Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
RENZI DIVENTA FILOGOVERNATIVO: “NON SI PUO’ PIU’ DISERTARE”
I dissidenti si sono tenuti in contatto per tutta la giornata.
Rischiano l’espulsione dal Pd, e studiano una via d’uscita: ad esempio, non partecipare al voto di fiducia se nasce un governo con il Pdl «impresentabile». «Meglio uscire, piuttosto che dire “no” a Letta, ma si possono mettere “paletti” chiari», insiste Laura Puppato.
La tensione è alta.
Rosy Bindi, Puppato, Pippo Civati, i prodiani Sandra Zampa, Sandro Gozi, Franco Monaco e alcuni dei cosiddetti “giovani turchi” resistono all’idea che non si possa fare altro che accettare le condizioni di Berlusconi.
Chiedono un governo di scopo, di breve durata, con poche e urgenti questioni all’ordine del giorno e senza i volti noti berlusconiani
Non sono certi che la “linea Maginot” prevista dallo stesso premier incarico, il “loro” vice segretario Enrico Letta, sia sufficiente ad evitare la dèbacle dell’abbraccio con il centrodestra.
Nel Pd convivono due reazioni al dissenso.
Francesco Boccia minaccia l’espulsione inevitabile: «Chi non vota è fuori, ci si mette da solo».
Mentre i capigruppo democratici, Roberto Speranza e Luigi Zanda cercano di smussare, ascoltare, convincere.
«I gruppi alla fin fine saranno compatti,perchè la fiducia è un gesto solenne », assicura Zanda
Arriveranno stamani a Roma i segretari regionali e provinciali del Pd da tutta Italia, convocati apposta per spiegare la medicina amara del governo di larghe intese. Speranza terrà la relazione.
Il “corpo” del partito va preparato, le ragioni spiegate anche a chi nelle sezioni mai avrebbe voluto vedere questo film.
La rivolta della base va contenuta.
I parlamentari in queste ore sono sentiti uno ad uno: presidenti e vice dei gruppi sia alla Camera che al Senato hanno chiamato, ascoltato, cercato di convincere, informando di quanto stava accadendo nelle consultazioni.
Nel disastro-Pd — in cui Bersani, tutta la segreteria e la presidente Bindi si sono dimessi, e che dal governo con Berlusconi rischia di ricevere il colpo definitivo — si sta tentando un «lavoro di accompagnamento a Letta».
Le diplomazie interne, o almeno quel che ne resta, sono al lavoro per far passare l’idea che ci si muove nel solco dell’appello del presidente Napolitano e che questa è la sola chance nelle mani dei Democratici per dare soluzione alle emergenze del paese.
Lo ribadisce anche Matteo Renzi: «Non ci sono alternative per il governo. Chi ha il coraggio delle proprie azioni deve arrivare fino in fondo, non si può più disertare. Se anche un fiorentino tifa per un pisano…», prova a ironizzare.
Se cioè il sindaco di Firenze è con convinzione pronto a sostenere il pisano premier incaricato, è segno che «bisogna mettere fine alla pagina dell’inconcludenza ». Nessuno vuole che Pd e Pdl stiano insieme — spiega — e chi «non vuole fare l’accordo ha sicuramente ragione, però non ci sono al momento alternative».
Lui poi, ha sempre detto di non vedere l’ora di tornare al voto.
Però va sostenuto il premier incaricato incoraggia Renzi — e i parlamentari non si devono sfilare: «Spero che chi sta in Parlamento non faccia mancare la fiducia. Se ce la fa Letta, ce la fa l’Italia», questa è la posta in gioco.
«Stiamo valutando come comportarci, dobbiamo essere comprensibili per i nostri elettori», afferma Zampa, tra i dissidenti in trincea.
Gozi fa “distinguo”: «Una cosa è includere nomi del centrodestra come Maurizio Lupi, Enrico Costa, altra coinvolgere gli ex ministri di Berlusconi. Anche da parte del Pd dovrebbe valere questa regola, e D’Alema avere il buonsenso di non entrare. È vero che un governo è necesaario: ma per fare cosa?».
I dissensi, soprattutto dei disciplinati “gauchisti”, potrebbero rientrare se pezzi dei vecchi governi tanto di centrodestra quanto di centrosinistra fossero semplicemente cassati.
Puppato ne fa un discorso anche di programma (niente decreti, piena centralità del Parlamento) e ricorda che Togliatti accettò il dissenso sull’articolo 7 della Costituzione, quello sui Patti Lateranensi.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
POI FRENA I FALCHI DEL PDL: “MA NON POSSIAMO FARLO SALTARE ORA”
Tutti i dubbi del Cavaliere si restringono ad uno: quanto durerà . 
L’operazione Letta parte, la fiducia del Pdl sarà garantita, la prossima settimana.
«Non possiamo farci carico della responsabilità di un fallimento, l’ho promesso al capo dello Stato, ma devono accettare il nostro programma fiscale e nostri uomini in posti chiave o avrà vita breve» va ripetendo da Dallas Silvio Berlusconi ai luogotenenti che a Roma vivono sospesi tra la voglia di trattare (e entrare nell’esecutivo) e la paura di bruciarsi in un falò di breve durata, da qui all’autunno.
È il dilemma di queste ore che sta paralizzando lo stato maggiore berlusconiano. Troppo favorevoli i sondaggi in questo momento per non mettere nel conto un calo già nelle prossime settimane, dopo l’abbraccio col Pd e magari dopo una nuova manovra lacrime e sangue.
Ma sul da fare il leader Pdl ha messo ormai a tacere tutti i falchi del partito.
A loro, il capo ha concesso che certo, «bisognerà stare attenti che l’accordo non ci faccia perdere troppi punti: se sarà così non esiteremo entro l’anno a trarre le conseguenze ».
Intanto il voto di lunedì in aula non è in discussione.
Qualcuno, come il capogruppo al Senato Renato Schifani, si è già tirato fuori dal tritacarne del totoministri.
Altri dirigenti di prima fila, come Mariastella Gelmini, appaiono nelle riunioni di via dell’Umiltà assai meno interessati rispetto ad altri.
Tanti, però, va detto, sono in rampa di lancio e restano in attesa del disco verde del capo per il grande salto a bordo.
A cominciare dal capogruppo alla Camera Brunetta. Ma circolano anche quelli di Lupi, Romani, Bernini, Lorenzin, Carfagna, Calabria.
Al segretario Alfano, a dispetto delle smentite, non dispiacerebbe affatto entrare in squadra coi galloni da vice o in un dicastero di peso.
Sebbene abbia chiesto, nell’eventualità , di mantenere la carica di segretario Pdl.
La tensione è assai alta in via dell’Umiltà .
Proprio i sospetti circolati in sede su un “patto dei quarantenni” tra Enrico Letta, Lupi e Alfano per il varo del governo ha indotto il segretario a chiedere e ottenere che il più autorevole dei “falchi”, Denis Verdini, facesse parte della delegazione che coi capigruppo ha incontrato il premier incaricato.
Le somme, anche sulle caselle da occupare nel nuovo esecutivo, le tirerà il Cavaliere, che è ripartito nella tarda serata (ora italiana) subito dopo l’inaugurazione della “Library” di George W. Bush, per essere oggi a ora di pranzo a Palazzo Grazioli.
E un faccia a faccia proprio con Letta viene dato per probabile già nel pomeriggio, nonostante la smentita del premier abbia fatto pensare a un possibile slittamento a domattina.
L’accordo comunque si chiude, sia sul programma, come ha lasciato intendere Berlusconi nelle interviste da Dallas, sia sui ministri.
L’ordine di scuderia ad Alfano, Verdini, Schifani e Brunetta – sentiti prima e dopo il colloquio di quasi due ore ieri pomeriggio nella Sala del Cavaliere – è stato quello di prendere tempo, e così è stato.
Come far parte del team di governo e con quale spinta e quali uomini resta l’incognita. Letta avrebbe proposto ai pidiellini una sorta di svolta generazionale e volti «non spesi» nei governi Berlusconi e Monti.
Alfano gli ha ribattuto che loro non accetteranno designazioni eterodirette. Chi nel Pd lavora al fianco del premier racconta come tutto sarebbe più facile se dall’altra parte avanzassero candidature come quelle di «Lorenzin o Bernini».
Deciderà come sempre Berlusconi.
Quel che gli preme adesso è lanciare segnali rassicuranti, sebbene non definitivi, sull’esecutivo.
«Facciamolo partire, poi si vede – è stato mood delle telefonate dagli Usa – Rispetto al Pd abbiamo anche un programma economico, loro no».
Detto questo, nel governo che nascerà bisognerà starci in postazioni chiave, è l’altro punto irrinunciabile – assieme all’Imu e alla riduzione della pressione fiscale – che Berlusconi porrà al tavolo del confronto con Letta.
Per il Pdl rivendica almeno uno dei tre ministeri strategici: Economia, Giustizia o Interni.
Consapevole tuttavia di come difficilmente potrà strappare il Guardasigilli.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DI BERLUSCONI APRE ALLE LARGHE INTESE E RILANCIA SULL’IMU… ANGELINO ALFANO: “I NOSTRI MINISTRI LI SCEGLIAMO NOI”
Per adesso ha ricevuto gli incoraggiamenti e poco altro. Lo ha incoraggiato a continuare Matteo Renzi.
Debora Serracchiani si è augurata che Enrico Letta riesca “a portare a compimento il difficile compito”.
Dal campus della Southern Methodist University, dove presenziava alla cerimonia di inaugurazione della Biblioteca Presidenziale in cui saranno conservati i documenti degli otto anni di George W. Bush alla presidenza Usa, Silvio Berlusconi ha voluto chiamare personalmente il premier incaricato.
I nodi per un’alleanza Pd-Pdl ci sono, ma nulla che non sia possibile sciogliere nei prossimi giorni (non ne basterà uno solo, tanto che si immagina che Camera e Senato possano essere convocati per l’eventuale fiducia nelle giornate di lunedì e martedì prossimo).
“Coraggio, fermezza e senso dell’unità ”, ha predicato il presidente della Repubblica dal monumento della Liberazione di via Tasso, a Roma.
Silvio Berlusconi lancia messaggi rassicuranti. Dice: “Poco importa chi guiderà questo governo, importante che ci siano un governo e un Parlamento per approvare provvedimenti urgenti”.
E ancora: “Non voglio nemmeno pensare all’ipotesi di un fallimento. Abbiamo bisogno di un governo che faccia. E subito. L’economia è in condizioni terribili”.
La consultazione a Montecitorio con il gruppo del Pdl (allargato all’ingombrante presenza di Denis Verdini), dura due ore piene, nelle quali — al netto dello spirito costruttivo — il Pdl prova a imporre i propri 8 punti di programma.
Otto punti tra i quali si contano l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, la revisione dei poteri di Equitalia e anche una riforma della giustizia dal sapore decisamente berlusconiano.
Il problema di fondo (e di bandiera) resta quello dell’Imu. Berlusconi vorrebbe abolirla per farsi forte di una promessa elettorale mantenuta, Scelta Civica ne difende l’integrità per non mettere in mora le scelte del proprio fondatore Mario Monti.
L’altro nodo è quello dei nomi.
Se Angelino Alfano afferma: “Noi non affidiamo a terzi la rappresentanza del Pdl, il Pdl ha esponenti che sono perfettamente in grado di far parte del governo”, Enrico Letta ribadisce a stretto giro: “Cercherò di dare incarichi a persone competenti, non che abbiano 40 anni di carriera alle spalle. Questo perchè, la mattina dopo, molti di quei ministeri avranno picchetti di persone che hanno perso lavoro e non si potranno fare mesi di pratica”.
Dal totonomi di giornata si sottrae Renato Schifani, che afferma di essere già sufficientemente impegnato a fare il capogruppo del Pdl a Palazzo Madama.
Restano invece quelli di Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi, cui si affianca anche quello di Mara Carfagna, ieri impegnatissima a difendere l’onorabilità della truppa di centrodestra nel governissimo.
In tutto il Pdl dovrebbe occupare 7-8 caselle. Renato Brunetta per adesso è fuori.
La sua ascesa all’esecutivo avrebbe liberato la poltrona di capogruppo alla Camera, che una volta riassegnata avrebbe un ruolo pacificatore all’interno del gruppo Pdl di Montecitorio.
Per il centrosinistra è ancora in corsa per gli Esteri Massimo D’Alema.
Seguono Dario Franceschini e Francesco Boccia.
Al Lavoro il derby è tra Guglielmo Epifani e Stefano Fassina.
Maria Laura Carrozza sembra lanciata verso l’Istruzione.
Napolitano vorrebbe Giuliano Amato all’Economia.
Il governo “snello e sobrio” auspicato dall’incaricato Letta conterrebbe anche Anna Maria Cancellieri (sulla quale Berlusconi ieri ha negato di aver posto — come è uso — alcun veto) ed Enzo Moavero.
Una riconferma potrebbe arrivare anche per Andrea Riccardi.
In bilico invece la possibilità di vedere al governo Franco Frattini, sul quale pesa la fatwa del Pdl.
I due gruppi si incontreranno ancora. Berlusconi e Letta parleranno ancora al telefono. Il Giornale, oggi, annuncia il via libera di Berlusconi all’operazione.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
UN ANNO DI DICHIARAZIONI PUBBLICHE DEL PREMIER INCARICATO PER IL GOVERNO DI “LARGHE INTESE”… QUANDO LA COERENZA E’ UN OPTIONAL
Occorre un grande patto costituente tra progressisti e moderati che escluda dal governo i populismi
di Grillo, Berlusconi e Di Pietro (26-6-12).
Il governo si regge su un patto politico chiaro: il Pd si è assunto la responsabilità di stare in una maggioranza con chi ci ha ridotto così, a patto che l’interlocutore non fosse Berlusconi (3-7-12).
L’ipotesi di una grande coalizione col Pdl dopo le elezioni è molto lontana. E la lontananza è data dal ritorno in campo di Silvio Berlusconi, che rende questa ipotesi poco credibile” (22-8-12).
Quella di una Grande Coalizione col Pdl è una prospettiva completamente affossata dal ritorno di Berlusconi, responsabile della situazione molto negativa nella quale il Paese si è ritrovato” (23-8-12).
Nella prossima legislatura non possiamo governare con un patto politico con Berlusconi. Ha distrutto il lavoro di Alfano per rendere il Pdl un normale partito conservatore europeo e l’ha fatto tornare alla logica di Arcore, per noi inaccettabile (3-10-12).
La prospettiva di un Berlusconi-5 la vendetta è una idea repellente rispetto alla buona politica (1-12-12).
Tra Pd e Monti ci sarà dialogo e competizione leale. Il nostro avversario comune è Berlusconi (23-12-12).
Se dovesse esserci necessità di governare con un alleato, non potremmo rivolgerci nè a Berlusconi nè a Grillo: il ragionamento andrà fatto con coloro con cui condividiamo la scelta europeista e dunque con Monti e le forze di centro (28-12-12).
Risponderemo colpo su colpo alle parole vergognose sul presidente Napolitano pronunciate da Silvio Berlusconi (31-12-12).
Alle bugie di Berlusconi risponderemo colpo su colpo. Bisognerebbe aprire una commissione parlamentare d’inchiesta su di lui (2-1-13).
Il disastro e la vergogna. Berlusconi, con lo spettacolo, cerca di far dimenticare entrambi al Paese. Lui è il nostro vero avversario. E dobbiamo battere il suo populismo. Confidiamo nella memoria degli italiani che sanno che, dopo tre anni di governo Berlusconi, le famiglie e le imprese si trovavano a pagare i mutui cinque volte tanto rispetto a tedeschi e francesi (12-1-13).
Berlusconi non torna, perchè i danni che ha fatto al Paese sono tanti e gli italiani non hanno una memoria così fallace (14-1-13).
L’Italia è stata distrutta da Berlusconi, che sta cercando ancora una volta di rendere questa campagna elettorale ansiogena ai limiti della guerra civile (15-1-13).
C’è stato un periodo in cui andando all’estero a noi italiani ci deridevano per il ‘bunga bunga’ piuttosto che apprezzarci per i tanti cervelli costretti a emigrare (25-1-13). Berlusconi è come Sylvester Stallone o Jean-Claude Van Damme nel film I mercenari, come quei personaggi che ritornano e a 65 anni fanno le cose che facevano quando ne avevano a 25: patetico e bollito (30-1-13).
La proposta di rimborsare l’Imu finanziando l’operazione con la tassazione dei capitali italiani in Svizzera non è credibile: perchè la fa Berlusconi, perchè è basata su premesse che non tengono conto della verità , perchè non si poggia sulla possibilità di realizzarla dal punto di vista della solidità politica. Berlusconi è l’uomo che ha fatto quasi fallire l’Italia e che ora si ripropone, rovesciando la verità e facendo promesse irrealizzabili, contando sul fatto che gli italiani ogni tanto hanno la memoria corta. L’alternativa è tra noi e Berlusconi (4-2-13).
I voti a Berlusconi? Era assurdo pensare che non ci fosse chi voleva votare per chi difende l’evasione fiscale, visto che in Italia c’è il 20 per cento di evasione fiscale e gli evasori fiscali votano (8-2-13).
Abbiamo chiaro da tempo che l’errore fatto negli anni 90 e quando abbiamo governato è stato di non riuscire a fare una buona legge sul conflitto di interessi e la riforma del sistema radiotelevisivo. E anche se i buoi sono scappati dalla stalla, in questa legislatura bisogna rimediare a tutti i costi: il Pd obbligherà Berlusconi a sciogliere i suoi conflitti di interesse se si vuole ricandidare. Il suo ruolo di tycoon mediatico è emerso in tutta la sua pesantezza anche in questa campagna elettorale.
Sarebbe cambiata la storia del Paese se la legge si fosse fatta prima, perchè Berlusconi ha usato in modo sempre scorretto il suo potere (21-2-13).
Nel dire no a un governo con Berlusconi non dobbiamo avere alcuna ambiguità , mentre dobbiamo sfidare Grillo senza rincorrerlo (6-3-13).
Grande coalizione? Fossimo in Germania e ci fosse la Merkel sarebbe la soluzione perfetta. Purtroppo siamo in Italia e c’è Berlusconi, la vedo complicata” (8-3-13). L’agenda del Pdl ha un solo punto: la difesa di Berlusconi (9-3-13).
Non tenti la destra di rovesciare le cose e usare il monito di Napolitano a coperture delle proprie ingiustificabili manifestazioni sulle scalinate del Tribunale di Milano. Pensi il Pdl invece a riflettere sulle argomentazioni del Presidente e a rispettare i principi costituzionali di autonomia dei poteri (12-3-13).
Berlusconi oggi propone un governo della concordia. Ma con quale coraggio e con quale coerenza lo fa, dal momento che nell’unico caso in cui sostenevamo lo stesso governo per fronteggiare la crisi più grave del dopoguerra ha tolto la spina prima del tempo solo per i suoi interessi, perchè voleva andare a fare la campagna elettorale? (20-3-13).
Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile (8-4-13).
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
DIBATTITO POST-DILUVIO, MILITANTI IN RIVOLTA IN UNA SEDE STORICA DELLA SINISTRA
La Bolognina che pianse non c’è più, la passione di quel 12 novembre 1989, quando il Partito comunista diventò Pds, è stata sostituita con la rabbia per una cosa che oggi stentano a riconoscere anche quelli che la domenica mattina arrivavano in sezione e sentivano parlare di Ungheria, Berlinguer, Unione sovietica.
“Qui eravamo stalinisti, oggi siamo tornati democristiani”, dice Graziella, quella che conta più del segretario perchè ha le chiavi e alle 17 apre il cancello.
Nelle stanze dove Achille Occhetto strappò col passato ora c’è un negozio di parrucchieri gestito da cinesi.
È lo stesso quartiere, lo stesso circolo.
La stessa città , Bologna, grassa e fu comunista, diventata con gli anni di un arancione sbiadito, a luci intermittenti.
Già tanto è stato oltrepassare la stagione di Sergio Cofferati, il sindaco che viveva a Genova, e poi quella di Flavio Delbono, il professore bruciato dalle gite d’amore con l’amante, pagate con i soldi pubblici.
Già tanto sopravvivere a questo.
Per l’appuntamento che probabilmente verrà ricordato come la Bolognina due, con un mezzo passato e un futuro che presenta nebbia e ostacoli, incertezze ricatti, arrivano centinaia di persone.
Giovani, vecchi, ragazze e uomini, operai e impiegati.
Accomunati da quella paura di diventare ex di un qualcosa che forse “è morto il 24 e 25 febbraio” o che nella peggiore delle ipotesi non è mai nato.
“Questa dirigenza se ne deve andare”, dice Matteo Lepore, che in Comune a Bologna è assessore delegato al coordinamento della giunta.
È stato bersaniano e oggi è in quella comune molto ampia che si chiama Reset, parola che si rincorre durante tutto il giorno.
Reset con l’attuale dirigenza del partito, reset con Bersani, Bindi, Franceschini e Letta.
“Siamo per mandare a casa quelli che hanno portato il partito a questo disastro”. Arriva anche Giorgio Prodi, figlio di Romano che in questi giorni, a chi lo incontra per strada, dice di essere “l’ex presidente”.
Giorgio, invece, l’ha presa con meno filosofia.
“Il Pd che si riunisce qui oggi è diverso da quello che ha pugnalato mio padre”, spiega raggiungendo l’incontro.
I giornalisti incalzano: il professore conosce i nomi dei 101 traditori.
“A me non ha detto nulla, però mi sembra molto chiaro il sistema nel quale questo è maturato. Mi auguro che qui dentro si parli di quello che accadrà e non di quello che è accaduto. Altrimenti il partito è morto. Il paese è morto”
Le facce rabbiose disegnano comunque un malato sul lettino di ospedale in prognosi riservata.
Questo è il Pd della Bolognina.
Non ci sono altre declinazioni possibili. È tenuto in vita dalle macchine. E dalla passione.
Dietro l’angolo nessuno sa cosa ci sia.
A Bologna almeno una definizione cercano di darsela. E non sono niente di quello che succede oggi. Sono ex bersaniani, renziani, ex giovani turchi, ma tutti accomunati da una speranza che arriverà solo dopo averci dormito sopra.
“Partiamo dall’azzerare tutti, poi vediamo”, dice Lepore.
Più duro Benedetto Zacchiroli, renziano ed ex-candidato alle primarie per il sindaco di Bologna senza successo: “La generazione che ha guidato il partito si è autorottamata. Siamo stati sconfitti dai dirigenti ai quali ci eravamo affidati. A noi servirebbe un governo che risolva i problemi degli esodati e non che fa le leggine per Berlusconi. Questo chiedeva il Paese. Ma non siamo stati sconfitti dalla candidatura di Marini al Quirinale e dalla trappola per Prodi: abbiamo perso alle elezioni. È questa la presa di coscienza che serve oggi per cercare uno spiraglio”.
“Ma chi pensava di venir qui a illuminarci coi falò delle tessere ha sbagliato. Noi ci siamo, ma per riprenderci il partito e aprire una nuova stagione”. È quello che dicono durante gli interventi aperti.
E poi parlano di Marini, dell’omicidio Prodi, di Letta.
Inizio alle sei del pomeriggio e poi avanti fino a notte fonda.
Lo spirito è quello di chi ha perso un appuntamento con la storia e cerca di non alzare le mani e farsi impallinare.
Sicuramente c’è tanta gente. Manca l’odore del fumo di sigarette, mancano le bandiere rosse. Ma non c’è nessuna voglia di rimanere sospesi a metà .
Riprendiamoci tutto, soprattutto il futuro. “Non vogliamo morire arancioni o sbiaditi. Non vogliamo morire democristiani”.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
CASO MEDIASET: RIMANDATO IL VERDETTO SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO
In un periodo di larghe intese agognate e ottenute dal presidente Giorgio Napolitano, la Corte
costituzionale si fa dettare i tempi dalla politica.
O per ritardare, come ha fatto ieri per il conflitto Berlusconi-giudici di Milano, o per accelerare, come ha fatto negli ultimi mesi per i conflitti Quirinale-Procura di Palermo; giudici di Taranto-governo Monti e Parlamento.
La Consulta, in ossequio all’esecutivo nascente, ieri ha deciso di non decidere su un conflitto che Silvio Berlusconi aveva sollevato nel 2011, come presidente del Consiglio-imputato, per un legittimo impedimento negato al processo Mediaset di Milano.
Ci si aspettava la sentenza già la sera di martedì, dopo l’udienza, o ieri.
Invece, per “opportunità politica”, i giudici hanno rinviato a data da destinarsi una decisione sul leader del Pdl “democristianizzato”: ha definito il discorso di Napolitano in Parlamento “il migliore degli ultimi 20 anni”.
Dunque camera di consiglio della Corte aggiornata e, per alcuni dei giudici, appuntamento alla presentazione del libro “La Repubblica del Presidente”, Napolitano, naturalmente.
D’altronde, il capo dello Stato, il 12 aprile, nel salone Belvedere della Consulta, è stato omaggiato dal presidente Franco Gallo, papabile prossimo ministro.
Al centro del conflitto lasciato ieri in sospeso, un legittimo impedimento che i giudici milanesi, il primo marzo 2010, non riconobbero a Berlusconi: si era appellato a un Consiglio dei ministri inizialmente previsto per venerdì 26 febbraio e quel giorno stesso rinviato al lunedì successivo, proprio in coincidenza con l’udienza Mediaset fissata oltre un mese prima insieme alla difesa.
Ad aprire l’udienza pubblica della Consulta, martedì, il giudice relatore Sabino Cassese, grande amico di Napolitano presidente e professore di Napolitano figlio, Giulio, ora docente a Roma 3.
L’illustre esperto di diritto amministrativo ha preso con sè a lavorare Napolitano junior che con il giudice costituzionale ha firmato alcune pubblicazioni.
Cassese, all’udienza pubblica ha ricordato che agli atti della Corte c’è anche l’istanza di legittimo impedimento di Berlusconi “presentata con tempestività ”, ha voluto sottolineare, “con allegata dichiarazione del segretario generale della Presidenza del Consiglio”.
Se la Consulta dovesse dare ragione a Berlusconi, o viene annullata solo l’ordinanza del Tribunale “incriminata” o, addirittura, la Corte d’appello di Milano, che sta processando in secondo grado l’ex premier, potrebbe essere investita di una valutazione sull’azzeramento di tutti gli atti seguenti, quindi anche della sentenza di condanna emessa in primo grado, per frode fiscale, a ottobre.
Il principio dell’opportunità politica, che sta dietro il rinvio di questa decisione, è lo stesso che, invece, ha messo le ali alla Consulta quando Napolitano, per impedire che diventassero pubbliche le conversazioni con l’ex ministro Mancino, finite nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha sollevato conflitto contro la Procura di Palermo.
Nel giro di 5 mesi, compresa la pausa estiva, la Corte ha deciso (a favore del presidente).
Stesso tempo accelerato per respingere, il 9 aprile, le eccezioni di incostituzionalità presentate dai magistrati tarantini contro il decreto del governo Monti, convertito in legge, che a fine 2012 ha scavalcato un provvedimento giudiziario sull’Ilva.
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE FINANZE TEDESCO SCHAEUBLE: “IL PROBLEMA IN ITALIA E’ STATA L’IRRITAZIONE DELL’ECONOMIA PER I RITARDI NEL FORMARE IL GOVERNO”
«Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, e per alcuni la Germania è appropriata nel ruolo, ma è una sciocchezza».
Così Schaeuble commenta le parole di Enrico Letta secondo cui occorre rinegoziare il rigore in Ue.
Intervistato dalla radio Deutschlandfunk, dopo che gli erano state fatte ascoltare le dichiarazioni del premier incaricato Enrico Letta sulla necessità di rinegoziare il rigore in Europa, il ministro delle Finanze tedesco ha spiegato che così «si disconoscono le vere cause dei problemi. E chi non riconosce le cause, fa analisi sbagliate e non arriva alla giusta terapia. Per questo occorre tenere fede a quello che abbiamo già concordato insieme» in termini di risparmio e risanamento: «Abbiamo bisogno di stabilità e crescita sostenibile».
Non si può risolvere il problema della diversa solidità dei Paesi dell’Europa «rendendo la Germania debole come gli altri», ha poi aggiunto Schaeuble.
«Sono gli altri che devono arrivare a risolvere i problemi alla radice», ha concluso.
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE COMASCO BRENNA: “LE ULTIME USCITE DI GRILLO SONO STATE PENOSE”
«Dario Fo? Gino Strada? Stefano Rodotà ? Ma per l’amor di Dio!!!». 
Graziano Brenna, imprenditore, vicepresidente di Confindustria Como, una vita a votare a destra, due mesi fa s’era fatto sedurre da Beppe Grillo e l’aveva votato.
Oggi dice che non lo rifarà più e invoca l’amore dell’Altissimo quasi a chiedere perdono per essersi lasciato ingannare da un diavolo: «Quello non è il mio mondo. Troppo di sinistra».
Come Graziano Brenna, nel Nord già leghista e berlusconiano ce ne sono molti.
«Quando ho detto che avrei votato Grillo, io che per vent’anni ho votato il Cavaliere, nel mio mondo mi sono attirato qualche simpatia e soprattutto molte antipatie. Però le garantisco», mi dice Brenna, «che sono tanti i miei colleghi che hanno lasciato la Lega e il Pdl per votare il MoVimento Cinque Stelle. Oggi non lo rivoterebbero più. Sa che cosa diciamo, noi che nel giro di soli due mesi siamo passati da neogrillini a ex grillini? Che quel movimento lì ha un’anima da sinistra antagonista, radicale. Altro che trasversali…».
Forse il dimezzamento dei voti del M5S in Friuli dipende soprattutto da questo.
Grillo, due mesi fa, era stato abile ad attrarre a sè universi opposti.
I No Tav, la sinistra delusa, gli ambientalisti anti-inceneritori e i teorici della «decrescita felice» da una parte; ma anche, dall’altra, tutto un popolo di piccoli imprenditori, di partite Iva, di commercianti vessati da fisco e burocrazia.
Grillo tuonava contro Equitalia, urlava che le piccole imprese sono la nostra prima ricchezza e vanno aiutate, scomunicava perfino i sindacati: e tutto questo a un elettorato deluso dalle promesse mancate di Berlusconi e della Lega piaceva, e molto.
Invano «il Giornale» avvertiva: attenti, la vera radice di Grillo è quella della sinistra dei centri sociali, con il consueto pizzico di radical chic a dare «spessore» intellettuale, perchè in Italia, si sa, gli intellettuali possono essere solo di sinistra. Invano, perchè in cabina elettorale molti di centrodestra hanno commesso adulterio.
Ma sono bastati due mesi per convincere questi «grillini di destra» di aver sbagliato indirizzo.
Il risultato del Friuli — dal 27 al 14 per cento — non può essere spiegato solo con la fisiologica discrepanza tra voto per le politiche e voto amministrativo.
«La croce sul simbolo delle cinque stelle è servita», dice ancora Brenna, «a mandare a casa buona parte dei vecchi politici. Ma Grillo non lo voterò più. Le sue ultime uscite sono state penose. Il colpo di Stato, la marcia su Roma… Ma per favore».
Una che ha il polso della rabbia dei piccoli imprenditori del Nord contro Equitalia e le banche (due dei bersagli preferiti di Grillo) è Wally Bonvicini, che a Parma ha messo in piedi un’associazione, Federitalia, che assiste appunto «i tartassati».
«Sento centinaia di piccoli imprenditori», mi racconta, «che due mesi fa hanno abbandonato Lega e Pdl per votare Grillo. Tutti mi dicono che oggi col piffero che lo rivoterebbero».
Perchè troppo di sinistra? Anche, ma non solo: «Hanno capito che il MoVimento Cinque Stelle non ha fatto nulla per loro. Sa perchè? Perchè non hanno la cultura della piccola impresa. Sono bravi ragazzi, simpatici, ma — come posso dire? — privi di robustezza psicologica. Sono quasi tutti ex lavoratori dipendenti e per carità , non c’è niente di male: ma voglio dire che non hanno la consuetudine alla trattativa, al cercare di cavarsela da sè. E questa, nei contenziosi con Equitalia e con le banche, è una lacuna che pesa».
In più, per una di Parma, pesa anche l’esperienza della giunta grillina: «Non hanno fatto niente. Provi a girare in città : le strade sono piene di buche», è la sentenza impietosa di Wally Bonvicini.
Ma poi. Perfino da sinistra dicono che quelli di Grillo sono troppo di sinistra. Nel senso di estremisti.
Racconta Patrizia Maestri, deputata Pd di Parma: «L’altro ieri ho fatto un appello al sindaco Federico Pizzarotti, che è una persona moderata, affinchè Grillo prendesse le distanze dalla caccia all’uomo per le vie di Roma seguita all’elezione di Napolitano. Pensi che lui ha risposto dicendo di trovare “gravi” le mie “insinuazioni”, e il consigliere comunale grillino Mauro Nuzzo mi ha intimato di “non oltrepassare il limite del ridicolo”. Mah».
Torneranno, i delusi da Grillo, ai vecchi amori? «Per quanto mi riguarda no», dice Graziano Brenna: «Non ne possiamo più nè di Berlusconi nè di Bersani o Franceschini. Spero nei giovani, da Renzi alla Meloni».
Il boom grillino appena cominciato è già finito?
Troppo presto, comunque, per dirlo: i partiti sono ancora capaci di rianimarlo, suicidandosi. Dipende da loro.
Michele Brambilla
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
DALLE CASSE DELLA FONDAZIONE MONTEPASCHI SONO USCITI UN MARE DI SOLDI NELL’ERA MUSSARI-MANCINI REGALI MILIONARI A ESPONENTI DI DESTRA E SINISTRA
Dalla fondazione Ravello, oggi presieduta dall’attuale capogruppo del Pdl, Renato Brunetta, alla Giuseppe Di Vittorio della Cgil.
Dai circoli Arci alla fondazione Craxi, fondata e presieduta da Stefania.
Fino ai bonifici per l’ex senatore del Pdl, ora candidato sindaco a Pisa e storico braccio destro dell’ex ministro Altero Matteoli, Franco Mugnai (legale nel caso Ampugnano).
Poi fondi a tutte le amministrazioni a guida Pd della Toscana. A partire dalla Regione fino a numerosi Comuni. Tranne uno: Gagliole, l’unico con un’amministrazione di centrodestra.
A scorrere le 400 pagine di estratto conto della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, degli anni compresi tra il 2007 e il 2009, si ricostruisce la fitta rete di sovvenzioni ed erogazioni distribuite ad amici e non.
Per lo più si tratta di fondazioni, enti, amministrazioni targate centrosinistra.
Ma Giuseppe Mussari, già passato alla guida di Rocca Salimbeni, guardava a Roma. All’Abi, dove approda nel 2010, ma anche al Palazzo nel quale sa di poter confidare in rapporti trasversali, da Giuliano Amato a Giulio Tremonti.
Siena doveva essere solo un trampolino di lancio, come spiegano negli atti i pm titolari dell’inchiesta sull’acquisto Antonveneta, Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso.
Banca e fondazione un utile portafoglio. Si sponsorizza tutto.
Dai circoli ricreativi alle associazioni politiche, come la Karl Popper che, di matrice socialista, appoggia, negli anni, i due sindaci Maurizio Cenni e Franco Ceccuzzi. Quest’ultimo costretto a rinunciare a ricandidarsi perchè avrebbe raggiunto un accordo di spartizione con Denis Verdini.
L’indagine è ancora in corso.
Da Siena i soldi vanno anche a Lecce: arcidiocesi (120 mila euro), varie onlus e 50 mila euro alla provincia. Guidata da Antonio Maria Gabellone, ex Dc oggi Pdl, legato a Vincenzo De Bustis e, in particolare a Lorenzo Gorgoni, membro del Cda di Mps. Ma è anche terra politica di Massimo D’Alema e della Banca 121 acquistata da Rocca Salimbeni.
I versamenti sono compresi tra i diecimila euro e i due milioni, che vanno alla fondazione Ravello, per un importo complessivo che sfiora il miliardo e che si perde nel totale delle uscite della Fondazione: 17.983.686.939 euro complessivi di movimentazione in 36 mesi.
Per lo più dovuta alle operazioni di compravendita sui mercati in vista dell’aumento di capitale per l’acquisto di Antonveneta.
Alimentata dai fondi versati all’Università cittadina, alle società del Comune e di sviluppo, alla diocesi, alle contrade del Palio.
Fino ad assottigliarsi e perdersi in mille rivoli con bonifici da 50 mila euro anche a singoli preti.
Meglio assicurarsi la buona parola di tutti.
Tra i 3 miliardi versati per l’aumento di capitale per l’acquisto di Antonveneta ai piccoli bonifici ci sono, ad esempio, uscite per dieci milioni alla Cressidra Sgr Spa, un gestore di fondi chiusi riservati nonchè azionista di Anima Sgr insieme a Banca Popolare di Milano, Credito Valtellinese e la stessa Banca Monte dei Paschi.
Rocca Salimbeni condivide con Anima il presidente dei sindaci: Tommaso Di Tanno, oggi indagato.
Tra i più noti tributaristi italiani, legato ai Ds, in particolar modo a D’Alema e Vincenzo Visco, di cui è stato consigliere economico in via XX Settembre, Di Tanno non si è accorto della voragine che Mussari, Gianluca Baldassarri e Antonio Vigni, hanno creato in Mps.
E’ stato anche revisore dei bilanci dei partiti per Montecitorio.
L’elenco delle uscite è infinito.
L’estratto conto è negli atti del processo per l’aeroporto Ampugnano che vede Mussari rinviato a giudizio per falso ideologico in concorso e turbativa d’asta.
Parte della documentazione raccolta durante le indagini, in particolare quella relativa alla Fondazione e a Mps, è confluita nell’inchiesta sull’acquisto di Antonveneta. Nulla, al momento, sarebbe stato rilevato di anomalo nelle operazioni partite dal conto corrente della Fondazione.
A subire il contraccolpo maggiore è stata la città , dal Comune all’Università , dall’azienda ospedaliera alle contrade del Palio, che si sono ritrovate private, da un anno all’altro, delle laute erogazioni.
Il Comune, da un anno
Se ne sarà fatta ormai una ragione, invece, Brunetta. La fondazione Ravello, che stava a cuore a Mussari anche per la presenza di Filippo Patroni Griffi nel consiglio generale di indirizzo, non riceve più nulla.
Così come la fondazione Craxi: ultimo bonifico ricevuto 15 mila euro nel marzo 2009.
L’anno successivo le erogazioni concesse si sono fermate a complessivi 109 milioni e su un totale di 2657 domande presentate solamente 779 sono state soddisfatte.
Nel 2012 sono state ulteriormente ridotte a 21 milioni e per il 2013 è previsto lo stanziamento di appena cinque milioni di euro.
Da Mps, del resto, non arrivano più i dividendi frutto del “maquillage bilancistico” di Mussari e la banda del 5 per cento.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Giustizia | Commenta »