Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO TANTE CHIACCHERE I CINQUESTELLE A TUTT’OGGI SI SONO RIDOTTI DEL 50% SOLO LO STIPENDIO BASE: INVECE DI 13.500 EURO NE PRENDONO POCO PIU’ DI 11.000: E’ QUESTA LA RIVOLUZIONE?
Roberto Cotti ha confessato di aver chiesto un prestito in banca. 
«Non sarei arrivato alla fine del mese…», ha spiegato a Un giorno da pecora su Radio2.
Ma un prestito va restituito, e se lo stipendio è davvero di 2.500 euro netti al mese, per il senatore grillino che difficilmente da Roma potrà continuare a mandare avanti la sua ditta «di servizi turistici» Sardegna Piccoli Eventi, i sacrifici sono destinati a continuare.
Almeno fino a quando Cotti, come gli altri suoi 161 colleghi, non avranno preso le misure alla famigerata «diaria».
Sono i 3.503 euro al mese che spettano ai parlamentari, oltre all’indennità , come rimborso delle spese di vitto e alloggio nella capitale.
Fino al 27 luglio del 2010 era di 4.003 euro.
Persino insufficienti, secondo qualcuno, a mettere al riparo gli onorevoli dalle tentazioni romane. Ricordate l’ex deputato dell’Udc Cosimo Mele?
Reduce da un festino a luci rosse e droga in un albergo di via Veneto si dimise dal partito, mentre il segretario udc Lorenzo Cesa avanzava una proposta scioccante: dare più soldi ai deputati per consentirgli di ospitare le mogli a Roma.
Già , la diaria. Quando la pronunciano, quella parola, è come se dovessero maneggiare nitroglicerina.
Perchè guai a dare l’impressione che si possa essere omologati ai parlamentari di altri partiti: anche se il problema dell’uso di quei soldi esiste, eccome.
Un mese fa la giornalista dell’Ansa Francesca Chiri aveva raccolto gli sfoghi di alcuni deputati grillini: «Nessuno vuole arricchirsi ma attenti, non possiamo neanche rimetterci. Non dobbiamo tornare a vivere come quando eravamo all’Università fuori sede…».
Sfoghi rigorosamente anonimi, e si capisce perchè
La linea è quella che arriva dal blog di Beppe Grillo, che due giorni fa ha spedito un missile terra-aria a Repubblica, giornale reo di aver titolato: «La retromarcia dei grillini: non bastano 2.500 euro. E Beppe: “Vanno bene seimila”».
Cioè la somma fra l’indennità e la diaria, appunto seimila euro. «Una balla gigantesca», per Grillo. Anche se poi l’Ansa pubblica il testo del codice sottoscritto dai cittadini dove c’è scritto: «L’indennità dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili (…) i parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui la diaria…».
La linea è quella di cui si fanno tramite diligenti i capigruppo Roberta Lombardi e Vito Crimi.
Il quale spiega in conferenza stampa: «Abbiamo deciso di rimandare la rendicontazione della diaria a quando avremo in mano le prime buste paga…».
Logico: come si fa a rendicontare prima ancora di sapere quanto si spende?
Ma non può non venire l’idea che tutto questo nasconda il terrore di essere sia pure soltanto sfiorati dal sospetto di essere sedotti dai vituperati privilegi.
Anche quando la faccenda assume contorni grotteschi.
Prova ne sia l’autodafè di Adriano Zaccagnini, pizzicato a mangiare al ristorante della Camera. «Ammetto il mio errore e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto che non ho pagato», è stata la sua confessione…
L’indennità , dunque, sarà dimezzata.
Ma gli eletti del Movimento 5 Stelle hanno deciso che rinunceranno anche alla liquidazione.
Per la diaria, invece, vedremo a fine mese.
Come per il contributo di 3.690 euro mensili che dovrebbe essere destinata ai collaboratori.
E per altre voci, quali il fondo per le bollette telefoniche (3.098 euro l’anno) e le spese di trasporto (fino a 3.995 euro ogni 3 mesi).
Non che non restino aperti altri interrogativi.
Per esempio, la diaria di chi vive a Roma? Per esempio, la pensione? Per esempio, i finanziamenti ai gruppi parlamentari?
Ai grillini di Camera e Senato toccherebbero 8.974.100 euro.
Soldi del finanziamento pubblico di cui il M5S vuole l’abolizione.
Impensabile che finiscano nelle casse grilline, o che a finanziare il Movimento siano gli stessi cittadini con parte delle proprie competenze, come fanno gli onorevoli di qualche partito.
Del resto, Grillo non ha sempre detto che «è possibile fare politica senza soldi pubblici» e comunque con pochissime risorse?
La campagna di finanziamento delle elezioni si intitolava: «Obiettivo un milione».
È arrivato molto meno: 571.645 euro, a ieri.
E anche lì, per il dettaglio delle spese, ancora ignoto, bisognerà attendere l’esito della «meticolosa rendicontazione» in atto.
Vero è che il seguitissimo sito di Beppe Grillo, e questo ha fatto storcere la bocca a qualche integralista, è zeppo di pubblicità .
C’è anche Cubovision, che fa capo a Telecom Italia, azienda in passato finita ripetutamente nel mirino del comico genovese.
L’ultima volta il 29 aprile del 2010, quando c’era già l’attuale gestione di Franco Bernabè. All’assemblea Grillo si presentò con un poco amichevole lutto al braccio: «Qui si celebra un funerale. Telecom è morta ma forse si possono espiantare degli organi. Sia venduta a Telefonica prima che la spolpino».
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“L’INDIRIZZO POLITICO SPETTA AL GOVERNO”
Su questa storia delle commissioni che non decollano, i grillini ne fanno una bandiera, ma gli addetti ai lavori la pensano in maniera diversa.
«Da un punto di vista teorico – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd – non si può confondere un sistema presidenziale da uno parlamentare. Nel primo si può ancora ricorrere alla tripartizione classica tra poteri Esecutivo, Legislativo e Giudiziario. Nel secondo, no. Con il voto di fiducia la maggioranza parlamentare si fonde indissolubilmente con il governo, cui spetta l’indirizzo politico».
Secondo Ceccanti nel nostro sistema non c’è alcuna separazione tra Esecutivo e Legislativo. «La maggioranza politica è l’asse in comune. E infatti è espressamente previsto che in alcune particolarissime commissioni, tipo quella di controllo sui servizi segreti, il presidente dev’essere di opposizione».
Per essere ancor più chiaro, il costituzionalista fa l’esempio delle leggi di spesa: compete al governo stabilire le forme della copertura finanziaria e di conseguenza non è affatto indifferente chi sia il presidente della commissione Bilancio di Camera e Senato.
«È naturale che la maggioranza voti il “proprio” presidente della commissione Bilancio, che opererà in stretto contatto con il governo. È inimmaginabile che il presidente di una commissione così importante, come anche quella degli Affari costituzionali, non sia della maggioranza. Ma se non si passa attraverso il voto di fiducia al governo, come si fa a definire chi è in maggioranza e chi all’opposizione? ».
La pensa esattamente come Ceccanti anche uno che è dalla parte opposta. Giuseppe Calderisi, ex parlamentare Pdl, grande esperto di norme parlamentari, dice di essere stupito di un dibattito «che è surreale: chi, come i grillini, dice che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, è tenuto almeno a leggerla e rispettarla. Non si può mica passare surrettiziamente da un sistema parlamentare a uno assembleare senza modificare la Costituzione. Anche i regolamenti parlamentari: troppo facile leggere solo alcuni articoli. Il nostro sistema è chiarissimo. Occorre un governo anche per fare le leggi».
Si ascolti anche Rocco Buttiglione, Udc, che ieri alla Camera ha improvvisato una piccola lezione ai giovani colleghi del M5S: «La nostra è una Costituzione parlamentare, non assembleare: parlamentare vuol dire che c’è un governo e che la responsabilità politica complessiva dell’indirizzo della legislazione tocca al governo».
A sentire i tecnici di area, insomma, di destra come di sinistra o di centro, non c’è modo di uscirne.
Con buona pace del professor Paolo Becchi, che spinge sull’acceleratore della protesta. «Occupare il parlamento e occupare la piazza per difendere la democrazia dall’ultimo colpo di coda della partitocrazia», era il suo slogan di ieri.
La partitocrazia, per stare alle parole di Grillo, è a un passo dal golpe? Becchi ne è convinto. «Il golpe lo sta facendo chi impedisce al Parlamento di lavorare».
Ma lo spirito movimentista del professor Becchi è agli antipodi della governabilità cara a Ceccanti.
«Se vogliamo uscire dal piano teorico e passare al pratico – dice il costituzionalista – ricordo che tra qualche giorno i parlamentari saranno impegnati mattina e sera per votare il nuovo Capo dello Stato. Subito dopo ci sarà l’insediamento al Quirinale e le nuove consultazioni. Nel giro di pochissimi giorni la situazione si chiarirà . Tutta questa retorica sul Parlamento che non lavora, insomma, è destinata a finire presto».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
LA SUA CANDIDATURA CONSIDERATA PIU’ BIPARTISAN DI ALTRE…. IN GARA ANCHE LA BOLDRINI
«È il momento del cambiamento e di una donna al Quirinale? Mah, i leader politici italiani dicono di
volere il cambiamento, dire è una cosa, volere davvero è un’altra… quella che temo prevalga è la volontà di sopravvivere nello stesso modo di sempre». Emma Bonino non molla mai, per carattere, però è realista.
Del resto, basta vedere com’è andata nell’assemblea dei deputati del Pd, ieri.
Una cronaca che merita di restare agli atti.
Bersani ha usato una formula un po’ contorta per dire che al Colle potrebbe andarci una donna.
Tra i requisiti del candidato — ha detto il segretario — ci sono «il profilo internazionale, la parità di genere…».
E qui, Beppe Fioroni (fan di Franco Marini) ha osservato prontamente se si stava per caso parlando di un ermafrodito, essendo la presidenza della Repubblica una carica monocratica…
Molti hanno riso, il toscano Antonello Giacomelli l’ha buttata in caciara. «Sì, si è allentata la tensione — giustifica Pippo Civati — comunque abbiamo pensato tutti che nella rosa dei nomi per il Colle proporremo delle donne e che una donna avrà buone chance».
I fatti si fermano qui.
I nomi di donna circolano. Innanzitutto è nato il comitato “Bonino presidente”, fondato tra gli altri dal costituzionalista Alessandro Pace, da Renzo Arbore, Anna Fendi.
Perchè Bonino — leader radicale, una donna che ha fatto la storia della modernità e dei diritti civili in Italia, europeista, ex commissario Ue alle emergenze umanitarie, ex vice presidente del Senato eletta nelle file del Pd — è la più gettonata.
Già lo fu nel 1999, però allora era popolare nella società e ignorata dalle forze politiche, tanto che le Camere riunite le regalarono una manciata di voti.
Questa volta qualcosa si muove.
Riccardo Nencini, il leader del Psi, che fa da ufficiale di collegamento con Bersani, l’ha incontrata ieri nella sede dei Radicali per dire che è lei il candidato per cui si batterà .
Si parla pure del ministro dell’Interno, ex prefetto, Annamaria Cancellieri.
Paola Severino, il Guardasigilli del governo Monti, avvocato, è della partita.
I Democratici segnalano una di loro, Anna Finocchiaro, ex presidente dei senatori, una salda cultura giuridica, stimata da molti nel Pdl e nella Lega.
Non è sfuggito che, proprio ieri, Bobo Maroni, il governatore lumbà rd, abbia parlato dell’idea di una donna al Colle.
È sembrato l’endorsement per Finocchiaro.
Il tam-tam sulla candidata donna rilancia pure Laura Boldrini, la neo eletta presidente della Camera, ex rappresentante Onu per i Rifugiati, amatissima a sinistra.
In ribasso le quotazioni di Rosy Bindi, la presidente del Pd, ritenuta troppo “divisiva”.
L’altra caratteristica del candidato per il Quirinale dovrà essere infatti la “condivisione” tra le forze politiche.
Per dirla con il vice segretario Pd, Enrico Letta, alla fine dell’incontro tra Bersani e Berlusconi, il prossimo presidente della Repubblica dovrà essere «di unità nazionale». Una donna che unisce? Qui c’è un malinteso da dissipare, e riguarda la “quota rosa”. Spiega sempre Bonino che l’universalismo della democrazia non prevede quote, nè etniche nè di genere.
Ma una democrazia che funziona, richiede cambiamenti, svolte per essere all’altezza delle sfide.
Forse che Obama è andato alla Casa Bianca perchè afroamericano?
Per i suoi sostenitori bipartisan, Bonino è la figura di cambiamento: laica, con una spiccata autonomia politica, una cultura istituzionale salda (il suo motto è quello di Jean Monnet “Gli uomini passano, le istituzioni restano”).
«Rappresenterà con dignità l’unità nazionale», scrive in un appello Pace.
Una persona «valorosa come Pertini», dice Arbore, se il patrimonio di esperienza politica, idealità , battaglie — inclusa la disobbedienza civile che l’ha portata in carcere — valgono qualcosa.
Per i suoi detrattori invece non è nuova, ha attraversato I e II Repubblica, ha 65 anni. Tenuto conto della media di 80 anni dei capi di Stato italiani, è però una giovincella. Soprattutto, ha appoggiato Forza Italia nel 1994: è l’accusa.
Bonino ne ha reso conto, e per il Pdl è la carta in più.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO: LE NUMEROSE ZONE D’OMBRA E CONTRADDIZIONI DELLA ESPONENTE RADICALE DI CUI SI PARLA PER IL QUIRINALE
Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo.
Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna.
A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d’ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda.
Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini, il quale — diversamente da me — la ritiene il presidente della Repubblica ideale.
E, per nobilitarla e dipingerla come antropoligicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero).
Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino.
Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea.
I suoi amici la raffigurano come un’outsider estranea all’establishment.
Che però non è d’accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata.
Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al ’96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine.
Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio… apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l’alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano).
Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica.
Un po’ tardi, a mio modesto avviso.
Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d’interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino.
Forse perchè, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell’idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun’altra democrazia.
La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all’arresto di Cosentino perchè “siamo contro l’immunità parlamentare, però esiste”.
Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000).
E alla lettura dell’inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal ’90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel ’92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po’ orientate perchè poi se n’è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99).
Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.
Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione.
Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B.
Una cronista le chiede il perchè, e lei risponde che non c’è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse).
C’è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al ’99 su nomina di B., quando, insieme a battaglie sacrosante, la Bonino sponsorizza i cibi Ogm senza etichettatura.
E soprattutto sostiene l’insensata sospensione degli aiuti all’Afghanistan, dopo una sfortunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perchè i suoi collaboratori fotografano e filmano il volto delle donne, in barba alla legge islamica.
Durante la guerra in Afghanistan — da lei appoggiata come quelle nell’ex Jugoslavia e in Iraq (“Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) — la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti proposta dall’Ulivo per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (“servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi”, Ansa 2-11-2001).
Nel 2007, poi, durante il sequestro Mastrogiacomo, non trova di meglio che prendersela con Gino Strada, accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l’umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione”, perchè “scientemente o incoscientemente — che sarebbe ancora peggio — finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori.
Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui.
Nell’illusione di tirare lui le fila, finisce che il burattinaio non è lui” (Ansa, 9.4.2007).
A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell’archivio Ansa una parola della Bonino su Abu Ghraib e su Guantanamo.
Risultato: non pervenuta.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI NON ESCLUDE IL VOTO ANTICIPATO…E SPUNTA DE RITA PER IL COLLE, NELLA ROSA FORSE ANCHE BERSANI
«L’ultima cosa che voglio è ridurre l’Italia a un campo di battaglia. Per questo abbiamo deciso di
incontrarvi ».
È Pierluigi Bersani a rompere il ghiaccio con Berlusconi.
Quinto piano di Montecitorio, corridoi deserti e cronisti depistati da solerti commessi. Il segretario del Pd e il leader del Pdl — dopo un mese di trattative fra gli sherpa — finalmente si affrontano faccia a faccia.
Si incontrano nell’ufficio del presidente della commissione Trasporti (che ancora manca del titolare), ai due lati di un grande tavolo rettangolare.
Accanto a loro soltanto Enrico Letta e Angelino Alfano.
Solo un rifornimento di bottigliette d’acqua li tradisce all’esterno.
Se in teoria è soltanto il Colle l’oggetto dell’incontro, il Cavaliere comunque ci prova. Vuole allargare subito la trattativa al governo, far sì che le due partite si fondano in una.
«C’è un paese che sta morendo – attacca Berlusconi –, qua sta andando tutto a rotoli, le televisioni ormai la pubblicità la regalano, il debito pubblico esplode: dovete capire che serve uno scatto di reni, un’assunzione comune di responsabilità per formare un governo forte e autorevole. Smettetela di correre dietro a quei pazzi che vi insultano ».
Un governo con ministri del Pd, del Pdl e di Scelta Civica, un esecutivo di larghe intese.
«Alt, fermiamoci un momento», Bersani non gli fa nemmeno terminare il discorso. «Non siamo qui per parlare del governo, c’è prima un presidente della Repubblica da eleggere. Sarà il nuovo capo dello Stato ad occuparsene, lasciamogli qualcosa da fare pure a lui no?».
La battuta ci sta e Berlusconi accetta di tornare al punto. «Quando l’ho fermato – racconterà più tardi ai suoi il segretario – non ho trovato resistenze. Mi ha quasi stupito».
Dunque «il metodo». Bersani e Letta insistono soprattutto su questo.
È il «metodo» della condivisione e ruota attorno a un cardine: sarà il centrosinistra ad offrire una rosa di personalità , con parità di genere, al Pdl e agli altri partiti. D
entro quella rosa si sceglie, comunque «insieme».
Non si parla di nomi, almeno non in maniera esplicita. Nemmeno in quel quarto d’ora finale quando Berlusconi e Bersani chiedono ai “numeri due” di uscire e restano da soli nella stanza.
Anche perchè nel Pd temono che l’ex premier sia un po’ troppo chiacchierone e vada a bruciare i candidati veri rendendoli pubblici.
Tanto più che tutti sospettano che la vera carta del leader del Pdl sia il voto anticipato a fine giugno.
Nel vertice Bersani e Letta si limitano quindi a parlare di caratteristiche, tracciando di fatto un identikit.
Il nuovo capo dello Stato dovrà avere «un’alta professionalità », e soprattutto «un’alta tenuta politica», nel senso che dovrà essere in grado di «gestire per sette anni una fase difficilissima per l’Italia».
Ma bisognerà anche esprimere un certo grado di «novità », come è stato fatto con i presidenti delle Camere. Berlusconi, forse per la prima volta, accetta di separare i due tavoli – Quirinale e governo – che fino a ieri pretendeva fossero uniti.
E per il Pd già questo è un buon risultato.
Quanto al «metodo», il Cavaliere non dice di no, resta sul vago: «Proveremo a verificare se quella che ci avete proposto è una strada percorribile».
L’idea di un presidente della Repubblica che conosca la difficile arte della politica gli appare in fondo come una garanzia.
In linea teorica il criterio della «novità », avanzato ieri dal Pd, escluderebbe tanti candidati che hanno ballato finora, anche se alla fine si ricade sempre su quelle figure: Giuliano Amato, Franco Marini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Emma Bonino, Piero Grasso.
Un outsider sarebbe Giuseppe De Rita, il presidente del Censis, mentre perde quota il Guardasigilli Paola Severino.
Anche se a Montecitorio ormai circola con insistenza uno scenario sorprendente: ci sarebbe persino il nome di Bersani nella rosa del Pd per il Quirinale.
Esaurito il discorso sul «metodo » e stoppato il tentativo di Berlusconi di affrontare il nodo del governo di larghe intese, in fondo l’incontro potrebbe chiudersi lì.
Ma quando si trovano faccia a faccia due nemici storici, è inevitabile che ci sia spazio anche per le battute, allora il colore diventa sostanza.
Alfano racconterà ai dirigenti del Pdl che «alla fine il rapporto personale si è rafforzato».
Un Berlusconi talmente avvolgente che nel Pd circolava ieri sera una battuta: «Altri due colloqui così e Berlusconi ci invita tutti nella sala del bunga-bunga».
In effetti il Cavaliere le prova tutte. Parla del Milan, per conquistare il rossonero Letta, ma anche della “fidanzatina» Francesca Pascale: «È giovane, è bella, è solare. Mi ha fatto cambiare vita».
Berlusconi fa Berlusconi.
All’uscita saluta e ringrazia i commessi, «a cominciare dalle ragazze ».
Poi incontra in un corridoio un’addetta alle pulizie che spinge il suo carrello pieno di bidoni e di scope. Le chiede il nome e le stringe la mano.
«È già in campagna elettorale», sorride chi osserva la scenetta.
Francesco Bei e Goffredo de Marchis
(da “la Repubblica”)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
“PUNIRE PER EDUCARE, MA NON MI FERMANO”… LA MANCATA NOMINA DEL SINDACO DI FIRENZE TRA I “GRANDI ELETTORI” EVIDENZIA COME, PER LA MAGGIORANZA DELLA DIRIGENZA DEL PD TOSCANO, EGLI SIA CONSIDERATO UN CORPO ESTRANEO AL PARTITO
«Complimenti, che devo dire? Bersani e Franceschini sono stati bravissimi. Hanno voluto darmi un segnale. Del genere: punirli per educarli. Ma tanto io il bravo non lo faccio. Non-lo-faccio. Hanno fatto un giochino da Prima Repubblica, con questa storia… E questo nome: Monaci. Peggio per loro, continueranno a perdere elettori».
Sono le 21 di sera.
Matteo Renzi si divide tra la delusione e la rabbia, mentre è in viaggio verso Pordenone, dove oggi sosterrà Deborah Serracchiani.
Ha appena lasciato Verona, dove a «Vinitaly» ha fatto un incontro pubblico con Flavio Tosi.
E proprio lì, su quel palco, alle 18 e 40, ha ricevuto la notizia: la sua esclusione dai grandi elettori del futuro presidente della Repubblica.
È stato un brutto colpo, anche perchè fino a ieri mattina sembrava cosa fatta.
Invece nel pomeriggio lo hanno tecnicamente «fatto fuori».
Dopo 10 ore di discussione il gruppo pd si è spaccato a metà : 10 hanno votato per Renzi (i suoi).
Ma 12 si sono schierati a favore di Alberto Monaci, il presidente dell’assemblea che, con quello della giunta, Enrico Rossi, era in pole position.
Monaci è anche l’esponente Pd «sfiorato» dallo scandalo Monte Paschi e dal «caso Ceccuzzi». Ecco perchè sempre Renzi, infuriato, a tarda sera si lascia andare a uno sfogo col Corriere: «Monaci sappiamo tutti, qui in Toscana, chi è. Viene da ridere. Scelgono uno che ha fatto quello che ha fatto. Avessero deciso per una persona autorevole, per una donna… A Bersani e Franceschini dico: se vogliono ridurmi all’ordine per comprarmi, niente da fare. Non ce la fanno. La verità è che non mi sopportano».
Ce l’avrebbe fatta, dice Renzi, senza i voti del Pd: «Bastava chiedessi a Udc e Idv… Però volevo essere eletto dal mio partito: preferisco perdere piuttosto che fare accordi. Ci tenevo, ma non devo fare questo lavoro qui nella vita…».
È la fine di una giornata che invece sembrava positiva.
Al suo arrivo, al «Vinitaly», il sindaco di Firenze è accolto da applausi da stadio: «Ahò Matteo, sei meglio di Balotelli».
Un consenso che quasi gli impedisce di camminare tra gli stand.
Ad accoglierlo sul palco, il patron di «Eataly» Oscar Farinetti, promotore del confronto con Flavio Tosi, che Renzi saluta con uno scherzoso «ciao compagno».
I due «leader del futuro» si osservano benevolmente.
Tosi gli lancia un assist: «Se le primarie del Pd avessero avuto un esito diverso, ci sarebbe stato ricambio e oggi avremmo un governo».
Il sindaco incassa l’applauso a occhi bassi. E quando prende la parola, il pubblico si attende che faccia Matteo Renzi. Lui li accontenta: «È vero, io non ho vinto le primarie… Le ha vinte Bersani. Però poi lui c’ha un piccolo problemino, che ha perso le elezioni. Che ho detto di male? Mettetevi d’accordo oppure si vota. So che Berlusconi e Bersani si stanno vedendo. Bene. Speriamo che si decidano. Mi hanno dato del qualunquista per aver detto di non fare i perditempo. Ok, non lo dico più. (Pausa). Ma loro possono smettere di perdere tempo?».
Alle 18 e 40 i microfoni vengono disturbati dal segnale di un cellulare acceso.
Renzi prende in mano l’iPhone. Messaggia. Gli hanno appena comunicato che è stato escluso dai grandi elettori. Finisce l’incontro.
Il Rottamatore fugge via. Ai suoi, che intanto lo chiamano infuriati, dirà : «Non fate cretinate. Non spacco il partito per questo. Io starò sempre a sinistra».
Ma intanto il segnale è arrivato.
E la giornata è rovinata.
Angela Frenda
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE TOSCANA BATTE 12 A 10 IL SINDACO DI FIRENZE DOPO UNA RIUNIONE DI 10 ORE
Non sarà Matteo Renzi uno dei tre delegati che dalla Toscana saranno inviati a Roma. 
Il gruppo del Pd del consiglio regionale dopo dieci ore di discussione con toni anche molto aspri si è spaccato a metà : 10 hanno votato per Renzi ma 12 si sono schierati a favore di Alberto Monaci, il presidente dell’assemblea che, insieme a quello della giunta, Enrico Rossi era l’esponente “titolato” a partecipare all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
La prassi vuole infatti che siano i due presidenti e un esponente della minoranza a formare la delegazione del consiglio regionale.
Ma per Renzi si stava discutendo da giorni la possibilità di fare un’eccezione e sarebbe stata l’unica rispetto a tutte le altre regioni d’Italia che in questi giorni hanno scelto i loro delegati.
La proposta, partita da Nicola Danti, era stata subito accolta con favore dal capogruppo del Pd in consiglio regionale Marco Ruggeri e dal segretario toscano Andrea Manciulli, neodeputato. Ma una corposa parte del gruppo si è messa contro: non piaceva l’idea di violare un patto istituzionale condiviso da tutte le Regioni per dare una visibilità particolare a Renzi.
E sembra che a Roma nè Franceschini nè Giacomelli gradissero la novità .
In Toscana il governatore Rossi si diceva favorevole a Renzi.
A patto che, aveva chiarito, “il gruppo lo votasse compattamente e che Renzi chiedesse al centrodestra di non indicare il suo nome sulla scheda”.
In più, il governatore aveva precisato che Monaci dovesse essere consultato prima di prendere la decisione.
Monaci è da qualche giorno in malattia, nessuno è riuscito a parlarci per telefono ma a metà pomeriggio è stato lui a farsi vivo con un sms dichiarandosi “disponibile ad andare a Roma”.
A quel punto le perplessità hanno preso il sopravvento e alla conta finale Renzi è andato sotto di due voti.
Andrà a Roma quindi Alberto Monaci, riconfermato alla guida dell’assemblea a metà mandato ma in rotta con gran parte del partito dopo la ribellione di Siena che portò alle dimissioni dell’ex sindaco Ceccuzzi per la mancata approvazione del bilancio comunale da parte di una pattuglia di monaciani.
E pensare che i gruppi dei Socialisti e dell’Italia dei Valori si erano già detti pronti a votare per Renzi.
Mauro Romanelli di Sel invece aveva chiesto che fosse indicata una donna.
Reagiscono male i renziani, a cui comunque il sindaco di Firenze chiede esplicitamente di attenersi alle indicazioni del gruppo del Pd domani in aula e di votare Rossi e Monaci.
Secondo Enzo Brogi la “bocciatura” di Renzi è “inversamente proporzionale alla grande maggioranza dei cittadini toscani”.
E da Roma il senatore Andrea Marcucci commenta così: “Il Pd della Toscana ha perso l’occasione, con la mancata indicazione di Renzi tra i grandi elettori, di essere sintonizzato con il proprio popolo. E’ stata fatta una scelta poco lungimirante che purtroppo privilegia la divisione e non l’unità , che guarda indietro e non avanti”.
Simona Poli
(da “La Repubblica“)
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Aprile 10th, 2013 Riccardo Fucile
RIVOLUZIONARI ALL’AMATRICIANA TRA SFILATE, RISOLINI E “PRIMAVERA ARABA” PER L’LA STRANA OCCUPAZIONE “AUTORIZZATA”… SCILIPOTI E’ VIVO E MARCIA INSIEME A LORO, LA LOMBARDI SFILA IN PASSERELLA
Nel pieno rispetto delle regole — le loro — le truppe parlamentari di Grillo occupano le aule di Camera e Senato.
Le luci sono accese fino a mezzanotte, i commessi costretti agli straordinari (già pagati), i seguaci del comico leggono a turno, dando le spalle alla presidenza e agli scranni vuoti, gli articoli della Costituzione e il voluminoso regolamento parlamentare.
Diretta streaming, webcam fissa.
Sarebbe vietato ma da regole che, appunto, non sono le loro.
Mentre va in scena la presa di Montecitorio e Palazzo Madama, Grillo dirama, in una intervista gentilmente concessa al quotidiano gratuito Metro, il comunicato numero uno: «La demolizione è cominciata, non ci alleiamo con nessuno. Li manderemo tutti a casa».
Addirittura evoca la primavera araba: «In Egitto forse rimpiangono Mubarak, qua nessuno sta rimpiangendo Fini, Casini e nessuno rimpiangerà Bersani nè Berlusconi ».
I mercati internazionali stiano tranquilli: «Creeremo i presupposti per quegli investimenti che in Italia saranno fatti con trasparenza, onestà e professionalità ».
Il capo della primavera grillina è soddisfatto dei suoi. Li controlla in streaming.
Sono disciplinati, addirittura virtuosi: alle 22.08, i senatori interrompono l’occupazione dell’aula: «Evitiamo uno spreco di energia elettrica e mandiamo i commessi a casa».
Che sensibilità .
Però guardano tutto il giorno dall’alto al basso i colleghi degli altri partiti.
Solo loro sono onesti, puri, grandi lavoratori.
Gli altri svicolano pur di non fare le commissioni permanenti.
Ecco: è la questione delle commissioni ad aver scatenato la rivolta Cinque Stelle.
Ieri è arrivato il no della conferenza dei capigruppo all’istituzione delle commissioni prima che ci sia uno straccio di governo, prima che si sappia chi sta all’opposizione e chi è maggioranza. Grillo, lo stesso che butta fuori chiunque non la pensa come lui, grida al «golpe»: «Un golpe iniziato da anni, alla luce del sole per delegittimare e svuotare il Parlamento. L’Italia non è più una repubblica parlamentare ma una repubblica partitica».
Parlamento svuotato, delegittimato, dice. Ma da chi?
Forse proprio dai comportamenti di chi si sente al di sopra di tutti.
Fa forse bene al Senato la «seduta autogestita », organizzata dal fido Crimi?
Basta cliccare ed eccoli là , i senatori, in fila indiana a leggere la Carta e poi i regolamenti del Senato.
Fa loro compagnia Scilipoti.
Commento della Pd Pezzopane: «Dio li fa e li accoppia».
E non ha qualcosa di livido, di gelido, di cinico — nulla a che fare con il vecchio e appassionato ostruzionismo radicale — la petulante sequenza di interventi a Montecitorio in cui si mescola tutto: il tasso di onestà dei colleghi parlamentari, le stragi di Stato, i giudicie eroi, le lettere anonime al pm Di Matteo, il caso Caffaro, la Seveso di Brescia, il tristissimo episodio dei suicidi di Civitanova Marche, il buco del Montepaschi?
Il plotone di Montecitorio parla, si piace e si applaude da solo.
Quando si alza qualcuno del Pd o del Pdl, chissenefrega. E’ il momento della chiacchiera, di un twit, di Facebook o di una telefonata.
«Noi abbiamo voglia di lavorare », dice il Cinquestelle Barone. Noi: non voi.
Loro sanno tutto di mafia, di economia, di ambiente.
Loro salgono sul pullman quando il Capo li chiama senza nemmeno chiedere la destinazione. Tutti eccitati guardano l’ora, aspettano che la presidente Boldrini dichiari chiusa la seduta.
Fuori la piazza di Montecitorio è deserta, resa inaccessibile dalla polizia. Una trentina di simpatizzanti veglia sull’eroico gesto dei parlamentari. Presidio che si anima, nel pomeriggio, solo all’arrivo degli onorevoli Fico e Di Battista.
Dentro non possono andare nemmeno a fare pipì.
La capogruppo Lombardi, molto frivola nel suo abitino bianco e nero, twitta: «Sequestrati in aula. Se usciamo non ci fanno rientrare. Rimaniamo qui».
Invano Roberto Giachetti (Pd), che aveva a lungo digiunato per una nuova legge elettorale, le spiega la stonatura della protesta. Grillo ha ormai deciso per la “primavera araba”.
Alle dieci di sera giusto una frustatina «agli eletti in aula» da parte del conduttore della diretta: «Ridono troppo, sembra una scuola. E invece dovrebbe essere un momento solenne…».
Da Montecitorio arriva immediato l’atto di contrizione: «E’ vero ma adesso guarda giù. Là in fondo si sono formate spontaneamente le commissioni… ».
Spettacolo surreale.
L’avvocato Piero Longo, difensore del Berlusca, non se ne va subito, li sta a guardare seduto al suo banco: «Una curiosità tecnico-giuridica ».
Mentre il grillino Manlio Di Stefano scrive ai suoi amici di Facebook: «Vedo ancora nell’emiciclo Civati del Pd».
Occupazione che dovrebbe essere solenne come il momento.
Si arrabbia molto con i giornalisti Rocco Casalini, quello del Primo Grande Fratello», portavoce dei rivoltosi: «Solo a noi fate le pulci, se la protesta fosse di altri la trattereste in modo diverso». Stampa filo-casta, stampa da buttare.
Paolo Becchi, grillino, spiega a chi non è in grado di capire: «L’occupazione di Camera e Senato è una lotta di liberazione dal sistema».
Alessandra Longo
(da “La Repubblica“)
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Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile
IN REGIONE TRE COMMISSIONI IN PIU’ RISPETTO AL PASSATO, PERSINO QUELLA PER I RAPPORTI CON LA SVIZZERA
A dispetto delle buone intenzioni sulla riduzione dei costi della politica, il primo atto ufficiale del
consiglio regionale dell’era di Roberto Maroni è l’istituzione di 12 commissioni consiliari.
Otto permanenti più quattro speciali, tre in più di quelle del lungo periodo di governo di Roberto Formigoni.
Con un aggravio dei costi di circa il dieci per cento.
Visto che fino all’approvazione della nuova legge che mette sullo stesso piano i compensi di presidenti, vicepresidenti e segretari delle commissioni, ognuna di queste cariche percepisce tra il 65 e il 75 per cento dell’indennità prevista per i parlamentari.
In aggiunta al normale stipendio di circa 8mila euro al mese.
Tra quelle speciali, oltre alla commissione Antimafia – la cui presidenza era stata offerta al centrosinistra ma che, salvo sorprese, sarà rifiutata dopo il no della maggioranza a concedere la guida del Bilancio a un esponente dell’opposizione – c’è anche la commissione per i Rapporti tra la Lombardia e il Canton Ticino.
Fortemente voluta da Maroni. In aggiunta alle commissioni sul Sistema carcerario e a quella sul riordino del sistema delle autonomie locali.
Una moltiplicazione di poltrone che pare abbia avuto origine dalla necessità di placare i tanti mal di pancia tra i consiglieri regionali di Pdl e Lega dopo l’esclusione dalla nuova giunta di Maroni, formata in parte da tecnici.
Alla Lega toccheranno le presidenze delle commissioni Sanità e Attività produttive e al Pdl il Bilancio.
Un primo segnale in controtendenza sui costi della politica dovrebbe arrivare invece dalla prima riunione del tavolo di lavoro tra giunta a consiglio.
Ne fanno parte tutti i capigruppo presenti in aula e l’assessore regionale al Bilancio, Massimo Garavaglia.
Nel frattempo il consiglio regionale sceglie con voto segreto i tre rappresentanti che parteciperanno all’elezione del nuovo presidente della Repubblica: due per la maggioranza e uno per l’opposizione. Le candidature sono già state decise.
Per il centrodestra Roberto Maroni e il presidente del consiglio regionale, Raffaele Cattaneo.
Per l’opposizione Umberto Ambrosoli, anche se gli esponenti del Movimento Cinque Stelle rivendicano la possibilità di mandare a Roma un loro rappresentante.
In ogni caso, «per tutelare la più ampia segretezza e la maggiore serenità del voto», il presidente ciellino Cattaneo ha deciso di far installare per l’occasione una vera e propria cabina elettorale.
È la prima volta che succede dall’istituzione della Regione. «Non abbiamo perso tempo – commenta soddisfatto Cattaneo – l’istituzione delle commissioni consentirà al consiglio di entrare nel vivo dei lavori, favorendone la piena operatività ».
Andrea Montanari
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