Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO: LE NUMEROSE ZONE D’OMBRA E CONTRADDIZIONI DELLA ESPONENTE RADICALE DI CUI SI PARLA PER IL QUIRINALE
Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo.
Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna.
A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d’ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda.
Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini, il quale — diversamente da me — la ritiene il presidente della Repubblica ideale.
E, per nobilitarla e dipingerla come antropoligicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero).
Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino.
Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea.
I suoi amici la raffigurano come un’outsider estranea all’establishment.
Che però non è d’accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata.
Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al ’96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine.
Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio… apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l’alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano).
Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica.
Un po’ tardi, a mio modesto avviso.
Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d’interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino.
Forse perchè, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell’idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun’altra democrazia.
La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all’arresto di Cosentino perchè “siamo contro l’immunità parlamentare, però esiste”.
Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000).
E alla lettura dell’inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal ’90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel ’92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po’ orientate perchè poi se n’è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99).
Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.
Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione.
Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B.
Una cronista le chiede il perchè, e lei risponde che non c’è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse).
C’è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al ’99 su nomina di B., quando, insieme a battaglie sacrosante, la Bonino sponsorizza i cibi Ogm senza etichettatura.
E soprattutto sostiene l’insensata sospensione degli aiuti all’Afghanistan, dopo una sfortunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perchè i suoi collaboratori fotografano e filmano il volto delle donne, in barba alla legge islamica.
Durante la guerra in Afghanistan — da lei appoggiata come quelle nell’ex Jugoslavia e in Iraq (“Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) — la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti proposta dall’Ulivo per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (“servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi”, Ansa 2-11-2001).
Nel 2007, poi, durante il sequestro Mastrogiacomo, non trova di meglio che prendersela con Gino Strada, accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l’umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione”, perchè “scientemente o incoscientemente — che sarebbe ancora peggio — finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori.
Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui.
Nell’illusione di tirare lui le fila, finisce che il burattinaio non è lui” (Ansa, 9.4.2007).
A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell’archivio Ansa una parola della Bonino su Abu Ghraib e su Guantanamo.
Risultato: non pervenuta.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI NON ESCLUDE IL VOTO ANTICIPATO…E SPUNTA DE RITA PER IL COLLE, NELLA ROSA FORSE ANCHE BERSANI
«L’ultima cosa che voglio è ridurre l’Italia a un campo di battaglia. Per questo abbiamo deciso di
incontrarvi ».
È Pierluigi Bersani a rompere il ghiaccio con Berlusconi.
Quinto piano di Montecitorio, corridoi deserti e cronisti depistati da solerti commessi. Il segretario del Pd e il leader del Pdl — dopo un mese di trattative fra gli sherpa — finalmente si affrontano faccia a faccia.
Si incontrano nell’ufficio del presidente della commissione Trasporti (che ancora manca del titolare), ai due lati di un grande tavolo rettangolare.
Accanto a loro soltanto Enrico Letta e Angelino Alfano.
Solo un rifornimento di bottigliette d’acqua li tradisce all’esterno.
Se in teoria è soltanto il Colle l’oggetto dell’incontro, il Cavaliere comunque ci prova. Vuole allargare subito la trattativa al governo, far sì che le due partite si fondano in una.
«C’è un paese che sta morendo – attacca Berlusconi –, qua sta andando tutto a rotoli, le televisioni ormai la pubblicità la regalano, il debito pubblico esplode: dovete capire che serve uno scatto di reni, un’assunzione comune di responsabilità per formare un governo forte e autorevole. Smettetela di correre dietro a quei pazzi che vi insultano ».
Un governo con ministri del Pd, del Pdl e di Scelta Civica, un esecutivo di larghe intese.
«Alt, fermiamoci un momento», Bersani non gli fa nemmeno terminare il discorso. «Non siamo qui per parlare del governo, c’è prima un presidente della Repubblica da eleggere. Sarà il nuovo capo dello Stato ad occuparsene, lasciamogli qualcosa da fare pure a lui no?».
La battuta ci sta e Berlusconi accetta di tornare al punto. «Quando l’ho fermato – racconterà più tardi ai suoi il segretario – non ho trovato resistenze. Mi ha quasi stupito».
Dunque «il metodo». Bersani e Letta insistono soprattutto su questo.
È il «metodo» della condivisione e ruota attorno a un cardine: sarà il centrosinistra ad offrire una rosa di personalità , con parità di genere, al Pdl e agli altri partiti. D
entro quella rosa si sceglie, comunque «insieme».
Non si parla di nomi, almeno non in maniera esplicita. Nemmeno in quel quarto d’ora finale quando Berlusconi e Bersani chiedono ai “numeri due” di uscire e restano da soli nella stanza.
Anche perchè nel Pd temono che l’ex premier sia un po’ troppo chiacchierone e vada a bruciare i candidati veri rendendoli pubblici.
Tanto più che tutti sospettano che la vera carta del leader del Pdl sia il voto anticipato a fine giugno.
Nel vertice Bersani e Letta si limitano quindi a parlare di caratteristiche, tracciando di fatto un identikit.
Il nuovo capo dello Stato dovrà avere «un’alta professionalità », e soprattutto «un’alta tenuta politica», nel senso che dovrà essere in grado di «gestire per sette anni una fase difficilissima per l’Italia».
Ma bisognerà anche esprimere un certo grado di «novità », come è stato fatto con i presidenti delle Camere. Berlusconi, forse per la prima volta, accetta di separare i due tavoli – Quirinale e governo – che fino a ieri pretendeva fossero uniti.
E per il Pd già questo è un buon risultato.
Quanto al «metodo», il Cavaliere non dice di no, resta sul vago: «Proveremo a verificare se quella che ci avete proposto è una strada percorribile».
L’idea di un presidente della Repubblica che conosca la difficile arte della politica gli appare in fondo come una garanzia.
In linea teorica il criterio della «novità », avanzato ieri dal Pd, escluderebbe tanti candidati che hanno ballato finora, anche se alla fine si ricade sempre su quelle figure: Giuliano Amato, Franco Marini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Emma Bonino, Piero Grasso.
Un outsider sarebbe Giuseppe De Rita, il presidente del Censis, mentre perde quota il Guardasigilli Paola Severino.
Anche se a Montecitorio ormai circola con insistenza uno scenario sorprendente: ci sarebbe persino il nome di Bersani nella rosa del Pd per il Quirinale.
Esaurito il discorso sul «metodo » e stoppato il tentativo di Berlusconi di affrontare il nodo del governo di larghe intese, in fondo l’incontro potrebbe chiudersi lì.
Ma quando si trovano faccia a faccia due nemici storici, è inevitabile che ci sia spazio anche per le battute, allora il colore diventa sostanza.
Alfano racconterà ai dirigenti del Pdl che «alla fine il rapporto personale si è rafforzato».
Un Berlusconi talmente avvolgente che nel Pd circolava ieri sera una battuta: «Altri due colloqui così e Berlusconi ci invita tutti nella sala del bunga-bunga».
In effetti il Cavaliere le prova tutte. Parla del Milan, per conquistare il rossonero Letta, ma anche della “fidanzatina» Francesca Pascale: «È giovane, è bella, è solare. Mi ha fatto cambiare vita».
Berlusconi fa Berlusconi.
All’uscita saluta e ringrazia i commessi, «a cominciare dalle ragazze ».
Poi incontra in un corridoio un’addetta alle pulizie che spinge il suo carrello pieno di bidoni e di scope. Le chiede il nome e le stringe la mano.
«È già in campagna elettorale», sorride chi osserva la scenetta.
Francesco Bei e Goffredo de Marchis
(da “la Repubblica”)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“PUNIRE PER EDUCARE, MA NON MI FERMANO”… LA MANCATA NOMINA DEL SINDACO DI FIRENZE TRA I “GRANDI ELETTORI” EVIDENZIA COME, PER LA MAGGIORANZA DELLA DIRIGENZA DEL PD TOSCANO, EGLI SIA CONSIDERATO UN CORPO ESTRANEO AL PARTITO
«Complimenti, che devo dire? Bersani e Franceschini sono stati bravissimi. Hanno voluto darmi un segnale. Del genere: punirli per educarli. Ma tanto io il bravo non lo faccio. Non-lo-faccio. Hanno fatto un giochino da Prima Repubblica, con questa storia… E questo nome: Monaci. Peggio per loro, continueranno a perdere elettori».
Sono le 21 di sera.
Matteo Renzi si divide tra la delusione e la rabbia, mentre è in viaggio verso Pordenone, dove oggi sosterrà Deborah Serracchiani.
Ha appena lasciato Verona, dove a «Vinitaly» ha fatto un incontro pubblico con Flavio Tosi.
E proprio lì, su quel palco, alle 18 e 40, ha ricevuto la notizia: la sua esclusione dai grandi elettori del futuro presidente della Repubblica.
È stato un brutto colpo, anche perchè fino a ieri mattina sembrava cosa fatta.
Invece nel pomeriggio lo hanno tecnicamente «fatto fuori».
Dopo 10 ore di discussione il gruppo pd si è spaccato a metà : 10 hanno votato per Renzi (i suoi).
Ma 12 si sono schierati a favore di Alberto Monaci, il presidente dell’assemblea che, con quello della giunta, Enrico Rossi, era in pole position.
Monaci è anche l’esponente Pd «sfiorato» dallo scandalo Monte Paschi e dal «caso Ceccuzzi». Ecco perchè sempre Renzi, infuriato, a tarda sera si lascia andare a uno sfogo col Corriere: «Monaci sappiamo tutti, qui in Toscana, chi è. Viene da ridere. Scelgono uno che ha fatto quello che ha fatto. Avessero deciso per una persona autorevole, per una donna… A Bersani e Franceschini dico: se vogliono ridurmi all’ordine per comprarmi, niente da fare. Non ce la fanno. La verità è che non mi sopportano».
Ce l’avrebbe fatta, dice Renzi, senza i voti del Pd: «Bastava chiedessi a Udc e Idv… Però volevo essere eletto dal mio partito: preferisco perdere piuttosto che fare accordi. Ci tenevo, ma non devo fare questo lavoro qui nella vita…».
È la fine di una giornata che invece sembrava positiva.
Al suo arrivo, al «Vinitaly», il sindaco di Firenze è accolto da applausi da stadio: «Ahò Matteo, sei meglio di Balotelli».
Un consenso che quasi gli impedisce di camminare tra gli stand.
Ad accoglierlo sul palco, il patron di «Eataly» Oscar Farinetti, promotore del confronto con Flavio Tosi, che Renzi saluta con uno scherzoso «ciao compagno».
I due «leader del futuro» si osservano benevolmente.
Tosi gli lancia un assist: «Se le primarie del Pd avessero avuto un esito diverso, ci sarebbe stato ricambio e oggi avremmo un governo».
Il sindaco incassa l’applauso a occhi bassi. E quando prende la parola, il pubblico si attende che faccia Matteo Renzi. Lui li accontenta: «È vero, io non ho vinto le primarie… Le ha vinte Bersani. Però poi lui c’ha un piccolo problemino, che ha perso le elezioni. Che ho detto di male? Mettetevi d’accordo oppure si vota. So che Berlusconi e Bersani si stanno vedendo. Bene. Speriamo che si decidano. Mi hanno dato del qualunquista per aver detto di non fare i perditempo. Ok, non lo dico più. (Pausa). Ma loro possono smettere di perdere tempo?».
Alle 18 e 40 i microfoni vengono disturbati dal segnale di un cellulare acceso.
Renzi prende in mano l’iPhone. Messaggia. Gli hanno appena comunicato che è stato escluso dai grandi elettori. Finisce l’incontro.
Il Rottamatore fugge via. Ai suoi, che intanto lo chiamano infuriati, dirà : «Non fate cretinate. Non spacco il partito per questo. Io starò sempre a sinistra».
Ma intanto il segnale è arrivato.
E la giornata è rovinata.
Angela Frenda
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE TOSCANA BATTE 12 A 10 IL SINDACO DI FIRENZE DOPO UNA RIUNIONE DI 10 ORE
Non sarà Matteo Renzi uno dei tre delegati che dalla Toscana saranno inviati a Roma. 
Il gruppo del Pd del consiglio regionale dopo dieci ore di discussione con toni anche molto aspri si è spaccato a metà : 10 hanno votato per Renzi ma 12 si sono schierati a favore di Alberto Monaci, il presidente dell’assemblea che, insieme a quello della giunta, Enrico Rossi era l’esponente “titolato” a partecipare all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
La prassi vuole infatti che siano i due presidenti e un esponente della minoranza a formare la delegazione del consiglio regionale.
Ma per Renzi si stava discutendo da giorni la possibilità di fare un’eccezione e sarebbe stata l’unica rispetto a tutte le altre regioni d’Italia che in questi giorni hanno scelto i loro delegati.
La proposta, partita da Nicola Danti, era stata subito accolta con favore dal capogruppo del Pd in consiglio regionale Marco Ruggeri e dal segretario toscano Andrea Manciulli, neodeputato. Ma una corposa parte del gruppo si è messa contro: non piaceva l’idea di violare un patto istituzionale condiviso da tutte le Regioni per dare una visibilità particolare a Renzi.
E sembra che a Roma nè Franceschini nè Giacomelli gradissero la novità .
In Toscana il governatore Rossi si diceva favorevole a Renzi.
A patto che, aveva chiarito, “il gruppo lo votasse compattamente e che Renzi chiedesse al centrodestra di non indicare il suo nome sulla scheda”.
In più, il governatore aveva precisato che Monaci dovesse essere consultato prima di prendere la decisione.
Monaci è da qualche giorno in malattia, nessuno è riuscito a parlarci per telefono ma a metà pomeriggio è stato lui a farsi vivo con un sms dichiarandosi “disponibile ad andare a Roma”.
A quel punto le perplessità hanno preso il sopravvento e alla conta finale Renzi è andato sotto di due voti.
Andrà a Roma quindi Alberto Monaci, riconfermato alla guida dell’assemblea a metà mandato ma in rotta con gran parte del partito dopo la ribellione di Siena che portò alle dimissioni dell’ex sindaco Ceccuzzi per la mancata approvazione del bilancio comunale da parte di una pattuglia di monaciani.
E pensare che i gruppi dei Socialisti e dell’Italia dei Valori si erano già detti pronti a votare per Renzi.
Mauro Romanelli di Sel invece aveva chiesto che fosse indicata una donna.
Reagiscono male i renziani, a cui comunque il sindaco di Firenze chiede esplicitamente di attenersi alle indicazioni del gruppo del Pd domani in aula e di votare Rossi e Monaci.
Secondo Enzo Brogi la “bocciatura” di Renzi è “inversamente proporzionale alla grande maggioranza dei cittadini toscani”.
E da Roma il senatore Andrea Marcucci commenta così: “Il Pd della Toscana ha perso l’occasione, con la mancata indicazione di Renzi tra i grandi elettori, di essere sintonizzato con il proprio popolo. E’ stata fatta una scelta poco lungimirante che purtroppo privilegia la divisione e non l’unità , che guarda indietro e non avanti”.
Simona Poli
(da “La Repubblica“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
RIVOLUZIONARI ALL’AMATRICIANA TRA SFILATE, RISOLINI E “PRIMAVERA ARABA” PER L’LA STRANA OCCUPAZIONE “AUTORIZZATA”… SCILIPOTI E’ VIVO E MARCIA INSIEME A LORO, LA LOMBARDI SFILA IN PASSERELLA
Nel pieno rispetto delle regole — le loro — le truppe parlamentari di Grillo occupano le aule di Camera e Senato.
Le luci sono accese fino a mezzanotte, i commessi costretti agli straordinari (già pagati), i seguaci del comico leggono a turno, dando le spalle alla presidenza e agli scranni vuoti, gli articoli della Costituzione e il voluminoso regolamento parlamentare.
Diretta streaming, webcam fissa.
Sarebbe vietato ma da regole che, appunto, non sono le loro.
Mentre va in scena la presa di Montecitorio e Palazzo Madama, Grillo dirama, in una intervista gentilmente concessa al quotidiano gratuito Metro, il comunicato numero uno: «La demolizione è cominciata, non ci alleiamo con nessuno. Li manderemo tutti a casa».
Addirittura evoca la primavera araba: «In Egitto forse rimpiangono Mubarak, qua nessuno sta rimpiangendo Fini, Casini e nessuno rimpiangerà Bersani nè Berlusconi ».
I mercati internazionali stiano tranquilli: «Creeremo i presupposti per quegli investimenti che in Italia saranno fatti con trasparenza, onestà e professionalità ».
Il capo della primavera grillina è soddisfatto dei suoi. Li controlla in streaming.
Sono disciplinati, addirittura virtuosi: alle 22.08, i senatori interrompono l’occupazione dell’aula: «Evitiamo uno spreco di energia elettrica e mandiamo i commessi a casa».
Che sensibilità .
Però guardano tutto il giorno dall’alto al basso i colleghi degli altri partiti.
Solo loro sono onesti, puri, grandi lavoratori.
Gli altri svicolano pur di non fare le commissioni permanenti.
Ecco: è la questione delle commissioni ad aver scatenato la rivolta Cinque Stelle.
Ieri è arrivato il no della conferenza dei capigruppo all’istituzione delle commissioni prima che ci sia uno straccio di governo, prima che si sappia chi sta all’opposizione e chi è maggioranza. Grillo, lo stesso che butta fuori chiunque non la pensa come lui, grida al «golpe»: «Un golpe iniziato da anni, alla luce del sole per delegittimare e svuotare il Parlamento. L’Italia non è più una repubblica parlamentare ma una repubblica partitica».
Parlamento svuotato, delegittimato, dice. Ma da chi?
Forse proprio dai comportamenti di chi si sente al di sopra di tutti.
Fa forse bene al Senato la «seduta autogestita », organizzata dal fido Crimi?
Basta cliccare ed eccoli là , i senatori, in fila indiana a leggere la Carta e poi i regolamenti del Senato.
Fa loro compagnia Scilipoti.
Commento della Pd Pezzopane: «Dio li fa e li accoppia».
E non ha qualcosa di livido, di gelido, di cinico — nulla a che fare con il vecchio e appassionato ostruzionismo radicale — la petulante sequenza di interventi a Montecitorio in cui si mescola tutto: il tasso di onestà dei colleghi parlamentari, le stragi di Stato, i giudicie eroi, le lettere anonime al pm Di Matteo, il caso Caffaro, la Seveso di Brescia, il tristissimo episodio dei suicidi di Civitanova Marche, il buco del Montepaschi?
Il plotone di Montecitorio parla, si piace e si applaude da solo.
Quando si alza qualcuno del Pd o del Pdl, chissenefrega. E’ il momento della chiacchiera, di un twit, di Facebook o di una telefonata.
«Noi abbiamo voglia di lavorare », dice il Cinquestelle Barone. Noi: non voi.
Loro sanno tutto di mafia, di economia, di ambiente.
Loro salgono sul pullman quando il Capo li chiama senza nemmeno chiedere la destinazione. Tutti eccitati guardano l’ora, aspettano che la presidente Boldrini dichiari chiusa la seduta.
Fuori la piazza di Montecitorio è deserta, resa inaccessibile dalla polizia. Una trentina di simpatizzanti veglia sull’eroico gesto dei parlamentari. Presidio che si anima, nel pomeriggio, solo all’arrivo degli onorevoli Fico e Di Battista.
Dentro non possono andare nemmeno a fare pipì.
La capogruppo Lombardi, molto frivola nel suo abitino bianco e nero, twitta: «Sequestrati in aula. Se usciamo non ci fanno rientrare. Rimaniamo qui».
Invano Roberto Giachetti (Pd), che aveva a lungo digiunato per una nuova legge elettorale, le spiega la stonatura della protesta. Grillo ha ormai deciso per la “primavera araba”.
Alle dieci di sera giusto una frustatina «agli eletti in aula» da parte del conduttore della diretta: «Ridono troppo, sembra una scuola. E invece dovrebbe essere un momento solenne…».
Da Montecitorio arriva immediato l’atto di contrizione: «E’ vero ma adesso guarda giù. Là in fondo si sono formate spontaneamente le commissioni… ».
Spettacolo surreale.
L’avvocato Piero Longo, difensore del Berlusca, non se ne va subito, li sta a guardare seduto al suo banco: «Una curiosità tecnico-giuridica ».
Mentre il grillino Manlio Di Stefano scrive ai suoi amici di Facebook: «Vedo ancora nell’emiciclo Civati del Pd».
Occupazione che dovrebbe essere solenne come il momento.
Si arrabbia molto con i giornalisti Rocco Casalini, quello del Primo Grande Fratello», portavoce dei rivoltosi: «Solo a noi fate le pulci, se la protesta fosse di altri la trattereste in modo diverso». Stampa filo-casta, stampa da buttare.
Paolo Becchi, grillino, spiega a chi non è in grado di capire: «L’occupazione di Camera e Senato è una lotta di liberazione dal sistema».
Alessandra Longo
(da “La Repubblica“)
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