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COSI’ L’INVIATO DI TRUMP HA SABOTATO I COLLOQUI CON L’IRAN PRIMA DELLA GUERRA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

WITKOFF AVEVA DETTO CHE I FUNZIONARI IRANIANI SI ERANO VANTATI DI POTER PRODURRE 11 BOMBE NUCLEARI… UN DIPLOMATICO PRESENTE LO SMENTISCE: E’ TUTTO FALSO

L’inviato speciale del presidente Donald Trump in Medio Oriente ha sabotato i colloqui con l’Iran prima dello scoppio della Guerra del Golfo. Steve Witkoff ha riportato una serie di affermazioni dei negoziatori di Teheran che secondo gli altri presenti alle trattative erano falsi. A spiegarlo è uno dei diplomatici presenti i colloqui a Ms.now. Witkoff ha detto in un’intervista a Fox News che i negoziatori iraniani si erano vantati con lui del fatto che l’Iran avesse abbastanza uranio arricchito per costruire quasi una dozzina di bombe nucleari
L’Iran, il nucleare e il casus belli
Un’affermazione poi ripresa dallo stesso Trump che ha parlato di Iran vicino ad avere armi nucleari e missili per colpire gli Stati Uniti. «In quel primo incontro, entrambi i negoziatori iraniani ci hanno detto direttamente, senza vergogna, che controllavano 460 chilogrammi di uranio al 60%», ha detto Witkoff riferendosi al livello di arricchimento dell’uranio. «Ed erano consapevoli che con quella quantità si potevano realizzare 11 bombe nucleari, e quello è stato l’inizio della loro posizione negoziale. Ne erano orgogliosi. Erano orgogliosi di aver eluso ogni sorta di protocollo di controllo per arrivare al punto in cui avrebbero potuto sganciare 11 bombe nucleari». Ma la descrizione della conversazione fatta da Witkoff è falsa secondo un diplomatico del Golfo Persico a conoscenza dei colloqui.
La testimonianza
Secondo il diplomatico, che ha parlato a condizione di anonimato, gli iraniani hanno detto a Witkoff che l’Iran era disposto a rinunciare all’uranio arricchito nell’ambito di un nuovo accordo con Trump. Gli iraniani hanno anche detto a Witkoff che l’Iran ha arricchito l’uranio dopo che Trump si è ritirato dall’accordo nucleare del 2017 mediato dall’amministrazione Obama. «Posso affermare categoricamente che questo è inesatto», ha detto il diplomatico, riferendosi al racconto di Witkoff.
«Stava spiegando che tutto questo materiale potrebbe scomparire se raggiungessimo un accordo e l’Iran potesse essere esentato dalle sanzioni». La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha respinto la ricostruzione: «Solo l’MSDNC (nomignolo dato dai Maga al media che ha riportato la notizia, ndr) si lascerebbe usare e abusare dal malvagio regime iraniano per diffondere falsa propaganda antiamericana al fine di attaccare il presidente Trump», ha affermato Kelly.

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MORTO UN KHAMENEI, SE NE FA UN ALTRO: L’ASSEMBLEA DEGLI ESPERTI HA SCELTO MOJTABA KHAMENEI, FIGLIO DEL DEFUNTO AYATOLLAH COME NUOVA GUIDA SUPREMA DEL PAESE

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’EREDE PREDILETTO DI ALI, 57 ANNI, E’ SOSTENUTO DALL’ALA DURA DEI PASDARAN…NEL 2005, SI SCHIERÒ CON AHMADINEJAD, ALLORA IL CANDIDATO PIÙ CONSERVATORE, E FU TRA I REGISTI DELLA REPRESSIONE DELL’ONDA VERDE…LA SUA NOMINA, CHE DA’ ALLA TEOCRAZIA UNA IMPRONTA DINASTICA, SI PONE IN PROSECUZIONE CON LA LINEA DURA DEL PADRE, E ANCHE DI PIU’ (INSOMMA, DALLA PADELLA ALLA BRACE)

Secondo i media monarchici l’assemblea degli esperti avrebbe scelto il figlio del defunto Ali come nuova Guida suprema del Paese
Farnaz Sabet, analista iraniano, prova a stemperare la cupezza con una battuta: «Se la notizia fosse confermata, questa sarebbe un’interessante ironia per l’Iran: sia la Repubblica Islamica che la sua principale opposizione avrebbero uno spirito monarchico».
La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova guida suprema dell’Iran darebbe in effetti alla teocrazia una virata dinastica, assimilandola al sistema contro cui è nata e ha sempre detto di volersi battere, quello dello Scià. Una trasmissione del potere familiare e clanica, simile a quella che Hezbollah tentò dopo la morte di Nasrallah nominando nuovo leader suo cugino Safi al Din, anche lui poi ucciso dagli israeliani.
La vita e la carriera di Mojtaba Khamenei, 57 anni, secondogenito e figlio prediletto di Ali Khamenei, si sono fatte nell’ombra, nel deep state iraniano legato all’ala più dura dei pasdaran e degli apparati di sicurezza e repressione. La sua ascesa al rango di rahbar segnerebbe la vittoria di una nuova generazione ultraradicale sulle macerie della guerra.
Mojtaba è cresciuto uscendo pochissimo dall’Iran, quasi non si hanno notizie di suoi viaggi all’estero. A 17 anni entrò nel corpo dei Guardiani della rivoluzione combattendo nella guerra Iran-Iraq in un’unità molto ideologica fondata da un comandante, Ahmad Motevaselian, noto per il suo antisemitismo, e poi in un battaglione i cui membri diventeranno parte della destra radicale della Repubblica islamica.
Da quella posizione ha costruito la sua rete di influenza tra le Guardie della rivoluzione e di affari all’estero: secondo una recente inchiesta di Bloomberg, a lui farebbe capo un piccolo impero immobiliare tra Londra e altri capitali occidentali.
Nel 2005, si schierò con Ahmadinejad, allora il candidato più conservatore, e fu tra i registi della repressione dell’Onda verde, il movimento riformista che si opponeva alla sua rielezione denunciando i brogli. Un ruolo che ha assunto anche in altre ondate di manifestazioni, come nel 2019, durante la rivolta per il caro carburanti, indirizzando la repressione.
Della sua cerchia ristretta fanno parte religiosi fondamentalisti come Alireza Panahian e Mohammad Qomi che si oppongono ad aperture sociali e culturali che intacchino i capisaldi ideologici della rivoluzione islamica e vedono il liberalismo occidentale come come nemico. L’opinione di molti osservatori iraniani è che, se venisse davvero eletto leader, non sarebbe un autocrate pragmatico desideroso di avviare il Paese verso un nuovo corso, ma un fedele prosecutore della linea dura di suo padre, e anche di più.
(da agenzie)

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VANNACCI SE LA CANTA E SE LA SUONA: DOPO LA VISITA DEL GENERALE A SANREMO, CON BLITZ ALL’ARISTON PER IL FESTIVAL, L’UNICO ESPONENTE DELLA LEGA NEL CONSIGLIO COMUNALE DELLA CITTADINA LIGURE, DANIELE VENTIMIGLIA, HA CAMBIATO CASACCA ED È PASSATO CON FUTURO NAZIONALE

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

UN ULTERIORE SMACCO PER IL CARROCCIO… INTANTO I SONDAGGI DANNO IL NUOVO PARTITO VANNACCIANO IN CRESCITA AL 3,6%

L’effetto Sanremo per Vannacci è immediato: mentre i sondaggi nazionali registrano una piccola, ma costante, crescita, di Futuro nazionale, la sua presenza nella Città dei fiori e dintorni, negli ultimi giorni del Festival, ha innescato un terremoto nella Lega locale, con un clamoroso cambio di casacca del capogruppo in Comune, e segretario cittadino del Carroccio, Daniele Ventimiglia, portatore di un buon borsino di preferenze, che prova a fare entrare Futuro nazionale in consiglio comunale di Sanremo.
Unico esponente del Carroccio, infatti, con la formalizzazione dell’addio a Salvini, oggi, in Comune, il consigliere Ventimiglia di fatto ha cancellato la Lega dal consiglio, chiedendo di essere, d’ora in poi, consigliere di Futuro nazionale
Se l’ex capogruppo leghista ha annunciato con una lettera aperta l’adesione al progetto politico di Vannacci e l’addio alla Lega, la visita dell’europarlamentare europeo ha indotto anche un’altra lettera di dimissioni dal Carroccio, quella di Marco Lupi, ex presidente del consiglio comunale a Sanremo e altro esponente di spicco della compagine locale con la tessera da 34 anni, anche se non avrebbe ancora formalizzato l’ingresso in Futuro nazionale.
Ventimiglia accusa la Lega di aver “progressivamente perso la coerenza nelle proprie scelte politiche, allontanandosi da quei valori e ideali che mi avevano spinto ad impegnarmi con passione e determinazione” e che non “sia stata in grado di recepire e comprendere pienamente le ragioni del malcontento della base a livello
territoriale”, ci sarebbero anche diversi sgambetti interni e mancate promozioni, all’origine della scelta.
Il terremoto politico a Sanremo rappresenta una spina nel fianco non poco fastidiosa per la Lega, che proprio nell’estremo Ponente ligure ha un suo importante quartier generale, il sindaco della Vicina Ventimiglia è Flavio Di Muro, ex parlamentare della Lega, e storico delfino del viceministro di Matteo Salvini, Edoardo Rixi.
Il nuovo manipolo vannacciano però potrebbe aver fatto male i conti con il regolamento, aggiornato, del Comune di Sanremo, rispetto alla creazione dei nuovi gruppi politici: perché se un solo consigliere, eletto, può formare un gruppo, un consigliere che “cambia casacca”, passando da un partito a un altro, non può farlo e per formare un nuovo gruppo consiliare occorrono almeno tre esponenti che per ora non ci sarebbero, ma gli uffici comunali stanno approfondendo il caso.
(da Repubblica)

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MANTOVANO “SCOMUNICA” CHI VOTA NO AL REFERENDUM: “I CATTOLICI VOTERANNO SÌ”

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL PIO SOTTOSEGRETARIO ORMAI HA SCELTO DI FARE A GARA CON NORDIO A CHI LA SPARA PIÙ GROSSA: E MENO MALE CHE DOVEVA ESSERE LA FIGURA DI COLLEGAMENTO TRA IL QUIRINALE E I BARBARI DI PALAZZO CHIGI

Il sorteggio? L’Alta Corte disciplinare? «Ridurranno non solo il peso delle correnti nel Consiglio superiore della magistratura, ma anche quest’area di impunità e di premio per la sciatteria».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano partecipa a Roma a un convegno a favore della riforma costituzionale della giustizia e non lesina critiche al Csm: «Non ci starei a cantare le glorie nei secoli del Csm. Di quello attuale e di quelli precedenti».
Nella sala refettorio del Pio Sodalizio dei Piceni, Mantovano si presenta con un plico che raccoglie le valutazioni del plenum sui magistrati dal 2016 al 2024. «Porto alcuni esempi, perché è Quaresima ma anche il patimento deve avere un limite». Inizia dal plenum del 7 febbraio 2024, che valuta con esito positivo un giudice che ha lasciato in carcere un uomo 322 giorni in più del dovuto.
«È stato detto che si è trattato di un unico episodio. Sarà unico per lui, ma per l’imputato è la vita». Prosegue con il caso di una giudice che tra marzo e settembre 2012 ha depositato in ritardo, in un caso anche di 475 giorni, quindici sentenze. Non solo. Tra luglio e settembre 2013, i ritardi sono stati 3 tra i 74 e i 133 giorni, poi 14 sentenze monocratiche depositate con ritardi tra i 736 e i 1388 giorni. «Valutazione positiva anche in questo caso – dice Mantovano – È stato detto che i ritardi non hanno inciso».
Il sottosegretario incalza: «Se queste sono le performance dell’attuale Csm, dell’attuale sezione disciplinare, con l’Alta Corte non si può che migliorare. L’Alta Corte disciplinare servirà a sanzionare i magistrati negligenti, distratti, sciatti che non hanno in nessuna considerazione neanche i fondamentali della deontologia».
Mantovano difende la riforma targa Nordio – Meloni. «Il sorteggio – dice – è osteggiato perché rende più difficile l’organizzazione in correnti. Mentre la ripartizione che c’è stata sino ad ora è uno dei guai della magistratura italiana».
Cauto su certi aspetti, in particolare dopo che nelle scorse settimane il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta ordinaria del plenum invitando tutti alla continenza e al rispetto delle e tra le Istituzioni, su altri Mantovano si erge portavoce di un’intera comunità.
E dichiara: «I cattolici voteranno Sì alla riforma perché puntano alla realizzazione di una giustizia coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa». In sala, i partecipanti all’evento promosso dalla rete di alcuni comitati cattolici uniti nei “Comitati civici per un giusto sì” applaudono.
Tanti i cattolici che, una volta lette le affermazioni del sottosegretario, scuotono la testa: «Non vogliamo essere tirati per la giacchetta. E poi cosa c’entra la fede con la riforma?». Blasfemia, direbbe qualcuno. Citando il ministro della Giustizia che aveva bollato così alcune critiche alla riforma
(da La Stampa)

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“TRUMP NON SA COSA VUOLE, NON SI CAMBIA UN REGIME CON LE BOMBE”: L’EX DIRETTORE DELLA CIA ED EX SEGRETARIO DELLA DIFESA USA LEON PANETTA AVVERTE SUI RISCHI DELLA GUERRA CON L’IRAN

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

“CI ASPETTIAMO QUATTRO O CINQUE SETTIMANE DI BOMBARDAMENTI. MA QUAL E’ L’OBIETTIVO? HANNO LAVORATO PER CERCARE DI COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE INTERNA ALL’IRAN? NON SO LA RISPOSTA. NON SONO SICURO CHE L’AMMINISTRAZIONE ABBIA PIANI CHIARI SU QUESTA GUERRA CHE POTREBBE ANCHE PORTARE ALL’ESCALATION. PER ESEMPIO, ALL’IMPROVVISO, IL PAKISTAN PUO’ DECIDIRE CHE È IL MOMENTO PER INVADERE L’AFGHANISTAN”

«Il presidente ha detto: ci aspettiamo quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore in futuro
Questa è la speranza. Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. E abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe. (…) Perciò quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita? Quando schieri i tuoi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo, devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra», dice al Corriere Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario della Difesa degli Stati Uniti.
Trump ha parlato di munizioni illimitate, è così?
«Non c’è dubbio che in passato ci sono stati problemi di catene di approvvigionamento militari. L’abbiamo visto nella fornitura di ulteriori armi all’Ucraina, La realtà è che ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeree degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale. Ma alla fine nessun paese è completamente pronto per
una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».
Quanto può durare?
«Spero che che non duri più di 4-5 settimane perchè penso che se il regime resta al potere con una nuova leadership sarà molto difficile produrre il tipo di cambiamento che vuole il presidente. La speranza a quel punto sarebbe probabilmente che chiunque il regime nomini come nuovi leader siano pronti a impegnarsi in negoziati che possano risolvere la guerra».
Il presidente non ha escluso l’invio di truppe di terra. Molti sono scettici che mandi soldati americani, qualcuno parla dei curdi.
«No sarei molto sorpreso se decidesse all’improvviso di mandare le truppe sul terreno in una invasione su larga scala dell’Iran. (…)
La Cia ha contribuito a localizzare Khamenei, ma sta lavorando localmente per supportare un’alternativa al regime?
«Dovrebbero. Diciamo così: sarei sorpreso se non stesse accadendo, ma d’atra parte è difficile dire esattamene cosa sta succedendo. Avrebbe senso avere la Cia e il Mossad operativi dentro l’Iran in per cercare di sviluppare non solo una leadership ma una organizzazione che possa essere stabilita se il regime dovesse crollare».
E quale fu la conclusione allora?
«Lavoravamo strettamente con Israele, che ha un’ottima intelligence sull’Iran, probabilmente migliore di quella americana, abbiamo visto come sono stati in grado di prendere di mira i leader e uccidere la Guida suprema. Ma la domanda è: hanno lavorato per cercare di costruire una opposizione interna all’Iran? Non so la risposta».
Trump ha detto che ha attaccato perché si attendeva un attacco preventivo dall’Iran.
«Hanno detto di operare sulla base della possibilità di una minaccia imminente, ma nel briefing del Pentagono al Campidoglio hanno detto che non c’era minaccia imminente. Dubito fortemente che l’Iran avrebbe condotto un attacco preventivo, penso che quello che è successo molto francamente è che quando l’intelligence ha mostrato che c’era una opportunità di colpire i leader inclusa la Guida suprema, il presidente ha deciso che era un obiettivo importante da perseguire e penso che questo abbia portato agli attacchi».
Lei si aspetta che questa guerra si espanda?
«Abbiamo per le mani una guerra mediorientale, che coinvolge tutti i paesi arabi, che ha portato a una direttiva a tutti gli americani in quelle aree di andarsene. E questo vi dice qualcosa: che siamo di fronte a un conflitto regionale che potrete anche portare all’escalation. Eventi come questo a volte escono fuori controllo e portano a guerre più ampie».
Che genere di escalation?
«Per esempio all’improvviso il Pakistan decide che è un buon momento per invadere l’Afghanistan, altri paesi che decidono che è un buon momento per approfittare… perché l’attenzione del mondo è distratta da quello che sta accadendo in Medio Oriente».
(da Il Corriere della Sera)

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LA BIENNALE DEL MELONIANO BUTTAFUOCO RIAPRE LE PORTE ALLA RUSSIA: DOPO DUE EDIZIONI SEGNATE DALL’ASSENZA IN SEGUITO ALL’INVASIONE DELL’UCRAINA, MOSCA SARÀ DI NUOVO ALLA MOSTRA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL PARADOSSO CHE NELL’ITALIA GOVERNATA DALLA SOVRANISTA MELONI, ALLA BIENNALE CI SARANNO I RUSSI MA NON GLI ARTISTI ITALIANI

La Russia riapre il suo padiglione alla Biennale Arte a Venezia. Dopo due edizioni segnate dall’assenza in seguito all’invasione dell’Ucraina – nel 2024 lo spazio ai Giardini era stato “prestato” alla Bolivia – il Paese tornerà in vista dell’edizione numero 61, che si svolgerà da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre.
La conferma è arrivata da Mikhail Shvydkoy, delegato russo per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della Cultura, come anticipato da ArtNews. Nel 2022, a pochi giorni dall’apertura della rassegna, gli artisti Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva con il curatore lituano Raimundas Malašauskas si erano volontariamente ritirati dalla manifestazione. «Non c’è posto per l’arte», aveva detto a Repubblica Savchenkov.
Il nuovo progetto espositivo, intitolato L’albero è radicato nel cielo, coinvolgerà oltre 50 tra musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia, ma anche da Argentina, Brasile, Mali e Messico. Si parla di un “festival musicale” per valorizzare pratiche artistiche lontane dai grandi centri culturali. La politica apparentemente resterà fuori. Le polemiche forse no.
(da Repubblica)

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SEDOTTA E ABBANDONATA DALL’AMICO TRUMP NEI GIORNI DELLA GUERRA DEL GOLFO, E DOPO AVER DIVORZIATO DAI PARTNER EUROPEI, GIORGIA MELONI RIFILA AI MEDIA (COMPIACENTI) UNA BARZELLETTA: “NESSUN PREMIER EUROPEO È STATO AVVERTITO DELLA GUERRA NEL GOLFO”

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

DA PARTE LORO, I MINISTRI NEL CENTRO-DESTRA, COME BUONI SOLDATINI, MARCIANO “A PASSO ROMANO” INSIEME ALLA CONDUCTORA CANTANDO IL NUOVO INNO IN VOGA AL COLLE OPPIO: “MA CHE CE FREGA, MA CHE CE IMPORTA…” SE AL REFERENDUM VINCE IL “NO”

Nella stagione del ritorno (in maschera) del Ventennio fascista impressa al suo governo dalla Evita della Garbatella, è tornato in auge anche lo storico “Me ne frego”. Sì, quello pronunciato da Mussolini nel 1921. Lei, insomma, “tira dritto” in nome del popolo italiano per zittire gli avversari.
Dimentica che il suo partito, “Camerati d’Italia”, l’ha votato appena il 26% sulla metà degli italiani andati alle urne. “E chi se ne frega”, replica Giorgia Meloni dal fatidico balconcino di Palazzo Chigi. Certo, non siamo a piazza Venezia, ma davanti alla Galleria “Alberto Sordi” dove non si celebrano adunate oceaniche. Anzi.
Le sue sortite ormai provocano ilarità come le battute di Albertone nei panni del Marchese del Grillo.
Sedotta e abbandonata dall’amico Trump nei giorni del “Ruggito del Leone” nella guerra del Golfo, e dopo aver divorziato dai partner del Vecchio continente, rifila ai media (compiacenti) più che una fake news, una barzelletta: “Nessun premier europeo è stato avvertito della guerra nel Golfo”
Da parte loro, i ministri nel centro-destra, come buoni soldatini, marciano “a passo romano” insieme alla conductora cantando il nuovo inno in voga al Colle Oppio: “Ma che ce frega, ma che ce importa…” se al referendum vince il “No”.
Un esercito di sbandati, con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ci ricorda gli eroi delle “Guerre Pacioccone” che disegnava il cronista grafico delle nostre miserie morali, Attalo (Gioacchino Colizzi) sulle riviste satiriche che si stampavano a Roma negli anni Trenta (“Asino”, “Marco Aurelio”, il “Travaso”).
Nel giro di poche ore il “Me ne frego” del Mascella è risuonato nelle parole del ministro degli Interni, Matteo Piandedosi, dopo il viaggio in elicottero per trasportare il paroliere-totem (e consorte) da Sanremo-Festival a Roma per la festa dei pompieri. Ma non bastava posticipare la sua premiazione all’Ariston? Ah, saperlo.
“Mogol è un monumento nazionale, polemiche strumentali”, tuona il responsabile del Viminate, con il suo: “Me ne frego” sul rispetto delle regole sui mezzi di Stato. Saluti, allora, al Rapetti-Garibaldi dei vigili del fuoco con il suo “canto libero…” cantato dal Battisti profetico, “vola sulle accuse della gente, e a tutti i suoi retaggi indifferente”.
Già, corsi e ricorsi. “Siamo qui con Craxi i suoi cari…”, si lascio sfuggire Andreotti dopo un viaggio in Cina di Craxi con parenti e amici.
Un volo in elicottero da Vasto a Roma per assistere alla partita dei giallorossi stroncò la carriera del ministro Gaspari. Allora la destra in Parlamento reclamava le sue dimissioni. Oggi i suoi membri di governo, “la zavorra” secondo gli stessi amici di partito, vengono medagliati.
Già, “marciare e non marcire” è il motto dell’’Armata Branca Meloni degli impresentabili: Santanchè, Sangiuliano, Lollobrigida, Nordio, Salvini, Musumeci, Urso, Giuli…
(da Dagoreport)

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EQUILIBRISTA E SOVRANISTA, MELONI HA ISOLATO L’ITALIA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

LE OSPITATE ALLA CASA BIANCA NON HANNO PRODOTTO ALCUN RISULTATO, TRUMP LA SNOBBA E IN EUROPA NON LA CONSIDERANO

L’Italia è rimasta sola. Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente.
Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il presidente Trump, sovranista in chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale.
L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli Usa sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.
Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nell’assenza dell’Italia hanno sicuramente contato anche le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del presidente Trump.
Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni.
Finora la presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.
Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea.
Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni.
(da Domani)

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DUBAI, ORA SI SCOPRE CHE CROSETTO ERA A DUBAI DA UNA SETTIMANA: I TRUCCHETTI DEL MINISTRO SULLA VACANZA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL VIAGGIO ORGANIZZATO CON LA CHIUSURA DELLA SCUOLA PRIVATA DEI FIGLI… LA SCORTA DEI CARABINIERI NON CONOSCEVA LA DESTINAZIONE

Dal 23 al 27 febbraio gli studenti di un esclusivo istituto privato nel cuore romano hanno fatto vacanza. «Winter break» viene chiamata la sospensione delle lezioni da chi frequenta la rinomata scuola cattolica romana. Tra loro ci sono anche i due figli del ministro della Difesa Guido Crosetto e dell’imprenditrice Gaia Saponaro.
Cosa fare nei giorni senza compiti da svolgere e verifiche da sostenere? I Crosetto hanno optato per un viaggio negli Emirati Arabi Uniti e più precisamente a Dubai. E diverse fonti contattate da Domani confermano che alcune famiglie della prestigiosa scuola si sono organizzate per trascorrere insieme il meritato break di fine inverno
Quel pazzo venerdì
Partenza all’estero non il venerdì 27 (come dato per scontato dai media dopo che che il meloniano aveva dichiarato di essere salito su un aereo di linea «venerdì»), ma una settimana prima. Un viaggio programmato su cui il capo del dicastero di via XX settembre avrebbe avuto delle iniziali riserve, poi superate per accontentare consorte e prole. Solo alla domanda sul giorno esatto della partenza (venerdì 20 febbraio?) il ministero non risponde.
Ma è un fatto che il ministro (che non ha smentito Il Post, che già aveva parlato di una trasferta più lunga) giovedì 26 fosse assente al Consiglio dei ministri, senza che Meloni e i colleghi sapessero dove fosse.
Dopo il rientro di Crosetto con un aereo dell’Aeronautica, ieri fa sono tornati in Italia anche i suoi familiari con un charter partito dall’Oman che ha riportato indietro altri connazionali, in tutto 127.
«Noi siamo ancora qui, aspetti è arrivato un altro avviso di possibile missile», racconta un imprenditore italiano, bloccato con la famiglia a Dubai. Il manager ha fatto scalo con i congiunti negli Emirati Arabi Uniti, ma non è tornato con il charter che ha riportato indietro i primi italiani. Perché? «Perché fino a qualche giorno fa dal ministero degli Esteri sconsigliavano di andare a Muscat. Noi non siamo stati mai chiamati da nessuno e sono qui anche con mio figlio, leggo che la priorità sono le famiglie con bambini. Detto questo per tornare bisogna organizzarsi da soli e affidarsi ad agenzie. Poi bisogna sperare parta. Al momento siamo abbandonati», conclude. Anche altre famiglie e imprenditori presenti sul posto raccontano la stessa esperienza.
Il viaggio
A ogni modo è questa – il viaggio organizzato con la famiglia e un gruppo di amici della stessa scuola privata – la prima motivazione della trasferta del fondatore di Fratelli d’Italia, che prima di ammettere di aver organizzato delle banalissime ferie aveva spiegato – tramite il suo staff – di essere volato negli Emirati a recuperare la famiglia in pericolo.
Versioni cambiate e precisazioni a catena che hanno ammantato il viaggio di mistero e fatto scattare la polemica politica.
Il giallo, mischiato a uno scenario geopolitico critico, alla fine l’ha travolto. Anche perché le ferie in famiglia non sono state l’unico motivo della trasferta: in quella settimana il ministro ha incontrato venerdì 27 l’ambasciatore italiano Lorenzo Fanara (fosse arrivato proprio quel giorno per salvare la famiglia, organizzare una cena istituzionale al volo non sarebbe forse stata una priorità), e avrebbe incontrato il ministro della Difesa emiratino, che però ha dato notizia del vertice solo 48 ore dopo, quando il caso era già scoppiato. A Dubai c’era l’imprenditore e amico Giancarlo Innocenzi Botti.
Senza scorta
Proprio a pasticcio combinato, Crosetto ha peggiorato la situazione parlando di «impegni istituzionali improvvisi» inseriti nel corso del viaggio.
Una toppa che però è peggio del buco. Com’è stato possibile che il ministro si sia allora mosso senza scorta? Il ministero ha avvertito le autorità locali della sua presenza in loco?
Il protocollo generale prevede che la scorta avvisi, in caso di rinuncia alla “protezione”, la forza di polizia di appartenenza – in questo caso, invece, si tratta dei carabinieri interni al gabinetto – e che quest’ultima inoltri una relazione alla prefettura.
Tutto questo è avvenuto? A Domani risulta che i carabinieri non conoscessero la destinazione di viaggio del ministro. Davanti agli interrogativi, il ministero ha fatto sapere che «la scorta, salvo in casi eccezionali, non segue all’estero l’autorità». Tutto sotto controllo, quindi. Compresa l’incolumità dei passeggeri che hanno viaggiato col ministro.
Ed è proprio sulla data di partenza che il ministero non risponde a Domani. Le opposizioni pretendono che la premier riferisca in aula. Il Copasir, nel frattempo, sentirà mercoledì il capo dell’Aise Giovanni Caravelli per discutere degli scenari di guerra. Non è escluso che qualcuno a Caravelli chieda perché l’intelligence non fosse informata del viaggio. Un mero viaggio di piacere in cui, a parafrasare la presidente del Consiglio, Crosetto «non ha mai smesso di lavorare». E che di sicuro sarà difficile dimenticare.
(da Domani)

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