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C’ERA UNA VOLTA IL SENATUR

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

LA NORMALIZZAZIONE DELLA LEGA SI E’ COMPLETATA E IL DECLINO DEL PDL HA COLPITO ANCHE IL CARROCCIO…MA BOSSI POTRA’ ESSERE MESSO DA PARTE SENZA CHE LA LEGA IMPLODA?

Il passsaggio di Bossi in Cadore, per festeggiare il compleanno dell’amico Tremonti, insieme a Calderoli, è durato poco.
Qualche giorno appena.
Per l’incalzare della crisi, ma soprattutto, per paura dei fischi, delle proteste e dei contestatori. Così, niente interviste e niente conferenze stampa.
Una nemesi: il contestatore contestato. Il portavoce della Protesta protestato.
A casa propria (visto che il bellunese è culla del leghismo).
Un tempo, invece, Bossi era costantemente (in) seguito da una comunità  di giornalisti “specializzati”. Soprattutto d’estate, in attesa di una provocazione quotidiana, che desse un po’ di colore politico a una stagione altrimenti incolore.
E Bossi non deludeva mai.
Sparava (verbalmente) contro l’Italia, i “vescovoni” e il Papa polacco.
Contro Berlusconi, le destre e le sinistre – romane.
Da qualche anno, però, nessuna sorpresa e meno giornalisti, a Ponte di Legno come in Cadore.
La Lega non riserva più sorprese. Si è normalizzata.
Tutti i politici, d’altronde, si sono un po’ “leghizzati”. Le sparano grosse per ottenere spazio sui media. Sul modello del Senatur.
Poi, soprattutto, il declino del berlusconismo ha “colpito” anche la Lega.
Che, come il Pdl e Forza Italia, è un “partito personale”. Quantomeno: altamente “personalizzato”.
“Impersonato” dalla “persona” di Umberto Bossi, fin dai primi anni Novanta. Quando il Senatùr, dopo aver riunito le diverse leghe regionaliste intorno al nucleo lombardo e dopo aver “epurato” tutti gli altri leader concorrenti, è divenuto il solo, indiscusso Capo della Lega. Unico riferimento strategico e simbolico. Unica bandiera.
Più della stessa Padania (che egli, d’altronde, incarna).
Oggi, quella parabola pare essersi consumata.
Nonostante che la Lega, negli ultimi anni, abbia riconquistato il peso elettorale di un tempo. Nonostante che, da dieci anni stia al governo, quasi ininterrottamente.
E sia divenuta il “partito forte” della maggioranza. Eppure, da qualche tempo, pare finita in un cono d’ombra. Insieme al Capo. Per diverse ragioni.
a) La crisi di consenso della maggioranza, messa in luce dalle amministrative e dal referendum degli scorsi mesi, alimentata dalla bufera dei mercati.
b) Le difficoltà  provocate dalle manovre finanziarie del governo, ultima quella discussa in queste settimane.
Hanno alimentato l’insoddisfazione popolare, ma, soprattutto, hanno costretto la Lega a giocare un ruolo sgradito e innaturale. A indossare una sola maschera.
Quella del “partito di governo”. Che chiede sacrifici. Impone tasse.
Senza contropartite, perchè parlare di federalismo mentre si tagliano le risorse agli enti locali, anzi: mentre si tagliano migliaia di enti locali, è quantomeno ardito.
c) E poi c’è il problema di Bossi, la Persona intorno a cui ruota il partito Personale leghista. Non è più quello di un tempo.
La malattia l’ha segnato profondamente.
Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo.
Non solo tra i suoi “fedeli”. Oggi, però, la debolezza del corpo appare sempre più un limite. All’esterno, perchè Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d’antan. E poi gli sfottò, le pernacchie, il dito levato.
Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e Novanta. Ma non lo è più.
Così, però, rischia di apparire patetico.
Il peggio che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui.
d) Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell’omologazione ai vizi della politica politicante.
L’impressione di essere sensibile ai (e condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e di parenti). Per non parlare del “familismo”, visto che il suo portavoce pare essere divenuto il figlio Renzo.
e) La sua debolezza “personale”, però, sembra riflettersi anche all’interno del partito. Attraversato da tensioni centrifughe.
Fra territori e leader, che corrono e si rincorrono, ciascuno per proprio conto.
Talora, contro gli altri. Mentre cresce l’insoddisfazione degli elettori e degli stessi militanti, espressa in modo aperto all’adunata di Pontida dello scorso giugno.
Eppure è difficile, quasi impossibile, che Bossi possa venir messo da parte.
Nessuno ne ha la forza, nel partito.
E se lo stesso Bossi decidesse di uscire di scena, per propria decisione, difficilmente la Lega gli potrebbe sopravvivere, così com’è ora.
Perchè l’unica bandiera, l’unico mito fondativo, l’unico legame biografico: resta lui.
Senza di lui, tutte le mille differenze locali e personali che oggi, faticosamente, coabitano nella Lega, rischiano di esplodere.
Ostaggio di se stesso e del proprio passato, il Capo non è mai sembrato tanto solo.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)

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LO STATO BISCAZZIERE: LA MANOVRA E LE SLOT

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

IL GIOCO HA ORMAI COSTI SOCIALI DEVASTANTI NEL NOSTRO PAESE, MA LO STATO PREVEDE NUOVE CONCESSIONI DI SLOT E VIDEO LOTTERIE E ALLARGA LA RETE PER LE SCOMMESSE SPORTIVE E IL POKER LIVE

Da una parte l’offensiva della criminalità  organizzata, dall’altra i costi sociali devastanti che sta producendo l’enorme diffusione di slot machine, poker on line, sale Bingo e scommesse varie.
Il grido di allarme della commissione Antimafia sul gioco non poteva essere più drammatico. Eppure anche nell’ultima manovra economica, quella approvata a tempo di record dal Parlamento, lo Stato incrementa le sue attività  di biscazziere.
Tanto che si prevede un gettito di circa due miliardi in tre anni tra rinnovo delle licenze e nuove concessioni di slot e video lotterie, allargamento della rete per scommesse sportive e poker live. Nascerà  anche un Superenalotto europeo e il nuovo Bingo a distanza.
E come se non bastasse nei supermercati stanno per arrivare le lotterie da acquistare in cambio del resto.
Un piano che stride con il quadro drammatico tratteggiato dall’Antimafia e dal suo presidente, Beppe Pisanu, il quale ha sottolineato come il gioco compulsivo sfrutti “ampie aree di disagio sociale, soprattutto tra giovani e anziani”.
Tanto che la partecipazione ai vari giochi registra un’impennata nei giorni di riscossione delle pensioni e sono tanti quelli che cadono nella ludopatia (circa 700 mila secondo le stime dell’Adusbef), in una dipendenza che sta diventando una vera e propria emergenza sociale.
Ma anche il Senato si era occupato del tema, approvando con voto bipartisan ben sei mozioni per chiedere al governo non solo di attivarsi contro il gioco d’azzardo illegale, ma anche di disincentivare la creazione di nuovi giochi.
Ma su quest’ultimo punto la manova sembra invece andare nella direzione opposta.
”Di questo passo — è sbottato ieri il senatore del Pdl Raffaele Lauro — l’offerta giochi arriverà  anche nelle scuole, negli ospedali e nelle parrocchie. Mi auguro solo che restino fuori i cimiteri”. Ora, una volta approvata la relazione dell’Antimafia, in Parlamento potrebbe nascere una commissione di inchiesta sul gioco in Italia.
Ma è legittimo chiedersi se intanto lo Stato non debba rinunciare almeno in parte a queste entrate

Emilia Rivara
(da “Agli atti“)

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LO SCANDALO DEI FONDI UE DESTINATI AL SUD E MAI SPESI

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

PIL: CRESCE IL DISTACCO TRA NORD E SUD…RISCHIAMO DI PERDERE 2,8 MILIARDI DI FONDI EUROPEI SE LA SOMMA NON SARA’ IMPEGNATA ENTRO FINE DICEMBRE

Dice Raffaele Fitto che l’idea di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, sospendere il pagamento dei fondi europei ai Paesi che si ostinano a comportarsi da cicale, sarebbe un colpo mortale allo sviluppo.
Testuale al Sole 24 Ore : «Noi siamo nell’Unione Europea tra i maggiori beneficiari dei fondi e al tempo stesso fra i principali contribuenti netti».
Verissimo, ma soltanto per quanto riguarda la seconda parte della sua affermazione.
Perchè fra i maggiori beneficiari lo siamo soltanto sulla carta.
Comprensibile e perfino istituzionalmente doverosa la difesa d’ufficio del ministro degli Affari regionali Fitto.
Tuttavia gli dev’essere sfuggita (ma non l’aveva ricevuta anche lui?) la lettera del commissario europeo alla politica regionale Johannes Hahn, il quale si è premurato di avvertirci che siamo sempre, in Europa, quelli meno capaci a utilizzare i finanziamenti strutturali.
E stavolta non si scherza: rischiamo di perdere 2,8 miliardi di euro di fondi se questa somma non verrà  impegnata entro il 31 dicembre prossimo.
Sono risorse che riguardano addirittura il periodo 2007-2009 e che rappresentano da sole metà  del valore dei tagli lineari ai ministeri imposto dalla manovra economica bis.
Per quanto riguarda poi il colpo mortale allo sviluppo, al ministro Fitto devono essere sfuggiti anche i recenti e drammatici dati della Svimez, il documentatissimo centro studi per il Mezzogiorno.
Ci informano che il prodotto interno lordo pro capite delle regioni meridionali, cinque delle quali (Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna) destinatarie del recente «warning» europeo, dal 1951 al 2009 è sceso in valuta costante dal 65,3% al 58,8% di quello del Centro-Nord.
Dopo il minimo divario toccato nel 1975, quando eravamo al 66 per cento, la forbice è tornata ad allargarsi.
Non hanno fermato l’aumento del divario nè i soldi dell’intervento straordinario nè quelli del terremoto dell’Irpinia, dispersi in migliaia di rivoli clientelari e improduttivi.
Ma neppure i fondi europei.
Pochi, pochissimi, a giudicare da quanto male riusciamo a utilizzarli.
Carmine Fotina sul Sole 24 Ore ha scritto il 5 aprile del 2011 che i 43,6 miliardi di euro del programma 2007-2013, somma comprensiva del cofinanziamento nazionale, sono stati spesi appena per il 9,6% del totale: circa la metà  della cifra effettivamente impegnata, che non superava comunque il 18,8%.
«Spiccano in negativo», scriveva Fotina, «il 2,4% della Campania e il 3,7% della Sicilia sul Fondo sociale europeo».
Ma un po’ ovunque è una tragedia.
La Sardegna, per esempio. Non più tardi di qualche settimana fa una relazione della Corte dei conti ha rilevato un «consistente ritardo» nell’utilizzo dei fondi europei da parte della Regione ora presieduta da Ugo Cappellacci.
Prendiamo i soldi del cosiddetto «Obiettivo competitività » del Fondo europeo di sviluppo regionale.
Alla Sardegna dovrebbero essere destinati per il periodo 2007-2013 un miliardo 701 milioni di euro.
Ebbene, finora non è stato impegnato che il 20,67%, e i pagamenti veri e propri non raggiungono nemmeno il 20%. Esattamente il 19,07%.
E in Sardegna, almeno per quanto riguarda i quattrini materialmente sborsati, si possono leccare i baffi.
Perchè nel complesso delle regioni italiane si arriva a malapena al 17,05%.
Ovvero, un miliardo 394 milioni su 8 miliardi e 176 milioni.
Passiamo ora al Fondo sociale europeo: di male in peggio.
Se in tutte le nostre regioni è stato impegnato appena il 35,5% di quel capitolo finanziario, che vale oltre 7,6 miliardi, la Sardegna si è fermata al 24,08%, con pagamenti appena superiori al 20% del totale.
Una situazione, dice la Corte dei conti, che deve «attribuirsi sia alla tardiva partenza della programmazione comunitaria in Sardegna, sia, in massima parte, alla mancata accelerazione dell’azione regionale nel corso del 2010, che proprio il ritardato avvio avrebbe reso necessaria».
Chiaramente un dito nell’occhio della politica, responsabile della gestione dei fondi europei. Accuse che, del resto, non vengono risparmiate dai magistrati contabili anche alle altre Regioni. Per esempio la Sicilia, dove analogamente alla Sardegna «il grado di realizzazione di programmi comunitari inerenti ai fondi strutturali Fers (fondo europeo di sviluppo regionale, ndr) e Fse (fondo sociale europeo, ndr) è contrassegnato da gravi ritardi, espressione di una politica di gestione degli stessi frammentata e non sufficientemente sorretta da un disegno organico». Parole che stridono con le proteste che si sono subito levate da Forza Sud, partito di Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla presidenza con delega al Cipe, ma soprattutto per molti anni potentissimo luogotenente di Silvio Berlusconi in Sicilia.
Come tale, corresponsabile di molte scelte politiche isolane.
Sorprendente, dunque, che proprio da lì siano venute le critiche più forti alla proposta della coppia Sarkozy-Merkel, e non invece ai numeri, veramente penosi, dello scarso utilizzo dei fondi europei da parte della Regione siciliana.
Eppure, per capire la gravità  della situazione, e darsi finalmente una mossa, sarebbe bastato dare una rapida occhiata ai numeri messi in fila dai bravi economisti del centro studi Svimez.
Dai quali viene fuori uno scenario davvero sconcertante.
Non soltanto il divario fra il Sud e il Centro-Nord tende ad allargarsi sempre di più, ma anche le zone del Mezzogiorno che si erano affrancate dalla «povertà », come statisticamente viene definita a Bruxelles, stanno di nuovo precipitando nel baratro dell’obiettivo uno.
Ossia, il girone delle aree più depresse del continente, dove il prodotto interno lordo pro capite è inferiore al 75% della media europea.
La Basilicata, che già  dalla metà  degli anni Novanta era uscita dall’obiettivo uno, riuscendo ad arrivare nel 1995 all’81%, dal 2004 è tornata alla soglia fatidica del 75%.
Il Pil pro capite dell’Abruzzo, addirittura balzato 16 anni fa al 104% della media continentale, è retrocesso nel 2007 di quasi 20 punti, precipitando all’85%.
Il Molise è passato dall’87% al 78%.
E anche la Sardegna danza pericolosamente sul baratro dell’obiettivo uno, con il suo Pil pro capite sceso dall’89% al 78% della media Ue.
Con un doloroso paradosso: che se dovessero rientrare nel girone dei dannati, queste Regioni non potranno nemmeno più contare sui fondi europei destinati ai poverissimi.
Perchè allora i rubinetti saranno chiusi per sempre.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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DALLA NIGERIA ALL’ITALIA: ECCO COSA SI CELA DIETRO IL TRAFFICO DI DONNE E BAMBINI

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

CON I SOLDI DELLE ATTIVITA’ ILLEGALI SI FINANZIA IL BOOM EDILIZIO DI BENIN CITY…. L’ITALIA E’ LEGATA AL PAESE AFRICANO SUL FRONTE DELLA PROSTITUZIONE E DELLE ADOZIONI ILLEGALI

Lungo le strade che attraversano quello che oggi è lo stato nigeriano a maggior rischio rapimenti sfrecciano le macchine del Naptip, l’agenzia antitraffici nigeriana, in una folle corsa che termina davanti al portone di una vecchia abitazione.
Qui, tra le mura grigie, scrostate, di un edificio decadente e invaso dagli insetti venivano tenute oltre trenta donne, costrette a partorire bambini destinati a sparire, «nella migliore delle ipotesi per il circuito delle adozioni illegali,» spiega Ijeoma Okoronkwo, referente Naptip della zona.
La baby factory, così viene chiamato l’edificio, è solo uno dei quaranta casi oggi aperti tra Benin City e Aba per traffico di minori, un crimine inquietante che apre nuovi scenari in un territorio già  martoriato dalla continua emorragia di migliaia di donne trafficate ogni anno verso l’Europa. «Possiamo affermare con certezza che molti di questi bambini vengono trafficati all’estero, ma stiamo investigando l’ipotesi che non si tratti solo di adozioni, quanto di bambini destinati agli omicidi rituali,» prosegue Okoronkwo.
Donne che si vergognano per queste nascite fuori dal matrimonio, famiglie e trafficanti che si arricchiscono tramite passaggi di bambini, il tutto all’interno di una società  sfaldata, dove il traffico di esseri umani è diventato il terzo crimine per diffusione e profitti. Il principale, quello di donne.
L’Uunodc, agenzia Onu per la lotta al crimine organizzato, ha rilasciato numeri scioccanti: oltre 6.000 donne nigeriane vengono portate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari.
«L’organizzazione di questo traffico è, a suo modo, perfetta» spiega Igri Edet Mbang, ufficiale dell’unità  di intelligence nigeriana.
«Hanno quelli che chiamano agenti, i trolleys e le madam.
Gli agenti hanno il compito di reclutare le vittime. Le conoscono. Conoscono le loro famiglie, la loro storia e il linguaggio giusto per ingannarle».
E ad essere ingannate sono tante, ragazze di città , ragazze che abitano nei villaggi circostanti. Gloria Erobaga ha ventiquattro anni e, dopo due anni sulle strade italiane come prostituta, è stata rimpatriata.
In questo giorno piovoso, che inzuppa le strade battute dei dintorni di Benin City, Gloria racconta di essere una sopravvissuta, che all’epoca si è fatta convincere «perchè mi promettevano un lavoro onesto. Ma la vita sulla strada faceva molta paura. Loro giravano continuamente per controllarci, per raccogliere i soldi e per uccidere le ragazze che non pagavano. So di donne nigeriane che in Italia sono state uccise, tagliate e gettate in sacchi neri, così, come spazzatura» spiega con un filo di voce.
Lo snodo principale dello sfruttamento, quello che costringe psicologicamente le donne a rimanere schiave, è il rapporto con la madam, la donna che ha il compito di costringerle a lavorare in strada o in appartamento, che chiede i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, provvede alla casa e a risolvere eventuali controversie.
Le madam sono ovunque a Benin City e contattarle non è difficile.
Filmata con telecamera nascosta, una madam spiega che nulla è possibile senza di lei.
«Ho il contatto giusto in Italia. Questo è il business vero, dove si guadagna, il resto è tutto una copertura. Però voglio solo ragazzine inesperte e, soprattutto, è necessario esaminare la spiritualità  della ragazza, prima di procedere».
Parole che introducono l’elemento che crea e sancisce la schiavitù fisica e psicologica, il voodoo, chiamato juju, rito tradizionale utilizzato per creare un legame tra la vittima e i trafficanti.
Le donne, sottoposte a un giuramento durante il quale donano peli pubici, sangue e indumenti intimi, vengono portate da santoni della religione tradizionale o dai nuovi pastor delle chiese pentecostali che hanno invaso le strade di Benin City, disposti a celebrare il rito previo pagamento e a rendersi complici di un circuito criminale di cui ormai il juju è considerato in Nigeria ed Europa parte integrante.
E come se non bastasse, «il juju possiamo anche recapitarlo via posta, tramite Dhl. Lo spediamo dalla Nigeria all’Italia,» afferma la madam filmata in segreto.
Un legame «speciale» con l’Italia sancito anche da un recentissimo report della Banca Mondiale sul ruolo di Western Union e delle rimesse.
«Western Union possiede la fetta di mercato maggiore in Nigeria (70-80%) e un contratto in esclusiva con First Bank of Nigeria per il trasferimento di soldi» recita il rapporto «ma soprattutto è il maggiore veicolo di trasferimento delle rimesse, che provengono principalmente dall’Italia a Benin City, dove i soldi vengono investiti nel crescente business edilizio».
Sono soldi, molti soldi quelli che entrano in Nigeria ed escono tramite la tratta.
«Ma noi nutriamo qualche speranza,» afferma ancora Okoronkwo. «Oggi abbiamo delle donne, che hanno venduto i propri bambini o le proprie figlie, che sono venute a denunciare, che parlano. Abbiamo anche messo mano alla legge sulle adozioni e cominciato a mappare le zone a rischio. C’è speranza, almeno per noi».

Chiara Caprio
(da “Il Corriere della Sera“)

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E TASSARE I LADRI?

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI PAGANO OGNI ANNO UNA TASSA OCCULTA DI 400 MILIARDI PER COLPA DI VARIE CATEGORIE DI LADRI: 120 DI EVASIONE FISCALE, 60 DI CORRUZIONE, 52 DI LAVORO NERO, 43 IN INFORTUNI SUL LAVORO, 18 IN MERCI CONTRAFFATTE, 20 IN ABUSI EDILIZI, 135 NEL FATTURATO DELLA MAFIA, ALTRI IN TRUFFE ALLA UE…. RECUPERANDO SOLO IL 10% DI QUESTA SOMMA AVREMMO COPERTO LA MANOVRA DEL GOVERNO

Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto.
Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo.
Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età  pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete.
Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri.
Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse.
Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più.
Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anzichè degli onesti.
Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltrechè riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato.
Perchè non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel?
Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ’99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità  economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà  un giorno di galera e si terrà  il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità  introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa.
Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COME NEL FILM DI TOTO’, ORA CI VENDIAMO LA FONTANA DI TREVI

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

LA FARSA DEGLI IMMOBILI DI STATO, MAI DISMESSI MENTRE LA CASTA CI GUADAGNAVA…DA ANNI VA AVANTI LA BALLA DELLA VENDITA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE PER SANARE I CONTI DELLO STATO: E A OGNI MANOVRA SI USA LO STESSO ARGOMENTO

Chissà  se questa è la volta buona.
La vendita del patrimonio immobiliare pubblico è uno dei tormentoni più resistenti della Seconda Repubblica.
Se ne parla da vent’anni e ogni governo e ogni partito hanno partorito un progetto, salvo poi dimenticarsene in fretta.
A questo giro, però, c’è qualcosa di diverso e di peggio: Annibale è davvero alle porte.
La situazione dei conti pubblici è talmente malmessa che forse non basterà  neanche la manovra bis lacrime e sangue del governo.
Ma soprattutto non è nè giusto nè economicamente sensato che il peso dei sacrifici ricada in larghissima misura su chi ha sempre pagato.
Ecco allora che si fa di nuovo strada l’idea per niente peregrina di una vendita straordinaria del mattone di Stato per fare cassa.
Il Pd l’ha inserita nel suo catalogo anti-crisi in sette punti e Stefano Fassina dice che lo Stato potrebbe incassare 25 miliardi di euro in 5 anni.
Arrancando, pure il governo sta rispolverando il progetto anche se in un clima in cui la mano destra sembra non sapere cosa fa la sinistra.
Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ora penserebbe di passare a Fintecna le famose ex mille caserme, un tesoretto di mattoni regolarmente riscoperto nei momenti di crisi acuta e che pure il ministero della Difesa vorrebbe vendere, ma per conto proprio.
In cambio Tremonti conta di ottenere un po’ di liquidità  dalla stessa Fintecna, che è una specie di cassaforte pubblica con 2 miliardi di euro affidata di recente dal ministro alle cure di un suo uomo, Massimo Varazzani.
Non più di qualche mese fa, però, lo stesso Tremonti aveva liquidato Patrimonio dello Stato Spa, cioè proprio la società  Fintecna creata nel 2002 per operazioni del genere e lasciata in un limbo con il compito quasi esclusivo di pagare, in pratica, gli stipendi agli amministratori: ad un consiglio di cui faceva parte l’ex direttrice del Demanio, Elisabetta Spitz, e dal 2002 al 2007 pure Massimo Ponzellini, poi diventato presidente di Impregilo.
A complicare la faccenda della vendita del mattone di Stato, è sopraggiunto nella primavera di un anno fa il federalismo demaniale, cioè quell’idea di trasferimento ai comuni di parte del patrimonio partorita quando ancora furoreggiava il progetto federalista caldeggiato dallo stesso Tremonti.
Oggi il federalismo non sta tanto bene, ma quella norma resta e potrebbe risultare un grande ostacolo ad un piano concreto di vendita del patrimonio. Quel testo prevede che i beni siano trasferiti a titolo gratuito dallo Stato centrale agli enti locali tramite il Demanio.
Nel frattempo Tremonti ha deciso di far confluire parte di quel patrimonio in una Sgr (società  di gestione del risparmio) a cui partecipano gli enti locali e la Cassa Depositi e prestiti.
Un paio di settimane fa, inoltre , il Tesoro ha presentato i risultati del censimento dei beni dello Stato, degli enti locali, delle università  e di tutte le altre amministrazioni.
Agli immobili individuati ha dato un valore teorico tra 239 miliardi e 319, mentre i terreni varrebbero tra 11 e 49 miliardi .
Il censimento non era propedeutico alla vendita, ma solo alla quantificazione del patrimonio con l’intento di dimostrare all’Europa che l’Italia sarebbe economicamente più sana di quanto si dice.
Di quel ben di dio censito, oltretutto, non è neanche lontanamente possibile ipotizzare una cessione integrale perchè dentro quello stock ci sono in maggioranza beni strumentali, immobili e terreni che lo Stato usa per lo svolgimento dei suoi compiti istituzionali.
Assai più utile in vista della vendita, il censimento del Demanio di 4 anni fa che individuò circa 30 mila beni (20 mila edifici e 10 mila terreni).
Ma una cosa è censire e un’altra vendere sul serio gli immobili, soprattutto in momenti come questo di mercato immobiliare depresso.
Proprio il Demanio si è scontrato con questa dura realtà . In due anni, 2009 e 2010, ha messo sul mercato beni per un valore di 339 milioni , ma ne ha venduti davvero solo per 245.
Gli altri non è riuscito a piazzarli.
Del resto non è facile, tanto per fare un esempio, trovare qualcuno disposto a tirar fuori 40 milioni di euro per l’ex caserma Piave di Albenga, 60 mila metri quadri, un complesso grande quanto un intero quartiere.

Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUELLA FRONDA NEL PDL CHE CRITICA LA MANOVRA PER FAR FUORI TREMONTI

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

ANTONIO MARTINO E GUIDO CROSETTO HANNO RACCOLTO TRENTA DEPUTATI PDL CHE ORA AVRANNO UN “PESO POLITICO” NELLE DECISIONI DEL GOVERNO…ALFANO TRATTA, ALTRIMENTI SALTA IL BANCO, LA LEGA IN CONFUSIONE, BERLUSCONI PENSA ALLA CURA DIMAGRANTE

L’intento ora è dichiarato: incidere sulla manovra in modo da costringere il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a lasciare il campo.
È il capofila dei frondisti pidiellini a uscire allo scoperto con una dichiarazione senza appello: “La Costituzione è chiara — sono parole di Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa — o un ministro lascia di sua volontà  o il premier può solo assistere impotente: mica può far cadere il governo per liberarsi di Tremonti che non è più in grado di tenere i conti…”.
L’attacco frontale al ministro arriva alla vigilia di un delicato incontro chiarificatore tra il segretario Angelino Alfano e il drappello dei dissenzienti (lunedì a via dell’Umiltà ) che, nel corso di queste turbolente giornate, ha ormai raggiunto quota 30.
Antonio Martino, uno dei padri nobili di questo Pdl, lavora di tessitura dietro le quinte per arrivare a costituire un gruppo nel “cuore” del partito tale da avere “un peso politico quando si tratterà  di prendere decisioni determinanti per il futuro del Paese”.
Martino vuole “contare di più” nel Pdl e le sue opinioni su Tremonti sono note da tempo; con la sua “cocciutaggine e arroganza” il titolare dell’Economia può trascinare il partito verso il minimo storico elettorale.
Santo Versace, un altro berlusconiano doc che si è unito al gruppo, non si nasconde dietro a un dito: “In Parlamento il governo dovrà  correggere il tiro; se la manovra va in porto così, il Pdl prende una mazzata alle prossime elezioni”.
Eccola, quindi, la preoccupazione principe del gruppo frondista.
Anche il Cavaliere, chiuso ad Arcore in questi giorni bollenti per sottoporsi a una cura dimagrante (deve perdere almeno sette chili e disintossicarsi dal cortisone), ha avuto tra le mani dei sondaggi devastanti che lo hanno convinto a scongiurare Alfano di mettercela tutta a tenere insieme il partito “altrimenti c’è solo la crisi e non ce la possiamo permettere”.
I frondisti, però, non molleranno, tanto che ormai l’idea che alla Camera la manovra alla fine passerà  con la fiducia non è più un tabù impronunciabile. Crosetto, però, sulla questione pensioni appare possibilista: “Con la Lega c’è l’obbligo di coalizione: se proprio insiste che le pensioni non si toccano ci fermeremo”.
Versace, invece, non ci sta: “Mi dispiace per Bossi, ma non dobbiamo mollare su un punto così importante”.
Anche perchè “se non tocchiamo le pensioni, saremo costretti a fare una manovra dietro l’altra”.
Dunque, almeno Versace è pronto a sfidare il Senatùr in Parlamento, ma per la Lega la partita pensioni non è affatto riaperta, anzi.
E mentre il governo lavora alle modifiche al testo, ma poco trapela a parte la confusione, Calderoli ha fatto capire che la porta lì resta chiusa: “Non c’è alcuna apertura, le pensioni stanno bene come stanno; lunedì ci vediamo in via Bellerio per individuare e formalizzare le risposte e le proposte che faremo in Parlamento”.
Nel Carroccio si respira la stessa aria del Pdl; il consenso è ai minimi storici. “Non possiamo continuare a farci massacrare — è infatti l’opinione di Flavio Tosi, sindaco di Verona — alla nostra gente sembra che la manovra sia andata a colpire quelli che hanno sempre pagato e le pensioni sono un reddito che fa vivere le famiglie”’.
Distinguo di facciata a parte, le posizioni tra Lega e Pdl restano ancora a distanze siderali.
Un po’ su tutto…

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ITALIA PAGA I RISPARMI DEL VATICANO

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

NEL MIRINO DELLA UE I PRIVILEGI FISCALI DEL VATICANO A CUI L’ITALIA HA CONCESSO BENEFICI PER QUASI 2 MILIARDI DI EURO DI ESENZIONE DA IMPOSTE…E ORA LO STATO ITALIANO DOVRA’ ANCHE PAGARE LA MULTA PER L’INFRAZIONE

Finiscono nel mirino dell’Unione Europea i privilegi fiscali del Vaticano, ma a farne le spese sarà  lo Stato Italiano reo di aver concesso tali benefici e contro il quale l’Unione Europea darà  il via a breve a una procedura di infrazione.
Tra scuole, alberghi, ospedali e attività  commerciali, infatti, i beni ecclesiastici raggiungono le 100 mila unità  sulle quali viene applicata l’esenzione totale dall’Ici e uno sconto del 50% sul pagamento dell’Ires, per un “evasione fiscale legale” di quasi 2 miliardi di euro.
Introdotta da Berlusconi durante la campagna elettorale del 2005 per accaparrarsi consensi, la norma sull’esenzione fiscale fu poi modificata dal governo Prodi che, in seguito all’intervento della Ue che individuava gli aiuti di Stato non compatibili con la normativa europea, decise di applicarla a quelle attività  considerate “non esclusivamente commerciali”.
Tuttavia, basta un banale escamotage per aggirare la normativa.
E’ sufficiente, infatti, che all’interno della struttura ci sia una cappella perchè questa si trasformi in un’attività  non commerciale e quindi esente dalle suddette imposte.
La decisione della Ue giunge dopo le denunce esposte dal’onorevole Maurizio Turco.
A tal proposito l’esponente radicale ha commentato che nonostante le stime dei “2 miliardi di euro all’anno sottratti alle casse dello Stato” provengano “ dall’Anci e dallo stesso Ministero dell’Economia, perfettamente a conoscenza della situazione, essendo coinvolti enti ecclesiastici, vige una certa prudenza politica sull’argomento”.
“Anche l’Unione Europea ha difficoltà  a chiudere questa pratica – conclude Turco – perchè ci sono forti pressioni e il doppio tentativo di archiviazione del caso ne è un prova evidente”.
Per due volte, infatti, in passato le procedure d’infrazione annunciate sono state archiviate.
Ma ora l’Unione Europea sembra decisa a intervenire, tanto che già  è noto il contenuto del documento redatto dal commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia nel quale si legge “la Commissione non può escludere che le misure costituiscano un aiuto di Stato e decide quindi di indagare oltre”.
In particolare l’inchiesta che partirà  verso metà  ottobre avrà  come oggetto la questione del mancato pagamento dell’Ici, il dimezzamento del pagamento dell’Ires e l’articolo 149 del Testo unico, che disciplina le imposte sui redditi e prevede lo status di ente non commerciale, a vita, per le attività  ecclesiastiche.
Anche se ci sono tutte le condizioni per sperare in una condanna – le condizioni dell’esistenza dell’aiuto e della sua incompatibilità  con le norme Ue “sembrano essere soddisfatte” – l’ultima parola spetta sempre a Bruxelles e il verdetto non arriverà  prima di 18 mesi.

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SACCONI E LO SPIRITO DI VENDETTA SOCIALISTA SUI LAVORATORI

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEL WELFARE, NEMICO DEI SINDACATI E DEGLI OPERAI, HA COSTRUITO UNA CONTRORIFORMA CARBONARA

E venne il giorno della riforma clandestina, la riforma di contrabbando, la libera licenziabilità¡ sognata ed invocata dai tanti Stranamore del liberismo italiano come la panacea di tutti i mali, finalmente imposta con un piccolo e miserabile golpe di ferragosto.
C’è qualcosa di grottesco e beffardo nel fatto che il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi abbia partorito questo prodigio di controriforma quasi in segreto, di soppiatto, con un apparato di codicilli infilati ad arte nella finanziaria “lacrime e sangue”, nascosti e quasi occultati, come certe procure estorte ai parenti con firma tremante sul letto di morte.
Di tutta la sterminata collezione di prodigiosi rancori prodotta dal berlusconismo, quello degli ex socialisti alla Sacconi è il distillato più pericoloso, perchè in buona fede.
E il contrabbando, dunque, è l’unico strumento possibile per attuare la vendetta, la guerra contro i mulini a vento che gli ex sessantottini spretati del garofano pensano di essere chiamati a celebrare.
Per gente come loro — Sacconi, Brunetta, la Boniver — una riforma così si sarebbe dovuta offrire al paese con una messa giuslavorista, un coro egemonico, una kultur kampf da celebrare nel punto massimo del consenso.
Invece, a loro eterna vergogna, quando erano al massimo del consenso non hanno avuto il coraggio di sporcarsi le mani e di mettere in gioco i loro frivoli indici di popolarità .
Così, dove la vanità  ha fallito, ecco il colpo di coda del rancore.
I ragazzi che si vantarono di essere discepoli dei grandi giuslavoristi socialisti progressisti, dei Giugni e dei Brodolini, fanno a pezzi lo statuto dei lavoratori nel crepuscolo della ritirata e della sconfitta.
C’è un aneddoto che mi raccontà³ lo stesso Sacconi — persona peraltro squisita, sul piano personale — quello per cui, nella stagione dei golpe degli anni settanta lui e Brunetta una notte di paura si erano precipitosamente ritirati in una baita, temendo di essere arrestati nel corso di un colpo di stato.
Ecco, quella allucinazione iperdemocratica di allora, si riverbera nell’allucinazione iperpadronale di oggi, nel regalino osceno alla Fiat, la legge ad aziendam gentilmente concessa, per evitare una condanna certa.
Come allora Brunetta e Sacconi pensano di essere gli esecutori di una vendetta contro l’egemonia culturale degli odiati comunisti, contro i lavoratori e i precari che li hanno (giustamente) spernacchiati ovunque, e che loro hanno (giustamente) combattuto senza tregua, considerandoli al pari di nemici di classe.
Il sacconismo, che è per definizione in buona fede perchè è l’ideologia del neocatecumeno, e del convertito zelante che deve farsi perdonare il suo passato, è molto peggio del berlusconismo cialtrone dei ladri, degli avvocaticchi, e dei pataccari di corte del cavaliere.
Ma proprio per questo è quello che negli ultimi giorni del Reich innescherà  la rivolta sociale dei nuovi indignados italiani, che non ne vogliono sapere di farsi mettere sul lastrico nel tempo feroce della crisi.

Luca Telese blog

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