Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
“SILVIO SI STA GIOCANDO TUTTO, NOI RISCHIAMO DI FARE LA FINE DEGLI ASCARI CHE DIFENDONO L’ULTIMO FORTINO”…”E TRA DUE ANNI TORNIAMO AL 4%”…. NELLA LEGA SCOPPIANO CASI “DI INCOSCIENZA” … PANICO DA POLTRONE NELLO STATO MAGGIORE PADANO
“Se la Moratti perde anche il ballottaggio, per noi è difficile rimanere lì”. Questa volta Umberto Bossi pesa ogni singola parola.
Non è più il tempo della campagna elettorale.
Ma quello di capire quale strada debba imboccare la Lega.
Il voto di Milano – tradizionalmente vittorioso per il centrodestra – si è improvvisamente trasformato nel momento delle scelte.
“La situazione – ripete il Senatur ai big del Carroccio – non è facile. Noi ci impegneremo fino al 30 maggio, ma la vedo complicata”.
La tensione è altissima.
Il summit convocato nella sede di Via Bellerio assume contorni drammatici.
Il leader lumbard invoca la calma: l’ipotesi di una rottura con il premier non può essere presa alla leggera.
Ma l’incubo di tornare nel limbo della marginalità si materializza come uno spettro. Il Senatur fuma il sigaro e sfoglia i dati di tutte le elezioni locali. Davanti a lui ci sono Calderoli e Maroni, Cota e Giorgetti, Reguzzoni e Renzo Bossi.
La sconfitta milanese è qualcosa di più di un semplice passo indietro.
Può mettere in crisi il sistema di potere che negli ultimi vent’anni ha governato il cuore industriale del Paese. “Sarebbe la fine di un ciclo”.
E proprio per questo rischia di determinare scelte radicali in quello che Berlusconi ha sempre definito “l’alleato più fedele”.
Perchè a quel punto “la crisi sarebbe alle porte”.
Una svolta che Bossi non vorrebbe compiere, ma teme possa diventare una opzione obbligatoria: “Possiamo ancora rimanere lì?”.
Del resto, il risultato del centrodestra è inaspettato. Lo ha spiazzato. Il suo “fiuto” questa volta ha tradito.
E ora l’analisi è impietosa.
E sebbene ci sia stato un rimpallo di responsabilità tra i quadri leghisti sulle scelte delle candidature, le accuse del Senatur sono rivolte in primo luogo al Pdl e al Cavaliere.
“È crollato il Popolo delle libertà e ci ha trascinato verso il basso”, è la sua analisi.
Quasi per sollevare l’umore della sua truppa, legge persino il misero 9% a Milano in controluce: il Carroccio perde quasi 6 punti rispetto alle regionali, ma ne guadagna un paio nel confronto con le comunali.
Ma cinque anni fa la situazione era molto diversa, il Carroccio non aveva monopolizzato le stanze del potere come ora.
“Il problema – ripete allora ai suoi fedelissimi – non è la nostra tenuta. Noi, dopo la vicenda immigrati, potevamo essere travolti. Ma non è stato così. Il problema è il Pdl”.
È l’asse tra la Lega e il Pdl, l’abbraccio tra Bossi e Berlusconi.
L’interrogativo del “capo” allora diventa un rovello nella seduta-fiume convocata nel bunker milanese.
Tutti si rendono conto che questo sta diventando il “momento della verità “. “Se si perde a Milano – è la sua analisi – Berlusconi non avrà solo contro i magistrati, ma in Parlamento verranno meno i Responsabili, il Quirinale non potrà che fare il suo dovere e via dicendo. Per risollevarsi dovrebbe fare la riforma fiscale, quella costituzionale, rilanciare l’economia. Ma non sarebbe in grado di farlo”.
E per rendere tutto ancora più drammatico cita il piano di Tremonti presentato all’Ue che prevede tagli per 8 miliardi quest’anno, il prossimo e nel 2013.
Non solo. “Tutti gli chiederanno di dimettersi e lui non lo farà . In quella situazione rischiamo di fare la fine degli ascari che difendono il forte e tra due anni torniamo al 4 per cento”.
Una prospettiva che terrorizza tutto lo stato maggiore padano.
Bossi chiede allora di lavorare “ventre a terra” per cercare di ribaltare la situazione a favore della Moratti.
Per evitare così la scelta più traumatica.
In caso di successo, allora, “potremo organizzare il rilancio e le riforme. Solo così ha senso restare. Altrimenti per noi è difficile reggere”.
Anche perchè tutti i big leghisti sanno che la base è una pentola in ebollizione.
Rischia di scoperchiarsi con un boato.
Ma recuperare a Milano è “complicato”.
Tra i potentati meneghini – anche Berlusconi – già circola un sondaggio che vede volare Pisapia. “Silvio – dice il Senatur ai suoi – deve tirare fuori qualcosa dal cilindro. Non può dire ora che è un voto locale”.
Eppure c’è un altro aspetto che fa infuriare il Carroccio.
La lotta intestina nel Pdl.
Il loro dito indice è puntato contro il Governatore Formigoni e contro Cl, accusati di aver votato contro Berlusconi.
“Quello – è il sospetto di Bossi riferendosi al presidente lombardo – pensa di poter approfittare della crisi interna al suo partito”.
Accuse che un po’ tutti confermano e che nello stesso tempo fanno salire ulteriormente la tensione e la preoccupazione per un futuro incerto.
La lista degli addebiti verso il Pdl si allunga: ognuno dei presenti al vertice riferisce un episodio che conferma l’analisi del Senatur.
E a questo punto la memoria corre a sei mesi fa.
Quando, dopo lo strappo di Fini, si aprì la prima riflessione nella maggioranza. “Avevamo detto a Silvio che doveva preparare l’alternativa a se stesso. Doveva indicare un nome. E invece ha scommesso su stesso pensando al 2013. Ma così o vince tutto o perde tutto”.
Dopo il 30 maggio, dunque, l’equilibrio della politica potrebbe d’un tratto cambiare.
La Lega sa bene che a giugno ogni crisi di governo non può portare alle elezioni anticipate.
“Ma nessuno – avverte il leader lumbard – può dire quale sarà la soluzione. Ci chiederanno l’allargamento a Casini e ci parleranno di un governo istituzionale. Noi aspetteremo e vedremo”.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL PESO DI CHI NON E’ ANDATO A VOTARE, DEI CENTRISTI E DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE…SOLO A NAPOLI C’E’ UN 40% DI ASTENUTI CHE FA GOLA
Astensionismo, Terzo Polo e 5 Stelle. 
Eccole le tre variabili che avranno un peso decisivo per l’esito dei ballottaggi delle amministrative in programma tra 15 giorni.
“Napoli e Milano? Risolveremo questo problema prendendo una iniziativa politica e il giorno per annunciarla è oggi” annuncia Francesco Rutelli.
Uscito dalle urne con un risultato non proprio brillante (in alcuni casi è stato superato dai 5 Stelle), il polo centrista si ritrova comunque ad essere decisivo tra 15 giorni.
Quando, in particolare a Milano e a Napoli, l’arrivo dei consensi terzopolisti potrebbe far pendere la bilancia nell’una o nell’altra parte.
Condizionando l’esito di consultazioni che non si limiterà ai sindaci.
Ma avrà una ripercussione sulla tenuta dell’esecutivo.
C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato.
E’ l’astensionismo che, in particolare a Napoli ma anche altrove, ha colpito duro. Senza dimenticare l’exploit dei 5 Stelle che, in alcune realtà , sfiorano le due cifre.
Milano e Napoli dunque.
Nel capoluogo lombardo Giuliano Pisapia ha fatto il pieno di consensi, attestandosi su un 48% che fa gridare al miracolo. Letizia Moratti è ferma al 41,6%.
Per questo entrambi gli sfidanti, ma in primis la Moratti, guardano con interesse a quel 5,5% conquistato dal candidato del Terzo Polo.
Non a caso la Moratti dopo aver alzato i toni in campagna elettorale, adesso blandisce la Milano “moderata”.
Che, però, per bocca di Manfredi Palmeri resta vaga: “Daremo
indicazione ai candidati in relazione ai temi della città ‘”.
Pisapia, invece, esclude nuovi apparentamenti pur mandando un messaggio a Terzo Polo e 5 stelle (3,2%): “Penso che possano avere fiducia in me”.
Secca la prima replica del movimento vicino a Beppe Grillo: “Noi non diamo e non daremo indicazioni di voto”.
A Napoli la situazione è molto più complessa.
Perchè la partita non è solo legata ai voti terzopolisti e all’astensione ma anche interna al centrosinistra.
Se il candidato del Pdl Gianni Lettieri, forte del 38,5%, guarda a quel 9,7 di Casini e soci, il suo antagonista, l’ex pm Gianni De Magistris (27,5%) deve prima risolvere la questione dei rapporti con il Pd e con l’ex prefetto Morcone che ha raccolto il 19%.
Questione non da poco, viste le polemiche che hanno segnato l’opposizione partenopea e i continui affondi di De Magistris contro l’ex governatore del Pd Antonio Bassolino.
Quello che appare certo è che il Terzo Polo (9,7%) non si schierarà mai con il “giustizialista” De Magistris.
Casini lo ha detto in tutte le salse. Ma c’è dell’altro.
Ovvero il primo “partito” della città : gli astenuti che sfiorano il 40%.
Un bacino di consensi che se conquistati, anche solo parzialmente, cambierebbe l’esito finale.
A Trieste, invece, la partita è aperta.
Al primo turno i candidati sono andati in ordine sparso e Roberto Cosolini del centrosinistra ha ottenuto il 40%, staccando Roberto Antonione del Pdl (27,56%).
Dato per scontato che il 6% della Lega confluirà su Antonione, gli appetiti del centrodestra si concentrano sui voti del candidato della Destra (10%).
In ballo anche il 6% dei % stelle e il 5 % dei terzopolisti.
In Sardegna la sfida è tra Massimo Zedda del centrosinistra al 45,11 e Massimo Fantola al 44,72 per cento. Con il Terzo polo al 4,46.
Al sud occhi puntati sulla Calabria dove Pdl e Udc hanno stretto alleanza.
A Cosenza se la vedono Mario Occhiuto, sostenuto da Pdl e Udc , al 45,63% ed Enzo Paolini (lista civica, sel, idv) al 36,85 per cento.
Da tenere presente il 16 per cento che si è raccolto intorno al sindaco uscente Salvatore Perugini del Pd.
Sfida anche a Crotone tra Peppino Vallone del centrosinistra (25,67) e Dorina Bianchi (pdl-udc) al 20,35 per cento.
In Toscana, invece, va al ballottaggio Grosseto: Emilio Bonifazi, centrosinistra, si ferma al 45,83%, Mario lolini del centrodestra al 35,41.
Qui conterà anche il movimento 5 Stelle e il suo 5,16 per cento.
E il peso dei 5 stelle si sentirà ancor di più a Rimini dove Luigi Camporesi vola all’11,31 per cento.
Una valanga di voti che, a secondo di come saranno indirizzati, deciderà il ballottaggio tra Andrea Gnassi del centrosinistra (37,94%) e Gioenzo Renzi (34,70).
Oltre Milano, altri due ballottaggi al nord: a Rovigo dove il Terzo Polo e Varese, dove la corsa sarà centrodestra, arrivato al 49,36% e centrosinistra al 30,25. Anche qui, decisivo il terzo polo con il 6,87%.
Sono sei invece le amministrazioni provinciali che decideranno al secondo turno il loro presidente (Macerata, Mantova, Pavia, Reggio Calabria, Vercelli e Trieste).
A Macerata il candidato del centrosinistra Antonio Pettinari (43,11%) si confronterà con il candidato del centrodestra e presidente uscente Franco Capponi (42,76%).
A Mantova Alessadro Pastacci (centrosinistra) ha ottenuto il 41,81% mentre il candidato di centrodestra Gianni Fava il 41,09%.
A Pavia il candidato del centrodestra Ruggero Invernizzi (44,11%) se la vedrà con Daniele Bosone del centrosinistra (33,82%), mentre a Reggio Calabria il candidato del centrodestra Giuseppe Raffa (45,4%) avrà come avversario il candidato del centrosinistra uscente Giuseppe Morabito (26,58%).
A Vercelli il candidato del centrodestra Carlo Riva Vercellotti ha ottenuto il 49% dei voti mentre quello del centrosinistra Luigi Bobba il 33%.
Infine, a Trieste, il presidente uscente di centrosinistra, Maria Teresa Bassa Poropat (48,5%) andrà al ballottaggio con il candidato di centrodestra Giorgio Ret (29,8%).
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
RESTA IL GELO TRA I DUE LEADER, MA LA LEGA SCONFITTA AL NORD NON PUO’ PER ORA PERMETTERSI LA ROTTURA… SEMBRANO ORMAI DUE PUGILI SUONATI SUL RING CHE SPERANO NEL MIRACOLO
All’ennesima telefonata contro il premier, il conduttore non si è più trattenuto: “Siete ossessionati da Berlusconi. Siete ossessionati dal nulla perchè il berlusconismo non esiste. Berlusconi ha intercettato ciò che c’era già e cioè la voglia di avere più soldi, fare le vacanze, avere una bella casa e una bella macchina. Tutto questo passerà , resteranno i pensieri di Bossi”.
Cronache da Radio Padania nel day after del disastro milanese.
I pensieri di Bossi resteranno pure (anche se il federalismo la base leghista lo aspetta da vent’anni ormai) ma la realtà di oggi è che il Cavaliere e il Senatùr somigliano entrambi a due pugili suonati sul ring.
Storditi, annichiliti dalla vittoria dei no al referendum milanese suL premier.
Difficile dire chi sta peggio tra i due, che alle sette di sera di lunedì si sono pure sentiti per telefono.
Una conversazione breve e interlocutoria.
La versione più diffusa parla di “gelo”, ma le colombe del Carroccio si affannano a precisare che “è stata una telefonata normale in cui i due si sono assicurati reciprocamente l’impegno massimo per il ballottaggio e hanno programmato un incontro per vedersi”.
I fatti però vanno nella direzione opposta.
Se non altro perchè alla vigilia del voto lo stesso Bossi aveva detto “se a Milano si perde, perde Berlusconi”, facendo trapelare la tentazione della “carognata finale”.
Ma ora che la suggestione ha preso forma nel trionfo di Pisapia al primo turno, il Senatùr ha imposto una tregua di due settimane ai suoi.
Vuole aspettare, e capire soprattutto.
Lui che si è sempre vantato del fiuto del suo naso è rimasto sbalordito dal livello di antiberlusconismo raggiunto dal suo elettorato, sfociato nel voto disgiunto o nell’astensionismo.
Per il momento, la linea si muove su due piani: “lavoriamo per vincere, poi faremo la verifica” e “non ascoltiamo le sirene” della sponda democrat per la spallata al governo.
Ma dietro l’angolo c’è il solito fantasma.
Quello di un esecutivo guidato da Tremonti.
Lo spettro che aleggia su Palazzo Grazioli è questo e lo ha denunciato ancora una volta Alessandro Sallusti nel suo editoriale di ieri sul Giornale: “Le insidie più che dall’opposizione, arrivano dall’interno. Non tutti, dentro al centrodestra, si sono disperati per il risultato di Milano. Anzi, qualcuno si è pure fregato le mani intravedendo possibilità di scalate interne e di potere”.
Il premier però sarebbe davvero stufo del metodo Boffo imposto da Sallusti e Santanchè anche alla campagna elettorale di Milano (da Lassini alle accuse della Moratti a Pisapia).
E così ieri ci sarebbe stata un tremendo “cazziatone” al direttore del Giornale (è circolata la voce che Sallusti avrebbe avuto persino un malore).
Tutti sotto un treno, dunque.
Ed è così che è apparso ieri, in evidente stato di choc, l’intero stato maggiore pidiellino davanti alle telecamere.
Denis Verdini ha addirittura forzato la mano sostenendo che “tolta Milano, per il resto è stato un pareggio”, come se il carico politico nazionale delle elezioni meneghine fosse improvvisamente scomparso dalla scena.
Ma il giorno dopo la grande sconfitta, gli occhi erano tutti puntati sul Cavaliere.
Che ieri mattina ha visto per pochi minuti la Moratti e la Gelmini, assicurando che la campagna elettorale per il ballottaggio sarà all’insegna dei toni bassi e del territorio.
La necessità è quella di riacciuffare il voto moderato, quello che ha penalizzato Berlusconi lasciandolo solo con meno di 30mila preferenze. Un dato che ha spaventato e che ha convinto la Moratti a prendere le distanze proprio dal Cavaliere: “D’ora in poi risponderò solo a me stessa”. “
Dobbiamo fare anche un mea culpa” ha sottolineato ieri un La Russa visibilmente provato dalla sconfitta.
Si cambia totalmente registro, insomma.
E, soprattutto, il Cavaliere starà lontano da lei, anche se ufficialmente ha detto che “c’è ancora la possibilità di vincere e io ce la metterò tutta”.
Ma da dietro le quinte.
Ecco, questa è la vera novità del giorno dopo il bagno di sangue elettorale: Berlusconi forse non si farà vedere nella sua città , non alzerà i toni contro la magistratura e bloccherà ogni iniziativa parlamentare che possa creare frizioni o mediatiche o con gli alleati.
Profilo basso. B. ha dato il via libera solo ad alcuni manifesti che già da oggi potrebbero comparire sotto la Madonnina: “Non lasciamo che Milano finisca nelle mani dei centri sociali”, che però non si discostano molto dalla linea Santanchè ancora all’attacco: “Con Pisapia, al comune droga e Leonkavallo”. Poi sarà la volta di una accorata lettera aperta ai milanesi da parte del sindaco Moratti.
Berlusconi vuole depotenziare il più possibile la valenza politica del voto di Milano per evitare che l’eventuale sconfitta affondi il governo, come sperano in tanti.
Così fino ai ballottaggi non si sentirà parlare di riforma della giustizia, di processo breve e di legge per l’allargamento della compagine governativa, di nuovi sottosegretari e di comizi davanti al tribunale.
Anzi, con il placet di Ghedini, ieri sera presente al vertice dei colonnelli a Palazzo Grazioli, il Cavaliere potrebbe decidere di disertare, almeno per un paio di settimane, persino le aule del tribunale di Milano.
Le guerre private, stavolta, vanno messe da parte.
Fabrizio d’Esposito e Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
SUL TAVOLO DELLA MAGGIORANZA GLI SCENARI LEGATI ALLA RICANDIDATURA DI BERLUSCONI
È Napolitano il vero vincitore delle elezioni, è lui che agli occhi di Berlusconi è diventato oggi
l’uomo forte della politica italiana, trasformandosi nell’unico punto di riferimento dentro e fuori il Palazzo, dopo che le urne hanno distribuito cocenti sconfitte e contraddittori successi.
È sul Colle che secondo il Cavaliere siede il suo vero competitor, uscito rafforzato dal test delle Amministrative.
Berlusconi infatti è consapevole che il risultato di Milano indebolisce il suo esecutivo e lo consegna nelle mani del Quirinale, più ancora che in quelle di Bossi.
Se cadesse la «capitale» del patto tra il Cavaliere e il Senatùr, nulla andrebbe escluso: i maggiorenti del Pdl mettono nel conto persino una crisi di governo, malgrado il centrodestra paia in procinto di allargare ulteriormente la propria maggioranza in Parlamento.
Tutto (o quasi) inutile, dopo che il premier ha trasformato la sfida nel capoluogo lombardo in un referendum su se stesso.
Già il responso del primo turno compromette le mosse future del Cavaliere, pregiudicando una sua possibile ricandidatura alle prossime Politiche, e confermando un convincimento maturato in questi mesi da Bossi, secondo cui il centrodestra perderebbe se Berlusconi si riproponesse per palazzo Chigi.
Ma intanto c’è da gestire l’emergenza, il contraccolpo immediato, siccome la perdita di Milano rischierebbe di avere sull’attuale maggioranza lo stesso effetto che ebbe sul centrosinistra la perdita di Bologna.
Le recriminazioni sulla debolezza del candidato sindaco non servono.
Non basta rilevare il fatto che la Moratti abbia ottenuto meno voti delle liste di centrodestra, elemento che da oltre un mese emergeva dai sondaggi e che aveva allarmato il Cavaliere.
E poco importa se la gestione della cosa pubblica non abbia convinto i cittadini, a causa di un’assenza di strategia su un grande evento come l’Expo. I cocci sono comunque del premier, tocca a lui pagare il conto: Bossi ieri gli ha mandato un preventivo della fattura.
Non c’è dubbio che l’eventuale punto di rottura del berlusconismo passerebbe dalla faglia che si è aperta con il Carroccio.
Ma l’arbitro della sfida è il Colle, e Verdini dice quel che il Cavaliere pensa: «In questa fase confusa è chiaro che il capo dello Stato assumerà un ruolo determinante». Per capire fino a che punto ormai–agli occhi dei berlusconiani–si sia dilatato questo ruolo del Quirinale, il coordinatore del Pdl arriva a sussurrare con un sorriso amaro: «Ora Napolitano fa anche l’ambasciatore…».
Il riferimento è alle assicurazioni fornite ieri dal presidente della Repubblica alle autorità palestinesi, circa il rafforzamento delle relazioni diplomatiche con l’Italia.
Così in Berlusconi si è rafforzato un sospetto che aveva preso corpo due settimane fa, quando Napolitano chiese – a sorpresa – un passaggio in Parlamento del governo dopo la nomina dei nuovi sottosegretari: «In passato non si sarebbe comportato in questo modo», commentò allora il premier guardando la curva negativa dei propri sondaggi.
Allora una parte dei dirigenti del Pdl interpretò quella esternazione del capo dello Stato come la prima mossa di una sorta di «operazione rompighiaccio», tesa a preparare il terreno a nuovi equilibri dopo le Amministrative, nel caso di un capitombolo del centrodestra.
Il capitombolo c’è stato, frutto di un’errata strategia politica e mediatica del Cavaliere, come gli ha contestato ieri lo stesso Giuliano Ferrara.
E la Moratti – che scontava anche un handicap di gestione–è stata distanziata da Pisapia, candidato del centrosinistra, giunto a un passo dalla vittoria al primo turno.
La rimonta non sarà facile, il premier avrà due settimane per tentare di ribaltare il risultato e non venire ribaltato, «e se la Lega non impazzisce– dice Verdini – non ci saranno problemi di governo».
Una sconfitta però metterebbe tutto in discussione.
Comunque non c’è dubbio che dopo il ballottaggio di Milano si apriranno i giochi a Roma: «A quel punto – secondo il pidiellino Napoli–entrerà in scena il capo dello Stato, e lo farà con un ruolo da primattore».
Una cosa che – per usare un eufemismo – non piace a Berlusconi, ma che per certi versi è imposta dalla situazione generale della politica italiana.
I successi del Pd a Torino e Bologna sono infatti condizionati dall’avanzata della sinistra alternativa e protestataria che si riconosce nei «grillini», e che ipoteca future alleanze di governo.
Lo stesso Di Pietro è minacciato nella sua leadership di partito dallo straordinario risultato di de Magistris a Napoli, patria di Napolitano, dove il Pd non arriva nemmeno al ballottaggio e deve sperare in un apparentamento con l’ex pm dell’Idv per non restare tagliata fuori.
Quanto al terzo polo, non solo non riesce ad attrarre il voto dei moderati delusi dal Pdl, ma è costretto a registrare una nuova spaccatura in Fli.
In questo scenario polverizzato, con un governo indebolito dal risultato delle urne e attraversato da sospetti e accuse tra alleati, il Colle avrà giocoforza un ruolo crescente, mentre il premier sarà chiamato a gestire il rapporto con la Lega e a sopire le tensioni all’interno del suo partito, dove in molti già chiedono un «chiarimento interno ».
Servirebbe un rilancio per uscire da una fase di logoramento che dura da tempo.
Di un Berlusconi-bis, tuttavia, il Cavaliere non vuole sentir parlare: «Roba da prima Repubblica ».
Ma dovrà pur trovare un rimedio per allontanare i fantasmi che periodicamente riappaiono, assumendo le sembianze di Tremonti.
Non è dato sapere se attorno a questo nome possa davvero formarsi una maggioranza in Parlamento per un altro esecutivo, è certo però che l’Udc attende un segnale dalla Lega per capire se ci siano le condizioni per un nuovo assetto.
«Senza una forza moderata non si governa », ha detto ieri Casini, lasciando un pro memoria a Bossi.
E al pari del capo dei centristi, anche Bersani attende di capire se il Senatùr imprimerà una svolta.
Milano sarà lo spartiacque, dopo il quale ogni evoluzione del quadro politico nazionale passerà al vaglio di Napolitano, il presidente della Repubblica che–secondo Berlusconi– «ha trasformato il Quirinale nell’Eliseo».
Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IN VISTA DEI BALLOTTAGGI ORA I MODERATI DEL PDL SUGGERISCONO UN CAMBIO DI ROTTA… REGOLAMENTO DI CONTI TRA FALCHI E COLOMBE ALL’INTERNO DEL PARTITO
La fortezza berlusconiana mostra crepe visibili nei bastioni.
Berlusconi vede che l’onda lunga del 2008 si è andata ad infrangersi sugli scogli di Milano e della Lega, con Bossi che ieri a via Bellerio ruggiva («perdiamo per colpa del Pdl e della Moratti che è bollita»).
Nelle stesse ore, man mano che i dati veri del ministero dell’Interno confermavano le proiezioni, anche il premier accusava la Lega di avere contribuito a questa batosta, «perchè differenziarsi come hanno fatto loro negli ultimi tempi, su tutto, non paga».
Chissà se nella telefonata che c’è stata tra i due queste cose se le sono dette in faccia.
Nel giro stretto del capo, rimasto in silenzio stampa ad Arcore con il suo portavoce Paolo Bonaiuti, c’è aria di funerale.
E molti adesso ammettono che la ricandidatura della Moratti sia stato un errore.
Lui, Berlusconi, deve ripensare la strategia di comunicazione, con quale linea riprendere la campagna elettorale per il secondo turno.
Sono tanti i dirigenti del Pdl che gli consigliano più moderazione, di concentrarsi sui problemi della città , di non continuare con il bombardamento della procura di Milano e i concentramenti rumorosi davanti al Tribunale. Ascolterà questi consigli che anche Bossi gli aveva dato?
Riuscirà a far emergere la vera anima moderata della Moratti e non dare ascolto alla Santanchè e Sallusti che nel partito con cattiveria hanno soprannominato Olindo e Rosa.
Adesso Berlusconi è deluso, amareggiato, stupito.
Stupito che Lettieri a Napoli non ce l’abbia fatto al primo turno mentre il «forcaiolo» De Magistris abbia superato il 20% dei voti.
Perfino a Cagliari il candidato del centrodestra Fantola è costretto al ballottaggio e a inseguire il vendoliano Massimo Zedda (Sel) addirittura in vantaggio.
Ma lo choc di Berlusconi è per la sua Milano, per il dato di Pisapia che veleggia attorno al 48%.
«Non è pensabile che una città come Milano non possa essere governata da noi. È una città che deve guardare avanti e non può guardare al passato».
Ha chiesto spiegazioni al coordinatore Verdini che, imbarazzato, nel pomeriggio ha subito risposto che bisognava aspettare i dati certi, i voti scrutinati e non le proiezioni.
Certo, ha provato a dire Verdini, la Moratti ha un trend negativo…
«Negativo? Pessimo. Se questi dati verranno confermati dallo scrutinio, al ballottaggio non vinceremo mai, nemmeno se recuperassimo tutti i voti moderati in libera uscita», ha osservato il premier.
Il quale è ancora più deluso, amareggiato e stupito per il flop personale come capolista del Pdl a Milano.
La città non l’ama più?
Nella scorsa tornata aveva fatto il pieno di preferenze totalizzandone 53 mila. Un plebiscito che questa volta non c’è stato.
Una cifra terribile di sfiducia per il futuro politico di Berlusconi, che testardamente ha voluto trasformare queste elezioni amministrative in un referendum su se stesso, sul governo e sulle inchieste che lo riguardano.
Per Berlusconi a Napoli la vittoria al secondo turno potrebbe essere a portata di mano perchè il Pd non riuscirà a trovare un accordo con De Magistris.
Poi quelli del Terzo polo mai e poi mai voterebbero per il «forcaiolo».
Ma a Milano lo spartito è diverso.
Qui il Cavaliere non ha il minino dubbio che Casini, Fini e Rutelli vogliano dargli il colpo finale del ko.
Ben sapendo che fargli perdere questa città significa spezzare l’asse con Bossi e far cadere il governo.
Tenendo conto, ha spiegato Berlusconi, che la Lega non è andata bene a Milano.
Il Carroccio era accreditato del 15% e ora bene che vada raggiunge il 10%. Qualcuno nel Pdl sospetta che non ci sia stato un impegno forte del Carroccio, che avrebbe fatto votare per la propria lista e non per la Moratti.
Circolano le voci più incontrollate, sospetti e veleni tipici di una campagna elettorale andata male.
Veleni che scorrono anche dentro il Pdl.
La resa dei conti nel partito è rinviata alla fine dei ballottaggi, ma già c’è chi dice «io l’avevo detto che andava a finire così».
Sono le colombe che puntano il dito contro gli «estremisti» interni, e non risparmiano nemmeno Berlusconi che ha forzato e sbagliato i toni.
C’è Scajola sul piede di guerra che attende di essere reintegrato nel governo. Non solo.
Cosa succederà tra i Responsabili, tra i nuovi arrivati nella maggioranza che adesso sentono puzza di bruciato?
Continueranno a garantire il loro voto al governo?
Sono tanti gli interrogativi che si pone Berlusconi, il quale non vuole sentir parlare di divisioni.
Dovrà avere il colpo d’ala, tirare il coniglio dal cilindro, salvare il salvabile alle amministrative e poi rilanciare l’azione del suo esecutivo con provvedimenti di crescita economica, di riduzioni delle tasse.
Tremonti glielo permetterà ? Sono queste le riflessioni che si ascoltano tra i dirigenti Pdl.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA “GIUDICI BRIGATISTI” SI E’ RIVELATA UN SUICIDIO POLITICO…IN UN ANNO IL PDL HA PERSO L’8% DEI VOTI E LA LEGA IL 5,4%…IL PD GUADAGNA 2 PUNTI, L’IDV NE PERDE 5, TIENE LA SINISTRA RADICALE…AFFERMAZIONE DI SARA GIUDICE, L’ANTI MINETTI, NEL TERZO POLO…ORNELLA VANONI PRENDE SOLO 36 VOTI, PANNELLA 58
Alla fine non è servito a nulla invocare il giudizio divino. Anzi. 
Presentarsi in tribunale per cinque lunedì filati per la gioia dei comitati “Silvio resisti!”, arringare le folle con il solito repertorio “magistrati-cancro-pm-eversivi”, non prendere mai le distanze in modo chiaro da Roberto Lassini, inventore dei manifesti “via le Br dalle procure” (e anzi farlo sfilare sul pullman scoperto davanti a quello del Milan), presenziare alla festa del Milan pur in silenzio elettorale, ebbene, tutto questo non è servito, anzi ha danneggiato il Cavaliere.
E per la prima volta dal 1992 i cittadini milanesi sembrano guardare al centrosinistra.
Il 7 maggio presentandosi al Palasharp per sostenere la candidatura di Letizia Moratti, Silvio Berlusconi aveva azzardato una richiesta rivolgendosi direttamente gli elettori milanesi: “Datemi 53mila preferenze oppure la sinistra mi farà il funerale. E’ inimmaginabile che una città come Milano vada alla sinistra”. Era, come la chiamava Libero, la “chiamata alle armi” per “vincere al primo turno” con “la migliore amministrazione locale in Italia”.
Lo scopo era raggiungere, possibilmente superare le 52.577 preferenze raccolte nel 2006.
Ma a urne chiuse, il premier si deve accontentare di poco più della metà (27.972), secondo i dati definitivi forniti dall’ufficio elettorale del Comune di Milano.
E Lassini? Il presidente dell’associazione “Dalla parte della democrazia” che il 17 aprile rivelava al Giornale di essere l’autore della “crociata” contro i magistrati “per dare manforte a Berlusconi, ha preso solo 872 preferenze.
Niente, un fallimento completo.
E pensare che domenica l’avvocato vessato dalla giustizia se ne stava, avvistato dall’Ansa, sul pullman che ha preceduto quello dei calciatori del Milan nei festeggiamenti per lo scudetto.
All’inviata di Porta a Porta Lassini raccontava di quanto fosse commosso dalla telefonata di Berlusconi: “Mi ha espresso profonda solidarietà , mi ha convinto ancora di più a continuare nella battaglia a sostegno della riforma che solo il presidente Berlusconi potrà fare”.
Con il 28,75% dei consensi il più importante partito del centrodestra resta il più votato in città ma è la vittima più illustre del deludente risultato di Letizia Moratti: in un anno ha perso quasi 8 punti (era al 36% alle regionali) e ben 12 dalle scorse comunali quando Fi e An totalizzarono il 40,9%.
Nella gara delle preferenze il vicesindaco Riccardo De Corato resta il secondo più votato (5.786 voti), seguito dal cielllino Carlo Masseroli con 3.406.
Deludente invece il risultato di Marco Osnato: il pupillo del ministro La Russa siederà in consiglio comunale ma come nono con appena 1.651 preferenze.
Il risultato di De Corato appare ancor più opaco se paragonato a quello del suo eterno rivale, il leghista Matteo Salvini che lo ha distaccato di 4 mila preferenze (8.913).
Del resto l’elettorato del Carroccio ha concentrato tutte le preferenze proprio sull’eurodeputato, visto che il secondo eletto, Max Bastoni, ne ha raggranellate appena 602.
Eppure anche la Lega con il suo 9,64% ha poco da gioire: rispetto al 2006 ha sì triplicato i voti (era al 3,8%) ma a Milano è arretrata di cinque punti rispetto alle regionali di un anno fa.
Sul fronte opposto, l’architetto Stefano Boeri, sconfitto da Giuliano Pisapia alle primarie, si afferma non solo come il più votato dopo Berlusconi (12.861), ma anche come il candidato che trascina il Pd a un risultato senza precedenti.
Con un 28,64% i democratici hanno guadagnato due punti dal 2010 e quasi sei dalle scorse comunali.
Dopo Boeri a fare incetta di voti tra i democratici il giovane Pierfrancesco Maran, sponsorizzato da Filippo Penati, l’ex verde Carlo Monguzzi e Pierfrancesco Majorino.
Sugli scudi anche Sel (4,7%) e il cartello delle sinistre (3,1%) che confermano i voti presi dall’ala radicale nel 2006 ma a cui si aggiunge la buona performance della lista civica di Pisapia (3,86%).
Al palo invece i dipietristi dell’Idv (2,54%) che in un anno perdono a Milano cinque punti e i radicali (1,72%).
Nel Terzo Polo la palma di più votato va al centrista Pasquale Salvatore anche se potrebbe avere più chance di entrare in consiglio l’“anti-Minetti” Sara Giudice, visto il miglior risultato della lista civica di Fli e Api (2,69%) rispetto all’Udc (1,9%).
Sul fronte delle preferenze i candidati più chiacchierati o dai nomi più roboanti si sono rivelati generalmente dall’appeal elettorale poco incisivo.
Pessimo il risultato di Roberto Lassini (Pdl), l’autore dei manifesti anti-pm (872 voti); lo storico leader dei Radicali Marco Pannella ha recuperato 58 voti, la cantante Ornella Vanoni, in corsa per Letizia Moratti, ne ha presi 36.
Insomma, se ci attenessimo al linguaggio del premier, verrebbe da dire: “pubblici ministeri uno, Berlusconi zero”.
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Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile
UN PRIMO BILANCIO DELLE PRINCIPALI SFIDE, TRE RIBALTONI A DUE PER L’OPPOSIZIONE… SECONDO TURNO IN BILICO A TRIESTE E CAGLIARI… STOP CHE PESANO PER LA MAGGIORANZA A VARESE E NOVARA
Il primo round nei trenta comuni capoluogo chiamati al voto si chiude sul 13 a 4 per il centrosinistra.
Questo è il risultato già archiviabile, mentre per conoscere il “colore” di altre tredici amministrazioni sarà necessario aspettare i ballottaggi in programma il 29 e il 30 maggio.
Centrodestra in svantaggio anche nei “ribaltoni”, che si chiudono sul 3 a 2 per le forze all’opposizione.
Passano al centrosinistra Fermo, Olbia (dove il sindaco, a dirla tutta resta, lo stesso, “Gianni” Giovannelli, ma con una coalizione modello “Cnl” anti Cavaliere a sostenerlo) e sempre in Sardegna, Villacidro, mentre il centrodestra conquista Caserta e Catanzaro.
Anche a livello provinciale centrosinistra in vantaggio tre a due nelle cinque partite già decise.
Lucca, Gorizia e Ravenna restano all’opposizione, mentre la maggioranza si riconferma a Treviso e conquista Campobasso.
Appuntamento tra due settimane per le altre sei amministrazioni.
Le riconferme.
Cinque anni fa nei 30 comuni capoluogo, era finita 20 a 9 per il centrosinistra (al dato va aggiunta l’affermazione di una lista civica).
Oggi, dopo il primo turno l’opposizione si riconferma (includendo le vittorie “nazionali” di Torino e Bologna), già in 10 amministrazioni uscenti contro due del centrodestra.
E’ un vero e proprio plebiscito, con una percentuale vicina al 74%,
quello con il quale Vincenzo De Luca (centrosinistra) resta primo cittadino di Salerno, dopo la delusione delle elezioni regionali dello scorso anno.
Secondo mandato anche per Fabrizio Matteucci (centrosinistra) che si riconferma sindaco di Ravenna, con il 54,98% dei consensi.
Come lui prossimi cinque anni garantiti anche per Federico Berruti che a Savona, con una coalizione che va da Sel all’Udc veleggia tranquillo con più di trenta punti di vantaggio sul suo sfidante Paolo Marson, appoggiato da Pdl e Lega.
Partite già chiuse.
Resta al centrosinistra anche Siena grazie a Franco Ceccuzzi che raccoglie tre volte i voti del suo primo sfidante, l’ex pilota di F1, Alessandro Nannini, sostenuto da Pdl e Lega. Ottimo risultato per il Terzo Polo con il 17% di consensi.
Riconferma ad Arezzo anche per Giuseppe Fanfani (centrosinistra), che con una percentuale di poco superiore al 51% doppia la sfidante di Pdl e Lega, Grazia Sestini.
Come lui, il collega di coalizione Fausto Pepe replica la vittoria al primo turno (51,60%) a Benevento sullo sfidante “centrista” Carmine Nardone.
Conferma per il centrodestra a Latina: nella città con il record di candidati sindaco (tredici), la spunta Giovanni Di Giorni (Pdl e liste minori) con il 50,96%, mentre il suo primo sfidante, Claudio Moscardelli (centrosinistra) si ferma attorno al 35%.
Partite già chiuse per il centrosinistra anche a Barletta e Carbonia con le vittorie di Nicola Maffei (sindaco uscente) e Giuseppe Casti.
Mentre la seconda riconferma per il centrodestra è a Reggio Calabria dove Demetrio Arena con il 56,27% ha la meglio sul Massimo Canale fermo al 28,70%.
I ribaltoni.
Cinque le amministrazioni che cambiano di colore.
Vittoria pesante per il centrosinistra a Fermo, dove Nella Brambatti (51,35%) ha la meglio sulla sfidante del centrodestra Ester Maria Rutili (26,68%).
Probabile successo per l’opposizione anche a Olbia, dove quello che è stato ribattezzato il “Cln” anti Cavaliere, vede avanti il sindaco uscente Giovannelli sullo sfidante di centrodestra Nizzi.
Torna al centrosinistra anche Villacidro, dove Teresa Pani del Pd si impone con il 48,73% delle preferenze.
Due cambi di casacca a favore del centrodestra a Catanzaro e Caserta: i nuovi primi cittadini saranno Michele Traversa (con il 62%) e Pio del Gaudio (52,64%).
Ballottaggi.
Al ballottaggio tra due settimane si decideranno le sorti degli altri tredici capoluoghi.
Oltre ai casi “nazionali” di Milano e Napoli, spareggi anche a Novara, Varese, Rimini, Pordenone, Trieste, Grosseto, Cagliari, Rovigo, Cosenza, Crotone e Iglesias.
Al Nord riconferme mancate al primo turno che pesano per Pdl e Lega, a Varese, dove il sindaco uscente Attilio Fontana si ferma al 49,36% e Novara con Mauro Franzinelli bloccato al 45,89%.
Ballottaggio “anomalo” a Cosenza dove il sindaco uscente Salvatore Perugini (appoggiato dal Pd e fermo al 15,58%) viene superato ampiamente da Enzo Paolini (Idv e Sel, 26,73%) che diventa lo sfidante di Mario Occhiuto (centrodestra al 45,62%).
Ballottaggi delicati a Trieste e Cagliari.
In Friuli Venezia Giulia, Roberto Consolini (centrosinistra) raccoglie il 40,67% dei consensi contro il 27,56% di Roberto Antonione (Pdl e liste minori).
Nel capoluogo sardo spareggio tra l’outsider di sinistra Massimo Zedda e Massimo Fantola (Pdl, Udc e altri) entrambi vicini al 45%.
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Maggio 17th, 2011 Riccardo Fucile
SFUGGIRE AI PROCESSI, DENIGRARE LE ISTITUZIONI, ATTACCARE LA MAGISTRATURA, INVITARE LE AZIENDE A LASCIARE IL PAESE, COLTIVARE L’AMICIZIA DI DITTATORI NON HA NULLA DI DESTRA… MANTENERE INTERESSI PRIVATI, CONDURRE UNA VITA DA SULTANO CON RELATIVO HAREM, ASSEGNARE POSTI A VELINE, FAR ENTRARE A PALAZZO GRAZIOLI ESCORT, NON HA NULLA DI DESTRA… COMPRARE DEPUTATI, VINCERE BARANDO, CREARSI UNA CORTE DI MIRACOLATI E DI KILLER, RIDICOLIZZARE IL PAESE ALL’ESTERO NON HA NULLA DI DESTRA
Mai come oggi è opportuno che da destra, quella vera, si faccia il punto sulle vicende
politiche italiane.
Per uscire definitivamente da un equivoco che noi (all’inizio in solitudine) denunciamo da anni.
Ovvero che la coalizione che ci mal-governa e che è stata bastonata ieri alle elezioni amministrative non ha nulla a che vedere con la tradizionale sintesi politica che identifica una destra, una sinistra e un centro.
In qualsiasi altro Paese si sa chi governa, pur con le varie sfumature ed alleanze.
In Italia no.
Siamo in realtà amministrati da una coalizione affaristico-razzista che si fonda sugli interessi di un leader che detiene il controllo di 5 Tg su 6 e sui ricatti di un partito xenofobo che sta sulle balle a 9 italiani su 10.
Qualche povero imbecille, figlio del berlusconismo, ritiene e purtroppo lo dice pure in giro con orgoglio, che questa coalizione sia di “destra”.
Basterebbe aver letto, non dico tanto, ma almeno dieci libri di autori di destra, per capire quanto segue.
Un uomo (o una donna) di destra non sfugge ai processi, li affronta, anche quando fossero segnati dal pregiudizio. E molti di noi se sanno qualcosa.
Un uomo di destra non attacca le istituzioni, crede nei valori della Nazione e li difende.
Un uomo di destra non mette quotidianamente in cattiva luce apparati dello Stato perchè, denigrandoli, fa perdere ai cittadini anche la certezza del diritto.
Un uomo di destra non si prostra e non fa affari con dittatori, magari pure ex comunisti, che hanno sulla coscienza migliaia di omicidi di gente inerme.
Una cosa è mantenere normali rapporti diplomatici, altra frequentare da amiconi dacie e tende da beduini.
Un uomo di destra cerca di difendere gli interessi economici del proprio Paese, non quelli di un anonimo manager italo-canadese, cerca di tutelare i nostri lavoratori e non invita un’azienda a trasferirsi all’estero.
Semmai l’opposto: cerca aziende straniere disposte ad investire in Italia.
Un uomo di destra, se decide di dedicarsi alla politica, lo fa per passione e amore per l’Italia, per dare un futuro ai nostri giovani, per assicurare benessere e giustizia sociale a tutti.
Non lo fa per interesse.
E se ha interessi pregressi, un uomo di destra sa lasciarli alle spalle definitivamente.
Un uomo di destra non scende in politica per pararsi il culo dai processi per fatti privati, perchè è mosso solo dall’orgoglio di fare qualcosa di positivo per il proprio Paese, non da altro.
E non fa di quei processi personali una battaglia di tutto un ambiente contro i presunti “giudici brigatisti”.
Un uomo di destra puo’ avere le proprie debolezze e i propri vizi, ma allora non scende in politica, trascinando nel gorgo un intero mondo politico di riferimento.
Se ama aprire l’impermeabile ai giardinetti lo faccia e ne risponda in privato, non a nome di una comunità umana che merita rispetto.
Un uomo di destra deve essere d’esempio: non frequenta sgallettate, veline, oche giulive, non fa entrare escort professioniste o apprendiste a Palazzo, non si circonda di una corte di servi e miracolati, non assolda killer iscritti all’albo dei giornalisti per far sparare a pallettoni sui nemici, non compra deputati, non distribuisce posti a troie e parenti, non usa faccendieri per “acquisire” parlamentari con promesse e prebende.
Un uomo di destra lotta per vincere con la sola forza delle proprie idee e dei propri valori.
Non può vincere barando, perchè vorrebbe dire rinnegare la propria vita di sacrifici e le idee in cui crede.
Un uomo di destra preferisce perdere a testa alta dalla parte giusta che vincere da quella sbagliata.
Non infama gli avversari per prendere uno sporco voto in più, piuttosto perde tutto per un voto.
Ma ne esce pulito e a testa alta.
Un uomo di destra sa rispettare le idee altrui, cerca di capire, recepire, concedere la buona fede al prossimo, sa mediare nel superiore interesse del Paese.
Non vive di rancori e di ricordi, di regolamento di conti e di diffamazioni: quando arriva a governare, sa essere ancora più umile perchè c’è sempre qualcosa da imparare dagli altri.
Un uomo di destra odia il conformismo, l’arroganza, la presunzione, le “certezze”, non si circonda di servi ma di critici, cerca stimoli, non stolta obbedienza.
Un uomo di destra dice le cose in faccia, non trama alle spalle.
Un uomo di destra ha il senso dell’onoree della dignità .
Se qualcuno vede in questo modesto affresco qualcosa di riferibile al berlusconismo, continui pure a votarlo.
Chi invece pensa che la destra sia tutt’altra cosa si metta in cammino verso un nuovo orizzonte.
Occorreranno anni per riparare ai danni del berlusconismo, ma lo spazio per una destra vera, sociale, nazionale, popolare, valoriale esiste più che mai.
La fine dell’equivoco è iniziata: il popolo del nord ieri ha castigato i due millantatori.
E’ tempo di andare oltre.
Oltre la destra e la sinistra, oltre i vecchi schemi, oltre i luoghi comuni e le vecchie trincee, oltre i privilegi di nicchia.
Percorrendo anche i sentieri più impervi, tra momentanee delusioni ed effimere gioie.
Per scoprire nuovi orizzonti, per aiutare i più deboli, amando e servendo il nostro popolo e soprattutto dando l’esempio.
Fino a ritrovare la luce e la nostra dignità di popolo.
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Maggio 17th, 2011 Riccardo Fucile
FRATELLI COLTELLI E RECIPROCHE ACCUSE…. I BERLUSCONES: “MAI SCESI A MILANO SOTTO IL 50%, ORA SIAMO AL 43%, COSA E’ SUCCESSO?”…LA LEGA HA PERSO IL 5,3% IN UN ANNO E ARRETRA IN 53 COMUNI…PER MOLTI, IL PDL HA UNA CLASSE DIRIGENTE BOLLITA
Dopo la debacle milanese, la delusione degli elettori Pdl corre sul web.
E in molti commenti sui forum dei “tifosi” di Silvio Berlusconi si fa strada il disappunto nei confronti della Lega Nord.
“Giusto o sbagliato, il voto di Milano e delle altre città italiane diventa un test per la maggioranza. Lo stesso Berlusconi ha trasformato l’appuntamento locale in nazionale, il voto amministrativo in politico”.
Carta canta sul sito di SilvioberlusconifansClub in cui si ribadisce il valore di questa tornata elettorale.
Certo, gli elettori del centrodestra non si aspettavano i sette punti di distacco tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.
Al massimo, pensavano, sarebbe stato il candidato appoggiato da Vendola e Pd a inseguire il sindaco uscente. Non certo il contrario.
Il malcontento per il risultato del primo turno si fa strada anche sui forum online legati al centrodestra, al potere nel capoluogo lombardo dal 1994 che non era mai sceso sotto il 50%.
Ieri invece si è fermato al 43.
Sui siti web targati Pdl emerge la rabbia degli elettori e lo stupore per il voto dei milanesi.
Su Spazio Azzurro, la bacheca per i simpatizzanti del centrodestra, fanno capolino critiche nei confronti del candidato sindaco e scetticismo nei confronti del nuovo “vento del Nord”.
Andreina si domanda incredula: “Non posso pensare che i milanesi siano diventati pro Vendola e Pisapia. Cos’è successo?”, mentre Antomas spiega che la Moratti non era il candidato giusto (“Molto meglio De Corato”).
Domanda aperta sulla destinazione dei voti della Lega, come scrive Alkampfer che osserva: “Se i dati venissero confermati a Milano ci sarebbe da chiedersi dove cavolo stanno i voti della Lega? La Lega ha ordinato no voto?!”.
La risposta è nell’analisi di Roberto D’Alimonte che stamattina sul Sole 24 Ore dimostra che a queste amministrative i delusi di Silvio Berlusconi non hanno votato Umberto Bossi e non c’è stato nessun travaso di voti da Pdl a Lega. Entrambi hanno registrato perdite nette e rispetto alle ultime regionali la coalizione del premier esce sconfitta in tutto il Nord, sia nei comuni che nelle province.
Non si può accedere ai commenti su Il forum della Libertà che è “in fase di manutenzione” e anche sulla piattaforma di Facebook i messaggi in bacheca si fermano al 13 maggio.
Su ForzaSilvio.it il focus group attivo più recente riguarda addirittura il referendum sul nucleare, come se le elezioni non ci fossero mai state.
Infine su SilvioBerlusconifansclub si fa strada una riflessione profonda sulla scelta degli elettori e Mario Coronello nota: “Il segnale di Milano è inequivocabile e sta ad indicare che l’elettorato milanese in generale (e quello di centrodestra in particolare) andava trattato con maggiore rispetto e non meritava la riproposizione di personaggi bluff come la Moratti”.
Un commento duro che fa eco a quello di Paolo: “Essendo un elettore del centro dx, sostenitore del grande Silvio, sono un po’ deluso perchè, come dico da sempre, il Pdl è formato principalmente da personaggi riciclati, triti e ritriti a livello locale che non brillano di luce propria, ma solo di luce riflessa”.
Infatti, Berlusconi capolista a Milano si aspettava il plebiscito di 52mila preferenze, ma ne ha ricevute solo 27.972, poco più della metà rispetto alle 53.297 di cinque anni fa.
E anche i leghisti che hanno perso su 14 dei 15 comuni capoluogo hanno poco di cui gioire.
Nel silenzio assordante di Umberto Bossi che finora si è limitato ad attribuire la sconfitta del Carroccio al Pdl, è difficile misurare l’indice di sgradimento perchè “il forum di Radio Padania è momentanemente chiuso”.
Ma sul sito dei Giovani Padani serpeggia la consapevolezza della sconfitta nel thread “Batosta Lega” in cui si legge: “la Lega ha perso in media il 5.3% in appena un anno” e “in 8 comuni avanziamo ma in 52 arretriamo”.
Il problema c’è ed è reale perchè, come aveva annunciato Silvio Berlusconi, queste Comunali erano un test per la maggioranza di governo.
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