Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
I SONDAGGI CHE PREMIANO IL NO, LA CRESCITA DI VANNACCI, IL MURO DI MATTARELLA SULLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, LA GUERRA IN IRAN, LA CRISI ECONOMICA: ARRIVA LA TEMPESTA PERFETTA
Tocca dirlo: non è stata la settimana migliore del mondo, per il governo guidato da
Giorgia Meloni. Prendiamo il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, che da qualche parte bisogna pur cominciare: mesi a dire che sarebbe stata una vittoria annunciata, una specie di formalità. E invece eccoci qua, a quindici giorni dal voto con i sondaggi che danno il No in vantaggio, con un trend verso la bocciatura della riforma del governo che si rafforza giorno dopo giorno, anziché attenuarsi.
Dovesse andare così, sarebbe un disastro per la maggioranza di destra e per la premier, che già accarezzava l’idea di vincere e passare all’incasso con i voto anticipato. In caso di sconfitta, infatti, le toccherebbe aspettare la scadenza naturale della legislatura, permettendo alle opposizioni di imbastire qualcosa che assomigli a una coalizione di governo alternativa. E al generale Vannacci di erodere altri voti a destra.
Una combo, questa, che davvero può mettere a rischio la riconferma di Meloni alle prossime elezioni politiche del 2027 – altra cosa che fino a ieri veniva data per scontata – con annessa elezione del prossimo presidente della repubblica. Ecco perché Meloni e la maggioranza si sono dati da fare, in queste settimane, per trovare un accordo su una nuova legge elettorale costruita apposta per evitare la sconfitta, con la sparizione dei collegi uninominali e un premio di maggioranza enorme per la coalizione di maggioranza relativa, cioè loro. Risultato? Le opposizioni non ne vogliono sapere, e il Quirinale ha già fatto capire che non la farebbe mai passare, con quel premio di maggioranza che puzza di incostituzionalità da chilometri.
Il problema è che non finisce qui. Perché a tutto questo ora si somma pure la guerra in Iran, in relazione alla quale l’esecutivo sta collezionando una brutta figura al giorno, a partire da quella del ministro Guido Crosetto che non si capisce perché fosse a Dubai quando sono iniziati i bombardamenti a Teheran e le rappresaglie iraniane sugli emirati, e quelle del ministro Antonio Tajani, e le sue strategie per combattere i droni – “non affacciatevi alla finestra”. Gaffes a cui si unisce l’imbarazzo per le azioni dell’amico Trump, fino a ieri idolo assoluto e oggi alleato imbarazzante, tanto da far dire a Meloni – in radio, non in Parlamento – che “non siamo in guerra e non lo saremo mai”, anche se poi le basi all’America per bombardare le concediamo eccome.
E siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che la guerra potrebbe portare con se pure una bella crisi economica globale, non esattamente un toccasana per un economia asfittica come la nostra, che cammina sul filo dello zero virgola di crescita, e con conti pubblici che a dispetto del rigore del ministro Giancarlo Giorgetti sono peggiorati anche quest’anno, col deficit che è tornato sopra al 3% del PIL. Peraltro, tutto accade nell’anno in cui finisce l’effetto del Pnrr e dei soldi europei. Anche qui: non un grande affare, arrivare all’anno del voto in recessione e coi conti da risanare.
Ciliegina sulla torta, permettetecelo, il caso Paragon. Fino a ieri dicevano che nessuno aveva spiato i giornalisti, e che c’era la relazione Copasir a dimostrarlo. Falso, ma tant’è. Ieri è arrivata la perizia delle procure di Napoli e Roma a dimostrare che i giornalisti erano spiati eccome, con Paragon eccome. E che l’azione nei loro confronti – cioè: nei miei – si è svolta lo stesso giorno in cui è
partito lo spionaggio autorizzato di Beppe Caccia e Luca Casarini di Mediterranea, da parte dei servizi segreti interni. Stesso spyware, stessa ora, stessa azione: stesso mandante, pure, o è invece unagrande, incredibile, coincidenza? Anche qui: ora tocca al governo chiarirlo. E anche questo non sarà una passeggiata. Esattamente come per tutto il resto.
(da Fanpage)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
LE ANALISI FORENSI INDIPENDENTI: “CI CHIEDIAMO PERCHE’ NON SIANO EMERSE CONFERME NELLE INDAGINI DELLE AUTOITA’ ITALIANE”
È sempre più chiaro che nel caso Paragon c’è qualcosa che non torna. Ieri, l’indagine delle procure di Roma e Napoli ha rivelato che gli accessi dello spyware ai telefoni di Luca Casarini, Giuseppe Caccia e il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato avvennero nello stesso momento. Era il 14 dicembre 2024, e poco più di un mese dopo il caso sarebbe scoppiato con la rivelazione che giornalisti e attivisti erano stati messi sotto sorveglianza. Anche le analisi del Citizen Lab dell’Università di Toronto, di cui Fanpage.it ha preso visione, confermano questa versione dei fatti.
Un memo che attesta i risultati delle ricerche, infatti, afferma: “La nostra analisi indica, con un alto grado di certezza, che un dispositivo appartenente a Francesco Cancellato è stato compromesso con uno spyware” nella data in questione: 14 dicembre 2024. In questo periodo sono state individuate “anomalie nell’applicazione Whatsapp, che indicato un’attività che è compatibile con un’infezione di spyware avvenuta con successo”. Questo, peraltro, “non esclude la possibilità che uno spyware sia stato usato sullo stesso dispositivo in altre date”.
È l’ennesima conferma, insomma, che il telefono del direttore di un giornale è stato messo sotto osservazione con strumenti di spionaggio. Programmi che, per decisione dell’azienda produttrice, vengono venduti solamente a governi o agenzie governative che appartengono alla sfera di alleati di Israele e Stati Uniti.
Come detto, il 14 dicembre 2024 è anche il giorno in cui i servizi segreti italiani (in particolare l’Aisi, l’agenzia per la sicurezza interna) inserì Graphite sui cellulari di Giuseppe Caccia e Luca Casarini. L’intelligence ha spiegato questa coincidenza dicendo che il sistema Graphite era stato fuori uso per diverse settimane, e Paragon l’ha riattivato solo il 14 dicembre 2024 per tutti i clienti. Per questo, in quella data sarebbero avvenute numerose intrusioni. Una ricerca nei registri dell’Aisi non ha dato riscontri, per quanto riguarda il cellulare di Cancellato.
“Il caso di Cancellato è stato enormemente scomodo per il governo italiano e per Paragon Solutions, perché riguarda un giornalista spiato con lo spyware ‘etico’ di Paragon”, ha spiegato John Scott Railton, senior researcher al Citizen Lab. “L’annuncio delle Procure rende impossibile metterlo da parte, e solleva subito delle domande sul perché non fosse emersa alcuna conferma nelle precedenti indagini ufficiali svolte dalle autorità italiane. Servono urgentemente ulteriori approfondimenti”, ha continuato.
L’esperto ha sottolineato anche che i risultati annunciati dagli inquirenti “rendono giustizia in modo evidente alla policy di Whatsapp di avvisare i soggetti che vengono colpiti da spyware. In più convalidano in modo indipendente le analisi del Citizen Lab su questi casi”. Il punto è che resta ancora senza risposta “la domanda più importante: chi sta spiando giornalisti con il software di Paragon. Questo caso non è chiuso”.
(da Fanpage)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
SERGIO CAPPELLETTI ERA A DUBAI PER VENDERE SEI SOMMERGIBILI AL GOVERNO INDONESIANO CHE NEL FRATTEMPO RICEVERA’ GRATIS LA GARIBALDI, DEL VALORE DI 54 MILIONI MA ORMAI OBSOLETA SECONDO LA DIFESA
Nei giorni in cui Guido Crosetto era a Dubai negli Emirati Arabi Uniti c’era anche Sergio
Cappelletti, socio e presidente di Drass Spa. E l’imprenditore non vuole rispondere alla domanda del Fatto Quotidiano su un presunto incontro con il ministro della Difesa. Cappelletti doveva andare in Indonesia per la vendita di sei sommergibili al prezzo di 480 milioni. L’Indonesia riceverà gratuitamente anche la nave simbolo della nostra Marina: la Garibaldi, che vale 54 milioni. Ora l’imprenditore è bloccato a Dubai. Dovrebbe tornare in Italia l’11 marzo.
Cappelletti ha ammesso di essere a Dubai nei giorni in cui è arrivato il ministro. Ha rifiutato però di rispondere a una domanda diretta su incontri con Crosetto «per evitare strumentalizzazioni». Il ministro invece non ha risposto-
Cappelletti, 56 anni, romano, ha una società che fabbrica camere iperbariche, caschi subacquei e sommergibili. Il fatturato è di 16 milioni di euro e le controllate sono in Romania, Azebajan ed Eau. La Drass Middle East DMCC ha sede a Dubai.
E il quotidiano ricorda che la Commissione Difesa del Senato il 3 marzo scorso ha esaminato uno schema di decreto del ministro Crosetto e di Antonio Tajani riguardante «la cessione a titolo gratuito di nave Garibaldi a favore della Marina Militare» dell’Indonesia. Il dossier allegato spiega che la nave da 180 metri in acqua dal 1983 è ormai in obsolescenza. Vale 54 milioni e ha costi di manutenzione per 5. I costi futuri di alienazione finalizzata alla demolizione sono stimati in circa 18,7 milioni. Quindi «la cessione a titolo gratuito si configura quale opzione più conveniente rispetto alle alternative di mantenimento in riserva o di alienazione».
(da Open)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA FIGURA DI MERDA DEL GENERALISSIMO CHE AVEVA DETTO: “SE E’ ANDATA IN VACANZA IN UNA ZONA AD ALTO RISCHIO CHE PAGHI IL CONTO DI QUANTO E’ COSTATO IL SALVATAGGIO”… VANNACCI, PERCHE’ NON LO DICI A CROSETTO?
Si accende la polemica tra Roberto Vannacci e la rapper BigMama dopo il rientro in Italia dell’artista da Dubai, dove era rimasta bloccata per alcuni giorni a causa della chiusura dell’aeroporto e delle tensioni nell’area. Intervenendo in una conferenza stampa alla sede della Stampa estera a Roma, Vannacci ha commentato la vicenda sostenendo che chi sceglie di viaggiare in aree potenzialmente instabili deve assumersene le conseguenze. La sintesi della sua polemica riguarderebbe il fatto che se l’artista ha attaccato l’attuale governo, poi non può chiedergli aiuto quando è in pericolo. Ma, al rientro in Italia, la rapper, risponde dal suo profilo Instagram.
Le accuse
«Il compito di ogni governo è proteggere i cittadini. Ma ogni cittadino è
responsabile delle proprie azioni. Se BigMama è andata a passarsi le vacanze in una zona ad alta probabilità di crisi poi ne pagherà le conseguenze, verrà salvata e pagherà il conto di quanto è costato il salvataggio», ha dichiarato. Parole che hanno immediatamente alimentato il dibattito sui social e nel mondo politico.
La rapper: “Il volo è stato dirottato”
La rapper ha scelto di replicare pubblicando sui social un lungo messaggio per ricostruire la propria versione dei fatti. Secondo quanto raccontato da BigMama, il problema sarebbe nato durante il viaggio di rientro dalle Maldive: il volo partito da Malé il 28 febbraio, diretto a Milano con scalo a Dubai, non è riuscito ad atterrare perché «l’aeroporto era chiuso». L’aereo sarebbe stato quindi dirottato a Fujairah e i passeggeri trasferiti in autobus in un hotel a Dubai. «La prima cosa che ho sentito appena entrata nella camera è stato un missile intercettato sopra il nostro albergo», ha scritto l’artista, spiegando di aver passato diversi giorni nell’atrio dell’hotel insieme ad altri italiani in attesa di una soluzione.
“Il biglietto l’ho pagato io”
Nel suo messaggio, la cantante ha anche voluto chiarire le modalità del rientro in Italia. BigMama afferma di essere riuscita a tornare grazie a un nuovo volo acquistato autonomamente dopo giorni di attesa. «Siamo riuscite, con altri italiani incontrati in hotel, a cambiare il nostro biglietto del 28 febbraio con un volo partito il 5 marzo. Biglietto che ho pagato con i miei soldi, come il taxi utilizzato per arrivare in aeroporto», ha scritto. Una precisazione con cui l’artista ha respinto implicitamente l’idea di un eventuale intervento di salvataggio pagato dallo Stato.
“Vergogna”
Poi l’affondo dell’artista a tutti quelli che la hanno attaccata sui social dopo essere stati fomentati dal politico. «Vergogna a tutte le persone che in un momento così delicato hanno deciso di attaccarci, infangare la nostra reputazione, mentire. Vergogna a chi ci ha augurato di morire lontani da casa e dalla nostra famiglia. La vostra ignoranza è disarmante, ma spiega tante cose. Sono felice di non essere come voi. Fate schifo e sempre ne farete».
“Non ho mai odiato l’Italia”
Nel lungo post la rapper ha anche affrontato alcune critiche circolate online, tra cui accuse di essere ostile al Paese. «Non ho mai detto di odiare l’Italia. La amo da morire e cerco di portarla nel mondo ogni volta che posso», ha scritto. BigMama ha
spiegato che alcune polemiche deriverebbero da una vecchia intervista in cui aveva dichiarato di non sentirsi rappresentata dallo Stato per quanto riguarda i diritti delle persone LGBT+, precisando però di non aver mai parlato di lasciare definitivamente il Paese.
“Nuovi fratelli a Dubai”
Nel messaggio la rapper ha poi ringraziato le persone che l’hanno aiutata durante i giorni di attesa. «Io e la mia ragazza eravamo sole ma non ci siamo mai sentite tali», ha scritto, raccontando di aver trovato sostegno sia da parte degli emiratini sia di altri italiani presenti sul posto. Secondo il suo racconto, molti connazionali avrebbero offerto assistenza logistica, ospitalità e contatti per facilitare il rientro. «Ho trovato una nuova famiglia, dei nuovi fratelli».
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI PUNTA A PRESERVARSI CON LA SOLITA AMBIGUITA’
C’eravamo tanto amati. L’esuberanza interventista di Donald Trump ha superato il limite
sopportabile dalla destra italiana che sceglie di affrontare la nuova guerra del Golfo eliminando dalla risoluzione parlamentare, dagli interventi, dalle dichiarazioni a latere, ogni giudizio politico-ideologico sull’iniziativa americana.
Il conflitto è un dato di realtà, lo si affronterà guardando ai trattati e agli impegni che vincolano il Paese, e ogni scelta sarà presentata ai cittadini come inevitabile dovere. Un dovere di cui si farebbe volentieri a meno: quando Giorgia Meloni scandisce alla radio «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci», traccia una
linea di distanza personale e politica da questo immenso putiferio di cui nessuno, a nessun livello, ha ancora capito i veri obbiettivi, la durata, il senso profondo.
Gli effetti del fattore Trump
Il fattore Trump, ancora una volta, rischia di rivelarsi fatale per gli amici, con effetti a cascata particolarmente duri in Italia dove il caro-benzina è già una fiammata, il decreto Bollette è già azzerato e il caos mediterraneo lascia immaginare nuove ondate di profughi in un turbine di incertezze sommato all’enigma dell’inflazione, ai dazi e allo sconcerto per la propaganda bellica della Casa Bianca, che esalta la guerra rappresentandola come un appassionata sessione di Call of Duty o un film a ritmo di Macarena.
C’eravamo tanto amati, ma questo comincia a diventare troppo. E dunque: aiuto a Cipro come francesi, olandesi e spagnoli. Supporto ai Paesi del Golfo, nel quadro delle decisioni europee. E basi agli Usa solo per operazioni logistiche e di manutenzione in base agli obblighi dell’accordo bilaterale del lontano 1954.
Non facciamo nulla di diverso dalla Spagna, precisa Guido Crosetto, e anche qui c’è una traccia: la relazione speciale con Trump, col mondo dei conservatori Usa, con le loro scelte, è polvere da mettere sotto il tappeto, e se Pedro Sánchez, l’hombre vertical contro il trumpismo, può aiutare a nasconderla va bene pure lui.
La linea della prudenza
La linea della prudenza scelta dal centrodestra risponde all’ostilità assoluta dell’opinione pubblica italiana per questo nuovo conflitto: solo l’8,4 per cento appoggia “totalmente” l’intervento, il 70 per cento è contrario sotto il profilo del diritto oppure per timore delle conseguenze in termini di vite umane e crisi economica. La de-trumpizzazione del messaggio governativo è dunque un dato di necessità.
A maggior ragione alla vigilia della prova referendaria, che le sinistre affrontano cavalcando il sospetto autocratico nei confronti del centrodestra. Accostarsi ideologicamente all’uomo dei super poteri presidenziali non conviene, non serve nemmeno in quel contesto, anzi potrebbe risultare un grave danno per una campagna che ha già vissuto diversi episodi di auto-sabotaggio
Poi, certo, è possibile che ci siano sorprese nell’intervento parlamentare di Giorgia Meloni, anticipato a mercoledì prossimo, in vista del Consiglio europeo. Ma nulla le fa prevedere. La premier da tempo ha scelto di preservare la sua personale
immagine – principale risorsa di consenso per la coalizione di centrodestra – dalle tempeste dell’attivismo trumpiano. Ha lasciato ad Antonio Tajani l’onere della presenza all’insediamento del Board of Peace (a proposito: che fine ha fatto la super Onu che doveva risolvere i conflitti del mondo?).
Ha assegnato a Guido Crosetto l’incombenza di tracciare la linea governativa sulla guerra e di gestire il dibattito di ieri. Si è presa il suo tempo, anche aspettando che gli alleati europei elaborino una strategia che possa offrire una sponda certa. E magari la sintonia Maga è sempre la stessa, come dicono le opposizioni. Magari questa è solo una pausa tattica e presto la vicinanza trumpiana sarà, di nuovo, esibita come una medaglia. Ma per il momento vale il c’eravamo tanto amati, poi si vedrà.
(da La Stampa)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
GLI USA NON POSSONO TOLLERARE UN IRAN ALLEATO DI CINA E RUSSIA
Questa volta, almeno, ci vengono risparmiate le ideologie sulla “guerra di liberazione”. Certo possiamo trovarne ancora qualche cantore, ma solo tra i vassalli dei Trump e dei Netanyahu, i quali, come non si sognano più di perdere il proprio tempo discutendo alle Nazioni Unite o con gli “alleati” europei, così si mostrano interessati alla liberazione del popolo iraniano da decenni di despotismo teocratico quanto all’insediamento di una Repubblica di incorruttibili in Venezuela. Credo che anche la questione del nucleare rimanga in realtà del tutto in secondo piano.
Trump non ci fa certo leva come il suo collega Bush jr., ancora zavorrato da consuetudini di pseudo diritto internazionale, alla ricerca di rendere “giusta” l’invasione dell’Iraq con la storia delle armi di distruzione di massa. Che importa se meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove concrete dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l’atomica è cosa ovvia. E un Paese che ne dispone diventa intoccabile o quasi. Vedi Corea del Nord. Perciò l’obbiettivo che gli ayatollah certamente perseguono va a ogni costo impedito. Giusta guerra preventiva – come chiamavano quella da loro scatenata gli Imperi austro-ungarico e prussiano nel 1914.
La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono sbandierate in questi giorni. Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, ovvero precipitando alle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito in forza della Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo gioco, dove gli Imperi cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran gioca un ruolo essenziale.
L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile a altri Stati medio-orientali, è un medio-impero, con una storia millenaria, determinante gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche. Questo è il punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, e più che intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan.
In un mondo dove i conflitti regionali dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, vedi Brics, per rivendicare la propria autonomia anche politica, gli Stati Uniti non potranno mai “volentieri” acconsentire a un Iran strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo di tutte le “rotte” energetiche da parte di una tale alleanza. E siamo al problema: o le leadership mondiali comprendono di essere giunte alla soglia fatale, riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso (la sola “pace” concessa a noi mortali), oppure la valanga diverrà inarrestabile.
Siamo in guerra, e falsificazioni, propaganda, chiacchiere fanno parte di questo gioco feroce. Restano, semplici nella loro crudezza, gli atti che segnano irreversibilmente un mutamento d’epoca, una nuova stagione del discorso e della prassi politica, il crollo definitivo di una cultura che aveva segnato il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea.
Non solo nessun leader europeo ne è oggi l’erede, ma la maggior parte nasce dalle correnti ideologiche che più fieramente l’avevano contrastata. Ventotene e Camaldoli dove siete? Solo dieci anni fa avevano ancora l’impudenza di celebrarvi. C’è oggi quasi da sentire nostalgia per quei rituali ipocriti. È venuto meno anche il rispetto per i defunti. A Ventotene si pensava a un ordine internazionale federale, non «mediante un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli», un ordine «che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici», un ordine dotato di un corpo di leggi «al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi».
Quali utopie da anime belle! Oggi la nostra Realpolitik esalta Imperi e, allo stesso tempo, moltiplica nazionalismi e sovranismi con i quali staterelli vari coprono la loro condizione di vassallaggio. Ai laici di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato lo riconosce attraverso la sua azione vòlta a liberarla da tutti gli
ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica. Che salutare disincantamento anche da queste prediche, le quali, direbbero i Vance, frenano la competizione, sprecano risorse a fini assistenzialistici, limitano l’efficienza decisionistica degli esecutivi! E a Ventotene e a Camaldoli invocavano insieme: “pace”.
Anzi, lo scrivevano addirittura: ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Illusi; come potevano capire la natura degli Imperi se li detestavano moralisticamente? Un Impero non può ripudiare la guerra, almeno fino a quando la pace non sia la sua pace, quella che viene dalla sua vittoria e dallo schiacciamento del nemico. Pax romana, appunto.
E così, a forza di Realpolitik, siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, al ritenerla infine una situazione normale, il mezzo standard con cui si risolvono i conflitti. Superfluo anche ormai discutere sulle ragioni di una parte o dell’altra – dispute scolastiche, sofistiche. Chi è più forte ha un diritto di natura a intervenire là dove ritenga minacciati i propri interessi. Ma chi è oggi il più forte? Se l’Occidente crede di esserlo e si sbaglia, il suo errore sarà fatale per il pianeta Terra.
Massimo Cacciari
(da La stampa.it)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
UNA GUERRA SENZA SENSO, DALL’ESITO IMPREVEDIBILE, CON TRUMP SOTTO RICATTO DI ISRAELE PER IL CASO EPSTEIN
Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile, con un attore, Donald Trump, sospetto
di essere sotto il ricatto di Israele per il caso Epstein, e con un protagonista assoluto, Benjamin Netanyahu, che è l’unico ad avere chiaro l’obiettivo: una guerra infinita per restare al potere. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, offre uno sguardo come sempre analitico della situazione.
Come si colloca questa guerra nell’arco di quelle degli ultimi venti anni?
Nella traiettoria lunga delle guerre al terrorismo a partire dal 2001, dall’attentato alle Torri gemelle. Si tratta di guerre che per definizione sono invincibili, in cui si possono certamente ottenere dei risultati tattici, ma in cui non essendoci obiettivi strategici non si può rivendicare alcuna vittoria.
Le sembra che Trump si possa collocare in una continuità con George W. Bush?
Ci sono molte differenze. Innanzitutto, colui che l’ha dichiarata ha sempre definito
questo tipo di guerra come stupida. Inoltre, a differenza di quelle di Bush, la guerra di Trump non ha una componente ideologica: il presidente Usa ha provato a sostenere che si trattasse di un cambio di regime, ma poi ha cambiato idea. E infine si tratta di una guerra privata, che scaturisce dal rapporto intimo, e contrastato, tra Netanyahu e Trump.
Che hanno obiettivi diversi…
L’obiettivo del premier israeliano è la guerra infinita in Medio Oriente, un modo per restare al potere il più a lungo possibile disinteressandosi delle sorti di Israele, mentre dall’altra parte penso non sia un cedimento al complottismo pensare che esistano forme di ricatto da parte di Netanyahu nei confronti di Trump, utilizzando il caso Epstein.
I rapporti di Epstein con Israele quindi offrirebbero a Netanyahu un’arma segreta?
Israele vuole evitare quello che considera il suo principale rischio, che l’America l’abbandoni. Quando Netanyahu ha paragonato Israele a Sparta, cioè a una potenza militare permanente e capace di dotarsi da sola dei mezzi per difendersi, si riferiva proprio a questo scenario. Tel Aviv, che ha come necessità assoluta il coinvolgimento attivo degli Usa, ha invece visto crescere lo scenario di un’America, intesa come élite, governo e opinione pubblica, che ne ha abbastanza del Medio Oriente. I sondaggi Usa vanno in questo senso.
Questo progetto si pone al prezzo di una destabilizzazione continua del Medio Oriente. Fino a dove può arrivare l’Iran?
Per l’Iran l’obiettivo è sopravvivere. Obiettivo che ritengo possibile, a meno di una guerra civile interna, su cui puntano gli israeliani, e dunque della fine dell’Iran. Che però non è un regime, ma uno Stato che ha un regime. Quindi, se si vuole cambiare il regime occorre cambiare lo Stato, affrontando le incognite conseguenti. Si continua impropriamente a parlare di Khamenei, padre e figlio, come di un dittatore, ma non è così. In Iran la guida suprema è simbolica, ha potere, ma lo condivide con una quantità di persone che fanno capo ai Guardiani della Rivoluzione.
Ma se questo potere dovesse essere destrutturato, che succede?
Ci troveremmo di fronte al sovvertimento dell’ordine che ancora esiste in Medio Oriente e che lo stesso Iran garantisce. Stiamo già vedendo in questi giorni la
destabilizzazione di un’area che resta importante per il resto del mondo e soprattutto per noi europei e italiani.
E dove si ferma Trump?
Questo purtroppo non si è ancora capito.
Per quanto riguarda l’Italia, esistono le condizioni per dire che siamo in guerra, non ci siamo oppure potremmo finirci?
Certamente oggi quelle condizioni non ci sono, non siamo in guerra al momento. Ma il rischio di finirci involontariamente c’è. Possiamo finire nel mirino della rappresaglia e gli Usa o Israele o tutti e due possono costringerci a utilizzare asset italiani per la loro guerra e in tal caso quegli asset diventano bersagli.
Esiste ancora un diritto internazionale o ci sarà un nuovo equilibrio tra Stati e potenze?
L’equilibrio geopolitico è possibile ed è sempre auspicabile, ma non c’entra nulla con il diritto internazionale che in realtà non è mai esistito. Oggi è ancora di più così come dimostra il discorso che il premier canadese Mark Carney ha tenuto a Davos poche settimane fa. Gli americani si sono sempre regolati con il proprio standard, e alla fine ognuno ha i suoi valori e i suoi interessi.
Che giudizio dà di Sánchez?
Si deve dare atto a Sánchez di aver assunto una posizione particolarmente coraggiosa e di buon senso nel momento in cui sembra prevalere il non senso. In ambito euroatlantico stiamo assistendo a un riposizionamento, lento, ma anche a un impazzimento delle posizioni semplicemente perché assistiamo a eventi che non controlliamo e che ci limitiamo a subire.
A Meloni non sono mancate la schiena dritta e la testa alta che spesso rivendica?
Meloni, e non solo lei, è ancora sconvolta per quello che sta succedendo: nessuno ci aveva detto quello che stava per accadere e noi non siamo stati in grado di prevederlo.
(da Repubblica)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSERVIMENTO CORTIGIANO DEL GOVERNO MELONI A TRUMP E QUINDI A INTERESSI STRANIERI RASENTA L’INDEGNITA’
È stato detto molte volte, ma va ripetuto ancora. Siamo entrati in un’era diversa da quella creata da chi aveva conosciuto la guerra e per questo l’aveva relegata negli angoli del possibile.
Le ex potenze coloniali e le due superpotenze hanno impiegato un po’ per scrollarsi di dosso l’abitudine a far risuonare le armi e si sono dedicate negli anni Cinquanta a Indocina, Algeria, Indonesia, Africa inglese e lusitana, passando per la Corea e successivamente il Vietnam. Tuttavia c’erano delle linee rosse.
Nel 1956 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fermarono Israele che insieme a Francia e Gran Bretagna voleva sottrarre il controllo di Suez agli egiziani. Poi l’invio di missili sovietici a Cuba nel 1962 arroventò il telefono rosso tra Usa e Urss, ma funzionò. La storia del Dopoguerra non è rose e fiori, sia chiaro. Ma c’erano delle regole, delle norme, delle istituzioni che imbrigliavano le pulsioni all’uso indiscriminato della forza. L’Onu sopra ogni altro godeva di rispetto e autorevolezza.
Basti ricordare come George W Bush avesse cercato il suo avallo prima di scatenare la seconda guerra del golfo nel 2003, avallo che era stato invece garantito per la prima guerra del golfo del 1991, attivata a respingere l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.
Alle Nazioni Unite Bush subì una cocente umiliazione politico-diplomatica in quanto la maggioranza dei componenti del consiglio di sicurezza incoraggiata dalle nette posizioni contro l’invasione di tedeschi e francesi (espresse in quella sede da un memorabile discorso dei ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin), era pronta a negare il consenso.
Da allora gli Stati Uniti hanno boicottato le Nazioni Unite, senza che nemmeno i presidenti democratici invertissero la rotta. Prive del sostegno del paese che le ha inventate, e che ne assicurava gran parte del senza le bussole di un tempo. La Nato, guidata da un lustrascarpe di Trump, è in pre morte cerebrale. L’Unione europea non ha mai dato sostanza alla sua politica di difesa e sicurezza, tant’è che nessun leader politico di peso ne ha occupato il posto (e che errore fece Matteo Renzi quando, per pura vendetta interna, vi nominò la giovane e inesperta Federica Mogherini invece di Massimo D’Alema). In questo quadro come si muove l’Italia?
Meloni ha dimostrato eccellenti doti di equilibrismo. Ma quando è arrivato Donald Trump la corda su cui camminare si è fatta sempre più tesa e sottile. Oggi il governo è di fronte ad una scelta netta: o con il bellicismo sfrenato israelo-americano o con l’opposizione alla prepotenza e all’arroganza guerriera di chi fa piovere bombe su chicchessia, a proprio gradimento. Per quanto non piacesse a nessuno quel macellaio oscurantista della Guida suprema iraniana, la sua uccisione, a freddo, non è altro che un crimine. Nessuno può arrogarsi questo diritto, fuori da ogni diritto.
Se un missile colpisse il criminale di guerra Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale per lo sterminio perpetrato a Gaza (dove l’esercito israeliano
continua a massacrare civili e impedire l’afflusso di viveri e medicine in barba agli accordi siglati) chissà cosa si direbbe…. Il ministro della difesa Guido Crosetto, alla Camera ha affermato, bontà sua, che l’azione in corso contro l’Iran si colloca al di fuori dal diritto internazionale.
Peccato che la dichiarazione di maggioranza abbia omesso di ricordare che la situazione di crisi nella regione mediorientale è stata provocata dall’attacco di Israele e Stati Uniti: nemmeno mai citati nel testo. L‘asservimento cortigiano a Trump rasenta l’indegnità. Il governo non ha nemmeno l’onesta intellettuale di affermare che i missili che l’Iran scaglia in ogni dove sono la conseguenza di quell’aggressione. Si premura soltanto di restare fuori da ogni guaio, militare o diplomatico, cercando di non scontentare troppo l’amico americano.
Del resto, come diceva Don Abbondio, il coraggio uno se non ce l’ha mica se lo può dare…
(da EditorialeDomani)
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Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile
PER NON FARE UN’ORA D’AUTO IL MINISTRO DEVE PRENDERE UN ELICOTTERO? E NON PER ESIGENZE DA MINISTRO MA PER PROPAGANDA POLITICA PER IL REFERENDUM
Martedì sera l’elicottero della Guardia di Finanza su cui viaggiava il ministro della
Giustizia Carlo Nordio è atterrato sul campo da calcio di Potenza, in Basilicata,
rovinandolo. Il manto in erba sintetica si è sollevato da terra dopo l’atterraggio e si è riadagiato in modo irregolare, formando una serie di onde che lo hanno reso impraticabile.
Nordio era andato a Potenza da Bari per partecipare a un incontro sul referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e il 23 marzo, organizzato nella sala conferenze della biblioteca, e quindi fare propaganda per il Sì, cioè per confermare la riforma della magistratura voluta dal governo.
Per il campo rovinato ci sono state molte proteste dei parlamentari di centrosinistra: tra gli altri Debora Serracchiani, deputata del Partito Democratico, ha detto di avere depositato un’interrogazione parlamentare per il ministero della Giustizia e quello dell’Economia per chiedere conto dell’utilizzo di un elicottero pubblico per un evento di campagna referendaria.
La Lega Nazionale Dilettanti della Basilicata, il comitato regionale della federazione nazionale (FIGC), ha quindi disposto la chiusura del campo, su cui si allenano e giocano varie squadre delle società dilettantistiche locali e dei settori giovanili. Molte se ne sono lamentate. Non si sa ancora quando potrà riaprire né il costo dell’operazione.
(da agenzie)
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