Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
DAL CONTE MASCETTI A VALERIA MARINI: NEL SEGRETO DELL’URNA REGNANO IRONIA E BURLA
Nel segreto dell’urna regna l’ironia.
Così capita che una preferenza per il Quirinale la raccoglie anche un nome che più che provenire dalla società civile viene da quella cinematografica.
Peccato che non sia eleggibile, perchè «Raffello Mascetti» è un personaggio della fantasia di Mario Monicelli ed altri: è, per la precisione, il conte Lello impersonato da Ugo Tognazzi nella saga cinematografica di «Amici miei».
Si tratta del nobile decaduto che tutti ricordano per la celebre «supercazzola».
Chi sa che messaggio voleva lanciare l’anonimo grande elettore che ha infilato quel nome nell’urna.
Forse di protesta o di sbeffeggio.
Messaggio non molto diverso da quel grande elettore che ha votato sì Marini, ma Valeria l’attrice e show girl.
Poi c’è chi ha pensato che per sbrogliare l’attuale matassa politica serva uno storico, e così ha puntato su Franco Cardini.
C’è infine a chi doveva stare a cuore il tema del divorzio o forse non è un ammiratore del leader Pdl Silvio Berlusconi, così ha scritto sulla scheda il nome di Veronica Lario.
Insomma la fantasia del grande elettore non ha confini.
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
QUORUM 672… MARINI 521, RODOTA’ 243, CHIAMPARINO 41, PRODI 14 OLTRE 100 SCHEDE BIANCHE
Fumata nera. 
Franco Marini non raggiunge il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica.
Anzi.
Si ferma ben al di sotto: 520 voti contro i 672 richiesti.
Stefano Rodotà ha preso 243 voti, Sergio Chiamparino 41. 14 preferenze per Romano Prodi, seguito da Bonino, D’Alema, Napolitano e Finocchiaro.
RESA DEI CONTI NEL PD
La spaccatura nel Pd è ormai evidente. I renziani non hanno votato per l’ex leader della Cisl. Anche Vendola e i suoi si sono sfilati annunciando il voto per Rodotà , il candidato indicato dai 5 Stelle dopo le rinunce di Gabanelli e Gino Strada.
E adesso nel Pd c’è già chi invoca la resa dei conti su Bersani.
La linea del segretario è infatti stata bocciata sonoramente dalle Camere.
E ADESSO?
Un timido applauso è scattato nell’aula della Camera quando i voti in favore di Franco Marini hanno raggiunto il numero di 504: una cifra ben inferiore al quorum richiesto nelle prime tre votazioni (670), ma sufficiente dal quarto scrutinio in poi.
Il Pd tuttavia, visto anche l’ampio numero di voti mancanti a Marini, potrebbe valutare di cambiare “cavallo”.
Rispetto ai 750 voti preventivati, Franco Marini ne ha presi circa 250 in meno.
Colpa dei renziani, molti dei quali hanno puntato su Chiamparino.
Ma anche di un certo numero di esponenti Pd, del centrodestra e di Scelta Civica ai quali la candidatura dell’ex presidente del Senato risultava sgradita.
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
CON 436 PD, 232 PDL, 39 LEGA, 71 MONTIANI E 12 SPARSI, L’EX SINDACALISTA DOVREBBE RAGGIUNGERE I DUE TERZI DI VOTI NECESSARI… MA IERI BEN 111 PARLAMENTARI DEL CENTROSINISTRA NON ERANO D’ACCORDO, TRA CUI RENZIANI, SEL, SERRACCHIANI, MADIA, TABACCI, VERINI, MARINO E CROCETTA… I BADANTI PADAGNI E “SCELTA CINICA” VANNO SUBITO A SOSTEGNO DELL’INCIUCIO
È l’ora delle verità .
Le Camere sono riunite per votare il nuovo Presidente della Repubblica.
Dopo l’accordo tra Bersani, Berlusconi e Monti potrebbe quindi essere il giorno di Franco Marini al Quirinale. Ma pesa l’incognita franchi tiratori.
Il Pd è spaccato con Renzi che ha fatto sapere che non voterà per l’ex leader della Cisl. Anche Vendola e i suoi si sfilano: voteranno Rodotà , il candidato indicato dai 5 Stelle dopo le rinunce di Gabanelli e Gino Strada.
Da parte sua Marini, intervistato questa mattina fuori dalla sua abitazione, ha spiegato che «è una battaglia dura». «Spero si possa fare bene. Oggi – ha aggiunto l’ex leader Cisl – De Mita mi ha fatto una telefonata, mi ha fatto molto piacere. L’augurio è che il mio partito possa ritrovare una forte unità . Scissione? Ma quale scissione».
«Sono in corsa e me la gioco fino in fondo», ha confidato Marini agli amici abruzzesi (politici e non) sentiti al telefono nelle ultime ore.
IL PD SPACCATO
Alle 10 alla Camera è iniziato il primo scrutinio. Sarà decisivo? Chissà .
Non è detto infatti che il tentativo di eleggere Marini riesca. L’asticella è piazzata a quota 672 voti, e sul “lupo Dc” c’è già la fiera opposizione di Renzi, ribadita ieri sera con un piglio da capo-partito: «I nostri parlamentari», proprio così ha detto, «non lo voteranno, ve lo immaginate Marini al telefono con Obama? È un dispetto al Paese».
Specie tra le fila dei democratici ci si attende una folla di «franchi tiratori», qualcuno anche nel Pdl e tra i montiani.
Il conto è presto fatto. Il no della truppa di Matteo Renzi vale 51 voti, quello di Nichi Vendola altri 47.
«La spaccatura è determinata dalla candidatura di Franco Marini, uno nome rispettabile, tuttavia non è la personalità adeguata a interpretare il passaggio drammatico che abbiamo di fronte», ha spiegato il leader di Sel.
La relativa sorpresa di giornata è la Lega, che ha annunciato che alla prima votazione sceglierà Marini: sono altre 39 schede.
Sulla carta l’ex presidente del Senato dovrebbe invece contare su 790 voti: 436 del Pd, 232 di Pdl, 39 della Lega e 71 dei montiani, altri 12 sparsi del centrosinistra. Silvio Berlusconi è giunto a Montecitorio in ritardo saltando così le prime due chiamate per poi votare alla terza.
REBUS NUMERI
Che cosa accadrà in Aula non è così semplice da prevedere.
La lista di chi non scriverà «Franco Marini» nella scheda per il Quirinale è lunga.
Abbastanza lunga per dire che il quorum nelle prime tre votazioni, quelle che richiedono la maggioranza dei due terzi dei grandi elettori, non è per nulla sicuro.
Oggi Marini ha bisogno di almeno 672 voti su 1007.
Sulla carta fra deputati, senatori e rappresentanti degli enti locali – dovrebbe superare quota 700.
Ma il condizionale è d’obbligo, perchè orientarsi nel ginepraio dei distinguo, dei non detti, dei se e dei forse non è semplice.
Basti dire che l’assemblea serale del Pd si è chiusa con 222 sì, 90 no e 21 astensioni, e che al momento della conta mancavano 102 grandi elettori.
Hanno annunciato voto contrario i prodiani (almeno tre fra Camera e Senato), i veltroniani (una decina), i parlamentari vicini a Civati, un pezzo dei «giovani turchi».
Non voteranno per Marini Deborah Serracchiani e Marianna Madia, Bruno Tabacci, Walter Tocci e Walter Verini, il candidato sindaco di Roma Ignazio Marino.
Non voterà per l’ex leader della Cisl nemmeno il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta.
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
SESSANTA RENZIANI, MA NON SOLO: TRA I DEMOCRATICI SI ALLARGA IL DISSENSO
Non sono franchi, ma santi tiratori. 
I corpi immobili che ieri dondolavano nel Transatlantico in attesa di conoscere chi diavolo votare, su quale faccina mettere la croce, oggi trasformeranno la matita in freccia e inizieranno il tiro al bersaglio contro Franco Marini, vittima — forse inconsapevole — di una ribellione imprevedibile in queste dimensioni che forse lo trasformerà da annunciato Papa in cardinale.
Candidato di bandiera, bruciato e poi dimenticato. Forse.
Se la dissidenza nel Pd superasse i 54 grandi elettori (solo i renziani sono una sessantina) Marini non potrà essere eletto nei primi tre scrutini.
Non è tanto e non è solo Matteo Renzi, che pure conta nel Pd qualche grande elettore, ad aver innescato la più potente e schierata falange di contrari, di coloro che a viso aperto diranno no e no.
Sotto la cenere covava il sentimento e il risentimento, la voglia di rompere le righe e il desiderio di affermare una novità .
Che è anche questione anagrafica.
“Il Parlamento non è più quello che ricorda Bersani. Ho 47 anni e sono nella media dell’età , ma quando stamane ho incontrato un signore anziano (che poi ho riconosciuto come mio collega) mi è venuto da pensare a lui come a uno dello scorso secolo, di una storia passata e finita. In aula diremo tanti no, e li diremo ad alta voce. Io voterò Bonino”, annuncia Ivan Scalfarotto.
Ecco la conversione antropologica del franco tiratore, omino nascosto dietro la segretezza del voto, potente velato, tiratore per scelta cinica non per amor di patria.
Alle quattro del pomeriggio treni e aerei trasportano nella Capitale il primo battaglione di delegati regionali.
Alla Camera arriva un gruppo di pingui e attempate signore lucane, dalla Campania c’è il presidente Stefano Caldoro che attende.
Ecco il lombardo Maroni, fantuttone leghista: presiede la giunta e presiede il partito. Comanda di qua e di là come del resto aveva smentito: “Se vinco le regionali mi dimetto da segretario”. S’è visto.
Toh! Seduto sul divano Vladimiro Crisafulli, anziano portavoti siciliano, bruciato dalla sicura rielezione per un problema di presentabilità .
Il Pd l’ha candidato e poi rimosso. Un po’ simile a quel che aspetta Marini. Sarà sulla graticola per due giorni e poi?
I parlamentari sembrano tronchi d’albero buttati nella piena di un fiume. Vanno dove li porta la corrente.
“E dove?”, chiede la deputata Ferrante, già pubblico ministero, da due legislature rappresentante del Pd. E boh! “Io non so, si dice Marini. Certo Rodotà non lo voto. Neanche se mi tagliano tutt’e due le mani”, garantisce Marina Sereni.
Dipende sempre da dove ti metti nel Transatlantico per illustrare la scena.
Quelli laggiù, i berlusconiani, non fiateranno.
Ognuno farà quel che prescrive l’intesa. Il capo ha detto Marini, ed è piatto ottimo e abbondante.
Non è un caso che l’unico corpo monolitico sia la formazione, il Pdl, che si dice liberale, che è contraria agli intruppamenti.
È la realtà che sta rivoltando le basi dell’aritmetica, ed è un mistero come Bersani faccia fatica a coglierne il senso che oramai lo circonda. “Noi di Sel siamo per Rodotà . Punto. Solo un pazzo non comprende perchè le larghe intese debbano intendersi come un accordo con un trenta per cento della rappresentanza parlamentare lasciando senza intesa l’altro trenta. Io per esempio, voglio le larghe intese con il M5S”, spiega Nicopla Fratoianni, lato Vendola.
“Io Marini non lo voto”, statuisce con un tweet Edoardo Nesi, scrittore facente parte di Scelta civica, formazione di centro.
Tweet a cui ha aderito Andrea Romano, altro centrista. “Ma siamo pazzi? Ma è un sogno o un incubo questo nome?”, domanda incredulo Pippo Civati.
Tanti tiratori, di ogni colore e camicia. “I franchi tiratori hanno sempre salvato l’Italia”, dice Walter Tocci.
Renzi è un diluvio, attacca che è una meraviglia.
Dal Friuli la Deborah Serracchiani, che si gioca il voto regionale previsto per domenica, si dispera.
Rosy Bindi, persino lei, risulta imbambolata, inabile a fornire una logica, un senso compiuto alla scelta di Bersani: “Se Marini sarà il presidente delle larghe intese non sarà il mio presidente”.
L’impressione è che serviranno più notti del previsto, e più coltelli di quelli appena sfoderati.
L’elezione del Quirinale è, del resto, dentro la storica cornice dell’impallinamento. Tenete a portata di mano un pallottoliere, ci sarà da divertirsi.
Antonello Caporale
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE INVITA I SUOI A FARE QUADRATO SU MARINI: “MA PUO’ SUCCEDERE DI TUTTO”
«È Marini il nostro candidato. Anche nel passato si è dimostrato amico».
Silvio Berlusconi esordisce così e non è ammesso contraddittorio, all’assemblea dei parlamentari Pdl riuniti alla Camera dopo le 21.
Sta per chiudersi la giornata folle e concitata delle trattative ultime, dei faccia a faccia decisivi, del vortice di telefonate in cui crollano i muri e tutti parlano con tutti. Ma il Cavaliere sa che la partita è ad alto rischio, anzi di più: «Temo che Bersani non riesca a tenere compatto il Partito democratico su quel nome, non è detto ce la faccia e dopo, tutto può succedere», confida ai più stretti collaboratori a margine della riunione serale.
E il nome infatti vacilla sotto le picconate di renziani e vendoliani, proprio nei minuti in cui il leader Pdl sta parlando per il serrate la file dei suoi: «Votatelo compatti, scrivete Franco e non Francesco, voglio andare ad Udine e celebrare la vittoria» dice, perchè, in tutto questo, Berlusconi ha confermato per oggi pomeriggio la presenza alla kermesse elettorale per le regionali in Friuli.
In realtà , le ore che hanno preceduto la votazione di oggi non lasciano presagire nulla di buono, sul fronte pidiellino.
E il «dopo, tutto può succedere» di Berlusconi allude all’incubo personale del Cavaliere, all’approssimarsi dell’ombra di Prodi.
«Bisogna evitare di arrivare alla quarta votazione», insiste coi 97 deputati e 91 senatori.
E spiega: «Franco Marini viene dal popolo, non è di centrodestra, ma è una persona positiva e seria, si è dimostrata in passato super partes, come nel 2008 dopo la caduta del governo Prodi, e per noi non è una sconfitta».
Come dire, sarà più facile da spiegare ai suoi elettori.
Poi rianima le truppe: «Siamo sopra di cinque punti, i sondaggi dicono che si assottiglia il distacco personale tra me e Renzi », perchè il voto a breve resta il suo orizzonte, se l’operazione Quirinale salta e nessun governo di larghe intese prenderà forma.
I toni del resto sono sempre da battaglia, di nuovo contro la magistratura: «Le loro associazioni sono società segrete», affonda al cospetto dei parlamentari.
Per il momento, la carta Marini è disposto a giocarla.
Gran tessitore dell’operazione Gianni Letta, abruzzese come l’ex presidente del Senato, d’intesa con il nipote della trincea opposta, Enrico Letta.
Sembra che quando le auto blindate con a bordo Berlusconi e, appunto, Letta hanno lasciato Palazzo Grazioli poco prima delle 10 del mattino, abbiano raggiunto sia Giuliano Amato che dopo, a Palazzo Giustiniani, proprio Franco Marini.
Con loro il Cavaliere ha voluto parlare personalmente, prima di rientrare in residenza alle 13,30 con auto diverse da quelle consuete per depistare i giornalisti.
Ha voluto cogliere le sfumature, raccogliere le garanzie necessarie sul «governo di larghe intese», unico vero obiettivo.
Nei colloqui ripetuti, il segretario Pd aveva offerto al Cavaliere proprio una rosa di tre nomi: Amato, Marini e D’Alema. Dialogo a quanto pare non solo telefonico, se è vero – come raccontano alcune fonti – che un faccia a faccia segreto potrebbe esserci stato tra i due nella notte precedente o nelle prime ore del mattino, nonostante le smentite.
Berlusconi, di suo, aveva scelto Amato. «Ma la Lega non lo voterebbe mai – ha spiegato poi ai suoi – e nel Pd avrebbe più problemi di altri».
La scelta dunque cade sull’ex presidente del Senato. «Con lui avremo chance maggiori per dar vita a un governo coi nostri dentro » è la sua tesi.
«E anche sull’assalto dei magistrati sarebbe un interlocutore non ostile» continua nel vertice a oltranza andato avanti da ora di pranzo per ore con Alfano, Verdini, Schifani, Brunetta e pochi altri a Palazzo Grazioli.
L’ufficio di presidenza previsto al mattino era stato già annullato.
Quindi, il leader Pdl comunica il suo via libera a Bersani nel pomeriggio. I due concordano di tenere a rapporto i rispettivi gruppi parlamentari solo in serata, il più tardi possibile, alle 21, per evitare che il partito dei «franchi tiratori» si organizzi.
Ma nella notte quel partito si era già materializzato.
Anche il centrodestra d’altronde non sarà compatto su Marini.
Roberto Maroni in serata fa sapere che i 40 grandi elettori leghisti voteranno oggi Manuela Dal Lago.
«Il nostro no deciso a Prodi, Amato e Monti», è la linea.
Sebbene non vi siano grosse preclusioni personali sull’ex presidente del Senato. «Vedremo se la notte porterà consiglio» dicono dal Carroccio.
Marini non potrà contare nemmeno sui nove grandi elettori di Fratelli d’Italia di La Russa e Meloni.
Il Parlamento sarà un puzzle.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
SOLDI AL “SABATO” DI LIGUORI, MA LA CAMERA FERMO’ L’INCHIESTA… IL SINDACALISTA CON 14 VANI AI PARIOLI ACQUISTATI A 1 MILIONE DI EURO, UN TERZO DEL VALORE DI MERCATO
Correva l’anno 1995 quando il deputato Franco Marini, nella sua “qualità di ministro del lavoro e
della previdenza sociale pro tempore”, veniva accusato di concussione dal sostituto procuratore di Roma Pietro Giordano.
L’inchiesta era partita un po’ più a sud, a Napoli, dove s’indagava sulla tangentopoli partenopea e due giovani pm — Francesco Menditto e Vincenzo Piscitelli — iniziarono a occuparsi della Sme, il ramo agro-alimentare dell’Iri.
La Procura di Napoli trasmise a Roma la tranche che riguardava Marini: ex segretario della Cisl, democristiano molto vicino a Comunione e liberazione, il deputato nei primi anni Novanta era in forte ascesa, tanto da ricoprire il ruolo di ministro.
E infatti: il suo fascicolo fu trasmesso al Tribunale dei ministri, che poi chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere, che però la negò.
E il procedimento venne così archiviato.
L’accusa: aver dirottato soldi al settimanale d’area cattolica Il Sabato, all’epoca diretto da Paolo Liguori, in cambio d’una mano alla Sme che, in quel momento, doveva procedere a ben 365 prepensionamenti.
Ad accusarlo, uno degli uomini più potenti d’Italia, sin dalla Prima Repubblica: Giancarlo Elia Valori, in quegli anni presidente della Sme.
“Aveva riferito il Valori — si legge nella richiesta di autorizzazione a procedere — che, tra l’ottobre 1991 e il febbraio 1992, aveva più volte incontrato Marini, nelle trattative per ripartire fra le imprese le quote di prepensionamento”.
Il ministero guidato da Marini assegna alla Sme ben 365 prepensionamenti.
Secondo Valori, però, Marini “aveva chiesto un aiuto alla rivista Il Sabato” e così il presidente Sme contatta il direttore Paolo Liguori (la sua posizione fu poi archiviata, ndr) “assicurandogli che avrebbe erogato complessivamente 100 milioni di lire, sia per la pubblicità , sia per un contributo al meeting di Cl”.
Valori confermò la sua versione al Collegio del Tribunale dei ministri, spiegando che Marini “lo pregò di comprare pubblicità da Il Sabato, ed egli corrispose il contributo di 100 milioni di lire”.
Marini negò d’aver mai discusso con Valori dei prepensionamenti della Sme e ribaltò la ricostruzione, sostenendo che fu Valori, invece, a chiedergli “se fosse opportuno dare un aiuto a Il Sabato”.
Alla richiesta, Marini disse d’aver risposto: “Un contributo nei limiti del lecito”.
Il Collegio indagò ulteriormente, scoprendo che i prepensionamenti concessi al gruppo Sme ammontavano all’86 per cento, cifra superiore alla media delle altre imprese, che si fermavano al 56 per cento: “Questo elemento rivela l’intento di favorire” la Sme “rispetto alle altre società ”.
Il collegio per i reati ministeriali ritiene che la richiesta di procedere contro Marini “merita l’accoglimento”.
La Camera però negò la richiesta di autorizzazione a procedere e, di conseguenza, la posizione di Marini fu archiviata.
Lui proseguì la sua carriera fino a presiedere il Senato e ad acquistare dall’Inpdai una casa nel quartiere Parioli, in via Lima, al costo di un milione di euro: 14 vani che, secondo le stime dell’epoca, valevano circa 3 milioni: “Quelli dell’Agenzia del territorio — spiegò — quando hanno valutato l’appartamento, si sono resi conto che era un piano rialzato. E mi hanno fatto lo sconto”.
Dal piano rialzato al Colle più alto, con il consenso di Bersani e Berlusconi, in queste ore il passo sembrerebbe breve.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
LA FOLLA URLA “TRADITORI” E BERSANI E’ COSTRETTO A USCIRE DALLA PORTA DI SERVIZIO DEL TEATRO… MIGLIAIA DI MAIL E COMMENTI NEGATIVI SU FACEBOOK
A tarda sera la rabbia dei militanti del Pd si sfoga in piazza.
Teatro Capranica transennato dalla polizia, cartelli e slogan per contestare la candidatura di Franco Marini, grandi elettori democratici rinchiusi dentro a leccarsi le ferite.
L’ultimo fotogramma è quello del segretario Pierluigi Bersani che sceglie di andar via dall’uscita secondaria, mentre la folla urla “traditori, traditori”.
La frustrazione dei militanti fatica a rimanere negli argini per l’intera giornata. Basta raccontare la scena che si svolge a metà pomeriggio in Transatlantico.
Il deputato del Pd Guido Galperti, curvo sul suo I Pad, è nel bel mezzo di un’emergenza: «Ho già cancellato quattrocento mail, la casella è intasata. Chi scrive mi chiede di votare Rodotà ». Stessa sorte tocca a buona parte dei parlamentari democratici, che quasi impazziscono per svuotare caselle trafficatissime, vittime di mail bombing.
Un altro deputato dem, Giorgio Brandolin, tormenta gli occhiali da sole mentre ammette sconsolato: «Non è un problema di D’Alema, di Amato o di Marini. Il fatto è che molti elettori non vogliono l’accordo con Berlusconi. Pensi che ieri mi ha chiamato mio fratello per chiedermi: ma davvero vi accordate con il Cavaliere?».
La base del Partito democratico è una pentola a pressione.
Meglio Stefano Rodotà , ripetono ossessivamente.
Si attaccano al telefono e bombardano i parlamentari con mille chiamate, li martellano con sms e li marcano a uomo con infinite mail, respinte a stento da un filtro attivato dal gruppo.
E la Rete si scatena.
Ad aprire le danze è il disegnatore Sergio Staino: «Appello a Bersani – scrive su Twitter – facciamo i seri: o Prodi o Rodotà . Non fatemi “suicidare” Bobo un’altra volta».
Nessun valore statistico, ma certo è che i delusi del centrosinistra si mostrano sconfortati.
Come Gianluca, che si dichiara “ex iscritto e forse a breve ex votante Pd” e cinguetta così:
«Marini, Amato, D’Alema? No, Rodotà per non distruggere il Pd e unire il buono del Paese».
Da una parte c’è chi si iscrive al partito del giurista calabrese – «se il Pd dovesse votare Amato e non Rodotà non glielo perdonerò mai» – dall’altra chi contesta la rosa di nomi dem: «Mattarella, Amato, D’Alema. Siamo ancora in tempo per De Mita e Pomicino in nomination». È una pioggia incessante, un pressing asfissiante.
Molti sospettano che sia un’operazione organizzata. Tutti pregano di «non fare inciuci». O più ruvidamente, di «non fare stronzate».
Anche Facebook è una polveriera.
Sboccia immediato il gruppo “Marini o Rodotà ?” e si dà appuntamento per stamane a Montecitorio.
Sui profili non ufficiali di Fb che si richiamano al segretario Pd, infine, è quasi un coro unanime: «Per favore, Marini no!», «non vi insulto, ma sono incazzatissima », «così mettete su un piatto d’argento milioni di voti a Grillo».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
POI SI SCOPRE CHE E’ UN INGEGNERE DIPENDENTE DELLA PROVINCIA DI MILANO E SI OCCUPA DI LAVORI PUBBLICI
Ma come la pensano il Movimento 5 stelle e i suoi parlamentari sull’abolizione delle province? 
Giovedì 11 aprile, Camera dei deputati, la commissione speciale per gli atti del governo riprende le audizioni sul decreto legge per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione.
Comincia proprio l’Upi, l’Unione delle province italiane.
E quando si passa alle domande tocca al grillino Daniele Pesco: «Approfitto per dire che la posizione del Movimento 5 stelle non è assolutamente per tagliare le province in toto. Noi siamo per risparmiare sulla gestione delle province e quindi sulla classe politica perchè pensiamo che una riorganizzazione possa dare una forte contributo in termini di risparmio».
SORPRESA
La questione la conosce bene, Pesco.
Ingegnere edile di Monza, 40 anni fra poco, lavora alla Provincia di Milano dove si occupa di lavori pubblici.
E infatti entra nel merito del problema: «Come provincia di Milano I tagli ci sono stati, sono stati forti» e «la situazione è già abbastanza critica».
Un intervento che sorprende più di una persona visto che l’abolizione delle province è uno dei punti fondamentali del programma di Beppe Grillo, al primo posto del capitolo Stato e cittadini, ancor prima della cancellazione dei rimborsi elettorali tanto per capire.
RETTIFICA
Dopo un quarto d’ora, Pesco interviene di nuovo: «Devo rettificare — dice un po’ imbarazzato — forse le mie parole di prima sono state fraintese. La posizione del Movimento 5 stelle è ferma sull’abolizione delle province. Ho sbagliato».
Dalla registrazione disponibile sulla web tv della Camera si sente un po’ di brusio. «Siamo comunque certi che i servizi per i cittadini — aggiunge Pesco - debbano essere svolti da altri enti o comunque da altre entità . Grazie».
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI PROVA A TENERE INSIEME IL PARTITO ACCORDANDOSI CON BERLUSCONI
La montagna del Pd, alla fine, non partorisce il topolino Amato ma la Repubblica di San Marini, nel senso di Franco, non Francesco come il nuovo pontefice, pilastro ottantenne della nomenklatura di partito, fatta di postcomunisti e postdemocristiani.
A Montecitorio, l’annuncio arriva alle sette di sera, accompagnato dalla relativa Garanzia, con la maiuscola iniziale.
Bersani ha appena detto, dopo una faticosa e convulsa giornata di trattative, che “farà un nome secco” all’assemblea dei parlamentari democratici e i deputati presenti ancora alla Camera confermano: “Il nome è Marini e ha già incontrato Berlusconi”.
È questa, appunto, la Garanzia dell’inciucio edizione 2013.
Marini non solo è un trombato eccellente delle ultime elezioni politiche, cui si è presentato grazie a una deroga alla rottamazione, ma entra Papa in conclave con ben 14 anni di ritardo, come ricorda un furibondo Matteo Renzi, che aveva lo aveva impallinato con una lettera a Repubblica.
Era il 1999 e Marini fece un patto con D’Alema: “Tu a Palazzo Chigi io al Quirinale”. Invece l’intesa non fu rispettata e al Colle ci finì Ciampi.
La soluzione Marini è l’ultimo rigurgito dell’oligarchia del Pd, l’epilogo di un ventennio gestito sempre dalle stesse facce. Bersani sfonda e tritura ogni senso del ridicolo quando alle venti, poco prima della riunione dei gruppi democrat al teatro Capranica di Roma, spiazza i cronisti: “Sarà una bella sorpresa”.
Suspence. Forse il nome di Marini è un depistaggio, la bella sorpresa non può essere lui. Invece no. È proprio così.
Il segretario sale sul podio e spiega ai parlamentari: “Siamo in mare mosso, insieme a una larga coesione servirà esperienza politica, capacità ed esperienza per questo avanzo la candidatura di Franco Marini. Sarà in grado di assicurare la convergenza delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra,ha un profilo per essere percepito con un tratto sociale e popolare. È personalità di esperienza con carattere per reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro, ed è persona limpida e generosa. Costruttore del centrosinistra”.
Tradotto vuol dire: Marini è il male minore per tentare di non spaccare il partito, con D’Alema e Amato sarebbe stato peggio.
È la vittoria degli ex dc come Beppe Fioroni.
Ma i fatidici mal di pancia non si fanno attendere, grazie ai social network. I primi a sparare sono Renzi e i renziani, che chiedono un voto interno su Marini.
Dice il sindaco di Firenze: “Preferisco Rodotà a Marini”. Anche i giovani turchi come Matteo Orfini non sono entusiasti della bella sorpresa che ha compiuto 80 anni il 9 aprile scorso e chiedono tempo: “Aggiorniamo la riunione”.
I prodiani sono furiosi come i renziani. Minaccia Sandra Zampa: “Non voterò mai Marini”. Figuriamoci i filogrillini come Pippo Civati, quasi tentato di non andare all’assemblea per protesta.
Dov’è il paravento dell’unità e della condivisione dietro cui Bersani nasconde il candidato Marini? Fuori il recinto del Pd non va tanto meglio.
Vendola di Sel, che ha lavorato tutto il giorno per Rodotà , fa sapere che deciderà stamattina.
La Lega di Maroni è possibilista ma ufficialmente voterà una propria parlamentare. Dubbi persino tra i centristi di Scelta Civica.
Tutti indizi, questi, che portano in una sola direzione: l’accordo di Bersani e della ritrovata nomenklatura del Pd, che aveva sopportato senza fiatare gli schiaffi di Grillo, con l’impresentabile Berlusconi.
Tra Bersani e il Cavaliere, tra voci di telefonate e incontri segreti tra i due, è rimbalzata una rosa di cinque nomi, di cui i primi tre veri candidati: Amato, D’Alema, Marini, Finocchiaro, Mattarella.
B. avrebbe preferito Amato o D’Alema ma di fronte al diktat bersaniano sulla sopravvivenza del Pd e sulla necessità di isolare Renzi (sponsor di Amato e in seconda battuta di D’Alema) ha accettato l’anziano ex leader della Cisl, con una lunga militanza nella Democrazia cristiana.
I due, Berlusconi e Marini, si sarebbero pure incontrati nella mattinata di ieri, presente anche Gianni Letta, abruzzese come il candidato del nuovo inciucio.
In serata, il capo del centrodestra spiega così la scelta ai parlamentari del Pdl: “Marini è una persona che conosciamo da tempo, non ha militato nelle nostre file, ma viene dal popolo, lo conosciamo da tanto tempo come segretario della Cisl, sindacato legato alla Dc. Sindacato capace e di buone autonomie. È stato presidente del Senato e con lui Schifani ha avuto degli ottimi rapporti”.
Berlusconi, però, ai suoi fa anche un avvertimento: “Attenzione, non è detto che vada bene tutto al primo voto”.
I sospetti sono concentrati sui franchi tiratori del centrosinistra che potrebbero sabotare l’intesa.
Qualcuno, tra Pd e Pdl, pronostica pure l’ipotesi di bruciare Marini per far salire il vero candidato dell’inciucio: Massimo D’Alema. Tutto da vedere.
Così come la seconda parte dell’intesa: cioè il tipo di governo che nascerà con Marini al Quirinale.
Bersani, in assemblea, ha negato un intreccio tra Colle e Palazzo Chigi, ma circolano già le varie formule di esecutivo.
La più gettonata è un governo di scopo, che duri da uno a due anni, magari guidato dallo stesso Bersani e senza un impegno diretto del Pdl nella compagine dei ministri. In ogni caso l’inciucio nasce oggi. Il resto verrà da sè.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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