Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MENTRE DAL PDL ARRIVANO INVITI AD ABBANDONARE FINI PER RITORNARE NELLA CASAMATTA, BOCCHINO NON TROVA DI MEGLIO CHE FARE UN’APERTURA DI CREDITO AL PDL… MA CHE RICOMPOSIZIONE DEL CENTRODESTRA, AFFONDINO NEL LERCIUME IN CUI HANNO RIDOTTO IL CENTRODESTRA ITALIANO
‘Noi di Fli su Berlusconi abbiamo gia’ espresso il nostro giudizio, auspicando un suo
passo indietro. Ma visto che non ha alcuna intenzione di procedere in tale direzione, e considerato pero’ che la nazione vive ore drammatiche, francamente non ci sembra il caso di continuare a litigare’.
A dirlo è il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, in un’ intervista al Corriere della Sera.
‘Dal centrodestra non mi sono mai allontanato. Se intuisco che sull’orizzonte politico di questo paese puo’ esserci una ricomposizione del centrodestra, e’ chiaro che sono interessato’, afferma Bocchino.
Parole che fino a un mese fa, leggendole, avremmo attribuito a Urso o Ronchi, ora vengono pronunciate da un Italo Bocchino che ci auguriamo parli a titolo personale. Comprendiamo il gioco delle parti, ma qua siamo davanti a prese di posizione da bassa cucina politica.
Qualcuno non si rende neanche conto dell’effetto destabilizzante che certe affrettate dichiarazioni possono generare sulla base.
I militanti e gli elettori, se avessero voluto votare o rimanere nel Pdl, non avrebbero indirizzato le proprie simpatie verso Fli: già era insopportabile leggere che “con un passo indietro di Berlusconi” sarebbe stato fattibile un appoggio a un governo Maroni (soggetto che rappresenta l’antitesi delle tesi politiche di Fli), ora che “anche se non si dimettesse il premier” una ricomposizione sarebbe quasi auspicabile.
Ma qua siamo fuori dal seminato, si parla senza interpretare nemmeno il sentimento della base che mai e poi mai accetterebbe un pateracchio vergognoso di questo genere. Allearsi di nuovo con soggetti che hanno passato mesi a costruire dossier taroccati contro esponenti di Fli, che hanno usato la macchina del fango per screditare chiunque si opponesse al regime berlusconiano, individui firmatari di legge devastanti, difensori di deliquenti e condannati, corrotti e corruttori.
Un partito-azienda dove o si obbedisce e si fa carriera o si dissente e si è cacciati fuori (purtroppo come sta accadendo ora anche in Fli, vedi caso genovese).
E’ questo regime che piace a Bocchino?
Il tutto poi nel momento più sbagliato, quando il Pdl è ormai crollato ai minimi storici (il 26%) e tanti cercano una scialuppa per salvarsi dalla nave che affonda.
Si è mai visto gente così cretina che cerca di salire a bordo di un piroscavo che imbarca acqua da tutte le parti e che è destinato a scomparire tra le onde?
Secondo Bocchino “in questo momento cosi’ delicato per il paese credo sia opportuno sederci al tavolo del governo e ragionare insieme. Ci confronteremo in Parlamento, nelle commissioni, gia’ da giovedi’ prossimo”.
Bocchino bolla come ‘fantasie’ l’ipotesi che il suo partito si sia pentito della rottura con Berlusconi.
“Rompemmo per tre motivi. Uno: chiedevamo un coordinatore unico, e con Alfano ci siamo arrivati, sia pure in ritardo. Due: chiedevamo che in politica economica non fosse dispensato un ottuso ottimismo ma si raccontasse la verita’, come alla fine – osserva – sta accadendo. Tre: segnalavamo un appiattimento sulla Lega, problema che anche nel Pdl comincia ad emergere’.
In conclusione, spiega Bocchino, ‘Fini chiedeva tre cose, e tre cose, mi sembra, sono politicamente accadute”.
Ovvero dovremmo fare salti di gioia perchè Angelino Jolie, ovvero il nulla, è diventato segretario di un (altro) partito.
Dovremmo gioire che sui conti pubblici il Pdl ha trascinato il Paese nella bratta, ma dato che ora lo riconosce (e non è vero nemmeno questo, tra l’altro), il problema sarebbe risolto.
Il Pdl era appiattito sulla Lega e solo ora il concetto emerge?
Ma se ancora pochi giorni fa hanno permesso ai cialtroni padani persino di farsi le sedi ministeriali patacca a Monza, se hanno fatto passare una norma della Lega sui rimpatri che grida vergogna e sarà bocciata dalla Ue, se ogni giorno continuano a subire i ricatti di Bossi: semmai è evidente che sta emergendo il contrario di quanto sostenuto da Bocchino.
Ma che film sta vedendo?
Dove è finita la costruzione di un Terzo polo alternativo al Pdl che ridia credibilità al centrodestra italiano?
O qualcuno vorrebbe forse ripercorrere la penosa strada della tanto criticata Santanchè che quando stava con Storace parlava del premier in termini spregiativi e poi è tornata nel Pdl con il suono delle fanfare?
E ancora: come si fa a ridurre il progetto politico di Fini illustrato nel programma all’ottenimento di quei “tre grandi risultati” indicati da Bocchino?
Ma esiste in Fli qualcuno, politicamente e ideologicamente fermo sui principi, in grado di andare avanti per la strada indicata senza sbandare ogni momento per scopi non chiari a nessuno?
Altro che salire a bordo del Titanic, sparategli tre cannonate per allargare le falle: solo così potrà rinascere la destra italiana.
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
PERMIER SOLLEVATO PER LA SALVEZZA DEL PAESE, MA BRUCIA IL GELO DEI LEADER… ANCHE NEGLI STATES SI GUARDA CON PREOCCUPAZIONE A QUELLO CHE ACCADE A PALAZZO CHIGI
È un vero e proprio ultimatum quello che Merkel e Sarkozy depositano sulla scrivania di Berlusconi, calibrando ogni singola parola del comunicato.
Va bene l’anticipo del pareggio di bilancio, ma non basta.
Serve ora “un’attuazione rapida e completa delle misure annunciate”.
Toni perentori, appunto, che non lasciano margini per trattare, come quelli usati nelle scorse settimane con la Grecia.
Un altro paese “commissariato” dal direttorio europeo per salvarlo da se stesso e dalla propria classe politica.
Del resto la lettera riservata di Trichet, il governatore della Bce, spedita tre giorni fa a palazzo Chigi, conteneva già un elenco preciso di cose da fare.
Senza indugi
Al Cavaliere la nota congiunta è stata anticipata con un colloquio telefonico (conferme non ce ne sono, ma sembra sia stato Sarkozy a telefonare in Sardegna) e ha provocato due reazioni uguali e contrarie.
Da una parte il sollievo, perchè quel comunicato significa la salvezza, è la prova che Sarkozy è finalmente riuscito a vincere le resistenze della Germania e garantire che la Bce, da questa mattina, inizierà a comprare i Btp italiani sul mercato secondario. Dall’altra l’umiliazione e quindi la rabbia per essere trattato come un leader sotto tutela.
Un’irritazione accresciuta anche dall’analisi convergente di Mario Monti apparsa ieri sul Corriere della sera.
Proprio il candidato più autorevole per rimpiazzarlo alla guida di un esecutivo tecnico, ha descritto quello di Berlusconi come un governo svuotato della sua sovranità , dove di fatto “le decisioni principali sono state prese da un governo tecnico sovranazionale” insediato tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Che sia in atto un declassamento politico dell’Italia è confermato da alcuni piccoli ma significativi episodi.
Nonostante a Roma si cerchi di accreditare l’immagine di un premier in “costante contatto” con tutto il mondo, la realtà appare un po’ diversa.
La Merkel con il Cavaliere non vuole più farsi riprendere nemmeno in una foto, figuriamoci incontrarlo (oltretutto è stata fino a ieri in vacanza in Italia…).
Sarkozy, impegnato a salvare l’Italia per mettere al riparo anche la Francia dal contagio, è rimasto invece colpito dalla gaffe di Berlusconi di venerdì scorso, con quell’annuncio “imprudente” (dicono all’Eliseo) di un vertice del G7 finanziario e poi anche del G8 quando al momento era niente più che un’ipotesi.
E l’annunciata – sempre da Berlusconi – telefonata con Obama è caduta nel silenzio imbarazzato della Casa Bianca, dove nessuno l’aveva ancora data per certa.
Ci dovrebbe essere, forse, oggi. Chissà .
Anche negli Stati Uniti si guarda infatti con preoccupazione a quello che accade a Roma, l’anello debole della catena.
La botta all’immagine americana, provocata dal declassamento di S&P, ha fatto passare per un giorno in secondo piano ieri l’emergenza-Italia, che tuttavia da ieri sera torna a dominare l’attenzione, per l’urgenza di dare ai mercati delle certezze.
Per dare concretezza agli annunci e riempire di contenuti l’anticipo del pareggio di bilancio, nel governo si fa sempre più concreta l’ipotesi di un decreto legge, come anticipato ieri da Repubblica.
Da approvare questa settimana o dopo ferragosto.
Del resto sembra proprio un provvedimento d’urgenza quello che chiedono tra le righe Parigi e Berlino in cambio del sostegno della Bce.
Dal poco che filtra da Francoforte, sede della Banca centrale europea, sembra che fino all’ultimo i tedeschi – mandando avanti gli alleati lussemburghesi e olandesi – abbiano puntato i piedi, contrarissimi a comprare titoli pubblici italiani senza precise garanzie. E solo l’aut-aut a Berlusconi contenuto nel comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy ha sbloccato la situazione, di fatto commissariando il governo e mettendolo in condizioni di scegliere soltanto “dove” andare a tagliare. Senza più voce in capitolo sul “quanto” e sul “quando”.
Da oggi al ministero dell’Economia si riuniranno i tecnici per capire su quali capitoli intervenire, se sull’innalzamento dell’età pensionale per le donne, sull’anticipo dei costi standard nella sanità o sulla revisione della giungla di detrazioni fiscali.
Mentre non viene neppure più esclusa a priori, nonostante la contrarietà di Berlusconi, l’idea di una tassa patrimoniale, già riaffiorano le ipotesi di un condono fiscale ed edilizio.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
PENSIONI, SANITA’, CONDONI E SPRECHI: IL DEBITO ORA VALE IL 120% DEL PIL, ALL’INIZIO DEGLI ANNI ’70 ERA AL 50%…L’ERA DELLE SPESE INCONTROLLATE: ASSUNZIONI FACILI, CORRUZIONE E SPERPERI…LE UNA TANTUM E LE CARTOLARIZZAZIONI NON SONO STATI UTILIZZATE PER RIEQUILIBRARE IL BILANCIO PUBBLICO
La vetta dei 2 trilioni è vicina. 
Siamo, secondo i dati Bankitalia, a quota 1.890 miliardi, e per fine anno si salirà ancora più su.
Come ormai ripetono tutti: il 120 per cento del Pil.
Un debito il cui costo cresce al crescere degli spread e che, con la solita ruvidezza, Bossi ha paragonato a “carta straccia”.
Che ci espone all’assalto dei mercati e ci costringe a cure, improvvise, quanto severe e dolorose.
Per Berlusconi, che non dimentica mai di ricordarlo, la colpa è “dei governi che ci hanno preceduto”.
E’ così?
Certo il passato è comunque gravido del presente, ma bisogna vedere come e perchè.
Fatto sta che nel lontano periodo 1961-1973 il debito-Pil dell’Italia era solo al 50,3 per cento del Pil.
A Maastricht mancavano trent’anni.
E poi? Poi comincia l’esplosione.
Nel periodo 1974-1985 raggiungiamo l’80,5 per cento del Pil, nel 1990 siamo al 94,7 per cento, nel 1995 il picco storico è del 121,5 per cento.
Toccò a Romano Prodi, affiancato da Ciampi, per raggiungere l’obiettivo dell’euro, stringere la cinghia e riportare il livello al 109 per cento nel 2000.
A dare la caccia alle responsabilità si rischia di non uscirne se si guarda alla storia.
Senz’altro l’invecchiamento demografico ha gonfiato a partire dai primi Anni Novanta le pensioni (incidevano per un quarto nel 1980 e ora hanno superato il 32 per cento).
E furono necessari i decisi interventi di riforma di Amato-Dini-Prodi.
La sanità è stata inarrestabile: è passata, nello stesso periodo, dal 13,6% al 15,3%.
A guardare le tabelle della recentissima Commissione Giarda, sembra che anche le spese per gli apparati burocratici dello Stato siano incomprimibili: la voce “servizi generali” incideva per il 12,3 nel 1980 e pesa il 13,8 per cento dell’intera spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2009, a dispetto di tutte le campagne di tagli annunciate dai vari governi.
La collezione delle norme che hanno acceso il boom del nostro debito è sterminata.
Negli anni Settanta le pensioni italiane cominciarono ad essere calcolate sugli ultimi stipendi (oggi non è più così), furono indicizzate all’inflazione, nel 1971 nacque la Gepi e vennero assunti 600 mila dipendenti pubblici.
Tutta colpa dei “formidabili” Anni Settanta?
Altrettante responsabilità vanno attribuite agli Anni Ottanta: l’economia cresceva ma i governi, segnati da un alto tasso di corruzione, non ne approfittarono per risanare.
Ma forse è agli ultimi dieci anni, dopo l’introduzione dell’euro che bisogna guardare per trovare le responsabilità del rischio-default dell’Italia di oggi.
Nel periodo 2001-2006 con Berlusconi e Tremonti si evitò accuratamente di affrontare il problema ricorrendo alle “una tantum”: 19,3 miliardi furono incassati con il condono tombale e furono cartolarizzati gli immobili pubblici senza però migliorare i conti dello Stato.
Anzi, già nel 2005 la Ue estrasse il “cartellino rosso” e ci mise sotto accusa per deficit eccessivo (giunto al 4,3%).
Dopo la parentesi di Padoa Schioppa, che nel 2007 ridusse il deficit-Pil al 2,7%, siamo tornati nella tempesta: dovuta, in parte, alla crisi internazionale.
Ma sono in molti a chiedersi se, ad esempio, i due miliardi destinati alla riduzione dell’Ici nel 2008 non potevano essere spesi per dare un po’ di fiato all’economia e se, anche stavolta, si è persa l’occasione per risanare
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRATTI AZIENDALI ESTESI, IL GOVERNO PREME, IL SINDACATO E’ DUBBIOSO
Gli esperti si sono già messi a fare i conti, arrivando a una conclusione univoca: anche a essere molto cattivi, dalla spesa per l’assistenza sociale sarà impossibile tirar fuori 17 miliardi di euro, quanti ne servono per anticipare il pareggio di bilancio, entro la fine del 2013.
E così si fa strada l’ipotesi di nuovi interventi sulle pensioni per evitare di pescare nel serbatoio delle agevolazioni fiscali, destinato a finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, e in qualche modo a bilanciare i tagli.
Ufficialmente l’argomento non è all’ordine del giorno, e il governo non ha neanche accennato alle parti sociali nell’incontro di due giorni fa.
Prima di tutto, con loro, c’è da affrontare il problema delle norme per estendere “erga omnes” la contrattazione aziendale.
Il governo le vuole, la Confindustria le sollecita, ma i sindacati hanno ancora qualche perplessità .
Mettere subito sul piatto anche la questione previdenziale sarebbe forse troppo.
Resta il fatto che tra i tecnici dell’esecutivo e gli esperti del settore, la discussione sulla previdenza è già avanzata.
Il perchè è presto detto: dalla riforma dell’assistenza, in soli due anni, si possono tirare fuori al massimo 4 miliardi di euro.
È vero che a regime, cioè in un tempo più lungo, potranno essere molti di più.
Ma i soldi per arrivare al pareggio di bilancio un anno prima del previsto, nel 2013, servono subito.
E dunque si ragiona su almeno tre fronti: l’età di pensione delle donne nel settore privato, le pensioni di reversibilità , e soprattutto quelle di anzianità .
Per le donne si tratterebbe di accorciare drasticamente il periodo di avvicinamento ai 65 anni degli uomini, che si concluderà solo nel 2030.
Mentre sui 5 milioni di pensioni di reversibilità , che l’Italia concede con generosità senza pari in Europa (38 miliardi l’anno), l’intervento sarebbe più graduale, dovendo far salvi i diritti acquisiti.
Il vero problema, come il grosso della spesa e dei possibili risparmi, è nelle pensioni di anzianità .
Nel 2010 l’età media effettiva di pensionamento degli uomini è stata di appena 58,5 anni.
Nel 2011 salirà a 58,8.
Da qui al 2014, a tirar su l’asticella, contribuirà l’aumento progressivo delle “quote”, date dalla somma di contributi ed età anagrafica.
Tra tre anni, tuttavia, si potrà ancora andare in pensione a 61 anni (a 62 per gli autonomi).
E di questo passo, per arrivare a un pensionamento effettivo a 65 anni ci vorranno almeno trent’anni.
Perpetuando ancora a lungo, per giunta, le ingiustizie del “doppio binario”.
Chi va in pensione anticipata oggi, ci va con il vecchio sistema “retributivo”, cioè con un assegno pari alla media degli ultimi dieci anni di stipendio.
Chi arriverà alla pensione di anzianità fra quindici anni, invece, ci andrà parecchi mesi dopo, e con il sistema “contributivo”, ovvero con una pensione di gran lunga più bassa.
C’è dunque anche una ragione di equità , oltrechè l’emergenza del momento, che potrebbe spingere il governo a compiere il passo decisivo e finale sul sistema previdenziale.
Gli esperti valutano due strade possibili.
La più drastica è l’abolizione tout-court delle pensioni di anzianità , lasciando nell’ambito della legge sui lavori usuranti le uniche vie di fuga prima dei 65 anni (che poi saliranno con l’agganciamento alle speranze di vita).
C’è chi suggerisce, invece, la strada dei disincentivi: un “x” per cento in meno di pensione per ogni anno che manca al limite della vecchiaia, oppure il ricalcolo dell’assegno solo con il meccanismo contributivo.
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Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile
MERCATI, EUROPA E GOVERNO ITALIANO: IL TESTO DELLA LETTERA DI MARIO MONTI AL “CORRIERE DELLA SERA” CHE HA SUSCITATO POLEMICHE E UN AMPIO DIBATTITO IN ITALIA
I mercati, l’Europa. 
Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l’Europa da membri del governo e della classe politica italiana!
«Europeista» è un aggettivo usato sempre meno.
«Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa.
Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all’Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l’allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti.
Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l’uno e molto puntiglioso l’altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa.
Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico».
Le forme sono salve. I ministri restano in carica.
La primazia della politica è intatta.
Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Come europeista, e dato che riconosco l’utile funzione svolta dai mercati (purchè sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sè, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni.
Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.
Scarsa dignità .
Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l’Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anzichè prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti.
In questo, ci vorrebbe un po’ di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell’«interesse nazionale» contro acquisizioni dall’estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).
Downgrading politico .
Quanto è avvenuto nell’ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell’Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale.
Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell’efficacia.
L’Unione europea e l’Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie.
Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell’interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un’Italia rispettata e autorevole, anzichè fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all’Europa.
Tempo perduto .
Nella diagnosi sull’economia italiana e nelle terapie, ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia, da molti economisti.
La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società , dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.
Crescita penalizzata .
Nelle decisioni imposte dai mercati e dall’Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita.
Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell’instabilità finanziaria, per l’eventuale indebolimento dell’euro, di quanto lo siano per l’insufficiente crescita dell’economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni).
L’incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l’essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall’imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall’interno dell’Italia, sulla crescita.
Mario Monti
(da “Il Corriere della Sera“)
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