Luglio 31st, 2011 Riccardo Fucile
FINI, CASINI E RUTELLI ALL’ATTACCO: “ALFANO COMPIA UN ATTO DI CORAGGIO PER APRIRE UNA FASE NUOVA E SI ARRIVI ALLA NOMINA DI UN NUOVO PREMIER DI ALTO PROFILO E CON UN PROGRAMMA FORTE”… D’ALEMA SCHIERA IL PD: “NOI CI STIAMO”…IL PDL SI CHIUDE IN BAGNO
Costringere Berlusconi alle dimissioni per realizzare un nuovo governo di unità nazionale sostenuto da una maggioranza bipartisan.
Il Terzo Polo schiera i suoi tre leader per far arrivare il suo messaggio a chi nel Pdl voglia aprire una nuova stagione senza il Cavaliere.
In tre interviste pubblicate stamattina su tre quotidiani, Casini, Fini e Rutelli chiedono all’unisono un “armistizio fra l’attuale maggioranza e le forze più responsabili delle opposizioni”.
Una proposta che trova, nel Pd, l’adesione di Massimo D’Alema, mentre viene respinta in maniera compatta dal Pdl.
Parlando con il Corriere della Sera, Pier Ferdinando Casini vede nella pace tra maggioranza e l’opposizione più responsabile la possibilità per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare al più presto un nuovo premier .
Un nuovo leader che sia “politico e non tecnico”, ha spiegato Casini.
Gli ha fatto eco dalle colonne del Quotidiano nazionale Francesco Rutelli, aggiungendo che il nuovo leader sarà anche “di alto profilo e con un programma forte”, oltre che sostenuto da una “maggioranza bipartisan di unità nazionale”, con il compito di mettere in campo nuove misure contro la crisi e tentare la riforma della legge elettorale.
Quindi Fini, sul Messaggero, bolla come “da irresponsabili a fronte della più che legittima richiesta al premier dei gruppi di opposizione di riferire subito in Parlamento sulla crisi, tanto più dopo un allarme comune delle parti sociali di cui non ho memoria di precedenti, che Berlusconi e il governo facciano finta di niente e per ora preferiscano andare in vacanza come se niente fosse”.
I tre leader terzopolisti si rivolgono esplicitamente e in particolare a un interlocutore: Angelino Alfano, il nuovo segretario del Pdl e il solo in grado di fare “un atto di coraggio per aprire la fase nuova, indispensabile per la drammatica situazione del Paese in crisi”.
In cambio, e senza essere “una sua penalizzazione”, ha incalzato in particolare Casini, è necessaria “l’uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi”.
Uno scenario al quale aderisce, sul fronte del Pd, Massimo D’Alema: “Tutti – ha detto il presidente del Copasir – dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l’economia ma anche il sistema democratico”. Secondo D’Alema ora “anche nella destra c’è chi comincia a capirlo.
Si facciano coraggio prima che sia troppo tardi”. In ogni caso “noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità “.
Qulla del Terzo Polo è una “buona idea” anche secondo il democratico Giorgio Merlo, vicepresidente Commissione Vigilanza Rai.
“Dall’onorevole Casini arriva oggi una proposta seria per uscire dall’impasse in cui versa il nostro Paese e, soprattutto, il governo. Visto che, nell’opposizione, non rientriamo tra coloro che lavorano tenacemente per il ‘tanto peggio tanto meglio’, la soluzione di Casini può rappresentare un’utile opportunità , e realmente percorribile, per fare uscire il Paese dal pantano in cui si è cacciato dopo tre anni di governo del centro destra”, afferma in una nota.
Apparentemente compatto il rifiuto del Pdl: “Non ci sarà nessun suicidio assistito, nè defezioni nei numeri della maggioranza: governo e premier non cambieranno fino al termine della legislatura”, hanno replicato il capogruppo Fabrizio Cicchitto e i ministri Altero Matteoli, Anna Maria Bernini, Saverio Romano, Gianfranco Rotondi.
Secondo Cicchitto, i tre leader sono uniti solo da una pregiudiziale anti Berlusconi.
Secondo il vicepresidente dei deputati del Pdl, Napoli, “drammatizzano la situazione”.
Per il ministro Romano è ancora in piedi un complotto contro il governo mentre per il neo ministro Bernini e per il ministro Matteoli si tratta solo di “demagogia pura”.
Alle opposizioni i berlusconiani rispondono con una sfida: portare al voto a settembre una nuova mozione di sfiducia al governo e contarsi in aula alla Camera.
Mossa prevista dall’Idv che un paio di giorni fa aveva infatti presentato un suo testo. “E’ ovvio che la voteremo anche noi – ha detto Casini anticipando la posizione dell’Udc – ma non sbloccherà la situazione. Sono Pdl e Alfano a doversi muovere”.
Le vancanze dunque partono, ma sul fermo immagine di un braccio di ferro ancora del tutto immobile.
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Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
IL MAGGIORE QUOTIDIANO DELLA LIGURIA SVELA CHE LA SEDE DELLA FIUMARA E’ STATA DATA IN COMODATO D’USO GRATUITO A NAN DA UN ATTENZIONATO DALLA DIA, PLURI-INDAGATO E CON ISTANZE DI BANCAROTTA IN ATTO….NAN E’ IL LEGALE DI NUCERA ED E’ STATO ANCHE SUO SOCIO
Perchè la sede ligure di “Futuro e Libertà ” è ospitata, di fatto gratuitamente, nelle proprietà di un imprenditore pluri-indagato, sulle cui società incombe pure lo spettro della bancarotta?
E perchè il segretario regionale del partito di Fini è stato socio dello stesso impresario, oltre a esserne il legale storico, prima di sfilarsi, un annetto fa circa, cedendo le sue quote?
Sono parecchio agitate le acque all’interno di Fli in Liguria.
Un mese fa un gruppo di frondisti ha lasciato il movimento in disaccordo con la conduzione di Enrico Nan, nominato di fresco plenipotenziario.
E non è un mistero che all’origine degli ultimi polveroni, oltre a svariati dati giudiziari, ci sia un’ormai insanabile frattura tra due anime politiche lontane anni luce.
Però se all’inizio di luglio la bufera s’era sollevata dopo la rivelazione di un incontro tra Nan e Gino Mamone, il re delle bonifiche processato a Genova per corruzione e sotto inchiesta per vari reati, e per il ruolo di presidente di sezione affidato a un ex tassista, coinvolto in passato in oscuri affari petroliferi con lo stesso Mamone in Libia, oggi il casus belli è un po’ diverso.
E, lo confermano qualificate fonti al Secolo XIX, è da qualche settimana sul tavolo del presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Per ripercorrere la vicenda bisogna ricollegarsi alla figura di Andrea Nucera. 
Costruttore tra i più noti del savonese, fama da duro, Nucera è formalmente indagato dalla Procura di Savona per abuso edilizio e lottizzazione abusiva (il pm Filippo Ceccarelli aveva posto sotto sequestro il cantiere T1 di Ceriale, teatro di una operazione edilizia in grande stile, inviando avvisi di garanzia pure ad amministratori, tecnici comunali e a un commissario della Municipale), mentre in passato era finito nei guai per la realizzione di una villa in un terreno agricolo.
Non solo.
E’ notizia degli ultimi giorni l’istanza di fallimento, presentata sempre dalla magistratura savonese, nei confronti di due delle sue tante aziende.
Nucera è oggi al vertice della Geo Holding srl dal capitale di 10 milioni di euro e amministratore unico della Ager.
Ma in passato, e le visure camerali parlano chiaro, insieme all’attuale segretario regionale di Fli, Enrico Nan, era stato socio della Thea srl: Nan tramite la società “Famiglia srl” di cui possedeva quote, Nucera attraverso la Geo, un’altra delle sue creature, molte delle quali risultano in cessata attività .
Fatto sta che, secondo gli accertamenti condotti in modo più o meno riservato dai vertici di Futuro e Libertà , la Geo Servizi immobiliari, al tempo riconducibile a Nucera, ha ceduto in comodato d’uso la sede di via Antica Fiumara, ponente cittadino non lontano dal centro divertimenti, dove effettivamente Fli ha la sua base regionale.
E la domanda che rimbalza tra molti iscritti – compresi i 25 ex dirigenti che hanno presentato dimissioni a raffica nelle scorse settimane – è secca: quanto è opportuno che la guida del partito sia così tanto legata a un uomo d’affari da tempo sotto la lente dei pm, e con un paio di avvisi di garanzia sul groppone per fatti non proprio irrilevanti?
E soprattutto: non c’era altra strada per ottenere un locale a prezzi ragionevoli, se non quella di farsela regalare da quel costruttore?
Il Secolo XIX lo ha chiesto direttamente a Enrico Nan: “Io nella mia vita mi sono sempre mosso nel solco della legalità , tutto ciò che ho fatto è lecito e ogni azione è stata compiuta nell’interesse delle persone che rappresento e che ho rappresentato”.
Nan definisce poi “un fatto privato” l’accordo con Nucera per l’affidamento degli spazi alla Fiumara, non smentendo che si tratti di comodato d’uso a costo zero.
“Credo che solllevare questioni del genere sia strumentale, insufflare polemiche non credo faccia bene a nessuno” conclude Nan.
Difficile, molto difficile che gli animi si rasserenino.
E lo dicono prima di tutto i numeri: 420 gli iscritti a Genova, dei quali 300 pronti a lasciare Nan per la questione etica.
In attesa che Roma prenda una posizione più netta.
Matteo Indice
(da “il Secolo XIX“)
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Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA LEGGE AD PERSONAM PER TOGLIERSI DAI GUAI GIUDIZIARI…CAMBIA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA MA LA MUSICA RESTA LA STESSA
Per il processo Mills si potrebbe già suonare la marcia funebre. 
Per quello Mediaset, significherebbe probabilmente dilatare talmente i tempi da non essere certi di raggiungere nemmeno il verdetto di primo grado.
Per i presunti fondi neri Mediatrade, le possibilità di evitare la prescrizione del 2014 potrebbe invece essere meno evidente.
Nessuna conseguenza apparente, infine, per il Rubygate.
Ecco come il ciclone «processo lungo», approdato ieri al Senato, potrebbe abbattersi sui quattro processi milanesi in cui è imputato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi
Per il caso Mills, in cui il premier è accusato di corruzione giudiziaria, la speranza di arrivare alla sentenza di primo grado, è bene dirlo, già adesso appare davvero ardua.
A gennaio scadono i tempi della prescrizione.
Allo stato mancano otto testimoni della difesa, prima di dare la parola al pm Fabio De Pasquale per la sua requisitoria e la richiesta di pena.
Alla ripresa del processo dopo la pausa estiva, il 19 settembre, se il processo lungo fosse legge, gli avvocati-onorevoli del premier, Niccolò Ghedini e Piero Longo, potranno chiedere alla Corte di riaprire la loro lista dei testimoni.
Prima della riforma, ne avevano chiesti 82 (15 quelli ammessi dai giudici).
In un processo normale, in meno di dieci udienze, con la riforma, potrebbero essere ascoltati tutti.
Ma gli impegni istituzionali consentono all’imputato di presenziare solo il lunedì a tutti e quattro i dibattimenti.
La prescrizione sarebbe, in pratica, cosa certa
Simile il percorso che sarebbe costretto a subire il caso Mediaset, in cui il premier è accusato insieme a un gruppo di suoi manager di frode fiscale.
L’asticella della prescrizione, in questo caso, si alza al 2014, ma se il pool difensivo si avvarrà della nuova riforma un’altra quarantina di testimoni sarebbe costretta a fare capolino in tribunale.
Il problema è che molti dovrebbero arrivare da paesi come il Giappone, gli Stati Uniti, o da quelle nazioni storicamente sede di società offshore del Centro America.
E l’ingolfamento sarebbe inevitabile
Per Mediatrade, ancora in fase di udienza preliminare, il discorso è a parte.
La prescrizione, come per Mediaset, arriverà nel 2014.
In caso di rinvio a giudizio, bisognerà vedere quale lista testi presenterà in un ipotetico dibattimento, la difesa Berlusconi
Con la riforma del processo lungo, infine, non ci dovrebbero essere effetti immediati sul cosiddetto Rubygate, in cui il presidente del Consiglio è imputato di prostituzione minorile e concussione.
La prescrizione arriverà solo nel 2025.
Ghedini e Longo, in questo caso, hanno già chiesto al collegio di convocare come testimoni 78 persone, tra cui molti ministri in carica.
Un numero elevato, ma che oltre a dilatare di alcune settimane il processo di primo grado, di sicuro non impedirà al collegio presieduto da Giulia Turri di arrivare comunque alla sentenza di primo grado.
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Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
STRAORDINARI NON PAGATI AGLI AUTISTI E CHI E’ ESPOSTO RISCHIA DI RIMANERE SENZA PROTEZIONE
Un “unicum” nel panorama delle Procure antimafia italiane.
Mentre a Napoli si accelera nelle inchieste su corruzione (in politica) e crimine organizzato (dentro e fuori le istituzioni) i pubblici ministeri del pool anticamorra di Napoli denunciano di essere rimasti “senza tutela”. In due parole: a piedi.
Dalle 18 in poi, ormai di fatto è “vietato” restare a lavorare.
Il motivo?
Non vi sono autisti disponibili ad accompagnarli nelle auto blindate, cosiddette di tutela.
Il caso, confermato dal procuratore Giandomenico Lepore con una punta di amarezza, finisce ora nero su bianco all’attenzione del prefetto Andrea De Martino.
E a scrivere, sono proprio i pm.
Al centro della vicenda, il braccio di ferro in corso tra gli autisti addetti alla guida delle blindate assegnate alla Distrettuale antimafia ed il Ministero della giustizia.
Il quale deve a questi lavoratori un anno intero di arretrati (il 2010) più alcuni mesi del 2011.
“Non ci pagano lo straordinario, e dalle 18 basta servizio”, è stato il legittimo annuncio.
Lasciando pm e procuratori “a piedi”: paradossale visto che per almeno 15 di loro è alta la soglia di rischio.
Lepore aveva già detto: “Speriamo che il ministro Tremonti firmi presto questo provvedimento”.
Dopo l’sos di alcuni magistrati, come Antonello Ardituro, ieri è il pm Cesare Sirignano a mettere nero su bianco l’allarme.
Non è un caso.
Sirignano è autore di catture di capiclan e vari blitz, dai killer del clan Setola ai rapporti economico-mafiosi con le articolazioni mafiose di Totò Riina: ma soprattutto, insieme con il pm Alessandro Milita, è uno dei magistrati già minacciati dai clan, vedi le parole di morte del detenuto Giovanni Venosa, estorsore e nipote del boss (omonimo) dei casalesi (nonchè attore – non per caso – nel film Gomorra).
Scrive Sirignano: “Gli autisti di questo ufficio si astengono dalle prestazioni straordinarie, adducendo ragioni connesse al mancato pagamento degli emolumenti. I magistrati dell’ufficio (…) hanno fino ad oggi mostrato ampia comprensione”.
Ma la situazione comincia a diventare pesante.
Spiega il pm: “Incide sulla funzionalità , e determina di fatto una pericolosa interruzione del dispositivo di protezione previsto per i magistrati esposti a pericolo. In mancanza di risposte immediate del Ministero e in previsione del protrarsi dello stato di agitazione per la carenza di fondi – sottolinea ancora il sostituto – appare urgente procedere all’adozione dei necessari provvedimenti”.
Appare peraltro “incomprensibile” che quando i magistrati sono in ufficio al lavoro e dunque non è necessaria l’auto, “venga assicurata la funzionalità del servizio di accompagnamento; e che, viceversa, “quando il magistrato lascia l’edificio in cui presta la propria attività per l’intera giornata, sia privato sia dell’accompagnamento sia, soprattutto, della tutela”.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
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Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL PD NON DOVREBBE CONFONDERSI CON I POLITICI CHE RISPONDONO SDEGNATI AI SOSPETTI
I politici inglesi di un certo peso tengono con accuratezza un’agenda dei loro incontri
e contatti, corredata di date e motivi del colloquio.
Spesso la citano per scagionarsi da accuse.
Non deve essere questo lo stile di lavoro di Pier Luigi Bersani, il quale, per giustificarsi di aver introdotto nel 2004 l’imprenditore Gavio al compagno di partito Penati, allora presidente della Provincia di Milano, ha detto: «Il ministro delle attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie».
La risposta sarebbe corretta se l’avesse data Antonio Marzano.
Perchè – come è noto – era lui il ministro delle attività produttive nel 2004, quando il centrodestra stava al governo e Bersani all’europarlamento.
Non per essere pignoli.
Ma siccome da quel contatto scaturì poi una lunga storia finita con Penati che pagò 238 milioni di euro le azioni di Gavio dell’autostrada Serravalle, e con Gavio che contribuì alla cordata Unipol, Bersani capirà che ogni imprecisione danneggia gravemente la sua linea di difesa.
La verità è che con Gavio ci parlò da esponente dei Ds che si faceva intermediario presso un altro esponente dei Ds.
Un affare di partito, insomma. E Bersani non deve, per la sua storia e per la sua responsabilità , confondersi con tutti quei politici che rispondono sdegnati ai sospetti lasciando cadere qua e là qualche data o qualche cifra inesatta, sperando che nessuno se ne accorga.
D’altronde c’è un’aggravante.
Perchè se Bersani avesse ammesso, come sul Corriere gli abbiamo chiesto, che l’affare Serravalle fu politicamente improprio e sbagliato, allora gli si potrebbe perdonare il lapsus.
Ma siccome non l’ha fatto, viene il dubbio che non sia un lapsus.
C’è una seconda questione di date che mi turba.
Fonti vicine al segretario del Pd hanno detto ieri ai giornali che Tedesco fu candidato al Senato quando il leader era Veltroni: dunque altra gestione. Vero.
Ma Tedesco non fu eletto.
Fu poi nel 2009 che gli si regalò il laticlavio con un’operazione politica di cui sapeva benissimo Bersani, non foss’altro perchè i giornali la raccontarono nei dettagli.
A sorpresa il Pd decise di non candidare più al Parlamento europeo Umberto Ranieri, che vi era talmente predestinato da essere stato nominato da tempo responsabile del partito per il programma elettorale, e candidò invece De Castro, all’epoca felicemente senatore.
Fece così posto a Palazzo Madama per Tedesco, dimessosi da assessore della Sanità pugliese proprio perchè indagato, che era il primo dei non eletti.
Anche qui un’aggravante.
Il Pd lo fece non solo per proteggere Tedesco, ma anche per sfruttarne il consistente pacchetto di voti: perchè l’uomo aveva minacciato di ritirare il suo appoggio ad Emiliano, candidato sindaco a Bari nelle contemporanee elezioni comunali, se non fosse stato promosso al Senato.
Ma i pm, che sanno essere più furbi del Pd e che finchè era assessore e dunque senza scudi non lo arrestarono, ne chiesero l’arresto una volta eletto.
A riprova che l’ipocrisia in politica prima o poi si paga.
Sarebbe preferibile un Bersani che a testa alta avesse difeso il diritto di qualche suo senatore di negare un arresto ormai inutile, a un Bersani che finge di dimenticare come e perchè Tedesco fu mandato in parlamento.
In altre parole: è nel 2004 e nel 2009 che Bersani fece o avallò scelte politiche sbagliate.
Se vuole essere credibile nel 2011 sulla questione morale deve cominciare con il riconoscerlo.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
CLAMOROSO SONDAGGIO DI PADANIA.ORG.: SOLO IL 4,4% DEGLI ELETTORI DELLA LEGA LO VEDONO ANCORA COME IL CAPO…LA CERTIFICAZIONE NON ARRIVA DA UN SITO UFFICIALE, MA IL MESSAGGIO E’ CHIARO: IL SENATUR HA STANCATO IL POPOLO LEGHISTA….IN TESTA MARONI, TOSI E MISTER X
Il campione è piccolo, il sito non è quello ufficiale e il metodo non è scientifico ma il messaggio è comunque chiaro: Umberto Bossi leader ha stancato il popolo della Lega.
La “certificazione” arriva da un sondaggio realizzato pubblicato sul sito internet Padania.org. Non si tratta, per quanto sia un giornale essenzialmente monotematico sulla Lega, di un sito ufficiale. Il vero sito del quotidiano leghista è un altro (lapadania.com) e prevede l’accesso solo tramite registrazione.
Sta di fatto che ai leghisti si rivolge Padania.org e a loro chiede lumi sulla leadership del partito.
Ne esce fuori un sondaggio da cui risulta che più di 95 leghisti su 100 vogliono aria nuova ai vertici: che sia un mister X o che sia Roberto Maroni la sostanza non cambia.
Per Bossi il sondaggio suona come un sinistro “fora dai ball”.
Il sito non proprio doc della Padania ha rivolto ai leghisti una semplice domanda: “Chi vorreste come nuovo leader della Lega?”.
A voler essere puntigliosi, in verità , già la presenza della parola “nuovo” nella domanda tradisce un certo malessere.
Rimane il fatto che, al momento del voto, l’opzione “Umberto Bossi” campeggia come prima di otto, in una lista che comprende, tra gli altri, personaggi come i ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli, il sindaco di Verona Flavio Tosi e un fantomatico “mister x”, chiamato semplicemente “uomo nuovo”.
I risultati del sondaggio, almeno fino al pomeriggio di sabato 16 luglio, non possono far piacere al Senatur.
Il leader più votato è infatti proprio quel Maroni (35% delle preferenze) con cui, dagli striscioni esposti a Pontida, non sembra correre esattamente buon sangue.
Dietro Maroni, con il 23% dei voti, segue il leader che non c’è, l’uomo nuovo non meglio identificato.
Al terzo posto il sindaco di Verona Flavio Tosi (19%) che stacca Luca Zaia fermo all’11%. Bossi arriva solo al sesto posto: a confermarlo leader è appena il 4,3% del campione, mentre il 2,7% dei votanti si limita a un laconico “non so”.
Chiudono la classifica dei possibili nuovi leader Roberto Castelli (2,2%) e Roberto Calderoli
(da “Blitz quotidiano”)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL COSTRUTTORE PROIETTI CONFERMA: “L’A’FFITTO DELL’APPARTAMENTO DI TREMONTI PER DUE ANNI L’HO PAGATO IO”… NELLE COMMESSE PER GLI AEROPORTI TRA I REFERENTI DIVERSI POLITICI
Non ci sono soltanto il ministro Giulio Tremonti e il suo ex consigliere politico
Marco Milanese nei verbali dell’imprenditore Tommaso Di Lernia.
Il costruttore tuttora agli arresti domiciliari per illecito finanziamento proprio per aver pagato la barca a Milanese in cambio di appalti, ha accusato altri tre politici di centrodestra e uno dell’Udc di aver preso tangenti per l’assegnazione delle «commesse» di Enav e Selex, azienda del gruppo Finmeccanica.
Uno di loro è Aldo Brancher, per diciassette giorni ministro per il Federalismo dell’attuale governo e poi costretto a dimettersi perchè condannato a Milano, per ricettazione nell’affare Antonveneta.
Gli altri sono ancora segretati.
In questo sistema di «mazzette» ha coinvolto anche il titolare dei Trasporti Altero Matteoli, definendolo «il politico di riferimento delle imprese che operano su Venezia».
Rivelazioni ritenute attendibili dai magistrati che stanno adesso effettuando una serie di ulteriori riscontri.
Ma una conferma alle sue dichiarazioni sul pagamento della casa al centro di Roma occupata dal responsabile dell’Economia da parte del titolare della «Edil Ars» Angelo Proietti, sia pur con diverse modalità , è già arrivata dal diretto interessato: «È vero – ha detto – per due anni all’affitto di quell’appartamento ho provveduto io».
Racconta Di Lernia davanti al giudice e poi conferma al pubblico ministero Paolo Ielo: «Lorenzo Cola (consulente di Finmeccanica che lo aveva coinvolto nel giro degli appalti, anche lui ancora agli arresti domiciliari, ndr ) mi disse che Proietti era il soggetto che Milanese gli aveva descritto come “il tipo che mi dà 10.000 euro al mese per pagare l’affitto a Tremonti”».
Il 7 luglio scorso il ministro ha lasciato intendere di essere stato ospite, ma poi è stato Milanese ad affermare – nella memoria consegnata al Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio – che Tremonti gli dava 1.000 euro a settimana, così raggiungendo la metà dell’affitto fissato in 8.000 euro mensili.
Ben diverso è il racconto di Proietti al pubblico ministero di Napoli Vincenzo Piscitelli: «Fui io a far avere a Milanese un appartamento del Pio sodalizio dei Piceni e poi lui prese anche quello di via di Campo Marzio. Poichè doveva essere ristrutturato fissai il costo dei lavori in 200 mila euro e quella cifra riuscii a fargliela scalare dal canone. In realtà la ristrutturazione mi costò circa 50 mila euro, la feci a titolo gratuito».
Tenendo conto che il canone annuale è di complessivi 96 mila euro, se Proietti dice il vero per due anni quell’appartamento non è costato a Milanese e a Tremonti neanche un centesimo.
Da verificare è anche il racconto di Di Lernia sul «ricatto» di Cola a Tremonti.
«Gli disse che se non confermava Guarguaglini alla presidenza di Finmeccanica, avrebbe svelato le sue porcate e quelle dei suoi consiglieri», dichiara nel primo interrogatorio alla presenza del suo difensore Natale Perri.
Successivamente aggiunge un dettaglio che può servire da riscontro: «So per certo che alla lite ha assistito un testimone. Cola può indicarvi il suo nome».
Così Di Lernia ricostruisce invece il «sistema» di corruzione: «Ogni impresa ha un politico di riferimento che paga attraverso i vertici di Enav e Selex, oppure direttamente. Io ho pagato direttamente Brancher e il parlamentare dell’Udc attraverso una triangolazione estera: ho portato i soldi a Cipro, poi li ho trasferiti a San Marino e infine li ho prelevati in contanti e distribuiti a Roma. Brancher li voleva fatturati alla sua fondazione “L’Officine della Libertà “, gli altri versamenti erano invece “in nero”. In totale ho versato circa un milione in due anni. So che anche Cola ha pagato due politici, in totale in dieci anni sono stati versati circa tre milioni e mezzo di euro di tangenti per l’assegnazione degli appalti di Enav e di Selex. C’è un politico di riferimento a Milano, uno a Palermo per le “commesse” che riguardano gli aeroporti di Linate e quello “Falcone e Borsellino”. So che a Venezia, per i lavori dell’aeroporto il politico di riferimento era Matteoli».
È lungo anche l’elenco dei manager ai quali Di Lernia racconta di aver versato soldi e regali. Molti di loro, già citati nei precedenti verbali, hanno smentito di aver ottenuto denaro o altre utilità , ma nei nuovi verbali l’imprenditore ha aggiunto ulteriori dettagli.
«Anche perchè – specifica l’avvocato Perri – può fornire riscontro a quanto sta dichiarando». Afferma Di Lernia: «Il presidente dell’Enav Luigi Martini, soprannominato “il calciatore” perchè giocava nella Lazio, è il manager di riferimento della destra. L’amministratore delegato Guido Pugliesi è invece tramite con l’Udc. Io gli ho regalato tre Rolex, uno del valore di 22mila euro. In totale ho comprato dieci Rolex e li ho distribuiti. In questo sistema è inserita anche l’amministratore di Selex Marina Grossi, moglie del presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini».
Sul versamento di denaro Di Lernia ha fornito poi altri particolari, ma le verifiche sono tuttora in corso
Conclusi sono invece i controlli sull’operazione immobiliare che ha coinvolto Ilario Floresta, consigliere di amministrazione di Enav, ex parlamentare di Forza Italia e sottosegretario al Bilancio nel primo governo guidato da Silvio Berlusconi.
Il sistema usato per fargli avere 250 mila euro è stato quello delle finte vendite immobiliari: attraverso il commercialista Marco Iannilli è stato firmato un preliminare per la vendita di un appartamento in Egitto.
Il contratto non è stato perfezionato e Floresta ha tenuto i soldi della caparra.
Di Lernia è però andato oltre: «Quando Iannilli è stato arrestato, Floresta ha preteso che fossi io a versargli i soldi. Ero già pressato da numerose richieste e così gli ho dato circa 15.000 euro per farlo stare buono».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
APPROVATA IN MATTINATA L’ULTIMA LEGGE AD PERSONAM PER IL PREMIER, MA I SUOI TECNICI SI INCASINANO E COMMETTONO ERRORI PACCHIANI DI DIRITTO: TUTTO DA RIFARE, CHE FIGURACCIA
Pongono la (48esima) fiducia a sorpresa, temendo di non riuscire a portarsi a casa prima della chiusura del Senato, l’ultima legge a favore del Cavaliere, il processo lungo.
Ma nella fretta spasmodica di mettersi in tasca il risultato, sbagliano clamorosamente a riscrivere l’emendamento cuore dell’articolato (Mugnai) commettendo marchiani errori di diritto che costringeranno poi la maggioranza, una volta alla Camera, a rimetterci le mani. E, a ricominciare tutto daccapo.
Una figuraccia enorme, che vanifica ogni sforzo degli uomini di Berlusconi di costruire un articolato tale da permettere agli avvocati del Cavaliere di allungare a dismisura le liste dei testimoni per raggiungere serenamente la prescrizione di tutti i suoi principali processi.
Quindi tra poco voteranno un’inutile fiducia, posta anche per timore di non riuscire davvero a controllare le mosse della Lega, e poi se ne andranno tutti in vacanza.
Con un pugno di mosche in mano.
È stato il senatore dell’Idv, l’avvocato Luigi Li Gotti, a mettere in aula la maggioranza spalle al muro, raccontando ai pochissimi presenti rimasti ad ascoltare un dibattito totalmente inutile dopo la presentazione della fiducia da parte del governo (in aula erano in 13) in quale errore fosse incorsa la compagine degli avvocati berlusconiani di stanza a Palazzo Madama; in pratica, confondendo i numeri di alcuni articoli del codice di procedura penale, quelli legati al reato di strage e quelli sul sequestro di persona con le successive aggravanti, i berluscones in commissione Giustizia hanno escluso dai benefici penitenziari coloro che hanno commesso una strage “se è morto il sequestrato”.
Insomma, un papocchio giuridico, una svista che si tramuta in un mostro giuridico e inficia tutta la legge.
Il relatore del processo lungo, Roberto Centaro del Pdl, ha provato fino all’ultimo a convincere le opposizioni a far finta di nulla, consentendogli di mettere mano all’errore, ma il no è stato netto, anche perchè il regolamento non lo consente e i funzionari di Palazzo Madama si sono opposti con vigore.
Morale; una fiducia sprecata e un buco nell’acqua per il Cavaliere che non potrà vedersi approvata la sua legge entro ottobre, come avrebbe voluto, in modo da mandare a gambe per aria i processi Mills, Mediaset e Mediatrade.
Ma quello di ieri, se possibile, è stata l’ennesima prova di una maggioranza totalmente allo sbando, minata al suo interno e gravata da un’unica, vera urgenza oltre a quella di omaggiare ancora Berlusconi con una legge ad personam; andare in vacanza il prima possibile.
Con Renato Schifani, presidente del Senato, vero regista di una grottesca commedia degli equivoci che ha fatto andare su tutte le furie il Pd e ha lasciato perplessa anche la Lega.
In un primo momento, infatti, si è offerto di fare da garante del dibattito, evitando di contingentare i tempi, ma minacciando comunque di farlo se le opposizioni avessero tentato manovre ostruzionistiche.
Poi, in sua assenza, il governo è arrivato a porre la fiducia, consentendo a Rosi Mauro, la pasionaria leghista che presiedeva l’aula, di chiudere di botto il dibattito che solo più tardi si è riavviato, ma con “solo delle anime morte, non più di una quindicina di senatori che non avevano alcuna voglia di stare lì”.
È stato in questa atmosfera surreale, da “ottundimento dei sensi” che Felice Casson, ha sparato alzo zero contro la maggioranza: “Vorrei dare un consiglio agli avvocati di Berlusconi — ha detto l’ex pm di Venezia — anche se non ne avrebbero bisogno; di portarsi nei processi a Milano tutte le escort della città , quindi centinaia e centinaia di persone: possono star sicuri che con la nuova norma di legge il giudice non potrà assolutamente dirgli di no. Sia in Internet sia sulle pagine gialle se ne possono trovare centinaia e centinaia”.
Anche dell’Amn, che aveva parlato di normativa capace di “avere effetti devastanti, fino a rischiare la paralisi di tutti i procedimenti pendenti” ma a Montecitorio, a settembre, la strada del processo lungo si annuncia tutta in salita; Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera ha già detto che per lei è un provvedimento “inaccettabile”.
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Luglio 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO TEMEVA DI ESSERE VITTIMA DI UNA GUERRA TRA BANDE DENTRO LA GUARDIA DI FINANZA: “IN CASERMA NON ERO TRANQUILLO: ERO CONTROLLATO E PEDINATO…COLPITO IL SISTEMA DI POTERE BERLUSCONIANO
“Lo riconosco. Ho fatto una stupidata. E di questo mi rammarico e mi assumo tutte
le responsabilità . Ma in quella casa non ci sono andato per banale leggerezza. Il fatto è che prima ero in caserma ma non mi sentivo più tranquillo. Nel mio lavoro ero spiato, controllato, pedinato. Per questo ho accettato l’offerta di Milanese…”.
Finalmente, dopo lunghi giorni di imbarazzi e di silenzi, ecco la versione di Giulio Tremonti, al culmine di un assedio che lo vede all’angolo da un mese, e che rischia di farlo cadere da un giorno all’altro.
Non una banale giustificazione “tecnica”. Ma una brutale ricostruzione politica che, se autentica, tocca il cuore del sistema di potere berlusconiano.
Il “partito degli onesti” è un grumo di malaffari pubblici e di rancori privati.
Un ministro dell’Economia, che ha appena imposto agli italiani una stangata da 48 miliardi di euro, si può pagare l’affitto di casa in nero?
In quale altra democrazia occidentale sarebbe pensabile un simile cortocircuito etico e politico? Impensabile, insostenibile.
E infatti Tremonti è nell’occhio del ciclone.
Non solo le rivelazioni che si inseguono ogni giorno, dalle carte dell’inchiesta sulla P4 e sull’Enav.
Non solo le opposizioni che chiedono conto, rimpallando sul centrodestra una “questione morale” che si vorrebbe invece intestata al solo centrosinistra.
Ma anche il “fuoco amico” del Pdl, con Berlusconi che non risparmia i veleni, i suoi “volenterosi carnefici” che si prodigano a mescolarli e i giornali di famiglia che non smettono di inocularli nel circuito politico-mediatico.
Da settimane sulla graticola, Tremonti tenta ora di passare al contrattacco.
Di cose da chiarire ce ne sono tante.
Basta rileggere le ordinanze dei giudici e dei pm.
Tra il ministro e il deputato del Pdl “c’è uno stretto e attuale rapporto fiduciario che prescinde dal ruolo istituzionale rivestito da Milanese”: lo scrive il pm di Napoli Vincenzo Piscitelli.
“Assolutamente poco chiari i rapporti finanziari tra Tremonti e Milanese”: lo scrive il gip di Napoli, Amelia Primavera.
E dunque: perchè il ministro decise di andare ad abitare nella casa per la quale Milanese versava al Pio Sodalizio un canone d’affitto di 8.500 euro al mese?
E perchè Tremonti, su questo canone mensile, ha pagato una quota di 4 mila euro, in contanti?
“La cosa più giusta è quella che ha detto Bossi – osserva adesso il ministro, chiuso nel suo ufficio di Via XX Settembre – ho fatto una stupidata, e di questo mi assumo la responsabilità di fronte agli italiani”.
È stata dunque una “leggerezza”, aver accettato la proposta di un suo collaboratore: usare il suo appartamento per le trasferte nella Capitale.
Tremonti rimanda al suo comunicato del 7 luglio, quando provò a troncare sul nascere l’ennesimo “ballo del mattone” che fa vacillare il Pdl, dallo scandalo Scajola in poi. “La mia unica abitazione è a Pavia. Mai avuto casa a Roma. Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma. Poi ho accettato l’offerta dell’onorevole Milanese. Da stasera, per ovvi motivi di opportunità , cambierò sistemazione”.
Questo diceva Tremonti, un mese fa. Ora ha cambiato sistemazione, appunto.
Ma resta sulla sua coscienza la consapevolezza di aver commesso, appunto, “una stupidata”.
Comunque grave. Gravissima per un ministro.
Nonostante questo, Tremonti non accetta di passare per un disonesto o un evasore fiscale.
“Chi parla di evasione fiscale è in malafede. Questa accusa non la posso accettare. Sono in grado di dimostrare in modo tecnicamente e legalmente indiscutibile l’assoluta regolarità del mio comportamento, e del mio contributo alle spese di quell’affitto”.
Non lo toccano le nuove carte uscite dall’inchiesta Enav, nè la ricostruzione dell’imprenditore Tommaso Di Lernia, secondo il quale l’affitto della casa non lo pagava Milanese, ma un altro imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio otteneva sub-appalti.
“È una storia di cui non so nulla – commenta il ministro – non conosco quell’imprenditore indagato, non so nulla del contesto nel quale ha raccontato quei fatti”.
Ma la novità clamorosa, che emerge dallo sfogo di Tremonti sull’intera vicenda, non riguarda tanto le spiegazioni “formali” sulla quota d’affitto versata a Milanese, quanto piuttosto le ragioni “sostanziali” che lo spinsero ad accettare il “trasloco”.
Tra le righe, il ministro accenna qualcosa, proprio nel primo comunicato del 7 luglio. “Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma. Poi ho accettato l’offerta dell’onorevole Milanese…”.
Questo è il punto cruciale.
Per molti anni, e per l’intera legislatura 2001-2006 in cui è ministro, Tremonti dorme “in albergo o in caserma”.
Ma a un certo punto, dal febbraio 2009, decide di “accettare l’offerta dell’onorevole Milanese”. Cosa lo spinge a farlo?
Non il risparmio. Anzi, l’appartamento di Via Campo Marzio gli costa, mentre l’albergo lo paga il ministero, e la caserma la paga la Guardia di Finanza.
E allora? Perchè Tremonti decide di traslocare?
“La verità è che, da un certo momento in poi, in albergo o in caserma non ero più tranquillo. Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso persino pedinato…”.
Eccolo, il “movente” che il ministro alla fine rende pubblico, dopo oltre un mese di tiro al bersaglio contro di lui.
Ecco la “bomba”, che Tremonti fa esplodere nel nucleo di uno scandalo che non è suo (o almeno non solo suo) ma semmai dell’intero sistema di potere berlusconiano. L’aveva fatto capire lui stesso, il 17 giugno scorso, nel colloquio con il pm Piscitelli che lo aveva ascoltato come testimone.
In quell’occasione Piscitelli fa sentire al ministro un’intercettazione telefonica (registrata nell’inchiesta sulla P4 di Bisignani) tra Berlusconi e il Capo di Stato Maggiore Michele Adinolfi.
Ed è allora che – come si legge nell’ordinanza – “il ministro riferisce dell’esistenza di “cordate” nella Guardia di Finanza, che si sono costituite in vista della nomina del prossimo Comandante Generale, precisa come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il presidente del Consiglio”.
Dunque, nella guerra per bande dentro la GdF, Tremonti sa da tempo di essere nel mirino di una “banda”.
In particolare, di quella che riferisce direttamente al premier.
Lo dice lui stesso a Berlusconi, in un colloquio di cui parla proprio il generale Adinolfi, a sua volta interrogato da Piscitelli il 21 giugno (quattro giorni dopo il ministro).
“Berlusconi – racconta il generale – mi mandò a chiamare, dicendomi che Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva, paventando che tramassi ai danni del ministro. Chiamò Tremonti davanti a me e lo rassicurò”.
Evidentemente quelle rassicurazioni non servono a nulla.
“Vittima” di questa guerra per bande fin dal 2009, quando cominciano i primi dissapori interni alla maggioranza e il Cavaliere comincia a sospettare degli “inciuci” tremontiani con la Lega e delle sue mire successorie dentro il Pdl, il ministro dell’Economia non si sente “tranquillo”.
Al contrario, si sente “spiato”.
E ora lo dice, apertamente: “In tutta franchezza, non me la sentivo più di tornare in caserma. Per questo, a un certo punto, ho accettato l’offerta di Milanese. L’ospitalità di un amico, presso un’abitazione che non riportava direttamente al mio nome, mi era sembrata la soluzione per me più sicura”.
Una scusa estrema, e tardiva, di un uomo disperato? Difficile giudicare.
Ma questa è la ricostruzione di Tremonti.
Se è vera, siamo al nocciolo duro del “metodo di governo” berlusconiano, che incrocia le P3 e le P4, la Struttura Delta e la “macchina del fango”, gli apparati dello Stato e il malaffare economico.
“Non accetterò che si usi contro di me il metodo Boffo”, ha detto il ministro al Cavaliere, in un drammatico faccia a faccia dei primi di giugno, quando gli apparati del premier lo lavoravano ai fianchi, per convincerlo a dimettersi.
Forse siamo ancora dentro quel film.
Se è così, è più brutto e più serio della pur imperdonabile “stupidata” di Tremonti.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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