Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
TRE MESI DI CARCERE E 300 EURO DI MULTA PER COLEI CHE INVEIVA ALLA CAMERA CONTRO MONTI PERCHE’ NON PARLAVA DEL DIRITTO ALLE PENSIONI
La sanzione ammonta a tre mesi di carcere e 300 euro.
A segnalare il caso fu lo stesso istituto di Previdenza che fece scattare le indagini.
Secondo l’accusa la cifra indebitamente trattenuta è di circa 4.200 euro
Altri, piccoli, guai per la Lega.
La senatrice della Lega Nord, nonchè vicesindaco di Lampedusa, Angela Maraventano è stata condannata in primo grado dal tribunale di Agrigento perchè non ha pagato i contributi Inps a un dipendente del suo ristorante.
La condanna ammonta a tre mesi di carcere e 300 euro di multa, qualcosina in meno di quanto chiesto dal pm. Il pubblico ministero aveva proposto la condanna a 4 mesi e 400 euro di multa.
A segnalare il caso fu lo stesso istituto di Previdenza che fece scattare le indagini.
Secondo l’accusa la cifra indebitamente trattenuta è di circa 4.200 euro.
Il caso sembrava chiuso con un decreto penale di condanna, ma la difesa della senatrice della Lega aveva chiesto un processo.
E dire che la Maraventano è una vera e propria passionaria sul tema previdenziale: a dicembre il Senato aveva dovuto interrompere la seduta per le urla e le contestazioni leghiste al presidente del consiglio Mario Monti, fra cui quelle della vicesindaco: “Parlaci piuttosto delle pensioni!”, gridava la Maraventano, riferendosi alla manovra economica finanziaria del nuovo esecutivo.
La Maraventano si era fatta conoscere poi per le sue parole di fuoco contro i Tunisini in una intervista lasciata al nostro giornale.
Secondo la senatrice, “sono tutti dei delinquenti e basta. Vi dico pure che sono stata a Tunisi e là stanno benissimo, non hanno nessun problema. L’inferno lo abbiamo noi, non loro. E poi, in passato, abbiamo ospitato migliaia di profughi e non è mai successo niente. Solo con loro ci sono problemi”.
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
L’UOMO FORTE DEL CARROCCIO IN EMILIA INCONTRA LA BASE, MA SI PRESENTANO SOLO IN 50 PERSONE E PURE NFURIATE: “MI SONO VERGOGNATO DI ESSERE LEGHISTA”
L’uomo forte del Carroccio in Emilia Romagna ha voluto incontrato la base del partito.
Ma c’erano sì e no 50 persone, scure in volto e infuriate con tutti, da Bossi in giù: “Per la prima volta mi sono vergognato di essere leghista”
Dimissioni da deputato? Neanche parlarne. Angelo Alessandri, parlamentare della Lega Nord di Reggio Emilia al centro della vicenda giudiziaria che sta scuotendo il partito anche nella regione rossa, non ci pensa neanche lontanamente ad abbandonare lo scranno di Montecitorio. “Se mi arrivasse un avviso di garanzia non mi dimetterei da parlamentare, c’è un fascicolo aperto e sulle accuse di Lusetti io sono molto tranquillo. Da segretario emiliano del movimento neppure anche perchè a maggio c’è il congresso”.
Alessandri, da un decennio a capo del Carroccio in Emilia, è uno dei cinque della Lega nord che la procura di Reggio sta indagando per presunti finanziamenti illeciti.
L’indagine di Reggio, nata da un esposto di Marco Lusetti, ex vice di Alessandri espulso dal partito nel 2010, rischia di terremotare un partito che oggi, per la prima volta dallo scoppio degli scandali, si è riunito proprio a Reggio in un hotel della periferia.
All’appuntamento pochi fazzoletti verdi, nessuna bandiera.
La cinquantina di militanti, mentre attende l’arrivo di Alessandri, discute animatamente. “Al mio paese non arrivano neppure i soldi per il giornalino della sezione. Basta con le macchine pagate dal partito ai figli di papà , solo perchè si chiamano Renzo Bossi”, racconta un militante, consigliere comunale in un centro della provincia.
“Per la prima volta mi sono vergognato di essere un leghista”.
“Si è creata una casta racconta un altro militante. Dopo vent’anni, come in un’azienda, bisognerebbe che ci fosse un ricambio nelle cariche dirigenziali”, spiega un leghista milanese trapiantato a Reggio, padano dal 1991.
“Ero entrato nella Lega perchè credevo in qualcosa di nuovo. Ora ci vogliono altre regole e mandati unici nelle cariche, sia in quelle di partito che in quelle pubbliche”.
Quando Alessandri arriva nell’hotel pochi militanti gli vanno incontro.
Nella sala al primo piano dell’hotel dove sta per iniziare la riunione la tensione si taglia a fette, sia tra la base sia tra i dirigenti.
E la stanchezza si vede anche nel viso del parlamentare. È provato.
Del resto ora all’interno della Lega cominciano a cadere le teste.
Quella di Rosi Mauro, ombra di Umberto Bossi, è caduta dopo pochi giorni di voci e gossip, senza che neppure fosse indagata.
Lui, Alessandri, ex presidente federale (una specie di Presidente della repubblica padana), vicinissimo al Senatur sa che adesso nessuno è immune alle “scope maroniane” aiutate magari da quelle della magistratura.
E a proposito della “nera” Rosi Mauro, continua a montare il giallo sul voto di Alessandri sulla sua espulsione.
Lei sostiene che il deputato emiliano non era presente.
Lui tentenna. “Le avevo consigliato di dimettersi da vice presidente. Ha deciso di non farlo e a quel punto l’espulsione dal movimento era automatica. Se ho votato? Non ricordo sono stati momenti concitati. Forse ero fuori, non so”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
“MARONI VUOLE PRENDERSI LA LEGA, POSSONO CACCIARMI, MA UMBERTO RESTERA’ SEMPRE IL MIO CAPO”…”TROPPE COSE HANNO COME UNICO SCOPO QUELLO DI INFANGARE BOSSI”….”NON MI SONO DIMESSA PERCHE’ NON HO NULLA NASCONDERE”
«Guardi, sono ancora un po’ stordita… Comunque su, va bene, forza, cominciamola
questa intervista… e cominci lei, mi faccia una domanda, che io non saprei da dove partire».
L’altra sera, senatrice Rosi Mauro, subito dopo essere stata espulsa dalla Lega, lei è entrata nell’ufficio di Umberto Bossi, in via Bellerio. Cosa vi siete detti?
«Oh, beh… Entro e lui mi sorride, con un sorriso dei suoi. Poi mi fa: “Ora diranno che sei attaccata alla poltrona…”. Ironico e affettuoso, sì. Del resto, fosse dipeso da lui, da lui soltanto, mi avrebbe certamente salvata».
Invece Maroni ha detto: «O cacciate la Mauro e Belsito, o vado via io».
«Maroni, negli ultimi due anni, ha avuto un comportamento estremamente duro. Tanto duro da essere sospetto».
Sospetto, in che senso?
«Bah! Ogni volta che gli chiedono se ambisce a prendere il posto di Bossi, lui smentisce… Secondo me, però, il suo piano è proprio quello di prendersi la Lega».
Quindi secondo lei…
«Secondo me la stupida e meschina e falsissima storia del “cerchio magico”, da due anni a questa parte, è stata messa in giro con uno scopo ben preciso: lasciar intendere che l’Umberto avesse bisogno di protezione e di suggeritori, far immaginare insomma che il grande capo non ce la facesse più da solo».
Con lei, senatrice, soprannominata «la badante».
«Un soprannome tragico inventato appunto ad arte per offuscare l’immagine del nostro leader».
Del suo ex leader.
«Cosaaa?».
Dico: Umberto Bossi è il suo ex capo, o no?
«Assolutamente no! Possono cacciarmi dalla Lega, ma non possono certo impedirmi di continuare a considerare Umberto il mio capo».
Comunque il figlio del capo, Renzino, il Trota, l’hanno salvato.
«Salvato? No, non è il concetto esatto. Lui, un passo indietro, dimettendosi dalla Regione, l’aveva fatto. Piuttosto…».
Cosa?
«Considerato il clima che c’è dentro la Lega, spero con tutto il cuore che l’epurazione si fermi con me e con Belsito. Anche perchè Renzino è già stato massacrato mediaticamente .
«Ecco, appunto: le sembra normale quel filmato? No, scusi: io lo conosco, l’autista. E allora le cose sono due: o è impazzito di colpo, oppure dietro quel filmato c’è qualcosa di oscuro».
Tipo?
«È un altro passaggio del piano per infangare Umberto. In realtà , a Renzo andrebbe consentito di vivere la sua età , senza fingere di star lì a scandalizzarsi…».
Comunque qui ancora nessuno ha capito perchè lei, pur di non lasciare la vicepresidenza del Senato, si è fatta espellere dalla Lega.
«Non mi sono dimessa per principio. Perchè contro di me, a parte qualche vaga intercettazione, non c’è niente».
L’accusano di aver preso soldi attraverso il sindacato, il Sin.Pa.
«Si tratta di donazioni che il partito fa al sindacato, sul conto corrente del sindacato. Un anno 70 mila euro, un altro anno 80 mila, l’anno dopo magari 20 mila. Tutto in regola».
Poi c’è la storia della villa in Sardegna, sede fittizia del sindacato.
«Primo, non è una villa. Secondo, la casa è di mia proprietà da tre, quattro anni».
È lei o no la «nera» che, nelle intercettazioni, deve prendere 29 mila franchi?
«Non sono io, ho già detto che credo sia l’infermiera svizzera di Bossi».
L’assessore regionale alla Sanità Luciano Bresciani, medico di Bossi, sostiene però di non conoscere questa infermiera.
«Io parlo delle cose che so».
La segretaria di Bossi, Nadia Dagrada, afferma che 130 mila euro della Lega sono stati spesi per far ottenere una laurea a lei e al suo caposcorta, l’agente Pierangelo Moscagiuro, in arte Pier Mosca, cantante specializzato nelle imitazioni di Elvis Presley.
«Capitooo? M’hanno accusato di essermi comprata una laurea, ma io non sono laureata, accidenti!».
L’agente Moscagiuro è il suo fidanzato?
«Se anche fosse, non ci sarebbe niente di male. Comunque, no: è il mio caposcorta. Punto».
In alcune intercettazioni lei sembra in grande confidenza con il tesoriere Belsito, nei giorni in cui si seppe del losco affare in Tanzania.
«Io non so se quella roba della Tanzania fosse giusta o sbagliata. Su Belsito, visti i tanti punti oscuri di questa vicenda, aspetterei a esprimere giudizi».
Senatrice, ora cosa farà : davvero ha intenzione di non lasciare l’incarico di vicepresidente del Senato?
«Dovessi seguire la mia coscienza, non avrei dubbi: resterei al mio posto. Ma non nego di aver preso in esame anche la possibilità di abbandonare la politica».
Fabrizio Roncone
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
“LIGURIA FUTURISTA” DENUNCIA UN INFAME POST CHE ISTIGA ALL’ODIO RAZZIALE PUBBLICATO DA UN DIRIGENTE DELLA LEGA, LUCA PICCARDO… CHE PROVVVEDIMENTI INTENDE PRENDERE IL PARTITO DELLA RAMAZZA NEI SUOI CONFRONTI?…QUALORA RIXI DICESSE DI NON CONOSCERLO PUBBLICHIAMO UNA SUA FOTO ACCANTO A LUI
La foto fa rabbrividire: un barcone colmo di profughi in mare, il mirino di un fucile di precisione che inquadra gli immigrati stipati sul gommone.
E per rendere ancora più esplicito il pensiero di chi l’ha pubblicato, un sottotitolo agghiacciante:
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO: FUOCOOOOOOOO!!!!
Opera di un folle o di un mitomane?
Semplicemente un post pubblicato nella sua pagina personale di Facebook (e da noi registrata e conservata) il 30 marzo alle ore 19.10 da Luca Piccardo, segretario della sezione Ponente della Lega Nord, nonchè candidato dello stesso partito alle prossime elezioni comunale di Genova nel Municipio VIII.
Non un semplice simpatizzante quindi, ma uno dei quadri della Lega genovese, originario di Pegli, stessa delegazione del candidato sindaco Rixi.
Qualora quest’ultimo sostenesse di non conoscerlo, pubblichiamo una foto che li immortala accanto e sorridenti durante un corteo della Lega.
A questo punto ci chiediamo, alla luce delle ramazze agitate a Bergamo dal popolo leghista, se Rixi intenda, all’interno della sua lista, fare pulizia nei confronti di chi incita a sparare a profughi inermi o intende invece avallare l’ipotesi di un sindaco cecchino.
Se ritiene compatibile la candidatura di Piccardo con le posizioni della Lega e quelle espresse nel suo programma.
Nonchè quali provvedimenti immediati intenda prendere la Lega ligure nei confronti di Piccardo.
Anche alla luce dell’esigenza espressa da Maroni di “fare pulizia” all’interno della Lega.
L’elettore genovese ha diritto di sapere se tra i candidati a Tursi si annida anche un aspirante “sindaco cecchino” o no.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
DUE MESI FA ROSY MAURO E ALESSANDRI, IN MERITO ALL’INCHIESTA, PARLARONO DI “MONTATURA GIORNALISTICA”… AL CENTRO DELL’INDAGINE IL BUSINESS DEL FOTOVOLTAICO
Rosi Mauro e Angelo Alessandri, due mesi fa, quando partì l’indagine, si precipitarono a
Piacenza per difenderlo “dalle montature create ad arte dalla stampa”.
Ora Davide Allegri ex assessore leghista alla Protezione civile e all’Ambiente della Provincia di Piacenza e già assessore all’Urbanistica del Comune di Cortemaggiore, è stato arrestato dai carabinieri del Comando provinciale di Piacenza per corruzione e concussione.
La vicenda gravita attorno ad autorizzazioni a realizzare impianti fotovoltaici.
Al termine di indagini cominciate due anni fa, Allegri è stato sottoposto dai militari a un’ordinanza di custodia per concussioni consumate e tentate e per corruzione.
L’ex assessore provinciale era già stato iscritto nel registro degli indagati per concussione ed abuso in atto d’ufficio, nell’ambito della gestione delle autorizzazioni su alcuni impianti fotovoltaici.
La notizia era stata resa nota dal quotidiano piacentino Libertà il primo marzo 2011 e subito dopo Allegri aveva lasciato l’incarico, che all’epoca ricopriva, di assessore comunale a Cortemaggiore.
Nei giorni precedenti un misterioso plico inviato da un ‘corvò era pervenuto alla procura della Repubblica.
Conteneva, a quanto si era appreso, registrazioni telefoniche fra due esponenti leghisti con tanto di trascrizioni, fotocopie di richieste di rimborso spese e un memoriale riguardante l’installazione di impianti fotovoltaici nel Piacentino.
Allegri si era dimesso da assessore provinciale nel settembre 2010, motivando la propria decisione con “le difficoltà di conciliare gli impegni politici e quelli professionali di architetto e docente universitario”.
Sulle sue dimissioni aveva apertamente polemizzato l’opposizione.
Dopo aver appreso, a marzo 2011, di essere stato indagato, Allegri aveva poi diffuso una lunga dichiarazione in cui affermava tra l’altro che gli iter autorizzativi degli impianti fotovoltaici “sono totalmente esterni ed indipendenti dalla volontà politica di chicchessia. Mentre sono del tutto dipendenti da passaggi e da valutazioni di carattere tecnico e normativo, e quindi oggettivi nel loro sviluppo”.
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
NELLE INTERCETTAZIONI RIFERIMENTI A FIRME FALSE E VERSIONI TAROCCATE: LO STATO MAGGIORE DELLA LEGA MOBILITATO PER EVITARE CHE LA MAGISTRATURA SCOPRISSE LA VERITA’ SULL’USO DEI FONDI
Firme false e versioni concordate per cercare di «coprire» Francesco Belsito e le sue operazioni finanziarie illecite.
Sono le intercettazioni telefoniche a svelare come lo «stato maggiore» della Lega fosse mobilitato per evitare che la magistratura avviasse indagini sull’attività del tesoriere e scoprire l’uso privato dei fondi provenienti dai rimborsi elettorali.
In prima linea, in quelli che a volte appaiono veri e propri «depistaggi», ci sono l’onorevole Roberto Calderoli – «reggente» del partito insieme a Roberto Maroni e Manuela Dal Lago – e Piergiorgio Stiffoni membro del comitato amministrativo insieme a Roberto Castelli.
Ma anche Giancarlo Giorgetti.
Uno si fa dettare dall’avvocato di Belsito la linea pubblica da tenere, l’altro accetta di siglare un documento retrodatato per dimostrare la regolarità degli investimenti. I
l terzo è indicato tra i partecipanti agli incontri con l’imprenditore Stefano Bonet, ora indagato per riciclaggio, che ha messo a disposizione i propri conti esteri.
Quello delle «coperture» è un capitolo che i magistrati di Milano, Napoli e Reggio Calabria stanno adesso esplorando per valutare le ulteriori responsabilità penali.
Anche perchè era stato proprio Belsito, parlando di soldi con Rosi Mauro, a chiedere: «Come li giustifico quelli di Calderoli?».
Calderoli e l’intervista
È il 24 febbraio, lo scandalo dei soldi investiti in Tanzania, a Cipro e in Norvegia è ormai esploso.
All’interno del Carroccio si cerca una soluzione. Annotano gli investigatori della Dia nella loro informativa: «Si registra una conversazione tra l’avvocato Scovazzi e l’onorevole Calderoli, il quale dovendo rilasciare una intervista al Secolo XIX concorda con il legale di Belsito gli argomenti da utilizzare per difendere lo stesso Belsito dagli articoli di stampa che lo attaccano».
Il brogliaccio dà conto del colloquio: «Calderoli dice che questa mattina il giornalista ha preteso un’intervista sulla questione, in un primo momento il suo addetto stampa aveva cercato di mediare, dicendo che sono due mesi che non rilascia dichiarazioni a nessun quotidiano nazionale, ma poi sempre Calderoli dice di aver riflettuto perchè non usare l’intervista cercando di vendere le nostre buone ragioni. Scovazzi dice che secondo lui questa intervista che gli vogliono fare non la vogliono realizzare per sentire le loro buone ragioni, ma lo fanno solo per attaccarli, anzi gli chiederanno come mai la Lega non prende delle posizioni forti contro questo tale (Belsito).
L’avvocato aggiunge che l’unica cosa che lui gli può dire e che in buona sostanza su tutte le vicende che riguardano Francesco (Belsito) hanno fatto dei processi dopo che i processi erano già stati fatti, perchè relativamente ai fatti dei giorni scorsi, si tratta di due indagini archiviate».
Calderoli propone possibili titoli da sottoporre al giornalista: «Fallimento, e non c’è mai stato un fallimento; per il titolo di studio è stato assolto in primo grado e successivamente è intervenuta comunque una prescrizione su una assoluzione; sul discorso della Tanzania l’operazione è già rientrata, i consulenti erano persone completamente a titolo gratuito».
In realtà Calderoli sa perfettamente che Stefano Bonet, l’imprenditore che ha gestito il trasferimento dei fondi, sta chiedendo una percentuale proprio alla Lega.
Quali potessero essere i suoi timori, li aveva spiegati poco prima Belsito parlando con un’amica, come si legge nella trascrizione della conversazione: «Belsito dice che prima lo ha chiamato il segretario di Calderoli dicendogli che hanno appena mandato a fare in culo Mari (giornalista del Secolo XIX ), in quanto lo stesso Mari aveva detto che voleva parlare urgentemente con Calderoli e che se non fosse riuscito a parlargli, lo avrebbe sputtanato».
In quei giorni i contatti tra l’onorevole e il tesoriere sono frequenti.
È proprio Calderoli a cercarlo quando Umberto Bossi vuole vederlo.
Il 6 febbraio viene intercettata una telefonata tra Belsito e Romolo Girardelli, il procacciatore d’affari legato alla «cosca De Stefano» della ‘ndrangheta. «Belsito dice che sono 9 giorni, anche il capo voleva incontrarlo oggi e lo ha cercato anche Calderoli per dirglielo ma che lui non ci è andato perchè non sa cosa deve dire. Calderoli gli ha detto che il capo vuol sapere quando è tutto a posto. Castelli gli ha scritto una raccomandata nella quale ha scritto che di tutto quello che gli chiede ogni volta non gli dà mai niente, Belsito dice che Castelli vuol fare il Giustiziere. Belsito dice che domani dovrà andare a Roma a parlare col Capo e che gli dirà che è ancora tutto fermo».
Rosi e l’atto falsificato
Tra gennaio e febbraio gli uomini di vertice della Lega si attivano per cercare una soluzione che salvi Belsito e dunque l’intero partito.
Il 7 febbraio il tesoriere chiama Rosi Mauro. È scritto nell’informativa: «Belsito le riferiva che la sera precedente si era visto a cena con l’onorevole Piergiorgio Stiffoni, con il quale commentava la vicenda relativa al trasferimento dei soldi della Lega all’estero. In particolare Stiffoni esternava il timore che la vicenda in questione, qualora non gestita con le dovute cautele, avrebbe potuto scatenare un terremoto all’interno del Movimento pregiudizievole alla leadership di Bossi.
Il timore appalesato dallo Stiffoni, a dire di Belsito, poteva essere evitato qualora i membri del comitato amministrativo (Stiffoni e Castelli) avessero firmato il documento mandatogli da Belsito inerente l’istituzione dei fondi.
È evidente che il documento a cui faceva riferimento Belsito era l’autorizzazione affinchè Belsito avesse potuto disporre l’operazione in essere. Rosi Mauro, riscontrando le difficoltà appalesate da Belsito lo consigliava di parlare del comportamento tenuto dai suddetti parlamentari, direttamente con Bossi».
L’8 febbraio i due affrontano nuovamente la questione e «Belsito comunicava che era sua intenzione scrivere una lettera ai due parlamentari invitandoli a sottoscrivere “l’autentica delle firme”».
E poi, riferendosi a un’altra vicenda, evidentemente sempre economica aggiungeva che «”la tua operazione” riferita alla Mauro, l’avrebbe fatta dal Banco di Napoli poichè in tale istituto non si correva alcun rischio di controllo essendo di fatto sotto i riflettori la Banca Aletti ove, peraltro, a dire del Belsito non avrebbero trovato nulla».
Due giorni Rosi Mauro «contattava nuovamente Belsito per avere informazioni circa l’avvenuta firma di Stiffoni e Castelli di un atto verosimilmente da identificare nell’autentica delle firme. Belsito affermava che ciò era stato fatto da Stiffoni mentre non aveva riscontro dell’operato di Castelli».
Il Vaticano, i dossier e le banche
La vicenda sembra aver creato numerosi problemi e contrasti all’interno del Carroccio tanto che, secondo Belsito, «il “capo” si vuole dimettere, vuole fare un altro partito».
Ma anche gli altri personaggi coinvolti nella vicenda raccontano di avere problemi.
Il 25 gennaio l’imprenditore Bonet si lamenta con un amico per le conseguenze che può avere sui propri affari.
E cita in particolare la Santa Sede spiegando che «gli sta facendo recapitare il dossier che stanno preparando per il Vaticano, nel quale, tra l’altro, inseriranno delle controdeduzioni alle accuse “infamanti” di questi ultimi giorni, in modo che gli dia uno sguardo ed esprima un suo parere, soprattutto su “una posizione politica” che deve decidere come metterla.
Bonet spiega il motivo di tale memoriale dicendo che lo sta preparando per evitare problemi in futuro (con il Vaticano) considerato l’incarico che gli stanno per dare e per il quale è possibile che gli venga richiesta qualche spiegazione circa il coinvolgimento di Bonet nella vicenda con Belsito e i fondi della Lega».
Un ruolo chiave in questa partita lo riveste, secondo gli inquirenti, l’avvocato calabrese con studio a Milano Bruno Mafrici.
Secondo alcuni atti pubblicati dal Corriere della Calabria il professionista – indagato per riciclaggio in questa inchiesta – «ha rapporti con i big della politica calabrese come il governatore Giuseppe Scopelliti e l’assessore regionale Mario Caligiuri.
Nel suo studio nel capoluogo lombardo, nella centralissima via Durini a pochi passi dal Duomo, gli inquirenti identificano la base operativa dove la politica incontrava gli ambasciatori finanziari della ‘ndrangheta e con loro stendeva accordi e faceva affari».
Sarebbe stato proprio Mafrici, in un’intercettazione con Belsito e Bonet, a valutare la possibilità di spostare i soldi già trasferiti a Cipro e in Tanzania, su un conto della banca Arner, l’istituto di credito diventato famoso perchè il conto numero 1 è intestato a Silvio Berlusconi.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX TESORIERE PREPARA UNA MEMORIA DA PRESENTARE AI GIUDICI… MARONI VUOLE CACCIARE L’INDAGATA RIZZI, DI FEDE BOSSIANA, MA DIMENTICA DI USARE LO STESSO METRO PER L’ALTRO INDAGATO LEGHISTA IN REGIONE BONI, BARBARO TRASOGNANTE E SUO COMPAGNO DI MERENDA
L’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito è “pronto a parlare con i magistrati”. 
Ad assicurarlo è l’avvocato dell’ex sottosegretario espulso ieri dal partito, Paolo Scovazzi, al procuratore aggiunto Vincenzo Calia che, insieme al procuratore di Genova Michele Di Lecce, ha aperto un fascicolo che al momento è a carico di ignoti ma che riguarderebbe l’ex tesoriere leghista e la sua attività imprenditoriale e politica.
“Francesco Belsito vuole fare sapere ai magistrati che lui è qui, a Genova, e non ha intenzione di andare da nessuna parte. Al contrario — aggiunge Scovazzi — è a loro disposizione”.
Belsito avrebbe infatti timore di una possibile ordinanza di custodia cautelare da parte di una delle procure che indagano su di lui.
Avrebbe voluto dunque formalizzare la sua volontà di non allontanarsi dall’Italia: il pericolo di fuga è una delle discriminanti che potrebbero condurre un magistrato a chiederne la custodia cautelare.
Oltre a questo vi è il pericolo di inquinamento delle prove e quello di reiterazione del reato. Belsito sarebbe inoltre occupato alla stesura di un memoriale nel quale starebbe ricostruendo gli investimenti fatti nel periodo in cui ha ricoperto il ruolo di tesoriere della Lega Nord.
E’ possibile che questo “memoriale” prenda forma in una vera e propria memoria che sarà depositata in Procura, a Genova.
“In questi giorni Belsito inizia le giornate — conclude Scovazzi — con una riunione con me. Affrontiamo di ora in ora le varie novità che emergono, certi che saremo in grado di fornire adeguate spiegazioni a tutte contestazioni che gli verranno fatte”.
Tra i conti acquisiti dalla Guardia di finanza di Milano, nell’ambito dell’inchiesta sulle distrazioni dei fondi dalla casse della Lega, c’è anche quello della “vecchia tesoreria” del Carroccio gestita da Maurizio Balocchi fino al 2010, quando l’esponente del partito morì e venne sostituito da Francesco Belsito, ora indagato per appropriazione indebita e truffa. L’inchiesta si sta allargando, insomma, come già si era capito nei giorni scorsi e come fa capire pure il lavoro di accertamento dei magistrati sull’ex ministro Roberto Calderoli.
Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e i pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, in particolare, hanno ordinato ieri l’acquisizione di carte e documenti sui conti di 8 istituti di credito, conti riconducibili a Belsito, alla Lega Nord e a Bolocchi (quest’ultimo acquisito alla Banca Popolare di Lodi), che comunque nell’ultimo periodo del suo lavoro per il partito venne affiancato da Belsito.
Non sono stati invece acquisiti, come hanno precisato fonti giudiziarie, conti personali di Umberto Bossi.
Gli investigatori sono andati infatti ieri nella sede genovese di Banca Aletti, da cui partirono gli investimenti verso la Tanzania e Cipro per circa 6 milioni di euro, e in alcune filiali della Banca Popolare di Novara, della Bnl, di Unicredit, di Banca Sella, di Carige, del Banco di Napoli e della Banca Popolare di Lodi.
Un paio di elementi emergono intanto dagli approfondimenti delle fiamme gialle sul Sinpa, il Sindacato Padano guidato da Rosi Mauro, espulsa dalla Lega Nord.
Il primo: dei tre dipendenti del sindacato una è la nipote della stessa Mauro.
Il secondo: l’organizzazione sindacale non ha una contabilità , stando alle prime verifiche degli inquirenti. I rappresentanti del sindacato, infatti, hanno consegnato ai finanzieri alcune carte e documenti, ma tra questi non risulta alcuna traccia di conti per somme in entrata e in uscita.
Quando la Finanza si è presentata mercoledì nella sede milanese del Sinpa non ha trovato alcuna documentazione, ma solo due dipendenti e una targa che indicava la sede del sindacato.
Il sindacato era già stato visitato la settimana scorsa durante le perquisizioni del Noe e in quel caso i carabinieri sarebbero riusciti ad acquisire della documentazione.
I pm milanesi erano interessati in particolare alla contabilità dell’anno scorso, di cui non c’era traccia. I rappresentanti del sindacato hanno assicurato agli investigatori che avrebbero provveduto a consegnare loro in seguito del materiale e la procura ha firmato un ordine di esibizione.
Un paio di faldoni con dei documenti sono stati consegnati solo oggi. In quelle carte però, non c’è nulla sulla contabilità del sindacato.
I pm, infine, hanno chiesto di poter accedere anche a documenti riguardanti il patrimonio immobiliare che avrebbe in gestione il sindacato.
Intanto, dopo Belsito e Rosi Mauro, potrebbe cadere un’altra testa del Carroccio. I vertici del partito in Regione Lombardia infatti chiederanno alla collega di partito Monica Rizzi di dimettersi da assessore allo Sport e ai Giovani.
La richiesta verrà formalizzata in un incontro in programma lunedì e, nel caso in cui la Rizzi non volesse fare un passo indietro, sarebbe pronta la revoca delle deleghe.
La decisione è arrivata, nel giorno dell’incontro tra Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Rizzi, ritenuta vicina alla famiglia di Umberto Bossi, è indagata dalla Procura di Brescia per uso illecito di dossier per favorire la candidatura del figlio del senatur, Renzo, dimessosi da consigliere lombardo, in seguito alla scandalo sulla gestione dei soldi del movimento.
“Sono serena sapendo che la Lega, quella vera, leale ed onesta, non si sognerebbe mai di chiedere un passo indietro a nessuno solo perchè ha obbedito a degli ordini o perchè fedele ad Umberto Bossi” ha dichiarato l’assessore.
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
CACCIATA PER AMOR DI TRASPARENZA E DI ONESTA’? NO, SOLO PER GIOCHI INTERNI DI POTERE DI UN PARTITO DILANIATO DALL’ ODIO
La giustizia sommaria ha questo di bello: che ti porta a parteggiare per il condannato.
L’altro ieri ad esempio ci ha costretti a simpatizzare per Rosi Mauro, alla quale avevamo chiesto, non più tardi di qualche giorno fa, di lasciare la vicepresidenza del Senato.
Restiamo dell’idea che la signora avrebbe dovuto lasciarla, quella vicepresidenza: quanto era emerso dall’inchiesta sull’utilizzo dei rimborsi elettorali della Lega la metteva in grave imbarazzo, e chi è vicario della seconda carica dello Stato non può permettersi neanche un’ombra di sospetto.
Ma il modo in cui la Lega l’ha mandata sul rogo come una strega, ci costringe a solidarizzare con lei.
Espulsa dal partito in cui militava da una vita, partendo dai ruoli più umili (c’è chi sostiene che abbia cominciato facendo la portinaia della prima sede milanese, quella di via Arbe).
Espulsa dal partito nel quale fino a poche settimane fa aveva un posto di primissimo piano. Cancellata.
Indicata al pubblico disprezzo di quei militanti che la osannavano ogni volta che, dal palco di Pontida o da quello di Venezia, lei annunciava i successi del sindacato padano, i vantaggi degli «contratti territoriali»…
La osannavano, quando gridava che il «governo centralista» (lo diceva anche quando al governo c’era pure la Lega) favoriva gli immigrati a scapito della «nostra gente».
L’altra sera a Bergamo gli stessi militanti, aizzati dai nuovi dirigenti, le hanno dato della battona.
Perchè in pochi giorni Rosi Mauro è passata dagli applausi all’espulsione?
Il partito si è improvvisamente accorto della sua indegnità ? Del suo presunto amante bodyguard? Dei suoi maneggi e intrallazzi con Belsito e con il cerchio magico? Si vuol far credere che, se ha sbagliato, lo ha fatto senza che nessun altro sapesse?
Ma mi faccia il piacere, diceva Totò.
Da quando i giornalisti hanno cominciato a scrivere che attorno a un Bossi stanco e malato si era formato un «cerchio magico» che lo teneva in ostaggio, tutti – ripetiamo: tutti – i dirigenti della Lega urlavano, in pubblico, che si trattava di volgari menzogne dei soliti pennivendoli.
Adesso tutti questi dirigenti parlano del «cerchio magico» come di una realtà acclarata da tempo, e fanno pulizia a colpi di scopa.
Ma è una pulizia suggerita dall’esigenza di nuovi equilibri di potere interni, non da un amor di trasparenza e onestà .
Provate a guardare foto e filmati di Bossi degli ultimi otto anni: non c’è fotogramma in cui il vecchio capo non sia tenuto a braccetto da Rosi Mauro.
È per questo che nella Lega tanti odiano questa donna.
Nessuno poteva avvicinarsi a lui senza il consenso di lei. I giornalisti men che meno: Bossi non rilascia interviste vere da prima della malattia.
Rosi «la badante», come la chiamavano i più gentili nella Lega (gli altri la chiamavano «mamma Ebe») era dunque riuscita nell’impresa di accudire Bossi per controllarlo, diventando insieme a pochi altri (il famoso cerchio magico) la vera segreteria politica della Lega.
Dicono i suoi nemici interni che questo ruolo lo abbia svolto con cinismo e senza pietà , facendo tabula rasa di oppositori e concorrenti.
È probabile che sia vero. Ma si abbia il coraggio di dire che è per questo motivo che ora questa donna – neppure indagata, almeno per adesso – è stata espulsa. Si abbia il coraggio di dire che è una purga staliniana per giochi di potere interno, senza tirare in ballo l’uso del denaro del partito.
Di verginelle, riguardo all’uso di quei soldi, ce ne sono poche.
Fa pena sentire, ora, che è stata espulsa perchè ha disobbedito a Bossi, il quale le aveva chiesto di lasciare lo scranno al Senato: lo sanno anche i sassi che Bossi era stato costretto, dai nuovi vincitori interni, a chiederle quel passo indietro.
La Lega è un partito lacerato da odi interni inimmaginabili, e le rese dei conti sono solo all’inizio.
Così spesso arrogante – con noi giornalisti e con tanti militanti -, Rosi Mauro non era simpatica.
Adesso lo è un po’ di più, forte di quella compassione sempre generata da ogni capro espiatorio.
Michele Brambilla
(da “La Stampa”)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
ERA IL PAESE SUDAMERICANO LA DESTINAZIONE FINALE DEI 4,5 MILIONI DI EURO DELL’EX TESORIERE BELSITO…SOCIETA’ OFF SHORE E BILANCI TRUCCATI SOTTO ESAME
Furibondi. Sono furibondi Stefano Bonet e Paolo Scala. Furibondi e impauriti. 
Per due mesi, dai primi di dicembre 2011, hanno trafficato a più non posso tra l’Italia e Cipro.
Si sono messi a disposizione di Francesco Belsito, l’uomo che aveva in mano la cassa della Lega, convinti che avrebbero fatto un sacco di soldi grazie a quell’amico importante.
“Stronzo, figlio di…”
E invece niente. Niente soldi, solo guai, una valanga di guai che adesso rischia di travolgerli. Belsito “è uno stronzo figlio di puttana”, si sfogano al telefono i due compari a fine gennaio, intercettati dagli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria.
In quei giorni il grande affare è già andato in fumo.
Dopo i primi articoli di giornale sugli investimenti sballati di Belsito a Cipro e in Tanzania, i vertici della Lega, hanno messo sotto tutela il loro tesoriere. Tutti temono (a ragione) che qualche pm metta mano a questa storiaccia maleodorante.
E allora Bonet e Scala, con l’acqua alla gola, cercano di concordare una linea di difesa. “I quattro milioni e mezzo andavano all’acquisto delle quote in Argentina”, spiega al telefono Bonet a Scala con il tono di chi vuol riassumere il contenuto di un documento in preparazione.
Un documento che, in caso di necessità , andava recapitato a chi di dovere. Ai capi della Lega, ai giornali, magari anche alla magistratura. Perchè loro, Bonet e Scala, proprio non volevano restare con il cerino acceso in mano per colpa di Belsito.
Destinazione Sudamerica
Argentina? Che c’entra l’Argentina?
Dopo Cipro e la Tanzania, il tour finanziario di questa incredibile vicenda adesso fa tappa anche in Sudamerica.
Le 400 pagine dell’informativa compilata dalla Dia non offrono riscontri alle parole di Bonet, meglio noto come “lo shampato”.
I quattro milioni e mezzo coincidono con la somma che Belsito ha cercato di depositare nella sede di Cipro di una banca tanzaniana.
L’operazione non è andata a buon fine, come lo stesso Scala ha confermato ai magistrati che lo hanno interrogato nei giorni scorsi.
Par di capire però che Cipro avrebbe dovuto essere solo una tappa intermedia. I fondi approdati sull’isola avrebbero poi dovuto ripartire verso un’altra destinazione.
Un’operazione semplice semplice, almeno sulla carta.
Il denaro arriva a Cipro, viene costituito un veicolo societario ad hoc, una sorta di fondo d’investimento, ed è poi questa entità finanziaria a far fruttare quei soldi. È un modo efficace per schermare la reale provenienza dei fondi.
Così vanno le cose nel magico mondo della finanza off shore. E a voler credere a quanto dice Bonet al telefono la destinazione finale del versamento milionario di Belsito sarebbe stata l’Argentina.
“E in realtà abbiamo capito che insomma cioè… tra una cosa e l’altra, si stava acquistando l’Argentina li… con i Malacalza di Genova”, questo dice Bonet mentre viene intercettato dagli investigatori.
A Genova, in effetti, tutti conoscono il gruppo Malacalza.
Un gruppo importante e potente, anche fuori dal capoluogo ligure.
Tra l’altro sono soci di rilievo di Marco Tronchetti Provera nella Pirelli. “Mai nessun contatto con questi signori”, replicano dal quartier generale dei Malacalza, che smentiscono anche di aver mai fatto o pensato di fare investimenti in Argentina. Le parole di Bonet, quindi, non trovano nessun riscontro.
Almeno per ora.
Resta la disperazione di un imprenditore sull’orlo del precipizio. Perchè quei soldi, quei 4, 5 milioni, Belsito li aveva fatti viaggiare da Genova a Cipro proprio a a nome suo, di Bonet. Il quale, annotano gli investigatori, “si era trovato di fronte al fatto compiuto”.
“Lo shampato” sul rasoio
Troppo, davvero troppo, anche per un tipo come “lo shampato”, abituato a girare come una trottola tra ministeri e aziende per proporre affari sul filo del rasoio.
Il gioco era quello del credito d’imposta ottenuto grazie ai fondi investiti per la ricerca.
Funzionava così.
Bonet mette a disposizione la sua Polare, una cooperativa a responsabilità limitata che staccava fatture per attività di ricerca, studi e simili.
Le aziende che pagano queste fatture ottengono un credito d’imposta pari al 40% dell’importo versato. Tutto questo sulla carta.
Perchè le indagini hanno accertato che il giro di denaro era fittizio. Serviva solo a frodare il fisco.
E Bonet veniva ovviamente ricompensato per il servizio. Una fetta della torta andava anche all’amico Belsito, pronto ad attivarsi per procacciare nuovi affari.
Uno dei migliori clienti di Bonet era la Siram, con sede centrale a Milano e filiali in tutta Italia, controllata dal gruppo francese Dalkia.
L’incontro con Bon
Dalle carte però emerge anche il nome del gruppo pubblico Fincantieri, di cui Belsito era diventato vicepresidente in quota Lega.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la proposta della Polare di Bonet era arrivata fin sul tavolo dell’amministratore delegato dell’azienda cantieristica, Giuseppe Bono.
Il giorno 7 settembre, Bonet e Belsito si sarebbero recati presso la sede romana di Fincantieri per incontrare Bono e discutere l’affare, ottenendo, si legge nel-l’informativa della Dia, il via libera. In realtà nelle settimane successive il contratto resta sulla carta, con grande disappunto di Bonet che non manca di lamentarsene con Belsito.
Tra Cipro e Londra
Poco male. Di lì a poco spunta all’orizzonte un affare ancora più grande, molto più grande.
Belsito vuol spostare milioni all’estero, soldi della Lega che lui gestiva come fosse roba sua.
Ed è così che entra in gioco Scala, il consulente di fiducia di Bonet che dal 2007 aveva fatto fortuna a Cipro.
La sua Krispa enterprises con base a Larnaca, gestiva e smistava soldi provenienti dall’Italia.
Col tempo l’intraprendente promotore finanziario era diventato una piccola autorità in materia.
La Camera di commercio di Milano lo aveva invitato a parlare a un convegno sulle opportunità di investimento a Cipro.
Per mestiere Scala filtra, smonta e rimonta scatole finanziarie.
Lo troviamo anche a Londra dove ha costituito le società Verbuscom e Klappo.
Ma la giostra ormai si è fermata. Belsito il leghista ha rotto il giocattolo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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