincia italiana: se entri al bar della piazza, i fuori dal coro sono quelli che ripetono a memoria ogni più vieto luogo comune su stranieri, tasse e campionati di calcio.
Cerno possiede una canagliesca simpatia, che gli permette di risultare gradito a molti. Raccontano, ma io non voglio crederci, che quando Matteo Renzi lo convinse a lasciare Repubblica per candidarsi nelle liste del Pd gli promise che, a tempo debito, gli avrebbe lasciato la guida del partito. In ogni caso, è stata una delle poche volte in cui Cerno ha incrociato uno più lenza di lui. Comunque accettò la candidatura ed è vera la leggenda: lasciò Repubblica di botto, senza salutare, la mattina era in redazione e la sera sparito. Di lui ci rimase solo un cappotto appeso allo schienale della sedia.
Cerno non è tipo che si senta a suo agio nei panni del peone. Per questo, quando da parlamentare sostenne la necessità di un dialogo maggiore con il Movimento 5 Stelle, lo argomentò così: “Io sono la sesta stella”.
Cerno è, nell’era del personal branding, un maestro di vita. Ha appena scritto un libro, Le ragioni di Giuda, sul tradimento ideologico, operazione paragonabile per intuizione al volumetto di barzellette che Totti mandò in libreria per liberarsi delle prese giro e fatturarci pure. Gli consigliò Costanzo di farlo. Cerno non ha più bisogno di consigli. “Io sono liberale, anarchico, individualista, frocio convinto, sono sempre rimasto fermo”. Solo qualche residuato anticopernicano è convinto che sia lui a girare.
Anche Cerno commette errori, però, ogni tanto. Nella prima puntata della sua striscia Due di picche su Rai 2 ha provato a sostenere la linea del governo sulla guerra in Iran con la tesi che tra una democrazia e una teocrazia bisogna scegliere la prima, e fin qui la semplificazione poteva andare incontro alle esigenze di un pezzo di pubblico, poi ha aggiunto che sbaglia chi, invece di schierarsi, si preoccupa del costo dell’aria condizionata nella casa al mare.
Un populista non dà mai la colpa al popolo. Irene Natali su Mowmag l’ha infilzato con la più dolorosa delle evidenze: “Un errore che Mario Giordano non avrebbe mai commesso”.
Qualche giorno fa Cerno è stato ospite di un programma del pomeriggio nel quale ha cantato Per sempre sì alla chitarra e i suoi hater si sono scatenati. Cerno ha replicato alle contumelie dicendo che lo attaccavano solo perché lui e il conduttore di quel programma sono “gay di destra”. Una risposta che l’Ia di Google non ha ancora incamerato per rispondere con più nettezza alla curiosità degli italiani sul suo orientamento politico nell’era meloniana d.C., dopo Cerno.
(da Repubblica)

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VI RICORDATE DEGLI INFLUENCER SPEDITI DA NETANYAHU A GAZA PER RACCONTARE MINCHIATE? LA VICENDA E’ FINITA IN TRIBUNALE PERCHÉ ISRAELE NON LI HA ANCORA PAGATI E AVREBBE CONTRATTO DEBITI PER SVARIATI MILIONI DI DOLLARI CON LE SOCIETÀ E I PERSONAGGI INGAGGIATI NELL’OPERAZIONE DI PROPAGANDA

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

DUE SOCIETÀ, DI CUI UNA CHIAMATA A INVIARE PERSONALE ALL’AIA PER DISTURBARE LE MANIFESTAZIONI PRO-PAL, SI SONO RIBELLATE PER I MANCATI PAGAMENTI E ORA CHIEDONO PIÙ DI 500MILA EURO. E UN INFLUENCER HA GIA’ VINTO IN TRIBUNALE

Rischia di finire nelle aule di un tribunale la vicenda degli influencer ingaggiati dal governo israeliano lo scorso anno per raccontare ciò che stava accadendo nella Striscia di Gaza e diffondere la versione ufficiale di Tel Aviv. Secondo un’inchiesta del giornale israeliano Calcalist, la direzione per la diplomazia pubblica israeliana avrebbe contratto debiti per svariati milioni di dollari con le società e i personaggi ingaggiati nell’operazione di propaganda.
Ad agosto del 2025, mentre l’Idf bloccava l’accesso all’enclave palestinese a giornalisti e operatori umanitari, il ministero per gli Affari della Diaspora ingaggiò 10 influencer americani e israeliani e li fece entrare brevemente nella Striscia di Gaza per «rivelare la verità» sulle condizioni umanitarie dei palestinesi. L’operazione avvenne in un momento in cui l’indignazione internazionale per il numero sempre più alto di morti tra i civili palestinesi aveva raggiunto il suo apice, con l’esercito israeliano accusato di aprire il fuoco contro chi cercava aiuti e cibo. [
L’iniziativa del governo di Tel Aviv fece molto discutere e fu bollata come un tentativo di mascherare i crimini commessi da Israele nella Striscia di Gaza. Ma a portare in tribunale l’esecutivo di Benjamin Netanyahu sono ora proprio quegli stessi influencer ingaggiati nei mesi scorsi.
Due società, in particolare, si sono ribellate per i mancati pagamenti e gli accordi poco chiari con il governo. La prima è Speedy Cal, un’azienda che ha fornito uno studio dedicato per interviste al premier e all’ex della Difesa Yoav Gallant, la quale reclama oltre mezzo milione di shekel (circa 160.000 dollari). La seconda è l’azienda Intellect, che ha avanzato una richiesta superiore a 1,5 milioni di shekel (circa 487.000 dollari) direttamente all’ufficio del primo ministro. In questo caso, la società aveva speso parecchi soldi per comprare biglietti aerei e spedire più persone possibile all’Aia, nei Paesi Bassi, così da disturbare le manifestazioni per la Palestina davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Anche alcuni singoli influencer hanno scelto le vie legali per contestare i mancati pagamenti da parte dell’esercito israeliano. Nadav Yehud, uno studente ingaggiato per fare propaganda israeliana per quattro mesi dopo il 7 ottobre 2023, ha denunciato di non aver mai ricevuto gli oltre 12mila dollari che il ministero degli Esteri gli aveva promesso. Il suo caso è finito e in tribunale, dove il giudice ha ordinato allo Stato di risolvere il contenzioso e pagare lo stipendio pattuito.
(da Open)

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IN IRAN TRUMP NON PUÒ VINCERE, AL MASSIMO PUÒ PAREGGIARE. L’AMBASCIATORE STEFANINI: “BLOCCANDO LO STRETTO DI HORMUZ, TEHERAN NON FERMA CERTO LA MACCHINA MILITARE ISRAELO-AMERICANA MA METTE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA REGIONALE E MONDIALE. IL SUPER SANZIONATO IRAN HA POCO DA PERDERE; VENDE A UN PREZZO PIÙ ALTO QUEL POCO DI PETROLIO CHE FA PASSARE, DESTINAZIONE CINA”

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

“HORMUZ CHIUSO GLI BASTA E AVANZA PER AVERE LA MEGLIO NELLA PROVA DI FORZA CON WASHINGTON. TRUMP DEVE PENSARE A COME SALVARE IL SALVABILE, RINUNCIANDO AL CAMBIO DI REGIME A TEHERAN. PERMETTEREBBE A DONALD DI CANTAR VITTORIA E SALVARE LA FACCIA, AI PAESI DEL GOLFO E ALL’ECONOMIA MONDIALE (E AMERICANA) DI LIMITARE I DANNI IMMEDIATI”

Chi di idrocarburi ferisce, di idrocarburi perisce. Con fervore quasi religioso, Donald Trump ha fatto dei combustibili fossili un punto cardinale di politica estera, vedi Venezuela, non solo energetica.
Ma la sua “guerra di scelta” scivola proprio sul petrolio del Golfo regalando un’improbabile vittoria al regime di Teheran. Che, per degradato che sia da 11 miliardi di dollari riversatigli addosso in missili e munizioni, bloccando lo Stretto di Hormuz va alla giugulare del confronto geopolitico – la navigazione da e per il Golfo. Così facendo non ferma certo la macchina militare israelo-americana ma mette in ginocchio l’economia regionale e mondiale. Il super sanzionato Iran ha poco da perdere; vende a un prezzo più alto quel poco di petrolio che fa passare, destinazione Cina. Hormuz chiuso gli basta e avanza per avere la meglio nella prova di forza con Washington.
Se, come sembra, Trump si sta preparando a un intervento marittimo per assicurare il passaggio dello Stretto, inviandovi navi e 5000 marines, la guerra è alla vigilia di una nuova escalation in una dimensione in cui la superiorità militare statunitense potrebbe trovare un contrasto asimmetrico da parte di Teheran. Dai cieli di Trump e Netanyahu la sfida si sposterebbe sulle acque di Khamenei. Era quanto Donald diceva di voler evitare. E che non aveva messo in conto. Ma, per il petrolio, questo ed altro.
Ad appena due settimane dall’inizio di “Furia epica”, la risposta iraniana, pressoché fallimentare nei tentativi di colpire obiettivi americani o israeliani, totalmente inefficace nel difendersi, ha trovato dove giungere a segno con effetti letali: nel traffico marittimo di un quinto del fabbisogno energetico quotidiano mondiale;
nel commercio di generi importanti come l’urea, il cui prezzo è salito del 16% e presto si rifletterà in quello della produzione agricola che fertilizza; nella corsa a chiudere ambasciate e a rimpatriare connazionali dal Medio Oriente; nel trasporto aereo con decine di migliaia di voli cancellati e l’incognita di quando potranno riprendere – alcune cancellazioni di scalo si spingono addirittura a fine anno.
Eccesso di prudenza? Forse. I Paesi del Golfo accusano il colpo senza poter fare molto per attutirlo. Riescono a mitigare – non ad eliminare – i danni alle infrastrutture ma non i gravi disagi e l’effetto fuga: chi vuole oggi trovarsi a Doha o Kuwait City?
All’Iran non c’è voluto molto: qualche centinaio di droni sparsi dall’Oman fino alla Turchia e all’Azerbaijan. E soprattutto la “minaccia” su Hormuz. Con mine? Forse, ma non c’è neanche bisogno di metterle. Chi si azzarda a passare? Centinaia di navi sono praticamente ferme da una parte o dall’altra del collo di bottiglia.
Questo scenario, abbondantemente previsto, e ben preparato dalle guardie rivoluzionarie, che aveva sempre trattenuto gli americani dall’entrare in guerra con l’Iran – e li aveva fatti intervenire per trattenere Israele dal farla, fatta eccezione per le operazioni, limitate e chirurgiche dell’anno scorso.
Europa, Asia e Africa sono alle prese con una potenziale crisi energetica – di approvvigionamenti e di costi – più la guerra prosegue, sempre meno potenziale. Donald Trump deve pensare a come salvare il salvabile – dopo tutto la vittoria militare è indiscutibile. Ha due strade aperte.
La prima è di mettere subito e rapidamente fine all’intervento militare capitalizzando sui risultati ottenuti, non lontani forse da quelli enunciati da Dipartimento di Stato: programma, nucleare, missili, espansionismo regionale. Questo significa però rinunciare agli obiettivi più ambiziosi, e minacciosi, enunciati ad intermittenza dal Presidente. Niente cambio di regime a Teheran.Questo lascerà tristemente a bocca asciutta, e profondamente delusi, quei due terzi e più della nazione iraniana che speravano che la guerra di Trump li avrebbe liberati dalla tirannia degli ayatollah. Non era scritto.
Ma permetterebbe a Donald di cantar vittoria e salvare la faccia, ai Paesi del Golfo e all’economia mondiale (e americana) di limitare i danni immediati e avviare la normalizzazione. Più presto comincia meglio ci si mette mano.
La seconda sta nel raccogliere la sfida di Khamenei junior – o chi lo sostituisca, se veramente ferito e/o menomato, tanto qui si ha a che fare con un regime non con una personalità individuale, nozione che forse sfugge all’attuale inquilino della Casa Bianca. Sta, essenzialmente, nel riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz.
Non sarebbe la fine della resistenza degli ayatollah e delle guardie rivoluzionarie ma gli toglierebbe l’arma principale di cui dispongono. Questo, a ieri, l’orientamento di Presidente e Pentagono. A tal fine servono altre navi in teatro, servono i marines.
Non averci pensato conferma l’improvvisazione strategica di Furia Epica. Che, a Hormuz, farebbe un salto d’impegno e rischio, passando dalla relativamente sicura guerra dal cielo a una missione marittima dai contorni indefiniti. Sarebbe la “missione strisciante” (“mission creep”) che Donald aveva promesso: “mai più”. Non l’unica, e non l’ultima, promessa non mantenuta ai suoi elettori, all’America e al mondo.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”

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