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PD, LA RIVOLTA DELLA BASE CONTRO IL DIALOGO CON IL PDL

Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile

SULWEB PIACE LA LINEA DURA DI BERSANI…VOLANO INSULTI AI POST-DEMOCRISTIANI

«Meglio la spaccatura del partito che l’inciucio con Berlusconi e Monti!», grida via facebook uno dei tantissimi estimatori della linea dura di Bersani: quel «no al governissimo» ribadito ieri con una lettera a Repubblica, che ha scatenato un’ondata di entusiasmo dei duri e puri.
E se ai falchi della rete, quelli di «accordi con nessuno, o si governa a mani libere o si torna al voto», si sommano le invettive contro i «vecchi democristiani di m…», spuntate come funghi dopo l’apertura di Franceschini al dialogo con Berlusconi, si capisce perchè siano in molti ormai a temere che si riaffacci lo spettro di una scissione.
«Mi aspettavo reazioni negative al governo di transizione col Pdl, ma non gli inviti ad andarsene via dal Pd a quelli che non vengono da una storia di sinistra», ragionava ieri con i suoi uomini lo stesso Franceschini.
Per la prima volta preoccupato per la tenuta del partito, che stavolta potrebbe rischiare una seria frattura.
Ed è facile immaginare che questi segnali di apprezzamento che escono dalla pancia di una sinistra desiderosa di non deporre le armi risultino graditi al segretario: che infatti, anche ad uso tattico, è tornato a mostrare la faccia dura.
La guerra delle piazze con Berlusconi però si tramuterà  in una manifestazione in solitaria che Bersani terrà  sabato in un teatro della periferia di Roma: senza il supporto di altri big che non apprezzano l’iniziativa, soprattutto quelli dell’area più moderata. Di colpo diventati molto scettici, grazie anche alle voci di un possibile accordo tra renziani e «giovani turchi» per «sparigliare» con un nome «nuovo» per il Quirinale, sulla possibilità  che si riesca a votare con un metodo di larga condivisione il prossimo capo dello Stato nella figura di Franco Marini; e ancor di più scettici, di conseguenza, che poi si riesca a formare un «governo del Presidente».
«Perchè è un’operazione talmente complessa che non la si fa senza l’appoggio del segretario», dicono i «trattativisti» del Pd.
Che adesso prevedono tempi cupi e scenari nefasti, come un rotolare verso le urne e una spaccatura del Pd, con la parte ex diessina che si ritroverebbe in una sorta di forza socialdemocratica e Renzi che darebbe vita ad una sua lista civica autonoma.
Non è passato inosservato che il segretario del Pd romano e quello di Sel evochino una lista «Roma Bene Comune» per la sfida del Campidoglio, senza il simbolo del Pd, «un altro segnale di accelerazione verso una saldatura della sinistra», dicono gli ex Dc. Convinti che vi siano spinte per tornare a uno schema in cui il Pd si divide in due, «una cosa al centro con dentro Renzi e un partito identitario a sinistra».
Bersani è consapevole che gli animi sono agitati e domani proverà  a sedarli nell’assemblea del gruppo della Camera, dove si parlerà  dei criteri per il Colle, ma si voterà  un pacchetto di nomine interne: quattro vicecapigruppo e tre segretari d’aula da ripartire tra franceschiniani, renziani, bindiani, fioroniani, veltroniani e «turchi».
E malgrado il tentativo di riportare la quiete tra le correnti, gli ex Ppi mettono in conto un ritorno delle lancette della storia indietro di una decina d’anni.
«Con il Pdl erano ad un passo dall’accordo e ora è più complicato, vogliono far saltare il Capo dello Stato condiviso da tutti. Se non si dà  alcun segnale di apertura è chiaro che è così», dice Beppe Fioroni.
«E se si ricade nella tentazione di trincee contrapposte, facendosi interdire il dialogo da Grillo e Casaleggio si rischia una china pericolosa…».

Carlo Bertini
(da “La Repubblica”)

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BERSANI GELATO DALL’USCITA DEL COLLE: “IO IL GOVERNO COL PD NON LO FARO’

Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile

META’ PD SPINGE VERSO SILVIO… D’ALEMA VA DA RENZI

L’ennesima incomprensione tra il Pd e Napolitano.
Quando il vertice Bersani-Berlusconi è ormai imminente, quando mancano solo dieci giorni alle votazioni per il nuovo capo dello Stato.
A Largo del Nazareno vivono con stupore l’uscita del presidente della Repubblica, la richiesta di «coraggio », il richiamo all’accordo politico che segnò la stagione della solidarietà  nazionale. «Allora uno governava, l’altro consentiva», si limita a commentare Bersani parlando con i suoi collaboratori.
Ossia, le parole dell’inquilino del Quirinale non si devono leggere in contrapposizione con la proposta del governo di cambiamento.
«L’accordo politico con Berlusconi si realizza nella Costituente per le riforme – spiegano dalla sede del Pd –. Che è qualcosa di più di una Bicamerale. I costi della politica, la riduzione del numero dei parlamentari, la stessa modifica della legge elettorale toccano direttamente i cittadini. Come dimostra il successo dei 5stelle».
Ma il discorso di Napolitano viene decrittato in maniera opposta dai sostenitori del piano B.
Da chi sta facendo pressioni sul segretario per arrivare a un’intesa “vera” con il Cavaliere. Anche rinunciando al suo tentativo, sostituendolo nel ruolo di candidato principale a Palazzo Chigi.
Quello del capo dello Stato si trasforma così in un assist per questa parte del Pd. «Tutti sappiamo che Napolitano era favorevole alle larghe intese», avrebbe confidato Dario Franceschini ai suoi fedelissimi ricordando il passaggio delle consultazioni.
Dunque, in questo senso bisogna leggere il suo invito.
Significa indicare una rotta diversa dalla “non sfiducia” che fu la formula di quel lontano 1976.
E dalla “non maggioranza” predicata da Bersani fin dal giorno successivo al voto. Insomma, all’incontro con il Cavaliere (che potrebbe avvenire senza troppa pubblicità  tra oggi e domani) occorre arrivare con una proposta davvero aperta.
Non solo con il no al governissimo, che in queste settimane è stato caldeggiato soltanto da Graziano Delrio e Matteo Renzi.
Si può trovare una via di mezzo per dare un esecutivo al Paese.
Abbandonando la minaccia di mettersi di traverso a governi di scopo o del Presidente.
Se questa è l’interpretazione che una fetta del Partito democratica può dare alle frasi di Napolitano non è certo un buon viatico per la difficile strada di Bersani, confermata nella lettera di ieri a Repubblica.
La partita adesso è quella sul Quirinale.
Deciderà  sia il nuovo capo dello Stato sia il governo del futuro.
Bersani la gioca guardando alle risposte del centrodestra, ma continuando a monitorare i movimenti nel fronte grillino. Non a caso il circolo dei suoi fedelissimi — Vasco Errani, Maurizio Migliavacca ed Enrico Letta — si è diviso i compiti.
Fra loro, c’è chi segue da vicino gli sviluppi della discussione all’interno dei 5stelle, pur sapendo che una maggioranza organica con i parlamentari del comico rimane impossibile.
Ma dietro al lavoro del segretario le manovre di altri dirigenti non sono più nemmeno tanto nascoste.
Un’eco si potrebbe sentire già  oggi nella riunione dei gruppi parlamentari.
Giovedì, invece, è praticamente sicuro un incontro a quattr’occhi tra Renzi e Massimo D’Alema, i due grandi nemici delle primarie.
“Rottamatore” e “rottamato” si annusano da una settimana.
L’ex premier sarà  a Firenze tra due giorni per un convegno e gli staff, a cominciare dall’ex vicesindaco Dario Nardella, preparano una visita di “cortesia” a Palazzo Vecchio.
Come se fosse un incontro istituzionale. Non sarà  così.
Sul tavolo ci sono gli assetti del Pd, la candidatura di Renzi, la nascita dell’esecutivo e l’atteggiamento dei 51 parlamentari renziani nelle votazioni per il Colle. D’Alema del resto rimane stabilmente nel toto- Quirinale.
È il momento perciò di siglare una tregua stabile con il sindaco di Firenze.
Senza il Pd non si può fare nulla, ripetono a Largo del Nazareno.
Ma se il Pd si presenta agli appuntamenti-chiave diviso, allora la posizione del segretario si indebolisce. Per i bersaniani l’assenza di un’alternativa è nei fatti, «verificata dallo stesso Napolitano nel suo giro di consultazioni».
Però se il partito ha cambiato posizione, non sarà  facile, anche per il nuovo presidente della Repubblica, non tentare una strada che eviti il ritorno alle urne a giugno.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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I GRILLINI SPARANO IN AULA I FUMOGENI DELL’OCCUPAZIONE SIMBOLICA PER FAR DIMENTICARE I CASINI INTERNI

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

IN REALTA’ LE COMMISSIONI NON POSSONO LAVORARE SENZA SAPERE CHI E’ MAGGIORANZA E CHI E’ OPPOSIZIONE E QUINDI FISSARE LE PRESIDENZE… I GRILLINI O NON L’HANNO ANCORA COMPRESO O VIVONO PRENDENDO PER IL CULO IL PROSSIMO

I “grillini” urlano al “golpe” perchè non vengono fatti partire i lavori delle Commissioni Parlamentari, ma non urlano al “golpe” anzi applaudono la scelta di Napolitano del tenere in vita, pienamente operativo perchè “mai sfiduciato” il Governo Monti, che insieme alla scelta dei “saggi” è totalmente anticostituzionale.
Ora sono pronti, i Cinquestelle, ad occupare il Parlamento se non si attivano le Commissioni. Ma le Commissioni, che possono essere tranquillamente composte anche da subito, non possono lavorare visto che, non sapendo chi sia maggioranza ed opposizione, non si possono determinante le Presidenze.
Inoltre ai Lavori delle Commissioni partecipa anche il “rappresentante del Governo” che può anche far modificare l’ordine dei lavori.
Quindi non serve a nulla costituire le Commissioni se poi non possono lavorare, finchè non si “sblocca” la questione governo e quindi non si determina chi è maggioranza e chi opposizione. Ma questo ai “grillino” sfugge… anzi ti dicono che non è vero, vivono in un “fake”.
Ma andiamo avanti: se mai venissero definite ora, le Commissioni, (quando non c’è un Governo e quindi con impossibilità  comunque di essere pienamente funzionanti), e quindi venissero scelte anche le Presidenze, nulla osta al fatto che chi ha più voti in Parlamento, ma non è maggioranza (perchè non c’è alcuna maggioranza di Governo!), prenda anche le cosiddette Commissioni di Controllo (quella sui Servizi e quella di Vigilanza Rai).
Se così succedesse, ed è normale che accada (spettano all’opposizione, ma visto che non c’è maggioranza e non c’è opposizione, può andare a chiunque), cosa farebbero i Cinquestelle? Urlerebbero al “golpe”, ovviamente.
Di campagna mediatica a campagna mediatica, da propaganda a propaganda, e le Commissioni, finchè non c’è un Governo con “fiducia” di questo Parlamento, non potrebbero produrre nulla, perchè manca quella “bazzecola” chiamato “potere esecutivo”.
Lo so, tanto non capiscono… ma io ci provo ugualmente.

Christian Abbondanza

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I RIMBORSI FOLLI DEI CONSIGLIERI REGIONALI DEL PIEMONTE: LE SPESE SOSPETTE SFIORANO IL MILIONE DI EURO

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

IN UNA NOTA SPESE PERSINO IL CAMBIO DELLE GOMME PER L’AUTO… PROBABILE L’INTERVENTO DELLA CORTE DEI CONTI

Poco meno di un milione di euro: a tanto potrebbero ammontare le spese sospette dei gruppi consiliari.
Dopo gli accertamenti della Guardia di Finanza, c’è anche chi in Regione ha incominciato a fare qualche conteggio, nell’eventualità  che prima o poi qualcuno chieda conto di quei pagamenti.
A conoscere i segreti di quelle spese sono proprio i consiglieri o i loro collaboratori.
Le cifre
Seguendo il modello delle contestazioni già  fatte dai pm Andrea Beconi e Enrica Gabetta con i primi quattro avvisi di garanzia per peculato, è facile immaginare una cifra vicina al milione di euro.
Gli investigatori del Nucleo di Polizia Tributaria, però, hanno fatto un lavoro più approfondito, come già  nella prima tranche dell’inchiesta.
Anche allora, i militari avevano evidenziato le spese palesemente illecite, separandole da quelle soltanto «sospette», che richiedono una più attenta valutazione da parte dei magistrati: un 15-20 per cento in più rispetto alle spese considerate illegali a prima vista. Così, la cifra arriverebbe a superare il milione.
E potrebbe lievitare ancora, se osservata con la lente della Corte dei Conti.
Alla magistratura contabile non serve una condanna penale per attribuire responsabilità  e quantificare il «danno erariale».
È sufficiente la «colpa grave», cioè un comportamento improntato a «negligenza massima» o ancora «un atteggiamento di estremo disinteresse nell’espletamento delle proprie funzioni».
Il meccanismo
La relazione di oltre 400 pagine della Finanza su dieci gruppi consiliari è stata appena consegnata in procura. I militari tacciono, lo stesso vale per i pm. Ma i consiglieri regionali e loro collaboratori conoscono bene il meccanismo.
Qualcuno ha assistito ai «rimborsi allegri», ma anche soltanto agli sprechi. Sovente, i soldi venivano utilizzati per organizzare eventi oppure trasferte di iscritti al partito di riferimento del gruppo consiliare, ma con incarichi in altre amministrazioni più «povere». Nessun problema, basta mungere «mamma Regione».
C’è anche chi racconta di bollette da migliaia di euro per smartphone di ultima generazione utilizzati all’estero senza disinserire la funzione di «roaming».
Tanto paga la Regione. Il collaboratore di un gruppo consiliare non ha ancora digerito i rimborsi ottenuti da un politico per il cambio degli pneumatici e per la revisione della propria auto.
Doppio binario
Qualcuno non ci sta, nell’anonimato rivendica la propria correttezza.
Assicura che in mezzo alle migliaia di documenti esaminati dalla Guardia di Finanza ci sono pure le ricevute di ristoranti, gli scontrini di bar con tanto di annotazione sul retro per spiegare tipo di manifestazione e numero di ospiti.
Massima trasparenza, che magari è finita nello stesso scatolone assieme a spese per cene di gruppo o trasferte in località  turistiche, senza uno straccio di ulteriore giustificativo. Eppure la massima trasparenza e assoluta opacità  hanno qualcosa in comune: la stessa firma in fondo all’autorizzazione al pagamento.
Già , perchè la legge affidava quel compito al capogruppo. Possibile che la differenza così palese delle richieste di rimborsi sia passata inosservata?
In una situazione del genere, sembra difficile riuscire a sostenere la buona fede.
La prassi
Nel tempo, la prassi ha dilatato le già  ampie maglie del sistema. La percezione dei confini tra lecito e illecito sono diventati sempre più difficile.
Certo, le serate al night, le sedute di solarium, i tosaerba e gli pneumatici per l’auto paiono al di là  di ogni possibile giustificazione.
Ma fino a qualche anno fa (e forse anche in tempi più recenti), c’erano abitudini consolidate assai distanti dal rigore sabaudo.
Come il «giro» di pizze ordinate a tarda sera quando le sedute consiliari andavano per le lunghe.
Secondo prassi consolidata, il conto veniva saldato dal gruppo con il maggior numero di consiglieri. O in alternativa, da un altro gruppo della maggioranza di governo.
L’appetito è trasversale, tutti erano d’accordo. Risultava una «spesa di funzionamento del gruppo consiliare».
Nella stessa categoria venivano fatte rientrare anche le cene (una decina di persone) in chiusura di Consiglio.
Ristoranti di livello, non troppo lontani da Palazzo Lascaris. Erano invitato anche i collaboratori, che magari si accontentavano di una pizza.
Qualche consigliere faceva lo stesso, altri approfittavano dell’occasione per concedersi filetto, gamberi e vini adeguati alle pietanze.
Sovente, in quelle tavolate sedevano anche i capigruppo, che dovevano approvare le spese dei colleghi. A pancia piena, è difficile negare una firma.
Party a spese pubbliche
Lo stesso vale per i «coffee break», in voga nelle riunioni di qualche gruppo consiliare. A metà  mattinata (o pomeriggio), spuntavano tavole attrezzate di tutto punto: dai croissant, ai panini, ai tramezzini, alle bevande .
Aneddoto nell’aneddoto, per qualche tempo a rifornire i politici era un bar vicino a Palazzo Lascaris.
Faceva persino sconti sul prezzo di bibite e panini. Poi, qualcuno ha deciso di cambiare fornitore, scegliendo un locale alla moda. E prezzi raddoppiati. Tanto, era a spese della Regione.
In mezzo a tanti esempi di gestione «allegra», a qualcuno è rimasto impresso anche un altro episodio, di tutt’altro segno.
Pomeriggio d’autunno, giornata fredda, ma non troppo. Il capogruppo decide di ringraziare i collaboratori per il lavoro fatto.
Così, chiama uno di loro e gli chiede di andare a prendere una vaschetta di gelato con un po’ di cioccolata calda.
E visto l’andazzo, non credono ai propri occhi quando il politico apre il portafogli e paga di tasca propria.
Mai più accaduto.

Claudio Laugeri
(da “La Stampa”)

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“LE CORNACCHIE” DI CUFFARO AL PREMIO STREGA

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

IL LIBRO SCRITTO A REBIBBIA PARTECIPA ALLA SELEZIONE: L’EX GOVERNATORE IN CARCERE TRA I 24 AUTPRI IN FINALE AL PREMIO

Un nome che farà  discutere.
Tra i ventiquattro titoli candidati al Premio Strega 2013, prestigioso riconoscimento letterario, compare pure il libro scritto in carcere da Totò Cuffaro, ex governatore della Regione Sicilia ora detenuto per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
Il libro s’intitola “Il candore delle cornacchie”, pubblicato da Guerini e Associati, ed è stato proposto alla candidatura da due ex consiglieri Rai: Marco Staderini e Gianpiero Gamaleri.
IL LIBRO
Il libro è stato pubblicato 4 mesi fa dalla Edizioni Angelo Guerini con una prefazione di monsignor Fisichella.
“Ho sofferto per la sua condanna e ho ammirato la sua dignità ”, scrive il religioso, “Ho visto la sua trasformazione nelle brevi visite che gli ho fatto nel carcere di Rebibbia. All’amicizia, che non può mai venire meno quando è sincera, si aggiunge la preoccupazione per i giorni, i mesi e gli anni che sono carichi di incertezza su come l’animo esce da questa drammatica esperienza.”
Il testo racconta la sua vita in carcere, i rapporti con gli altri detenuti e la scoperta della fede.
Oltre a proclamare, con fermezza la sua innocenza.

(da ” “il Corriere del Mezzogiorno“)

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CASO MARO’, ECCO TUTTE LE COLPE DEL COMANDANTE DELLA LEXIE

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

SECONDO LA MARINA “DOVEVA CAMBIARE ROTTA MOLTO PRIMA PER EVITARE LO SCONTRO, INVECE SI E’ LIMITATO AD AUMENTARE LA VELOCITA’ DI UN NODO

Riletto con calma, il rapporto dell’ammiraglio Alessandro Piroli sull’incidente della Enrica Lexie è un testo approfondito, dettagliato, ma soprattutto intelligente.
Piroli mette in fila i brandelli di informazione disponibile, ragiona sulla concatenazione degli eventi e difende fino al limite del ragionevole la tesi difensiva dei due marò.
Ma non trascura di citare elementi che concorrono non tanto a individuare una possibile colpa di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
Sono invece elementi che, se considerati sin dall’11 maggio del 2012, potevano offrire al Ministro della Difesa, a quello degli Esteri e allo stesso presidente del Consiglio informazioni preziose su un fatto che l’Italia ha profondamente deformato.
La stessa inchiesta sommaria della Marina italiana rileva chiaramente che ci sono molti elementi che permettono all’India di credere che i due marò possano aver ucciso Valentine Jelestine e Ajiesh Pink.
La verità  ha molte facce.
Vediamo.
L’Inchiesta difende quasi acriticamente il comportamento del Nucleo militare che interviene il 15 febbraio 2012 a protezione della Lexie.
Ma, per esempio, individua una serie di pesanti anomalie nel comportamento del comandante della petroliera, anomalie che non solo evidenziano il mancato rispetto delle procedure previste in caso di sospetto attacco di pirati, ma possono aver contribuito a rendere più caotico l’intervento dei marò.
È scritto nell’Inchiesta: “Il comandante di N. Lexie ha messo in atto solo una parte delle azioni di difesa passiva raccomandate per evitare l’attacco di pirati. Si è limitato ad incrementare la velocità  (di un nodo) senza manovrare per modificare la cinematica di avvicinamento, azionando i fischi e le sirene solo nella fase terminale dell’azione”.
Le procedure prevedono invece che la nave cambi velocemente e in maniera repentina rotta, e continui con variazioni di rotta per contrastare una eventuale rotta di attacco o comunque per segnalare il pericolo di una possibile collisione.
L’inchiesta aggiunge che “tra la nave e il Nucleo sono probabilmente mancate più stringenti forme di coordinamento per la gestione unitaria dell’evento e l’individuazione delle migliori cinematiche/soluzioni da porre in essere”.
Nostra interpretazione arbitraria: se la nave avesse cambiato rotta, se si fosse addirittura allontanata dal St. Anthony, i militari avrebbero avuto più tempo e più lucidità  per valutare e reagire con correttezza.
Altra critica: “Si sarebbe potuto anticipare l’uso delle sirene di bordo, nonchè fare ricorso a getti d’acqua ad alta pressione. Inoltre sarebbe stato opportuno ricercare un contatto radio con l’imbarcazione sul canale VHF di emergenza (il canale 16, ndr) quantomeno per dirimere i dubbi sulla cinematica”, ovvero sulle rotte seguite dalle due unità .
“In definitiva la nave con i suoi mezzi avrebbe potuto attuare migliori forme di coordinamento e supporto all’azione di contrasto della pirateria”.
L’inchiesta valuta poi il comportamento del peschereccio St. Anthony (fra l’altro dedicato a Sant’Antonio perchè i pescatori erano cattolici): “Il natante proveniva da lato dritto della Lexie, pertanto aveva diritto di precedenza (…) È singolare, oltre che estremamente pericoloso, che pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione di una petroliera fino a una distanza inferiore ai 100 metri”.
Il rapporto conclude sostenendo che “la manovra posta in essere dal natante che non ha alterato gli elementi del moto nonostante gli avvertimenti ottici e acustici nonchè quelli a caldo (colpi di avvertimento) unitamente all’avvistamento di personale armato a bordo sono stati percepiti dal team come minaccia per la nave e il suo equipaggio”.
Nel suo ragionamento, l’ammiraglio Piroli arriva ad ipotizzare che il St. Anthony possa essere stato utilizzato per operazioni sia di pesca che di pirateria: possibile, anche se poco probabile, perchè una volta arrivato in porto al comandante del St. Anthony viene permesso di vendere ben 1.300 chili di pesce prima che il peschereccio venga sequestrato.
Un altro dubbio che per giorni ha intralciato la ricerca di una ricostruzione verosimile dell’incidente è stato quello alimentato ripetutamente da fonti italiane.
I fucilieri dichiarano alla polizia indiana e agli investigatori di non riconoscere il St. Anthony come la barca contro cui hanno sparato.
Ma nell’inchiesta sommaria c’è un capitolo rivelatore: “Comparazione natante sospetto/ motopesca St. Anthony”, in cui sono accluse una foto del St. Anthony fermo in porto dopo il sequestro della polizia indiana e una delle poche foto scattate da bordo alla fine dell’incidente mentre il peschereccio si allontana.
Viste di poppa le due barche sembrano simili, e infatti la relazione non lo nasconde: “È possibile osservare una sostanziale coerenza fra le descrizioni del natante coinvolto nell’evento Lexie e il St. Anthony, ovvero tipologia dell’imbarcazione, dimensione e colorazione”.
Ancora: “Il confronto fra le fotografie repertate durante l’evento del 15 febbraio con quelle scattate durante la ricognizione del 26 febbraio mette in evidenza una sostanziale compatibilità  fra i mezzi raffigurati”.
Non è una prova di colpevolezza per nessuno, ma è una ennesima indicazione che nessuno nel governo ha mostrato di tenere nel giusto conto dal punto di vista politico.
Il peschereccio era quello, il comportamento della Enrica Lexie non è stato adeguato a prevenire in maniera pacifica un possibile abbordaggio.

Maura Gualco e Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica“)

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L’INPS AI MEDICI: TAGLIATE I GIORNI DI MALATTIA

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

CIRCOLARE PER RIDURRE DEL 3% LE ASSENZE DEI LAVORATORI… RIVOLTA DEI DOTTORI DI FAMIGLIA

È l’epoca dei tagli, d’accordo.
Ma, per risparmiare, le forbici della crisi fanno rotta anche sui giorni di malattia dei lavoratori.
Quest’anno i permessi devono essere ridotti del 3% rispetto al 2012, dice una circolare dell’Inps. E per raggiungere questo obiettivo il modo è semplice: le visite fiscali devono essere più fiscali.
Il documento dell’Istituto nazionale di previdenza è del 16 gennaio scorso, serve per la «programmazione e il budget delle strutture territoriali nel 2013».
Una lista degli obiettivi fissati per quest’anno.
Si parla di tante cose in quelle 34 pagine, anche di «miglioramento dell’economicità  delle visite di controllo», cioè le visite fiscali.
E come si migliora questa economicità ? Con «l’incremento del 3% degli importi recuperati per effetto della riduzione della prognosi».
Riduzione della prognosi, cioè meno giorni di malattia: il nodo è proprio questo.
Le visite fiscali servono a controllare che il certificato firmato dal medico di famiglia non sia troppo generoso o addirittura falso.
Il medico fiscale può ridurre o addirittura cancellare il permesso dal lavoro se il malato (e il certificato) sono immaginari.
Non capita spesso ma a volte sì. E quando capita l’Inps risparmia: dal quarto giorno di malattia in poi è proprio l’istituto di previdenza a pagare stipendio e contributi al posto del datore di lavoro.
Cancellare qualche giorno di permesso, quindi, vuol dire per l’Inps limare una voce di spesa che vale ogni anno 2 miliardi di euro.
La metà  di quello che ci è costata l’Imu sulla prima casa, tanto per pesare all’ingrosso la questione.
Giusto che l’Inps voglia risparmiare, anche perchè lo farebbe sulla pelle dei furbetti del certificato.
Ma è giusto pure fissare quell’obiettivo prima delle visite di controllo, un 3% a prescindere, come fosse il rapporto deficit Pil secondo Bruxelles o le spese da ridurre a insindacabile giudizio del ragioniere d’azienda?
«Così l’Inps dice che il 3% dei certificati firmati dai medici di famiglia è falso» protesta Roberto Carlo Rossi, presidente dell’ordine dei medici di Milano. «Hanno messo la malattia delle persone alla voce costi, come la carta per le stampanti o il toner. Inaccettabile».
Una serie di obiezioni che il dottor Rossi ha spedito per lettera all’Inps, con parole accorate: «Il medico che formula una prognosi non può e non deve seguire logiche di carattere economicistico».
Ricordando che la legge e il codice deontologico «vietano qualsiasi atteggiamento compiacente» del medico e ne garantiscono «l’indipendenza e la libertà  di giudizio». Giù le mani, anzi le forbici, dal certificato.
Il problema esiste, però.
E non bisogna arrivare ai casi clamorosi, ai malati più immaginifici che immaginari come il magistrato assente per mal di schiena ma pizzicato a regatare in Gran Bretagna, o l’insegnante che il suo certificato lo spediva nientemeno che dalle Bahamas.
L’assenteismo c’è, chiunque lavori in un ufficio lo sa. Ancora adesso, solo per fare un esempio, il giorno in cui ci sono più malattie è proprio il lunedì.
Con buona pace del ministro della Salute Costante Degan che 30 anni fa, quando di fatto creò il medico fiscale, disse che «darsi malati in ufficio, magari per allungare il week end, diventerà  quasi impossibile»
Gli abusi non sono soltanto un costo per l’Inps, cioè per le casse pubbliche e quindi per tutti.
Ma anche un’ingiustizia per chi si dà  malato solo quando lo è sul serio.
«Per carità  – dice il presidente dell’ordine dei medici milanesi – qualcosa si può aggiustare. Ma invece di tagliare le malattie dall’alto discutiamone tutti insieme: l’Inps, il ministero della Salute, i medici. E vediamo che cosa si può migliorare».
Per il momento la sua lettera è rimasta senza risposta.
E dall’Inps parlano di polemica esagerata.
Perchè quella circolare è solo un documento di programmazione interno. E perchè la riduzione del 3% è una «tendenza attesa, che deriva anche dall’andamento degli ultimi anni».
Ma il dibattito è aperto perchè l’Inps è disponibile ad un «tavolo di confronto a livello nazionale».
Se è vero che gli sprechi e i furbi sono da combattere, del resto è anche vero che l’austerità  può fare male alla salute.
Non lo dice l’ordine dei medici, che in questa vicenda difende anche i suoi iscritti, ma The Lancet, una delle riviste scientifiche più autorevoli del mondo.
I suoi ricercatori hanno confrontato le misure prese per raddrizzare i conti in Grecia, Portogallo e Spagna con quelle adottate in Islanda, dove le sforbiciate al welfare pubblico sono state minori.
E sono arrivati alla conclusione che tagliare la sanità  per correggere le finanze pubbliche è pericoloso non solo perchè può aggravare la recessione, scaricando i costi sulle famiglie.
Ma perchè aumenta i tassi di suicidio, alcolismo, depressione e malattia mentale.

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)

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SI ALLO SCAMBIO CREDITI-DEBITI, MA SOLO A PARTIRE DAL 2014

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

CAMBIA IL DECRETO… GRILLI, PASSERA E IL DUELLO CON CANZIO

Il decreto sui pagamenti, «bollinato» idalla Ragioneria, arriva nelle mani del presidente della Repubblica per la firma e la successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
Se così sarà , martedì saranno possibili i primi pagamenti per i Comuni che hanno in cassa liquidità  e sono iscritti alla piattaforma telematica delle certificazioni.
Con un comunicato il ministero dell’Economia ha fatto chiarezza sulla norma relativa alla compensazione dei crediti fiscali con i debiti della pubblica amministrazione: l’innalzamento della soglia dai 500 mila euro ai 700 mila c’è.
A partire dal 2014.
Mentre sembra applicabile dall’entrata in vigore del decreto l’allargamento della fattispecie dei crediti fiscali compensabili anche a quelli che emergono da accertamento per adesione
Cosa ha creato nella notte tra sabato e domenica la necessità  di un intervento congiunto dei ministri dell’Economia, Vittorio Grilli, e dello Sviluppo economico, Corrado Passera?
Come sempre, si potrebbe dire, la preoccupazione di uno sforamento dei conti pubblici che comporterebbe il mancato rientro dalla procedura d’infrazione europea, prevista dal premier per maggio.
La Ragioneria guidata da Mario Canzio, nel bollinare il decreto, avrebbe cassato l’innalzamento del tetto delle compensazioni per mancanza di copertura.
Sarebbero state le organizzazioni imprenditoriali a accorgersi dello stralcio nel testo «bollinato» dell’innalzamento della soglia, che invece era stata ampiamente comunicato a Palazzo Chigi e riportato nel comunicato nero su bianco.
Di qui il pressing sui ministri perchè non lasciassero saltare quel che restava di una norma che, nelle intenzioni delle imprese, soprattutto le più piccole rappresentate da un’agguerrita Rete imprese Italia, doveva essere ben più ampia e significativa.
A queste, ormai a notte fonda, Grilli e Passera hanno assicurato il ripristino delle compensazioni.
L’esito del lavoro svolto dalla Ragioneria sulle coperture continua a lasciare perplesse le imprese perchè, ad esempio, quel «beneficio stimabile nel 2013 a almeno due miliardi» riportato nel comunicato di palazzo Chigi, non esiste.
La compensazione scatterebbe solo nel 2014 perchè non ci sarebbe stato tempo per applicarla quest’anno, si fa sapere.
Ma più probabilmente perchè quei due miliardi, caricati su quest’anno, avrebbero splafonato, bucando il tetto del rapporto deficit/Pil nel 2013.
Salvo novità , due miliardi, anzi precisamente 1.880 milioni saranno disponibili invece dall’anno prossimo, mentre l’onere relativo sarà  spalmato su tre anni: un miliardo 250 milioni nel 2014, 380 milioni nel 2015 e 250 nel 2016.
Le risorse dovrebbero arrivare da un apposito fondo dell’Agenzia delle Entrate che serve, per l’appunto, ai rimborsi fiscali.
Mentre nel 2014 il miliardo e 250 si andrà  a attingere alle maggiori risorse assegnate alle restituzioni e ai rimborsi delle imposte, pari nel 2014 a 4 miliardi, che sembravano prevalentemente destinati ai rimborsi Iva.
Sul decreto pendono forti dubbi circa i tempi: se le Regioni per poter ottenere le anticipazioni di cassa devono realizzare un piano di copertura e dunque un assestamento di bilancio, dovranno farlo con legge regionale.
Come si può pensare che tempi e modi dei pagamenti vengano già  comunicati il 30 giugno?
Termine quest’ultimo che nella versione definitiva del decreto vale anche per i Comuni per i quali prima era stato previsto il termine del 31 maggio.
Il governatore campano, Stefano Caldoro, ha invitato i Parlamentari meridionali a modificare il testo che «dà  all’ente ricco e non al più virtuoso».

Antonella Baccaro
(da “il Corriere della Sera”)

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CONTRORDINE GRILLINI: NON BASTANO 2.500 EURINI, GRILLO LI AUMENTA A 6.000 PIU’ ALTRI 5.000 EURO DI INDENNITA’ VARIE

Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile

RETROMARCIA SU ROMA: ALLA RIUNIONE SEGRETA L’ARGOMENTO E’ STATO ANCHE LO STIPENDIO DI PARLAMENTARE… E GRILLO SI E’ RIMANGIATO I 2.500 EURO NETTI

Arriva il giorno in cui va in scena il Beppe Grillo che non ti aspetti.
Pronto, a sorpresa, a fissare a 6 mila euro netti al mese uno stipendio equo per i parlamentari a Cinque Stelle.
Pronto, soprattutto, a esigere trasparenza, senza però reclamare scontrini o ricevute anche per le famose caramelle o per un caffè.
Summit con i parlamentari nel casale alle porte di Roma, venerdì scorso.
«Ragazzi — dice il Fondatore — l’importante è essere presenti in Parlamento, fare il proprio lavoro onestamente e in modo trasparente. Io non ho mai eccepito sugli stipendi, ma solo sui vitalizi!».
Tradotto, anche la diaria dei parlamentari è equa e non si tocca.
Riavvolgiamo il nastro.
In campagna elettorale lo slogan grillino promette stipendi parlamentari da 2.500 euro al mese. Un dato reale, che non tiene però conto della diaria di 3.500 al mese.
A quella — a onor del vero — i grillini non avevano mai promesso di rinunciare.
Ma si erano impegnati a rendicontare ogni spesa, in nome della massima trasparenza.
Torniamo al casale della periferia romana.
Alcuni deputati — «i più radicali sono i giovani, i senatori sono più riflessivi», sbuffa uno dei presenti — sollevano il problema: se le spese non raggiungono i 3500 euro, potremmo restituire la parte eccedente.
Si scatena la discussione.
Un paio di parlamentari si oppongono: «Ragazzi, non scherziamo! Se la mettiamo così finisce che dobbiamo portare anche gli scontrini delle gomme da masticare e dei caffè. Così non ne usciamo, diventa un lavoro. E noi un lavoro da parlamentare già  l’abbiamo…».
Applausi, voci che si confondono.
Tocca al Capo indicare la via d’uscita, un placet alla diaria senza perdersi dietro ad eccessi contabili.
E senza restituire la parte eccedente.
La questione, in realtà , è da tempo sotto la lente d’ingrandimento di un gruppo di lavoro grillino a Montecitorio e resta in bilico, visto che i più radicali continuano a invocare la scure per limitare le retribuzioni.
La soluzione dovrà  arrivare entro il 27 aprile, quando ai parlamentari sarà  accreditato il primo stipendio.
Un compromesso potrebbe obbligare tutti i “cittadini” cinquestelle a indicare i capitoli di spesa — dal cibo all’alloggio — senza indugiare sulle singole voci di spesa.
E nemmeno sulle singole ricevute.
Resta invece intatto l’impegno sottoscritto in campagna elettorale sulla paga base, che per i grillini risulterà  dimezzata: da 10 mila a 5 mila euro lordi al mese (circa 2500 netti).
I soldi fatti risparmiare allo Stato potrebbero finire in un fondo indennità , dove i grillini più ‘radicali’ vorrebbero far confluire anche la parte eccedente della diaria.
Anche qui, però, il nodo non è stato ancora sciolto.
Per il fisco l’autoriduzione potrebbe non contare, “gonfiando” ingiustamente il reddito dei parlamentari e mettendone a repentaglio anche alcuni benefici fiscali, come le detrazioni per chi mantiene famiglie numerose.
Resta il fatto che rinunciando solo al 50% dello stipendio base, ma non a tutte le alre voci (diaria, viaggi, indennità  di funzione, telefoniche) che fanno 8.600 euro al mese, alla fine il grillino rivoluzionario guadagnerà  oltre 11.000 euro netti al mese, appena 2,500 in meno degli altri.
Alla faccia della lotta alla Casta.

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    • GIORGIA MELONI È FINITA IN UN CUL DE SAC SUL REFERENDUM: È COSTRETTA A POLITICIZZARLO PER RAVVIVARE LA CAMPAGNA PER IL “SÌ”, MA COSÌ FACENDO AVVANTAGGIA IL “NO”
    • LA SEMPRE LOQUACE GIORGIA MELONI HA PERSO LA PAROLA SUL CLAMOROSO STOP DELLA CORTE SUPREMA USA AI DAZI DI TRUMP: IL SILENZIO IMBARAZZATO DELLA PREMIER, FAN NUMERO UNO DEL TYCOON IN EUROPA, È UN ASSIST ALL’OPPOSIZIONE
    • SONDAGGIO PARTITI YOUTREND SKYTG24: CALA TUTTO IL CENTRODESTRA, IL PARTITO DI VANNACCI VICINO ALLA LEGA
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