Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DI FORENSIC ARCHITECTURE ED EARSHOT RICOSTRUISCE IL MASSACRO DEL MARZO 2025, QUANDO 15 OPERATORI UMANITARI VENNERO UCCISI DAL FUOCO ISRAELIANO… NON FU UN ERRORE MA UNA IMBOSCATA
Era l’alba del 23 marzo 2025 quando 15 operatori umanitari venivano uccisi a colpi di arma da
fuoco dall’esercito israeliano a Tal as-Sultan nella periferia di Rafah, a Gaza. I loro corpi furono nascosti, seppellendoli insieme alle autovetture distrutte in una fossa comune. Sembra la descrizione di un film horror, ma la realtà è ancora più spaventosa: l’esercito israeliano ha volontariamente giustiziato gli operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Protezione Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), in un’imboscata mirata e coordinata.
Secondo la più recente e più dettagliata inchiesta indipendente su quanto avvenuto quella mattina di un anno fa, condotta da Forensic Architecture e dal gruppo di indagini audio Earshot, non si è trattato di un “caotico scontro a fuoco”. Così hanno descritto quanto successo i vertici militari israeliani dopo che la loro versione iniziale secondo cui “il convoglio di ambulanze non era ben segnalato” era stata smentita da un video pubblicato dal New York Times qualche settimana dopo il massacro. Ma con l’ultima inchiesta emerge che quella compiuta dall’esercito israeliano è stata un’imboscata durata oltre due ore, culminata in quelle che sembrano vere e proprie esecuzioni a sangue freddo.
Dana Abu Koash, Coordinatrice dell’Unità di Diritto Internazionale Umanitario presso la Mezzaluna Rossa Palestinese ha parlato direttamente con Fanpage.it: “Il mio ruolo in questo rapporto è stato quello di verificare la corretta documentazione
delle prove in nostro possesso, dalle testimonianze alle biopsie, e riportare le testimonianze con i sopravvissuti”.
Il rapporto incrocia analisi balistiche, testimonianze e filmati, restituendo una dinamica che smentisce la versione ufficiale dell’IDF: quel mattino, tra le 5:09 e le 7:13, un convoglio di veicoli di emergenza, con i contrassegni umanitari ben visibili, è stato investito da una pioggia di fuoco. “Il materiale video utilizzato è stato di due tipi: uno rinvenuto nel telefono recuperato di uno dei paramedici martirizzati, e l’altro basato su testimonianze ambientate attraverso mappe interattive per ricostruire la scena”, continua la dottoressa Koash.
Secondo l’analisi acustica condotta da Earshot, di uno dei video girato da uno degli operatori uccisi e recuperato dai ricercatori, il 93% dei colpi presentava una “firma” inequivocabile: un’onda d’urto supersonica seguita dalla vampa di volata. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno a essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco, quindi i soccorritori erano il bersaglio diretto dei militari israeliani, non un “danno collaterale”. La densità del fuoco è stata definita nel report “senza precedenti”, in alcuni momenti sono stati esplosi oltre 900 colpi al minuto, con raffiche talmente ravvicinate (cinque colpi in appena 67 millisecondi) da confermare la presenza di almeno cinque tiratori scelti appostati simultaneamente su un terrapieno a soli 40 metri di distanza.
Dall’imboscata all’esecuzione
Ma l’aspetto più brutale dell’indagine riguarda ciò che è accaduto dopo la prima pioggia di proiettili. I ricercatori documentano come i soldati israeliani siano avanzati verso i mezzi ormai distrutti per finire i superstiti. Alcuni operatori sanitari, che cercavano riparo tra le lamiere delle ambulanze, sarebbero stati uccisi in “stile esecuzione”, colpiti a distanza ravvicinata mentre erano già feriti o impossibilitati a difendersi.
Il rapporto è chiaro: in quell’area non c’era alcuno scontro in corso, nessuna minaccia tangibile per la sicurezza dei soldati e nessun combattente di Hamas nelle vicinanze. Quella di Tal as-Sultan viene descritta nel rapporto come un’operazione pianificata per eliminare il personale medico presente sul campo. “Dall’ottobre del 2023”, continua Koash, “abbiamo registrato molteplici incidenti in cui i nostri team sono stati uccisi durante il loro servizio dall’esercito israeliano; gli attacchi sono stati sempre mirati, eseguiti con bombe di precisione”. Dall’inizio della guerra su Gaza la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha perso in totale 57 membri del suo team, di cui 2 in Cisgiordania: 32 sono stati uccisi mentre erano in servizio.
(da Fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
PER CAPIRE IL DISEGNO DI MELONI BASTA VEDERE COSA HA FATTO ORBAN IN UNGHERIA: DALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ALLA LEGGE ELETTORALE
Seriamente, cosa state aspettando ancora? Che vi facciano il disegnino? O che vi mandino una PEC con su scritto “Sì, vogliamo trasformare l’Italia nell’Ungheria. Firmato: Giorgia Meloni”?
Perché davvero non si capisce la timidezza, o l’acquiescenza delle opposizioni di fronte a un disegno del governo che ormai è talmente palese che non meriterebbe nemmeno di essere spiegato.
Tant’è, mettiamo in fila tutto per i duri d’orecchio.
Quando ha iniziato a trasformare il suo Paese da una democrazia a un’autocrazia, il premier ungherese Victor Orban ha fatto, in serie, cinque cose molto precise.
Primo: ha diminuito il potere del Parlamento, subordinandolo all’esecutivo.
Secondo: ha depotenziato tutti gli organismi indipendenti previsti dall’ordinamento ungherese, a partire dalla Corte dei Conti, assoggettandoli al governo o rendendoli ininfluenti.
Terzo: ha riformato la giustizia, prendendosi il controllo della Corte Costituzionale e assoggettandola anch’essa ai dettami e al controllo del governo.
Quarto: ha creato un ecosistema mediatico fatto di proprietari di giornali e televisioni amici del governo, che compravano e chiudevano i giornali “nemici” e mettevano soldi e pubblicità solo in quelli “amici” del governo.
Quinto: ha cambiato la legge elettorale mettendo un maxi premio di maggioranza che gli garantisse, a ogni giro, due terzi del Parlamento.
Con queste cinque semplici mosse, ha creato uno Stato in cui negli ultimi quindici anni ogni elezione era una formalità, in cui nessuno poteva mettere i bastoni tra le ruote del governo, in cui nessuno aveva interesse e possibilità di indagarne le malefatte, in cui nessuno aveva interesse e possibilità di parlarne male. E in cui anche oggi, con un Paese in crisi nera, la popolarità a picco, i fondi europei congelati e un rivale forte come il suo ex collaboratore Peter Magyar, sembra ancora potersela giocare.
Torniamo a noi.
Cosa sta facendo Giorgia Meloni, in questa sua prima legislatura?
Sta subordinando il Parlamento al volere dell’esecutivo? Sì, e basta vedere come vengono “discusse” riforme come i Decreti Sicurezza o le leggi di bilancio per rendersene conto.
Sta depotenziando tutti gli organismi indipendenti? Sì, e basta vedere la riforma della Corte dei Conti, che viene resa inefficace e inutile solo perché ha osato alzare un sopracciglio contro il ponte sullo Stretto.
Sta riformando la giustizia? Sì, affermando esplicitamente in ogni occasione pubblica che il problema è quello di una magistratura che “non marcia” con il governo, che “la polizia arresta e i giudici scarcerano” e che se vince il Sì al referendum non accadrà più.
Sta stringendo la presa sui media? Beh, basta vedere chi comanda in Rai e Mediaset e chi sono gli editori dei giornali, dal deputato leghista Angelucci, ai soci d’affari nella scalata Mps-Mediobanca Caltagirone e Delvecchio, per rendersene conto.
Mancava solo la legge elettorale con super premio di maggioranza, in effetti. E toh, è arrivata pure quella.
Davvero, di grazia: serve il disegnino o possiamo chiuderla qui, e ci svegliamo tutti?
(da Fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
“MI DISSE CHE IL POLIZIOTTO VOLEVA SEMPRE PIU’ SOLDI”
“Carmelo Cinturrino diceva ai tossici di avere un sogno: prendere Abderrahim”. A raccontarlo
a Fanpage.it è il cugino del 28enne Abderrahim Mansouri, che lo scorso 26 gennaio ha perso la vita dopo che l’agente di polizia Carmelo Cinturrino gli ha sparato un colpo in testa durante un controllo antidroga vicino al bosco di Rogoredo, periferia sud di Milano.
Cinturrino, che in una prima fase aveva provato a inscenare la legittima difesa posizionando un’arma giocattolo accanto al corpo agonizzante di Mansouri, è ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario, mentre i colleghi che erano con lui sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso e sono stati trasferiti in altra sede rispetto al commissariato Mecenate dove la squadra operava. Sulla vicenda della morte di Mansouri gli investigatori stanno tentando di far luce e solo le indagini potranno ricostruire l’esatta dinamica in cui è maturato l’omicidio di Rogoredo.
Il cugino di Abderrahim, chiedendo di rimanere anonimo, ha deciso di raccontare a Fanpage.it la sua verità, come tutte le altre testimonianze ora al vaglio della Procura di Milano.
Quando hai visto per l’ultima volta Abderrahim?
“Ho visto mio cugino l’ultimo giorno prima che morisse, era domenica ed ero andato con lui a giocare una partita di calcio la sera tardi”.
Ti ricordi che cosa ti ha detto in quell’occasione?
“Quella sera, mentre camminavamo verso il campetto, mi ha spiegato di quel poliziotto che si chiama Carmelo, ma è detto Luca. Si conoscevano da credo due o tre anni. Abderrahim mi raccontava che Luca arrivava al bosco di Rogoredo e diceva alla gente di dire a Zack, cioè a lui, di dargli il suo ‘bite’, cioè il suo ‘pezzo’. Io avevo consigliato a mio cugino di accontentarlo, di dargli quello che voleva, ma Abderrahim diceva che Luca voleva sempre di più, non si accontentava mai”.
Come è iniziato tutto?
“Abderrahim mi ha raccontato che un tempo lasciava una persona con la carrozzina al mattino a vendere al bosco, perché lui non riusciva, diceva che era troppo pericoloso. Ogni giorno, diceva Abderrahim, Carmelo Luca arrivava a prendere i soldi da quell’uomo in carrozzina, lo picchiava e prendeva anche eroina e cocaina. Quel poliziotto andava sempre nel bosco e mandava i suoi colleghi in altri posti, per lasciar lavorare chi spacciava per mio cugino e prendersi poi i soldi della mattina, tanto che ormai Abderrahim diceva di non essere più interessato dai guadagni del mattino, perché sapeva che se li prendeva tutti Luca, lui lavorava la sera”.
E poi cosa è successo?
“Tre giorni, una settimana prima di quel racconto l’uomo che era sulla la carrozzina è finito in ospedale e quindi non poteva più vendere al bosco. Per questo è stato più difficile per Luca avere i soldi, perché la persona che mio cugino ha messo in sostituzione era più furba del ragazzo in carrozzina e quando luca si presentava al
mattino diceva di non aver venduto niente. Infatti il poliziotto continuava a dire ai tossici di riferire ad Abderrahim di dargli il suo bite”.
C’era un accordo tra loro?
“Erano arrivati all’accordo di 200 euro al giorno, ma Luca aveva iniziato a dire che non gli bastava e così mio cugino l’ha mandato a fare in cul*, gli ha detto che non gli avrebbe dato più niente. È stato in quel momento che Carmelo Luca l’ha minacciato di sparargli”.
Abderrahim aveva paura di quel poliziotto?
“Sì, lui sapeva quando Luca lavorava e andava al bosco dopo la fine dei suoi turni per non incontrarlo. Mi diceva che voleva tornare in Marocco e non lavorare più qui, perché Carmelo glielo impediva”.
Che tu sappia, Abderrahim aveva dei video, delle registrazioni, che potevano incastrare Luca?
“Forse sul suo cellulare, magari li poteva avere video in cui Luca stava picchiando la gente col martello. Anche l’altro ragazzo che lavorava insieme a lui dice che aveva qualche video, perché quando scappavano dalla polizia stavano nascosti da qualche parte e vedevano che cosa faceva Luca. E mi ha detto che qualche volta Luca potrebbe averli visti fare video”.
Come si comportava l’agente Cinturrino nel bosco?
“Ogni volta che entrava picchiava la gente, arrivava ogni mattina a prendere le cose: cocaina la vendeva, il resto lo metteva in tasca e non so…”
Era da solo?
“No, lo faceva davanti a uno che stava sempre insieme a lui, un altro poliziotto. Mi chiedo: come mai i suoi colleghi, gli altri agenti, non parlano di queste cose?”
(da fanpage)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
LE ACCUSE DEL MARITO E IL FIGLIO SUI VERI MOTIVI DELLA SANZIONI… LA RELATRICE ONU HA PERSO L’ACCESSO A CONTI BANCARI, RAPPORTI CON UNIVERSITA’ E POSSIBILITA’ DI VIAGGIARE NEGLI STATI UNITI
La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa a Donald Trump e ad alcuni alti funzionari dell’amministrazione statunitense. I familiari della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati contestano le sanzioni che il governo americano ha imposto ad Albanese per il suo sostegno al perseguimento giudiziario dei leader israeliani e delle aziende internazionali coinvolte nella guerra a Gaza.
Il ricorso civile, depositato presso il Tribunale distrettuale del distretto di Columbia, sostiene che l’amministrazione Trump abbia violato i diritti garantiti ad Albanese dal primo, quarto e quinto emendamento, sequestrando irragionevolmente i suoi beni senza che lei abbia avuto possibilità di difendersi in aula. Il ricorso chiede al tribunale di dichiarare le sanzioni incostituzionali.
Il ricorso presentato negli Usa dal marito e dal figlio
La causa è stata intentata dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, e dal figlio della coppia – il cui nome non è stato reso pubblico – poiché le regole delle Nazioni Unite impediscono a Francesca Albanese di presentare la denuncia a proprio nome.
Nel ricorso, la famiglia di Albanese denuncia la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento della relatrice Onu a Washington. «Se utilizzate in modo appropriato – si legge nel ricorso – le sanzioni sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce».
La Francia ci ripensa sulla richiesta di dimissioni
Nel frattempo, cominciano a rientrare le polemiche sulle parole pronunciate da Albanese in un intervento per Al Jazeera. Dopo le proteste iniziali, la Francia ha rinunciato a chiedere le sue dimissioni dal ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Una decisione che l’esperta italiana commenta così: «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea. Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile».
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
VISTI I SONDAGGI CHE DANNO I NO IN VANTAGGIO AL REFERENDUM, I SOVRANISTI PUNTANO ALLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE
Primum vivere, deinde philosophari. Tralasciando la filosofia, non è certo l’istinto di
sopravvivenza che manca a questo governo. Dopo l’autogol sulla vicenda Rogoredo, del resto, la macchina della propaganda si è rimessa subito in moto. E il bersaglio, in barba all’appello del Quirinale ad abbassare i toni, è sempre lo stesso: i magistrati. Si comincia dalle bordate contro la giudice Silvia Albano, rea di aver detto (intervistata dal Fatto Quotidiano) un’ovvietà sui Cpr in Albania: “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea…”.
Si prosegue con la Procura di Roma, che ieri, come annunciato dalla destinataria del provvedimento ha notificato l’avviso di conclusione indagini (l’atto che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio), alla capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, in relazione alla vicenda Almasri. Tra dichiarazioni di rinnovata fiducia e di stupore “per la tempistica”, cioè a poche settimane dal referendum, come se – a proposito di autonomia e indipendenza delle toghe – le inchieste giudiziarie dovessero sottostare all’agenda della politica, da destra è ripartito il fuoco di fila contro i magistrati e la giustizia a orologeria.
Insomma, il copione non cambia. Ma visti i sondaggi che danno ormai il No in vantaggio e il timore che il 22-23 marzo possa arrivare la prima vera spallata al governo, tra una polemica e l’altra, tramite i capigruppo di maggioranza, è arrivata in Parlamento (come anticipato da Giulio Cavalli su La Notizia) la riforma della
legge elettorale proporzionale, con sbarramento al 3%, premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40% ed eventuale ballottaggio tra gli schieramenti più votati purché abbiano ottenuto almeno il 35% dei consensi se nessuno ha raggiunto il 40.
Una legge bollata dalle opposizioni come “irricevibile”, ma che il governo Meloni aveva fretta di presentare: dovesse andar male il referendum, meglio avere un Piano B per evitare brutte sorprese alle prossime politiche. Riscrivendo le regole del gioco a proprio vantaggio. Con machiavellico philosophari.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ MELONI TRADISCE 10 ANNI DI PROMESSE SULLA LEGGE ELETTORALE: QUANDO DICEVA “VIA I LISTINI BLOCCATI, SERVONO LE PREFERENZE, SCELGANO I CITTADINI”
Tanto per cambiare, nell’intesa notturna nel centrodestra sulla nuova legge elettorale non c’è traccia delle preferenze. E stavolta c’è da sorprendersi un po’ più del solito, perché da più di dieci anni Giorgia Meloni ripete che la strada maestra sia smantellare i listini bloccati, garanzia di raccomandati in Parlamento. L’argomento spaventa a tal punto le segreterie dei partiti che neppure un decennio di posizioni pubbliche della presidente del Consiglio è stato sufficiente a garantire un cambiamento in questa direzione. E così, come per le altre promesse mancate, a Meloni potranno essere rinfacciate svariate dichiarazioni in materia, sia ai tempi dell’Italicum sia nella fase del Rosatellum fino alle discussioni degli ultimi mesi. Frasi nette in cui il listino bloccato era persino accostato al “fascismo”.
Basta Porcellum. “Siamo disposti a trattare di qualunque riforma elettorale con un’unica condizione: non siamo disponibili alla riproposizione delle liste bloccate. Vogliamo che i parlamentari vengano scelti dagli italiani e non dalle segreterie di partito” (16 gennaio 2014).
Dubbi attualissimi. “Non è curioso chiedere l’elezione diretta del capo dello Stato, ma impedire al popolo di scegliere i parlamentari blindando le liste bloccate?” (19 gennaio 2014).
Che orrore! “La Camera boccia l’emendamento di FdI per introdurre le preferenze. Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo” (11 marzo 2014).
Ultimatum. “I grillini vadano fino in fondo e dicano che se non ci saranno le preferenze non voteranno la legge elettorale, altrimenti significa che stanno continuando a prendere in giro gli italiani” (8 giugno 2017).
Partigiana Giorgia. “Voglio dire a Emanuele Fiano che l’unica cosa fascista l’ha fatta lui, perché nel fascismo c’erano le liste bloccate” (24 settembre 2017, dal solenne palco di Atreju).
Poche richieste ma chiare. “Le richieste di FdI sulla legge elettorale sono da sempre due: gli italiani possano scegliere il governo e quindi la legge elettorale deve avere un premio di maggioranza, e poi che possano scegliere i loro rappresentanti, quindi no alle liste bloccare ma preferenze (26 settembre 2017).
Partiti incapaci. “Secondo me la prima regola è di consentire agli italiani di fare una selezione, quando i partiti non sono capaci di farlo, e quella selezione si fa con i voti di preferenza. Invece è stata fatta una legge che impone le liste bloccate e quindi tutta la responsabilità viene messa nelle mani dei partiti. Francamente non mi sento molto rassicurata da questo” (18 novembre 2017).
Modesta proposta. “Si deve aumentare la quota maggioritaria, e pensiamo che si dovrebbero reinserire le preferenze nella quota proporzionale” (26 novembre 2019).
Battaglia solitaria. “No alle liste bloccate, sì alle preferenze nella legge elettorale. Da anni Fratelli d’Italia si batte in totale solitudine per restituire questo diritto ai cittadini. E se in tanti a parole si sono detti pronti a fare con noi questa battaglia, nei fatti siamo stati gli unici a porre la questione in Parlamento […] e a considerare la cancellazione delle liste bloccate l’elemento di base per qualsiasi discussione” (24 settembre 2020).
Un post-it per il futuro. “Sono anni che sento parlare tutti i partiti di preferenze, poi puntualmente quando arriva la legge elettorale in aula l’unico partito che presenta proposte per inserire le preferenze è FdI”. (24 agosto 2021).
L’asse coi dem. “Sulla legge elettorale sono per le preferenze. Letta ha ragione: quando c’è la lista bloccata devi sostanzialmente compiacere il capo corrente”. (13 settembre 2021, in un dibattito con l’allora leader dem Enrico Letta).
Matteo stai sereno. “Confermo di essere favorevole all’introduzione delle preferenze nella legge elettorale” (7 maggio 2025, rispondendo a Matteo Renzi in
Senato).
E figuriamoci se non lo avesse confermato.
(da ilfattoquotidino.it)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL MISTERO DEI DAZI E L’IMPATTO NEGATIVO SUL COSTO DELLA VITA DEGLI AMERICANI
Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un
oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.
Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione».
Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.
Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.
In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.
(da Repubblica)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO QUELLA DI CALDEROLI, ADESSO SIAMO A QUELLA DI DONZELLI & CO.
La destra non perde il vizio. Dopo la «porcata» di Roberto Calderoli adesso siamo a quella di Giovanni Donzelli and co. Nel segreto di conciliaboli notturni la maggioranza confeziona a sua misura una legge elettorale che solo con molto understatement si può definire vergognosa.
L’ipotesi di concordare con l’opposizione una norma condivisa che rifletta dei criteri oggettivi – e ce ne sono, se qualcuno avesse la pazienza e il buon senso di leggere qualche testo di politologi illustri – le forze di governo sono andate spedite a cercare di raggranellare qualche seggio in più per la loro maggioranza incerta.
La paura di Giorgia Meloni e alleati è soprattutto quella di dover mettere la faccia di qualche candidato di fronte gli elettori. Poiché di presentabili ce sono decisamente pochini da quelle parti, il primo obiettivo del disegno di legge è quello di evitare un giudizio diretto sul candidato. Per questo sono stati eliminati i collegi uninominali. Inoltre è stato riproposto quell’obbrobrio del premio di maggioranza, una misura che distorce la logica della rappresentanza.
Ad aggravare lo sfregio il bonus che assicura la maggioranza dei seggi scatterebbe qualora una coalizione superi almeno il 40 per cento. In sostanza con il 40 per cento e spiccioli è garantito almeno il 55 per cento dei seggi. Anche un bambino capisce l’enormità dello strafalcione democratico.
La ridefinizione dei collegi
Ma lo sfregio maggiore che viene introdotto riguarda la ridefinizione dei collegi. Un tempo vi erano regole molto precise e una commissione tecnica incaricata di valutare eventuali modifiche nella dimensione e nella configurazione dei colle
Quello che emerge mostra ancora una volta la sintonia del nostro governo con l’America trumpiana. Negli Stati Uniti vige, da sempre per la verità, la brutta pratica di ridisegnare i collegi a beneficio del partito che è al potere nello stato (le norme elettorali non sono federali ma statali).
Ed è quello che i repubblicani hanno iniziato a fare in Texas e in altri stati da loro dominati, provocando proteste clamorose come l’abbandono dell’assemblea statale dei congressmen democratici e addirittura loro “emigrazione” in altro stato per evitare la repressione di repubblicani. Poi i democratici della California stanno tendendo la pariglia. Le brutte pratiche allignano facilmente.
Da tanti, troppi anni si assiste a questa fiera delle imbecillità elettorali. Non solo siamo il paese che in pochi anni ha cambiato quattro leggi elettorali (di cui una dichiarata parzialmente incostituzionale a posteriori!), laddove in tutti i paesi di democrazia consolidata (fatto salvo il cambio di regime in Francia tra IV e V Repubblica), non si è mai cambiato nulla di sostantivo.
Senza voler poi scomodare la regina delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna che continua da secoli con il suo first-past-the-post: chi arriva primo in un collegio è eletto. Punto e basta. Infine, o per prima cosa, le legge elettorali non si cambiano in base sondaggi. Addirittura c’è chi giustifica il nuovo sistema additando il rischio che le coalizioni abbiano gli stessi voti! Quindi, a ogni tornata elettorale, il governo guarderà i fondi del caffè e sceglierà un nuovo sistema di voto.
Non c’è modo di convincere i legislatori che quello che allontana dalle urne i cittadini è anche l’impressione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte. E di fronte a questa sensazione, monta la tentazione di tirarsi fuori dal gioco.
Alzare la voce
Di fronte a questo ulteriore sfregio speriamo che l’opposizione alzi la voce, contrariamente ai troppi silenzi degli ultimi tempi. Dopo che la destra ha sparato ad alzo zero contro il procuratore generale di Napoli, Nicola Grattieri, per le sue inopportune considerazioni su chi vota Si al referendum, non si è sentito nemmeno un belato da sinistra quando il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha equiparato i sostenitori dal No a sodali di Vladimir Putin. Non è bel viatico per il necessario, indispensabile, duro confronto sulla legge elettorale (per non dire del
decreto Sicurezza). La voce va alzata, eccome, quando si maltrattano le regole del gioco.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 27th, 2026 Riccardo Fucile
UNA EMERGENZA NAZIONALE DAREBBE AL PRESIDENTE POTERI STRAORDINARI SUL VOTO
Secondo il Washington Post, il presidente americano Donald Trump avrebbe un piano per
dichiarare lo stato di emergenza, influenzando così lo scoglio delle elezioni di metà mandato previste quest’anno, che potrebbero indebolirlo.
Il possibile ordine esecutivo
Il quotidiano americano riferisce di un gruppo di attivisti pro-Trump, che dicono di essere in coordinamento con la Casa Bianca, i quali stanno facendo circolare una bozza di ordine esecutivo con cui il presidente intende consolidare il suo potere. Il documento conterrebbe affermazioni su presunte interferenze cinesi nelle elezioni del 2020, che costituirebbero la base per dichiarare un’emergenza nazionale con cui Trump otterrebbe poteri straordinari. La Casa Bianca ha rifiutato di elaborare sui piani di Trump.
Cosa succederebbe con l’emergenza
Secondo Peter Ticktin, un avvocato della Florida che sostiene la bozza di ordine esecutivo citato dal Washington Post, l’emergenza darebbe al presidente il potere di vietare le schede per posta e le macchine per il voto, in quanto possibili vettori di interferenza straniera.
Trump sta facendo pressione sui Repubblicani perché approvino una legge che impone una prova della propria cittadinanza per registrarsi come elettori e un documento d’identità per esprimere il voto. La misura, chiamata Save Act, è passata alla Camera ma affronta ostacoli al Senato, dove i leader Repubblicani hanno respinto la richiesta del presidente di cambiare le regole per far avanzare la
legislazione. Trump ha detto che se il disegno di legge fallisce, agirà unilateralmente per imporre i cambiamenti per le elezioni di metà mandato.
(da ilsole24ore)
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