Destra di Popolo.net

L’AQUILA, UNA CITTA’ SOSPESA TRA DRAMMA E SPERANZA

Aprile 3rd, 2012 Riccardo Fucile

VIAGGIO NEL CAPOLUOGO ABRUZZESE, TRE ANNI DOPO

Il 6 aprile 2009 il sole sorse alle 6 e 45.
Nelle tre ore e un quarto di buio assoluto che seguirono il terremoto – i superstiti intravidero solo una colonna di fumo rossastro salire dalla città  vecchia -, ognuno si comportò alla sua maniera.
Chi si mise freneticamente a scavare. Chi rimase come imbambolato, incapace di reazioni. Chi radunò i figli e partì subito per il mare. Chi non voleva saperne di muoversi da casa. Chi ancora oggi non è tornato (almeno un migliaio), tra cui qualcuno che non risponde neppure più al telefono se vede sul display 0862, il prefisso dell’Aquila.
Chi vorrebbe che la sua casa fosse ricostruita dov’era e com’era, anche sulla faglia di Paganica, che i geologi – uno di loro l’ha riconosciuto la scorsa settimana al processo – neppure sapevano esistesse.
Quelli (314) che sono ancora in albergo. Quelli che hanno preso il contributo per l’affitto e vivono nella cantina del fratello. Chi ha appeso le chiavi del vecchio appartamento alla transenna sul corso, come i palestinesi all’ingresso dei campi profughi (una scena che ha impressionato David Grossman, lo scrittore israeliano). E chi si è costruito la casa con materiale fai-da-te.
Qualcuno si è lasciato morire.
Tra gli anziani l’aumento dei decessi è un dato statistico, fa notare Pierluigi Biondi, sindaco di Villa Sant’Angelo, il secondo comune più colpito.
Qualcuno ha cercato una soluzione al di fuori di sè.
Tra i giovani, racconta Biondi, è cresciuto il consumo di droghe, alcol, psicofarmaci. Altri hanno semplicemente ricominciato a fumare. Chi ha paura a entrare in un luogo chiuso, chi non prende più l’ascensore.
Sono cresciuti anche gli incidenti stradali: prima metà  degli aquilani giravano solo a piedi, in un centro storico tra i più vasti d’Italia; ora girano solo in macchina.
Immaginate una città  rimasta senza Cattedrale e senza Comune, senza liceo, università , biblioteca, Poste, teatro, senza ristoranti, bar, caffè, pub, pizzerie.
E immaginate che tutto questo sia stato duplicato, in forme ovviamente meno belle e più scomode, sul «frontestrada» come si usa dire, in un dedalo di rotonde che da queste parti non si erano ancora viste.
Sono state duplicate anche le case.
In 19 mila vivono nelle «new town»: confortevoli, neanche brutte, ma circondate dal nulla, senza una panetteria, una farmacia, una scuola (tranne l’asilo costruito dalla Fiat). Bazzano, Sant’Elia 1, Paganica 1, Paganica 2, Paganica 3: le hanno chiamate come le frazioni, eredi degli antichi castelli che fondarono la città , 99 secondo una tradizione forse inventata (99 è il numero magico dell’Aquila: 99 castelli che in città  crearono 99 chiese, 99 piazze, 99 fontane…).
L’unico punto di aggregazione è una tenda, con il calciobalilla, il televisore, il distributore di bibite a fare da bar, un tavolo da riunioni che la domenica diventa altare per la messa. Le vie si chiamano Fabrizio de Andrè, Vittorio Gassman, Lucio Battisti.
Sostiene il sindaco Massimo Cialente che il momento peggiore fu all’inizio del 2010. Passata quella notte terribile, gli aquilani seppellirono i loro 309 morti, e non ebbero tempo di rendersi conto d’altro.
Vennero qui un po’ tutti. Berlusconi, più volte. I cantanti. La Nazionale di calcio. I leader del G8, ognuno con una promessa: la Merkel si impegnò a ricostruire Onna, Sarkozy la chiesa delle Anime Sante, Putin il palazzo Ardinghelli, Obama a sostenere borse di studio per i ragazzi dell’università .
I volontari della Protezione civile cucinavano tre volte al giorno, «passavamo il tempo a mangiare» dice Cialente, che è medico e assicura che pure colesterolo e trigliceridi in media sono aumentati.
Per costruire le new-town si lavorò giorno e notte, su tre turni.
Poi, il 29 gennaio, la Protezione civile si congedò con una festa.
«Alla fine del party hanno spento le luci e se ne sono andati – racconta il sindaco -. Il resto del Paese ha creduto che fosse tutto a posto. E noi ci siamo ritrovati soli. Con una città  da ricostruire».
E i leader del G8? «La Merkel ha fatto quel che aveva promesso. I canadesi e i giapponesi pure. Sarkozy, Putin, Obama? Qui non si è visto nulla. In compenso è arrivato un milione e mezzo dal Kazakhstan».
Ma la colpa non è solo degli altri.
Il dissidio subito esploso tra il sindaco di centrosinistra e il commissario di centrodestra – il presidente della Regione Giovanni Chiodi – non ha certo aiutato.
Tra 60 ordinanze governative, 80 decreti commissariali, centinaia di circolari, non si è capito più nulla. In tanti hanno presentato il piano di recupero del loro appartamento, ma in pochi hanno badato alle parti comuni.
Tutti riconoscono all’abruzzese Gianni Letta di essersi dato da fare; ma i dissidi interni al governo hanno limitato le risorse.
Risultato: due anni gettati via.
Persino le case lontane dal centro storico, più facili da recuperare, sono ancora lì, con le crepe che ricordano gli affreschi medievali del Cattivo Governo.
Ora, finalmente, qualcosa si muove. Il Comune ha approvato il piano per la ricostruzione. In cassa ci sono due miliardi. E c’è un ministro incaricato della questione, Fabrizio Barca. Qualche cantiere è partito, anche nel centro storico.
Il 6 maggio si vota per il nuovo sindaco, e anche questo sarà  un elemento di chiarezza. Cialente ha vinto le primarie del centrosinistra.
Alcuni tra i comitati spontanei sosteranno Ettore Di Cesare, imprenditore delle nuove tecnologie.
Il Pdl è diviso: Alfano è venuto a benedire la candidatura dell’urbanista Pierluigi Properzi, ma in molti appoggiano Giorgio De Matteis, vicepresidente del consiglio regionale.
I candidati sono nove, e la frammentazione potrebbe favorire Cialente.
Ma la soluzione non verrà  solo dalla politica.
I veri segni di speranza sono altri.
È la sensazione che, passato il trauma improvviso e la lunga abulia, gli aquilani abbiano rialzato la testa. E stiano lavorando a una ricostruzione non meno importante, quella della comunità , dei rapporti umani, delle relazioni sociali, decisive anche sul piano economico in una città  mai stata industriale, a maggior ragione da quando il polo elettronico è andato in crisi.
Il Comune ha rilevato l’ex Italtel per farne un’incubatrice di imprese, al momento mezza vuota. Ma per un capoluogo che viveva di università  (e di case da affittare agli studenti), di amministrazione, di teatro, di musica, di cultura, è fondamentale ricominciare a studiare, a recitare, a suonare, a parlarsi.
Fuori dal teatro comunale la locandina annuncia ancora lo spettacolo di domenica 5 aprile 2009: «Le invisibili» con Maddalena Crippa, storia di donne pachistane sfigurate con l’acido ma che nonostante tutto riprendono a vivere.
Tre giorni dopo sarebbe dovuto arrivare Toni Servillo con «La villeggiatura» di Goldoni. Arrivò davvero, recitò nell’auditorium della Guardia di finanza.
Il teatro Comunale è lesionato, la volta del foyer è a pezzi, ma qui gli attori non si sono mai fermati.
L’Associazione artisti aquilani ha portato commedie e tragedie sotto i tendoni. Antonella Cocciante – la cugina di Riccardo – ha fondato un’associazione, Animammersa, per recuperare lo spirito nascosto della città , ha raccolto i racconti dei concittadini affidati a Facebook e ne ha tratto un’opera teatrale, recitata nelle new-town; ora per Pasqua si è inventata il festival «Mettiamoci una pezza», e ha ricevuto da tutto il mondo mille pezze colorate che per un giorno rivestiranno le rovine del centro storico.
Per l’anniversario del terremoto, che quest’anno coincide con il venerdì santo, ci saranno la processione del Cristo morto e una fiaccolata: i nomi delle vittime saranno letti uno a uno.
Quest’estate lo Stabile – diretto da Alessandro Preziosi, l’attore, e animato da Giorgio Iraggi – organizzerà  spettacoli sulle piazze di fronte ai teatri distrutti o inagibili, Sant’Agostino e San Filippo.
Mentre al Comunale i lavori sono partiti, e dovrebbero finire tra due anni.
Difficile calcolare i tempi per recuperare l’intero centro storico.
Il sindaco dice dieci anni, al massimo quindici.
Altri fanno notare che in Umbria, dove il sisma è stato meno grave, quindici anni sono già  quasi passati, e il recupero degli edifici più lesionati non è neppure a metà .
Intanto, all’imbocco del centro dell’Aquila, piazza Regina Margherita è stata riaperta, il giovedì e il sabato sera gli studenti sono tornati. (L’università  nel 2009 aveva 27 mila iscritti. Grazie anche alla sospensione delle tasse, ne ha ancora 24 mila, per quanto tutti pendolari).
Micael Passayan, madre aquilana e padre di origine armena, aveva un ristorante spagnolo, «Andalucia».
L’ha ricostruito in un vecchio capannone dismesso, più colorato e allegro di prima. Fabio Climastone aveva una pizzeria, «La Quintana». Il 5 aprile fece notte con un cameriere, poi tirarono giù le serrande e rientrarono: al cameriere crollò casa davanti agli occhi, tirare tardi l’aveva salvato. Neppure la pizzeria c’era più.
Climastone fondò con altri venti piccoli imprenditori un consorzio per la tutela dei prodotti locali, e ora gestisce uno dei ristoranti «Oro Rosso»: una catena che prende il nome dallo zafferano, ha aperto a Rimini e a Riccione, tra poco aprirà  a Torino.
Davide Stratta aveva un’enoteca in via Garibaldi. L’ha spostata in collina, dove ospita gli amici di «Scherza col cuoco», l’associazione che organizza corsi di cucina abruzzese in primavera e autunno, le «stagioni morte», in cui – lontano dal Natale e dalle ferie – c’è più bisogno di stare insieme.
Mentre alla «Cantina del boss», nel parco del castello dov’è in costruzione l’auditorium donato dalla Provincia di Trento e da Renzo Piano, riunisce i suoi soci Matteo Gizzi, un ragazzo di 23 anni che sta creando la Banca di credito cooperativo dell’Aquila, per investire sul territorio una parte dei due miliardi che dormono nei conti correnti.
Certo, le immagini di vitalità  svaniscono all’ingresso della zona rossa, vigilata da militari gentilissimi, ma vissuti come un peso dagli aquilani che non possono ancora entrare senza autorizzazione nel proprio quartiere, nelle vie dove sono nati e cresciuti. Il silenzio è assoluto, surreale.
Due operai cingalesi dormono su una tavola di legno.
Più in là , un gruppo di muratori mangia un panino attorno ad Anna Oxa che canta nel registratore, messo al volume più alto per infondere, se non buonumore, coraggio. Le sole altre anime vive sono i cani randagi, tra cui Pluto, celebre perchè non perde una recita nè una commemorazione.
I cantieri più avanzati sono quelli delle chiese.
Per la ricostruzione il Vaticano ha mandato qui come vescovo ausiliare don Giovanni D’Ercole, uomo del cardinale Bertone: paracadutista, ha pilotato aerei civili, scalato il K2 con Alemanno, corso due volte la maratona di New York.
All’Aquila si è beccato una richiesta di rinvio a giudizio per rivelazione di notizie apprese in un interrogatorio, durante l’indagine sui fondi Giovanardi, peraltro mai arrivati. Il 17 aprile il gup deciderà . Nel frattempo sono state restituite al culto San Mario alla Torretta, San Francesco a Pettino, Santa Rita, San Pio X al Torrione, santa Maria di Farfa, oltre alla meravigliosa basilica di Collemaggio, dove una cupola di plastica custodisce le spoglie di Celestino V. Recuperata la splendida facciata quattrocentesca di san Bernardino da Siena, che venne qui a morire, si sta lavorando a quella di San Silvestro, dove le giovani coppie venivano a sposarsi. A luglio sarà  riconsacrata San Biagio, grazie alla Fondazione Banca di Roma, mentre il milione e mezzo del Kazakhstan servirà  a recuperare San Giuseppino, sede dei Solisti Aquilani, che nell’attesa hanno ripreso a cantare nelle new town.
Appena fuori la zona rossa, il primo rumore che si sente è un misto di musiche, classiche e rap. Viene dalla palestra aperta da due fratelli di 24 e 22 anni, Jacopo e Alessio Scotti, con l’amico di origini iraniane Daryoush Shojaee, 24 anni.
Prima del terremoto era un centro benessere. Ora è un punto di aggregazione dove si insegnano danza classica e breakdance.
Un’altra palestra la sta costruendo a Sant’Elia Roberto Nardecchia: arbitro internazionale di basket, costretto a lasciare dopo un arresto cardiaco, nel terremoto ha perso tre allievi della sua scuola di minibasket, e ora ha chiamato il vecchio amico Meneghin per restituire ai superstiti un campo di pallacanestro.
Sono vicende come queste a ricordarci che il dramma e la speranza dell’Aquila ci riguardano, che la storia parla di noi.
Perchè l’intero Paese, per come l’abbiamo visto e raccontato in questi tre mesi, assomiglia un po’ a questa città .
Anche l’Italia, come l’Aquila, ha subìto un colpo duro, e talora si è lasciata andare.
Anche l’Italia ha davanti a sè un tempo lungo per ricostruirsi, ma ha risorse – a cominciare dai suoi giovani – per farcela.
Anche nel momento più duro, sarà  bene ricordarsi che c’è anche un Paese che tiene, c’è anche un’Italia che – proprio come l’Aquila – resiste.

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera“)

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PIVETTI INDIGNATA PER I TAGLI ALLA CAMERA: “HO DETTO AI MIEI COLLABORATORI DI FARE RICORSO”

Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile

CONTRO L’ELIMINAZIONE DEI BENEFIT LA EX PRESIDENTE DELLA CAMERA ALZA I TONI: “LA LOTTA ALLA CASTA E’ UNA MODA DOVE CHI STA A CASA SEDUTO SI FA BELLO GIOCANDO A FARE IL GIUSTIZIERE”

Quei tagli non si devono fare, perchè non sono quelli che salvano i bilanci dello Stato.
Irene Pivetti, che già  nei giorni scorsi aveva fatto la voce grossa parlando di “tagli forcaioli come nella Russia zarista, non ne vuole sapere dei tagli ai benefiti degli ex presidenti della Camera. Così, ha annunciato, farà  ricorso.
“Non lo faccio io il ricorso — ha spiegato — Lo farà  chi lavora per la mia segreteria. Non posso permettere di veder mettere gente in mezzo alla strada. Voglio salvare questi posti di lavoro e li salverò”.
“La lotta alla Casta — ha detto d’altronde — è una moda dove chi sta a casa seduto si fa bello facendo finta di fare il giustiziere”.
La Pivetti si è detta “indignata”.
”Sono giorni — sottolinea — che leggo menzogne su questa storia e su di me, ci sono persone che vengono messe sulla strada solo perchè qualcuno vuol farsi bello. Sono persone che guadagnano 600-800 o al massimo 1000 euro al mese, perchè qualcuno deve far finta che il bilancio dello Stato venga risanato così”.
Così ha suggerito “a queste persone di rivendicare per se stesse un diritto. Non è un ricorso contro la delibera, ma contro gli effetti della delibera. Per me non voglio nulla. Io non ho alcun benefit. Uso i mezzi pubblici, non ho auto di servizio, mi pago tutto. L’auto blu non l’ho mai usata. Avevo solo disponibilità  di denaro pubblico per far lavorare della gente. Lei non l’avrebbe fatto? Potevo in teoria tenerli lì a giocare a carte tutto il tempo, mentre ne ho fatto un uso utile fondando una Onlus. Di queste persone lo Stato si deve fare carico. Chiedo che vengano stabilizzate e su questo non mi fermo”.
L’ex deputata del Carroccio non si sente una privilegiata: “Venitemi appresso una giornata e poi ditemi se sono una privilegiata. La lotta alla Casta è una moda dove chi sta a casa seduto si fa bello facendo finta di fare il giustiziere. Non ho particolare stima per i qualunquisti che individuano un bersaglio e ci sparano addosso senza informarsi”.
Irene Pivetti diventò presidente della Camera nel 1994 e lasciò nel 1996, quando cadde il primo governo Berlusconi, sostenuto dalla “sua” Lega Nord.
C’è da ammettere che la Pivetti è stata la più chiara nella sua battaglia contro i tagli ai benefit agli ex presidenti di Montecitorio.
Da una parte, infatti, Pierferdinando Casini — presidente dal 2001 al 2006 — aveva annunciato di rinunciare ai privilegi (dopo 6 anni), Luciano Violante — presidente dal 1996 al 2001 — gli aveva dato dell’esibizionista, mentre Fausto Bertinotti — presidente dal 2006 al 2008 — si era detto pronto ad “attenersi alle decisioni delle istituzioni”.
Le decisioni delle istituzioni: cioè a dire che i benefit sono validi per dieci anni a partire dalla prossima legislatura, nel caso in cui gli ex presidenti abbiano continuato a esercitare il mandato parlamentare nella sedicesima legislatura (in corso, come Casini) o nella quindicesima (la scorsa, quando erano deputati Violante e Bertinotti).
Discorso diverso, invece, per gli altri ex presidenti ancora in vita: Irene Pivetti, appunto, e Pietro Ingrao, presidente dal 1976 al 1979.
Alcuni giorni fa ha compiuto 97 anni, senza lamentarsi per i tagli.
In realtà  un altro “blitz” di Francesco Barbato, il deputato dell’Italia dei Valori già  noto per i suoi “scoop” telecamera al bavero della camicia, ha reso chiaro cosa voglia dire mantenere uffici e strutture legate agli ex presidenti della Camera.
Ha fatto un giro per i vari locali e ha raccontato tutto al Giornale.
Nella parte della Pivetti, ha raccontato, si è imbattuto in due segretarie che lavorano a tempo pieno, perchè lei va “per fare attività  istituzionale”, d’altronde come “ex presidente riceve molti inviti e mail” e quindi le servono due uffici, uno dei quali inaccessibili perchè «abitazione privata».
Quelle strutture, spiega Barbato, “sono hotel cinque stelle, resort di lusso”, più che uffici.
Il parlamentare propone di usare questi spazi, circa 200 metri quadri “con mobili d’epoca e statue classiche”, “per fare gli uffici dei deputati normali.
Ora, invece, noi stiamo in palazzi che la Camera affitta, a peso d’oro, da una società ”

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA RICCHEZZA DEI 10 PAPERONI D’ITALIA VALE QUANTO TRE MILIONI DI PERSONE PIU’ POVERE

Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile

QUANTO POSSEDUTO DAGLI ITALIANI DIPENDE SEMPRE PIU’ DAL PATRIMONIO ACCUMULATO IN PASSATO E SEMPRE MENO DAL REDDITO

L’Italia è il Paese dove i dieci Paperoni posseggono una ricchezza che vale tutta insieme quella di altri tre milioni di italiani più poveri.
Un divario molto più ampio di quello della distribuzione del reddito.
Un fenomeno presto spiegato: l’Italia è ancora piuttosto ricca, ma la ricchezza degli italiani è composta sempre di più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito.
Ad analizzare la ricchezza nazionale è uno studio di Giovanni D’Alessio, del servizio studi di Banca d’Italia, in un rapporto pubblicato negli Occasional papers diffusi da Palazzo Koch.
Negli ultimi anni, secondo Bankitalia, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età : oggi al contrario che in passato gli anziani sono più ricchi dei giovani che non riescono ad accumulare.
Se da un lato i dati evidenziano l’esistenza di un conflitto generazionale in termini di redditi, il livello di diseguaglianza è comparabile, secondo D’Alessio, a quello di altri Paesi europei.
Il reddito da capitale.
Il rapporto tra la ricchezza e il reddito è all’incirca raddoppiato negli ultimi decenni, ma è aumentato altrettanto anche il ruolo dei redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro. Questo significa che sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo.
Le tasse sulla ricchezza.
Lo studio sottolinea che è “notevole” che in Italia “il carico fiscale sulla ricchezza all’inizio degli anni Duemila fosse tra i più bassi d’Europa e che, al netto dei condoni, sia diminuito sensibilmente nel corso del decennio”.
Da qui “l’inversione di questa tendenza occorsa con il decreto di fine 2011 è apparsa opportuna”.
“Mitigare con più diritti”.
Come mitigare le disuguaglianze? Il rapporto di Bankitalia traccia alcune linee che seguono in particolare politiche che assicurino “alcuni diritti fondamentali”.
Per esempio la scuola pubblica, “erogando un servizio a tutti, tende a ridurre la disuguaglianza tra i cittadini in termini di conoscenze e di abilità , presupposto di una quota rilevante di quella in termini di ricchezza”.
Ma anche politiche per adeguare il livello dei servizi pubblici del Mezzogiorno al resto del Paese. Infine la disuguaglianza che caratterizza i giovani: “Non può che essere affrontata sul terreno da cui trae origine, cioè con interventi sul mercato del lavoro e sul welfare”.
Disuguaglianze maggiori a quelle del reddito.
Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza non sono aderenti con gli squilibri tra fasce di reddito.
Stando alle cifre del rapporto, infatti, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede oltre il 40 per cento dell’intero ammontare di ricchezza netta, mentre il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito riceve invece solo il 27 per cento del reddito complessivo.
Un aspetto che Bankitalia spiega innanzitutto con le differenze dovute al diverso stadio del ciclo di vita di ognuno.
Per il reddito l’evoluzione segue l’età : prima cresce e poi cala con il pensionamento.
Per la ricchezza l’andamento è più marcato: i valori aumentano rapidamente per i giovani e per la “mezza età ”, ma crollano per gli anziani.
Lo squilibrio nella ricchezza riflette infatti le preferenze dei soggetti del differimento nel tempo dei consumi che possono spingere le persone ad essere più o meno impazienti (e quindi privilegiando il consumo rispetto al risparmio).
Ma può influire anche la presenza e il numero dei figli può infine influire sulla ricchezza per poi lasciare un’eredità .
O ancora, tra le cause, lo studio elenca esperienze familiari particolari, come spese per problemi di salute, esperienze di disoccupazione e altro.
“Il peso crescente della finanza”.
La disuguaglianza, nel lungo periodo, sembra essersi ridotta negli anni Ottanta, crescente negli anni Novanta e di nuovo in calo nel Duemila.
In particolare il divario cresce anche per il ”peso crescente che sul finire del secolo assumono le attività  finanziarie”: “Un incremento nei prezzi delle azioni tende ad accrescere i livelli di disuguaglianza perchè i più ricchi tendono a possedere queste attività ”.
La ricchezza e i ceti.
In vent’anni (dal 1987 al 2008) a pagare il prezzo maggiore sono state le famiglie di operai che hanno registrato una caduta nei livelli di ricchezza media, un calo del 15 per cento.
Perdono qualcosa anche le famiglie dei liberi professionisti e degli imprenditori, ma in quantità  molto minore.
La categoria che invece mette a segno un miglioramento dei livelli medi di ricchezza è quella dei pensionati.
La ricchezza e le fasce d’età .
A perdere sono stati negli stessi vent’anni anche i giovani: nel 1987 erano su livelli medi non lontani dal resto della popolazione, mentre a partire dal 2000 queste famiglie “vedono peggiorare decisamente la loro condizione” si legge nello studio.
Il contrario è successo per gli anziani: in questo periodo hanno visto migliorare la loro posizione.
Le classi intermedie (dai 30 ai 50 e dai 50 ai 65 anni seguono il trend delle relative fasce d’età  più estreme).
Quanto conta la famiglia.
Uno dei fattori principali che contribuisce a spiegare le origini della ricchezza, continua il rapporto di Bankitalia, sono le eredità  e i doni che questi ricevono dalla famiglia di origine. Secondo alcuni dati del 2002 valgono tra il 30 e il 55 per cento.
“Ricchezza uguale capacità  contributiva”.
Perchè è così importante misurare la ricchezza lo spiega lo stesso studio di Bankitalia: “La ricchezza, insieme ai redditi e ai consumi, è uno degli aggregati sui quali lo Stato misura la capacità  contributiva dei cittadini. Conoscerne l’ammontare e come si distribuisce tra i vari gruppi di popolazione è dunque essenziale per misurare in che modo si distribuisce, o potrebbe distribuirsi, il carico fiscale”.
Ricchi 7 volte di più rispetto al 1965.
La ricchezza netta delle famiglie in Italia ha registrato una crescita considerevole negli ultimi decenni, spiega il rapporto.
Nel 2009 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8588 miliardi di euro, oltre 7 volte e mezzo rispetto al valore del 1965 (fatti salvi i valori del 2009).
La crescita è stata quindi del 4,7 per cento all’anno.
Una crescita leggermente inferiore l’ha fatta registrare il dato pro capite: nel 2009 è stato di 143mila euro contro i 21700 euro del 1965 (la cifra è sempre proporzionata ai valori di oggi).

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL PRESIDENTE UNGHERESE SCHMITT VENTI ANNI FA AVEVA COPIATO LA TESI: SCOPERTO, RASSEGNA LE DIMISSIONI

Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile

IN ITALIA NON SI DIMETTONO NEANCHE SE VENGONO COLTI CON LE MANI NEL SACCO

Alla fine ha dovuto cedere.
Il presidente della repubblica ungherese Pal Schmitt ha rassegnato le sue dimissioni, dopo essere finito al centro di accuse sul fatto che la sua tesi di dottorato risulterebbe per l’80 per cento copiata.
Il capo dello stato ha annunciato il suo passo lunedì in Parlamento, dopo che domenica aveva affermato di non voler lasciare il suo incarico ritenendo di avere la «coscienza pulita».
Aveva, invece, attaccato il Senato accademico dell’Università  Semmelweis, la sua Alma Mater, che la scorsa settimana ha riconosciuto che la tesi di dottorato dell’ex olimpionico di scherma era per la gran parte frutto di un copia-e-incolla di citazioni di uno studioso bulgaro e uno tedesco.
«In base alla Costituzione, il presidente deve rappresentare l’unità  della nazione ungherese. Io, purtroppo, sono diventato un simbolo di divisione. Sento che è mio compito lasciare l’incarico», ha affermato il capo dello stato magiaro di fronte al Parlamento.
Da settimane Pal Schmitt era sotto i riflettori.
L’opposizione ha ripetutamente chiesto le dimissioni di questo stretto alleato del discusso primo ministro Viktor Orban.
Alla fine della scorsa settimana, lo stesso premier era parso separare la sua posizione da quella di Schmitt, sottolineando che eventuali dimissioni dovevano essere frutto di una scelta personale.
La vicenda parte venti anni fa, nel 1992, quando l’ex olimpionico di scherma ottenne il suo dottorato di ricerca con una tesi sui programmi olimpici.
Il settimanale Hvg rivelò che l’80 per cento della tesi sarebbe una ricopiatura di uno studio del ricercatore bulgaro Nikolai Georgiev e, in alcuni parti, del tedesco Klaus Heineman.
Su 215 pagine, solo 18 si potrebbero dire certamente farina del sacco di Schmitt. Diciassette 17 pagine, invece, verrebbero da una ricerca di Klaus Heineman.
Il resto dallo studioso bulgaro.
Sia la figlia di Georgiev che Heineman hanno smentito la versione di Schmitt, per cui quelle citazioni sarebbero venute da lavori comuni: mai l’attuale presidente avrebbe collaborato con loro.
Dopo la rivelazione, l’Università  Semmelweis ha creato una commissione ad hoc che, pur prendendo atto del fatto che gran parte dello studio di Schmitt era fatto di citazioni non riportate in bibliografia, ha concluso che il plagio non vi sarebbe stato. Conclusione, questa, rovesciata il 29 marzo dal Senato accademico dell’Ateneo, che invece ha strappato il titolo di dottore di ricerca al presidente.
Il quale, dal canto suo, domenica ha detto alla radio pubblica Kossuth che la decisione del Senato accademico non sarebbe legittima in base alle normative attuali.
La vicenda di Schmitt ha un parallelo in Germania, dove, lo scorso anno il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dovette dimettere per una vicenda analoga.
Pensando a questo caso, la scorsa settimana anche l’Economist scrisse, con sarcasmo, che in un altro paese «il presidente starebbe in questo momento scrivendo la lettera di dimissioni o cercando una lettera da copiare».
Alla fine le dimissioni sono venute.
A voce.

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GUERRA INTERNA AL PDL: SEMPRE PIU’ NUMEROSI I NUOVI “FORZA TUTTO”

Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile

CORRENTI IN LIBERA USCITA: MOLTE VOGLIONO EMARGINARE LA COMPONENTE EX AN

Dall’Emilia Romagna alla Lombardia, dal Veneto alla Liguria, nascono correnti mascherate da circoli culturali ispirati a Forza Italia. Anche nel nome.
Una situazione diventata quasi insostenibile e che rischia di portare a una scissione
Tutti rassegnati nell’aver perso faccia e credibilità . Tanto vale ripartire dal 1994, quando Gianfranco Fini e An, appena ripulita dalle acque termali di Fiuggi, erano solo un alleato.
E’ con questo spirito che nascono i circoli culturali Forza Tutto.
Forza Emilia Romagna, Forza Veneto, Forza Lecco. Anche Forza Imperia e Trentino Alto Adige.
Chiamarli dissidenti e fautori del ritorno al passato forse è poco: è evidente che gli animatori dei nuovi circoli sono in polemica con l’anima del Pdl che fa riferimento ad   An, ma anche con loro stessi.
O meglio, con il segretario voluto da Silvio Berlusconi, Angelino Alfano. Che si trova a gestire un partito in frantumi.
Un po’ perchè la gestione della crisi economica e dell’affaire Ruby e Minetti ha minato la credibilità  del partito che prometteva buongoverno, ma anche e soprattutto perchè Alfano non è ritenuto all’altezza di gestire la strada che porta al dopo-Berlusconi.
Una guerriglia che ha fatto dimenticare a tutti che il 27 marzo sarebbe stato anche il compleanno del centrodestra, ma nessuno se l’è ricordato.
Tanto da scatenare un botta e risposta tra le due anime del Pdl, gli orfani di Fini e quelli di Berlusconi.
Un partito sull’orlo della balcanizzazione, che cerca di rinascere senza padri da rimpiangere.
A fare da apripista è stata Forza Lecco, nata tra le file dei promotori della libertà  di Michela Brambilla,ufficialmente   insofferenti all’influenza esercitata da An e dai colleghi di partito cresciuti all’ombra dell’Msi.
Poi sono arrivati Forza Verona e Forza Monza, mentre la berlusconiana Michaela Biancofiore avrebbe già  registrato   Forza Alto Adige e Forza Trentino.
Ora tocca all Emilia Romagna, dove la deputata modenese Isabella Bertolini si dice intenzionata a creare un marchio simile anche nella sua regione. Si chiamerà  Forza Emilia Romagna, e servirà  a catalizzare il malcontento interno al partito di via dell’Umiltà . E potrebbe presto evolversi in una lista autonoma.
La stessa che a novembre fu tra i primi a mettere in dubbio la fiducia all’allora premier Silvio Berlusconi, e che qualche mese fa ha gettato il Pdl modenese nella bufera avanzando il sospetto di infiltrazioni mafiose sul boom dei tesseramenti, sfodera così l’ultima arma contro gli eterni nemici provenienti da An.
Una mossa fatta anche in vista di un possibile cambio di guida al timone.
Il partito si sta avvicinando all’appuntamento elettorale in un clima più teso che mai. A poco è servito l’arrivo a Modena di Denis Verdini, incaricato dall’ex guardasigilli Alfano di vigilare sulla legalità  delle operazioni di tesseramento e si rasserenare gli animi.
Le armi non sono state deposte e l’iniziativa della parlamentare modenese ha l’aspetto di una nuova dichiarazione di guerra, lanciata dagli azzurri della prima ora ai compagni di partito.
Bersaglio anche il coordinatore regionale Filippo Berselli. “Io ho fatto una denuncia e lui ha chiesto la mie dimissioni — si è sfogata la deputata sulla stampa locale — . Il Pdl regionale non funziona bene, e lui come coordinatore è inadeguato”.
Da qui l’idea di replicare in Emilia Romagna l’idea di Lecco, dando vita a una associazione fotocopia. “Un rifugio per chi non ha un passato nel Msi o nella Dc — la definisce Bertolini ai giornali — E non escludo che in futuro possa trasformarsi in una nuova lista autonoma, da presentare alle elezioni del 2013”.
Severa la replica del senatore Berselli. “Se si tratta di una corrente, una fondazione o un’associazione interna ai confini del Pdl — ha commentato — non ho niente in contrario. È bene che in un partito ci sia spazio per la discussione e per il dissenso. Ma se invece si tratta di una lista alternativa allora è bene che vada via dal partito. Perchè il Pdl non è una caserma ma nemmeno un casino”.
La convivenza tra fazioni è difficile ovunque.
Lungo lo stivale infatti altri gruppi di frondisti si stanno organizzando per seguire l’esempio di Lecco.
In Toscana, ad esempio, il berlusconiano Roberto Tortoli sta già  lavorando alla creazione di Forza Toscana. “È ora di tornare allo spirito del ’94, altrimenti della politica non mi interessa più niente” ha detto l’ex coordinatore della Toscana.
Mentre in Friuli Venezia Giulia Il popolo di Gorizia è andato ad allungare la lista dei movimenti che vorrebbero fare un salto indietro, per recuperare quel sentimento che animò i berlusconiani prima del predellino.
Secondo Giancarlo Galan, uomo forte di Forza italia ed ex ministro ai Beni culturali, la creazione di costole autonome dentro il partito era prevedibile: “Quanto accaduto a Verona dimostra che io avevo visto giusto tanto tempo fa, quando dicevo che era necessario tornare assolutamente allo spirito del ’94” ha commentato, aggiungendo di non aver dato nessun beneplacito al progetto veneto.
In un partito lacerato e alle prese con litigi e antiche contese, il nervosismo è palpabile.
Anche ai piani alti, dai quali sono già  partiti richiami all’ordine. “È indispensabile presentarsi alle elezioni con il nostro simbolo” ha dichiarato alla stampa il capogruppo alla camera Fabrizio Cicchitto. Mentre il segretario Alfano avverte: “Abbiamo un simbolo che rappresenta la nostra bandiera, e come tale va rispettato”.
Rispetto, che vorrebbe dire anche celebrazione.
Ma che c’era un compleanno da festeggiare, la nascita del centrodestra, appunto, lo ha dimenticato anche Alfano.
Ma, signoificativo anche, che nessuno, dopo la gaffe, si sia indignato più di tanto.   Uno dei pochi è stato Giorgio Stracquadanio, deputato Pdl, vicinissimo a Berlusconi, che ha deciso di non partecipare alla festa di ieri per i 60 anni del Secolo d’Italia, l’organo degli ex An, proprio in polemica con la dimenticanza di celebrare prima ancora il centrodestra: “Non considero, infatti, accettabile che il Pdl, il nostro partito, mentre ha organizzato una manifestazione nazionale per l’anniversario della nascita di un suo giornale, abbia pressochè dimenticato di ricordare con almeno altrettanto impegno il diciottesimo anniversario del 27 marzo, data che costituisce il momento fondativo del centrodestra italiano e che ha inciso nella storia della nazione ben di più del pur nobilissimo quotidiano”.
Una dichiarazione che la dice lunga su quello che accade nel Pdl.
Come la dice lunga la replica, affidata alla penna del deputato Carlo Nola: “Le parole dell’amico Stracquadanio stonano fortemente con quanto avvenuto a Milano dove, rappresentanti del Pdl, ex Fi ed ex An, si sono incontrati non solo per ricordare i 60 anni del Secolo d’Italia, ma anche per ribadire ancora una volta come siano tutti quanti, senza distinzione di sorta, impegnati nel partito affinchè questo diventi sempre più forte.
L’intera classe dirigente proveniente da Alleanza Nazionale — aggiunge Nola — ha ribadito con forza la sua ferma volontà  di continuare a investire nel Popolo della Libertà . Forse le parole di Stracquadanio indirizzate agli ex An, una sorta di ‘parlare a nuora perche’ suocera intenda’, sono l’ennesimo tentativo di strumentalizzazione che alcuni fanno per giustificare in realtà  motivi di insoddisfazione personale. Attacchi quindi — conclude il deputato del Pdl — che andrebbero diretti altrove”.
Questo è il clima.
E la frattura sembra lontana dal ricomporsi, almeno per adesso.

Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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AMMINISTRATIVE: ALLEANZE BORDER LINE

Aprile 2nd, 2012 Riccardo Fucile

IN VENETO RUTELLI CON LA LEGA, IN EMILIA DILIBERTO CON I FINIANI, A CANTU’ STORACE CON BOSSI, A TARANTO IDV CON UDC

Cavalli alati, scimmie parlanti, gatti che abbaiano…
Bisognerebbe, forse, girare un remake dei Nuovi mostri e ambientarlo nella politica, se Scola avesse voglia.
Perchè questo dà  l’impressione di essere l’Italia che si appresta a un turno importante di elezioni amministrative.
Dicono «un cantiere», in realtà : un laboratorio di esperimenti transgenici su esseri animati.
Raramente vista una sequela così incredibile di alleanze contraddittorie, apparentamenti incredibili, matrimoni tra cani e gatti.
A Parma, è l’ultima, un folto gruppo di dirigenti di Fli, guidati dal coordinatore provinciale (Antonio Rozzi) ha appena scelto che sosterrà  il candidato sindaco del Pd (Vincenzo Bernazzoli), e la lista civica che fa parte del centrosinistra.
Lamentano che il centrodestra è ancora troppo legato alla giunta Vignali, che fu sfrattato dalle inchieste.
Nulla di strano allearsi con il centrosinistra se nella coalizione che sostiene il Pd non ci fossero anche i comunisti italiani e Diliberto, fresco di fotografia assieme alla sventurata con la maglietta «Fornero al cimitero».
Chissà  come i “compagni” della Federazione della sinistra avranno preso questa alleanza.
Ma non c’è solo Fini con Diliberto; c’è Rutelli che si smarca da Casini e va con la Lega.
Accade nella sfida cruciale di Verona, dove Flavio Tosi sarà  sostenuto dall’Api.
La spiegazione di Rutelli è stata che «Tosi ha dimostrato di essere un buon sindaco, Verona è bene amministrata, anche perchè quando di recente il presidente Napolitano ha fatto visita alla città , il sindaco lo ha accolto con le insegne civiche esposte», non quelle padane…
All’Aquila però capita tutto il contrario: l’Api sta con Cialente, sempre il sindaco uscente questa pare la stella polare – ma di centrosinistra.
Tutto normale, per carità .
Ma alcune alleanze dell’ultima ora colpiscono, tragicomiche è dire poco.
Nel fascicolo sulla Lega va segnata questa chicca: a Cantù, città  brianzola non piccola (quarantamila abitanti, quasi quanto Mantova), e molto tremontiana, la Lega indovinate con chi s’è messa?
Con La Destra di Storace e Buontempo. Bossi in un’altra era aveva dettato la linea, «mai coi fascisti»?
Via, è tutto superato. Il candidato sindaco della Lega (il deputato Molteni) va a braccetto col fiduciario locale di Storace, l’ex Epurator.
Gli uni vogliono la Padania, gli altri, come in un loro volantino, «l’italico suolo patrio».
Il tutto benedetto dal grande sponsor del leghista locale, sempre lui: Roberto Maroni.
Si tratta di veri e propri esperimenti sul genoma umano, qualcosa su cui le commissioni di bioetica forse avrebbero da ridire.
E stavolta si moltiplicano anche a causa della totale instabilità  e miseria del quadro politico nazionale.
Ma è a Taranto che quasi si sfiora la commedia.
L’ultima è che l’Udc abbandona ogni pregiudiziale anti-comunisti e va col mirabolante e già  altrove cantato Ippazio Stefano: un sindaco che si professa comunista, allievo e tuttora seguace di Enrico Berlinguer, ma stavolta è stato mollato sia da Rifondazione che dai comunisti italiani, mentre invece è sostenuto dall’Idv.
Dov’è certo molto naturale l’unione tra casiniani e dipietristi.

Jacopo Iacoboni
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SEICENTOMILA RICCHI TRA FONDI, BARCHE E SUV: MA PER IL FISCO SONO VENTI VOLTE MENO

Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile

LE SUPERCAR SONO 600.000, GLI YACHT 1000, GLI ELICOTTERI PRIVATI 500…IL 10% DEGLI ITALIANI DETIENE IL 44% DELLA RICCHEZZA NAZIONALE, EPPURE MOLTI DI LORO DICHIARANO POCO E NULLA

Pochi pagano le tasse, molti ostentano il lusso.
La ricchezza in Italia è un mostro a due teste: da una parte i 30 mila contribuenti onesti che dichiarano redditi sopra i 300 mila euro lordi annui, dall’altra i furbetti del Fisco.
Ovvero molti dei 600 mila italiani che hanno portafogli finanziari straboccanti, sopra i 500 mila euro, per un totale di oltre 800 miliardi di investimenti, fanno vacanze tutto l’anno su super yacht, sgommano a bordo di costosissimi bolidi, viaggiano in elicottero.
E dichiarano 20 mila euro lordi l’anno, il doppio della paga di un co. co. pro.
I conti non tornano e l’evasione delle tasse si conferma il vero nodo scorsoio dell’economia italiana.
Che punisce gli onesti e intoppa la crescita.
Più di 600 mila super-paperoni hanno patrimoni finanziari superiori al mezzo milione di euro. Eppure appena 30.590 italiani dichiarano di guadagnare sopra i 300 mila euro.
Venti volte meno.
Questa volta i conti proprio non tornano.
Ancora meno se consideriamo che in Italia la maggior parte dei proprietari di yacht, bolidi, aerei privati ha un reddito medio “ufficiale” di 20 mila euro.
A fronte di 100 mila barche di lusso, ovvero natanti lunghi almeno 10 metri, 595 mila supercar da 248 cavalli (185 kw), 518 elicotteri privati.
Com’è possibile se, come calcola la Banca d’Italia, il 10% più ricco della popolazione possiede ben il 44% della ricchezza nazionale?
I (POCHI) RICCHI SOPRA I 300 MILA
Invisibili al Fisco, visibili nei consumi e negli investimenti.
Puntuale, la contraddizione spunta come un fenomeno carsico.
I nuovi dati sulle dichiarazioni 2011, comunicati ieri dal Dipartimento delle finanze, per la prima volta isolano il numero di italiani più fortunati, ma anche onesti, che nel 2010 hanno guadagnato più di 300 mila euro, lo 0,07% di chi presenta Unico, 730 o 770 (la precedente classificazione conteggiava quelli sopra i 200 mila euro).
Si tratta di appena 30.590 contribuenti, un medio Comune italiano, e hanno versato al Fisco 7 miliardi di imposte su un totale di quasi 150 miliardi (il 4,7%).
n pratica, 18 mila lavoratori dipendenti, 6.300 autonomi, 7.800 pensionati, per lo più, che pagano, tra l’altro, anche il discusso e tormentato contributo di solidarietà , voluto dalla manovra di agosto di Tremonti (il 3% sulla parte eccedente i 300 mila euro).
I PATRIMONI MOBILIARI
Eppure qualcosa stona.
Secondo una ricerca dell’Associazione italiana private banking (confermata anche in analoghi studi, Uil, Bankitalia), circa 611 mila italiani posseggono corposi patrimoni mobiliari (fondi, titoli, azioni), sopra i 500 mila euro, per un totale di quasi 880 miliardi.
Una cifra enorme, non molto distante, per dire, dal trilione di euro, i 1.000 miliardi prestati dalla Bce di Mario Draghi alle banche europee negli ultimi tre mesi contro la crisi dei debiti sovrani.
Oltre 400 mila italiani hanno investimenti fino a un milione di euro. E quasi 8 mila super-super-ricchi oltre i 10 milioni.
IL LUSSO
Altra cartina di tornasole, i consumi di lusso.
Ben 42 mila dei 100 mila yacht dai 10 metri in su sono di proprietà  di quasi nullatenenti che dichiarano 20 mila euro lordi annui, secondo un recente rapporto dell’Anagrafe tributaria, predisposto proprio per studiare gli effetti della “patrimoniale sul lusso” voluta dal Salva-Italia di Monti, la famosa tassa sullo stazionamento delle barche, presto riconvertita (viste le proteste e le presunte fughe all’estero dei natanti) in tassa sul possesso nel Cresci-Italia (liberalizzazioni).
E che dire poi delle 180 mila Mercedes, Bmw e Audi di fascia superiore?
C’è da augurarsi che almeno i proprietari delle 620 Ferrari e le 151 Lamborghini siano tra i pochi ma onesti 30.590 contribuenti non evasori.
Poche speranze infine sul club più clamoroso di finti poveri da 20 mila euro.
Sono 518 italiani che dichiarano il doppio di quanto guadagna in un anno (lordi) un cocopro, ma hanno un vantaggio che il precario può solo sognare: un elicottero pronto all’uso, magari sul tetto o nella piazzola di casa.
Poveri, ma veloci.

Valentina Conte
(da “La Repubblica”)

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QUANDO I DATORI DI LAVORO GUADAGNANO MOLTO MENO DEI PROPRI DIPENDENTI

Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile

L’ITALIANO MEDIO VIVE CON 19.250 EURO L’ANNO…UN PAESE CON TROPPI POVERI O CON TROPPI EVASORI… SOLO 30.000 DENUNCIANO OLTRE 300.000 EURO

Un Paese con molti poveri o con troppi evasori: dalle dichiarazioni dei redditi del 2011 sulle entrate del 2010 risulta che l’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno.
Ma un reddito su tre è inferiore ai 10 mila euro e quasi il 50 per cento dei contribuenti non supera i 15 mila euro.
I datori di lavoro – secondo i dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia – dichiarano 18.170 euro l’anno, meno dei loro dipendenti (19.810).
Pochissimi i contribuenti che si possono considerare ricchi: solo l’1 per cento degli italiani che paga le tasse ammette di percepire entrate superiori ai 100 mila euro e solo lo 0,07 per cento confessa redditi dai 300 mila euro in su. Oltre dieci milioni d’italiani non versano nemmeno un euro di Irpef: il loro reddito risulta sotto la soglia esente.
In un anno dominato dalla crisi sono rimaste pesanti le divergenze fra Nord e Sud, ma le difficoltà  economiche non hanno frenato la solidarietà : nel 2010 quasi un milione di contribuenti ha effettuato donazioni alle Onlus.
In calo invece del 3,5 per cento i versamenti a favore delle istituzioni religiose.
Le classi di reddito
Metà  italiani sotto i 15 mila euro più di 10 milioni non pagano l’Irpef
Tutte le cifre del 2010 Imprenditori con 18.170 euro, dipendenti con 19.810Un italiano su quattro è troppo povero per pagare l’Irpef.
Nel Lazio l’addizionale più alta.
L’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno, ma quasi uno su due (il 49 per cento) non arriva ai 15 mila e uno su tre si ferma sotto la soglia dei 10 mila. I dati arrivano dal Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia e dalle elaborazione fatte dai tecnici sulle dichiarazioni presentate lo scorso anno sui redditi del 2010 (Unico, modello 730 e 770).
Numeri ufficiali dunque, talmente bassi da tracciare il ritratto di un Paese che vive, se non in povertà , sicuramente con grande modestia e profonde differenze sociali.
Evasione a parte, chiaramente.
Se ben il 90 per cento degli italiani dichiara un reddito che sta sotto i 35 mila euro, solo l’1 per cento può contare su entrate superiori ai 100 mila.
I ricchi – quelli che dichiarano più di 300 mila euro – sono solo lo 0,07 per cento della popolazione, 30.590 contribuenti appena su un totale di oltre 41 milioni.
Più numerosi quelli che, rientrando nella soglia di esenzione (7.500 euro cui vanno aggiunte le detrazioni), non versano un euro di Irpef: sono 10,6 milioni.
Le curiosita
Imprenditori sotto il reddito medio autonomi e professionisti a 42 mila euro         Fare l’imprenditore – secondo di dati del Dipartimento Finanze – non conviene: tanti pensieri e pochi soldi.
Dalle dichiarazioni Irpef del 2011 risulta infatti che i lavoratori dipendenti guadagnano, in media, più dei loro datori di lavoro.
I primi superano addirittura la media nazionale e dichiarano 19.810 euro di reddito annuo. I loro datori di lavoro si fermano invece a 18.170 e non raggiungono il reddito medio.
I “padroni” dunque sarebbero più poveri degli “operai”: una lettura che la Cgia di Mestre contesta (fra i dipendenti, commentano, si considerano anche i magistrati, i dirigenti e i manager pubblici e privati).
Peggio dei datori di lavoro – restando ai dati forniti delle Finanze – stanno solo i pensionati che dichiarano un reddito di 14.980 euro annui: rappresentano quasi il 37 per cento dei contribuenti e vivono – in media – con una pensione di 1.200 euro lordi.
L'”exploit” arriva invece da lavoratori autonomi e professionisti, categoria che dichiara in media 41.320 euro l’anno.
Le regioni
La Lombardia prima, i poveri in Calabria ma è al Sud che si pagano più tasse     Il reddito medio dei contribuenti risulta pari a 19.250 euro.
Nella categoria superiore lo 0,07%   Nord e Sud: il divario si vede anche dai redditi.
Le dichiarazioni sulle entrate del 2010 ci dicono che in media i contribuenti più ricchi abitano nel Nord-Ovest e i più poveri nelle Isole.
La regione con il reddito medio più elevato è la Lombardia (22.710 euro) seguita dal Lazio (21.720); la Calabria registra invece il reddito più basso, fermandosi a 13.970 euro.
Eppure, secondo lo Svimez sono proprio le regioni meridionali a pagare, in proporzione, più tasse: «E’ così contrariamente alla vulgata corrente – sottolinea il loro rapporto –
Nel 2010 ogni cittadino del Sud ha versato 298 euro pro capite, contro i 385 del Centro e i 410 del Nord. In termini di peso sulla ricchezza le cifre però cambiano: il peso delle entrate tributarie sul Pil al Sud è dell’1,74 per cento, al Centro dell’1,34, al Nord dell’1,36 per cento».
Va detto che sul conteggio pesano gli automatismi fiscali previsti in caso di deficit sanitario.
Quanto alle addizionali regionali Irpef, in testa c’è il Lazio: 440 euro medi rispetto ai 280 nazionali.
I dati del Dipartimento Finanze
Quasi un milione finanzia le onlus in calo donazioni alla Chiesa e mutui         In crisi, ma solidali.
Nonostante il 2010 non sia stato un buon anno per i redditi degli italiani, quasi un milione di contribuenti ha effettuato una donazione a favore delle Onlus. Hanno convinto di meno, invece, le istituzioni religiose: le «erogazioni» in loro favore sono risultate in calo rispetto all’anno precedente (meno 3,5 per cento).
Dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi risulta in diminuzione anche la spesa sostenuta per interessi passivi sui mutui: gli oneri relativi a quelli di recupero edilizio sono scesi del 28 per cento (un po’ a causa della stretta bancaria, un po’ per la sospensione del pagamento delle rate concessa in caso di difficoltà ).
E’ invece aumentata (o emersa dal nero) la spesa per addetti all’assistenza personale (le badanti): più 21,8 per cento.

Luisa Grion
(da “la Repubblica“)

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SUPERSPESE, SUPERINPS, SUPERMANAGER: GLI ORGANI DELL’ISTITUTO COSTANO 4 MILIONI DI EURO, ALTRI 2,2 SONO DESTINATI ALLE AUTO BLU

Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile

I COSTI DI GESTIONE DELL’INPS HANNO RAGGIUNTO LA SOGLIA DEI 4 MILIARDI DI EURO, 1,5 SOLTANTO PER L’ACQUISTO DI BENI E SERVIZI

La SuperInps sta nascendo un po ‘ per volta.
Apparentemente senza un disegno preciso se non quello di risparmiare sui costi di gestione centralizzando fondi previdenziali storicamente separati.
L’effetto più immediato, però, è quello di realizzare un colosso previdenziale, la cui figura apicale gode di un potere enorme.
E’ stato il governo Berlusconi, nel 2010, a eliminare il Consiglio di amministrazione dell’Inps trasferendone i poteri al solo presidente, Antonio Mastrapasqua.
A renderlo ancora più potente ci ha poi pensato il decreto “Salva Italia” del dicembre scorso, che ha soppresso l’Inpdap e l’Enpals facendoli confluire nell’Inps dopo che nel 2010 era toccato anche all’ente delle Poste, Ipost.
Di questi poteri il presidente Inps, che ricopre la carica dal 2008, quando, fresco di elezioni, fu lo stesso Silvio Berlusconi a nominarlo, non ha dato grande prova nel corso dell’audizione di mercoledì scorso in Commissione Lavoro della Camera.
Ma i poteri esistono.
Il presidente, formalmente, è controllato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) composto da ventiquattro membri espressione dei sindacati e delle associazioni datoriali.
Il presidente, però, assiste alle riunioni dell’organismo di controllo che è comunque ampiamente “concertativo” come si desume dalla sua composizione.
Questo non ha impedito al suo presidente, Guido Abbadessa, lunga tradizione sindacale in Cgil, di sferrare a sorpresa un attacco a Mastrapasqua e alla possibilità  di una sua proroga ai vertici dell’Istituto che, poichè “movimenta, tra entrate e uscite, circa 700 miliardi avrebbe bisogno di una nuova governance con la distribuzione delle responsabilità  e una maggiore trasparenza del bilancio”.
La cifra di 700 miliardi è comprensiva anche di Inpdap e Enpals.
Stiamo parlando di strutture che gestiscono entrate per circa 350 miliardi e altrettante uscite, chiamate a governare grandi squilibri.
Si pensi, ad esempio, al rapporto distorto che esiste tra il Fondo lavoratori dipendenti, con un attivo patrimoniale di 58, 9 miliardi, la totalità  dei fondi autonomi (Commercianti, Artigiani e Coltivatori diretti) che è invece è in passivo per 83, 8 miliardi e il Fondo parasubordinati con i suoi 64, 6 miliardi di attivo che consentono all’Istituto di perequare le risorse.
Uno squilibrio che, come nota la relazione 2010 del Consiglio di vigilanza, “è destinata a peggiorare ulteriormente”.
Stiamo parlando anche di una grande struttura produttiva che ha in organico 27. 640 dipendenti per i quali spende 2 miliardi di euro all’anno.
Un organico necessario ma in cui un dirigente percepisce in media 89 mila euro con punte di 164 mila per i direttori regionali.
Emolumenti in confronto ai quali lo stesso compenso del presidente Mastrapasqua sembra non troppo alto: 216. 261 euro a cui aggiunge 34. 135 euro di gettoni di presenza.
Un costo contenuto, rispetto a tanti stipendi dei manager pubblici, ma va anche considerato che il funzionamento degli organi dell’Istituto (Presidenza, Consiglio di vigilanza, Collegio dei sindaci, Comitati e commissioni) sfiora i 4 milioni di euro.
Poi ci sono le auto di servizio, le cosiddette auto blu, ben 40 a disposizione dei dirigenti, con 47 unità  di personale a disposizione e un costo complessivo di 2, 2 milioni di euro.
Piccole gocce nel mare delle spese di gestione che, come fa notare ancora il Civ, sono aumentate considerevolmente tra il 2006 e il 2010, passando da 3, 6 a 4 miliardi.
A pesare sono state soprattutto le voci relative all’acquisto di beni e servizi superiori a 1, 5 miliardi e non è un caso che il Civ sottolinei che il ricorso “a prestazioni esterne caratterizzate da ampie quote di forme consulenziali e di impiego di risorse umane, possa comportare il rischio di modifiche di natura strutturale e di perdita di governo di alcune delle attività  istituzionali dell’Ente”.
La stessa preoccupazione del sindacato Usb che con Luigi Romagnoli punta il dito proprio contro l’attività  di esternalizzazione della gestione Mastrapasqua “che rischia di far perdere all’Inps le peculiarità  dell’istituto”.
Senza contare le disfunzioni o le vere e proprie malversazioni.
Ad esempio è stato appaltata alla società  Kpmg la ristrutturazione del modello organizzativo “che però è già  fallito” dice Romagnoli, “visto che l’idea dei servizi solo in online è stata riveduta”.
Oppure il caso del presidente dell’Organismo di valutazione della performance, Francesco Varì, richiamato dalla pensione per presiedere l’organismo e ancora al suo posto nonostante l’indagine interna per le responsabilità  nella gestione del patrimonio immobiliare.

Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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