Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
INDAGATI OTTO ESPONENTI DEL CENTRODESTRA E DUE DEL CENTROSINISTRA… OLTRE AL PAGAMENTO DELLA TARSU, A RICARICHE TELEFONICHE E TABLET ANCHE PAGAMENTI DI FATTURE PER CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO SENZA GIUSTIFICAZIONE
I soldi dei rimborsi elettorali utilizzati per acquistare viaggi, pagare cartelle esattoriali e addirittura comprare “Gratta e vinci“.
Per questo 10 consiglieri regionali della Calabria, due del centrosinistra e otto del centrodestra, sono indagati per il reato di peculato nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.
L’inchiesta prende in esame il periodo compreso tra il 2010 ed il 2012.
La notizia è riportata dal Quotidiano della Calabria.
L’indagine, condotta dai militari della Guardia di finanza di Reggio Calabria, è coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Matteo Centini.
La Procura di Reggio ha indagato anche i direttori amministrativi dei gruppi consiliari a cui appartengono i consiglieri sottoposti ad indagini.
Nei mesi scorsi la Guardia di finanza aveva sequestrato la documentazione relativa ai rimborsi dei consiglieri.
Dopo una attenta analisi sono emerse numerose anomalie. I consiglieri indagati si sarebbero fatti rimborsare, tra l’altro, l’acquisto di Gratta e vinci, viaggi all’estero, detersivi, il pagamento di cartelle esattoriali della Tarsu, ricariche telefoniche, telefoni cellulari e di tablet.
Dalle indagini è emerso anche il pagamento di fatture per centinaia di migliaia di euro che non trovano alcuna giustificazione nell’attività amministrativa dei consiglieri indagati.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
QUARANTA I DEPUTATI CHE DISSENTONO E ALLA FINE GRILLO SI TRADISCE: “GOVERNO CON IL PD? AVETE SBAGLIATO A VOTARCI”… INFATTI E’ ORMAI EVIDENTE CHE GRILLO E CASALEGGIO SONO LA QUINTA COLONNA DI BERLUSCONI
Giornata politica tesa per il Movimento Cinque Stelle. 
Con le dimissioni della senatrice Giovanna Mangili respinte dall’aula del Senato, con tanto di “lezioni” di bon ton istituzionale impartite dai colleghi dei vituperati partiti. Mangili aveva annunciato l’intenzione di lasciare lo scranno, poco dopo le elezioni, per “motivi personali”, messi però poi in relazione da suo marito con le accuse di una carriera poco limpida nel Movimento.
La larga maggioranza dei colleghi ha giudicato a questo punti poco chiare le motivazioni addotte, e in aula è stato ricordato che le dimissioni da senatore non sono un fatto esclusivamente personale.
Intanto, fuori da Montecitorio, i due deputati Massimo Artini e Massimo De Rosa si sono trovati a fronteggiare un gruppo di contestatori gli chiedevano di “votare la fiducia”.
Quasi un assedio, da dentro e fuori il Palazzo, su quello che è diventato il tema centrale del dopo elezioni: il comportamento dei “grillini” nelle istituzioni appena conquistate.
Quanto debbano restare improduttivi di cambiamento concreto — o “sporcarsi le mani” collaborando in qualche modo con gli altri, per portare a casa i primi risultati.
Alla fine è intervenuto Beppe Grillo a ricordare, sul suo blog, che se qualcuno ha marcato sulla scheda il simbolo del M5S pensando a “un accordo con il Pd”, ha semplicemente “sbagliato voto”.
Infatti Grillo e Casaleggio hanno ormai portato i Cinquestelle a muoversi in funzione di fare solo favori a Berlusconi.
Ma non tutti vogliono vendersi al Cavaliere: l’agenzia Adn Kronos quantifica addirittura in “oltre una quarantina”di parlamentari ”l’ala dialogante” dei parlamentari Cinque stelle, cioè deputati e senatori che giudicano la linea finora adottata “troppo intransigente”.
E che sottolinenao come possa diventare difficilissimo, “oltre che dannoso”, restare nel Palazzo senza aprirsi al confronto con gli altri.
“Sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica nessuno ci ha chiesto di dire la nostra — fa notare una giovane deputata sentita dall’agenzia di stampa — Ma come potrebbero? Ormai abbiamo alzato mura invalicabili”.
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
LA POLITICA IMOLESE ESCE ALLA SCOPERTO E AUSPICA IL DIALOGO CON GLI ALTRI PARTITI: “FACCIAMO UNA PROPOSTA REALE SUGGERENDO PERSONALITA’ A NOI GRADITE”
E’ una delle deputate che vorrebbe vedere il Movimento 5 Stelle fare un nome per il nuovo governo.
Mara Mucci, parlamentare di Imola, non smentisce le indiscrezioni che la vogliono tra le prime a mettere in discussione la linea dura di Grillo e, rilancia con un articolo sul sito www.maramucci.it, pubblicato poi sulla sua pagina Facebook.
“Nell’ultimo incontro — scrive — abbiamo discusso quale linea politica intraprendere e personalmente credo che sia giunto il momento di fare un passo concreto verso una reale proposta di governo, attraverso una serie di personalità a noi gradite. Questa linea sarebbe coerente con l’attesa dei nostri elettori che ritengono giusto influenzare le scelte della politica, soprattutto in un momento così difficile per il nostro paese”.
Una presa di posizione in contrasto con la linea ufficiale tenuta fino ad ora dal Movimento 5 Stelle, sostenuta e ribadita da Mucci anche durante il summit serale di martedì 2 aprile.
Tra i malintesi e le incomprensioni, la discussione resta quella sul futuro e le prossime strategie politiche.
“Abbiamo già visto – continua la “cittadina” che siede in Parlamento — che la nostra presenza sta producendo cambiamenti positivi e credo che per poter continuare ad influenzare la politica sia necessario provare a giocare concretamente le nostre carte”.
Il paese chiede azioni concrete e la deputata ha deciso di esprimere la sua opinione, senza volerla però imporre agli altri: “Al momento la maggioranza ha deciso di non fare nomi e, facendo parte del gruppo Movimento 5 Stelle, accetto questa decisione. Il fatto che si sia votato per decidere quale debba essere la strada da seguire fa parte di una normale dialettica interna al Movimento ed è una grande risorsa. E’ evidente che all’interno di un gruppo di oltre 160 persone ci siano pensieri diversi, soprattutto di fronte a scelte così difficili. Tutto questo non può che far crescere il nostro movimento”.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
VISTO CHE NON CONTROLLANO UN BEL NULLA ERA INUTILE STESSERO ALLE SPALLE DI TUTTI… ORA ALMENO SONO VICINI AI LORO COMPAGNI DI MERENDE
Sarà collocato nei banchi al centro destra dell’emiciclo il gruppo del Movimento 5 Stelle alla
Camera.
Lo ha deliberato la conferenza dei capigruppo di Montecitorio.
Il M5S avrebbe voluto sedersi agli ultimi banchi, come fatto nel corso delle prime sedute in occasione dell’elezione delle cariche istituzionali, ma non ha ottenuto il via e dovrà accontentarsi degli scranni occupati dalla Lega la scorsa legislatura.
Sel e Pd occuperanno la sinistra dell’emiciclo, Scelta civica siederà nello spicchio centrale.
Subito dopo il M5S, che condividerà due spicchi rispettivamente con il Misto (in alto) e con la Lega (in basso).
Sulla destra il Pdl e il gruppo di Fratelli d’Italia.
Entro lunedì prossimo i gruppi dovrebbero comunicare anche i posti assegnati a ogni singolo deputato.
I 5 Stelle, su indicazione dello stesso leader Beppe Grillo, avevano insistito per occupare una posizione ritenuta “neutra” nella tradizionale geografia parlamentare, così da marcare la loro lontananza tanto dalla sinistra quanto dalla destra.
“Ci siederemo dietro di loro, così potremo controllarli”, aveva promesso Grillo.
Ma non avendo nulla da controllare, salvo forse controllarsi tra di loro, la sistemazione accanto ai loro compagni di merenda di Pdl e Lega appare la più consona.
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“BIG BANG” DA 814.000 EURO PAGATI DA MOLTI SOLITI NOTI… LA SINISTRA PROLETARIA ORMAI ARCHIVIATA DA QUELLA DEI SALOTTI BUONI, LA DESTRA FINANZIARIA HA TROVATO IL SUO IDOLO
Certo è ancora lontano dal suo modello americano, ma come inizio Matteo Renzi non si può lamentare.
Il candidato sconfitto delle ultime primarie del Pd ha messo on line i conti della sua Fondazione Big Bang.
Si scopre così che ha raccolto 814 mila euro dai suoi finanziatori.
Nulla al confronto del miliardo e 80 milioni di euro racimolato da Barack Obama per le ultime presidenziali, ma comunque un buon incasso.
Renzi è stato di parola e ha pubblicato nomi e importi delle donazioni alla sua Fondazione, anche se con un ritardo di pochi giorni rispetto al termine di tre mesi annunciato.
In testa alla lista troviamo il finanziere del fondo Algebris, Davide Serra.
Celebre per le polemiche sulla sede della holding di Algebris alle isole Cayman, Serra ha donato 100 mila euro a Renzi assieme alla moglie Anna Barassi, con la quale ha creato molti anni fa anche una Ong che aiuta i bambini in Tanzania, la Hakuna Matata.
Anche il patron della società chimica Mossi e Ghisolfi, Guido Ghisolfi ha donato con la moglie Ivana Tanzi 100 mila euro.
Subito dopo questa doppia coppia da 100 mila troviamo il munifico Alfredo Romeo, arrestato nel 2009 con accuse gravi e condannato in primo grado a due anni per un episodio minore di corruzione.
Romeo prima dell’arresto ha elargito finanziamenti a destra e a sinistra, da Alemanno a Rutelli.
La sua Isvafim, che aveva finanziato nel 2008 anche il comitato per Zingaretti presidente della Provincia, ha donato nel 2012 – quindi dopo la condanna – 60 mila euro alla Fondazione Big Bang di Matteo Renzi.
Scorrendo la classifica delle donazioni più generose, troviamo l’ex presidente, fino al 2002, della Fiat Paolo Fresco che ha donato con la moglie Marie Edmèe Jacquelin 50 mila euro.
Restando a Torino troviamo i 20 mila euro donati da Simon Fiduciaria della famiglia di Franzo Grande Stevens, l’avvocato 85enne della famiglia Agnelli, già presidente della Juventus e tuttora presidente della Fondazione San Paolo nonchè consulente della banca del Vaticano, lo IOR.
Franzo Grande Stevens, dopo la donazione, è stato condannato il 21 febbraio scorso a 1 anno e 4 mesi in appello dopo l’assoluzione in primo grado per l’aggiotaggio informativo sul caso Ifil-Exor.
Sempre a quota 20 mila euro troviamo una società di impiantistica che lavora anche con Eni e altre società ed enti pubblici, la Cimis Srl di Sannazzaro della famiglia Fiorani.
Mentre 25 mila euro sono arrivati dalla Karat Srl dei fratelli Bassilichi, titolari di imprese immobiliari e informatiche, da molti anni finanziatori e amici di Matteo Renzi.
Nell’elenco dei donatori figura anche Giancarlo Lippi con 20 mila euro, probabilmente dovrebbe essere il manager del gruppo Targetti.
Altri 20 mila euro sono arrivati dalla Blau Meer Srl, una società che sta costruendo un residence a Pietra Ligure e che appartiene ai re della frutta, i fratelli Orsero.
Poi c’è una sfilza di soggetti che hanno donato 10 mila euro ciascuno: Carlo Micheli, consigliere di Banca Leonardo e figlio del finanziere Francesco Micheli; la Eva Energie Spa dell’ex presidente dell’Enel Chicco Testa; l’avvocato Renato Giallombardo, partner dello studio Gianni, Origoni, Grippo & partners; il presidente dell’ente Cassa di Risparmio di Firenze Jacopo Mazzei; Giorgio Colli, un imprenditore di Lecco promotore del sito internet ‘Renzipianob’.
Non poteva mancare la società israeliana Telit Communications di Oozi Cats che, dopo avere donato 20 mila euro a Gasparri nel 2006 e 10 mila a Bersani nel 2008 ha elargito 10 mila euro alla Fondazione di Renzi nel 2012.
Altri 10 mila euro arrivano anche da Fabrizio Landi, amministratore della società Esaote e dalla Sinefin del gruppo Giannanti di Pisa.
Poi ci sono i contributi elargiti dai partecipanti alla cena di Milano organizzata ad ottobre nella chiesa sconsacrata di via Sant’Eufemia dal finanziere Davide Serra.
Tra questi troviamo, con 5 mila euro, Guido Roberto Vitale, presidente della Vitale & Associati e socio di Chiarelettere e, con altri 5 mila, il presidente di Allianz Italia Carlo Salvatori e il Calzaturuficio Gabriele, il senatore Andrea Marcucci, eletto in quota Renzi.
Altri 5mila euro sono arrivati alla Fondazione dall’impresa Capaccioli di Sinalunga e dalla società di cacciatori di teste Key 2 People Executive Search.
Circa 29 mila euro sono arrivati dal Comitato per la candidatura di Matteo Renzi, che a sua volta ha pubblicato sul suo sito le singole donazioni per importi molto piccoli che concorrono a formare la cifra totale.
Scorrendo l’elenco dei nomi sul sito del Comitato si scoprono alcune curiosità .
C’è per esempio il vicedirettore di Libero Franco Bechis, in passato poco tenero con Matteo Renzi nelle sue cronache sul caso Lusi.
Bechis ha spiegato su twitter di avere voluto donare i 50 euro per testare il funzionamento del sistema di rendicontazione messo in piedi dai Renzi boys.
Il giornalista poteva donare anche solo 5 euro, ma ha largheggiato per dare un segnale distensivo al politico che minacciava querele, mai presentate.
Sempre con una donazione di 50 euro (stessa quota dell’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi e del direttore dell’Opinione, Alberto Mingardi) figura nella lista una ‘Emanuela Romano’, probabilmente solo omonima dell’ex assessore al comune di Castellammare di Stabia, più nota come cofondatrice del comitato ‘Silvio ci manchi’ insieme all’attuale fidanzata ufficiale di Berlusconi, Francesca Pascale.
Risulta però che alcuni finanziatori presenti alla cena di Milano organizzata da Davide Serra non figurano nell’elenco.
Si tratta di donazioni di piccolo importo che assommano a circa 25 mila euro.
Il Fatto è riuscito a visionare solo una lista dei cognomi dei finanziatori con i nomi indicati solo con la lettera iniziale.
Si va dalle donazioni di 2.000 euro di S. Abbro e di tal Vivado ai 500 euro di tal Scrocco.
I finanzieri non sono stati molto generosi con Renzi quella sera.
Per esempio Federico Lalatta di Boston Consulting Group, stando alla lista dei cognomi, risulta aver donato solo 300 euro.
Mentre S. Rossore (sarà la società San Rossore?) ha elargito ben 5 mila euro. Nell’elenco dei cognomi c’è anche un certo Draghi che ha donato in quella sera di ottobre ben 1.000 euro.
L’iniziale del nome però è la F., non la M di Mario.
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
LACRIME E LITI ALLA RIUNIONE: DUE TERZI PER LA LINEA DURA, UN TERZO FAVOREVOLI AL DIALOGO: “PER DIRE SEMPRE NO, POTEVAMO STARCENE A CASA”
Non bastano i post di Beppe Grillo, che arrivano a metà giornata per correggere la linea. 
Nè quelli del “comunicatore” Claudio Messora, che ieri ne ha scritto uno bello lungo sintetizzato nella frase “No commissioni, no party”: il Movimento deve battersi affinchè il Parlamento lavori, davanti a Bersani e al presidente della Repubblica non poteva fare più di quel che ha fatto, quello di Napolitano è un «golpe morbido » e i saggi non servono a nulla.
Questa, la versione ufficiale comunicata dal blogger (qualcuno tra i deputati ricomincia a chiedersi: «A che titolo?»).
Diversa, la realtà che vivono ogni giorno i parlamentari-cittadini a 5 stelle.
Si sono riuniti ieri alle sei del pomeriggio.
Deputati e senatori, nella sala dei gruppi a Montecitorio.
Riunione a porte chiuse, à§a va sans dire, come tutte quelle importanti.
Al mattino, i “dialoganti” si erano dati appuntamento: «Stasera bisogna che tiriamo fuori tutti i nostri dubbi. Non si può continuare con il muro contro muro, non possiamo stare qui rifiutando qualsiasi confronto».
Così, per la prima volta, sono stati in molti ad alzare la mano e dire: «Così non va. Dobbiamo fare subito i nomi di un governo a 5 stelle. Dobbiamo portarli a Bersani e al presidente della Repubblica. Farli conoscere ai nostri elettori, che altrimenti si chiederanno cosa ci facciamo qui».
La riunione è stata tesa.
Il fronte del no — che comprende i capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi e personalità di spicco come Roberto Fico — è forte e compatto.
Così si arriva al voto: i sì ai nomi sono 30. I no 80.
Una decina gli astenuti.
Si può contare sugli assenti, per allargare la fronda.
Si può sperare che chi non ha voluto metterci la faccia finora finirà per farlo davanti alla prospettiva delle urne.
Fatto sta che dalla riunione chi era per il dialogo esce deluso.
Mara Mucci, giovane deputata bolognese, lascia la sala in lacrime.
Il senatore Lorenzo Battista dice sconsolato: «Siamo divisi tra chi segue lo schema di distruggerli, e chi vuole fare qualcosa per il Paese, essere parte attiva di un cambiamento. Secondo me questa è una grande occasione, e chi vuole distruggere tutto non va da nessuna parte perchè non penso che il Pd compia il suicidio politico di mettersi con il Pdl. Se la strategia è quella di andare al voto, non penso sia una grande strategia».
Come lui, ci mettono la faccia la riminese Giulia Sarti, il deputato eletto all’estero Alessio Tacconi.
Qualcuno riferisce anche di uno strano incontro: «Civati, del Pd, ha detto che loro sono con le spalle al muro. Che sono pronti a sostenere qualcuno proposto da noi».
Un brusio curioso si diffonde nell’auletta: «Sarà vero?».
Gli ortodossi stroncano: «È un’esca alla quale non abbocchiamo» dice Roberto Fico. Vito Crimi è più silenzioso: Grillo lo ha smentito ancora.
Aveva scritto che un governo Bersani, seppur senza la fiducia del Senato, sarebbe stato più accettabile di Monti.
Il capo politico corregge: «Bersani è uguale a Monti, di cui ha sostenuto la politica da motofalciatrice dell’economia».
Finisce qui, per ora.
Anche se una nuova spaccatura potrebbe verificarsi al momento di votare il presidente della Repubblica.
Lo sceglierà il web, voteranno in 300mila — così stimano alla Casaleggio — ma davanti a un testa a testa, poniamo Zagrebelsky-Rodotà , potrebbero riproporsi i casi di coscienza che al Senato hanno premiato Piero Grasso.
«Io rispetto il mandato che mi daranno i cittadini — dice Massimo Artini all’Huffington Post- ma nel caso del testa a testa, davanti a una persona specchiata, rimanere cocciuti sul nostro nome…forse potremmo chiedere un altro voto on line ». Le faglie sono tutte aperte.
Il terremoto dipende dallo scenario: se la prospettiva è il ritorno alle urne, la vittoria dei falchi di oggi non basterà a scongiurarlo.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
MA L’EX PREMIER PRONTO A VEDERE IL SEGRETARIO… “ANCORA TEMPO PER VOTARE A GIUGNO”…POI BLOCCA UL ULTIMATUM DEI FALCHI PDL CHE VOLEVANO IL RITIRO DEI SAGGI
Lo strappo del Cavaliere è rinviato solo di qualche giorno.
Al momento esatto in cui – forse già nel fine settimana se nulla cambierà – ogni spiraglio d’intesa col Pd sul Quirinale si sarà chiuso.
A quel punto saranno barricate.
«Hanno deciso di prendersi tutto e allora non pensino di fare il loro governo col nostro sostegno: di larghe intese non vogliono sentir parlare e allora subito al voto».
Silvio Berlusconi commenta in presa diretta la conferenza stampa del leader democratico. «Ma sentitelo, Bersani, parla ancora come se avesse vinto le elezioni, continua a volerci tenere fuori, a dettare condizioni».
Il salotto di Villa San Martino ad Arcore diventa il quartier generale del partito.
Sono arrivati Alfano e Verdini, Gianni Letta e i capigruppo Brunetta e Schifani, il portavoce Bonaiuti con Cicchitto e Gasparri.
Pranzo veloce e poi tre ore filate di vertice per valutare le mosse a due settimane dall’elezione del nuovo capo dello Stato.
Mentre i deputati erano furenti a Roma perchè precipitati dalle minivacanze per un’assemblea poi saltata.
Le decisioni si prendono in Brianza. E la decisione è unanime.
Se tutte le porte si chiuderanno, se quelle del Quirinale si apriranno per «un presidente alla Prodi», allora per il Pdl sarà subito campagna elettorale. Nella nota che lo stato maggiore mette per iscritto collegialmente per essere infine resa pubblica da Alfano, si parla ancora di «voto a giugno».
Ma Berlusconi sa bene quanto quella finestra elettorale si faccia ormai ogni giorno più improbabile. E si chiuderà del tutto con un capo dello Stato «ostile».
Nelle tre ore di vertice non manca chi, come Denis Verdini, prova ad alzare i toni dello scontro. Da subito.
Sua e dei falchi del partito la proposta-ultimatum: dare solo 72 ore di tempo ai saggi nominati da Napolitano.
Non gli otto già previsti dal capo dello Stato, ma tre da oggi.
Poi, a fine settimana, ritirare Quagliariello e il leghista Giorgetti oppure indurli ad alzare bandiera bianca.
Strada barricadera che, raccontano, avrebbe pure solleticato il capo.
Poi indotto a più miti consigli da Letta, Alfano, Lupi e gli altri.
Le commissioni Berlusconi le considera ancora «una perdita di tempo». Ma ai suoi ripete di aver «fiducia in Napolitano».
Tanto più ritiene incoraggiante la notizia che le Camere saranno convocate il 17-18 aprile per l’inizio delle votazioni per il presidente della Repubblica.
«Ci sono ancora i margini per sciogliere le camere e votare a giugno», è la sua tesi ardita.
Ma sono le uscite di Bersani ad aver risollevato il muro tra Pdl e Pd.
«Abbiamo fatto il gioco dell’oca e siamo tornati alla casella di partenza, il nocciolo resta la governabilità che Bersani non assicura» spiega Paolo Bonaiuti lasciando Arcore.
La disponibilità a un incontro a due manifestata dal leader Pd viene considerata un’apertura. Berlusconi sarebbe pure pronto a incontrarlo «in sedi istituzionali » se questo portasse a qualcosa.
Ma la considera «troppo generica » e buttata un po’ lì.
La grande paura resta per le sorti del Colle, per la trappola in agguato.
Il leader Pdl sa che dovrà cercare di trattare fino all’ultimo istante utile per evitare il «peggio», per lui e per il centrodestra: che a scegliere il presidente siano democratici e grillini.
Salvare il salvabile, dunque.
Poi, se tutto sarà perduto, paralizzare il Parlamento e costringere allo scioglimento delle Camere.
Intanto «fiducia in Napolitano »: il Cavaliere si dice soddisfatto del limite temporale e del «silenzio- stampa» imposto comunque ieri ai saggi, «niente più che consulenti chiamati a dare un parere in otto giorni, come chiedevamo noi», commenta a fine giornata.
Tanti e tali i paletti, da rendere le commissioni poco più che un palliativo per consentire ai partiti di trattare.
Finito il vertice ad Arcore arriva la nota di Angelino Alfano a nome del partito: «Se questo stallo prosegue perchè il Pd pensa più alla fazione che alla nazione, c’è solo la strada delle urne già a giugno prossimo».
E a seguire decine di interventi, tutti uguali e dello stesso tenore, di altrettanti dirigenti e parlamentari.
Intesa o voto a giugno. Berlusconi – per il quale tra il 20 e il 22 aprile riaprono i processi – la scadenza di ottobre non vuole nemmeno prenderla in considerazione.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO PRONTO A DIMETTERSI APPENA ELETTO IL SUO SUCCESSORE…. RENZI NERVOSO
«Si ripartirà dalla mia proposta. Non vedo un’altra strada ». Pierluigi Bersani accantona solo
temporaneamente la sua candidatura a Palazzo Chigi per tirarla fuori di nuovo dopo l’elezione del capo dello Stato.
Un passaggio decisivo anche per l’esecutivo del futuro e che «il Pd giocherà da azionista di maggioranza », dicono a Largo del Nazareno, cercando di piegarla a favore del «governo del cambiamento », ossia del progetto del segretario.
La trattativa ora si sposta su un altro tavolo.
E i tempi per il voto sul Quirinale cominciano a essere stretti, lo stallo impone un’accelerazione.
Il presidente della Camera Laura Boldrini, d’intesa con la presidenza del Senato, convocherà il Parlamento in seduta congiunta per la prima votazione giovedì 18 aprile
La strategia nasce dall’attuale inquilino del Colle Giorgio Napolitano.
Le procedure per l’elezione del nuovo presidente partono il 15 aprile.
Di solito, il voto dei grandi elettori subisce qualche slittamento per i ritardi nell’indicazione dei delegati regionali.
Stavolta non sarà così, la situazione non consente rinvii.
Già la scorsa settimana il segretario generale della presidenza della Repubblica Donato Marra ha sondato le assemblee regionali per avere garanzie sui loro delegati.
Il problema del Friuli, che va alle urne il 21 giugno, è superato: sarà il vecchio consiglio a eleggere i suoi rappresentanti.
Dopo questo giro, Marra ha avvertito Boldrini e Grasso.
Tocca alla prima convocare le Camere visto che gli elettori si riuniscono in seduta congiunta a Montecitorio.
Marra ha spiegato che Napolitano vuole fare presto e non appena sarà eletto il nuovo capo dello Stato, il presidente uscente lascerà il Quirinale.
Sarà un cambio della guardia rapidissimo, non si arriverà alla scadenza naturale del settennato che è il 15 maggio.
Si chiamano “dimissioni di cortesia”: non lasciano appeso il nuovo presidente ed evitano all’ex una scomoda coabitazione.
Su queste basi e con questo calendario, Bersani inizia il rush finale intrecciando Quirinale e il suo destino da premier.
Lo fa aprendo alle larghe intese, a un incontro con Silvio Berlusconi «nelle sedi istituzionali», che ha accuratamente evitato durante le consultazioni.
Ma soltanto per il nome da mandare al Colle e in cambio di un’adesione del Pdl al suo progetto: una Costituente con tutti dentro per varare le riforme e un esecutivo che si appoggia sulle astensioni, cioè un governo di minoranza che avvii la legislatura. I due cerchi.
O il doppio binario.
Sul piatto il Pd è disposto a mettere in gioco le cariche istituzionali.
Il nuovo capo dello Stato lo sceglierebbe il centrosinistra in una rosa di nomi non sgraditi al centrodestra.
In questo caso i favoriti sono Giuliano Amato, Franco Marini e Massimo D’Alema.
E se il Pdl grida comunque all’occupazione militare delle poltrone istituzionali?
A Largo del Nazareno sono convinti di avere una soluzione, anche scompaginando gli assetti attuali.
In cambio della garanzia sul governo, infatti, Pietro Grasso potrebbe finire nell’esecutivo alla casella ministro della Giustizia.
Liberando così la poltrona di Palazzo Madama, mettendola a disposizione dell’intesa “costituente” con Berlusconi.
La vera arma finale contro le resistenze del Cavaliere sono i numeri per eleggere il presidente della Repubblica.
Il Pd avrà , il 18 aprile, circa 490 grandi elettori sul quorum della maggioranza assoluta (505) che scatta dalla quarta votazione.
È sufficiente un patto con Mario Monti per scegliere in solitudine, escludendo il Pdl, il dominus della politica italiana per i prossimi sette anni.
E potrebbe salire al Colle una personalità che avrebbe il potere di sciogliere le Camere o di mandare il governo Bersani in Parlamento a cercarsi la fiducia anche senza numeri certi.
È un rischio che Berlusconi si può permettere?
Nel caso di una decisione “solitaria”, i candidati Romano Prodi o Stefano Rodotà (gradito ai 5stelle) avrebbero la pole position e rappresentano un incubo per l’uomo di Arcore atteso da parecchie scadenze giudiziarie.
Da segretario del Pd con pieni poteri, Bersani cerca la via per affermare la sua proposta di governo attraverso l’elezione del presidente della Repubblica.
Aprendo alle larghe intese per il Quirinale, il segretario pensa di aver “congelato” anche il dibattito interno al Pd.
La direzione slitta e nei prossimi 15 giorni sarà lui a condurre il gioco.
Matteo Renzi però non sta a guardare. Tra una riunione del patto di sindacato dell’aeroporto di Firenze e una visita istituzionale, il sindaco ha seguito la conferenza stampa del segretario.
«Pierluigi si è preso altre due settimane. E ancora non abbiamo capito se è per la larghe intese o per il voto», è stato il velenoso commento espresso parlando con i suoi fedelissimi.
Renzi è nervoso, non condivide la strategia di Bersani «che ha un senso solo se punta alla riforma della legge elettorale. Se fosse così me ne starei bonino perchè l’interesse del Paese viene prima di tutto. Ma non so se è questo l’obiettivo ».
Dopo un silenzio di alcuni giorni, è tornato a parlare pubblicamente battendo sul tasto che fa più male a Bersani: il finanziamento pubblico.
Sul suo sito, Renzi ha pubblicato l’elenco dei sostenitori della Fondazione Big Bang chiosando: «Si può fare politica anche senza soldi dello Stato».
A Montecitorio i renziani sono ancora più espliciti. «Se Bersani pensa di scegliersi il capo dello Stato per avere un incarico purchessia, questa non è la nostra posizione ».
E pesano non poco i 51 parlamentari scelti dal sindaco di Firenze, in una partita in cui i franchi tiratori hanno sempre fatto e disfatto trame apparentemente perfette.
Le prossime settimane sono dunque decisive anche per la tenuta del Partito democratico.
Come nella Prima repubblica, la solidità delle forze politiche viene messa alla prova quando si vota il capo dello Stato.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“PRONTO A INCONTRARE BERLUSCONI, MA NELLE SEDI ISTITUZIONALI”
Il governissimo con Berlusconi è escluso.
Bersani non cambia schema di gioco: «Noi siamo partiti dalle condizioni del paese, anche se la cosa può apparire un po’ esoterica…».
A un’Italia che ha perso la fiducia, bisogna offrire il cambiamento che chiede.
Rifà il punto, il segretario del Pd, con una premessa importante: «Il ritorno al voto sarebbe un’ipotesi disastrosa ».
Ripete più volte — nella prima conferenza stampa da non-più premier pre-incaricato — di «pensarci bene» all’offerta del Pd: quel doppio binario dell’esecutivo di cambiamento e della convenzione per le riforme con il Pdl resta la carta giusta.
Ne è convinto al punto da rivolgere l’ennesimo appello ai 5Stelle: «Guardate meglio alla nostra proposta, non mettete in frigorifero 8 milioni di voti ottenuti».
Diverso è l’invito al Pdl: prenda atto cioè, dell’ingovernabilità a cui porterebbe un governissimo. Sarebbe la prova provata di una politica chiusa nel suo fortino.
Nella sede del partito al Nazareno, il vice Enrico Letta accanto, il segretario democratico tornato dalla Pasqua in famiglia, a Piacenza, ammette innanzitutto che il suo pre-incarico è «assorbito, in questa nuova fase, dai saggi. Il che non vuol dire che vado al mare. Io ci sono, non intendo essere un ostacolo ma ci sono ».
Ecco, se il partito è attraversato dai malumori, se alcuni gli chiedono un’autocritica per lo stallo politico, questo non è avere il partito contro: «Prendete sul serio quel che dice una persona seria: quando ci sarà il congresso, girerà la ruota».
Intanto nel risiko del governo — garantisce il segretario, parlando di sè in terza persona — «se Bersani serve nella strada del cambiamento, l’unica possibile, allora Bersani c’è, ma se è di ostacolo è a disposizione, perchè prima c’è l’Italia. Non si dica che mi ostino».
La partita politica è in realtà cambiata, perchè prima viene l’elezione del successore di Napolitano e poi l’esecutivo.
La formazione del nuovo governo attende una «ripartenza», che è tutta nelle mani del nuovo capo dello Stato: riconosce il leader del Pd.
Ora ci sono i saggi che è quanto «Napolitano doveva e poteva fare per dare continuità istituzionale».
Ma chi sarà il candidato del centrosinistra al Colle? Sarà Prodi, in un braccio di ferro con il Pdl?
«Prendeteci in parola, per favore! — risponde Bersani — La Costituzione prevede una convergenza parlamentare larga o largissima. Il Pd lavorerà per questo», consapevole della figura di garanzia che il presidente della Repubblica rappresenta.
Pronto, il segretario del Pd, ad incontrare Berlusconi: «Non un incontro ad Arcore o a Palazzo Grazioli, ma nelle sedi istituzionali sì. Sarei stato contento se fosse venuto alle consultazioni».
Non è un problema di non-riconoscimento, è che una maggioranza con il Cavaliere è un film già visto: «Abbiamo un’esperienza alle spalle, il governo Monti, e abbiamo già visto l’impasse ».
Nelle prime tre votazioni per il Quirinale occorre non a caso la maggioranza dei due terzi, e quindi la condivisione sarà la stella polare del centrosinistra.
Lo ripete Dario Franceschini. Ma no a ricatti o a scambi indecenti.
Solo la prossima settimana, i Democratici dovrebbero convocare una Direzione.
Qui si discuterà dei nomi per il Colle e anche delle mosse per il governo: Matteo Renzi, i Popolari di Fioroni, Veltroni e un fronte sempre più ampio nel Pd è a favore di un governo di scopo o “istituzionale”, di breve durata e con poche indispensabili riforme da condurre in porto.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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