Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL CIELLINO SANESE DAVANTI AI PM: “SIMONE E DACCO’ DUE BANDITI”
A volte sono le inezie a rivelare «un mondo». 
Tra la contabilità di Roberto Formigoni analizzata dagli investigatori milanesi, spicca anche l’iscrizione del presidente uscente Sacro Ordine militare Costantiniano di San Giorgio.
L’ordine, nel suo statuto, si propone la «glorificazione della Croce».
E tra gli italiani, i più prestigiosi «risultano essere gli ex presidenti della Repubblica, Leone e Cossiga, gli ex ministri Martino e Pisanu, l’ex premier Silvio Berlusconi, Gabriele Albertini e lo stesso Formigoni».
Insomma, a chi piace, una bella cosa: ma anche per questa quota a un’associazione così ricca di significati Formigoni, secondo i detective Formigoni utilizza contante (280 euro) senza attingere dai suoi vari conti.
Sono molti i suoi esborsi da un «chissà dove» e intrigano.
Prima che lo si potesse vedere al telescopio, in base ai calcoli matematici, gli astronomi sapevano dell’esistenza di Plutone.
Lo stesso succede con Formigoni e con il suo «pianeta- denaro».
La polizia giudiziaria non ha esitazioni.
Prima frase: «L’esame dei rapporti bancari svolto sinora ha posto in evidenza come, pur in assenza di prelievi dai conti correnti, Formigoni avesse significative disponibilità di denaro del quale non è nota la provenienza ».
Seconda frase: «L’esame dei conti permette pacificamente di costatare come, di fronte a un elevato tenore di vita di Formigoni, non risultino, dall’analisi di ogni singolo conto esaminato, uscite o addebiti riconducibili a tali importanti spese, ma neppure ed è il dato più significativo, conciliabili con le necessità quotidiane di una «comune » persona».
“MANCO UN CENTESIMO”
Ora che saltano gli «omissis», e che i verbali diventano noti, così come emergono conti, fatture, spese, viaggi, intercettazioni, indagini, spunta sullo stile di vita di Formigoni la sintesi di marinaio degli yacht a disposizione del presidente: «Mi si chiede se Alberto Perego o Formigoni abbiano mai pagato personalmente qualche spesa della barca e rispondo di non averli mai visti pagare alcunchè, non li ho visti pagare neanche un centesimo ».
Nonostante Perego, memores domini, «scegliesse» per la barca e la cambusa «il tipo di accessori », dal vasellame alle lenzuola.
FOCACCETTE, MEDICINE, PESCI
I vacanzieri «senza portafoglio» non esitavano di fronte a nulla.
E se si sapeva già che «il comandante faceva fronte a tutte le spese utilizzando la carta di credito delle società », quelle di Daccò, dai diari di bordo sequestrati dagli uomini della sezione di polizia giudiziaria della Finanza e della polizia di Stato si scoprono i dettagli del «tuffa tuffa».
Solo per fare un esempio, il soggiorno di aprile 2008 a Lavagna ammonta a 5,500 euro.
Si elencano 380 euro per far fronte alle spese della «pescheria», 36,30 euro di focacce, ai 31,5 di pasta fresca, per finire, pure, alle spese della farmacia e 7,2 euro per le brioche.
Formigoni non paga nemmeno il cappuccino, e forse ci sarebbe da sorridere, se non fosse che «le indagini permettono di affermare che parte delle provviste di denaro create attraverso i pagamenti illeciti ricevuti da Maugeri e San Raffaele a favore di Piero Daccò e Antonio Simone, sono state utilizzate per l’acquisto, il noleggio e la gestione di imbarcazioni di lusso diverse da quelle utilizzate da Daccò e dalla sua famiglia (almeno tre yacht dal 2007 al 2011) per essere messe a disposizione in maniera più che prevalente di Roberto Formigoni e Alberto Perego».
SIMONE? “UN BANDITO”
Abbiamo più volte scritto di come la Regione Lombardia fosse «asservita» ai faccendieri amici di Formigoni e di come alcuni funzionari l’abbiano stigmatizzato. Ma persino il ciellino Nicola Sanese, ex deputato dal ’76 al ’94, pur tentando di dire che tutto era regolare, non può proprio negare l’evidenza.
Pm: Nella telefonata lei definisce Simone un «bandito» e fa riferimento al fatto che il comportamento di Simone distrugge tutto il suo lavoro. A che cosa si riferisce con quest’espressione?
Sanese: «Mi riferisco sia alla credibilità di comportamenti che abbiamo testimoniato in diciotto anni nel sistema regionale sia alla mortificazione di Antonio Simone rispetto al Movimento di Comunione e Liberazione (…) Ho detto che è un “bandito” perchè ritengo che sia da definire tale chiunque riceva dei compensi “abnormi” come quelli percepiti da Simone e Daccò a fronte di attività di lobbing».
LA LEGHISTA DELLA ASL TRASECOLA
Lobbing? Quando Cristina Cantù, maroniana di ferro, leghista, che era stata nominata direttore generale di varie Asl, viene interrogata, non ha paura di dire ciò che ha visto: aveva studiato un progetto per aiutare i «pazienti fragili, soprattutto acuti, che dopo un evento acuto necessitano di assistenza».
Con sorpresa, vede che l’idea decolla, viene stanziato «un importo di 9 milioni e mezzo di euro», ma scopre che «il bando era stato costruito su misura dell’unico soggetto che a Milano aveva quei requisiti e cioè la fondazione Maugeri». Gli altri? Manco considerati.
IL CONTANTE PER LA FIDANZATA
Emanuela Talenti, 49 anni, è stata modella, conduttrice televisiva, ha comprato una bella casa per 630 mila euro, pagamento realizzato in parte con bonifici firmati Roberto Formigoni (55mila).
Ma anche con denaro cash che davanti al brigadiere Daniele Spello e ai magistrati l’ex fidanzata di Formigoni non ricordava.
Recupera le memoria ieri, dopo il fragore dei giornali: «Formigoni – dice – mi diede un contributo, per l’acquisto di un appartamento, di circa 135.000 euro (…) è stato da parte di entrambi un grande amore vero, pulito e lontano dai riflettori mediatici».
Durato, a suo dire, dal 97 sino al 2005, con «strascichi » (parola sua) sino al 2009, tutto documentabile.
«Al quotidiano Repubblica, che dice che io continuavo a chiedergli denaro chiedo quali siano le fonti di una simile e grave deduzione».
Prendiamo atto che erano regali spontanei: e se adesso, prima delle elezioni, venisse anche spiegato al cittadino comune da dove Formigoni prelevava i contanti da dare alla fidanzata, sarebbe tutto di guadagnato in trasparenza.
Davide Carlucci, Piero Colaprico e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
USA, FRANCIA E GRAN BRETAGNA HANNO INTRODOTTO NORME SEVERE PER PUNIRE LE LORO AZIENDE IN CASO DI CORRUZIONE ALL’ESTERO, ALTRO CHE CHIUDERE GLI OCCHI
Non è vero che gli affari nei paesi in via di sviluppo si concludono solo a suon di mazzette, come dice Silvio Berlusconi commentando lo scandalo Finmeccanica.
Nè che oliare i meccanismi competitivi con le tangenti sia l’unico modo di affermarsi su altri gruppi a livello internazionale.
“Usa, Francia e Inghilterra negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante per punire le loro company coinvolte in episodi di corruzione, compiendo sforzi normativi importanti”
Gustavo Piga, economista ed esperto Ocse su appalti e trasparenza prende la questione molto sul serio.
“Le dichiarazioni di Berlusconi sono vecchie, forse erano vere 20 anni fa. Oggi i contratti internazionali premiano anche i più bravi”.
Non solo la competenza è tornata ad essere un valore, ma molti gruppi stranieri sanno che la corruzione può costare multe salatissime.
I gruppi statunitensi, ad esempio, fanno i conti con la severa legge del Foreign Corrupt Practices Act .
Una normativa recentemente riformata, ma che ha mosso i suoi primi passi già nel 1977, dopo lo scandalo Lockheed.
Basta dare un’occhiata al sito del Foreign corruption practices act per farsi un’idea del livello di trasparenza con cui è affrontato il tema.
L’elenco delle corporation multate dalla legge statunitense per le loro infrazioni è lungo e pieno di cifre a sei zeri.
L’episodio più recente coinvolge la Johnson and Johson, accusata di aver corrotto medici e pubblici amministratori in diversi paesi europei e in Iran per garantire le vendite dei propri prodotti.
Una condotta che costerà alla J&J ben 70 milioni di dollari.
Nell’elenco compaiono anche la Monsanto e la Siemens, quest’ultima costretta nel 2008 a pagare una multa da 450 milioni, la pena più severa mai stabilita per questo genere di violazione.
Quel che Berlusconi ha anche dimenticato è che l’Italia ha ratificato la Convenzione Ocse sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali.
Uno strumento fondamentale per frenare l’esportazione di corruzione, dato che i 39 paesi firmatari sono responsabili di due terzi delle esportazioni mondiali e tre quarti di investimenti esteri.
Dal 2000, quindi, anche nel nostro Paese la corruzione estera costituisce un crimine.
Certo il problema della corruzione esiste, ed è particolarmente grave nei paesi in via di sviluppo e in alcune settori cartellizzati e problematici come la difesa.
“Ma anche i paesi in via di sviluppo si stanno muovendo per arginare il fenomeno — continua il professor Piga — Non a caso l’India ha annunciato di voler rinunciare alla commessa Finmeccanica” (leggi l’intervista a Swati Ramanathan, fondatrice dell’associazione anticorruzione indiana I Paid a Bribe).
Piga mostra ottimismo per il futuro.
“Penso che le notizie sempre più frequenti di scandali di corruzione non costituiscono necessariamente un dato negativo”.
Secondo l’esperto i numeri crescenti non coincidono necessariamente a un fenomeno in crescita, ma a una tolleranza che va pian piano diradandosi.
“Segno che il dna degli italiani sta forse lentamente cambiando”.
Elena Ciccarello
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
LORENZO BITTARELLI E LA PUBBLICITA’ GRATUITA PER GIORGIA
Bittarelli, i taxi del suo 3570 a Roma girano con la faccia di Giorgia Meloni.
«Cosa dice mai: la mia coop in quanto tale non accetta pubblicità , l’ho vietata! I singoli invece possono fare come gli pare».
Questi singoli, glielo assicuro, sono una marea.
«Il che non può farmi piacere ».
Pubblicità elettorale per 50 euro…
«I più lo fanno gratis: se uno vuole promuovere la più giovane vicepresidente della Camera, il più giovane ministro, una persona onesta, pulita, bella, perchè glielo devo impedire?».
Degli altri partiti non c’è traccia.
«Te credo. Noi tassisti votiamo a destra, Fratelli d’Italia, Pdl, qualcuno Grillo, che mi sta simpaticissimo; a sinistra votano in quattro gatti».
Lei aveva giurato: noi non facciamo pubblicità ai politici. E poi si è candidato con Fratelli d’Italia.
«Il che conferma quel che le ho detto: il mio 3570 non fa pubblicità a nessuno».
Però le sue auto sì.
«Ahò, so i singoli…».
Anche Monti voleva fare pubblicità sulle vostre fiancate…
«Ma non possiamo dare spazio a un nostro carnefice: lui, diciamo, aveva qualche problema con noi».
Perchè il vostro cuore batte sempre a destra?
«La sinistra ce voleva liberalizzà , quando tutte le ricerche dicono che nei Paesi in cui l’hanno fatto, tipo l’Olanda, le tariffe so’ aumentate, la qualità del servizio è scesa, la soddisfazione dei clienti è ai minimi storici…».
Ma se avete sempre vinto voi!
«Perdendo regolarmente qualche pezzo per strada. In tanti di noi stanno facendo la fame, guadagnano 50 euro al giorno… ».
Fratelli d’Italia è il partito dei taxi?
«Quello della gente comune, dell’Italia giusta, di chi non arriva alla fine del mese, certo Giorgia è sempre stata sensibile alle nostre istanze».
Perchè ha tradito il suo amico Gasparri?
«Ma no, spingiamo tutti verso lo stesso obiettivo: battere la sinistra, o Monti-Bersani, che è pure peggio».
Berlusconi non sta esagerando con le promesse?
«Un grande. Mediaticamente, intellettualmente, carismaticamente. Tutti lo sottovalutano, poi, vabbè, non è riuscito a fare le cose, ma si capisce, ha sempre avuto qualcuno che lo ha tradito, prima Bossi, poi Casini…».
Il capopopolo Bittarelli nel Palazzo. Diventerà uno della casta?
«Ma io sono una persona semplice, di poche parole…»
Di poche parole?
«…mi piace sta con gli amici, un uomo leale…».
Insomma, sarà sempre Loreno?
«Bravo! Loreno! Sempre umile! ».
Concetto Vecchio
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE PUNTANO A UN MILIONE DI PERSONE IN PIAZZA… IL TIMORE DEI CONFRONTI
In altri tempi, in tempi normali, Roma sarebbe già tappezzata di manifesti con il nome di Pier Luigi Bersani scritto a caratteri cubitali e l’annuncio della grande manifestazione di chiusura della campagna elettorale.
Niente di tutto ciò quest’anno.
Ancora ieri non si sapeva quando e dove (i maligni aggiungono anche un «se») il segretario parlerà nella Capitale.
E c’era addirittura chi sosteneva che Bersani chiuderà la campagna in Lombardia e non a Roma.
Più di una settimana fa, invece, si era parlato di piazza San Giovanni Bosco, al Tuscolano.
Ma ora è tutto di nuovo in forse.
Eppure le date delle altre grandi adunate elettorali si conoscono. E anche i luoghi dove si terranno già si sanno.
Il leader del Pd domenica sarà a Milano, a piazza Duomo. Con lui Giuliano Pisapia, Umberto Ambrosoli e tanti big del partito, a cominciare dall’ex segretario Walter Veltroni.
Poi mercoledì 20 Bersani sarà a Palermo, con Matteo Renzi, e il giorno dopo a andrà a Napoli.
Possibile che solo la data di Roma sia un problema? Possibile sì.
E un grosso problema, oltretutto, con tanto di nome e cognome: Beppe Grillo.
Il comico genovese infatti si sta impegnando a fondo per portare almeno un milione di simpatizzanti a piazza San Giovanni.
E al Pd temono che se per Bersani, lo stesso giorno, ci fosse meno gente, peraltro pure in uno spazio ben più ristretto come quello del Tuscolano, nessun media risparmierebbe il paragone impietoso.
Sarebbe un boomerang comunicativo tremendo.
Il Partito democratico e il suo segretario non possono subire un incidente simile.
Poco male se il leader del Movimento 5 Stelle si è impossessato di una piazza storica della sinistra italiana.
Lo aveva fatto ben prima Silvio Berlusconi.
Il vero guaio è il confronto: è l’inevitabile successo di pubblico di Grillo che temono al Pd.
Ci si può sempre affidare alla Cgil di Susanna Camusso, che di Bersani è buona amica, ma lo stesso sindacato non è più in grado di mobilitare le folle di un tempo.
È comprensibile che il leader del Partito democratico non voglia chiudere la campagna elettorale in modo così controproducente, anche perchè in realtà Bersani nei suoi giri per l’Italia sta constatando che un po’ dovunque c’è interesse per il centrosinistra.
Per esempio, ieri a Napoli, con i costruttori campani, il segretario del Pd si è piacevolmente stupito quando il presidente dell’Ance regionale, Elio Sava, gli ha detto senza troppi giri di parole: spero di incontrarla nuovamente nelle vesti di presidente del Consiglio.
Quella che per il leader dei costruttori della Campania è una speranza è per Bersani una meta a lungo voluta, con determinazione e pervicacia.
Il numero uno del Pd non teme Berlusconi, mentre è convinto che sarà Grillo a fare un exploit elettorale. Però sa anche un’altra cosa: pure se il Cavaliere resta indietro nei sondaggi e se il comico genovese non può aspirare a trasformare il suo movimento nel maggior partito italiano, la possibilità che al Senato il centrosinistra non abbia una maggioranza sufficiente esiste.
Ma neanche questa non propriamente piacevole prospettiva lo fa desistere dai suoi intenti: «Il pareggio non esiste: chi ha vinto alla Camera, vince anche a Palazzo Madama, non possono essere due o tre senatori in meno a pregiudicare la governabilità ».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL LEADER M5S DOMENICA A SKY… SU CANALE 5 IL 21 SFIDA SEPARATA TRA I TRE SFIDANTI PRINCIPALI
Dopo un mese di tsunami-tour e il vento in poppa nei sondaggi, Grillo deve ammettere che un
po’ di paura ce l’ha.
Teme che il MoVimento 5 Stelle possa fare il botto, vincere.
«Se dovesse succedere saremmo anche un po’ in difficoltà e dovremmo scegliere le persone in fretta. Noi saremo l’ago della bilancia».
Intanto, porta l’offensiva del “Vaffa” in televisione, dove eccezionalmente andrà domenica. «Tornerò per un’intervista di 30 minuti dal camper, su SkyTg24 alle 20,30 e in chiaro su Cielo alle 21».
Dall’ex grillino, Giovanni Favia, ora candidato con Ingroia, un commento al veleno: «Tanto lui è peggio di Berlusconi…».
Ma Grillo se ne frega: le piazze sono piene, raccoglie consensi con gli attacchi ai politici Monti, Berlusconi, Bersani che sono più che vecchi, dice, «vengono dall’aldilà ».
In tv, a Canale 5, giovedì prossimo, andranno anche Monti, Berlusconi, Bersani, sorteggiati in quest’ordine: non una sfida a tre, ma 50 minuti di domande a testa con un conduttore e due giornalisti in studio, dalle 21 e 10.
Il “fattore Grillo” — benchè il M5S prenda voti soprattutto a Berlusconi e alla Lega — preoccupa, e molto, il Pd.
Il rischio — è il ragionamento di Bersani — è che Grillo superi Monti, diventando la terza forza politica del Paese e rendendo il prossimo Parlamento una trincea.
Tanto che il candidato premier del centrosinistra ha deciso di lanciare nel rush finale della campagna elettorale quattro proposte anti-casta.
Tra i primi atti di un governo Bersani ci saranno i tagli ai costi della politica, quindi un tetto agli stipendi dei manager di società pubblico-private (mai sopra i 120-150 mila euro); una diminuzione dello stipendio dei parlamentari (non oltre 5 mila euro, come i sindaci di grandi città ); via i vitalizi per i consiglieri regionali (con risparmi tra i 1.200 e i 2.800 euro in meno per ciascuno); tagli agli stipendi degli «eletti regionali» (consiglieri, presidenti, assessori) che perciò guadagneranno tra i 4.200 e i 6.200 euro.
Un piano a cui ha lavorato Vasco Errani, anche perchè le ultime due proposte sono il risultato di un accordo tra le Regioni.
Per ora sono sulla carta, il prossimo premier dovrà dargli gambe.
Alle Camere poi, i Progressisti porranno subito a una legge per la riduzione dei parlamentari, mentre il governo sarà di 20 ministri.
Il leader del Pd vuole puntare su queste misure come antidoto concreto al «pifferaio» Grillo.
Che l’Italia cada nelle braccia dei populismi è il vero grande rischio: ripete Bersani
«Noi siamo il contrario del populismo — assicura — dove c’è sempre qualcuno che suona il piffero e il popolo deve andargli dietro».
E Vendola? «Andarsela a prendere sempre con lui, mi sembra un po’ esagerato, con tutti i problemi che ci sono, è uno sport inutile…», sbotta il segretario democratico durante una manifestazione a Benevento.
Monti fa retromarcia e nega possibili intese future con Vendola: «C’è stato un piccolo equivoco — spiega — con il leader di Sel siamo incompatibili ».
Però lancia l’allarme: «Con Berlusconi c’è il rischio di incendio finanziario, con Bersani meno ».
Tuttavia il Professore predica l’equidistanza: «Anche la coalizione di sinistra non dà garanzie». Non tutte quelle che ci vorrebbero per rassicurare i mercati: è il mantra del premier uscente. Che incassa l’apprezzamento del commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn in una lettera ai ministri delle finanze europei: «Le decisioni di bilancio prese dall’Italia dal novembre 2011 hanno convinto i mercati e fatto scendere i tassi».
Il premier uscente quindi si presenta come il garante davanti all’Europa.
E su Grillo: «Se cresce, è perchè i partiti hanno fatto un vero disastro», accusa.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
NESSUN PRELIEVO IN BANCA, CONVOCAVA I FUNZIONARI IN UFFICIO PER CONSEGNARGLI GROSSE SOMME CASH
Una vita senza il bisogno del portafoglio. Come un nobile del secolo scorso.
Questo è Roberto Formigoni nel film che girano su di lui gli investigatori della polizia giudiziaria di Milano, tra champagne a scrocco nel ristorante e funzionari di banca «a disposizione», che vengono convocati spesso e volentieri al Pirellone – si legge nel rapporto – per chiacchiere «che avvenivano sempre in maniera riservata a “tu per tu”, “a quattrocchi”».
E in questi incontri riservati in un ufficio pubblico, di cui parlano gli stessi dirigenti bancari, «Formigoni consegnava loro denaro contante per importi compresi tra i 5 e i 20 mila euro… raccomandandosi di non farli transitare sul proprio contro corrente affinchè non vi fosse evidenza degli importi».
Soldi cash che servivano per finanziare il suo tenore di vita tra vacanze ai Caraibi e soggiorni in Sardegna.
Basta questo dato per ripiombare in un clima che sa di Tangentopoli, vent’anni dopo. In quegli stessi uffici giravano Piero Daccò e Antonio Simone, faccendieri, molto generosi con il politico, e si sa.
Ma quello che non si sapeva era il discredito che creavano quei «rompicoglioni», come dicono alcuni funzionari, ma costretti a servirlo, perchè Daccò – si legge nero su bianco in un verbale – «otteneva quello che voleva grazie alle imposizioni del presidente».
QUEI CONTI “SENZA OPERATIVITà€”
Dal 14 giugno a due giorni fa. Quasi sette mesi di indagini che hanno per epicentro Roberto Formigoni, investono Fondazione Maugeri e San Raffaele, sconfinano nelle segrete casse delle fiduciarie e sono custodite in 122 faldoni, 16 megabyt di documenti informatici.
Ma è lo screening approfondito sul tenore di vita del governatore lombardo, in cui i pm Laura Pedio e Antonio Pastore, contestando l’associazione a delinquere e la corruzione all’esponente del Pdl e a gran parte dei 17 indagati, a rendere logico e provato ciò che pare sconcertante: «Il quadro complessivo – si legge nell’informativa della Guardia di finanza – conferma la disponibilità da parte di Formigoni di ingiustificate risorse finanziarie al di fuori dei normali rapporti bancari analizzati, ed evidenzia l’assenza di adeguati contributi finanziari da parte dello stesso Formigoni alle esose utilità a sua disposizione».
Lo stile di vita altissimo «conteggiato» risale al 2003, e comprende «ville in Sardegna, imbarcazioni di lusso, cene da Sadler (noto ristorante milanese, ndr), viaggi in località esotiche»: il tutto senza mai attingere – in nove anni, fino al 2011 – un euro dai suoi conti correnti.
Repubblica ha chiesto a Formigoni di esibire le ricevute, non ha mai avuto risposte, ma solo offese.
Oggi le risposte arrivano dalle carte giudiziarie.
Come poteva permettersi quel tenore di vita un esponente pdl di medio livello? Secondo un rapporto della Gdf, tutte le operazioni bancarie esaminate «sono avvenute al di fuori del circuito dei conti correnti di Formigoni» che «non presentano una normale operatività dato che non si registrano nè prelievi bancomat, nè pagamenti pos, nè pagamenti con carte di credito, nè emissione di assegni».
“LA PASSIONE PER LO CHAMPAGNE”
Un esempio arriva dal verbale del ristoratore Claudio Sadler, reso il 27 luglio scorso: «Ho spesso sentito parlare di gite ai Caraibi e in luoghi esotici soprattutto negli ultimi cinque anni.
Ai viaggi, Daccò mi diceva, partecipava anche il presidente. Mi descriveva posti meravigliosi, ville con servitù e cuochi (…) Davo per scontato che fosse Daccò a pagare i conti perchè in tutti questi anni non ho visto altro che lui pagare i conti. Pagava sempre Daccò anche quando Formigoni veniva da solo. Avevamo ricevuto personalmente da Daccò la disposizione che i conti del presidente fossero a suo carico.
Del resto Formigoni, anche quando veniva senza Daccò, non si preoccupava affatto del conto e, una volta finita la cena, andava via. Ringraziava e andava senza neppure chiedere quale fosse l’importo.
Ordinava per altro con libertà , bevendo solo champagne del quale è particolarmente appassionato». In effetti, notano i detective della procura, «non risulta alcun pagamento dai conti di Formigoni a favore di Sadler», a differenza degli esborsi di Daccò: «177 mila e 860 euro» costano «le cene del presidente ».
Dalla sconfinata disponibilità di contanti, di provenienza ignota, Roberto Formigoni attinge per soddisfare le continue richieste di denaro da parte della presentatrice tv ed ex fidanzata Emanuela Talenti. Sulla quale piovono 352mila euro, denaro in parte utilizzato per comprarsi casa.
L’attuale governatore lombardo utilizza lo stesso meccanismo per pagare le quote di Forza prima e Pdl dopo, versando 8mila e 18 euro attraverso «un’operazione extraconto in contanti» che sfugge al circuito bancario.
Ma una vera passione, il governatore, sembra averla anche per le creme del viso.
Per acquistare un barattolo della Genescience (prezzo «tra i 150 e i 200 euro a confezione»), il segretario del Governatore, Mauro Villa si lascia scappare al telefono come Formigoni «la usi come colla per i manifesti».
Ne deve fare un continuo acquisto, ma anche in questo caso, secondo la procura, non si capisce da quale cassa riservata attinga, visto che anche per questa spesa dai conti dell’esponente del Pdl non esce un euro.
LA REGIONE ASSERVITA
Ma la svolta nelle indagini del pool coordinato da Francesco Greco emerge dal coro delle voci di chi era obbligato a obbedire non al bene comune, ma a Daccò&Simone. Luca Merlino, dal 1996 in Dg Sanità , spiega come funzionava il Caffè Sanità nel verbale del 21 settembre 2012: «Botti (un altro funzionario, ndr) era molto contrariato della forte interferenza proveniente dal tavolo socio-sanitario.
Più volte Botti ha manifestato notevole fastidio per le insistenze di Pierangelo Daccò in merito alle necessità della fondazione Maugeri.
Mi vergogno un po’ a usare quest’espressione ma più volte con Botti abbiamo definito Daccò un rompicoglioni ».
Ciò che più infastidiva Botti «era il fatto che le insistenze di Daccò si traducevano in pressioni politiche».
Il dato emerge anche da una nota del 2002 in cui Merlino parla esplicitamente di «forzature a posteriori» nelle delibere.
Interrogato dai pm dieci anni dopo spiega il senso: la richiesta di forzare «proveniva dal tavolo socio-sanitario e in particolare dal presidente Formigoni» e «se proprio la presidenza voleva garantire ulteriori erogazioni alla fondazione dovevano farlo con una scelta discrezionale e non costringendomi ad alterare i risultati derivante dall’applicazione dei criteri».
“DACCà’ OTTENEVA QUELLO CHE VOLEVA”
Merlino parla anche del direttore generale della Sanità , Carlo Lucchina e del braccio destro di Formigoni Nicola Sanese:
“È stato proprio Lucchina a dirmi che anche Sanese nutriva una certa insofferenza nei confronti di Daccò e che tuttavia era necessario assecondarne le richieste in quanto egli godeva di uno stretto rapporto d’amicizia con il presidente Formigoni (…). Lucchina ha sempre verificato con Formigoni che le richieste fatte da Daccò fossero condivise dal Presidente o a lui note. Il più delle volte il presidente confermava la sua adesione alle richieste e insisteva perchè fossero accolte (…) Se il Presidente appoggiava la richiesta di Daccò era difficile opporsi: un eventuale parere contrario della Dg sarebbe stato disatteso». Chiedono i pm: «Ma perchè Daccò otteneva sempre quello che voleva?» «(…) Lucchina mi ha riferito di imposizioni da parte del presidente nel corso di tavoli socio sanitari (…) La ragione per la quale Formigoni ha sempre sostenuto le richieste di Daccò è dovuta al fatto che Daccò gli garantiva delle utilità nel senso di utilizzo di barche, vacanze costose, feste o cene fatte solo per celebrare l’immagine del presidente, case in Sardegna, eccetera».
LA GIUNTA ERA SOLO “FORMALE”
Maurizio Amigoni, direttore generale vicario della direzione generale sanità , ciellino, conferma: «Sicuramente eravamo tenuti ad ascoltare Daccò in quanto amico del presidente. Però su molte cose siamo riusciti a tamponare le richieste che venivano dal tavolo politico…
«. Nella catena di comando Formigoni-Sanese-Lucchina-Merlino, «la giunta deve dare la veste formale all’atto e quindi renderlo esecutivo con l’approvazione».
OPPORSI PUO’ COSTARE CARO
Tra i testi utili all’accusa c’è Carlo Borsani, ex assessore alla Sanità per An: «Con il San Raffaele e Verzè non ho mai avuto un buon rapporto soprattutto dopo aver disposto la chiusura della loro clinica di Castellanza (che si occupava di recupero tossicodipendenti con prestazioni non consentite) all’inizio del mio assessorato.
Dopo il mio intervento nei confronti del San Raffaele, Formigoni mi ritirò la delega in materia di tossicodipendenza (…) Formigoni prendeva decisioni senza neppure informarmi, con un sostanziale esautoramento delle mie funzioni».
I RINGRAZIAMENTI A MAUGERI
Ieri scrivevamo di due biglietti di ringraziamento di Roberto Formigoni a Umberto Maugeri. Sono allegati alla relazione della polizia giudiziaria e «non sono un gesto di semplice amicizia – per altro disconosciuta dallo stesso Maugeri», ma il ringraziamento per 600mila euro, somma che «nell’ambito dell’accordo corruttivo con Daccò/Simone e Formigoni», Maugeri regala per le regionali del 2010. Formigoni ancora ieri parlava di «inchiesta senza fondamento », e che nelle carte «non c’è un atto corruttivo».
Davide Carlucci, Piero Colaprico e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
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