Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE MOTTA (PDL) AFFERMA CHE UN COLLABORATORE CINQUESTELLE UTILIZZA LE UTENZE DELLA REGIONE PER LE SUE ATTIVITA’ PROFESSIONALI
In Regione Piemonte è scambio di veleni fra il gruppo del Pdl e quello del Movimento 5 stelle.
Il consigliere Massimiliano Motta, del partito del Cavaliere, ha presentato una interrogazione che titola: “Un Caf a 5 stelle in via Alfieri 19 (la sede del consiglio regionale, ndr)?”
Nel testo si legge che, come ha appreso da una mail inviatagli, una collaboratrice del gruppo consiliare del Movimento “utilizza i locali, le dotazioni tecnologiche ed i servizi del consiglio Regionale” per “consulenze finanziarie private” indicando come numero di telefono al quale essere contattata quello “della segreteria del gruppo”.
Su diversi siti internet, tra cui quello del Comune di Torino, il numero telefonico del gruppo consiliare compare “associato all’indirizzo di uno studio professionale di consulenza finanziaria (Caf, ndr)”.
Quindi Motta vuole sapere se ciò sia lecito o meno.
Quanto riportato dall’esponente del Pdl, in effetti, trova conferma nella mail da lui citata dove sono riportati diversi screen shot di siti internet (esistenti, ndr), nei quali per pubblicizzare l’attività di un Centro di assistenza fiscale (Caf) viene affiancato il contatto telefonico del gruppo consigliare del Movimento, o la mail della collaboratrice che termina proprio per “@piemonte5stelle.it”.
Il capogruppo del Movimento, Davide Bono, ha preso carta e penna per denunciare il “vile attacco ad un nostro indefesso collaboratore”, annunciando che vi saranno ripercussioni sul piano giudiziario.
Nel comunicato si legge che nessuna attività propria di un Caf è stata svolta negli uffici del nostro gruppo consiliare e sin d’ora ci dichiariamo disponibili a sottoporre all’attenzione dell’ufficio di presidenza i tabulati telefonici del numero incriminato”. Tutto è partito, continua la smentita, da una mail “firmata da un certo Stefano Miceli“, con il “chiaro fine di danneggiare l’immagine del movimento, facendoci passare per truffaldini come i partiti”. In conclusione Bono annuncia di denunciare Miceli e “il pregiudicato Motta del Pdl, su cui già pesa una nostra denuncia per percosse“.
La diretta interessata, Laura Castelli, ha spiegato che tutto è nato per errore.
Lei in precedenza ha effettivamente svolto l’attività di consulenza, ma ora “per il troppo lavoro legato al consiglio” lo ha interrotto, facendo consulenze “solo per amici, nel tempo libero”.
Nel pubblicizzarsi, ha precisato Castelli, ha inviato a diversi siti i suoi contatti, dove in calce alla mail “è riportato il numero di telefono della Regione, come in tutte le mie mail” e quindi questi siti lo hanno riportato “in maniera autonoma”, quindi “li ho informati dell’errore e spero provvederanno al più presto”.
Contro il Movimento, ha continuato la ragazza, è in atto una campagna di demonizzazione dove “io, essendo giovane e donna, sono stata il bersaglio più facile. Sono accuse al limite della pazzia di cui non mi capacito”.
Nicolò Sapellani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
L’EX SPIN DOCTOR DI “BAFFINO” SI SCAGLIA CONTRO ILSUO EX DIRETTORE DE “LA STAMPA”….E POI SBULACCA SUL PADRE ASSASSINATO: “CALABRESI ERA UN MITOMANE MANESCO, UN FASCISTELLO CARRIERISTA”
Fabrizio Rondolino contro Mario Calabresi, atto secondo.
L’ex spin doctor di Massimo D’Alema, oggi firma del Giornale e titolare di un blog libertario in condominio con Claudio Velardi, The Front Page, cinguetta di nuovo in modo pesante contro il quarantenne direttore della Stampa (vedi la conversazione su twitter).
Il figlio del commissario Luigi Calabresi viene definito “Orfanello” che ha scelto “di costruire la sua immagine e la sua carriera” al punto da “sposare la nipote di una mandante” dell’omicidio del padre.
Tutto scoppia con una serie di tweet ironici di Rondolino su Ingroia e il Guatemala. Un paio: “Guatemala, i Maya ritirano le loro piramidi: ‘Abbiamo paura che Ingroia le sequestri’”; “Guatemala, il consigliere giuridico del presidente Molina si prende un anno di ferie”.
Interviene Marco Castelnuovo, giornalista della Stampa: “Che D’Alema non fosse poi questo gran leader lo si poteva anche capire quando ha portato nel suo staff a Palazzo Chigi Fabrizio Rondolino”.
La risposta è piccata e fa riferimento al direttore di Castelnuovo: “Bravo, l’Orfanello sarà orgoglioso di te”.
A questo punto riparte tutta la polemica.
Su Twitter, Rondolino va molto oltre le righe scontrandosi con altri interlocutori. Rispunta anche un giudizio su Luigi Calabresi, già scritto a maggio: “Calabresi era un mitomane manesco, un fascistello carrierista che giocava all’americano. La responsabilità di Pinelli è sua”.
Gregorio Paolini gli scrive: “Fabri’, in quanto orfanello (di madre) ogni volta che fai ‘sta battuta su Calabresi mi prende un conato di vomito, non scherzo”.
Rondolino non demorde e risponde: “Ti chiedo scusa. Ma proprio per l’eccezionalità della tragedia trovo disgustoso costruirci una carriera. Nè tu nè altri lo fanno”.
Alberto Infelise gli rinfaccia la mancanza di dignità : “Dignità ? Mesi fa ha scritto che tutto sommato non ha poi fatto così male Lc a uccidere Calabresi”.
Rondolino: “Mai scritto nè pensato. Però i suoi hanno assassinato Pinelli, non risulta che abbia chiesto scusa”.
Le due questioni s’incrociano: la fine di Calabresi e la carriera del figlio giornalista.
E Rondolino al Fatto non nasconde di avercela con Mario Calabresi per un fatto personale: la fine della collaborazione con la Stampa.
Dice: “Calabresi non mi ha risposto per un anno e mezzo al telefono e poi mi ha cacciato. È ovvio che ce l’ho con lui. Certamente ho esagerato, ma ho scritto cose che molti colleghi pensano e dicono ma non hanno il coraggio di scrivere”.
Dopo La Stampa, Rondolino ha cominciato a scrivere per Il Giornale di Sallusti.
Gli effetti si vedono.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LA SCIOPERO FARSA DEGLI OMBRELLONI DA SPIAGGIA DALLE 9 ALLE 11 DI MATTINA
Adoro i miei connazionali, anche se a volte si comportano un po’ troppo da italiani. Prendiamo lo sciopero degli stabilimenti balneari.
Le ragioni sono serie: c’è una direttiva europea già antipatica fin dal nome, Bolkestein, che prevede la messa all’asta delle concessioni e potrebbe ridurre le spiagge come le città , dove i negozi a conduzione familiare sono stati soppiantati dai grandi gruppi.
Per attirare l’attenzione della politica bisognava scioperare.
Ma per non irritare la clientela bisognava farlo per finta.
E qui entra in scena la creatività italica.
Intanto il giorno scelto per lo sciopero, un venerdì: vicino al weekend, ma non dentro. Poi le modalità .
L’accesso alla spiaggia rimane aperto, il bar funzionante, le cabine a disposizione, le sdraio in assetto da tintarella.
Restano chiusi solo gli ombrelloni.
Ma non nelle ore di punta, quando la sabbia scotta e si rischia l’insolazione.
Dalle nove alle undici del mattino, mentre i ragazzi dormono, gli adulti fanno colazione e la spiaggia è un deserto tiepido attraversato da torme di nonne e nipoti in età prescolare, ai quali siamo sicuri che anche il bagnino più sindacalizzato spalancherà , a richiesta, almeno un ombrellino.
Ho raccontato questa storia a un tedesco in partenza per la Riviera.
Dall’alto del suo spread ha commentato che gli italiani non riescono a essere seri nemmeno quando si arrabbiano.
Gli ho risposto che è vero, non siamo seri.
Però siamo dei paraculi fantastici.
E pure un po’ vendicativi.
In spiaggia alle nove del mattino non ci vanno solo i bambini, ma anche i tedeschi.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LA RIDUZIONE PROMESSA DELLA LEGGE MANCIA DIVENTA UNA FARSA: RIDOTTA DI 30 MILIONI SUBITO MA AUMENTATA DI 40 MILIONI L’ANNO PROSSIMO
È uno di quegli emendamenti che passano regolarmente inosservati e vengono altrettanto regolarmente approvati.
All’ingrosso c’è scritto più o meno così: all’articolo X della legge Y sostituire le parole ‘100 milioni’ con le seguenti ’70 milioni’ e al terzo periodo sostituire ’50 milioni’ con ’90 milioni’. Firmato: Paolo Giaretta del Pd e Gilberto Pichetto Fratin del PdL, relatori in Senato della spending review.
Che vuol dire? si chiederà il lettore.
In parole povere che, dentro quel decreto che taglia la sanità e affama gli enti locali per miliardi di euro, dentro quello stesso decreto nel quale non si è riusciti a trovare 38 milioni per garantire duemila esodati del gruppo Finmeccanica, il Senato ha invece avuto la capacità di scovare altri 10 milioni da infilare nel fondo di spesa per i gruppi parlamentari, meglio noto come Legge Mancia, vale a dire l’argent de poche a disposizione degli eletti per foraggiare spesucce nei collegi d’appartenza (alcuni gruppi come il Pd, va detto, ora li devolvono tutti ad uno scopo tipo l’emergenza sisma, altri come IdV non partecipano proprio alla spartizione).
Insomma, se noi traducessimo più o meno in una lingua comprensibile quelle poche, oscure righe potremmo scrivere questo: i soldi della Mancia erano 150 milioni, cento quest’anno e 50 il prossimo.
Con un barbatrucco i fondi vengono ridotti di 30 milioni subito (a 70), ma aumentati di 40 nel 2013 (90 milioni).
Il totale nel biennio, insomma, passa da 150 a 160 milioni.
Questa trouvaille — va confessato — la dobbiamo al lavoro di Silvana Mura, deputata di Italia dei Valori, secondo cui peraltro “ancora peggio è il fine dell’operazione, anche se questa è una mia illazione e non ho le prove. Perchè infatti spostare la maggior parte della spesa (guadagnandoci pure 10 milioni) all’anno prossimo? Perchè si cerca di prendere tempo, visto che, considerata la situazione economica e politica, è probabile che nessuno avrà il coraggio di spartirsi i soldi del 2012”.
Insomma, spiega la tesoriere di Italia dei Valori, “conviene spostare il malloppo al 2013 in attesa di tempi migliori e pure per schivare un mio ordine del giorno già approvato che impegna il governo a destinare tutti i soldi al terremoto”.
Anche l’esecutivo, peraltro, non è che ci faccia una grandissima figura: “Vede, tace e non provvede — insiste — Mura perchè un membro del governo mi ha detto chiaro e tondo: noi fino alla fine dell’anno stiamo fermi per rispetto del Parlamento”.
Per chi si facesse soverchie aspettative sull’utilità della denuncia, però, va chiarito che non c’è alcuna possibilità che il decreto venga modificato alla Camera, magari togliendo 38 milioni al fondo della Legge Mancia per destinarli a quei duemila esodati rimasti a bocca asciutta in Senato: il governo ha già chiarito che Montecitorio deve approvare la spending review così com’è, per mandarla in Gazzetta Ufficiale prima delle vacanze estive.
La cosa è talmente risaputa che a Montecitorio tutti erano convinti che il voto definitivo sarebbe arrivato venerdì sera e chiusa lì: meglio di no, ha spiegato un Gianfranco Fini preoccupato dall’immagine di un Parlamento che si prende il solito mese di ferie , votiamo martedì o mercoledì prossimo, che fa meno casta.
Motivo per cui un manipolo di disperati ieri s’affannava a non dormire durante la discussione generale sul provvedimento: “Effettivamente è un po’ inutile”, ammetteva sconsolato il deputato Touadì (Pd).
Il risultato è che i 10 milioni sono assicurati: chiamarla spending review è solo quel tocco di genio che rende la cosa indimenticabile.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
NON ARRIVANO 8,5 MILIONI DI EURO PER LE LACUNE DELLA GESTIONE BELSITO
Francesco Belsito non è più il tesoriere lumbà rd, ma il paradosso per le
proclamate intenzioni di trasparenza del nuovo corso leghista si materializza nel modo più beffardo: il rendiconto 2010 della Lega Nord, la cui certificazione al Parlamento risale ai revisori del partito dell’era Belsito, non è ancora abbastanza trasparente secondo Montecitorio, e per questo ora la Camera sospende al partito di Roberto Maroni l’erogazione a settembre della prossima tranche di rimborsi elettorali da 8 milioni e mezzo di euro.
Doppia beffa per la Lega Nord che proprio ieri pomeriggio ha intanto pubblicato sul suo nuovo sito internet il bilancio 2011, ripulito dalle principali magagne della gestione Belsito dopo il vaglio della società PricewaterhouseCoopers, e concluso comunque «con un avanzo di circa 6,5 milioni» pur al netto di quasi 3 milioni di «oneri straordinari» fatti di assegni allegri e prelievi a go-go.
Le colpe dei «padri» (la vecchia tesoreria) rischiano insomma di ricadere contabilmente sulle spalle dei «figli» (la nuova segreteria amministrativa del partito) ancora per qualche tempo.
Il «Collegio dei revisori per il controllo dei rendiconti dei partiti e movimenti politici» della Camera, d’intesa con la Presidenza del Senato, ha infatti comunicato che il rendiconto 2010 della Lega Nord non può essere considerato regolarmente redatto anche se formalmente è conforme agli schemi previsti dalla legge del 1997.
Il problema non è tanto che sul bilancio 2010 siano in corso inchieste della magistratura, quanto soprattutto il fatto che i revisori del partito l’11 giugno scorso abbiano risposto agli organismi parlamentari con una comunicazione giudicata insoddisfacente: da un lato perchè avrebbe aderito all’iniziale (e rivelatasi infelice) certificazione rilasciata dai vecchi revisori al bilancio 2010, e dall’altro lato perchè mancherebbe totalmente delle informazioni che il Collegio parlamentare di controllo aveva invece espressamente domandato in una missiva del 22 maggio.
E in attesa dei chiarimenti, scatta per legge «la sospensione di ogni rimborso elettorale al partito».
Le questioni da chiarire si rivelano insomma le stesse che i pm milanesi Robledo-Pellicano-Filippini avevano già inquadrato: i requisiti della dichiarazione espressa di conformità delle spese alla documentazione presentata come prova delle spese sostenute, la verifica effettiva della regolare tenuta della contabilità , la corretta rilevazione dei fatti gestionali nelle scritture contabili.
È possibile che già da qui a settembre la Lega «nuova» riesca a colmare le lacune informative lamentate dall’organismo parlamentare, in modo che gli 8,5 milioni (ai quali i leghisti hanno scoperto di non poter tecnicamente rinunciare a dispetto di quanto proclamato nei giorni caldi dello scandalo) possano essere erogati al partito. «Le vicende che hanno portato alle dimissioni del precedente segretario amministrativo – ribadisce l’attuale tesoriere Stefano Stefani – sono al vaglio dell’autorità giudiziaria, ma sin d’ora in tale vicenda la Lega Nord-Padania si ritiene parte lesa e pertanto adirà a tutte le vie legali per recuperare quanto essa ritiene sia stato indebitamente sottratto».
Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
UN UNICO VOTO CONTRARIO ALL’INTERVENTO ILLIMITATO SUI TITOLI A BREVE
L’esito di quanto accaduto dietro le quinte dell’Eurotower, almeno stando alle ricostruzioni che arrivano da fonti attendibili, avrebbe più che soddisfatto il presidente Mario Draghi, contrariato solo dall’interpretazione negativa a caldo delle Borse e degli spread.
Draghi, che i media tedeschi hanno descritto «in balìa dei mercati e della politica », ha convinto il Consiglio direttivo della Bce a votare sulla proposta di tenersi pronti ad acquistare titoli sovrani “a breve” in quantità illimitate.
E solo un membro del board, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha votato contro.
Un no che ha evitato, invece, il secondo rappresentante tedesco nel board, quello Joerg Asmussen vicino alla Spd, l’opposizione socialdemocratica, ma voluto dalla cancelliera come esponente bipartisan.
La spaccatura tra falchi e colombe che agita la Germania e il resto d’Europa dunque è arrivata nel cuore della rappresentanza tedesca alla Eurotower.
Per lunghe ore, dalle 9 alle 13, i membri del Board hanno discusso nella sala riunioni in cima alla Eurotower.
Nessuno ha negato la gravità della situazione, nessuno ha obiettato sulla necessità di interventi forti.
Ma su un punto Weidmann ha espresso le proprie riserve: l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca centrale. E’ vietato dal nostro statuto, ha detto a più riprese. Questa misura può solo incoraggiare gli Stati a contrarre più debiti, può solo foraggiare l’inflazione.
L’acquisto di titoli sovrani, ha insistito Weidmann, porta alla distruzione della nostra indipendenza dai poteri politici.
Negli ultimi due anni, è ancora il ragionamento del presidente della Buba, ne abbiamo già acquistati fin troppi, duecento miliardi e oltre: non è nostro compito, e l’opinione pubblica pubblica tedesca è stanca di una Germania che paga per tutti.
Sullo sfondo della riunione del board, c’erano le notizie del mattino: esponenti della Fdp, il partito liberale partner di governo di Angela Merkel, e docenti universitari euroscettici, che giungevano a chiedere o minacciare un’azione legale contro la Bce presso la Corte europea di giustizia o le istanze giudiziarie nazionali, in nome del rispetto della sovranità .
Il tentativo era chiaro: cercare di impedire fino all’ultimo la formazione di una maggioranza favorevole alla linea Draghi.
Puntando sugli alleati naturali nel board, dal finlandese Liikanen all’olandese Knot, dall’austriaco Nowotny all’estone Hansson.
E gettare ovunque il seme del dubbio, invitare a riflettere sul rischio di reazioni nazional-isolazioniste in Germania.
Ma se questo tentativo c’è stato, a quanto pare è andato a vuoto.
Le controargomentazioni di Draghi sono state evidentemente più convincenti. Cioè che, se da un lato è vero che a lungo termine la Banca centrale europea non può riempire il suo forziere di titoli sovrani, è altrettanto innegabile che un intervento sui titoli a breve può spaventare di più gli speculatori.
E che a una simile operazione si può porre il paletto della condizionalità : i Paesi che hanno bisogno di aiuto devono chiederlo formalmente al Fesf (il fondo salva-Stati) e sottoporsi a condizioni da sottoscrivere.
Un patto di rigore caso per caso che impegnerà , per esempio a Madrid o a Roma, non solo gli esecutivi attuali ma anche i governi futuri, euroentusiasti o euroscettici che siano.
Quello della condizionalità è stato, secondo fonti di Francoforte, un argomento decisivo.
Rafforzato, peraltro, dalla considerazione che ormai gli spread alti determinano differenze rilevanti dal costo del denaro per le aziende nei vari Paesi, una disuguaglianza inaccettabile per l’integrazione europea e secondo i principi del mercato unico
Soppesando questi argomenti contrapposti si è arrivati al voto.
E dei ventidue partecipanti, sedici si sarebbero espressi a favore, solo uno contro, il presidente della Bundesbank appunto, mentre gli altri, tra i quali Asmussen e i rappresentanti finlandese e olandese, si sarebbero astenuti.
Insuccesso cocente per la linea Weidmann, e non a caso i media online tedeschi ieri sera rilanciavano gli attacchi a Draghi: «La Bce più s’impegna a comprare bond e più perde indipendenza. La sua indipendenza è un ricordo del passato».
Andrea Tarquini
(da “la Repubblica“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
E LA BANCA CENTRALE LAVORA ALL’ACQUISTO DI BOND AZIENDALI
La preoccupazione su una fuga in avanti di Draghi aveva cominciato a
circolare nelle cancellerie europee nei giorni scorsi, tanto che il presidente francese Hollande aveva confessato a Mario Monti di temere che l’italiano avesse «sparato troppo in alto».
La reazione delle Borse è stata eloquente: una settimana fa, a Londra, Draghi aveva contraddetto il primo comandamento dei banchieri centrali, quello dell’«ambiguità costruttiva». Ansioso di calmare i mercati – forse angosciato perchè la sua intervista a Le Monde di qualche giorno prima non era riuscita a sortire effetti sugli spread -, Draghi era stato di una chiarezza che col senno di poi si è rivelata pericolosa.
Ha scandito che la Bce era pronta a fare «qualsiasi cosa per salvare l’euro».
E, forte dell’endorsement del governo tedesco, poi arrivato da Angela Merkel, aveva promesso la ripresa del programma di acquisti dei bond statali.
L’ipotesi di fuga in avanti ha fatto insorgere la Bundesbank: Jens Weidmann ha sparato ad alzo zero sulla possibilità di riprendere gli acquisti dei bond.
E ieri, quando gli analisti, gli investitori, gli speculatori, gli hanno chiesto di mostrare le carte che aveva davvero in mano, il presidente della Bce ha dovuto ammettere il bluff.
Di fronte all’irrigidimento dell’azionista di riferimento, la Bundesbank, non solo aveva declassato il programma da «decisione» da mettere ai voti a «opzione» che è stata solo discussa.
Ma anche che gli acquisti saranno legati a condizionalità pesanti, molto tedesche.
Draghi ha ributtato la palla nella metà campo dei governi e ha preteso che prima di beneficiare dell’acquisto dei bond ammettano di essere con l’acqua alla gola, chiedano aiuto al fondo salva-Stati e accettino, poi, il monitoraggio.
Ha fatto evaporare in pochi minuti l’ombrello sotto il quale molti investitori avevano già trovato riparo.
Una mossa che rischia, di danneggiare di più l’Italia, che per stessa ammissione di fonti dell’Eurotower soffre principalmente di un contagio spagnolo. E che forse con una ripresa immediata degli acquisti avrebbe potuto sottrarsi all’effetto domino.
Intanto, ai piani alti dell’Eurotower la riflessione sull’arsenale che sarà schierato a difesa dell’euro è cominciata.
Si lavora alla licenza bancaria per il fondo salva-Stati.
Per Draghi e per la Bce (eccezion fatta per la Bundesbank) non c’è un pregiudizio nei confronti della possibilità di fornire all’Esm una potenza di fuoco illimitata.
Il problema, però, è la “monofunzionalità ” del salvaStati, il fatto cioè che al momento serva solo ad aiutare i paesi.
Ovvio che non possa prendere soldi in prestito da Francoforte: la Bce si macchierebbe di finanziamento indiretto ai paesi, vietatissimo dai Trattati.
Ma se potesse finanziare il settore privato, se, come previsto dal vertice Ue di fine giugno, potesse ricapitalizzare direttamente le banche, quella “monofunzionalità ” sparirebbe.
Solo allora la Bce potrebbe dare il suo nulla osta alla decisione dei governi di dotare l’Esm di licenza bancaria.
Quanto agli strumenti straordinari annunciati ma non specificati ieri da Draghi, negli uffici dell’Eurotower stanno già lavorando alla possibilità che acquisti bond aziendali, bypassando così il “grande freddo” delle banche.
Infine, sarà importante anche definire i dettagli dei nuovi programmi di acquisti dei bond spagnoli e italiani.
Su una cosa sono certi, i banchieri centrali: che il problema della seniority «va affrontato», come ha detto anche Draghi.
Il fatto cioè che i mercati sono rimasti scottati dal trattamento privilegiato concordato a Francoforte quando c’è stata la ristrutturazione del debito greco.
Per gli acquisti futuri varrà dunque la regola che la Bce condividerà i rischi, nel caso di un taglio del debito.
Tonia Mastrobuoni
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
UNA DIFFIDA PROVOCA IL CONGELAMENTO DELLA SPENDING REVIEW SUI COSTI DI FUNZIONAMENTO DI MONTECITORIO
Si fa presto a dire Spending review.
La Camera per far passare quella sui conti interni (e sul personale) dovrà prima fare i conti con i veti e le minacce di azioni legali dei funzionari.
A Montecitorio, l’ufficio di Presidenza riunito ieri si è dovuto limitare ad approvare le sole «linee guida».
Rinviato al 19 settembre – dopo apposita «concertazione » – il via libera al documento che dovrebbe portare a risparmi da 150 milioni in tre anni, più di 13 solo per il personale.
La ragione va rintracciata in una lettera-avvertimento di 11 righe che l’Associazione dei consiglieri della Camera, sindacato dei più alti funzionari, ha inviato ieri mattina alla Presidenza.
Il testo è in burocratese, ma il monito perentorio: «Un’eventuale delibera con efficacia dispositiva che incida sullo stato giuridico e il trattamento economico del personale della Camera assunta al fuori delle procedure di contrattazione con le organizzazioni sindacali costituirebbe una grave violazione.
I consiglieri si riservano, fin d’ora, di adire le vie della tutela giurisdizionale». Ricorso ai giudici, dunque, se prima i vertici “politici” di Montecitorio non tratteranno.
Tra le misure più temute, la ventilata cancellazione di uno scatto di anzianità e il blocco dell’adeguamento all’indice Istat.
Nel documento presentato ieri ai colleghi dal “questore” Francesco Colucci si sottolinea come sacrifici li stiano facendo tutti i dipendenti e pensionati pubblici e alla Camera vanno risparmiati 13,20 milioni di euro l’anno.
Per il momento si prorogano le vecchie disposizioni (e privilegi) ma bisognerà in qualche modo recuperare quelle risorse.
Oggi i dipendenti sono 1.566, erano 1.933 nel 2007.
Intanto, Montecitorio procede col risanamento, destinato a far risparmiare allo Stato 50 milioni l’anno, come si legge nelle 15 pagine di relazione discusse in Presidenza. Diciassette milioni di risparmi vengono stimati per la «riduzione dell’indennità , della diaria e del contributo per il portaborse » dei deputati.
Ma quell’uno per cento l’anno in meno, in realtà , deriva dalla rinuncia all’aumento che il passaggio al contributivo del sistema pensionistico avrebbe paradossalmente determinato.
E poi 2 milioni e mezzo in meno dal 2014 per la ristorazione, con la trasformazione del ristorante in self service, 3,5 milioni in meno ai gruppi e via tagliando.
Ma è tempo di forbici anche al Senato.
Dove, sotto il coordinamento del presidente Schifani e del segretario generale Elisabetta Serafin, viene approvato in aula il bilancio interno che prevede risparmi da 110 milioni nei prossimi tre anni.
Virtuosismi obbligati. Ma non sufficienti, protesta il senatore di Coesione nazionale Alberto Filippi che elenca sprechi e spese ritenute ingiustificate.
«Ogni anno spendiamo per attività di traslochi e facchinaggio la stessa cifra: 1,5 milioni. Ma che fanno, cosa spostano? Per la manutenzione degli impianti di condizionamento si è speso nel 2012 due milioni e 200 mila euro. Quella della tappezzeria costa 428 mila euro: siamo all’asilo, bambini che si appendono alle tende? Si spendono 3,4 milioni per la pulizia e 500 mila euro per manutenzione degli ascensori. Neanche se ci trovassimo in un grattacielo di New York».
(da “La Repubblica“)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PARTITI IN DIFFICOLTA’: LA MODIFICA DEL PORCELLUM POTREBBE CONSENTIRE DI UNIRE LE DUE ELEZIONI
Le elezioni anticipate siciliane potrebbero essere un anticipo delle elezioni
politiche nazionali, potrebbero dare cioè una plastica rappresentazione dello stato disastroso in cui versano i partiti.
Perciò – pur di rimandare il voto sull’Isola – le forze della «strana maggioranza» sono pronte a tutto, anche ad anticipare il voto sul «continente».
Ragioni diverse e interessi convergenti, uniscono Pdl, Pd e Udc a Idv e Sel, siccome tutti sono timorosi di specchiarsi subito nelle urne sicule dopo quanto è successo con le urne di Palermo.
Potrà sembrare paradossale, ma un filo rosso tiene insieme il rinnovo dell’Assemblea siciliana, la riforma della legge elettorale e l’ipotesi non ancora tramontata di anticipare in autunno il voto per il Parlamento.
L’idea di cambiare il Porcellum per indire le elezioni nazionali in novembre potrebbe consentire infatti di unire i due appuntamenti.
Ma l’accorpamento non è facile, servirebbe una norma – magari da infilare nella Finanziaria – per evitare un conflitto con le prerogative costituzionali siciliane.
A Roma però dovranno fare i conti con Palermo, dove il dimissionario Lombardo potrebbe a sua volta giocar d’anticipo, indicendo il voto non più a fine ottobre ma agli inizi di settembre, e garantendosi così due risultati: intanto si vendicherebbe di antichi alleati e avversari, sapendo che li coglierebbe impreparati; eppoi allontanerebbe da sè il problema che già s’intravvede all’orizzonte, visto che nelle casse regionali le risorse scarseggiano e a breve potrebbero essere a rischio gli stipendi dei lavoratori precari.
Il voto in Sicilia è un rompicapo politico e giuridico di prima grandezza, una faccenda davvero complicata, e in cui – a vario titolo – sono coinvolti anche il Quirinale e Palazzo Chigi.
La sfida si è iniziata a giocare tra le pieghe del contenzioso economico che ha visto contrapporsi il governo nazionale a quello locale, con i partiti che in quei giorni incitavano Monti al «redde rationem» con Lombardo.
E se ora le forze della «strana maggioranza» (e quelle di opposizione) temono il voto siciliano c’è un motivo: a parole giurano di esser pronti alla competizione nel giro di un paio di settimane.
Ma non è vero.
Il Pdl è prossimo ormai all’implosione.
Ad accelerare il processo ci sta pensando il leader di Grande Sud, Miccichè, ostile ad Alfano, che ai tempi delle Comunali di Palermo ha strappato al Cavaliere la «promessa» di appoggiarlo nella corsa a governatore e ora chiede che i patti siano mantenuti.
Al suo fianco si è schierata l’ex ministro Prestigiacomo, mentre un altro berlusconiano ha annunciato di «scendere in campo»: è il capogruppo all’Assemblea, Leontini, un piede fuori dal partito, che vanta il sostegno del Pid di Romano, un tempo amico di «Angelino».
E proprio ad «Angelino» la corte di cui si circonda Sua Emittenza non fa mancare la propria solidarietà : tal Volpe Pasini – che nonostante le smentite millanta di essere consigliere di Berlusconi – ha detto che «Silvio per la Sicilia pensa ad Alfano».
Un sorso di cicuta. Intanto, ai blocchi di partenza, si scaldano anche il coordinatore regionale Castiglione, il presidente uscente dell’Ars Cascio e il «destro» catanese Musumeci, che ha una buona immagine e i migliori sondaggi.
A sinistra non stanno certo meglio.
Nella caserma del Pd, ai minimi storici nell’Isola, l’eurodeputato Crocetta ha annunciato il «rompete le righe», autocandidandosi, nonostante il partito non lo abbia autorizzato.
Non è una finta, «non mi ritirerò», ha confidato giorni fa l’ex sindaco di Gela: «Alla peggio, farò eleggere con me una decina di deputati regionali».
Bersani ne sarà lieto.
In lizza per la poltrona di governatore si annunciano pure Sonia Alfano, che dopo il divorzio con l’Idv corteggia Grillo, e Fava, che profittando del divorzio dalla Alfano ci sta provando con Di Pietro.
E mentre la Sicilia brucia a Roma i vertici del Pd discutono, tentano di indurre all’alleanza l’Udc con un candidato di antica speme, Bernardo Mattarella, figlio di Piersanti.
Anche Casini però è nei guai. Nei mesi scorsi il leader dei centristi aveva confidato al segretario del Pdl le sue mosse: «Quello che farò in Sicilia, farò anche a livello nazionale».
Ma il voto in autunno nell’Isola sconvolgerebbe i suoi piani, perchè un accordo regionale con il Pd scoprirebbe anzitempo il suo gioco nazionale, l’idea di accordarsi dopo le urne con Bersani, l’obiettivo della presidenza del Senato per la successiva corsa al Colle…
Per non parlare degli inevitabili contraccolpi a livello elettorale.
E allora contrordine, «potremmo andare anche da soli», diceva ieri il segretario siciliano D’Alia.
«Servirebbero le larghe intese anche a Palermo», aggiungeva a tono il segretario nazionale Cesa.
L’Isola fa più paura del continente, ecco perchè tutti i partiti vorrebbero evitare che in Sicilia si giocasse l’anticipo del campionato nazionale.
Anche perchè quella è la terra di tanti esperimenti, compreso quello «milazzista» che mise insieme fascisti, comunisti e democristiani.
Leoluca Orlando ha iniziato a ripassare qualche pagina di quella storia, magari per trovare ispirazione e vendicarsi (con un accordo eterodosso) di chi a sinistra provò a farlo incespicare nella sfida per il comune di Palermo.
Ma sì, i partiti sono pronti.
Quasi…
Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)
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