Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
LA FOLLA URLA “TRADITORI” E BERSANI E’ COSTRETTO A USCIRE DALLA PORTA DI SERVIZIO DEL TEATRO… MIGLIAIA DI MAIL E COMMENTI NEGATIVI SU FACEBOOK
A tarda sera la rabbia dei militanti del Pd si sfoga in piazza.
Teatro Capranica transennato dalla polizia, cartelli e slogan per contestare la candidatura di Franco Marini, grandi elettori democratici rinchiusi dentro a leccarsi le ferite.
L’ultimo fotogramma è quello del segretario Pierluigi Bersani che sceglie di andar via dall’uscita secondaria, mentre la folla urla “traditori, traditori”.
La frustrazione dei militanti fatica a rimanere negli argini per l’intera giornata. Basta raccontare la scena che si svolge a metà pomeriggio in Transatlantico.
Il deputato del Pd Guido Galperti, curvo sul suo I Pad, è nel bel mezzo di un’emergenza: «Ho già cancellato quattrocento mail, la casella è intasata. Chi scrive mi chiede di votare Rodotà ». Stessa sorte tocca a buona parte dei parlamentari democratici, che quasi impazziscono per svuotare caselle trafficatissime, vittime di mail bombing.
Un altro deputato dem, Giorgio Brandolin, tormenta gli occhiali da sole mentre ammette sconsolato: «Non è un problema di D’Alema, di Amato o di Marini. Il fatto è che molti elettori non vogliono l’accordo con Berlusconi. Pensi che ieri mi ha chiamato mio fratello per chiedermi: ma davvero vi accordate con il Cavaliere?».
La base del Partito democratico è una pentola a pressione.
Meglio Stefano Rodotà , ripetono ossessivamente.
Si attaccano al telefono e bombardano i parlamentari con mille chiamate, li martellano con sms e li marcano a uomo con infinite mail, respinte a stento da un filtro attivato dal gruppo.
E la Rete si scatena.
Ad aprire le danze è il disegnatore Sergio Staino: «Appello a Bersani – scrive su Twitter – facciamo i seri: o Prodi o Rodotà . Non fatemi “suicidare” Bobo un’altra volta».
Nessun valore statistico, ma certo è che i delusi del centrosinistra si mostrano sconfortati.
Come Gianluca, che si dichiara “ex iscritto e forse a breve ex votante Pd” e cinguetta così:
«Marini, Amato, D’Alema? No, Rodotà per non distruggere il Pd e unire il buono del Paese».
Da una parte c’è chi si iscrive al partito del giurista calabrese – «se il Pd dovesse votare Amato e non Rodotà non glielo perdonerò mai» – dall’altra chi contesta la rosa di nomi dem: «Mattarella, Amato, D’Alema. Siamo ancora in tempo per De Mita e Pomicino in nomination». È una pioggia incessante, un pressing asfissiante.
Molti sospettano che sia un’operazione organizzata. Tutti pregano di «non fare inciuci». O più ruvidamente, di «non fare stronzate».
Anche Facebook è una polveriera.
Sboccia immediato il gruppo “Marini o Rodotà ?” e si dà appuntamento per stamane a Montecitorio.
Sui profili non ufficiali di Fb che si richiamano al segretario Pd, infine, è quasi un coro unanime: «Per favore, Marini no!», «non vi insulto, ma sono incazzatissima », «così mettete su un piatto d’argento milioni di voti a Grillo».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
POI SI SCOPRE CHE E’ UN INGEGNERE DIPENDENTE DELLA PROVINCIA DI MILANO E SI OCCUPA DI LAVORI PUBBLICI
Ma come la pensano il Movimento 5 stelle e i suoi parlamentari sull’abolizione delle province? 
Giovedì 11 aprile, Camera dei deputati, la commissione speciale per gli atti del governo riprende le audizioni sul decreto legge per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione.
Comincia proprio l’Upi, l’Unione delle province italiane.
E quando si passa alle domande tocca al grillino Daniele Pesco: «Approfitto per dire che la posizione del Movimento 5 stelle non è assolutamente per tagliare le province in toto. Noi siamo per risparmiare sulla gestione delle province e quindi sulla classe politica perchè pensiamo che una riorganizzazione possa dare una forte contributo in termini di risparmio».
SORPRESA
La questione la conosce bene, Pesco.
Ingegnere edile di Monza, 40 anni fra poco, lavora alla Provincia di Milano dove si occupa di lavori pubblici.
E infatti entra nel merito del problema: «Come provincia di Milano I tagli ci sono stati, sono stati forti» e «la situazione è già abbastanza critica».
Un intervento che sorprende più di una persona visto che l’abolizione delle province è uno dei punti fondamentali del programma di Beppe Grillo, al primo posto del capitolo Stato e cittadini, ancor prima della cancellazione dei rimborsi elettorali tanto per capire.
RETTIFICA
Dopo un quarto d’ora, Pesco interviene di nuovo: «Devo rettificare — dice un po’ imbarazzato — forse le mie parole di prima sono state fraintese. La posizione del Movimento 5 stelle è ferma sull’abolizione delle province. Ho sbagliato».
Dalla registrazione disponibile sulla web tv della Camera si sente un po’ di brusio. «Siamo comunque certi che i servizi per i cittadini — aggiunge Pesco - debbano essere svolti da altri enti o comunque da altre entità . Grazie».
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI PROVA A TENERE INSIEME IL PARTITO ACCORDANDOSI CON BERLUSCONI
La montagna del Pd, alla fine, non partorisce il topolino Amato ma la Repubblica di San Marini, nel senso di Franco, non Francesco come il nuovo pontefice, pilastro ottantenne della nomenklatura di partito, fatta di postcomunisti e postdemocristiani.
A Montecitorio, l’annuncio arriva alle sette di sera, accompagnato dalla relativa Garanzia, con la maiuscola iniziale.
Bersani ha appena detto, dopo una faticosa e convulsa giornata di trattative, che “farà un nome secco” all’assemblea dei parlamentari democratici e i deputati presenti ancora alla Camera confermano: “Il nome è Marini e ha già incontrato Berlusconi”.
È questa, appunto, la Garanzia dell’inciucio edizione 2013.
Marini non solo è un trombato eccellente delle ultime elezioni politiche, cui si è presentato grazie a una deroga alla rottamazione, ma entra Papa in conclave con ben 14 anni di ritardo, come ricorda un furibondo Matteo Renzi, che aveva lo aveva impallinato con una lettera a Repubblica.
Era il 1999 e Marini fece un patto con D’Alema: “Tu a Palazzo Chigi io al Quirinale”. Invece l’intesa non fu rispettata e al Colle ci finì Ciampi.
La soluzione Marini è l’ultimo rigurgito dell’oligarchia del Pd, l’epilogo di un ventennio gestito sempre dalle stesse facce. Bersani sfonda e tritura ogni senso del ridicolo quando alle venti, poco prima della riunione dei gruppi democrat al teatro Capranica di Roma, spiazza i cronisti: “Sarà una bella sorpresa”.
Suspence. Forse il nome di Marini è un depistaggio, la bella sorpresa non può essere lui. Invece no. È proprio così.
Il segretario sale sul podio e spiega ai parlamentari: “Siamo in mare mosso, insieme a una larga coesione servirà esperienza politica, capacità ed esperienza per questo avanzo la candidatura di Franco Marini. Sarà in grado di assicurare la convergenza delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra,ha un profilo per essere percepito con un tratto sociale e popolare. È personalità di esperienza con carattere per reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro, ed è persona limpida e generosa. Costruttore del centrosinistra”.
Tradotto vuol dire: Marini è il male minore per tentare di non spaccare il partito, con D’Alema e Amato sarebbe stato peggio.
È la vittoria degli ex dc come Beppe Fioroni.
Ma i fatidici mal di pancia non si fanno attendere, grazie ai social network. I primi a sparare sono Renzi e i renziani, che chiedono un voto interno su Marini.
Dice il sindaco di Firenze: “Preferisco Rodotà a Marini”. Anche i giovani turchi come Matteo Orfini non sono entusiasti della bella sorpresa che ha compiuto 80 anni il 9 aprile scorso e chiedono tempo: “Aggiorniamo la riunione”.
I prodiani sono furiosi come i renziani. Minaccia Sandra Zampa: “Non voterò mai Marini”. Figuriamoci i filogrillini come Pippo Civati, quasi tentato di non andare all’assemblea per protesta.
Dov’è il paravento dell’unità e della condivisione dietro cui Bersani nasconde il candidato Marini? Fuori il recinto del Pd non va tanto meglio.
Vendola di Sel, che ha lavorato tutto il giorno per Rodotà , fa sapere che deciderà stamattina.
La Lega di Maroni è possibilista ma ufficialmente voterà una propria parlamentare. Dubbi persino tra i centristi di Scelta Civica.
Tutti indizi, questi, che portano in una sola direzione: l’accordo di Bersani e della ritrovata nomenklatura del Pd, che aveva sopportato senza fiatare gli schiaffi di Grillo, con l’impresentabile Berlusconi.
Tra Bersani e il Cavaliere, tra voci di telefonate e incontri segreti tra i due, è rimbalzata una rosa di cinque nomi, di cui i primi tre veri candidati: Amato, D’Alema, Marini, Finocchiaro, Mattarella.
B. avrebbe preferito Amato o D’Alema ma di fronte al diktat bersaniano sulla sopravvivenza del Pd e sulla necessità di isolare Renzi (sponsor di Amato e in seconda battuta di D’Alema) ha accettato l’anziano ex leader della Cisl, con una lunga militanza nella Democrazia cristiana.
I due, Berlusconi e Marini, si sarebbero pure incontrati nella mattinata di ieri, presente anche Gianni Letta, abruzzese come il candidato del nuovo inciucio.
In serata, il capo del centrodestra spiega così la scelta ai parlamentari del Pdl: “Marini è una persona che conosciamo da tempo, non ha militato nelle nostre file, ma viene dal popolo, lo conosciamo da tanto tempo come segretario della Cisl, sindacato legato alla Dc. Sindacato capace e di buone autonomie. È stato presidente del Senato e con lui Schifani ha avuto degli ottimi rapporti”.
Berlusconi, però, ai suoi fa anche un avvertimento: “Attenzione, non è detto che vada bene tutto al primo voto”.
I sospetti sono concentrati sui franchi tiratori del centrosinistra che potrebbero sabotare l’intesa.
Qualcuno, tra Pd e Pdl, pronostica pure l’ipotesi di bruciare Marini per far salire il vero candidato dell’inciucio: Massimo D’Alema. Tutto da vedere.
Così come la seconda parte dell’intesa: cioè il tipo di governo che nascerà con Marini al Quirinale.
Bersani, in assemblea, ha negato un intreccio tra Colle e Palazzo Chigi, ma circolano già le varie formule di esecutivo.
La più gettonata è un governo di scopo, che duri da uno a due anni, magari guidato dallo stesso Bersani e senza un impegno diretto del Pdl nella compagine dei ministri. In ogni caso l’inciucio nasce oggi. Il resto verrà da sè.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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