Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
NON SI PUO’ CONVIVERE CON CHI SOSTIENE: “IN POLITICA NON BISOGNA VEDERE IL MAFIOSO, QUESTE COSE NON SERVONO”… PAOLA DEL GIUDICE, EX COORDINATRICE PROV. DI GENERAZIONE FUTURO, SI E’ DIMESSA DA FLI PER PROTESTA CONTRO CHI RICEVE IN SEDE A GENOVA PERSONE “ATTENZIONATE” DALLA DIA E POI SI GIUSTIFICA COSI’
Pubblichiamo la lettera aperta che l’amica Paola ha oggi indirizzato ai giovani di Generazione Futuro riuniti a Roma. Una lettera piena di affetto per i tanti amici che è stata costretta a lasciare per dignità e coerenza con le proprie idee, quelle di una comunità umana che meriterebbe rispetto da parte della classe dirigente di Futuro e Libertà .
Ma che, per aver denunciati fatti, non ha trovato nel partito alcuna risposta all’appello delle persone oneste, sacrificate per non disturbare i professionisti della politica e gli “intoccabili” che si annidano in Fli.
Ciao a tutti,
so che oggi vi riunite. Se è possibile e se sono ancora in tempo vorrei che qualcuno di voi leggesse le parole di saluto che allego.
Cari amici,
ho deciso di scrivere due righe per chiarire la mia posizione di dimissionaria e soprattutto per ringraziare tutti i ragazzi e le ragazze di Generazione Futuro che hanno compreso la mia scelta e hanno manifestato con piccoli e grandi gesti la loro solidarietà per me davvero preziosa.
Ancora una volta avete confermato il vostro valore soprattutto umano. Grazie!
Credo che molti di voi abbiano già letto la cronaca dei fatti genovesi: in breve nonostante siano stati denunciati più volte dei gravi fatti (vedi articolo allegato) , le risposte che aspettavamo dai vertici non sono mai arrivate.
La lotta qui a Genova è stata davvero dura e lacerante, e solo alla fine abbiamo “mollato”.
Eticamente ci è sembrato opportuno e dignitoso dimostrare il nostro dissenso lasciando Futuro e Libertà che non si è dimostrato, almeno nella nostra provincia, il partito che tutti noi stavamo ingenuamente sognando.
Ma voglio entrare nello specifico della mia decisione.
Paradossalmente il fatto più grave si è manifestato, per me, durante la cena del convegno per la presentazione de “Il Futurista”, una manifestazione che abbiamo organizzato con impegno e devozione e che sarebbe dovuta essere il coronamento di un nostro traguardo.
Tralascio particolari imbarazzanti e beceri sul comportamento di alcuni circoli genovesi, perchè mi voglio soffermare su quello è arrivato alle mie orecchie durante un diverbio piuttosto acceso.
“Vedi Paola nella politica non bisogna vedere il mafioso…, la persona sospetta…, insomma queste cose non servono, perchè bisogna fare delle strategie.”
Al mio NO, la riposta è stata: “Voi giovani dovete avere coraggio!”
Coraggio?
Scusate a quel punto ho avuto un po’ di confusione: nella mia cultura coraggio ha un significato, ma in effetti andando a cercare sul vocabolario mi sono ricordata che la sfera semantica di questo termine è ben più ampia.
Significato 1
Forza d’animo nel sopportare, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio.
Significato 2
Sfacciataggine, impudenza (prendo da Treccani). Ah ecco nella politica bisogna essere sfacciati!
Ho capito caro “amico” cosa volevi dire. Beh io non ci sto.
Per me la politica appartiene prima di tutto ai cittadini onesti che lottano per la dignità e l’etica e hanno anche Forza d’animo nel sopportare nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio (vedi significato 1).
La decisione presa da molti militanti FLI di Genova è stata davvero molto sofferta, credetemi.
Personalmente credo ancora tantissimo nell’azione che voi tutti state portando avanti, questi mesi in Generazione Futuro sono stati davvero bellissimi.
Dopo 27 anni ero riuscita finalmente a trovare un punto di riferimento politico in cui credere e per cui lottare con tutte le mie energie.
Non rimpiango nè mi pento di nulla, anzi sono felicissima di tutto ciò che abbiamo fatto insieme.
Sia per le buone capacità del coordinamento che per l’entusiasmo e l’onestà di molti di voi sono ancora convinta che Generazione Futuro possa portare avanti molte delle idee per cui il partito è nato.
Tuttavia, la forza e l’unione non bastano sempre, se infatti la compattezza di tutti noi ragazzi può essere determinata e a volte spiazzante, basta la malafede di pochi per mandare tutto a rotoli.
So che il mio augurio può sembrare incoerente, ma con tutto il cuore vi dico “in bocca al lupo e tenete duro”!
Laddove è ancora possibile cercate di mantenere alto l’onore della nostra generazione.
Un caro saluto.
Paola
Allego articolo:
DAL SECOLO XIX: “SI DIMETTONO IN 25, L’INTERA DIREZIONE PROVINCIALE.. UN SOCIO DI MAMONE PRESIEDE UN CIRCOLO”
Il commissariamento del partito a livello provinciale e cittadino, insieme alle dimissioni a raffica di 25 fra dirigenti e iscritti vari.
Per Enrico Nan, guida regionale di Futuro e libertà , si tratta della «normale soluzione a conflitti interni, preludio a un democratico congresso. E chiunque desse una chiave di lettura diversa o maliziosa, meriterebbe querele».
Ma ci sono due retroscena importanti, che potrebbero aver pesato (sebbene non in modo esclusivo) nel terremoto ufficializzato ieri fra gli esponenti del partito di Gianfranco Fini all’ombra della Lanterna.
Non è infatti un caso se il termine «codice etico» è segnato in neretto nel comunicato con cui i 25 hanno annunciato il proprio addio.
Perchè quel passo è stato preceduto da uno scambio di telefonate e mail al vetriolo, in cui si commentavano due episodi rimasti finora (parecchio) sottotraccia: un incontro riservato nella sede regionale del partito, fra lo stesso Enrico Nan e gli imprenditori Mamone (al centro di varie inchieste e sospettati di contatti con la criminalità calabrese).
E il ruolo di presidente di circolo, con annessa possibilità di rapido ampliamento, che s’era ritagliato Pietro Malatesti, un particolarissimo personaggio che la Finanza qualche anno fa intercettò per mesi.
Di entrambi questi fatti sarebbe stato informato Fabio Granata, esponente di spicco di Fli e vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, a Genova la settimana scorsa.
Ma per il momento il vincitore è Nan.
Flashback, allora.
Bisogna tornare al febbraio scorso, sede della Fiumara, per rievocare il blitz dei fratelli Mamone, Gino e Antonino detto Ninetto.
Il primo, patròn della Eco.Ge, colosso delle bonifiche e demolizioni, è sotto processo a Genova per corruzione e indagato per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta (avrebbe guidato un cartello d’imprese per spartirsi degli appalti) ed emissione di false fatture.
Il suo nome è stato più volte accostato a quello di alcune cosche calabresi, e lo stesso Gino – come certifica un video acquisito dalla Direzione distrettuale antimafia – fu protagonista agli inizi della sua carriera di un imbarazzante brindisi con alcuni personaggi che risulteranno poi conclamati capiclan.
Di cos’hanno parlato con Nan? «Si sono proposti a sostegno del movimento – conferma il coordinatore – ma il colloquio durò pochissimo».
Alcuni militanti non gradiscono; anche perchè da almeno quattro anni la stampa cittadina – Il Secolo XIX in particolare – ha dedicato fior di pubblicazioni alle vicende dei Mamone.
Nan non si scompone: «La mia segretaria mi fissa centinaia di incontri. È normale, per un rappresentante politico. Le questioni giudiziarie dei Mamone sui giornali? Lì per lì non ci ho pensato».
Poi succede dell’altro, e non sembra proprio scollegato.
Più o meno nello stesso periodo, una delle rappresentanti di “Generazione Futuro” (organizzazione giovanile di Fli) viene contattata da uno dei trenta iscritti di “Generazione Centro”, il circolo di cui è presidente tale Piero Malatesti.
L’interlocutore, che non è Malatesti, e lo confermano fonti qualificate interne a Futuro e Libertà , si qualificherebbe come rappresentante di un’associazione dove si potrebbe fare incetta di tessere.
L’ipotesi sfuma, ma vale la pena approfondire a questo punto la figura dello stesso Malatesti, la guida della sezione da cui parrebbe essere partita l’iniziativa del tesseramento industriale.
Malatesti (una mail di convocazione alla cena con due parlamentari lo include nell’indirizzario dei dirigenti genovesi) è stato al centro di indagini della Finanza nel 2007.
I militari ne rimarcavano in primis i continui contatti con Gino Mamone: insieme avevano provato ad avvicinare l’allora leader dell’Udeur, Clemente Mastella, a Palazzo Ducale, e allo strano blitz partecipò pure Onofrio Garcea, uno dei boss della ‘ndrangheta genovese arrestati nei mesi scorsi.
Malatesti era così descritto nell’informativa dei pm: “Ha innumerevoli contatti con il mondo imprenditoriale e politico, non giustificati dalla professione svolta, il tassista. Sovente è capitato d’intercettare conversazioni nelle quali parrebbe che lo stesso fosse impegnato in un ruolo di intermediario per un appalto nel settore petrolifero in territorio libico, congiuntamente a Gino Mamone. Sono state intercettate anche conversazioni in cui si parla della loro percentuale di guadagno”:
E’ perlomeno singolare che, soci in questo stranissimo business nel 2007 (quando le aderenze sospette degli stessi Mamone con le famiglie calabresi erano già note) ritornino quasi contemporaneamente nella vita di Futuro e Libertà .-
Così strano che potrebbe aver contribuito alle dimissioni in massa.
Enrico Nan ribadisce di non sapere “assolutamente nulla”di quella proposta di tesseramento partita dal circolo di Malatesti: “Il fatto che il suo nome ricorresse nelle intercettazioni di un’inchiesta penale, non può essere una dirimente all’iscrizione”.
Il Secolo XIX ha provato più volte a contattare Piero Malatesti sul cellulare, senza ottenere risposta
Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX“)
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Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
I GIUDICI DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO STABILISCONO IL RISARCIMENTO, SENTENZA IMMEDIATAMENTE ESECUTIVA… “BERLUSCONI CORREO DI CORRUZIONE”
La Fininvest dovrà pagare.
I giudici della Corte d’Appello di Milano hanno condannato la holding del Biscione a risarcire Cir
per la vicenda del Lodo Mondadori per 540 milioni circa di euro alla data della sentenza di primo grado dell’ottobre 2009, più gli interessi e le spese decorsi da quel giorno.
La cifra quindi arriverebbe intorno ai 560 milioni di euro.
Un quarto in meno dei 750 milioni stabiliti in primo grado.
La sentenza è immediatamente esecutiva.
Furiosa la reazione di Marina Berlusconi, mentre la Cir, in una nota, afferma che la sentenza “conferma ancora una volta che nel 1991 la Mondadori fu sottratta alla Cir mediante la corruzione del giudice Vittorio Metta, organizzata per conto e nell’interesse di Fininvest”.
Definendo il contenzioso giudiziario su Mondadori “riguarda una storia imprenditoriale ed è completamente estraneo all’attualità politica”.
La causa è la conseguenza, in sede civile, di un processo penale finito nel 2007 con le condanne definitive, per corruzione in atti giudiziari, del giudice Vittorio Metta e degli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico.
La Cassazione confermò che la sentenza del 1991 della Corte d’Appello di Roma, sfavorevole a De Benedetti nello scontro con Berlusconi per assicurarsi il controllo della casa editrice, fu “comprata” corrompendo il giudice Metta con almeno 400 milioni di lire provenienti dai conti esteri Fininvest.
Il premier venne prosciolto per prescrizione in modo irrevocabile nel novembre 2001.
La sentenza.
“Per questi motivi la corte accoglie, per quanto di ragione, sia l’appello principale che quello incidentale e per l’effetto in parziale riforma della sentenza del 2009, determina in euro 540 milioni 141 mila 059,32 centesimi l’importo dovuto dalla convenuta alla data del 3 ottobre 2010 quale risarcimento di danno immediato e diretto, e pertanto condanna Fininvest a pagare in favore di Cir s.p.a. tale somma oltre agli interessi legali da detta data al saldo; dichiara compensate per un quarto tra le parti le spese processuali di entrambi i gradi del giudizio; condanna l’appellante Fininvest a riforndere in favore della Cir i residui tre quarti delle spese processuali dei due gradi, come in motivazione partitamente liquidate, per il primo grado in complessivi euro 3 milioni 296 mila, e per il presente grado in complessivi euro 3 milioni 940 mila oltre, per entrambi i gradi di giudizio, al rimborso per le spese generali del 12,5% su diritti e onorari come per legge; pone definitivamente a carico di ciascuna parte per la metà i già liquidati costi della consulenza tecnica d’ufficio; conferma nel resto la sentenza impugnata”.
Per il giudici, inoltre, il premier è “correo” nel reato di corruzione.
La nota della Cir.
“Si è riconosciuto il diritto di Cir a un congruo risarcimento per il danno sofferto – si legge nella nota – tale danno, enorme già in origine, si è poi notevolmente incrementato per rivalutazione e interessi in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti. Con particolare soddisfazione si registra il passaggio della sentenza dove si riconosce che, corrompendo il giudice metta, Fininvest tolse a Cir non la semplice chance di vincere nel 1991 la causa sul controllo del gruppo Mondadori-Espresso, ma la privò senz’altro di una vittoria che senza la corruzione giudiziaria sarebbe stata certa”.
Il procedimento civile.
Avviato nell’aprile 2004, con la richiesta complessiva di un miliardo di risarcimento da parte di Cir, il procedimento civile il 3 ottobre 2009 ha visto la sentenza di primo grado: il giudice Raimondo Mesiano aveva stabilito che la holding di De Benedetti “ha diritto” al risarcimento da parte di Fininvest “del danno patrimoniale da perdita di ‘chance'” per “un giudizio imparziale’. Risarcimento 8 quantificato in 749.995.611,93 euro a cui si aggiungono gli interessi legali, le spese del giudizio e, tra l’altro, due milioni di euro per gli onorari.
Pochi giorni dopo il ricorso in appello, a dicembre, era arrivato un accordo tra Finivest e Cir: la prima aveva presentato una fideiussione da 806 milioni 9 rinunciando all’istanza di sospensione, mentre la seconda si era impegnata a non chiedere l’esecuzione del maxirisarcimento fino alla sentenza d’appello.
Il pool di esperti.
In vista del verdetto di secondo grado, lo scorso anno, i magistrati avevano nominato un pool di esperti per stabilire “se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l’aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento”.
Le conclusioni dei consulenti.
A settembre 2010 le conclusioni dei consulenti: avevano stabilito che il danno subìto dalla holding della famiglia De Benedetti esisteva anche se, a loro avviso, era minore rispetto alla quantificazione del tribunale.
Di recente Berlusconi aveva definito una sua eventuale condanna “una rapina a mano armata”. Mentre è di pochi giorni fa la polemica sulla cosidetta norma salva Fininvest inserita e poi tolta dalla Finanziaria dopo dure polemiche. Ed oggi è saltata la visita del premier a Lampedusa.
Che cosa accadrà .
A questo punto Cir può, da subito, eseguire il contenuto della sentenza d’Appello: con un “precetto”, e cioè un atto giudiziario ad hoc, intimare il pagamento della somma dovuta.
Qualora Finivest non fosse in grado di pagare la cifra stabilita dai giudici, la holding di De Benedetti si potrà rivolgere alle banche, di cui Intesa-Sanpaolo è capofila, garanti di una fideiussione da 806 milioni.
Fideiussione bancaria valida per 16 mesi, e rinnovabile, posta alla base dell’accordo del dicembre 2009 tra le sue società .
Ci potrebbe essere anche, in via del tutto ipotetica, un accordo tra le parti per congelare l’esecutività della sentenza in attesa della conferma definitiva della Cassazione.
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Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA DUE GIORNI SI SPOSTA DA PIAZZA DUOMO AL PRATO SANT’ANTAGOSTINO: PREVISTA LA PRESENZA DI MIGLIAIA DI DONNE… INTERVENTI ANCHE DI FLAVIA PERINA E GIULIA BONGIORNO
“Spiazzate, ma certo molto contente di questa partecipazione così corale” dice Tatiana Campioni, una delle organizzatrici del primo incontro nazionale di “Se non ora, quando?” a Siena.
Sono attese un migliaio di donne, alcune in rappresentanza dei 120 comitati locali, altre che aderiscono a titolo personale.
Per la terza volta cambia la location: l’incontro si terrà , non più in piazza Duomo, nè in Santa Maria della Scala, ma nel Prato di Sant’Agostino, un giardino panoramico sui tetti della città . “La piazza era troppo assolata – spiegano le organizzatrici – in Sant’Agostino invece ci sono alberi e ombra, si starà certamente meglio”.
Lì del resto mille persone possono entrare dal momento che ad ogni palio il rione della Tartuca tiene lì il suo quartier generale.
L’appuntamento a Siena sarà per il movimento un banco di prova, sia per confrontarsi sui tre temi all’ordine del giorno: il corpo delle donne e la sua rappresentazione, il lavoro, la maternità , sia per capire come un movimento spontaneo così ampio e vario nelle sue componenti si potrà organizzare.
“Sarà l’occasione per fare un bilancio della strada che abbiamo percorso in questi mesi – ha spiegato la regista Cristina Comencini – e l’occasione per rilanciare altre iniziative”.
Il movimento “Se non ora, quando?” nasce dalla manifestazione del 13 febbraio sul dopo Ruby che ha portato nelle piazze italiane un milione di persone.
Nei giorni successivi sono nati da lì 120 comitati locali che nel fine settimana saranno rappresentati a Siena.
La manifestazione sarà seguita sul web attraverso Radio Articolo 1, il blog di “SE non ora quando?” e su Twitter.
Sono previsti interventi di Tindara Addabbo, Linda Sabbadini, Sabina Castelfranco, Lorella Zanardo, Flavia Perina.
Parteciperanno fra le altre: Giulia Bongiorno, Livia Turco, Paola Concia, Susanna Camusso. Sabato alle 19,30 poi, flashmob in piazza del Campo.
Poi dalle 22 via alla festa concerto con l’esibizione di gruppi selezionati dall’attrice Lunetta Savino.
Autofinanziamento. Il movimento è autofinanziato e l’alto numero di adesioni all’incontro di Siena ha alzato notevolmente i costi: da qui la richiesta di versare dei contributi volontari per sostenere le attività (sul blog ci sono tutte le indicazioni: bonifico sul conto intestato a Associazione Promozione Sociale “Se non ora quando?” Nazionale – IBAN: IT13Y0501803200000000155055 presso Banca Etica, Roma).
Rete di accoglienza.
Sono una settantina i posti letto offerti dai senesi che hanno aperto le loro case alle donne di “Se non ora, quando?”. Altri ancora potrebbero servire, pertanto – fanno sapere dall’organizzazione – chi avesse disponibilità può scrivere una mail a donnedel13siena@gmail.com
Dirette e web.
Chi non sarà a Siena, potrà seguire l’evento sul web con una diretta streaming di Radio Articolo 1, oppure reportage e servizi su www.esemplaretv.com quattro nuovi canali web che debuttano in questi giorni e che si occupano di raccontare l’universo femminile cominciando dalle protagoniste e dai talenti nel campo dell’arte, della scienza, della cultura, della musica e della ricerca. Informazioni e servizi anche sul blog di Se non ora quando e aggiornamenti sulla pagina Facebook e all’account twitter@comitato13febbraio2011.
Museo gratis. Per l’occasione il Santa Maria della Scala resterà aperto gratuitamente sabato 9 luglio dalle ore 18.30 alle ore 23.30.
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Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI TRENTA SINDACI, 13 PRESIDENTI DI PROVINCIA, QUATTRO ASSESSORI E 54 CONSIGLIERI COMUNALI: SI TENGONO BEN STRETTA LA POLTRONA E LO STIPENDIO DA PARLAMENTARE
Meglio di una poltrona c’è solo una doppia poltrona, magari con annesso raddoppio
dell’indennità e dei privilegi.
I parlamentari nostrani, europei e nazionali, hanno preso il vizio di accumulare su di sè più cariche elettive, tanto che sono oggi oltre un centinaio quelli che possono vantare nel proprio curriculum un seggio a Roma o a Strasburgo e, contemporaneamente, una fascia tricolore, un assessorato o un ruolo di consigliere in qualche comune e provincia d’Italia.
Secondo i dati elaborati da OpenPolis, che l’Espresso pubblica in esclusiva, ci sono centoventuno casi di doppi incarichi nei nostri parlamenti, molto spesso legati a personalità semisconosciute del panorama politico, ma con qualche eccezione di rilievo.
A ogni tornata elettorale la storia è sempre la stessa: alcuni di questi esempi finiscono sulla stampa e alimentano la polemica, salvo poi tornare nell’ombra dopo qualche settimana. I casi più piccoli si meritano invece qualche appunto dalla stampa locale e poi finiscono nel dimenticatoio.
Dai dati di OpenPolis pare che ad andare di moda siano soprattutto i seggi nei consigli comunali piccoli e grandi della Penisola, poltrone “locali” che non dispiacciono a cinquantaquattro parlamentari.
Tra tanti nomi che non dicono nulla al grande pubblico ci sono anche politici di primo piano come Francesco Rutelli, senatore del Terzo polo e consigliere comunale a Roma (dopo aver perso la corsa per il Campidoglio) e Riccardo de Corato, deputato Pdl e consigliere a Milano dopo aver perso la carica di vicesindaco.
Sempre nel consiglio del capoluogo lombardo siede Matteo Salvini, consigliere della Lega Nord ed europarlamentare, mentre bisogna andare ancora più a Nord per trovare l’ultras berlusconiana Michaela Biancofiore, deputata Pdl e consigliere comunale a Bolzano.
Se i nomi dei politici possono dire poco, la disposizione geografica di questi doppi incarichi può essere interessante.
Ne sanno qualcosa i cittadini di Olbia, che hanno prestato alla politica nazionale tre dei loro consiglieri comunali, o quelli di Borgomanero, paesino in provincia di Novara: 21mila abitanti e la fortuna di avere ben due consiglieri comunali che fanno anche i deputati a Roma (uno per la Lega e l’altro per il Pd).
Meno folta la schiera degli assessori che conta solo quattro esponenti (tre del Pdl): tra questi emerge il caso del centrista Bruno Tabacci da poco nominato assessore nella giunta milanese di Giuliano Pisapia.-
Risalendo la gerarchia degli incarichi cambiano i numeri e i nomi iniziano a farsi via via più interessanti.
Nel nostro paese ci sono ben trentadue comuni che possono vantarsi di avere un primo cittadino onorevole.
In molti casi si tratta di paesi di provincia che premiano il proprio candidato nella speranza di ricevere dei privilegi da Roma: non è un caso se 16 dei 32 primi cittadini sono esponenti della Lega Nord (che conta anche due dei tre vicesindaci), attaccata al territorio quanto alle poltrone.
Tra gli altri nomi che meritano una citazione ci sono il sottosegretario alle infrastrutture Mario Mantovani che, oltre all’incarico nella squadra di Governo, tiene nel cassetto anche la fascia di Arconate, paese da seimila anime nel milanese.
Nella lista appaiono anche due new entry del calibro di Luigi De Magistris, europarlamentare Idv e sindaco di Napoli, e Piero Fassino, deputato del Pd e primo cittadino a Torino.
Proprio Fassino ha annunciato da alcuni giorni le sue dimissioni da parlamentare, mentre De Magistris dichiara di essere in attesa della ratifica formale della Cassazione che lo farà decadere dall’incarico a Strasburgo per incompatibilità .
Ma visto che il ruolo di sindaco poco si addice a un vero leader politico, tredici parlamentari hanno preferito quello di presidente o vicepresidente della Provincia.
In questo caso sono gli esponenti del Pdl a dettare legge con otto poltrone, seguiti a debita distanza dai colleghi leghisti (tre province) e dai casi singoli di Udc e Pd.
Non cambia molto guardando ai consigli provinciali, in cui i casi di doppio incarico sono in totale undici con solida prima posizione per il Pdl con quattro suoi deputati-consiglieri.
Alla fine di questo viaggio tra i doppi incarichi vale la pena tirare le somme: se nessun partito presente in Parlamento può infatti definirsi completamente escluso da questo malcostume, è anche vero che vanno fatte delle proporzioni.
Sui centoventuno casi trovati da OpenPolis, più di un terzo (47) sono legati a parlamentari del Pdl, seguiti a poca distanza dai compagni di maggioranza della Lega, che possono contare su 42 “doppio-incarichisti” .
Le formazioni di opposizione guardano da lontano, con il Pd fermo a quota quattordici casi (incluso Fassino), il Terzo Polo a nove, e l’Italia dei Valori a tre (incluso De Magistris).
C’è però spazio e gloria anche per Iniziativa Responsabile, che nel suo piccolo riesce ad accumulare ben tre casi di doppi incarichi.
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Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
GLI INQUIRENTI: SEGRETI VIOLATI, SOSPETTI SU TANTI UFFICIALI… L’INTERROGATORIO DI ADINOLFI, INDAGATO PER LA P4: “FUI CHIAMATO DAL PREMIER”
L’inchiesta su Marco Milanese documenta qualcosa di più e di più grave di un’umiliante storia di corruzione.
Racconta il vincolo di fedeltà e appartenenza di alti ufficiali della Guardia di Finanza non al Paese, ma a una parte politica, il Pdl.
Fotografa generali divisi in “due cordate” che si contendono un rapporto fiduciario con Palazzo Chigi e la cui posta in gioco è, nell’immediato, la nomina del nuovo Comandante Generale.
Una cordata che “fa capo al presidente del Consiglio”.
L’altra che risponde a Milanese, già ufficiale della Finanza, consigliere del ministro Giulio Tremonti, che del Corpo è vertice politico e funzionale.
Entrambe pronte a soffiare notizie coperte da segreto.
“La gravità delle condotte di Marco Milanese”, scrive il gip di Napoli, il “commercio” di notizie coperte da segreto di indagine raccolte all’interno della Guardia di Finanza, “coinvolgono direttamente la trasparenza e l’affidabilità del Corpo”.
Perchè – scrive ancora il magistrato – con Milanese “hanno concorso nel tempo alla ripetuta rivelazione di segreti di ufficio ufficiali della Guardia di Finanza in corso di identificazione”.
Sono affermazioni nette. Prive di beneficio del dubbio.
Confermano il salto di qualità del lavoro della Procura di Napoli, per altro già compiuto nell’indagine P4, alla ricerca dei responsabili della fuga di notizie nell’inchiesta Bisignani (dove sono indagati il Capo di Stato Maggiore del Corpo Michele Adinolfi e il Comandante per l’Italia meridionale Vito Bardi).
Trascinano nella polvere, riprecipitandola nei giorni più bui del caso Speciale e riproponendo intatte le questioni poste da quella vicenda, l’intera Guardia di Finanza. Tratteggiano il suo Stato Maggiore come una tana di “talpe” (“in via di identificazione”). Anche perchè questa “verità ” trova conferma, il 17 giugno scorso, nelle parole di Tremonti.
Il pm Vincenzo Piscitelli lo ascolta come testimone.
Vuole sapere dei suoi rapporti e di quelli di Milanese con viale XXI Aprile e, più in generale, di quelli tra i generali di Stato Maggiore e la politica.
Al ministro viene fatta ascoltare un’intercettazione telefonica (raccolta nell’inchiesta P4 dai pm Woodcock e Greco) tra Berlusconi e Michele Adinolfi, il capo di Stato Maggiore. E Tremonti, nella sintesi che ne fa il gip nell’ordinanza, offre questa risposta. “Il ministro riferisce dell’esistenza di “cordate” nella Guardia di Finanza, che si sono costituite in vista della nomina del prossimo Comandante Generale (l’ufficiale che dovrà succedere all’attuale generale Nino Di Paolo ndr.).
Precisa come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il Presidente del Consiglio.
Ma soprattutto, riferisce che Milanese è ancora in stretto contatto con quei vertici, avendo appreso dagli stessi quanto a lui (a Tremonti-ndr) riferito ed oggetto di un suo colloquio con il presidente Berlusconi”.
Milanese, dunque, parla con l’anima “tremontiana” dello Stato Maggiore che lo informa delle mosse di chi, nel Comando, è invece a disposizione del Presidente del Consiglio e di Gianni Letta.
Il riferimento è al generale Adinolfi, capo di Stato Maggiore, che, il 21 giugno, quattro giorni dopo la testimonianza di Tremonti, viene dunque interrogato.
Questa volta da Henry John Woodcock e Francesco Curcio, i pm dell’inchiesta P4.
E il generale così risponde: “Conosco Letta da tanti anni e con lui ho avuto rapporti esclusivamente istituzionali (…) Sono amico di vecchia data di Galliani e ho visto l’onorevole Alfonso Papa (il cane da riporto di Bisignani-ndr) frequentare il Comando Generale e lamentarsi perchè stavano svolgendo indagini sul suo conto. Non conosco Bisignani”.
Quindi l’affondo: “A novembre-dicembre 2010, è venuto meno il corretto rapporto di consuetudine tra me e Milanese e più complessivamente tra il gabinetto del Ministro e il comando generale. Non so spiegarmi il perchè, ma da voci diffuse ho appreso che lui mi ritenga responsabile delle sue vicissitudini giudiziarie”. Infine, il riferimento di Tremonti al suo colloquio con Berlusconi. Che, svela Adinolfi, aveva ad oggetto proprio lui, il capo di Stato Maggiore. “Berlusconi mi mandò a chiamare, dicendomi che Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva, paventando che tramassi ai danni del ministro. Chiamò Tremonti davanti a me e lo rassicurò”.
Non deve averlo convinto.
Carlo Bonini
(da “la Repubblica“)
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Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile
“VIVEVO LI’ TEMPORANEAMENTE, CAMBIO SUBITO CASA”…MA L’EPISODIO NON FA CHE AUMENTARE LA TENSIONE GIA’ ESISTENTE CON I COLLEGHI DI GOVERNO
«È chiaro che tutto questo fa parte di una strategia politica, è un’operazione contro di me». 
Nel giorno più nero della sua carriera politica, più buio persino di quella calda nottata del luglio 2004, quando Gianfranco Fini lo costrinse a dimettersi da ministro dell’Economia, Giulio Tremonti mette in fila i pensieri e ragiona su quello che è successo.
Bruciano le pesanti accuse a quello che, fino a ieri, era il suo principale collaboratore, Marco Milanese.
Ombre che adesso si allungano anche sul ministro, a causa di un particolare emerso nelle carte del gip di Napoli, Amelia Primavera, che ha chiesto l’arresto dell’ex consigliere politico di Tremonti: Milanese ospitava Tremonti a casa sua.
Una casa di lusso, a poche decine di metri da Montecitorio, in via di Campo Marzio 24, di proprietà del Pio Sodalizio dei Piceni.
Un appartamento da 8.500 euro al mese di canone.
Ora Tremonti ha deciso, in quella casa non metterà più piede.
«La mia unica abitazione – si difende in serata con una nota scritta – è a Pavia. Non ho mai avuto casa a Roma. Per le tre sere a settimana che normalmente – da più di quindici anni – trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, prevalentemente in albergo e come ministro in caserma. Poi ho accettato l’offerta fattami dall’onorevole Milanese, per l’utilizzo temporaneo di parte dell’immobile nella sua piena disponibilità e utilizzo. Apprese oggi le notizie giudiziarie relative all’immobile, già da stasera per ovvi motivi di opportunità cambierò sistemazione».
Una decisione inevitabile, quella di lasciare l’appartamento.
Ma che forse non basterà a tirare fuori Tremonti dalla bufera che l’ha investito.
Intanto però il ministro si difende.
E chiarisce: «È Milanese a pagare l’affitto, quella non è casa mia. Sia chiaro che paga l’affitto per se stesso, anche se in realtà in quell’alloggio non ci abita nemmeno lui. Diciamo che ci svolge attività sociali, ci ospita i parenti».
Una via di mezzo tra un pied-à -terre e una casa di rappresentanza. «È nella sua totale disponibilità e a me ha concesso solo una camera».
Il ministro racconta la sua vita da pendolare: «Io vado avanti e indietro con Milano, sono sempre con la valigia in mano. Non ho una casa a Roma perchè la mia vita è a Milano».
Ma, in fondo, questi sono dettagli. Perchè Tremonti è convinto che, per quanto possa spiegarsi e dare un’altra versione rispetto a quella dei magistrati, non è solo dalle carte dei pm che deve difendersi.
Per questo inquadra l’accostamento del suo nome all’inchiesta come «parte di una strategia politica», «un’operazione» per farlo fuori, per indebolirlo.
E se la strategia è «politica», evidentemente «politico» deve essere anche l’architetto che l’ha immaginata. Tremonti non aggiunge altro, non rivela quali siano i suoi sospetti.
E tuttavia basta solo riavvolgere il filo della giornata per vedere in azione un potente accerchiamento «politico» del ministro dell’Economia.
C’è il sottosegretario Gianni Letta, che lascia filtrare il suo sconcerto contro Tremonti per essere stato tirato in ballo nella vicenda della norma “salva-Fininvest”.
Ci sono i colleghi del Pdl, da Brunetta a Galan, che allestiscono un processo contro Tremonti al Consiglio dei ministri.
E c’è anche la Lega – Roberto Maroni in prima fila – che non ha digerito i tagli alle pensioni sulla manovra.
L’elenco dei nemici politici del ministro è sterminato.
Ma tra tutti ce n’è uno che ormai ha inquadrato Tremonti nel mirino e ne studia attentamente ogni mossa: Silvio Berlusconi.
È di ieri l’ultimo battibecco a distanza.
Con il Cavaliere che lo accusa di aver scritto il comma 23 salva-Fininvest e Tremonti che replica con una considerazione filosofica che sembra cucita su misura per il premier: «Se servi il Paese fai le cose che credi siano giuste e non fai il furbo, tentando di fregare qualcuno».
Nel governo, per come si sono messe le cose, ormai tutti aspettano di vedere l’ultima puntata della saga.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
argomento: economia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »