NEL RISIKO DI TRUMP, LA PROSSIMA A CADERE E’ CUBA: IL CAPO DELLA CIA JOHN RATCLIFFE VOLA A L’AVANA PER INCONTRARE RAÚL GUILLERMO RODRIGUEZ CASTRO, IL NIPOTE PREDILETTO DELL’EX PRESIDENTE, NONCHÉ UNO DEGLI UOMINI PIÙ INFLUENTI DEL REGIME: DOVRANNO DISCUTERE DELLE NUOVE RELAZIONI DIPLOMATICHE
WASHINGTON PROPONE AIUTI DA VINCOLARE A “CAMBIAMENTI FONDAMENTALI” COME RIFORME ECONOMICHE, L’ALLONTANAMENTO DA RUSSIA E CINA E LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI POLITICI … L’AVANA NON HA MOLTE ARMI: LA SITUAZIONE UMANITARIA E’ VICINA AL COLLASSO, SULL’ISOLA NON C’E’ PIU’ PETROLIO, I BLACKOUT DURANO FINO A VENTIDUE ORE AL GIORNO SU OLTRE IL 60% DEL TERRITORIO NAZIONALE, GLI OSPEDALI SONO PARALIZZATI
«L’embargo non basta a spiegare la crisi di Cuba. Non spiega lo stop alle riforme
economiche promesse dal regime nel 2011 né la riforma monetaria del 2021 che ha portato l’inflazione a tre cifre. Non spiega gli investimenti miliardari nel turismo mentre molti hotel restano vuoti e vaste terre agricole restano inutilizzate. Non spiega neppure la repressione contro dissidenti e artisti come Luis Manuel Otero Alcántara e Maykel Osorbo» [Ferrer, “New York Times”, Usa, 11/5].
Il “suo” uomo all’Avana. Donald Trump ha mandato nell’isola ribelle il capo della Cia, John Ratcliffe, emblema vivente, nella retorica rivoluzionaria, del «potere dell’imperialismo statunitense». Non è la prima volta che un dirigente dell’intelligence americana si reca a Cuba. Né che incontri emissari del governo. Il fatto inedito è che la riunione sia stata ampiamente pubblicizzata – con tanto di foto – dai media super controllati del Paese. Ratcliffe, oltretutto, è arrivato in pompa magna, con tanto di aereo ufficiale della Casa Bianca.
Non ne atterrava uno dal viaggio di Barack Obama, dieci anni fa. Tanta enfasi sembrerebbe indicare uno snodo cruciale nei nebulosi negoziati in corso da quattro mesi tra i due nemici storici a partire dal cambio della guardia in Venezuela e dal blocco petrolifero decretato da Washington.
L’oggetto della trattativa è opaco. Più chiaro, invece, cosa non si sta negoziando: la democratizzazione dell’isola socialista. Con il consueto humor nero, i cubani definiscono i piani di Trump una «dittatura Coca Cola». Un cambio di vertice che non intacchi la struttura del sistema, sul modello di Caracas. Anche stavolta ad essere “sacrificato” sarebbe il presidente. Sulla carta sarebbe facile: al contrario di Nicolás Maduro, Miguel Díaz-Canel non detiene il potere reale, ancora nelle mani del clan Castro.
E quest’ultimo verrebbe “esentato” dalla purga. Incluso l’anziano Raúl, ancora “jefe máximo”, capo supremo, come lo chiama Díaz-Canel, nonostante i 94 anni. La sostituzione interna tra élite, però, scatenerebbe l’ira degli esuli di Miami, i quali
aspirano ad assumere la guida dell’isola. E la loro opinione conta: a differenza dell’opposizione venezuelana, costituiscono una base elettorale fondamentale del movimento MAGA e del segretario di Stato, Marco Rubio, già in corsa per le presidenziali 2028.
In cambio della fine dell’embargo energetico, l’Avana continua ad offrire cooperazione sui temi della sicurezza, migrazione, narcotraffico. Dossier su cui la cooperazione fra i due Paesi è storica, al di là della retorica.
Lucia Capuzzi
per “Avvenire”
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