Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
VOTO DISGIUNTO ANCHE PER IL GIUSLAVORISTA: “UNA SCELTA CHE DERIVA DALLA ANTICA AMICIZIA CHE MI LEGA ALLA FAMIGLIA E A UN UMBERTO, CEMENTATA DAL DOLORE PER L’ASSASSINIO DI SUO PADRE”
Ambrosoli incassa il voto e il sostegno di Pietro Ichino. 
Il giuslavorista, già esponente del Pd, scioglie la riserva e annuncia che voterà il candidato del centrosinistra, Umberto Ambrosoli, alle regionali lombarde.
In un editoriale postato sul suo sito, l’ex esponente democratico, ora candidato nella lista ‘Scelta civica’ di Mario Monti al Senato (Toscana e Lombardia), annuncia la sua scelta, spiegando di credere nel carattere “civico” della candidatura di Ambrosoli.
La decisione del giuslavorista segue l’invito al voto disgiunto di altri esponenti ‘montiani’, come Ilaria Borletti Buitoni, capolista per ‘Scelta civica’ nella circoscrizione Lombardia 1 alla Camera, malgrado gli appelli del presidente del Consiglio che ha più volte chiarito che il suo candidato è Gabriele Albertini.
“In un’intervista a Repubblica della settimana scorsa — ha scritto Ichino — ho detto che ‘le figure di Albertini e Ambrosoli rappresentano due aspetti e due tendenze di una stessa società civile ambrosiana, onesta, laboriosa, europeista, convinta della necessità di riformare profondamente il nostro paese per fargli raggiungere i migliori parametri europei’.
La Lista Monti — ha proseguito — si propone di unire e rappresentare, sul piano nazionale, entrambe queste parti della società civile; cioè unire tutti i fautori della ‘riforma europea’ dell’Italia, quale che sia la loro provenienza secondo le vecchie geometrie politiche”.
A pesare sulla decisione di Ichino anche le parole dello stesso Ambrosoli che ieri, dalle colonne della Stampa, aveva dichiarato: “Io non mi sento il candidato di Bersani. La mia candidatura non nasce dalle segreterie di partito, ma da un patto civico. E poi la mia coalizione ha confini diversi, più ampi. E’ così: tra coloro che hanno scelto da tempo di votare per Ambrosoli, in questo ultimo mese, molti nelle elezioni politiche nazionali voteranno per Monti”.
“Tra gli elettori che domenica prossima compiranno questa stessa scelta ci sono anch’io — annuncia Ichino, confermando la scelta del voto disgiunto — è una scelta che nel mio caso nasce dall’antica amicizia che mi lega alla famiglia Ambrosoli e a Umberto, cementata dal dolore per l’assassinio di suo padre; dalla mia amicizia e stima per Umberto è nato anche, nell’autunno scorso, il mio impegno pubblico a sostegno della formazione della sua lista civica e della sua candidatura”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
INVESTIMENTI STRANIERI A PICCO: A ROMA UN CROLLO DEL 53%
Stop all’autolesionismo. Basta piangersi addosso.
E’ vero che il pil dell’Italia è calato nel 2012 del 2,2%. Ma le eccellenze nazionali tirano ancora.
Un esempio? I brillantissimi risultati della Tangenti Spa: il business della bustarella tricolore – calcola il Servizio anti-corruzione e trasparenza del ministero alla Funzione pubblica – muove ormai un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, cifra con cui in Borsa si possono comprare Fiat, Enel e Unicredit messe assieme.
E, soprattutto, viaggia con il vento in poppa: nel 2011 Roma era al 69esimo posto (su 179 paesi) nella classifica di Transparency International sulla percezione del malaffare nella pubblica amministrazione.
Alla fine dello scorso anno siamo riusciti a far peggio, scivolando al 72esimo posto. Dietro Ruanda, Lesotho e persino alle spalle di Cuba.
LA ZAVORRA SULLE AZIENDE
Finmeccanica e Saipem, gli ultimi casi agli onori della cronaca, sono solo la punta dell’iceberg.
Mani Pulite è servita a poco. Tangentopoli è ancora qui e l’Italia – ha ricordato pochi giorni fa agli smemorati il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino – deve fare i conti con un giro di bustarelle «gigantesco e sistemico, una piaga che si annida ovunque e che danneggia l’economia ».
Quanto? I pochi numeri a disposizione mettono i brividi.
Il 19% delle imprese della penisola — secondo un’analisi di Kroll International — è stato colpito in qualche modo nel 2011 dalla corruzione.
Come dire una società su cinque, il doppio dell’anno precedente.
E i ricavi di un’azienda costretta a lavorare in queste condizioni, calcola la Banca Mondiale, crescono in media il 25% in meno della stessa realtà impiantata in una situazione dove l’unica stella polare è la competitività .
Forbice che, purtroppo per noi, si allarga al 40% quando di mezzo ci sono le Pmi, la spina dorsale dell’industria di casa nostra.
I COSTI PER LO STATO
Pagano le imprese e paga pure — carissimo — lo Stato.
Le mazzette necessarie per oliare i meccanismi bizantini della burocrazia tricolore, dicono i giudici contabili, generano un sovrapprezzo medio del 40% sulle opere pubbliche.
Pallottoliere alla mano, significa che sui 225 miliardi di spesa previsti dal governo Monti nel piano di infrastrutture strategiche 2013-2015 si devono mettere in preventivo una novantina di miliardi in più, da contabilizzare alla voce “tangenti”.
È un circolo vizioso che tende diabolicamente ad auto-alimentarsi visto che ogni punto perso nella classifica di Trasparency International si traduce, secondo l’agenzia non governativa, in un calo del 16% degli investimenti esteri nel paese interessato.
E, sarà un caso, ma Roma negli ultimi due anni ha visto crollare del 53% i flussi di capitali stranieri nella nostra economia contro il – 7% del resto della Ue.
La sfiducia degli investitori esteri tra l’altro rischia di trasformarsi in un boomerang micidiale per un paese costretto a collocare ogni anno 400 miliardi di titoli di stato sui mercati.
POLITICA SFIDUCIATA
Le cifre, naturalmente, sono opinabili. Qualcuno ne contesta l’abnormità , sottolineando che in base a questi dati l’Italia garantirebbe – e c’è poco da vantarsi – il 50% del giro d’affari della corruzione made in Europe, stimato dalla Ue a 120 miliardi.
Di sicuro però nel campo abbiamo pochi avversari.
Le rilevazioni di Transparency – che ieri apriva il sito con una tirata d’orecchi a Silvio Berlusconi per lo “sdoganamento” delle bustarelle internazionali – parlano chiaro: il 69% degli italiani si considera più esposto alla corruzione degli altri europei.
L’89% pensa che il malaffare permei l’economia nazionale, un dato inferiore nella Ue solo a quello di Cipro e ben oltre la media europea del 67%.
I colpevoli?
La politica nazionale (67%) regionale (57%) e locale (53%), mentre si salvano forze dell’ordine (34%) e i magistrati (38%).
IL BUCO NEL PIL
Il Belpaese, naturalmente, riesce sempre tafazzianamente a metterci del suo.
La nostra politica ha passato qualche lustro a depenalizzare i reati finanziari, varare indulti e sconti di pena senza muovere un dito per riformare una giustizia civile da terzo mondo.
Approvando solo in zona Cesarini cinque mesi fa una legge anti-corruzione annacquata dalle resistenze del Pdl.
Una retromarcia fotografata senza pietà dal Rating of control of corruption – il “Trasparentometro” messo a punto dalla Banca Mondiale – dove il nostro punteggio è sceso dagli 82 punti del 2000 ai 59 del 2009, ultimo dato disponibile.
A farne le spese, alla fine, è il Pil.
Una nazione che combatte davvero il malvezzo delle tangenti ha un vantaggio competitivo di 2,4 punti di crescita economica ogni anno grazie a una concorrenza più sana, secondo la World Bank.
Tradotto in soldoni significa 38 miliardi di ricavi in più ogni dodici mesi per l’Italia Spa. Più o meno la metà della cifra necessaria per pagare gli interessi sul nostro debito.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
CHI PROPONE LA VENDITA DELL’ORO E CHI ABOLISCE IL MOTORE A SCOPPIO… VIAGGIO NEL PDL DOVE OGNUNO PUO’ DIRE TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO
“Tutti i lavori precari devono diventare a tempo indeterminato. A chi spaccia la manomissione
dell’articolo 18 come necessaria per attrarre investitori stranieri, basta far presente che parliamo di persone. Persone che che vivono con stipendi da miseria”.
Stralci del programma di Rivoluzione Civile? Non esattamente.
Una delle più strenue difese dell’articolo 18, a sorpresa, arriva dallo schieramento opposto.
Dal programma de “La Destra” di Storace, terzo partito in ordine di grandezza del rassemblement a guida belrusconiana.
Solo una delle tante piccole contraddizioni che animano la strana e variopinta coalizione di Centrodestra.
Senza candidato premier, senza programma, e con un leader che già si prenota, primo nella storia, come ministro dell’Economia.
La “bomba” della restituzione dell’Imu, tra detrattori in casa e rivendicazioni postume di paternità sulla proposta, ha scoperchiato il pentolone.
La coalizione esiste solo sulla carta, anche perchè un programma condiviso vero e proprio, ad oggi, non esiste.
Per farsi un’idea dell’Italia di domani promessa dal Centrodestra, non resta quindi che confrontare i testi dei singoli partiti del convoglio a trazione berlusconiana: Pdl, Lega Nord, La destra, Fratelli d’Italia, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Grande Sud di Miccichè e il Partito dei Pensionati.
I programmi fotocopiati.
Per Lega e Pdl il problema, si sa, non si pone. I due partiti si sono deliberatamente copiati i programmi, riga per riga, capitolo per capitolo.
Tinte blu per il Popolo della libertà , verde Padania per il Carroccio.
Saranno contenti i militanti leghisti che al terzo punto del programma si trovano quindi, nel capitolo sull’Europa, “L’accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria e fiscale”.
Alla faccia del federalismo.
I pensionati contro lo scalone di Maroni.
E se Berlusconi e i suoi glissano sulla questione esodati, lasciando intendere che la riforma Fornero rimarrà così com’è, qualcosa avrebbero e avranno da ridire i Pensionati, che malgrado – ad oggi – un programma ancora non ce l’abbiano, nell’ultimo testo disponibile sul sito chiedono ancora “L’abolizione dello scalone di Maroni”, l’alleato Roberto Maroni.
Buone notizie lo scalone è stato già abolito, dal centrosinistra.
Si tratta, con ogni probabilità , soltanto di un ritardo di aggiornamento nel sito, ma chissà che non finisca per disorientare l’elettorato della formazione guidata da Carlo Fatuzzo.
Addio al motore a scoppio.
E dovrà forse fare un passo indietro il Cavaliere, che nelle scorse settimane è tornato a spendere parole di grande elogio nei confronti di Sergio Marchionne e della Fiat?
I Moderati in Rivoluzione di Giamapolo Samorì, alleati in coalizione, hanno un’idea diversa per il rilancio del settore automobilistico.
E nella loro sintesi di programma, a caratteri minuscoli, annunciano che “è indispensabile vietare, entro massimo 5 anni, la commercializzazione di autovetture con motore a scoppio, favorendo la nascita di una nuova industria nel settore automobilistico impostata su motori elettrici, a idrogeno, o altre forme non inquinanti”.
“Per ogni 500 elettrica venduta, Fiat perde 14 mila dollari”, ha detto Marchionne qualche mese fa dal Salone di Parigi, spiegando tutte le sue diffidenze verso le auto di nuova generazione.
Medierà Berlusconi tra i due?
Eurodivisi.
E che dire del delicato capitolo monetario.
La destra di Storace propone “in via provvisoria la doppia circolazione monetaria: la lira per gli scambi interni e l’euro per il commercio internazionale”.
Il leader della coalizione, proclamatosi urbi et urbi “europeista coinvinto” potrebbe avere qualche perplessità .
Forza Sud, forza Nord.
E contraddizione per contraddizione, qualche – legittima – domanda se la saranno posta i militanti di Grande Sud schierati, nella corazzata berlusconiana, al fianco della Lega Nord; partito che propone, in Lombardia, che il 75% delle tasse versate restino nel Paese di partenza.
E siccome il programma di Grande Sud risulta non pervenuto, non resta che affidarsi alle criptiche parole del suo leader spirituale, Gianfranco Miccichè: “Essere presenti in coalizione con la Lega Nord è una sorta di “garanzia” per il Sud”. No aclares que oscurece, recita un vecchio adagio in Sudamerica. Detto di difficile traduzione. Qui, più prosaicamente, qualcuno direbbe: “Meglio tacere”.
Oro! Oro!
Ma il capitolo monetario non si esaurisce con il tema euro.
E’ sempre Giampiero Samorì a rispolverare un grande classico delle campagne elettorali.
La vendita delle riserve auree per un valore di 250 miliardi di euro allo scopo di abbattere lo stock di debito pubblico.
Un vecchio tabù, quello dell’oro di Stato.
Quando lo propose Prodi, nel 2007, fu l’allora Casa delle Libertà a tuonare contro l’ex commissario parlando di “saccheggio di Stato” .
Samorì in realtà torna alle origini, perchè tra i primi a mettere in campo quest’ipotesi fu nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oggi alleato di coalzione. E il cerchio si chiude
Rebus patrimoniale.
Confusione piena, poi sul tema patrimoniale, vero e proprio “uomo nero” del leader della Coalizione Silvio Berlusconi, che ha ribadito in tutti gli angoli dell’etere di esservi assolutamente contrario.
Favorevoli nell’era pre Monti, oggi sia Francesco Storace sia Guido Crosetto e Giorgia Meloni non si sbilanciano più, guardandosi bene dal rievocare in campagna elettorale qualsiasi riferimento all’imposta sui patrimoni.
E il tema, va detto, è diventato impopolare anche a sinistra.
Tutti d’accordo allora? Neanche per idea.
Nel Centrodestra è ancora Samorì a rompere le uova nel paniere, proponendo “una ragionevole imposta patrimoniale sugli extra ricchi, a carico di coloro con patrimonio finanziario, mobiliare e immobiliare netto, complessivamente superiore ad euro 10.000.000”.
E Silvio, che dice?
(da “Huffington Post”)
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