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L’ULTIMO EGO-DELIRIO DEL NERONE DELLA CASA BIANCA: VUOLE SPIATTELLARE LA SUA FIRMA SULLE BANCONOTE STATUNITENSI, IN OCCASIONE DEI 250 ANNI DELLA FONDAZIONE DEGLI USA, SARÀ LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA CHE ACCADE PER UN PRESIDENTE IN CARICA

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO AL TESORO SCOTT BESSENT BACIA LE CHIAPPONE DEL TYCOON: “NON ESISTE MODO PIÙ POTENTE PER RICONOSCERE GLI STORICI TRAGUARDI DEL NOSTRO GRANDE PAESE E DEL PRESIDENTE SE NON ATTRAVERSO LE BANCONOTE DEL DOLLARO STATUNITENSE CHE RECANO IL SUO NOME”

Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato che la firma del presidente Donald Trump apparirà sulle future banconote statunitensi, in una mossa decisa in onore dei 250 anni della fondazione degli Stati Uniti d’America. La firma del tycoon sui dollari, si legge in una nota del Tesoro, comparirà insieme a quella del segretario al Tesoro Scott Bessent: sarà la prima volta nella storia che ciò accade per un presidente in carica.
“Sotto la guida del presidente Trump, siamo sulla strada verso una crescita economica senza precedenti, un duraturo predominio del dollaro, nonché forza e stabilità fiscale”, ha dichiarato in merito all’iniziativa il segretario al Tesoro Scott Bessent.
“Non esiste modo più potente per riconoscere gli storici traguardi del nostro grande Paese e del presidente Donald J. Trump se non attraverso le banconote del dollaro statunitense che recano il suo nome; è dunque quanto mai opportuno che questa storica valuta venga emessa in occasione del Semiquincentenario”.
Mentre si avvicina il 250° anniversario “della nostra grande nazione, la valuta americana continuerà a ergersi a simbolo di prosperità, forza e dello spirito incrollabile del popolo americano, sotto la guida del presidente Trump”, ha aggiunto il Tesoriere Brandon Beach. “L’impronta lasciata dal presidente nella storia, in qualità di architetto della rinascita economica dell”Età dell’Oro’ americana, è innegabile. Stampare la sua firma sulla valuta americana non è solo appropriato, ma anche pienamente meritato”, ha concluso Beach.
(da agenzie)

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SONO VENUTE A GALLA TUTTE LE MAGAGNE DI FORZA ITALIA : IL PARTITO HA LA GUIDA DELLE DUE REGIONI DEL SUD, CALABRIA E SICILIA, IN CUI PIÙ FORTE E INATTESA È STATA LA VITTORIA DEI “NO”

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “TRA LE RECENTI REGIONALI CALABRESI IN CUI IL GOVERNATORE OCCHIUTO È STATO RICONFERMATO A FUROR DI POPOLO E LE URNE DI DOMENICA SCORSA SONO MANCATI ALL’APPELLO DEL “SÌ” 150 MILA VOTI…“NEI SONDAGGI L’EX-PARTITO DEL CAV È SCESO SOTTO L’8%, PERCENTUALE CHE, SEMPRE A GIUDIZIO DI MARINA BERLUSCONI, SEGNALA SCARSA PERSONALITÀ, ECCESSIVA ACQUIESCENZA AI DESIDERI DI MELONI, CHIUSURA NEL PALAZZO”

La scelta di Stefania Craxi come nuovo capogruppo dei senatori di Forza Italia inaugura l’operazione rinnovamento più volte incoraggiata da Marina Berlusconi e ormai non più rinviabile, a giudizio della figlia del Fondatore, il cui nome, a quasi tre anni dalla scomparsa, campeggia ancora nel simbolo del partito.
Benché sollecitato, Tajani anche stavolta aveva provato a resistere. Ma non c’è riuscito: la sconfitta al referendum ha investito infatti non solo Fratelli d’Italia […] Ma anche Forza Italia, che ha la guida delle due regioni del Sud, Calabria e Sicilia, in cui più forte e inattesa è stata la vittoria dei “No”.
Solo per dare un’idea: tra le recenti elezioni regionali calabresi in cui il governatore Occhiuto è stato riconfermato a furor di popolo e le urne di domenica scorsa sono mancati all’appello del “Sì” 150 mila voti, segno o di scarso impegno della macchina del partito o di perdita di contatto con un’opinione pubblica che ha manifestato dissenso rispetto alla riforma voluta dal governo, rifiutandola.
Inoltre nei sondaggi l’ex-partito del Cavaliere è sceso sotto l’8 per cento, percentuale che, sempre a giudizio di Marina B., segnala scarsa personalità, eccessiva acquiescenza ai desideri di Meloni, chiusura nel Palazzo, assenza sul campo liberale dei diritti
Si sta insomma materializzando il braccio di ferro che da tempo era nell’aria tra la figlia prediletta di Berlusconi, che pur non volendosi impegnare in politica in prima persona considera il partito come parte dell’eredità del padre e come una missione che non può essere abbandonata a se stessa, tanto che la famiglia continua a sostenerlo anche economicamente, da una parte; e dall’altra l’attuale vertice, che fa capo al vicepresidente del consiglio e ministro degli Esteri, e ritiene che Forza Italia non possa essere governata dall’alto in modo dinastico, ma debba andare al più presto a un congresso, preceduto da una serie di assise regionali, che con molte probabilità si concluderebbero con la conferma del leader e del gruppo dirigente a lui legato.
(da agenzie)

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“NON LASCIAMOCI VINCERE DAL BUIO. QUESTA FERITA DEVE DIVENTARE UN PONTE VERSO UNA SCUOLA PIÙ ATTENTA”: LA LETTERA SCRITTA DA CHIARA MOCCHI, LA PROF DI FRANCESE ACCOLTELLATA DA UNO STUDENTE 13ENNE IN UNA SCUOLA MEDIA DELLA PROVINCIA DI BERGAMO

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

“NON PROVO RABBIA NÉ PAURA. FORSE NEL PROFONDO QUEL RAGAZZO NON SA PERCHE’ L’HA FATTO. TORNERÒ IN CLASSE, TRA I BANCHI, DOVE HO SEMPRE SENTITO DI APPARTENERE. TORNERÒ A INSEGNARE, A CREDERE NEI GIOVANI, A ACCOMPAGNARLI NEI LORO PASSI DIFFICILI”

La chiosa finale è da pelle d’oca.
«Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita. Con commossa gratitudine». In mezzo, con perfetto equilibrio ma con anche molta empatia, i concetti-chiave declinati attraverso parole scelte con cura. «Non muri ma ponti», «una scuola più attenta», «non provo rabbia né paura». Il pensiero quasi sempre rivolto ai suoi alunni, che antepone al suo dolore e alla sua sofferenza.
Tutti, anche il 13enne che l’ha colpita con un coltello a scuola «e forse nel profondo non saprà neanche perché, come non lo sapranno i suoi genitori». Il giorno dopo le coltellate, a nemmeno trentasei dal trasporto in elicottero dalla scuola di Trescore Balneario all’ospedale di Bergamo e dopo il delicato intervento a cui è stata
sottoposta mercoledì mattina, la “prof. Chiara Mocchi” — come si firma — consegna al suo avvocato Angel Lino Murtas un testo che raccoglie le sue prime parole.
La lettera aperta viene dettata al legale dalla camera dell’ospedale Papa Giovanni XXIII dove la professoressa di francese è stata trasferita ieri mattina dopo la notte post-operatoria trascorsa in terapia intensiva. «A tutti voi…».[…] «adorati alunni, ai colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà…».
Con «la voce flebile e il cuore colmo di gratitudine» la prof racconta un dolore che «mai avrei pensato di dover un giorno raccontare. Eppure eccomi qui ancora viva». Ci sono gli attimi di terrore dell’aggressione, quel suo alunno 13enne che le piomba addosso e la colpisce con quattro coltellate.
Li descrive così: «Un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola trasformando una mattinata come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare».
Poi l’insegnante della 3°A rivolge il suo sguardo sugli altri, quelli che l’hanno salvata e soccorsa. A quel «mondo di coraggio e umanità che subito si è mosso intorno a me» e ha messo «una barriera tra me e la morte». Fa un elenco. I «colleghi che sono intervenuti rischiando personalmente per mettermi in salvo (un’altra prof e due bidelli); gli studenti che hanno gridato aiuto e pianto, e a loro dice: «Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti»
Mocchi ringrazia chi poi, operativamente, le ha salvato la vita. Il personale dell’elisoccorso «che ha bloccato un’emorragia devastante lottando contro il tempo» […] «La linfa della vita usciva dal sangue delle mie ferite… non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma». Medici e infermieri? «Siete stati famiglia». Le forze dell’ordine e autorità, poi «mio fratello Giampaolo» e il legale Murtas.
Quindi «i genitori che mi scrivono» e «hanno raccontato ai figli il valore dell’empatia e della vita». Tanti e tante in queste ore stanno mandando alla prof messaggi, preghiere, pensieri «anche senza conoscermi». Per Mocchi sono «fili che mi hanno ricucito l’anima».
La prof nella lettera si preoccupa per chi è rimasto sconvolto dalla vicenda che l’ha vista vittima. Ecco il monito: «Non lasciamoci vincere dal buio». Struggenti sono i pensieri per i suoi alunni. «Non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza paura ma con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro ma un ponte: verso una scuola più attenta… verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto a quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché…».
Fuori pericolo di vita e in condizioni in progressivo miglioramento, la docente chiude con una promessa (prima dei ringraziamenti). «Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, a accompagnarli nei loro passi difficili perché nonostante tutto insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande». Firmato: prof Chiara Mocchi.
(da agenzie)

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NUOVI LEADER CRESCONO: LA CAVALIERA MARINA B.

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

PRONTI ALLA DISCESA IN CAMPO DI MARINA BERLUSCONI?

A Milano, e s’intende quella delle sciure più intellettuali e della meglio boiserie del centro, ne sono convinti tutti: Marina Elvira B. si è fatta fare i sondaggi e si prepara a scendere in campo per il Paese che ama, come già il papà. D’altra parte Sergio Mattarella due anni fa l’ha nominata pure Cavaliere del Lavoro: non le manca niente per far sì che la storia, manifestatasi una prima volta come Silvio, si ripeta come Marina. È in questo contesto che la “figlia di” – ed esserlo è stato il suo lavoro d’una vita – ha invocato un cambio nel partito che ha ereditato (insieme ai fratelli) e alla fine il recalcitrante mezzadro Antonio Tajani l’ha accontentata. Ci vuole aria nuova: via Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato, dentro la giovine e frizzante Stefania Craxi, “figlia di”.
Il vento nuovo è spirato subito dall’Alpi alle Piramidi. “Non è più rinviabile l’accoglimento, pieno e incondizionato, dell’appello lanciato da Marina Berlusconi”, s’è infervorato dalla Sicilia un tale Salvo Tomarchio, consigliere regionale: pare sia ora di issare “la bandiera liberale e riformista”. Lo diciamo sin d’ora, ancorché in conflitto d’interessi (e questo dovrebbe rendere la cosa meglio comprensibile dentro Forza Italia): vederla guidare il partito ereditario per noi sarebbe un sogno che s’avvera
C’è un’unica grande difficoltà: siamo certi che la figlia primogenita del fu B. parli, molti testimoni lo assicurano, ma lo fa raramente in pubblico e ancor meno a braccio. Non vogliamo attribuire la cosa a scarsa vivacità intellettuale, come pure sembrò fare Umberto Eco quando – all’epoca dell’uscita da Bompiani – così descrisse l’incontro tra Elisabetta Sgarbi e la capa di Mondadori: “Qualunque cosa le avesse detto, non avrebbe capito”. In realtà Marina è portata al silenzio e all’ascolto, ama riflettere a lungo prima di parlare e questo, essendo nata nel 1966, ci dice che non è persona frettolosa. Ora però, per il bene del Paese, dovrà buttarsi senza rete nel dibattito pubblico e concedere finalmente agli italiani il bene di ascoltare la sua voce e conoscere il suo pensiero. Che poi, anche non avesse granché da dire, come leader di FI ha un grande vantaggio: verrebbe dopo Tajani
(da Il Fatto Quotidiano)

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DELMASTRO, I SENESE, IL PENTITO: PERCHE’ MELONI NON PERDONA

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

C’E’ UN NOME CHE HA SCATENATO L’IRA FUNESTA DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO… MELONI PADRE SAREBBE STATO UN CORRIERE DELLA DROGA PER CONTO DEL CLAN SENESE

C’è un nome che ha fatto insorgere Giorgia Meloni. Quel nome ha scatenato l’ira funesta della presidente del Consiglio quando ha scoperto le improvvide avventure societarie di uno dei suoi uomini più fidati: Andrea Delmastro Delle Vedove. Il sottosegretario non solo ha aperto una società mentre era impegnato al governo del paese, non solo si è messo in affari con una ragazzina di 18 anni senza un controllo su Google, ma ha associato il suo nome alla testa di legno di un boss che evoca vecchi fantasmi. Un ragionamento, quello balzato in testa alla presidente del Consiglio, che spiega la rottura definitiva del rapporto fiduciario con Delmastro Delle Vedove, un tempo fedelissimo e suo avvocato.
Un fedelissimo che lei si era ostinata a difendere nonostante i disastri combinati dalle informazioni riservate spifferate all’amico deputato fino alla notte brava di Capodanno con l’onorevole pistolero con seguito di ambulanza e ferito (per fortuna lieve).
Qual è il nome impronunciabile, la kryptonite per Meloni? È quello di Michele Senese, uno dei re di Roma, capo della camorra nella capitale, condannato in via definitiva a metà febbraio. Stesso processo, con condanna per intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver agevolato la malavita, nel quale è finito anche Mauro Caroccia, l’oste amico di Delmastro, che gestiva prima il locale della malavita e poi quello del sottosegretario alla Giustizia.
Nome, quello del boss di camorra padrone di Roma, che richiama una vecchia storia, apparsa sui giornali un paio di anni fa. Una storia dolorosa perché Meloni con la parabola criminale del padre non c’entra nulla, lei che ha scelto la strada nobile della politica.
Una vicenda tirata fuori inizialmente da un giornale delle Baleari che aveva pubblicato, poco dopo l’insediamento a palazzo Chigi, un articolo sulla condanna del padre ripreso dalle testate italiane. Un racconto che anche Anna Paratore, madre della presidente, ha fatto suo, ma sul quale sono emersi enormi dubbi quando Domani, nel 2023, ha rivelato che Paratore ha fatto affari per anni con Raffaele
Matano, mentre lo stesso era contemporaneamente azionista dell’impresa amministrata dal padre della presidente.
Meloni ha sempre raccontato di aver interrotto i rapporti con il papà nel 1988, otto anni prima che Francesco Meloni (scomparso nel 2012) venisse condannato a nove anni per traffico di hashish da un tribunale spagnolo.
Cosa c’entra Senese? Nel gennaio 2024 è Report a raccogliere le dichiarazioni di un ex collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella, uno che nella vita ne ha dette e fatte di ogni genere, nell’ultima fase interviste, libri, diventato famoso come agente provocatore.
La sua frase iconica: «La monnezza è oro dotto’ e la politica è una monnezza», in riferimento al traffico illecito di rifiuti nel quale lui è stato coinvolto e dal quale è uscito diventando utilissima gola profonda delle procure. Meloni padre, stando al racconto di Perrella, sarebbe stato un corriere della droga per conto proprio di Michele Senese per ragioni di debiti. A bordo di un veliero. Di certo c’è la conoscenza acclarata tra l’ex collaboratore e il boss. Quando emerse la notizia, Domani ne parlò proprio con Perrella che datava l’incontro tra la fine anni Ottanta e l’inizio del nuovo decennio. Alla domanda se l’avesse visto, rispondeva così: «Una sola volta, poi l’ho riconosciuto in fotografia di recente». Come fa a ricordarsi di lui a distanza di tre decenni, avendolo visto da lontano? «Non da lontano, da sei, sette metri. Ricordo perché ho memoria, era un tipo un poco strano, quando vedi una persona te la ricordi. Lui faceva il traffico Italia, Marocco, Spagna. Aveva debiti e si mise a disposizione dei Senese».
Un lampo, un ricordo improvviso, a tratti sfocato. Il tutto a distanza di anni. Delmastro Delle Vedove è riuscito a imbarcarsi proprio l’imprenditore al soldo di quel boss che evoca vecchi fantasmi. Un errore imperdonabile che ha minato la credibilità delle istituzioni.
(da Editoriale Domani)

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LA DC FU L’ULTIMA CLASSE DIRIGENTE

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

BACCHETTONI MA ACCORTI, ALLA SBARRA A CON IL RISPETTO DELLE ISTITUZIONI, COL PIANO MARSHALL TENNERO IN PIEDI IL PAESE, ESPRIMENDO PURE GENTE DI VALORE

Uno slogan del Sessantotto recitava: “Pagherete caro, pagherete tutto”. Io l’ho trasformato in: “Rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto”. Anche la vecchia cara e troppo dimenticata ‘balena bianca’ come la chiamava Gianpaolo Pansa. Eh sì, la Dc, La Democrazia Cristiana, intendo quella che va da De Gasperi alla generazione dei Fanfani e dei Forlani e che trova oggi un prolungamento in Pier Ferdinando Casini, l’eterno Pier Ferdi, che a mio avviso sarà il prossimo Presidente della Repubblica, ne ha l’età, 70 anni, il bell’aspetto e non è mai stato implicato in affari loschi. L’unico neo in quella vecchia Dc è rappresentato da Giovanni Gronchi (lo scandalo dei “Gronchi rosa”).
La Democrazia cristiana seppe tenere in piedi col consenso (tutti, o quasi, votavano Dc ma non lo dicevano perché se ne vergognavano, un po’ come accadrà dopo con Berlusconi, per lo meno il primo Berlusconi) l’intero Paese.
Nel periodo post bellico la Dc, partito egemone, fu certamente aiutata dal Piano Marshall ma gli americani non sarebbero stati altrettanto generosi se, in periodo di guerra fredda, al potere in Italia ci fossero stati i comunisti, quelli veri, molto ben organizzati che tallonavano a breve distanza la ‘balena bianca’. È vero che il Piano Marshall c’è costato la sudditanza agli americani, ma allora era inevitabile, necessaria a differenza di oggi, vero Ms. Giorgia?
La Dc nei suoi anni migliori, quelli di Ettore Bernabei, fu importante, anche se oggi sembra incredibile dirlo, sul piano culturale. Era una tv ‘di regista’ quella, monopolista perché aveva il controllo dell’unica rete allora esistente, Rai 1. Però era un dirigismo intelligente e colto. Bernabei cercò innanzitutto di unificare l’Italia dei dialetti a un buon italiano, c’erano addirittura venature ‘puriste’ in quella televisione, niente a che vedere con la sguaiataggine dei talk di oggi. Bernabei portò in prima serata lo “sceneggiato all’italiana”, che non era solo Il mulino del Po di Bacchelli, ma erano anche, e forse soprattutto, i grandi russi, a cominciare da Dostoevskij. Vidi allora una straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nella parte del principe Stavrogin ne I Demoni di Dostoevskij (sia detto di passata: Stavrogin interpreta al meglio l’animo russo). Bernabei si permise di dare alle otto di sera Il settimo sigillo di Bergman. La mia segretaria, lavoravo allora alla Pirelli, lo prese per un noir. Ma ci stava anche quello insieme alla profonda introspezione psicologica abituale dei film di Bergman. Insomma era un po’ basica l’interpretazione della mia segretaria, ma intanto si era cuccata Bergman, uno dei massimi registi, insieme a Kurosawa, di tutti i tempi come riconobbe Woody Allen che non era proprio l’ultimo arrivato (“Tutte le volte che ho cercato di mettermi all’altezza di Bergman o di Kurosawa ho fallito”, intervista a La Repubblica in morte appunto di Bergman). Dal 1968 al 1974 furono dati, spesso in prima serata, seicento concerti di musica classica o sinfonica.
La Dc naturalmente, essendo il partito al potere, in modo quasi egemone, a parte le frattaglie del partito repubblicano di Ugo La Malfa e di quello liberale di Giovanni Malagodi, era attaccata da tutte le parti. Ma si rivelò una formidabile incassatrice: non rispondeva ai colpi. Cosa che faceva impazzire Montanelli perché ogni stoccata risultava inutile. Una volta che ero da lui al Giornale ad un certo punto prese dalla scrivania un’immaginetta con una cornice d’argento di quelle che di solito si tengono in omaggio alla moglie, alla Madonna o a qualche santo e me la fece vedere. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, mi disse con la voce cavernosa che gli era venuta da vecchio. La orientò meglio e io vidi emergere l’inconfondibile figura di Iosif Vissarionovič Džugašvili, cioè Giuseppe Stalin. “Con questo ci sarebbe stato gusto”, ripeté Indro, “sì”, risposi, ma la tua ribellione sarebbe durata poco perché ti avrebbe fatto immediatamente fucilare. La Dc ovviamente non fucilava nessuno, incassava, nella peggiore delle ipotesi dribblava. Nel dopoguerra molti grandi registi, da Visconti a Rosi, erano comunisti e quindi indigesti alla Democrazia cristiana. Allora interveniva Andreotti, il divo Giulio, un vero illusionista alla Iniesta che faceva sparire il problema e i film passavano.
Ma forse il più importante merito della Dc è stato il suo rapporto con la Giustizia. Lasciamo pur perdere, perché è un dettaglio, che non ho mai avuto querele dai democristiani, ne ho avute un’infinità dai socialisti, dai comunisti, ma non dai democristiani. Come dicevo incassavano senza rispondere.
Però il fatto più importante è un altro. Andreotti e in misura minore Forlani, “il coniglio mannaro”, hanno avuto un’infinità di procedimenti penali ma si sono sempre difesi all’interno del processo e non dicendosi vittime di chissà quali complotti politici, perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sono le sue Istituzioni, e dall’anarchia, anche giuridica, ha solo la pelle. Dopo è venuto il “diritto berlusconiano” per cui qualsiasi politico, o imprenditore, si ritiene vittima di un qualche complotto, in genere della Magistratura “politicizzata”.
Insomma la Democrazia cristiana, la ‘balena bianca’, è stata la sola classe dirigente, pur coi suoi tanti difetti, degna di essere e di definirsi tale, fra i difetti c’è da mettere un certo bacchettonismo. La parola “uccello” non si poteva dire in tv (e quando l’ingenuo Mike Bongiorno disse “Signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello” è successo un mezzo scandalo). Ma la volta in cui la Democrazia cristiana perse la sua abituale tolleranza fu con Mistero buffo di Dario Fo e Franca Rame, per cui i due artisti subirono un lungo embargo.
Poi sono venuti dei quaquaraquà di destra soprattutto, ma anche di sinistra, per cui oggi siamo obbligati a sentire come una grande vittoria quella del No al recente referendum.
Un’ultima annotazione. Andreotti, quando era ministro degli Esteri, fece una politica di appeasement con i Paesi mediorientali di cui beneficiamo ancora oggi, una politica allora difficile perché eravamo pur sempre sotto il controllo degli americani.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL CENTRODESTRA EVITA L’ESAME DI COSCIENZA

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

A QUATTRO GIORNI DAL VOTO ANCORA NESSUNA AUTOCRITICA SULLA SCONFITTA

L’addio forzoso di Maurizio Gasparri alla presidenza dei senatori di Forza Italia è la quarta sciabolata politica in quarantott’ore che si abbatte sulla maggioranza di centrodestra: colpisce il diretto interessato ma anche il segretario del partito, Antonio Tajani, che da oltre un anno resisteva alla richiesta di Marina Berlusconi di portare facce nuove alla guida dei gruppi, in tv, sui social.
La sconfitta elettorale ha offerto l’occasione per procedere all’avvicendamento con l’arma un po’ subdola della raccolta di firme, e se nel caso di Giorgia Meloni con Andrea Delmastro e Daniela Santanchè ci si può chiedere «perché non è stato fatto
prima», nel campo forzista la domanda funziona meno: la famiglia Berlusconi aveva provato più volte «a farlo prima» per via diretta ma non ci era mai riuscita.
Per paradosso, tutti i personaggi al centro della tempesta provengono in qualche modo dal percorso della destra italiana. Maurizio Gasparri ne è stato importante dirigente e potente colonnello prima di scegliere l’adesione a Forza Italia e il giovanissimo Tajani, ex monarchico dichiarato, si è fatto le ossa nei raduni e nei cortei della destra giovanile.
L’idea che hanno tutti condiviso è che basti un capo forte per fare il risultato, un Berlusconi (ieri) o una Meloni (oggi) per vincere comunque, e che alle classi dirigenti di partito tocchi il facile ruolo di diffondere la voce del capo, difendere la sua azione, attaccare i nemici che il capo via via indica, mentre tutto il resto (comprese le bisteccherie e gli sfondoni televisivi) è peccato veniale compensato dalla fedeltà.
La stessa convinzione ha portato l’intero centrodestra a pasticciare con il referendum e poi a invocare la discesa in campo della premier, persuadendosi che la partita fosse vinta perché lei negli ultimi giorni «ci aveva messo la faccia» quasi quotidianamente, un po’ difendendo il merito della riforma, un po’ galvanizzando le tifoserie con l’attacco ai giudici che salvano clandestini e dividono le famiglie.
Non è servito, non è bastato. E il responso delle urne è durissimo soprattutto perché rivela il voltafaccia di pezzi importanti del consenso conquistato nel 2022: al Sud una quota tra il 10 e il 30 per cento degli elettori della maggioranza ha scelto il No, con un atto di infedeltà politica che fa tremare. I sondaggi politici già registrano lo scivolone nel consenso. Cosa succederà tra un anno, quando si voterà per le Politiche? Come riconquistare i voti in fuga?
Il redde rationem in corso all’interno di FdI e di Forza Italia è figlio di questi interrogativi ma soprattutto di un sentimento di autentica paura: paura di perdere al prossimo giro, paura che si ripeta su scala nazionale un fenomeno ben noto alla destra a livello cittadino e regionale, la difficoltà di ottenere il bis per i suoi uomini (chiedere a Nello Musumeci in Sicilia, a Christian Solinas in Sardegna, ma anche in tempi più antichi a Gianni Alemanno e Francesco Storace a Roma e nel Lazio).
Paura, anche, che il referendum segni la fine del modello fideistico in cui la destra è cresciuta: il potere assoluto della leadership nella mobilitazione degli elettorati. Ma queste paure non vengono spiegate, e a quattro giorni dal voto non ci sono ancora, da nessuna parte, una compiuta analisi del voto e un esame oggettivo degli errori
commessi. Anche per questo il redde rationem assomiglia troppo alla ricerca di una serie di capri espiatori per risultare un atto di ripartenza. Con il rischio di aumentare la percezione di un centrodestra nel caos, che corre a impugnare la sciabola per evitare di ragionare su se stesso.
(da lastampa.it)

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VITTORIO FELTRI CRITICA GIORGIA MELONI: “DA GIORGIA UNA REAZIONE SCOMPOSTA ALLA SCONFITTA REFERENDARIA, RISCHIA DI FARE LA FINE DI RENZI”

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

“COSA C’ENTRA DANIELA CON LA SCONFITTA? MELONI SI VOTI A SANT’ANTONIO”

Grandi sono confusione e disappunto tra gli azionisti della destra meloniana. Impossibile non chiedere a Vittorio Feltri un commento, una scintilla, una battuta per orientarsi in questo momento di difficoltà. “Ma che cazzo me ne frega a me”, è il primo, prevedibile, sobrio commento del decano del giornalismo conservatore, ormai un riflesso pavloviano.
Direttore, dica qualcosa. Dica una cosa di destra, una cosa qualsiasi.
Ma che vuole da me, la vittoria del No non porta proprio a niente. Conte e Schlein si comportano come se fossero a un tiro di schioppo da Palazzo Chigi, ma la verità è che tutto rimane come prima. Chissenefrega. Certo, se volessimo parlare di giustizia a livello tecnico, ci sarebbe qualcosa da dire, a me magistrati e giudici non stanno simpatici, fermo restando che speriamo sempre di non finire a giudizio. Ma nei fatti, diciamocelo, non cambia un cazzo.
Però lo deve riconoscere: la lettera di Santanchè non è niente male. Alcuni passaggi sono pirotecnici. E nella sostanza non si può dire che abbia proprio torto, l’ex ministra: cosa c’entra lei con la sconfitta nel referendum?
Condivido. È un fatto certo che la Santanchè sia una furbacchiona. Naturalmente, quando dovevano cacciarla per motivi legati alle sue vicende economiche e giudiziarie, è stata difesa e ha ben goduto di questo beneficio, senza dire una parola. Detto ciò, ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata.
Santanché ha scritto, peraltro, che paga sempre il conto per sé e anche per gli altri. Quando avete cenato assieme, ha offerto anche a lei?
A cena ho sempre pagato io, è una cosa a cui sono purtroppo abituato.
Come si spiega il repulisti post-voto di Meloni? Ha perso lucidità?
È una reazione scomposta, un mutamento talmente improvviso e inatteso che non riesco neanche a commentarlo
La premier sembra aver perso l’aura, come fu già per Renzi dopo il referendum. Possibile che i cicli del consenso siano così brevi e volatili?
È una giusta osservazione. Renzi volava, prima di perdere quell’elezione, poi per gli italiani è diventato un mezzo pirla. E tuttora rimane un coglioncione agli occhi di molti. La verità è che la gente è fatta così, cambia idea ogni cinque minuti: siamo in un mondo di imbecilli.
Cosa deve fare ora Giorgia per raddrizzare la rotta?
Votarsi a Sant’Antonio.
E a livello politico?
Non c’è niente di politico, sarebbe anche ridicolo pensare che la possano far fuori dopo averla trattata come la Madonna. Non riesco a immaginare un futuro agro per la ragazza.
Eppure, che imbarazzo per Delmastro e le sue bistecche paramafiose.
Davvero. Ma come gli è venuto in mente?Ci sono anche persone intelligenti che fanno cose cretine.
E la zarina Bartolozzi? Lotta ancora insieme a noi?
Non posso dare neanche un parere, non la conosco. Tutta questa storia della giustizia è una gran rottura di coglioni.

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BASTA POLITICA DEL “MA ANCHE”. PER CONQUISTARE I GIOVANI L’OPPOSIZIONE DEVE SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE

Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISULTATO REFERENDARIO CONTIENE MESSAGGI CHIARI

Meloni e la destra estrema che governa il Paese nel breve volgere di un lunedì di marzo si sono trovati ad affrontare una condizione che rappresenta il loro peggiore incubo. Finire come Matteo Renzi che, dopo la batosta referendaria si ritrovò con un partito che precipitò dal 30 al 18 per cento. Meloni sa perfettamente cosa rischia e per questo è palesemente nel panico e il panico, si sa, è sempre un pessimo consigliere. Ha tentato di correre ai ripari tagliando tre teste.
I giornali d’apparato stamattina puntano tutti sul repulisti, a sottolineare la purezza della leader che caccia i mercanti dal Tempio, riproponendo l’adagio del Ventennio che, di fronte alle nefandezze e le incapacità del regime rantolava: “se lo sapesse il Duce”. Meloni si è ritrovata al centro di una tempesta perfetta: la sconfitta pesante al referendum arriva dopo tre anni di promesse totalmente non mantenute, che hanno piano piano fatto infuriare il suo elettorato e si pianta come un chiodo in una congiuntura drammatica acuita dalla guerra in Medio Oriente, scatenata dai due leader nei confronti dei quali Meloni ha mostrato ben di più che semplice acquiescenza. Una crisi economica ogni giorno più pesante per le famiglie e per le imprese. Meloni sa che può scivolare – come fu per Renzi, e ancor prima (per chi ne avesse memoria) per Bettino Craxi – in una slavina inarrestabile. Sconfitta al referendum rischia di diventare un Re Mida rovesciato.
Ho fatto questa premessa per arrivare ad un punto che è a mio avviso assolutamente centrale. Di fronte ad una destra che, mai come adesso, è vulnerabile, il centro sinistra e in particolare il cuore di quello che dovrebbe essere il Campo Largo, ovvero PD, M5S e AVS, è in grado di schierarsi in battaglia ed essere vincente, liberando il Paese dalla morsa di una destra pericolosa e soprattutto incapace? La risposta è: forse, ma a determinate condizioni.
Il referendum ha dato un risultato che sarebbe irresponsabile pensare possa essere traslato alle elezioni politiche. Ma non si può assolutamente prescindere da quel risultato, perché contiene dei messaggi politici chiari. In primo luogo il referendum, per sua natura è divisivo, indica infatti solo due strade – il Si o il No – pone alternative chiare. Questo ha avuto un impatto importantissimo sull’affluenza. Gli elettori sapevano per cosa stavano votando, potevano identificarsi in una scelta. Leggevo su La Repubblica una delle tante interviste fatte ai giovani che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vittoria del No. La nostra generazione – questo era il senso del ragionamento del giovane elettore – non è apatica, disinteressata, è che non ci sentiamo rappresentati. Parole che ci portano nel cuore del problema della rappresentanza.
Chi e cosa vuole rappresentare il Centro sinistra? La generazione Z, ma anche i diciottenni hanno mostrato di aver voglia di protagonismo e non solo votando al referendum anche a costo di sobbarcarsi sacrifici e disagi. Lo hanno dimostrato
prima del 22 e del 23 marzo. Sono stati protagonisti di mobilitazioni che, nel giro di pochi mesi, sembrano dimenticate, ma che hanno indicato precisi temi programmatici. La più recente è quella contro il genocidio perpetrato dal governo Israeliano a Gaza. Una mobilitazione che ha portato un fiume sterminato di popolo composto in una parte importante da giovani e giovanissimi, molti alla loro prima manifestazione. Abbiamo di fronte ragazzi che se hanno una buona causa non esitano a mobilitarsi. Giovani che hanno subito insulti e provocazioni e in alcuni casi – vi ricordate di Pisa – violenze inaccettabili, eppure non si sono arresi, non hanno abbassato la testa.
Ci sono stati e ci sono. Ma non solo.
Molti sembrano aver scordato le grandi mobilitazioni per la difesa dell’ambiente per chiedere misure vere contro il riscaldamento globale e quelle per il diritto allo studio. Diritto costituzionalmente garantito. Ed ecco che torna sempre lei, la Costituzione. La stessa Carta che hanno difeso col No al referendum. Molti di quei ragazzi, e non solo loro, però alle politiche e alle europee sono rimasti a casa, non hanno votato, non per sciatto disinteresse, ma perché nessuno a sinistra è riuscito a capire i loro bisogni, le loro istanze.
Credo che se si vuole cacciare questa destra bisogna partire dalla politica, eliminando le fumisterie da convegni e avanzare proposte semplici, precise. Cose da fare che si possano spiegare anche nello spazio limitato dei social che questa generazione usa in vario modo, ma anche per veicolare messaggi e contenuti politici. Bisogna ascoltare di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, cosa li fa indignare, che visione hanno della realtà del futuro. Lo ha fatto Zohran Mamdani e ha vinto. Le loro mobilitazioni spiegano che non si pò essere per la difesa del popolo palestinese e contemporaneamente avere in casa la cosiddetta Sinistra per Israele che sostiene un criminale ricercato dalla CPI come Netanyahu o sentire dire che uno stato criminale e aggressore va comunque supportato.
Bisogna scegliere da che parte stare e bisogna avere coerenza, quindi se è giusto affermare che se uno Stato aggredisce si sta dalla parte dell’aggredito e contro l’aggressore, questo deve valere sempre, per l’Ucraina e per l’Iran, non può funzionare solo in alcuni casi. Non è una posizione da centri sociali, ma è la posizione del Primo Ministro della Spagna. Il centro sinistra sarà capace di mettere nel programma parole semplici come quelle del Presidente Sanchez?
E questo non vale solo in politica estera. Bisogna pensare ad una serie di misure per sostenere realmente il diritto allo studio. Alcune sono misure semplici: garantire uno sgravio fiscale alle famiglie che pagano affitti per i figli fuori sede (il che farebbe emergere gran parte dei contratti in nero), investire nella realizzazioni di alloggi per gli studenti a prezzi calmierati, imporre una scontistica sui trasporti; ridisegnare il prelievo fiscale che non può essere quasi totalmente a carico del lavoro dipendente e dei pensionati e non si può più prescindere da una patrimoniale sui redditi elevatissimi. Tassare le banche e i super ricchi per garantire servizi a chi sta peggio. Sono misure essenziali e chiare soprattutto di fronte ad uno scenario nel quale l’Inflazione morderà sempre più ferocemente il potere di acquisto di salati e pensioni.
I giovani dalla destra hanno ricevuto leggi liberticide, nessun aiuto per il loro futuro, un’organizzazione dell’università demenziale, molto spesso un biglietto di sola andata per l’estero. La destra ha fatto questo ed anche peggio. La domanda che pongo è cosa propone il centro sinistra, come li vuole rappresentare?
Ho fatto alcuni esempi per dire che se il centro sinistra vuole vincere deve trovare il coraggio di essere divisivo. Deve scegliere da che parte stare. Non si possono mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, non si può essere dalla parte dei lavoratori e contemporaneamente dalla parte di una borghesia stracciona che ha saputo solo drenare soldi pubblici e ha sempre puntato a ridurre il lavoro e i diritti. Al referendum un elettore su due non aveva votato alle politiche e alle europee. Sono in larga parte loro, non il centro astratto di un Calenda in cerca di se stesso, Riportarli a votare è la vera sfida. Gli elettori per tornare a votare a sinistra chiedono che la sinistra faccia la sinistra. Che si archivi definitivamente la politica del “ma anche…”. Se Calenda o la signora Picierno storceranno il naso potranno sempre spostarsi nel centro destra. Non credo che saranno in molti a versare lacrime per la loro assenza.
(da agenzie)

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