Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE ALLE QUESTIONI LEGALI, GLI ESPERTI AVVERTONO CHE L’EVENTUALE ESCLUSIONE DEGLI IMMIGRATI CAUSEREBBE DANNI INGENTI ALL’ECONOMIA AMERICANA, OLTRE AD AUMENTARE DEI COSTI AMMINISTRATIVI PER LE BANCHE
Raccogliere dati sulla cittadinanze dei clienti, per escludere dal sistema bancario gli
immigrati clandestini. La stretta dell’amministrazione di Donald Trump contro l’immigrazione negli Stati Uniti passa anche dal sistema bancario. Ma gli istituti di credito non sono affatto felici.
Nel corso di un’intervista a Cnbc il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, è stato perentorio: «Le banche farebbero meglio a prepararsi al compito di raccogliere i dati sulla cittadinanza dei clienti», ha detto. «Gli immigrati clandestini non hanno il diritto di accedere al sistema bancario»
Di questo ordine esecutivo di si discute da mesi, ma all’inizio di questa settimana Bessent ha spinto sull’acceleratore, dichiarando in un’intervista a Semafor che è «in fase di elaborazione». La mossa rappresenta un ulteriore tassello nella più ampia strategia del presidente Donald Trump volta a collegare la sua politica sull’immigrazione alla raccolta di informazioni, anche ai fini del voto e del censimento.
Attualmente negli Usa per aprire un conto corrente non sono necessari documenti di cittadinanza
e banche sono soltanto tenute a verificare l’identità del richiedente. Ma Bessennon è d’accordo. «Perché cittadini stranieri sconosciuti possono venire e aprire un conto in banca?», ha detto alla Cnbc.
Oltre alle questioni legali, alcuni esperti di politica economica e le banche stesse hanno avvertito che l’eventuale esclusione degli immigrati irregolari dal sistema bancario e dai conti deposito potrebbe causare danni ingenti all’economia, nonché sui potenziali e ingenti aumenti dei costi amministrativi per gli istituti di credito.
Peraltro, secondo le stime del think tank di centro-destra American Action Forum, per le banche l’obbligo di verifica della cittadinanza potrebbe comportare un aumento delle ore di lavoro burocratico compreso tra 30 e 70 milioni e un costo aggiuntivo stimato in una forchetta che va dai 2,6 ai 5,6 miliardi di dollari.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
È ANCHE L’EFFETTO DEL BANDO BANDO PROGRESSIVO DEL METANO RUSSO, SCATTATO AD APRILE E CHE SI CONCLUDERÀ TRA UN ANNO E MEZZO … CRESCONO LE ESPORTAZIONI AMERICANE IN EUROPA, MA CALA LA DOMANDA: ECCO PERCHÉ I PREZZI NON SONO ANDATI ALLE STELLE, NONOSTANTE LO STOP DEL QATAR
L’Unione europea fa il record di importazioni di Gnl russo mentre inizia il divieto di import. Da una parte vieta l’acquisto di gas dalla Russia a partire dai prossimi giorni, dall’altra a marzo fa il record di importazioni di Gnl dalla stessa.
La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania.
Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export.
Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile.
Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
LE PRIME RICADUTE IN ITALIA: TRA LE CHIUSURE PREVISTE C’È QUELLA DEL PUNTO VENDITA DI ROMA TUSCOLANA, CON 17 LAVORATORI A TEMPO INDETERMINATO COINVOLTI A PARTIRE DAL 10 MAGGIO
Non è un semplice ridimensionamento, ma un cambio di pelle. H&M ha annunciato la
chiusura di circa 160 punti vendita nel corso del 2026, una mossa che fotografa le difficoltà del fast fashion e, allo stesso tempo, la necessità di adattarsi a un mercato sempre più orientato all’online.
La decisione arriva dopo un avvio d’anno complicato. Nel primo trimestre, il gruppo svedese ha registrato un calo delle vendite del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, segnale di una domanda che fatica a ripartire.
Marzo ha mostrato un timido segnale positivo (+1% a cambi costanti), ma si tratta di un rimbalzo troppo contenuto per cambiare il quadro generale. Il settore resta sotto pressione, stretto tra inflazione, concorrenza e nuove abitudini di consumo.
Negli ultimi anni H&M ha investito con decisione su piattaforme digitali, logistica e integrazione tra canali fisici e online. L’obiettivo è chiaro: ridurre i costi dei negozi meno redditizi e puntare su una rete più snella, composta da store più grandi e strategici, affiancati da un e-commerce sempre più centrale.
È una trasformazione che coinvolge tutto il settore, dove i grandi marchi cercano di reggere l’urto dei player nativi digitali e di una clientela sempre più abituata a comprare da smartphone.
Il piano ha già ricadute concrete anche in Italia. Tra le chiusure previste c’è quella del punto vendita di Roma Tuscolana, con 17 lavoratori a tempo indeterminato coinvolti a partire dal 10 maggio. Una decisione che riaccende il tema dell’occupazione: l’azienda parla di gestione “responsabile” della transizione, ma il ridimensionamento della rete fisica inevitabilmente preoccupa i dipendenti.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE L’EX ANCHORMAN DI “FOX NEWS” GUIDAVA UNA FUNZIONE DI PREGHIERA AL PENTAGONO, IL SEGRETARIO ALLA GUERRA HA CITATO L’INESISTENTE VERSETTO BIBLICO “EZECHIELE 25:17″, IL FAMOSO MONOLOGO RECITATO DA SAMUEL L. JACKSON IN “PULP FICTION”… DOPO ESSERSI RESO CONTO DELLA FIGURACCIA, IL PORTAVOCE DI HEGSETH L’HA BUTTATA IN CACIARA
Il capo del Pentagono Pete Hegseth è finito al centro di una polemica in Rete dopo aver citato – senza riconoscerlo – un falso versetto sacro tratto, in realtà, dal film Pulp Fiction, mentre guidava una funzione di preghiera al Pentagono.
Il segretario alla Guerra ha citato un monologo iconico – ma non realmente biblico – dal celebre film del ’94 di Quentin Tarantino. Si tratta del discorso pronunciato dallo spietato killer Jules (interpretato da Samuel L. Jackson) alle sue vittime poco prima di ucciderle.
Hegseth ha introdotto la citazione spiegando che aveva parlato con l’ammiraglio Brad Cooper, che ha guidato le forze americane in Iran, spiegando di come gli insegnamenti religiosi stessero influenzando le decisioni del Pentagono.
A quel punto ha voluto citare una preghiera recitata da «Sandy 1», una delle squadre coinvolte nel salvataggio di un aviere americano rimasto bloccato dietro le linee nemiche in Iran all’inizio di questo mese.
«Lo chiamano Csar 25:17, che credo sia pensato per richiamare Ezechiele 25:17», ha detto Hegseth alla platea. «Recita – e pregate con me, per favore -: “il cammino dell’aviatore abbattuto è ostacolato da ogni lato dalle ingiustizie degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Beato colui che, nel nome del cameratismo e del dovere, guida gli smarriti attraverso la valle dell’oscurità, perché egli è davvero il custode di suo fratello e colui che ritrova i figli perduti. E abbatterò su di te grande vendetta e furiosa ira contro coloro che tentano di catturare e distruggere mio fratello, e saprai che il mio nominativo è Sandy 1 quando scatenerò la mia vendetta su di te. Amen».
In realtà, Ezechiele 25:17 recita semplicemente: «E farò su di loro grande vendetta con castighi furiosi; e sapranno che io sono il Signore quando eserciterò la mia vendetta su di loro».
Probabilmente, come Jules, pensava semplicemente che suonasse come una frase «ispirata alla Bibbia e dal tono spietato», senza sapere che era in gran parte una creazione hollywoodiana. Una versione contro cui si è scagliato il suo portavoce, Sean Parnell: «Chiunque affermi che il segretario ha citato in modo errato Ezechiele 25:17 sta diffondendo fake news e ignora la realtà».
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO USA CANCELLA 11 MILIONI DI DOLLARI DI FONDI ALLA CHIESA CATTOLICA CHE OFFRIVA ALLOGGIO AI BAMBINI MIGRANTI NON ACCOMPAGNATI
L’amministrazione Usa ha cancellato un contratto da undici milioni di dollari con
l’associazione Catholic Charities. Il programma offriva alloggio e assistenza ai bambini migranti entrati negli Stati Uniti da soli.
Il governo di Donald Trump cancella così un rapporto con la Chiesa cattolica che durava da oltre mezzo secolo. Lo strappo arriva in un contesto di tensioni tra l’amministrazione Usa e i cattolici americani. Scatenato dalle critiche di Trump a papa Leone XIV.
Il governo Usa e i fondi alla chiesa cattolica
L’Office of Refugee Resettlement, che fa parte del Dipartimento federale della Salute, ha pagato per anni Catholic Charities a Miami per ospitare bambini immigrati entrati negli Stati Uniti senza genitori o supervisione adulta. L’organizzazione non profit gestisce un sistema equivalente a un affido familiare finanziato a livello federale. Che è separato dalle agenzie statali che hanno la custodia di minori abusati o trascurati. Il governo federale ha contattato l’organizzazione alla fine di marzo riguardo alla cancellazione dei finanziamenti. «Il governo degli Stati Uniti ha deciso improvvisamente di porre fine a oltre 60 anni di rapporto con Catholic Charities nell’arcidiocesi di Miami», ha scritto l’arcivescovo Thomas Wenski.
Costretti a chiudere entro tre mesi
«I servizi dell’arcidiocesi di Miami per i minori non accompagnati sono stati riconosciuti per la loro eccellenza. E hanno fatto da modello per altre agenzie in tutto il Paese», secondo Wenski. E ancora: «La nostra storia nel servire questa popolazione vulnerabile è senza pari. Eppure, i servizi di Catholic Charities dell’arcidiocesi di Miami per i minori non accompagnati sono stati privati dei
finanziamenti. E saranno costretti a chiudere entro tre mesi». Il dipartimento della Salute ha dichiarato che il numero giornaliero di bambini migranti non accompagnati sotto la custodia dell’agenzia è «significativamente più basso», pari a 1.900, sotto l’amministrazione Trump, rispetto a un picco di 22 mila durante quella di Biden.
«È sconcertante»
«L’Orr sta chiudendo e consolidando strutture inutilizzate mentre l’amministrazione Trump continua gli sforzi per fermare l’ingresso illegale e il traffico e la tratta di minori stranieri non accompagnati», ha affermato Emily G. Hillard, portavoce del dipartimento. Senza però citare esplicitamente Catholic Charities tra le organizzazioni coinvolte. Riconoscendo il calo della migrazione, Wenski ha scritto che, sebbene «sia vero che il numero di minori non accompagnati» sia diminuito e che «alcuni programmi possano essere ridimensionati» o chiusi, «è sconcertante che il governo degli Stati Uniti chiuda un programma che sarebbe difficile replicare allo stesso livello di competenza» dimostrato dalla Chiesa. Ci sono ancora bambini affidati a Catholic Charities a Miami e altrove. Non è chiaro quanti siano, né dove si trovino al di fuori del sud della Florida, né dove verranno trasferiti.
Il programma
Robert Latham, direttore associato della Children and Youth Law Clinic della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Miami, ha affermato che qualsiasi trasferimento verso una nuova famiglia affidataria o una nuova struttura sarebbe probabilmente traumatico per bambini che hanno già vissuto incertezza e perdite. «È estremamente dannoso dal punto di vista psicologico essere spostati», ha detto Latham, a volte con un impatto stressante paragonabile a una grave malattia o alla morte di un familiare. «Per i bambini piccoli, spostarsi ripetutamente crea problemi di attaccamento e distrugge il senso di identità e di comunità. Non sanno chi sono né dove saranno» giorno per giorno.
In base agli accordi con il governo americano, Catholic Charities gestiva a Miami-Dade un programma completo di tutela dei minori. Una struttura – chiamata Msgr. Bryan O. Walsh Children’s Village, in onore di uno dei primi sostenitori dei bambini rifugiati – dispone di 81 posti letto per minori non accompagnati. Il programma offre famiglie affidatarie, ricongiungimento familiare e servizi di supporto.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
OGGI PREVOST SARA’ A DUALA, LA CAPITALE ECONOMICA DEL CAMERUN
«I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».
Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.
E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».
Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.
Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.
Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.
Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari,
economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».
Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.
Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.
Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.
Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.
Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.
«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.
Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».
Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che
lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».
Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».
L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».
Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.
La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.
Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».
Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».
L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».
Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».
(da Corriere della Sera)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
PAROLE DI FUOCO DEL PONTEFICE: “I SIGNORI DELLA GUERRA FINGONO DI NON SAPERE CHE BASTA UN ATTIMO A DISTRUGGERE MA NON BASTA UNA VITA PER RICOSTRUIRE”
Papa Leone XIV attacca in Camerun «i pochi dominatori» che «stanno distruggendo il
mondo», che resta tenuto in piedi da «una miriade di fratelli e sorelle solidali». E ha tuonato: «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».
Nell’omelia tenuta durante la messa a Bamenda di fronte alle autorità del Camerun e a una folla coloratissima di fedeli il Pontefice non ha citato alcun «dominatore»,
ma per il Washington Post il riferimento era indirettamente al presidente americano Donald Trump, che negli ultimi giorni più volte ha attaccato in modo anche greve il Papa e la Chiesa cattolica.
Il Papa ha proseguito la sua omelia in gran parte sui temi della pace: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare». Il riferimento in questo caso era anche alla situazione del Camerun, da anni attraversato da conflitti fra la popolazione anglofona e quella francofona che a tratti è sembrata una guerra di secessione (e proprio Bamenda è la capitale del movimento separatista).
Nella sua omelia Leone XIV si è rivolto infatti ai fedeli: «Chi rapina la vostra terra», ha proseguito, «delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U — la conversione — che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana». Un discorso in cui più volte Leone ha citato il suo predecessore, Francesco. Il pontefice poi al termine della messa ha liberato in volo insieme ad altri alcune colombe che sono icona della pace.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 … PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E’ INVECE RIAVVICINATO ALLA “FAMIGLIA”)
Pare che Marina Berlusconi non sia per niente soddisfatta del “rimescolamento” di carte interno a Forza Italia.
Pur essendo partito dalla ”Famiglia” l’input a rinnovare i vertici, per avere “facce nuove”, ciò che è stato portato a casa è un compromesso un po’ al ribasso.
I nuovi capigruppo, Enrico Costa alla Camera e Stefania Craxi al Senato, non sono esattamente i nomi che la primogenita del Cav. aveva immaginato.
Al posto di Gasparri, infatti, la Cavaliera di Arcore avrebbe voluto la sua avvocata, la senatrice Cristina Rossello, che però si è immediatamente chiamata fuori, visti i suoi pessimi rapporti con Tajani.
Al posto di Paolo Barelli, potente consuocero del segretario ciociaro che ha messo mano su tutte le nomine, la favorita era la fedelissima Deborah Bergamini.
Ma l’ameba ciociare non ha preso per niente bene il siluramento del famiglio Barelli e avrebbe addirittura minacciato le dimissioni da vice premier e ministro degli Esteri.
A quel punto, per evitare la rovinosa caduta del governo Meloni, la ”gianniletta” in gonnella è stata costretta a fare un passo indietro. In questa fase convulsa della vita del partito, Marina si ritrova circondata da un manipolo di fedelissimi: in primis Deborah Bergamini, seguita da Cristina Rossello, Giorgio Mulè, il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, l’ad di Fininvest, Danilo Pellegrino, un manager che, ovviamente, non mastica granchè di politica romana.
A preoccupare Marina ci sono anche le inevitabili conseguenze dei cambi al vertice: il verace Paolo Barelli, che ha perduto il potere di mettere mano su tutte le nomine, ha infatti il coltello tra i denti e vuole vendicarsi.
Lo ha già fatto intuire con alcune velenose dichiarazioni (“FI non si guida da fuori”; “Non sono stato dimesso da nessuno”) e Tajani sta provando ad allinearsi alla guerriglia aperta dal consuocero.
In questo senso va la decisione di procedere con i congressi regionali, per blindare le file del partito a livello locale, controllando il segretario gran parte delle tessere (nonostante Francesca Pascale abbia evocato stranezze sul numero degli iscritti e dei tesserati al partito).
Al centro della partita tra i Berlusconi e quello che resta di Tajani c’è il potere di mettere mano alle liste elettorali in vista delle elezioni politiche del 2027. Significa avere il controllo sugli eletti di Forza Italia, e quindi sul destino della legislatura.
Al fianco della Cavaliera Marina c’è ovviamente il fratello, Pier Silvio, che sta cercando di “bonificare” la rete(4) di Mediaset, i cui talk sono da un pezzo più propensa a portare acqua ai Meloni di Fratelli d’Italia che agli azzurri.
E per un Sallusti che si è riavvicinato alla Famiglia, dopo una sbandata di due libri in gloria della Statista immaginaria della Garbatella, e per un Mauro Crippa avviato alla pensione, ci sono Paolo Del Debbio e Nicola Porro che si fanno trombettieri del verbo meloniano.
Dei due, è soprattutto Nicola Porro a preoccupare di più i vertici di Mediaset, vista anche la pervasività della sua comunicazione: il giornalista non ha solo uno spazio televisivo, ma una piattaforma online molto seguita (che pare gli garantisca tra i 60 e i 95mila euro al mese), e dei canali social martellanti.
Tra i giornalisti in quota destra, si segnala il vivacissimo e multitasking Tommasino Cerno. I soliti maligni sussurrano che il sereno-variabile ex direttore de “L’Espresso”, già senatore di Italia Viva di Matteo Renzi, si sia così ben acclimatato a Milano, dove tra una ospitata e un programma televisivo, dirige “Il Giornale” e che, più che parlare con gli editori Angelucci, preferisca intrattenersi con i diavoletti della bollente nighlife a “misura Duomo”…
(da Dagoreport)
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Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile
“ L’OFFESA NON È SOLO CONTRO UN’IDENTITÀ RELIGIOSA O LA DIGNITÀ PAPALE. È UNA VIOLAZIONE DEL PRIMO E DEL SECONDO COMANDAMENTO, IN CUI LA PARTE OFFESA È DIO ONNIPOTENTE…”
Analizziamo l’ultima zuffa tra Chiesa e impero nel mondo, il conflitto aperto tra il
presidente Donald Trump e papa Leo XIV, secondo tre cerchi concentrici, che ci conducono dalle realtà generali della politica cattolica alle intense specificità di questo caso.
A livello generale, non c’è nulla, in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano, che dovrebbe spingere i cattolici a ricorrere ai sali per rinvenire. Nulla, nell’insegnamento cattolico, afferma che i papi siano immuni dall’errore in materia di politiche pubbliche, e il dato storico offre prove abbondanti del fatto che possano commettere errori profondi.
Di conseguenza, quando i papi si impegnano nella politica, non è empio che i politici dissentano da loro, e tali contrasti non sono intrinsecamente liberali, secolari o moderni
Nell’attuale zona di controversia — le dispute che oppongono il papa o il Vaticano o cardinali di primo piano al conservatorismo nazionalista — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli.
La dottrina sociale cattolica, nella sua forma ideale, mette in discussione tanto la destra quanto la sinistra, ma è un equilibrio difficile da mantenere, e i leader della Chiesa tendono spesso a incalzare più duramente una parte, offrendo all’altra un atteggiamento di “accompagnamento”.
Sotto papa Giovanni Paolo II, i cattolici più liberal potevano ragionevolmente ritenere che il Vaticano accompagnasse più la destra che la sinistra; sotto papa Francesco, invece, la dinamica si è invertita.
Leone ha riportato maggiore stabilità nella Chiesa anche semplicemente mostrando ai conservatori un volto più paterno e prendendo più sul serio le loro preoccupazioni riguardo al rito e alla chiarezza dottrinale, pur continuando a suonare note simili a quelle di Francesco quando affronta temi come l’immigrazione o il cambiamento climatico.
Di conseguenza, si è vista una netta separazione tra i cattolici di destra più attivi online, desiderosi di polemizzare costantemente contro il papato, e una platea conservatrice più ampia, soddisfatta di avere un papa che adotta toni progressisti purché non sembri intenzionato a sconvolgere la dottrina.
Il Vaticano appare chiaramente più a suo agio nel collaborare con Emmanuel Macron o Biden piuttosto che con Trump o Marine Le Pen. Ma manca di uno spirito di comprensione quando si tratta di capire perché gran parte del suo stesso gregge preferisca i populisti.
La carenza di chiarezza, invece, è un problema costante nella retorica ecclesiastica su temi che vanno dalla ricchezza e la povertà alla guerra e alla pace. […] Il risultato è che, così come i commenti papali sull’economia possono apparire non solo di sinistra ma anche evanescenti, la posizione sulla politica estera può scivolare verso un pacifismo disinvolto che non è fedele alla tradizione cattolica. E se si è, per esempio, un cattolico nominato al Pentagono, può essere del tutto ragionevole sollecitare il Vaticano a riconoscere che il potere militare, talvolta, può avere un ruolo pienamente morale.
Questi sono i punti generali che si potrebbero avanzare in difesa del dissenso cattolico conservatore nei confronti di Roma. Essi iniziano però a incrinarsi quando ci spostiamo nel secondo cerchio, quello del dibattito specifico sulla guerra in Iran, la questione che ha portato il conflitto tra la Chiesa e l’amministrazione Trump al punto di ebollizione.
Qui non è il papato a faticare con la concretezza; sono piuttosto le argomentazioni dell’amministrazione a vacillare, oscillare e dissolversi. Si possono trovare
sostenitori di Trump lamentarsi del fatto che la condanna papale della guerra sia troppo ampia, o che i messaggeri […] siano troppo partigiani, o ancora che dal Vaticano non si senta abbastanza sulle malefatte del regime iraniano.
Ma queste critiche sono secondarie rispetto alla domanda centrale: la guerra è giusta oppure no? E l’amministrazione non ha fornito una giustificazione coerente e consistente della sua legittimità. Per esempio, si potrebbe sostenere che la guerra sia giusta perché mira a rimuovere un governo malvagio. Se non fosse che, al momento, Trump sostiene di non voler perseguire un cambio di regime, dichiarandosi disposto a un accordo che non obbligherebbe l’élite clericale a rinunciare al potere, né tantomeno ad affrontare la giustizia per i propri crimini.
Oppure si potrebbe dire che la guerra sia giusta perché rappresenta un intervento limitato volto a prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump e il suo segretario alla Difesa hanno ripetutamente evocato una campagna ben più ampia, con bombardamenti “riportanti all’età della pietra” e distruzione su scala civilizzazionale, scenari che nessuna teoria della guerra giusta potrebbe accettare.
Le migliori ricostruzioni disponibili suggeriscono che l’amministrazione sia entrata in questo conflitto senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza adeguata considerazione dei rischi in agguato — e nonostante l’opposizione del vicepresidente (cattolico) e i dubbi del segretario di Stato (anch’egli cattolico). […] è una situazione in cui il capo della Chiesa cattolica ha tutte le ragioni per dire: questa sembra una guerra ingiusta.
E la risposta del presidente a tale critica — ed eccoci al cerchio più interno della vicenda — non rientra affatto in una normale dialettica tra Chiesa e Stato, tra papa e impero. Non è nemmeno una delle consuete anomalie trumpiane. Ci troviamo invece di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrilegio, in una sequenza iniziata con un post sui social la domenica di Pasqua, tra maledizioni, minacce di violenza e un sarcastico elogio di Allah, e proseguita con un attacco a Leone fino ad arrivare a un contenuto generato dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù Cristo.
Nella misura in cui Trump gode di difensori cristiani, questi tendono a separare l’ultimo oltraggio dai precedenti, sostenendo che sia accettabile per il presidente
usare un linguaggio blasfemo contro teocrati islamisti, legittimo polemizzare con il vescovo di Roma (che “non ha autorità in questo ambito americano…”), lasciando il meme di Trump come Cristo come unica vera offesa.
Ma il nodo centrale, da una prospettiva religiosa, è che esiste un filo coerente che collega le minacce blasfeme della domenica di Pasqua, l’invettiva contro il più celebre leader cristiano del mondo e la rappresentazione di sé come Seconda Persona della Trinità. L’offesa cumulativa non è contro un’identità religiosa o la dignità papale. È una violazione del primo e del secondo comandamento, in cui la parte offesa è Dio onnipotente.
Se si è un osservatore secolare, si può ritenere che la blasfemia sia un peccato privo di un oggetto reale, e che questa escalation conti soprattutto come indicatore dello stato mentale del presidente nel suo secondo mandato.
Se invece si è credenti, allora l’intera carriera politica di Trump — il suo ruolo catalizzatore nella crisi del liberalismo, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si colloca sotto il segno della provvidenza. In tal caso, la svolta verso la blasfemia presidenziale rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi circa i possibili esiti della sua parabola e il pericolo spirituale di sostenerlo fino alla fine.
(da agenzie)
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