Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
A ROMA FORSE ANCHE DARIO FO E CELENTANO SUL PALCO
«Il mio grido è arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano». Così Beppe Grillo ha cominciato il
suo comizio in Piazza Duomo a Milano, alla presenza di migliaia di persone rivolgendosi alla “vecchia politica”.
«Arrendetevi – ha aggiunto Grillo – e vi prometto che non useremo violenza su di voi, vi accarezzeremo come si fa con i malati di mente. Dovete andarvene finchè siete in tempo».
Intanto “l’onda nuova” di Adriano Celentano potrebbe riempire piazza San Giovanni a Roma, prossima tappa del tour.
Un verso di “Ti fai del male”, l’ultimo brano del Molleggiato suona più o meno come un endorsement a favore di Beppe Grillo.
Tanto che si fa sempre più insistente la voce su una partecipazione a sorpresa dello stesso Celentano al comizio di chiusura dello tsunami tour, venerdì a Roma.
Dallo staff di Grillo non danno certezze ma ammettono che qualche possibilità di vedere il Molleggiato intonare il suo ultimo motivo anti-astensionismo in piazza San Giovanni c’è.
Così come, spiegano, non è da escludere la presenza di Dario Fo, il premio Nobel che con Grillo e Gianroberto Casaleggio ha scritto “Il Grillo canta sempre al tramonto”, libro approdato in libreria da qualche giorno.
(da “La Stampa“)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
A DIEGO RIGHINI, CANDIDATO ALLA CAMERA, NON E’ PIACIUTO IL SERVIZIO DI RAI2 DI MONICA RAUCCI E PUBBLICA SU FB IL SUO CELLULARE: “CHIAMATELA, POTREBBE ACCONTENTARE ANCHE VOI”
Aveva realizzato un servizio tv su una cena elettorale del Mir, i ‘Moderati in rivoluzione’ di Gianpiero Samorì.
Ma il pezzo è risultato sgradito a uno dei candidati in lista che ha pensato di vendicarsi pubblicamente su Facebook .
Così Diego Righini, in lista alla Camera, ha pubblicato un post in cui accusava Monica Raucci, cronista de L’Ultima Parola (Rai2), di essere di sinistra, insinuava di suoi incontri serali coi vertici degli avversari democratici e postava il cellulare della giornalista perchè, suggeriva agli iscritti della sua pagina, “potrebbe accontentare anche a voi”.
E in un altro status aggiungeva di andarla “a trovare sotto casa”.
Contenuti poi rimossi.
Il servizio, registrato il 2 febbraio e andato in onda il 15, raccontava di una cena alla periferia di Roma con Samorì e due candidati, tra cui Righini.
Special guest Andrea Roncato che durante il servizio dice: “Speriamo che si mangia anche bene”.
Seguono le dichiarazioni di alcuni presenti che ignorano chi sia Samorì.
Una signora spiega: “Alcuni amici mi hanno obbligato a venire altrimenti andavo a ballare”.
Altri non conoscevano il senso dell’acronimo ‘Mir’ e alla domanda “secondo lei questa gente voterà Samori?”, l’interpellata risponde: “Non penso”.
E che sono venuti a fare? “A mangiare”.
Un ritratto simile a quello che emergeva dal servizio di Piazza Pulita sulla convention del partito, dove diversi anziani spiegavano di essere stati portati lì a loro insaputa.
Nel servizio di Raucci, Righini compariva solo qualche secondo.
La giornalista ha presentato una denuncia aperta chiedendo la rimozione immediata del numero di telefono.
Ma allo stesso tempo anche il candidato si è rivolto all’autorità e ha chiesto “il risarcimento per danni morali e fisici, visto che sono stato minacciato di morte”.
L’ha scritto sul social network insieme insieme alla promessa: “Ogni privilegiato Rai o politico, pagati con le tasse dei cittadini, sarà cacciato”.
Raggiunto dal fattoquotidiano.it Righini spiega di avere portato avanti una “battaglia di libertà perchè come pensa il 56% degli italiani, l’informazione è faziosa e falsa.
Lo dice un sondaggio del Tg4“.
E aggiunge che la pubblicazione del numero di cellulare, “forse scorretto, diciamo”, è un fatto di cui “è dispiaciuto”. Ma era l’unico modo per “difendere la libertà d’opinione”.
Sostiene che “hanno montato domande e risposte non vere”, che sono state tagliate ad hoc per screditare il movimento.
E precisa di avere avvertito Raucci quando si era presentata all’appuntamento elettorale: “Ho fatto un discorso di 50 minuti contro le caste e le ho detto: ‘Mi raccomando, fate attenzione a non montare un servizio falso’. Devo difendere la libertà di opinione”.
E’ libertà di opinione anche alludere alle frequentazioni serali della cronista coi vertici del Pd e invitare gli iscritti su facebook a chiamarla perchè può “accontentare” anche loro?
“Intendevo politicamente.
I militanti di sinistra sono contenti di andare a riunioni con Bersani e D’Alema“.
Ma la frase suggerisce un significato molto diverso. “Bene, vuole risarcirmi anche lei?”.
Tant’è che diverse persone hanno chiamato la giornalista. “Sì, certo, come no. Quando i carabinieri vedranno le chiamate cha la Raucci ha ricevuto e capiranno che sono suoi amici, non ci farà una bella figura”.
Eleonora Bianchini
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
VENERDI ARRIVERA’ A ROMA PARTENDO DA VITERBO SU UNA DELLE LINEE REGIONALI PIU’ DISAGIATE
E vai con i pendolari! Ma letteralmente. 
Venerdì 22, prima di chiudere a piazza San Giovanni, Beppe Grillo arriva da Viterbo a Roma sul treno regionale.
Si tratta di una linea affollata e disgraziatissima. Una linea ferroviaria che nell’ultimo rapporto “Pendolaria” Legambiambiente colloca al secondo posto dopo la Circumvesuviana.
Chi la frequenta tutti i giorni ha potuto sperimentare: scoppi di motori nel vagone di testa (1998), errori di binari e schianti su escavatrice (2003, due vittime), caduta di fulmini sui cavi elettrici (2006), protesta con occupazione di binari alla stazione di piazzale Flaminio (2006 e 2007), incidente con automobile al passaggio a livello (2008), tamponamento con altro treno (2010), blocco della corsa per furto di rame (2011), arresto del treno in piena campagna, a Cesano, per via del maltempo (2012, testimonianza: «Camminavamo nella neve rasente i binari come deportati…»).
Tutto questo senza considerare i ritardi, le disdette delle corse, lo stato dei servizi igienici, l’aumento dei biglietti e degli abbonamenti, la ressa, il freddo, il caldo, le discussioni, gli spintoni e gli svenimenti.
Nell’anno giubilare Duemila i due contendenti alla regione Lazio, Badaloni e Storace, salirono a bordo sia pure separatamente per condividere l’esperienza e far sentire la loro prossimità ai pendolari.
Ma a distanza di 13 anni la situazione non dev’essere poi troppo cambiata.
Grillo lo sa, o qualcuno gliel’ha detto, e comunque lui ha messo a frutto l’informazione, in tal modo portando a compimento lo tsunami tour insieme a una delle categorie più disagiate della società . In tutta Italia, secondo un recente rapporto del Censis, i pendolari (non solo quelli che viaggiano sui treni) sono comunque 14 milioni, un milione in più di quanti erano nel 2007.
Tutto lascia pensare che sia una massa più o meno inferocita dalle condizioni in cui viaggia ogni giorno.
Ora, la rabbia è già uno sterminato terreno di conquista per il M5S.
Ma nel momento in cui, sia pure per un’oretta, il suo leader sceglie di condividere di persona difficoltà e sofferenze di vasti strati della popolazione, ecco che questa scelta diviene non solo una trovata, ma una risorsa elettorale che nel novero delle rappresentazioni grillesche ha la stessa origine incandescente, la stessa carica populista e la stessa potenza d’immedesimazione suscitate dall’attraversamento a nuoto dello Stretto, dal matinèe scarmigliato fuori dal Viminale per la consegna dei simboli e dai comizi tenuti in piazza nonostante il gelo e la pioggia.
Tanto più se si considera che le ferrovie, in politica, non sono del tutto innocenti e anzi potrebbero mettersi a carico dei potenti come un ulteriore veicolo di privilegi.
Vero è pure che ogni tanto qualcuno piomba a Roma in treno.
Senza riandare a Mussolini, che prudentemente all’indomani della marcia su Roma giunse alla stazione Termini in vagone letto, o a Borghezio che saliva sui regionali con l’intento di molestare le prostitute nigeriane con il flit, i precedenti della nomenclatura impongono il ricordo del «Rutelli Express» (2001) e a suo modo anche quello del «Nerone Express» della Lega.
Anche Prodi, d’altra parte, viaggia spesso sul Frecciarossa, e lo stesso Monti, con il suo trolley, e Casini e ovviamente Montezemolo, che ha lanciato “Italo”.
Di recente perfino il Cavaliere ha scelto quel mezzo, istantaneamente ricevendo gli osanna di Daniela Santanchè: «Evviva! E’ iniziato il cambiamento! Berlusconi in viaggio verso Roma, tra la gente!».
Per la cronaca: nello scompartimento, insieme alla gente e ai fotografi, c’era anche la fidanzatina elettorale, ma seduta dietro.
E tuttavia — senza che suoni come demagogica concessione alla logica delle performance o a quella di un astuto e superbo egualitarismo che dura quanto la campagna elettorale — nessuno di loro risulta aver mai condiviso le privazioni, le lentezze, gli spifferi, la calca e gli improperi di un bel treno denso e carico di pendolari.
Ed è forse un peccato, o più laicamente un’occasione persa: perchè vivere la vita degli altri, specie se meno fortunati, restituisce umanità , aiuta a capire e magari aguzza pure l’ingegno — che con l’aria che tira ce ne sarebbe abbastanza bisogno.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
“ADDIO AI DISCORSI DEI LEADER, OGGI PREVALGONO SATIRA E PARODIE PER FAR BRECCIA NEI SOCIAL NETWORK”… L’ARCHIVIO REALIZZATO DALL’UNIVERSITA’ DI ROMA TRE
Dalla Balena Bianca «grande mansueta e che non inquina» del 1987 a Mario Monti che gioca con i nipotini seduto sul tappeto.
Dai bulloni avvitati del Partito Comunista ai militanti del Pd che ballano con le corna da renna nel celebre «Oh HaPday», con tanto di segretario che saluta con il cartello «Ohi ragassi..».
In campagna elettorale, la politica è soprattutto comunicazione politica e spulciando i video raccolti dal sito Archivio degli spot politici, un progetto dell’Università degli Studi di Roma Tre che ne racchiude quasi 500, realizzati dagli Anni Settanta a oggi, c’è da divertirsi.
Basterebbe dare un’occhiata al più cliccato, quello di un inquietante Gianfranco Fini che, nel lontano 1992, chiedeva ai telespettatori: «Cosa faresti a chi uccide tuo figlio? Noi lo sappiamo…».
Il tutto davanti a uno schermo con le scritte «Mafia, Droga, Sequestri» che lasciano poi spazio alla fiamma del Movimento Sociale e pochissimo all’immaginazione.
Oppure Daniela Santanchè che, in una scenografia che farebbe paura pure ad Alfred Joseph Hitchcock, sbarra la finestra a criminalità , povertà , clandestinità , violenza sulle donne, prostituzione e degrado, temi forti della campagna elettorale «tutto sulla sicurezza» del 2008, di cui oggi non c’è traccia – o quasi – nelle agende dei partiti .
Ora anche i video sono cambiati.
Basta dare un’occhiata alla nuova sezione dell’Archivio, dedicata alle prossime elezioni politiche.
Ci sono i cartoni animati di Bruno Bozzetto per la campagna di Oscar Giannino, lo spot di Fratelli d’Italia che mette insieme Carlo Magno e Gabriele D’Annunzio, Evita Peron e Gandhi, Falcone e Oriana Fallaci, oppure il video del Movimento Cinque Stelle che se la prende con «i veri comici».
Molti spot sembrano parodie fatte da qualche comico e invece sono opera degli stessi partiti.
La spiegazione di questo cambiamento prova a darla Edoardo Novelli, docente di Comunicazione Politica all’Università di Roma Tre e autore del progetto che ha raccolto i quasi 500 video di spot politici.
«Rispetto al passato – spiega – oggi l’obiettivo è far circolare quei video sulla Rete. In passato venivano diffusi principalmente sulle Tv nazionali poi, più recentemente, pubblicati sui siti Internet dei singoli partiti. Ma qui i visitatori ci arrivavano volontariamente, forse perchè già “fan” di quel partito. Erano video più “istituzionali”, con il leader che rivolgeva messaggi diretti agli ascoltatori».
Ora invece spopolano cartoni animati e parodie.
«Cercano di utilizzare il linguaggio della rete – continua Novelli – perchè devono sfruttare il canale dei social network e ed essere condivisi il più possibile. Voi linkereste un messaggio in cui un politico parla dei suoi programmi, come il video di Craxi nel 1983 in cui parla dell’ottimismo della volontà ? Probabilmente no. Mentre quello di Sel con Berlusconi partecipante a Masterchef , per fare un esempio, si presta maggiormente alla condivisione».
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA GRANDE ABBUFFATA DEI RIMBORSI ELETTORALI
Ridotti a 91 milioni, i soldi del finanziamento pubblico fanno gola a tutti. 
Ma a spartirseli saranno i grandi partiti che arriveranno in Parlamento.
Resta l’enorme divario tra i fondi spesi per la campagna elettorale (quest’anno pochi) e le somme che la Casta si mette in tasca.
Per avere diritto ai compensi può bastare un solo deputato o un solo senatore.
La torta è sempre lì, allo stesso posto, offerta dallo Stato.
Quest’anno le fette sono la metà , ma gli ospiti ristretti a un club esclusivo.
91 milioni anzichè 180 sono i soldi destinati al finanziamento pubblico ai partiti nel 2013, in barba al referendum che li aveva aboliti ormai 20 anni fa.
La loro distribuzione sarà regolata dalla nuova legge approvata nel luglio 2012: il 70 per cento (pari a euro 63.700.000) è corrisposto come rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e contributo per l’attività politica.
Il restante 30 per cento (pari a euro 27.300.000) è erogato a titolo di co-finanziamento (pari a 50 centesimi per ogni euro ricevuti a titolo di quote associative e finanziamenti da parte di persone fisiche o enti).
La crisi si è fatta sentire e i soldi sono scesi rispetto al passato: dal 1994 al 2008 le tornate elettorali sono costate oltre 2 miliardi e 253 milioni di euro.
L’ultima legislatura si è attestata sopra i 503 milioni di euro a fronte di spese accertate di poco più di un quinto, circa 110.
Mentre la prossima promette 455 milioni, se durerà tutti e cinque gli anni.
Ma a chi andranno questi soldi?
Fino allo scorso luglio bastava l’1% per accedere ai finanziamenti, ora le regole sono molto diverse: senza un parlamentare eletto (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) niente denaro sonante.
In pratica, niente più casi “Sinistra arcobaleno”, la coalizione che la scorsa legislatura rimase fuori dal Palazzo non raggiungendo il quorum, ma che percepì comunque 9 milioni di rimborso elettorale.
Questa volta a dividersi la torta saranno verosimilmente dai cinque ai sette partiti e al Senato potrebbero essere solo tre o quattro formazioni a mangiarsi tutta la porzione.
La spiegazione in fase legislativa è stata quella di voler evitare la proliferazione di sigle che formano partitini solo in virtù del recupero crediti elettorali.
In realtà , come ha spiegato senza mezzi termini il tesoriere democratico Antonio Misiani “ai partiti i rimborsi servono altrimenti chiudono”.
Perchè la campagna elettorale alla fine impegna una piccola parte degli introiti, con gli altri soldi si garantiscono le spese vive, come gli stipendi dei dipendenti.
Solo un movimento liquido, tipo il 5 Stelle, senza sedi nè dipendenti, può permettersi di annunciare il rifiuto.
“Dopo una complessa road map di riforme naufragate, la montagna ha partorito un topolino — dice Fulco Lanchester , professore di Diritto costituzionale a La Sapienza di Roma, riferendosi al governo di Mario Monti — il vero funzionamento di questo tipo di meccanismi dipende dai controlli che si fanno dall’esterno. E in questo caso mi sembra tanto una norma all’italiana”.
Infatti nella nuova legge è prevista l’istituzione di una Commissione per la trasparenza e il controllo dei rendiconti, che si insedierà alla Camera dei deputati e sarà composta da cinque membri di cui uno designato dal primo presidente della Corte di cassazione, uno dal presidente del Consiglio di Stato e tre designati dal presidente della Corte dei conti. Istituzione, quest’ultima, che avrebbe potuto controllare autonomamente, ma che i partiti hanno osteggiato preferendo una soluzione ad hoc.
Confermate, invece, le società esterne di revisione dei bilanci iscritte nell’albo Consob che verificheranno i conti finali dei partiti.
Toccherà a loro stilare una relazione che poi dovrà essere trasmessa alla Commissione di controllo.
Chi dovrà essere iper trasparente, invece, è il tesoriere: avrà l’obbligo di pubblicare redditi e patrimonio anche della moglie e dei figli a carico.
Quelli che “sbagliano” non potranno più sottoscrivere i bilanci del partito per almeno cinque anni.
Basterà a frenare altri casi Lusi e Belsito?
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
SUL FOGLIO APPARE IL SIMBOLO DEL PDL E IL NOME DEL “BENEFICIARIO” E LA FIRMA “SILVIO BERLUSCONI'”….IL TITOLO DELLA LETTERA È “MODALITà€ E TEMPI PER ACCEDERE NEL 2013 AL RIMBORSO DELL’IMU PAGATA NEL 2012”
Sulla busta c’e’ scritto ‘Avviso importante rimborso Imu 2012′, mentre nella lettera viene spiegato nei dettagli come riavere indietro i soldi dell’Imu.
La missiva arrivata oggi in diverse cassette postali degli elettori e’ firmata Silvio Berlusconi.
Nella parte superiore della lettera c’e’ scritto in neretto ”modalita’ e tempi per accedere nel 2013 al rimborso dell’Imu pagata nel 2012 sulla prima casa e sui terreni e fabbricati agricoli’.
Poi, la missiva prosegue con l’impegno da parte dell’ex premier in caso di vittoria del Pdl a mettere in cantiere ”un consistente pacchetto di riduzioni fiscali: l’abolizione dell’Imu, la riduzione graduale dell’Irap, nessun aumento dell’Iva e nessuna patrimoniale sui risparmi”.
L’ex capo del governo poi ribadisce che l’abolizione della tassa sulla prima casa ”sara’ fatta nel primo Consiglio dei ministri come facemmo nel 2008 con l’abolizione dell’Ici”.
In molti elettori anziani questa vergognosa mistificazione produrrà l’equivoco che l’Imu gli sta per essere restituito e il voto al Pdl diverrà una semplice formalità per accedere al rimborso da parte del loro benefattore.
E’ ora che intervenga la magistratura per porre fine a questo voto palese di scambio degno delle Repubbliche delle banane.
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
LA MEDIAZIONE AL FACCENDIERE MICHEL PASSA SCESI DA 42 A 30 MILIONI: I 12 MANCANTI POTREBBERO ESSERE FINITI AL PARTITO NORDISTA
L’informativa del Noe dei Carabinieri al pm Eugenio Fusco risale alla fine di novembre e il comandante del nucleo operativo dei Carabinieri dell’ambiente, il Capitano Pietro Rajola Pescarini, che la firma, non poteva essere più chiaro: “Le indagini si indirizzavano su tre direttrici investigative: 1) la gara d’appalto e la corruzione internazionale dei Pubblici Ufficiali dell’India; 2) il finanziamento illecito al partito politico Lega Nord; 3) le esigenze cautelari: inquinamento probatorio”.
Dunque esiste un secondo filone nell’inchiesta dei carabinieri: il finanziamento illecito alla Lega.
Un filone del quale l’annotazione di 150 pagine depositata poche settimane fa, non si occupa in via principale ma al quale comunque il Noe dedica un paragrafo, decine di pagine fitte di intercettazioni.
Orsi parlava al telefono con i vertici della Lega, a partire da Umberto Bossi e Roberto Maroni, passando per il presidente della provincia Dario Galli fino all’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni.
E soprattutto i carabinieri ricostruiscono — grazie alle telefonate e agli sms intercettati — il lavorio tra Finmeccanica e Lega per organizzare una cena Orsi- Maroni alla presenza di Dario Galli e Giancarlo Giorgetti all’inizio del 2012.
Una cena sconveniente non solo per il manager pubblico ma anche per il suo partito sponsor.
I carabinieri: “Il 4 aprile 2011, Giuseppe Orsi è ormai l’ad in pectore ed il 4 maggio, veniva nominato ufficialmente dall’assemblea di Finmeccanica, al posto del predecessore Francesco Guarguaglini — che vi rimarrà sino al novembre 2011 come presidente — quando Orsi assumerà , dal primo dicembre 2012, anche la presidenza. Il periodo (marzo-aprile 2011) della richiesta di Orsi ad Haschke di ‘retrocedere’, tramite Christian Michel, 12 milioni di euro, è coincidente con le ferventi trattative politiche per scegliere il sostituto di Guarguaglini e come detto la Lega Nord e Roberto Maroni, all’epoca ministro dell’Interno del governo Berlusconi, hanno avuto un ruolo decisivo soffiando all’ultimo giorno l’incarico a Zampini”.
Nella telefonata del primo dicembre 2011 Orsi riconosce a Maroni questo merito: “Io dico sempre comunque se non c’è Roberto Maroni a fare l’ultimo miglio, col cavolo che io qua c’ero”.
Orsi richiama Maroni il 21 e gli riconferma che “sarà che sono o non sono della Lega, ma se non c’era, se non c’era Maroni, io qua non c’ero oggi”.
Poi si passa a parlare dei consiglieri scelti per Alenia Aermacchi, la controllata di Finmeccanica per la quale lavora la moglie di Maroni, Emilia Macchi.
Orsi ha trasferito la sede di Alenia da Pomigliano a Venegono Superiore.
Il 28 dicembre chiama il presidente della provincia di Varese Dario Galli, leghista che è anche nel cda di Finmeccanica.
La telefonata punta a organizzare una cena con Maroni e Giorgetti.
Galli: Allora ho sentito sia Giancarlo (Giorgetti) che Maroni, a tutti e due va bene sia il 2 che il 3, se mi dice te quello che ti è più comodo fissiamo
Orsi: il 3 io sono sicuro sì Galli: allora il 3 sera , adesso vedo se è aperto faremmo sempre lì a Villa Baroni , se ti va bene?
Orsi: benissimo,
Galli: ok Orsi: da soli o con le mogli?
Galli: come vuoi tu guarda
Orsi: siete miei ospiti , come voisiete in rapporti con le vostre mogli
Galli: per me non ce ne, no dicevo magari, facevamo se siamo noi 4 e basta , facciamo una roba più di lavoro ecco mettiamola così.
Poi Galli invia un sms a Orsi: “Confermata cena Orsi Maroni Giorgetti Galli 3 gennaio ore 20 Villa Baroni. Grazie”.
La risposta è in stile yankee: “Ok go”.
Il 28 febbraio invece è l’allora segretario Umberto Bossi in persona a chiamare Orsi.
Bossi: “scusi se la… eh! abbastanza bene (incomprensibile), volevo salutarla perchè, ho parlato molto con.. con Giorgetti e sono preoccupato (si schiarisce la voce tossendo) hanno ridotto l’in — vestimento e son preoccupato”.
Poi cade la linea.
Resta il dubbio su cosa volesse dire Bossi e sulla ragione della sua preoccupazione per l’investimento che si riduceva. E resta il dubbio anche sulla cena “di lavoro” tra il presidente di una società pubblica appena nominato e i vertici del partito che lo hanno sponsorizzato.
Nell’informativa dei Carabinieri c’è un passaggio sul ruolo di Christian Michel, il mediatore che ha incassato 30 milioni di euro grazie alla vendita degli elicotteri all’India da parte de gruppo Finmeccanica.
Scrivono gli investigatori: “Nella ‘partita’ però, entra anche Christian Michel, “l’uomo di Orsi”, a cui saranno riconosciuti compensi per 42 mln di euro circa, poi divenuti 30 — a seguito della richiesta di Orsi di avere indietro, 12 milioni di euro necessari, verosimilmente, per finanziare la Lega Nord che l’ha “appoggiato” per la sua nomina di a.d. di Finmeccanica — a seguito di una trattativa con Guido Haschke (l’altro mediatore italo svizzero Ndr) che non ha accettato di sottrarre dai suoi 28 milioni, i 12 richiesti da Orsi”.
In quel “verosimilmente” c’è il mistero che dovranno chiarire nei prossimi mesi gli investigatori.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2010 IL CARROCCIO SCALZO’ IL PDL, MA ORA MOLTI PADRONCINI GUARDANO A GRILLO… “UN CULO, UNA SEDIA” IRONIZZANO GLI EX LEGHISTI RIFERENDOSI A MARONI
Il nuovo Gentilini si chiama Grillo. 
Da queste parti lo considerano un leghista degli albori.
Il problema è che non corre per la Lega, il che per i «lighisti» veneti, da sempre allergici a Berlusconi, tra sei giorni potrebbe celare una bella fregatura.
Non l’unica, per altro.
Beppe Grillo fa il pieno (in piazza) e lo fa ovunque in Veneto, l’operosa terra madre delle partite Iva e degli imprenditori suicidi, lo storico fortino «verde» dove semmai il primo pensiero della Lega doveva essere battere l’odiato-alleato-Pdl («Berlusconi è un pallone gonfiato, la sua parola non conta», Gentilini dixit).
E invece tira aria di ribaltone, doppio ribaltone.
Gli ultimi sondaggi, un incubo per i dirigenti, danno il Carroccio lontanissimo dai livelli delle regionali 2010, quando ci fu il primo storico sorpasso sugli azzurri. Se così fosse, come non è affatto escluso, sarebbe un bagno di sangue.
«Preparatevi, martedì prossimo qui scoppia un quarantotto», avverte un autorevole esponente della Lega, nè bossiano nè maroniano (qui le due categorie resistono più che altrove).
Che diavolo succede in Veneto?
Semplice: Grillo si sta mangiando pezzi di Lega, e la Lega, manco ce ne fosse bisogno, lo aiuta facendo harakiri con quella che in tanti chiamano «guerra tra bande». Da una parte la «banda» del segretario regionale Flavio Tosi (sindaco di Verona e delfino di Maroni), dall’altra il «resto del mondo» (della Liga Veneta).
In mezzo, tra le altre cose, non è nemmeno la prima in ordine di importanza, la maldigerita ri-alleanza con Berlusconi (per i sondaggi uguale 10 punti in meno).
Lo scenario che si staglia all’orizzonte è simile alla deriva balcanica vissuta dall’ultimo Pdl, dilaniato dal braccio di ferro tra ex An e ex azzzurri.
E dopo il voto potrebbe sfociare in una cruenta resa dei conti.
Una sorta di vendetta dopo l’epurazione (nelle liste dei candidati) decisa dalla segreteria nazionale per dare corso al processo iniziato con le «ramazze padane».
«Le liste le abbiamo lette sui giornali… – spiega un altro aministratore di primo piano – . A quel punto la tensione accumulata nei mesi è sfociata nella decisione di metà partito di non fare campagna elettorale».
In effetti girando per Treviso, Vicenza, Padova, quello che colpisce è la povertà della campagna pubblicitaria per le strade: dove tre anni fa campeggiavano facce imbustate dentro abiti e cravatte verdi oggi ci sono pannelli vuoti e/o cartelloni degli «altri».
Una tristezza. «Sono stati lasciati a casa tutti i parlamentari della prima legislatura, mandiamo a Roma una banda di matricole, facce vecchie ma zero spessore, gente che ha il solo merito di avere appoggiato Tosi nella corsa alla poltrona di segretario», ringhiano quelli del “resto del mondo”, pronti a presentare il conto.
E’ questo il doppio perno attorno al quale ruota il voto veneto: la spaccatura del Carroccio e l’inesorabile avanzata nordestina del Movimento Cinque Stelle, con annesso drenaggio di voti leghisti.
All’inizio erano indizi, adesso sono prove. Il 9 febbraio Grillo sbarca a Treviso con il guru Casaleggio (rara apparizione elettorale).
Ad attenderlo ci sono 150 industriali e artigiani che non vedono l’ora di sentirsi dire che se l’M5S andrà al governo taglierà l’Irap.
La promessa arriva dall’ «eminenza grigia» dei grillini. Applausi.
«Ci aspettiamo molto da questo nuovo movimento senza forme mentali precostituite e senza lobby da difendere – dice Massimo Colomban, presidente della Confederazione delle attività produttive italiane – . Ci aspettiamo un vero rinascimento dell’Italia».
Grillo si rimette in camper, raggiunge piazza dei Signori a Vicenza, strapiena.
Gli passano un sondaggio di Confartigianato: almeno 1 artigiano su 5 (il 22,5%) è pronto a votare M5S. Il dato rispecchia il trend attuale di Grillo in Veneto, superiore alla media nazionale indicata dai sondaggi prima del black out imposto dalla legge.
Chi lo vota? Ex leghisti, soprattutto.
Gente che, un po’ per disperazione e un po’ per rabbia, tra pressione fiscale montante e federalismo andato a farsi benedire, ora si identifica con il «leghista degli albori».
È’ un vento difficile da fermare.
Ragiona Davide Zoggia, responsabile nazionale Pd per gli enti locali. «Il Veneto in passato ha sempre dato fiducia a forze che parlavano alla pancia, dopodichè siccome le promesse fatte sono state disattese, c’è da augurarsi che i cittadini non vogliano passare dalla padella della Lega alla brace di Grillo».
Nella regione dove il centrodestra viene da un 60% abbondante (regionali 2010), tutto è per aria e tutto può accadere.
«Voteremo Pd al Senato e Pdl alla Camera» ha promesso qualche giorno fa il consigliere regionale bossiano del Carroccio Santino Bozza, spiegando che non sarà l’unico in Lega a incrociare le spade con Tosi profittando del voto nazionale. Decisamente scocciato anche Gian Paolo Gobbo, sindaco di Treviso escluso a sopresa dall’elenco dei 14 candidati (Camera e Senato) consegnato a Verona dal segretario provinciale trevigiano Giorgio Granello.
Grillo, in tutto questo, ha messo la freccia ed è in corsia di sorpasso.
Gliene importa pochissimo se tra una tappa veneta e l’altra dello Tsunami tour abbiano provato a smontare la sua presunta «diversità » dai politici «facce da c…». «Le liste del M5S sono piene di parenti e riciclati – attacca Piero Ruzzante, segretario padovano dei democratici – .
Un esempio su tutti: il capolista al Senato in Veneto, Enrico Cappelletti, si era già presentato con la Lega nel ’96 e nel ’98, altro che nuovo…».
Una parentopoli a 5 stelle con «mariti di, mogli di, sorelle, fratelli, morose»? Grillo se ne è fatto un baffo.
C’era anche la storia dell’assessore di Mira licenziata in bianco dal sindaco perchè stava per diventare mamma: ma pure quella non sembra avere scalfito lo smalto dell’ex comico, il quale, a questo punto appare chiaro, deve avere puntato proprio sul Veneto e sul ventre molle della Liga per provare a ribaltare gli assetti politici del Nord.
«Per amministrare non basta dire “tutti a casa”». Alessandra Moretti, vicesindaco di Vicenza candidata alla Camera per il Pd, lo ripete allo sfinimento. «Abbiamo fatto un’iniziativa in ognuno dei 581 Comuni della Regione, lo abbiamo spiegato ai cittadini».
Sotto il cielo del Nord-Est gli ultimi anni sono filati via tra propaganda e illusioni, tra quote latte (le multe ammontano a 4,5 miliardi e una buona parte sono piovute qui) e imprenditori strozzati dalla crisi e dai debiti che alla fine hanno deciso di togliersi la vita.
Adesso, in un clima di incertezza o di catastrofe, girano sapide battute.
Una la confeziona il leghista che ha pronosticato il «quarantotto » post elettorale interno alla Lega.
«Un culo una sedia». Il riferimento, non molto elegante, è alla scelta del partito e quindi del candidato Maroni di puntare tutto sulla Lombardia.
«Qui ci hanno lasciato soli. Martedì si accorgeranno che hanno sbagliato di grosso».
Paolo Berizzi
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE EVOCA “I BROGLI DEL 2006” MA PISANU LO GELA: “FANDONIE DI UN BUGIARDO INCALLITO E ALTERATO”… DATE PER PERSE CAMPANIA E LAZIO, IN BILICO LA SICILIA E AMBROSOLI HA RAGGIUNTO MARONI
Adesso è panico da sorpasso. Gli dà del «fenomeno da baraccone», del «cattivissimo nell’intimo»,
perfino del «pericolo per la democrazia», in ultimo del capo di «una banda di scatenati che balcanizzerà il Parlamento».
Ma se Silvio Berlusconi alza ancor più il tiro contro il leader del M5s è perchè sul Pdl aleggia da 24 ore lo spettro di un clamoroso testacoda proprio a beneficio di Beppe Grillo.
«È lì a un’incollatura e se quello continua a crescere è una rovina» confida più di un dirigente dal quartier generale di via dell’Umiltà .
Chi è rimasto fuori o sa di non potercela fare si prepara già alla resa dei conti dal 26 febbraio. «Li abbiamo raggiunti, anzi superati » è l’annuncio del Cavaliere per galvanizzare il migliaio e passa che affolla la Fiera di Milano, ad apertura delle ormai consuete due ore di comizio, sempre più in stile Fidel Castro.
La realtà degli ultimi report e sondaggi sulle regioni chiave alimenta sospetti e paure, nel dietro le quinte delle kermesse.
Occhio alle battaglie regionali per il Senato.
La Campania del «disimpegnato» Nicola Cosentino, viene data per persa.
Stesso discorso per il Lazio, dove l’emorragia di ex An peserebbe più del previsto.
A sorpresa, diventa in bilico la Sicilia in cui tutti i dirigenti locali del Grande Sud hanno lasciato Miccichè per sposare la lista del governatore Crocetta.
Mentre il vantaggio di Maroni in Lombardia si sarebbe assottigliato fin quasi ad azzerarsi nell’ultima settimana.
E in tutte le piazze chiave, l’esodo di indecisi e scontenti si registra a beneficio di Grillo e della sua lista.
«Non ho paura di lui, non va in tv perchè affiorerebbe la sua cattiveria: affidargli lo Stato sarebbe come dare un computer a un bambino di tre anni» lo attacca Berlusconi da ogni tribuna. E i toni del suo rush finale si impenneranno fino alla puntata finale di venerdì da Napoli.
La giornata di ieri si apre con breve passaggio al San Raffaele per una congiuntivite emorragica, come rivela lo stesso leader Pdl giustificando il ritardo a Monza.
Al comizio serale invece un contestatore isolato viene allontanato e minacciato dai militanti. «È il solito juventino», apostrofa il leader dal microfono, prima di sdrammatizzare: «Guarda che ti scateno contro la Santanchè e la Ravetto».
Finchè non scoppia il parapiglia anche tra gli stessi supporter berlusconiani.
È il comizio che segnerà anche la pace fatta tra il capo e Maroni dopo dieci ore di gelo.
In mattinata Berlusconi dalla Confindustria di Monza aveva avvertito: «Se la Lega ci crea problemi al governo, possiamo sempre far cadere la giunta delle tre regioni» dove governano. Minaccia non nuova, ma capace di far saltare il tavolo alla vigilia della decisiva sfida lombarda. Alle 18.30 i due si abbracceranno sul palco della Fiera di Milano, per la prima e unica uscita insieme. «Il mio presidente preferito e non solo del Milan» dice Maroni.
E Berlusconi: «La Lega sarà un solido e leale alleato».
Poi il Cavaliere torna alla carica contro «il centrino di Monti, ormai sotto il 10 per cento, se noi cialtroni, loro dilettanti al governo ».
Ma quando invita i suoi a «non farsi infinocchiare come nel 2006», rievocando «i brogli della sinistra» e quella notte in cui «Pisanu mi raggiunse con champagne per brindare alla vittoria» poi dileguata, deve incassare la pesante replica del presidente dell’Antimafia: «Solo un bugiardo, incallito e alterato può dire tali fandonie sulla notte degli scrutini del 2006. Tutto si svolse con assoluta regolarità come stabilirono le commissioni elettorali».
Anzi, l’ex capo del Vininale rincara e lo mette in guardia: «Quella notte e nei giorni successivi, il ministro dell’Interno fece fino in fondo il suo dovere per evitare che i risultati fossero messi in discussione. Se Berlusconi vuole che gli rinfreschi la memoria sono pronto a farlo».
Carmelo Lopapa
(da “La Repuibblica”)
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