Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
UN PASSATO DA VICESEGRETARIO DEL PPI CON INCARICHI NEL GOVERNI AMATO, CIAMPI E PRODI
Nel 1998 ha battuto il record di Giulio Andreotti e a 32 anni Enrico Letta è stato il più giovane ministro della Repubblica, titolare delle Politiche comunitarie nel primo governo D’Alema.
E ora potrebbe diventare il secondo più giovane premier della storia repubblicana.
Il primato lo detiene Giovanni Goria presidente del Consiglio a 45 anni, uno in meno dell’uomo scelto da Giorgio Napolitano per formare il governo.
Nato a Pisa nel 1966, Letta ha tre figli, ed è sposato con la giornalista del Corriere della Sera Gianna Fregonara.
Letta si avvicina alla politica grazie a Beniamino Andreatta, conosciuto nel 1990, e diventa ricercatore dell’Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione di cui è segretario generale dal 1993.
In quello stesso anno, come scrive Letta nella biografia sul sito del Pd, il primo contatto con le istituzioni.
Segue infatti Andreatta, come capo della sua segreteria, al ministero degli Esteri, nel governo Ciampi. Proprio Ciampi lo chiama nel 1996 al ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro.
Dal gennaio 1997 al novembre 1998 è vicesegretario del Partito popolare italiano.
Nel novembre del 1998 entra nel primo governo D’Alema.
Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Incarico che conserva, con il governo Amato, per il quale è anche ministro del Commercio con l’estero fino al 2001.
Nel 2001 diventa deputato per la prima volta e s’iscrive alla Margherita.
Nel giugno 2004 rassegna le dimissioni dalla Camera e, da capolista dell’Ulivo, viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est (circa 173.000 voti). Nella XV Legislatura torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi.
Nel 2007 si candida alla segreteria del neonato Partito democratico ottenendo, con le primarie del 14 ottobre, oltre l’11% dei consensi (391.775 voti).
Nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, capolista Pd nella circoscrizione Lombardia 2, viene eletto alla Camera.
Poche settimane dopo Walter Veltroni lo chiama a far parte del governo ombra del Pd in qualità di responsabile Welfare.
Nel 2009, in occasione del Congresso del Partito democratico, decide di appoggiare Pier Luigi Bersani e la mozione che lo sostiene.
Il 9 novembre 2009 — dopo le primarie che eleggono Bersani segretario nazionale — viene nominato dall’Assemblea nazionale, ad amplissima maggioranza, vicesegretario unico del Partito Democratico.
Alle elezioni politiche del 2013 è capolista del Partito Democratico alla Camera nelle Marche e in Campania.
Sul sito del Pd, Letta mette alcune note personali a margine della sua biografia: “Gli piace leggere tutto. Tra gli autori preferiti alcuni degli scrittori italiani dell’ultima generazione, come Santo Piazzese, Marcello Fois, Gianrico Carofiglio. E’ un appassionato lettore di Dylan Dog. Tifa da sempre per il Milan e gioca ancora oggi a subbuteo. Ascolta Irene Grandi, Elio e le Storie Tese, Vasco Rossi e Zucchero”. Letta è anche un fan della saga i ‘Pirati dei Caraibi’ ed è rimasta famosa una sua citazione lo scorso anno a un’assemblea del Partito democratico: “Il Pd deve essere un po’ meno Forrest Gump e un po’ più il pirata Jack Sparrow di Johnny Depp”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
NELL’ORDINANZA DEL GIP, OLTRE A QUANTO GIA’ FILTRATO, SI PARLA DI UNO YACHT, ACQUISTATO DAL FIGLIO DI BOSSI E INTESTATO A UN PRESTANOME, FRUTTO DELLA APPROPRIAZIONE INDEBITA…RITORNA IL NOME DELLA DUJANY IN AFFARI CON BELSITO
Nell’inchiesta che ha portato stamane all’arresto a Genova di Francesco Belsito, ex tesoreire della
Lega, spunta anche uno “yacht del valore di 2,5 milioni di euro” acquistato da Riccardo Bossi, figlio di Umberto.
Lo yacht, stando all’ordinanza del gip, sarebbe stato comprato con l’appropriazione indebita dei fondi del Carroccio.
Tangenti per la sanità .
Gli inquirenti avrebbero trovato un riscontro dei suoi rapporti con multinazionali impegnate in campo ospedaliero: il sospetto è che gli siano arrivate somme per assecondare le richieste dei manager che puntavano ad appalti pubblici.
“L’arresto riguarda società e movimentazioni di denaro”, ha confermato l’avvocato Alessandro Vaccaro, legale di Belsito, a proposito del provvedimento di custodia cautelare. “Siamo meravigliati, comunque, che l’arresto arrivi ora, a un anno dall’interrogatorio”.
Il “comitato d’affari” e l’incontro con Maroni.
Le richieste, firmate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, risalgono a quattro-cinque mesi fa e l’ordinanza è stata firmata dal gip Gianfranco Criscione.
L’esigenza degli arresti starebbe in un presunto tentativo di inquinamento probatorio. Girardelli nelle intercettazioni dell’inchiesta veniva definito “l’ammiraglio”.
A detta del gip c’era una sorta di comitato d’affari intorno a Belsito, il quale nonostante avesse lasciato l’incarico di tesoriere conservava un grosso potere di influenza derivante da relazioni personali.
L’ex tesoriere, secondo il gip, era “in grado di influenzare le decisioni di istituzioni e grandi imprese pubbliche e private, quali per esempio Siram spa, Fincantieri spa e Gnv spa, in forza del potere politico derivante dalle cariche rivestite”.
Bonet e Girardelli parlano in una conversazione intercettata di un “incontro” che Bonet “dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito”, scrive ancora il gip.
Lo yacht di Bossi jr.
Nell’ordinanza si fa riferimento a una nota di polizia giudiziaria del 3 ottobre scorso, dalla quale si evince che l’espulsione di Belsito dalla Lega “ha tutt’altro che interrotto il criminoso e criminogeno rapporto tra il medesimo Belsito e Girardelli, da ultimo incentrato sulle questioni relative a uno yacht”.
Si tratta di una imbarcazione “del valore di 2,5 milioni di euro che Riccardo Bossi avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito”.
La stessa nota della guardia di finanza, chiarisce il gip, “fa emergere pure che Belsito tuttora intrattiene poco trasparenti rapporti d’affari con un’esponente della Lega Nord di Chiavari, tale Dujany Sabrina”.
Il gip rimarca anche per i quattro arrestati il “concreto e fortissimo pericolo di reiterazione dei reati”.
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO: “NON C’E’ ALTERNATIVA A LUI, ORA TUTTI COLLABORINO”… IL PROGRAMMA DEL PREMIER: “LAVORO, RIFORME E CREDIBILITA’ POLITICA. RIDURRE I PARLAMENTARI, CAMBIARE IL BICAMERALISMO E NUOVA LEGGE ELETTORALE”
«Lavorerò con determinazione: il primo e più importante impegno sarà la disoccupazione. Il secondo sarà ridare credibilità alla politica. Terza priorità le riforme costituzionali».
È questa la sintesi del programma di Enrico Letta che stamane ha accettato l’incarico di formare un nuovo governo conferitogli dal Capo dello Stato.
Con un’avvertenza: «Il mio governo non nascerà a tutti i costi”.
Letta ha detto chiaramente che «Domani nelle consultazioni parleremo con tutti, con il pdl in primis. Questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà se ci saranno le condizioni».».
Il Capo dello Stato ha chiosato: -«Nella scelta che mi toccava fare ho tenuto conto delle consultazioni di ieri. Dai partiti già predisposti a collaborare non ci sono state pregiudiziali sul nome e mi è stata data massima autonomia».
Ma ora per Napolitano serve piena collaborazione dai partiti: «Non ci sono alternative al successo».
«È essenziale in questa fase nella quale ci sono ancora ricadute polemiche di stagioni precedenti che si affermi un clima di massimo rispetto reciproco tra le forze politiche impegnate a collaborare alle formazione del governo».
«Sarà un governo di servizio al paese – ha spiegato Letta -, l’obiettivo è anche quello di moralizzare la vita pubblica del paese che ha bisogno di nuova linfa».
Il suo programma: «Ho accettato – ha spiegato – sentendo sulle spalle una grande responsabilità – ha detto Letta – perchè questa situazione inedita e fragile non può continuare. Il Paese sta aspettando un governo. Mi metto in questo impegno perchè penso che il paese ha bisogno di risposte specie quella parte del paese che soffre che ha bisogno di lavoro che non c’è, le imprese che chiudono i giovani che vanno via dal paese». «Bisogna dare una risposta all’emergenza giovani e questa sarà una priorità »
E poi «Il secondo tema è come dare risposte attraverso una politica credibile. Il mio grande impegno sarà a far sì che da questa vicenda possa uscire una politica italiana diversa con riforme istituzionali per ridurre il numero dei parlamentari, cambiare il bicameralismo e una nuova legge elettorale».
«Cercherò di utilizzare il più breve tempo possibile: comincerò domani le consultazioni e spero nel più breve tempo possibile di tornare a sciogliere la riserva». Quanto ai ministri, «Il totoministri impazzera’ con i nomi più improbabili…. Vi dirò tutto se scioglierò la riserva quando tornerò dal presidente Napolitano. Nessun nome ancora».
Le prime reazioni
Napolitano lo ha convocato al Colle per le 12,30, e lui ha lasciato sorridendo la sede dell’Arel, il think tank da lui presieduto.
Senza rispondere ai cronisti,ed è partito alla guida di una Fiat Ulysse, ed è arrivato dal Capo dello Stato puntualissimo.
Il primo commento è stato quello di Pierluigi Bersani che ostenta grande soddisfazione. «Bene, benissimo» ha detto il segretario Pd entrando alla sede del partito.
E poco dopo Giuliano Amato: «Soddisfatto? Assolutamente sì».
«In bocca al lupo e un forte abbraccio», scrive dal canto suo su Twitter Matteo Renzi . Il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza, annuncia che «il Pd sosterrà convintamente» il nuovo esecutivo. L’incarico a Enrico Letta consegna al Pd una grande responsabilità . Occorre dare al paese un governo in grado di risolvere le grandi urgenze nazionali, a cominciare dalle difficoltà ».
Apertura mostra il leader Udc Pier Ferdinando Casini : «Avrà un compito difficile. Lui è un uomo molto preparato che ha esperienza anche internazionale. È una scelta significativa, un rinnovamento nella certezza. Bisogna ora che si abbassi il tasso di pretesa di tutti i partiti e si possa partire»,.
Pollice verso invece dai grillini. Riccardo Nuti, vicecapogruppo del M5S alla Camera, scrive su Facebook: «`Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che a Grillo’. E poi divenne premier. Scelto da Napolitano, eletto proprio col Pdl».
Apertura anche da Maroni . Che twitta: «Su Amato il presidente Napolitano ha dato ascolto alla Lega. Bene. Incontreremo Enrico Letta per sentire cosa propone per il Nord».
Dal fronte Pdl, Angelino Alfano ammonisce: «E bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile». .
«Se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo.E’ bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile. Non intendiamo pagare altri prezzi per la nostra lealtà e ribadiamo che o il governo è forte, politico (con i tecnici abbiamo già dato), duraturo e capace di affrontare la crisi economica oppure, se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo».
La scelta di Napolitano
Su come il Capo dello Stato sia arrivato al suo nome, è certo che nel lungo colloquio avuto ieri da Giorgio Napolitano con la delegazione del Pd, guidata dallo stesso Letta, il Capo dello Stato ha chiesto un dettagliato resoconto della direzione del partito e delle posizioni delle varie `anime’.
L’obiettivo era capire, dopo che il Pdl aveva espresso preferenza per Giuliano Amato, quale nome avrebbe avuto maggiori garanzie di sostegno all’interno del Partito democratico.
Dopo che il vicesegretario del Pd ha ottenuto il semaforo verde da parte di Berlusconi, che non ha fatto obiezioni sul suo nome (la candidatura di Matteo Renzi sarebbe stata bloccata proprio dai veti del Pd), il nome di Amato sarebbe stato scartato perchè dirompente per un partito, il Pd, sull’orlo di una crisi di nervi.
Amato ha parlato stamane a lungo del ruolo di Napolitano: «Il capo dello Stato è un organo di garanzia. È come un motore di riserva che, se si inceppa la macchina del circuito governo-Parlamento, entra in funzione. È un motore che non sostituisce questo meccanismo ma è come se fosse un motore di avviamento, da azionare per accendere l’auto quando si spegne».
Alla presentazione del libro `La Repubblica del presidente’, Giuliano Amato, proprio negli stessi minuti in cui viene chiamato al Quirinale Enrico Letta per ricevere il mandato a formare il nuovo governo, punta il dito contro le forze politiche che finora sono rimaste sorde agli appelli di Napolitano.
Tornando alla metafora del motore di riserva, Amato aggiunge: «Cosa ci mette Napolitano di più in tutto ciò? Alle prese con un sistema politico-istituzionale non molto diverso dalla mia Panda del ’90, lui è come il motorino di avviamento, il cui uso è frequente perchè l’auto si spegne con facilità ».
«In questo settennato – conclude Amato – è stato necessario che Napolitano intervenisse, non in sostituzione di qualcuno o qualcosa, ma per riaccendere la macchina».
(da “La Stampa“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
A CAPO DI UN “COMITATO DI AFFARI” CHE GESTIVA RAPPORTI ILLECITI NEL MONDO DELL’IMPRENDITORIA ITALIANA…IL SUO RUOLO IN FINCANTIERI
Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega Nord e componente del cda di Fincantieri, è stato
arrestato a Genova dalla Guardia di Finanza di Milano, insieme con altre due persone.
Gli sono contestate l’associazione per delinquere e la truffa aggravata nell’ambito degli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Milano – diretta dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai sostituti Paolo Filippini e Roberto Pellicano – sull’utilizzo dei fondi nazionali della Lega Nord.
La Procura di Milano, in base agli approfondimenti sul capitolo Fincantieri dell’inchiesta, ipotizza l’esistenza di un «comitato d’affari» che utilizzava la propria influenza per gestire rapporti illeciti nel mondo dell’imprenditoria italiana.
L’ex tesoriere della Lega Nord è stato arrestato nella sua casa genovese alle 6 di mercoledì mattina ed è stato immediatamente trasferito nel carcere di San Vittore. L’abitazione è stata perquisita dai militari.
La richiesta di custodia cautelare era stata inoltrata al gip Gianfranco Criscione alla fine dello scorso ottobre.
8 MILIONI
A Belsito e all’imprenditore Stefano Bonet, arrestato con lui, è contestata una truffa da 8 milioni di euro. Bonet è indagato anche per riciclaggio. In manette anche Romolo Girardelli, ricercato Stefano Lombardelli, per gli stessi reati.
I quattro «si associavano tra loro – si legge nell’ordinanza – allo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti di appropriazione indebita, riciclaggio, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, costituendo un’organizzazione stabile». Belsito avrebbe approfittato della sua posizione politica per «influenzare le decisioni di istituzioni e di grandi imprese pubbliche e private».
BONET
Bonet, l’uomo che si occupò degli investimenti del Carroccio in Tanzania, è considerato membro dell’associazione per delinquere «quale imprenditore a capo di una rete societaria (Po.la.re. Scarl, Marco Polo Technology srl, Fin.tecnoSrl e le altre) predisposta per la emissione di false fatture finalizzate alla costituzione di fondi neri, in modo da consentire l’altrui evasione fiscale e il conseguimento di erogazioni pubbliche».
LA TRUFFA
Belsito e Bonet sarebbero stati i promotori dell’associazione per delinquere.
La truffa sarebbe stata messa in atto da Belsito e Bonet con il concorso di personale della Siram, facendo sì che questa beneficiasse di «agevolazioni riconosciute dallo Stato, sotto forma di credito d’imposta, per gli esercizi 2009 e 2010 per una somma complessiva di 8.059.300 euro».
La truffa sarebbe stata perpetrata attraverso l’emissione di false fatture per investimenti nel campo della ricerca mai effettuati.
VOLEVANO INCONTRARE MARONI
In un’intercettazione del 27 gennaio 2012 tra Stefano Bonet e Romolo Girardelli «si parla dell’incontro che il primo dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito».
LA ‘NDRANGHETA
Il terzo arrestato, Romolo Girardelli, detto «l’ammiraglio», per la Procura di Reggio Calabria era anche l’uomo che aveva rapporti con i vertici della cosca dei De Stefano a Reggio Calabria.
L’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, infatti, ipotizza che tra i fondi neri della Lega finiti all’estero vi possa essere anche il denaro frutto degli affari illeciti della cosca De Stefano, fatto confluire nella massa di denaro gestita da Belsito allo scopo di riciclarlo e ripulirlo per nuovi investimenti.
Le carte che diedero l’avvio all’inchiesta milanese vennero trasmesse a Milano dai pm di Napoli Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, i quali tra l’altro nell’ambito delle indagini interrogarono per oltre 20 ore Nadia Dagrada, l’ex segretaria di Umberto Bossi.
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
TEODORO BUONTEMPO SI E’ SPENTO A 67 ANNI… DIRIGENTE DEL MSI E AN, DEPUTATO PER 5 LEGISLATURE, E’ STATO CONSIGLIERE COMUNALE A ROMA
Un politico di razza, sempre a destra, che non mollò mai.
Teodoro Buontempo, 67 anni, era nato a Carunchio, in provincia di Chieti.
Ha cominciato l’attività politica sin da giovane ad Ortona a mare, sempre in Abruzzo, dove ha diretto le organizzazioni giovanili dell’Msi.
A 22 anni si trasferisce a Roma dove partecipa alle lotte studentesche.
Dirigente della Giovane Italia, nel 1970 diventa il primo segretario del Fronte della Gioventù di Roma.
È stato deputato in cinque legislature, sempre nelle file di An e poi della Destra, nonchè per 16 anni consigliere comunale di Roma dal 1981 al 1997.
Dal dicembre 1993 al settembre 1994 ha ricoperto anche l’incarico di presidente del consiglio comunale.
Nonostante la vicinanza a Gianfranco Fini, di cui in passato fu braccio destro, il 26 luglio 2007 annuncia la sua uscita da Alleanza Nazionale e partecipa alla fondazione della Destra di cui è presidente.
Nel 2008 è stato candidato alla presidenza della provincia di Roma, di cui però poi divenne solo consigliere.
Dal 2010, invece, è stato assessore alle politiche per la casa durante la giunta Polverini alla Regione Lazio.
«La politica – disse molto tempo fa durante la presentazione di un suo libro sui 16 anni di vita politica in Campidoglio – per valere deve lasciare un segno tangibile, da consegnare alla storia».
E lui, di segni tangibili, ne ha lasciati tanti con le sue battaglie politiche.
Come quando, nell’estate del 1994 durante la giunta Rutelli, tenne un discorso di 28 ore filate in consiglio comunale durante una seduta sull’assestamento al bilancio.
«Er pecora», come era soprannominato, parlò ininterrottamente dalle 10 del venerdì alle 14:30 del giorno successivo, intervenendo su ogni singolo emendamento: quel giorno ne erano in programma 335.
«Per la voce mangio acciughe», informava i cronisti stupiti della sua maratona oratoria.
O quell’altra, nel 1993, in cui si rifiutò di lasciare l’Aula in seguito all’ennesima espulsione. Uscito dall’emiciclo si ancoro’ all’orologio a pendolo nel settore della stampa.
Nel 1991, quando era segretario provinciale dell’Msi-Dn, aiutato da altri missini stacco’ nottetempo la targa stradale di Palmiro Togliatti a Cinecittà , sostituendola con una con su scritto «viale vittime del comunismo».
Da deputato, nel 1995 conquistò il maggior numero di giorni di sospensione dall’attività parlamentare, quindici, per aver occupato l’emiciclo.
Nel 2008, insieme a Daniela Santanchè, si fece chiudere dentro per protestare con Prodi dopo le dimissioni di Mastella da ministro della Giustizia.
Per fare politica, ricordava, «venni a Roma e vivevo in una 500».
La politica vera, quella di base, tra la gente e nelle sezioni.
Buontempo per questo era stimato da tutti, camerati o compagni, amici o detrattori. Era considerato un «pezzo» di politica romana, un pezzo di valore, che coniugava passione e onestà .
Un politico d’altri tempi.
(da “La Stampa“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
E’ ACCUSATO DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, TRUFFA AGGRAVATA E RICICLAGGIO… IN CARCERE ANCHE BONET, L’UOMO DEGLI INVESTIMENTI IN TANZANIA, RICERCATE ALTRE DUE PERSONE
Nuova svolta nell’inchiesta sui fondi del Carroccio. 
L’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, è stato arrestato dalla guardia di finanza per associazione a delinquere e truffa aggravata nell’ambito delle indagini sulle presunte irregolarità nei conti del partito coordinata dalla procura di Milano.
E’ stata inoltre eseguita un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dl’imprenditore veneto Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania coi soldi del Caroccio indagato da tempo dalla procura di Milano.
L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano riguarda anche altre due persone, che al momento sono ricercate.
Per il momento non si conoscono altri detttagli, l’operazione è in corso.
La vicenda riporta, a distanza di un anno, ai fondi pubblici della Lega che Belsito, con operazioni finanziarie spregiudicate, aveva dirottato su fondi esteri, sia in Tanzania che a Malta. Erano emersi in quella occasioni coinvolgimenti di altri soggetti come intermediari e contatti con esponenti della ‘ndrangheta.
Da quanto si è saputo, nelle nuove misure cautelari è contestato anche il riciclaggio.
Nell’ambito delle indagini i pm, stando a quanto era emerso nelle scorse settimane, avevano quantificato in circa 19 milioni di euro le spese sospette con fondi pubblici ottenuti dalla Lega, quando a guidare la tesoreria c’era Belsito.
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
I TIMORI PARALLELI DI UN’IPOTECA GIUDIZIARIA SULL’ACCORDO PD – PDL
Nella discussione su formule di governo, riforme costituzionali e ricette economiche, c’è un non detto che da due mesi sottintende ogni analisi dei dirigenti di Pd e Pdl, e che rischia di incidere in modo determinante sulle decisioni a cui sono ora chiamati i due maggiori partiti: è la ventennale ipoteca giudiziaria sulla politica, «un’insidia» – come la definisce il democratico Epifani – che è posta sulla strada di quel governo a cui lavora Napolitano.
Cosa accadrebbe infatti se, dopo il varo di un gabinetto di larghe intese, Berlusconi fosse condannato e magari interdetto, o se la magistratura presentasse in Parlamento una richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui?
È questo il bivio dinanzi al quale si trovano Pd e Pdl, di questo si discute nelle riunioni riservate, perchè oltre i temi dell’Imu e del semipresidenzialismo c’è una variabile indipendente che potrebbe costringere le due forze a cambiare strategia in corso d’opera.
È vero che la nascita del governo sarebbe posta al riparo dal problema, ma «l’insidia» nel giro di pochi mesi potrebbe manifestarsi.
Che farebbero allora i democratici, sotto la pressione della piazza e della rete, dopo che autorevoli esponenti si sono già espressi a favore dell’ineleggibilità e dell’arresto di Berlusconi?
E quali margini di manovra avrebbe il Cavaliere, quando ormai sarebbe sfumata la possibilità di andare al voto anticipato per rompere l’assedio?
La questione non è stata mai affrontata pubblicamente.
Solo una volta è emersa, proprio la sera dell’incontro tra Bersani e Berlusconi, quando il pd Fassina – in un’animata discussione televisiva con il pdl Gasparri – sbottò dicendo che la grande coalizione non si sarebbe mai potuta fare, perchè «i problemi giudiziari» del leader di centrodestra «sono un macigno», un «elemento ostativo insormontabile» per arrivare a un’intesa. Ora che Napolitano è stato rieletto al Colle, quel «macigno» è superato?
O resta quel non detto che i dirigenti democratici colsero nella frase pronunciata dal segretario all’atto del congedo?
«Non so se un mio successore potrà fare quello che io non ho potuto fare», sussurrò Bersani, senza aggiungere altro.
Di qui le difficoltà del Pd, che è chiamato a scegliere tra linea riformista e linea movimentista sul terreno più accidentato: quello del berlusconismo.
Il veltroniano Verini prova a tener chiusa quella porta, spiegando che «noi non è che dovremo appoggiare un governo Berlusconi ma un governo di Napolitano».
E anche il responsabile giustizia del partito, Orlando, prova a tener separato il nodo politico di un accordo con il Pdl, «difficile a meno che non sia Renzi a fare il premier», dal nodo giudiziario: «Perchè la questione andrebbe rovesciata. Qualora Berlusconi venisse condannato, bisognerebbe vedere come reagirebbe il Pdl: andrebbe a bruciare i tribunali o accetterebbe le sentenze? Nel qual caso, non ci sarebbero problemi».
Più che una dichiarazione distensiva, è una dichiarazione di guerra, una sfida per verificare il grado di solidità (e solidarietà ) del Pdl verso il proprio leader.
Non a caso il tema in queste ore è elemento di discussione ai vertici del partito, ed evoca nel gruppo parlamentare quanto accadde nel ’93, nel giorno di battesimo del governo Ciampi, quando le richieste di autorizzazioni a procedere contro Craxi – respinte dalla Camera prima del voto di fiducia – portarono alle dimissioni dei ministri di area Pds.
Di qui l’indecisione del centrodestra (e di Berlusconi), diviso tra l’istinto di muovere verso le urne e il desiderio di collaborare alla riuscita del governo «di Napolitano».
Ma proprio «il discorso d’insediamento del capo dello Stato – secondo il deputato di Scelta civica Dambruoso – si è steso come un ombrello protettivo sul futuro governo, rispetto a eventuali rigurgiti di questioni che potrebbero minare i rapporti di maggioranza».
Non è dato sapere se il parlamentare montiano, già noto magistrato, abbia ragione, mentre si discute sulla figura che si insedierà al ministero di Giustizia. Di sicuro il Cavaliere – come il Pd – è atteso a una parola definitiva sul non detto che tiene in sospeso le sorti del governo e della legislatura.
Ancora ieri il capo del centrodestra alla Camera ha fatto mostra di non curarsene, concentrandosi sui «problemi dell’Italia».
L’atteggiamento ha colpito il vicepresidente del Csm, Vietti, che incrociando il pdl Lupi in Transatlantico, gli ha sussurrato: «Silvio è diventato un democristiano».
Francesco Verderami
(da “il “Corriere della Sera”)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI FA IL NOME DI AMATO E CHIEDE PROPRI MINISTRI PER UN GOVERNO FORTE
Il totoministri s’inabissa nel giorno cruciale delle consultazioni di fronte alle paure del Pd: “Come
facciamo a stare nello stesso governo con Brunetta e la Gelmini ministri? Si dice che anche la Santanchè voglia farne parte”.
Ma il nodo della formula e della composizione dell’esecutivo, di scopo e non politico, e con personalità “non attive in Parlamento”, secondo la definizione democratica della “bassa intensità partitica”, è soprattutto legato al duello tra Giuliano Amato ed Enrico Letta per la poltrona di premier.
Il capo dello Stato dalle otto di ieri sera ha avuto tutta la notte per pensarci e trovare una soluzione.
Il favorito resta il Dottor Sottile già craxiano, cioè Amato.
Il suo nome è stato l’unico a essere pronunciato nel giro-lampo di Napolitano.
A farlo, il Cavaliere in persona, che poi è uscito un po’ cupo in viso.
Il Pd ha messo in giro questa versione dell’incontro tra il capo dello Stato e B.: “Napolitano è in difficoltà perchè a questo punto Amato è il nome di Berlusconi”.
Versione completamente ribaltata da chi ieri ha parlato con il Cavaliere a Palazzo Grazioli: “È il Pd che non vuole Amato perchè non lo reggerebbe. Loro non vogliono un governo forte e politico con ministri nostri e sono in difficoltà sulla restituzione e sull’abolizione dell’Imu. Non siamo così tanto sicuri che il governo nasca”.
In ogni caso, il Pdl è pronto a mettere in campo una delegazione governativa al massimo livello, guidata dal segretario Angelino Alfano e con dentro anche i due capigruppo parlamentari: i due Renati, Schifani e Brunetta.
In ribasso, invece, le quotazioni di Mariastella Gelmini e Gaetano Quagliarierello.
In compenso vanno su i nomi di Mara Carfagna e Raffaele Fitto, l’ex governatore pugliese molto attivo nella gestione del partito.
La questione, appunto, è legata alla tenuta del Pd, sia sul nome di Amato, sia sulla coabitazione dei democratici con Brunetta e la Gelmini, tanto per fare l’esempio più ricorrente.
Ma l’asse tra Napolitano e Berlusconi sembra aver resistito alle fibrillazioni di ieri.
Il primo nome fatto cadere dal Cavaliere è stato quello di Matteo Renzi. Il no di B. è stato perentorio: “È il nostro prossimo competitor, non possiamo permetterglielo”.
Poi il colloquio al Colle con Napolitano e l’endorsement per Amato, cancellando così anche l’ipotesi di Enrico Letta.
Nel Pdl, l’incarico al vicesegretario dei democrat, che comunque darebbe il via libera a una formula piena e politico dell’esecutivo, minerebbe il concetto di “pari dignità ” e sarebbe una riduzione per il segretario Alfano, costretto a fare il secondo di Letta.
Il dilemma tra Amato e Letta è quindi decisivo per capire quale sarà il contributo del Pd alla formazione del governo.
In pole position ci sono ancora le personalità che non siedono più in Parlamento ma sono ancora impegnate in politica: Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Luciano Violante, Pier Luigi Castagnetti.
Per D’Alema sarebbe naturale la casella degli Esteri, per la quale sarebbe in corsa anche Mario Monti. La presenza dell’attuale premier però non è scontata.
La sua ambizione non è in discussione, il problema sono gli altri alleati che non lo vorrebbero: il gioco dei veti incrociati in queste ore riguarda anche il professore.
Per i centristi di Scelta Civica uno dei nomi sicuri è quello del ciellino Mario Mauro, uno dei dieci saggi nominati dal Colle alcune settimane fa.
Dopo il no della Lega, si abbassano a zero, invece, le chance del saggio del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, che ieri ha scortato il segretario Roberto Maroni al Colle.
Sul fronte dei tecnici sicura l’uscita della Severino, oggi Guardasigilli, mentre dovrebbero restare al loro posto Cancellieri (al Viminale) e Moavero Milanesi.
I boatos di Palazzo continuano infine a riferire di una poltrona all’Economia per Saccomanni, il numero due di Bankitalia.
Ma tutto dipende da chi sceglierà stamattina il capo dello Stato.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI STOPPA LE AMBIZIONI DEL SINDACO DI FIRENZE
Il luogo e il momento hanno sempre un significato: la corsa di Matteo Renzi verso Palazzo Chigi si ferma al Vittoriano, il palazzo delle grandi mostre di Roma, nelle sale in cui si celebra un altro fiorentino, “Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo 1513-2013”.
La mostra è organizzata dalla Treccani in collaborazione con l’Aspen Institute. Giuliano Amato è presidente della Enciclopedia Italiana Treccani e presidente onorario Aspen, pensatoio transatlantico e trasversale. “Caro Matteo, con tutta la stima che sai, il presidente Berlusconi ha deciso che non può far partire il tuo governo. Averti a Palazzo Chigi ci creerebbe un problema dal punto di vista elettorale”, è l’annuncio di Gianni Letta, ambasciatore sempre diplomatico e cortese anche e soprattutto quando porta cattive notizie.
L’intervista del sindaco di Firenze a Repubblica di lunedì mattina, rafforzata da una partecipazione a Otto e Mezzo di Lilli Gruber con look istituzionale (giacca blu e cravatta, la solita camicia bianca sbottonata non è governativa) era sembrata un’opzione azzardata ma percorribile.
Renzi era disposto a tentare di guidare il governo, “anche se so che rischio di bruciarmi”, come ha ammesso con i suoi sostenitori.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non era contrario, anzi: più politica sarà la caratura del governo, minore il rischio che i partiti che ne faranno parte siano tentati dall’attaccarlo, come è successo con Monti.
Però il capo dello Stato vuole una maggioranza politica larga, quindi con il Pdl.
E Berlusconi ha detto di no.
Questa, per il sindaco di Firenze, è una notizia tutto sommato positiva:
“Così — scherza ma non troppo con chi ha vicino — non potranno più rinfacciarmi la visita ad Arcore”, alludendo al famoso e contestato incontro in casa del Cavaliere nel 2010”.
Prima del confronto con Gianni Letta, per Renzi Palazzo Chigi sembrava raggiungibile, anche se lui si schermiva dicendo che “la mia candidatura è la più sorprendente e la meno probabile”.
Una nervosa direzione del Partito democratico, secondo la nuova moda trasmessa in streaming, si era appena chiusa approvando una linea compatibile con l’incarico a Renzi.
Il Pd non avanza nomi e si rimette al capo dello Stato, dandogli una delega totale. Soltanto Umberto Ranieri, dietro cui “c’è Napolitano”, dicono i renziani, cita esplicitamente “Matteo”.
Nonostante tutto Renzi spiega di essere molto soddisfatto: Piero Fassino, per “solidarietà tra sindaci” si è mosso per facilitare la sua candidatura, “anche D’Alema e Veltroni erano d’accordo”.
A Palazzo Chigi, secondo le indiscrezioni di ieri sera, andrà invece Giuliano Amato (o altro tecnico) con Enrico Letta e Angelino Alfano a fare i vicepremier.
L’unico scenario che potrebbe davvero complicare i prossimi mesi ai renziani è l’incarico a Enrico Letta: se il vicesegretario del partito, reggente dopo le dimissioni di Bersani, avrà a disposizione anche le nomine di governo per tacitare i malumori democratici, potrebbe costruirsi una base di potere che ai vivaci ma ancora acerbi renziani diventerebbe difficile scalfire.
E Renzi ora tornerà a occuparsi di parcheggi e raccolta differenziata a Firenze? Troppo presto per dirlo.
“Vedremo”, si limita a rispondere a chi gli chiede dei programmi sul futuro.
Gli hanno proposto subito la disponibilità a fare il ministro, ma lui ha declinato il pericoloso premio di consolazione.
Con un governo che si preannuncia di almeno un paio di anni, Renzi deve decidere una strategia.
Il Partito per ora non esplode e Renzi, per quanto inviso a molti (su tutti Franco Marini e Anna Finocchiaro), non spacca più i democratici come qualche tempo fa. Presto ci sarà un congresso e il sindaco potrebbe tentare la scalata.
Il suo avversario potenziale, il ministro Fabrizio Barca, ha già iniziato il suo percorso: poca tv e molte serate nelle sezioni.
Giovedì sera, al primo incontro per discutere il manifesto politico del ministro, in via dei Giubbonari c’erano decine di persone sotto la pioggia che cercavano di ascoltare dalle finestre di una sezione stracolma.
Renzi ha un altro stile, ma la sfida da ieri è ufficialmente aperta.
E “dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà ”, avrebbe detto il Machiavelli testimone del provvisorio stop di Renzi.
Ma l’autore del Principe ammoniva anche: “Ogni volta che è tolto agli uomini il combattere per necessità , essi combattono per ambizione, la quale è tanto potente nei loro petti che mai, a qualunque grado salgano, li abbandona”.
Stefano Feltri
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