Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
LARGHE INTESE E BEGHE DI CORRENTI, LA SFIDA AZZOPPATA PER LA CAPITALE…CON ALEMANNO CHE PROMETTE DI TUTTO, IN PURO STILE WANNA MARCHI
La rimonta del sindaco che ne ha fatte e sbagliate di tutti i colori è possibile, secondo i sondaggi.
La paura del Pd romano è certa, stando a dichiarazioni ufficiali e ufficiose.
Perchè nella partita del Campidoglio, con primo tempo il 26 maggio, Gianni Alemanno guadagna metri su Ignazio Marino, giocando di contropiede sui mille guai dei Democratici: dalle correnti che non smettono di farsi la guerra ai dirigenti che diffondono perplessità sul chirurgo “troppo di sinistra e troppo civico”, sino ai ricaschi del governissimo su una base infuriata.
E allora, invertendo o meno i fattori il prodotto resta quello: il rischio concreto di regalare di nuovo il Comune ad Alemanno.
Lo stesso candidato che un paio di mesi fa sembrava bollito anche a Berlusconi, tanto che l’ex premier pensava di lanciare al suo posto Giorgia Meloni.
Ma ora tutti i sondaggi raccontano che l’ex missino è a pochi passi da Marino.
Ieri Datamonitor su Affaritaliani.it   dava l’esponente Pd al 35 per cento e Alemanno al 32,4.
Distanza identica per Euromedia sul Messaggero.it  , con Marino al 37,4 per cento e il sindaco al 34,8.
Le cifre parlano anche di un calo di Marcello De Vito (Cinque Stelle) e di una crescita di Alfio Marchini: convinto di poter salire ancora, per il voto disgiunto.
Ma a colpire è soprattutto un dato: in tutti i sondaggi, Marino prende minori consensi della sua coalizione (in media, il 2,5 per cento in meno).
Segnale fosco in vista delle amministrative, dove l’obiettivo è sempre avere il candidato più alto della somma di partiti e liste che lo sostengono.
“Il Pd al 26 per cento a Roma non è neanche male, a fronte delle stime che danno il partito nazionale al 22: è il candidato che non marcia” cannoneggiava ieri un anonimo dirigente.
Eppure sino a una settimana fa il distacco tra Marino e Alemanno era di 6-7 punti. Cosa è cambiato?
Forse hanno inciso anche gli annunci in puro stile Berlusconi di Alemanno: che prima ha lanciato un referendum anti-Equitalia (in sintesi: “Preferite che sia questa società a riscuotere i tributi o il Comune? ”), sancendo poi l’affidamento della riscossione al Campidoglio con una delibera.
Poi ha riempito Roma di manifesti per annunciare la cancellazione dell’Imu per 376 mila famiglie, “grazie alla revisione delle rendite catastali”.
Certo, il passaggio della riscossione al Comune dal 1° luglio era già previsto da una legge statale, e la revisione delle rendite catastali è tutt’altro che certa (“Potrebbe approvarla solo l’assemblea capitolina” sostiene Alessandro Onorato, Lista Marchini). Ma l’effetto annuncio paga.
Il volano di Alemanno però rimane la tendenza del Pd a farsi del male, sempre e comunque.
Anche a Roma, dove il partito è acefalo da fine aprile, dopo che il Comitato dei garanti ha dichiarato “decaduto” il segretario Miccoli: ufficialmente, perchè parlamentare.
Il resto lo stanno facendo dichiarazioni e spifferi in serie contro Marino, fortemente voluto da Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti.
Marco Follini l’ha detto chiaramente: “Voterò Marchini”.
Al renziano Paolo Gentiloni, sconfitto alle primarie per il Comune, il Corriere della Sera attribuiva la seguente formula: “A Marino potremmo dare un sostegno distaccato”.
Sempre il Corsera, ieri, ha disseminato aneddoti su un comitato Marino chiuso a doppia mandata ad aiuti esterni.
Il portavoce di Zingaretti, inviato a supporto dal governatore, avrebbe lasciato perdere dopo una sola riunione.
C’è chi ha scritto di una rissa interna.
Dal comitato replicano: “Siamo aperti a tutti, pochi giorni fa qui si è tenuta una riunione convocata da Eugenio Patanè (il reggente del partito romano, ndr) a cui c’erano Zingaretti, il segretario regionale Gasbarra, dirigenti e candidati. Non siamo affatto isolati. Per il resto, non commentiamo indiscrezioni anonime”.
I sondaggi però sono nero su bianco: “I nostri danno Marino avanti sempre con un margine tra i 5 e gli 8 punti”.
Ma la preoccupazione rimane.
Ieri sul Messaggero Roberto Morassut, ex assessore con Veltroni, lamentava “asfitticità ”, chiedendo a Marino di “allargare il respiro del suo messaggio”.
E il comitato Alemanno ha subito infierito: “Marino è asfittico, lo dicono anche esponenti del suo partito”.
Controreplica di Morassut: “Comitato Alemanno ridicolo”.
Al Fatto, il deputato precisa: “Il mio non era un giudizio su Marino, parlavo della proposta politica del centrosinistra, che deve essere più incisiva”.
Sullo sfondo, la nota dei segretari dei circoli Pd romani: “Nel partito le regole sono frequentemente aggirate e ignorate, e la lotta tra correnti e cordate ha raggiunto livelli patologici: da parte di iscritti ed elettori c’è sfiducia e distacco”.
Luca De Carolis
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
SI STUDIA LA SOSPENSIONE DELLA TASSA ANCHE PER CAPANNONI E TERRENI AGRICOLI
Non è stato soltanto un rinvio dovuto a ragioni burocratiche. 
Il decreto che sospenderà l’Imu non è uscito dal Consiglio dei ministri di giovedì perchè il governo Letta sta cambiando linea: non sarà più un mero rinvio della rata di giugno, il provvedimento deve contenere anche “un segnale”, come dicono a Palazzo Chigi, per le imprese.
Cioè almeno un rinvio, ma forse anche una riduzione, dell’Imu sui capannoni industriali e gli immobili usati dalle imprese agricole.
Di questo Enrico Letta non aveva parlato nel suo discorso d’insediamento (anzi, si è sempre ben guardato dallo specificare perfino che gli interventi avrebbero riguardato soltanto la prima casa).
Cosa è cambiato?
C’è la campagna del Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria, che chiede all’esecutivo di ricordarsi degli imprenditori.
Poi ci sono le pressioni dirette delle associazioni di categoria: l’Ance (i costruttori) e l’Abi (le banche) hanno scritto un documento per chiedere come minimo un incentivo fiscale a chi affitta gli immobili vuoti, ma anche una maggiore facilità nell’emettere obbligazioni bancarie garantite per comprare 10 miliardi di immobili nelle città . Qualunque cosa, insomma, che sostenga i prezzi delle case che stanno sprofondando. C’è anche un’urgenza più preoccupante: per come è stata costruita l’imposta (aggiornamento della base imponibile e aumento dei moltiplicatori, modifiche in corso d’anno nel 2012) per molte imprese la prima rata di giugno sarà ancora più alta che lo scorso anno.
Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, un centro studi, ci saranno aumenti fino al 51 per cento rispetto al 2012.
Per questo una sospensione della rata sarebbe assai gradita, anche se è difficile che possano beneficiarne tutte le imprese: l’Imu dagli immobili delle società vale 6,5 miliardi, quello dalle ditte individuali 5,2 miliardi.
Sospendere la rata di giugno per tutti vorrebbe dire rimandare l’incasso di quasi 6 miliardi di euro, che aggiunti ai 2 della prima casa farebbero 8. Troppo.
Ma il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato, parlando ai costruttori dell’Ance, si sbilancia e dice che l’Imu sui capannoni “è giusto che non si paghi”, perchè “è come tassare un tornio”.
Però non spiega da dove potrebbero arrivare le risorse per un simile intervento.
Ma Enrico Letta deve fare qualcosa.
A Roma ci sono state diverse riunioni al ministero del Tesoro anche se il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è in Gran Bretagna per il G7 finanziario.
A Palazzo Chigi cominciano a essere un po’ preoccupati: sanno che un decreto troppo debole rischia di essere stravolto in Parlamento.
A Letta non sfugge che il Def, il Documento di economia e finanza che imposta il bilancio, è stato approvato, ma con una postilla impegnativa .
Cioè un ordine del giorno proposto dal leghista Roberto Calderoli, che prevede l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quanto versato nel 2012 (circa 4 miliardi).
Al governo sono consapevoli che senza un accordo politico preventivo il decreto alla Camera potrebbe essere snaturato a colpi di emendamenti.
Il leader del Pdl Silvio Berlusconi sembra avere altri pensieri, al momento, ma alcuni dei suoi fremono per dare battaglia, a cominciare dal capogruppo Renato Brunetta.
Il premier continua a dimostrare un certo talento nel glissare, alludere senza dire, mediare senza concludere, prendere tempo.
Ha incontrato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz e assieme hanno invocato un “piano giovani” dall’Unione europea, nel Consiglio europeo di fine giugno.
Si tratta della solita questione: l’anticipo dal 2014 al 2013 del programma Youth Garantee, che vale 6 miliardi ma per 27 Paesi.
All’Italia arriverà , nel migliore dei casi, un miliardo da co-finanziare con una cifra analoga.
Letta ribadisce ogni giorno l’importanza di questo intervento, ma evita con cura di accennare a cosa succederà una volta che l’Italia sarà uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo (il 29 maggio).
Se il governo sfrutterà cioè i margini di manovra disponibili una volta tornati nella lista dei Paesi virtuosi per ridurre le tasse.
O se invece cercherà di avere deroghe per investimenti produttivi, cosa più compatibile con la filosofia europea.
A Bruxelles nessuno è entusiasta dell’ipotesi di dare priorità all’Imu,
Ma l’ultima parola ce l’ha sempre Berlusconi.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
L’SMS DELL’EX PREMIER A EPIFANI: “QUALSIASI COSA DECIDERAI, AVRAI IL MIO SOSTEGNO”
È tutto rinviato. Ma non a data da destinarsi. A ottobre.
Lì si decideranno le sorti del Partito democratico. E anche quelle del governo.
Non sotterrano l’ascia di guerra, i maggiorenti del Pd, ma la depongono per un po’.
Per quel che basta per arrivare al redde rationem, che ormai è inevitabile.
Le parole che accompagnano il Pd in questi giorni complicati non sono esattamente beneauguranti: «Epifani? È come far tornare Mazzone sulla panchina della Roma», dice qualche dirigente di fede giallorossa.
Ma anche il più importante dei tifosi del Pd, ossia Massimo D’Alema, non storce un baffo e non alza un sopracciglio.
Benchè sia arrabbiato perchè dall’entourage di Franceschini lo hanno dipinto come vinto e sfatto.
Hanno addirittura detto che aveva posto un veto su Epifani, che si è dovuto rimangiare. La storia è un po’ diversa.
Quel veto c’era quando per la prima volta si parlò dell’ex leader sindacale come segretario. Era un escamotage di Bersani e dei suoi per evitare il congresso, la resa dei conti interna, e, soprattutto, per scongiurare la prospettiva di dover ridare indietro tutte le poltrone importanti.
Ma quando si è capito che l’ex segretario aveva mollato l’osso e il piano, D’Alema non ha avuto problemi a mandare il suo sms a Epifani: «So che stanno inventando storie che riguardano miei veti su di te, sappi che non è vero e sappi che qualsiasi cosa tu deciderai di fare avrai il mio sostegno».
L’ex presidente del Consiglio attribuisce a Franceschini la colpa di queste indiscrezioni messe ad arte in giro.
Già , perchè il giochetto sarebbe questo: dipingere l’esito dell’affanno Pd come la nascita di un asse Letta-Bersani-Franceschini a cui, ovviamente, soccomberebbero sia D’Alema che Renzi.
E non importa che i due la pensino molto diversamente: quel che conta è dimostrare che c’è chi ha vinto e chi ha perso, e che nella seconda categoria ci sono quelli che, per un motivo o per l’altro, potrebbero far traballare il governo.
È così? Non è così? Difficile sapere la verità in questo Pd dove ognuno gioca contro l’altro. Ma una traccia c’è.
Non di verità : una traccia di come il Pd sta vivendo questo connubio complicato con il governo.
È di nuovo Franceschini il protagonista, suo malgrado. Ma è a lui che gli ex Ds imputano questa versione light della conventio ad excludendum, che taglia le unghie a Gianni Cuperlo, mette in difficoltà D’Alema e lascia tutta la sinistra in affanno e in difficoltà .
Questa volta il protagonista – involontario – è Veltroni. Il suo «uomo», Marco Minniti, dovrebbe prendere la delega per i Servizi.
Anzi, sarebbe più corretto scrivere che avrebbe dovuto prendere, perchè la storia becca una curva e non riesce a tenere il passo.
Enrico Letta chiama Minniti e gli promette: «Aspetta qualche giorno e ti darò la delega ai Servizi».
Di giorni ne passano tanti e non si sa più niente. Gianni Letta ha chiesto per conto di Silvio Berlusconi che quella delega vada a Gianni De Gennaro.
Letta – Enrico – non si fa più sentire con Minniti.
Franceschini invece fa sapere che il governo non ha gradito l’intervista di Veltroni al Corriere e che quindi il veltroniano Minniti potrebbe aver perso la sua buona occasione.
Sarà anche questo un conto da regolare al Congresso prossimo venturo.
Chi sembra che non abbia nessuna voglia di chiedere o trattare in vista di quell’appuntamento è Matteo Renzi: «In teoria ora dovrei fare l’incazzato, chiedere, pretendere e accusare, ma non voglio fare il Pierino, quello che dice sempre di no, per me non c’è nessun problema, facessero quello che vogliono».
I renziani, o almeno la maggior parte di loro, ossia quelli che non rispondono al rito fiorentino stretto, non sono d’accordo.
Pensano che il capo non debba trascurare il partito.
Lui, per ora, da quell’orecchio non ci sente, ma chissà che di qui a ottobre non cambi idea.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
ESPERTO IN SALVATAGGI DISPERATI, ORA E’ STATO CHIAMATO AL CAPEZZALE DEL PD
Quale partito voglia Guglielmo Epifani lo sappiamo da tempo: “Una forza politica
espressione dei valori e dei bisogni, con una idea moderna della solidarietà , in lotta contro il localismo, il corporativismo e il privilegio”.
Parole sante pronunciate esattamente vent’anni fa, alla convenzione del Psi riunita dal segretario Ottaviano Del Turco per rianimare il partito devastato dalla caduta di Bettino Craxi.
Un altro socialista di punta, Maurizio Sacconi, replicò che “nessun opportunismo può indurre il Psi ad attenuare la propria autonomia in favore di un rapporto debole con una sinistra allo stato dei fatti incompatibile con i nostri valori e i nostri programmi”.
La diaspora socialista è un’altra storia, ma qui possiamo senz’altro dire che Epifani ha il fisico.
Non solo ha già un’esperienza specifica in tema di salvataggi disperati; non solo è favorito dalla circostanza che stavolta il partito che gli chiedono di sollevare non ha i vertici inseguiti da mandati ci cattura; ma soprattutto, non sembri un paradosso, il Pd è l’organizzazione più piccola e meno complessa tra quelle che ha guidato nella sua vita.
Basti ricordare che ha guidato il potente sindacato dei poligrafici della Cgil per tutti gli anni ’80, epoca difficilissima di passaggio delle tipografie dal piombo al computer, una svolta epocale con la scomparsa di un mestiere, che è qualcosa di più drammatico della perdita di migliaia di posti di lavoro: una tragedia esistenziale molto simile alla morte di un partito.
A 63 anni, Epifani fa parte di quella generazione di sindacalisti che hanno percorso una carriera sempre strettamente intrecciata con la politica.
Laureato in filosofia con una tesi sull’eroina socialista Anna Kuliscioff, nel mondo socialista è cresciuto.
Craxiano quando era l’unico modo possibile di essere socialista, Epifani entra nella segreteria Confederale della Cgil nel 1990 per uscirne vent’anni dopo.
Il capo è il comunista Bruno Trentin, e la pattuglia socialista conta, oltre che su di lui, sul segretario aggiunto Ottaviano Del Turco e su Giuliano Cazzola.
Il primo, dopo il naufragio socialista, si accaserà a sinistra e diventerà presidente della Regione Abruzzo prima di finire sotto processo per tangenti.
Il secondo farà politica con il Pdl (insieme a Sacconi), per candidarsi alle ultime elezioni con la Lista Monti (trombato).
Epifani, dopo l’uscita di Del Turco, diventa il numero due di Trentin prima e di Sergio Cofferati poi, perdendo per strada il marchio socialista.
Una mano gliela dà proprio Craxi, che al processo per le tangenti Enimont, spiega come il Psi finanziasse la corrente socialista della Cgil proprio attraverso Del Turco.
E racconta che, chiamando Epifani per il passaggio delle consegne, lo trova ignaro: “Cadde dalle nuvole dando mostra di non essere al corrente di questo rapporto tra il partito e la corrente sindacale socialista, almeno nei termini che gli stavo esponendo”.
Epifani spalleggia Cofferati per tutti gli anni ’90, soprattutto durante i governi dell’Ulivo (1996-2001, Prodi, D’Alema, Amato) quando la Cgil detta le condizioni all’esecutivo con le fluviali interviste del lunedì del capo.
È al suo fianco al Circo Massimo (23 marzo 2002), nella grande manifestazione contro la modifica all’articolo 18 tentata da Berlusconi e Sacconi.
Quando Cofferati lascia per fine mandato, Epifani diventa nel 2003 il primo segretario socialista della storia centenaria della Cgil.
Una stagione contraddittoria, che si caratterizza per la rottura con Cisl e Uil, sancita dal segretario della Cgil il 14 luglio 2004, quando abbandona il tavolo di trattativa con il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo.
Senza dialogo con Cisl e Uil, e incalzato a sinistra dalla sempre più aggressiva Fiom, Epifani vede sfumare lentamente forza e potere della Cgil.
Ma rivela la qualità che da oggi potrà sfruttare alla guida del Pd: capacità organizzativa unita a un accanito spirito accentratore.
La Cgil di Epifani è stata, aldilà dell’apparenza dettata dai suoi modi cortesi, il sindacato di un uomo solo al comando.
Che ha saputo abilmente tirare su e imporre come delfino l’altra socialista di razza Susanna Camusso.
Cosa che avverte gli aspiranti alla leadership: con il transitorio Epifani dovranno fare i conti.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
UN APPELLO ALL’UNITA’ DEL PARTITO E AD EVITARE SCISSIONI
Unità , apertura verso la base, leadership forte: sono queste le richieste che il popolo democratico sembra inviare al partito.
Nelle stime dell’Atlante politico di Demos, il Pd si conferma sui (deludenti) livelli delle recenti Politiche (25%), e subisce il sorpasso del PdL.
Resta molto forte l’idea di mantenere unito il partito e scongiurare scissioni, ma sono molto visibili, anche nell’elettorato, i segni delle divisioni che hanno lacerato il gruppo dirigente.
Gli elettori del Pd si dividono esattamente a metà sulle scelte per la presidenza della Repubblica, fra chi ritiene Napolitano la scelta preferibile, e chi invece avrebbe preferito un’altra soluzione.
Il governo Letta gode naturalmente di un largo consenso tra gli elettori democratici (69%).
Ma si manifestano idee divergenti sulla sua azione ed i suoi effetti.
Quasi metà degli elettori si aspetta una buona collaborazione fra le sue componenti (47%), mentre gli altri prevedono contrasti su tutto (51%).
Il complicato dibattito sui possibili candidati alla segreteria riflette le difficoltà nel formulare proposte condivise, in grado di superare le spaccature e rilanciare il partito.
Due leader sono ai primi posti tra i politici più apprezzati dalla base elettorale: il neo-premier e il sindaco di Firenze Matteo Renzi, indicato da oltre la metà degli interpellati come segretario preferito (54%).
Più controverso è invece il giudizio sul segretario uscente Bersani.
Ridotto appare, d’altra parte, il consenso per altri possibili “nomi” circolati nelle ultime settimane – da Chiamparino a Barca, da Civati a Epifani.
Dagli elettori emerge con forza la domanda che la parola torni il prima possibile alla base, con la pratica delle primarie aperte (69%), mentre solo il 27% pensa a una selezione attraverso le tradizionali procedure congressuali.
Questa domanda di partecipazione è sentita come molto importante perchè scritta nel dna dell’elettore democratico.
Esiste inoltre la percezione che la posta in gioco abbia a che fare non solo con la scelta del futuro leader, ma anche con la stessa identità di questo soggetto politico.
Con la convinzione che il Pd debba rimanere “un” partito (89%), mentre le spinte alla disgregazione coinvolgono una frazione minoritaria (5%).
Roberto Biorcio e Fabio Bordignon
(da “La Repubblica”)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATORE MONTIANO E IL PATTO “SEGRETO” CON I DEMOCRATICI CHE HANNO OPTATO PER LA SCHEDA BIANCA
Un conto è farlo, un altro è dirlo. 
Ma la cosa, alla fine, deve essere sembrata davvero indigeribile al senatore Andrea Olivero, coordinatore dei montiani di Scelta civica, per continuare a tenerla per sè.
Una questione di coscienza. Meglio vuotare il sacco.
“Siamo arrivati al punto — ha raccontato in un’intervista al Secolo XIX — in cui il Pd mercoledì chiama noi di Scelta civica e ci chiede di votare per il pdl Nitto Palma. Precisando che loro però si sarebbero astenuti ufficialmente. Hanno detto: ‘voi votatelo e poi noi nel segreto dell’urna spostiamo qualche voto per farlo eleggere’.
Insomma, l’hanno fatto eleggere senza votarlo.
Così non si fa, non è serio: sono giochini da Prima Repubblica”.
Cioè: il Pd non poteva rompere il patto con il Pdl di nominare Nitto Palma in commissione Giustizia, ma un voto come quello avrebbe spaccato il gruppo del Senato, dove alcuni esponenti di spicco come Felice Casson avevano già detto che non lo avrebbero votato.
Così ha scelto di fare “il giochetto da Prima Repubblica”, dichiarando l’astensione, ma obbligando Scelta civica a sostenere Nitto Palma con quei voti che sarebbero mancati anche alla quarta votazione (quando basta la maggioranza assoluta dei voti).
E infatti è finita esattamente così.
Eppure, di via per uscire dal guado, il Pd ne aveva anche un’altra, che però avrebbe fatto saltare l’accordo con il Pdl.
L’M5s, infatti, aveva proposto ai democratici di votare insieme Felice Casson.
Ovviamente Luigi Zanda ha risposto di no, che “i patti dovevano essere onorati”.
Sì, però poi bisogna vedere in che modo.
“Se si va avanti così — ha proseguito Olivero — potrebbe arrivare il momento in cui non saremo più in maggioranza. Ma finchè c’è, rispetteremo i patti; poi, non si capisce perchè questa alzata di scudi su Nitto Palma, che non è mai stato indagato e ha gestito nella sua carriera processi delicati e importanti, Ghedini, non lui, sarebbe stato ‘una provocazione’”.
Quindi non si capisce perchè il Pd non l’abbia votato mentre “non ha sollevato alcun problema di coscienza per Formigoni, che è inquisito”.
“Pdl e Pd si sono accordati sul metodo di spartizione informandoci a cose fatte. Noi abbiamo espresso il nostro disaccordo, anche perchè sono emerse scelte divisive per il Pdl” come “Damiano al Lavoro e Epifani allo Sviluppo economico, due ex Cgil”.
Ma i patti, ha incalzato, “si rispettano o non si fanno”.
Invece il Pd “prima ha piazzato i suoi e poi ci ha chiesto aiuto”, ma “non è che prendi quello che ti conviene e sollevi un problema di coscienza per il resto”.
La rivelazione, com’era ovvio, ha costretto la presidenza del Pd al Senato a smentire ogni virgola delle parole di Olivero.
“Non abbiamo imposto nessun vincolo a nessun senatore — ha replicato, inviperito, Luigi Zanda — abbiamo sempre e solo ricordato che quella presidenza era stata attribuita al Pdl che aveva indicato il senatore Nitto Palma. La ricostruzione del senatore Olivero è totalmente priva di fondamento!”.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
ANGELA PAGA LA SUA BATTAGLIA PER LO SCIOGLIMENTO PER CONTIGUITA’ MAFIOSE DELLA GIUNTA DI REGGIO CALABRIA… DELEGITTIMATA DA BOCCHINO, ABBANDONATA DALLO STATO
Per tre volte in Commissione parlamentare antimafia (una volta come vicepresidente), una vita blindata da 10 anni per le sue battaglie antindrangheta, minacciata l’ultima volta a gennaio di quest’anno attraverso le parole intercettate nel carcere di Tolmezzo a Pantaleone Mancuso («Stiamo lavorando per toglierla di mezzo», pronunciate dopo un’interrogazione parlamentare presentata sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che dispose il trasferimento in ospedale del presunto boss), ad Angela Napoli è stata tolta la scorta che finora l’ha protetta.
Quando la Questura — a ore – le comunicherà ufficialmente la notizia che le è stata anticipata telefonicamente ieri sera dalla Prefettura, via la macchina blindata, via l’autista e l’uomo di tutela e largo al fai-da te.
Il livello di vigilanza che lo Stato potrà assicurargli è infatti il 4: vale a dire che la Napoli ci deve mettere la propria macchina, un suo autista personale e il Viminale ci metterà un uomo a tutela.
A raccontare quanto è accaduto è proprio lei, di ritorno da una nuova tappa della sua politica in giro per la Calabria (ieri era a Gioia Tauro), che continua a svolgere con la sua associazione Risveglio Ideale, nonostante non sia più stata neppure candidata al Parlamento.
«Ieri sera mi ha telefonato il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli – racconta Napoli con la solita calma – e ha fatto riferimento ad una circolare dell’ex ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri che obbliga a rivedere lo status delle persone protette e mi ha comunicato, di conseguenza, le novità ».
Napoli non si è comunque persa d’animo e ha cominciato a cercare qualcuno che voglia fargli da autista.
Risposte: zero.
«Nessuno mi vuole fare da autista — dice – perchè hanno giustamente paura. A questo punto rinuncerò a quel poco di scorta che mi verrebbe attribuita perchè un autista non lo trovo e il poliziotto che mi verrebbe assegnato a tutela ovviamente non può guidare anche la macchina, oltretutto privata. Mi dispiace ma dirò allo Stato che si deve assumere fino in fondo la propria responsabilità . Non potrò più muovermi in alcun modo».
C’è da chiedersi se la decisione sia frutto di battaglie intestine alla sua ex coalizione politica di centro destra (militava nel Fli di Gianfranco Fini dal quale poi uscì polemicamente).
«Qualcuno mi fa notare —risponde Napoli — che pago quel che ho detto, senza guardare in faccia a nessuno, soprattutto da dopo lo scioglimento per contiguità mafiose del Comune, di centro destra, di Reggio Calabria. Pago tutto, compreso il mio ultimo intervento a Reggio Calabria il 2 maggio in cui sono ritornata su quel tema e ho come sempre denunciato i sistemi criminali che governano questa regione. Per fare nomi e cognomi non c’è bisogno di essere parlamentari ma mi domando: come può lo Stato ritenere che non ci sia più bisogno di tutelarmi o farlo in maniera tale che io sia costretta a rinunciare? L’unica cosa che possono fare per non farmi muovere è togliermi la scorta. L’hanno fatto e se ne assumeranno la responsabilità ma io non mollerò questa battaglia di civiltà politica anche perchè voglio chiarire che la scorta non mi era stata assegnata come parlamentare ma come soggetto ad alto rischio. Vuole che le racconti l’ultima? Il prefetto mi ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. E cosa aspettano? Che mi ammazzino per ridarmi la scorta?».
C’è da chiedersi che ne sarà delle battaglie di una delle pochi voci fuori dal coro in una Calabria autodistruttiva e, dunque, sempre più arretrata.
Roberto Galullo
(da “il Sole24ore)
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Maggio 11th, 2013 Riccardo Fucile
DA UN TERRAZZO CHE SI AFFACCIA SU PIAZZA DEL DUOMO OSSERVO LO SCONTRO TRA ELETTORI DEL PDL E CONTESTATORI, DIVISI DA UN CORDONE DI POLIZIA…POI ACCENDO LA TV E CAMBIA LA REALTA’: I CONTESTATORI SPARISCONO E RESTANO SOLO I SUPPORTER DI SILVIO
Due Italie a confronto oggi a Brescia per il comizio di Silvio Berlusconi.
Palese è la spaccatura: da una parte il Popolo della Libertà , esiguo rispetto al passato, dall’altra la nebulosa della protesta, più corposa, più determinata e più intelligente che mai.
Un’ora prima dell’arrivo di Silvio Berlusconi sotto il palco sventolano le bandiere, ma di gente ce ne è poca, riempiono poco più di un quarto della piazza.
In fondo alla piazza invece la folla di chi protesta cresce.
Dal terrazzino di un amico che si affaccia su piazza del Duomo osservo il servizio d’ordine di Berlusconi manovrare l’antisommossa.
Spingono i poliziotti verso gli anti-berlusconiani, vorrebbero che li cacciassero dalla piazza ma sono tanti, troppo.
Si cerca la provocazione ma nessuno degli anti-berlusconiani raccoglie.
Inizia invece una sorta di ruba-bandiera, quelle con sopra il logo del Popolo della Libertà vengono facilmente strappate di mano ai fan di Silvio e finiscono in una pila al centro della piazza.
La gente le calpesta, molti le stracciano, alcuni bambini con i pattini ai piedi cercano di andarci sopra.
Arrivano Brunetta e Formigoni i fischi e gli slogan: evasori, ladri, parassiti si alzano come un boato.
Scortato dal servizio d’ordine Brunetta stringe qualche mano, ma si vede che è confuso, non si aspettava una piazza dove la maggioranza è l’opposizione, e così imbocca il palco sbagliato, quello della stampa.
Sul monitor attaccato al palco viene proiettato il video della vita e dei successi di Silvio Berlusconi.
Dalle foto in bianco e nero di lui bambino con l’amata madre si passa a quelle delle vallette di Mediaset, degli sceneggiati e varietà delle sue televisioni.
Rifletto che in qualsiasi altro paese occidentale una cosa del genere farebbe inorridire l’elettorato, e infatti la protesta nella metà della piazza ormai isolata dall’antisommossa esplode: “Evasori, evasori, evasori”, grida la folla.
Poi arriva Berlusconi e con lui c’è Alfano, il ministro dell’Interno.
Anche questo, la presenza del vice premier ad un comizio contro la magistratura, sarebbe inaudito in un qualsiasi paese occidentale.
Il boato di protesta è talmente potente da sovrastare i microfoni, non si riesce a sentire nulla, solo chi è a ridosso del palco capta le sue parole.
I miei amici accendono la televisione, Retequattro manda in onda in tempo reale il comizio e noi ci accorgiamo che le telecamere sono posizionate in modo tale da tagliare fuori metà della piazza e cancellare le voci della protesta.
E’ surreale ma abbiamo l’impressione di trovarci di fronte a due realtà separate. Quella fuori della finestra e quella dentro il televisore.
Benvenuti in Italia dove ormai si è persa la percezione della realtà e dove due nazioni, due popoli si scontrano a colpi di comunicazione.
Ma la piazza questa volta io ce l’ho davanti e posso vedere ciò che succede. L’atmosfera è tesa come quella dei vecchi anni ’70, la polizia pronta con i manganelli. Ma questa volta a protestare non sono ragazzini del liceo e giovani universitari, c’è tanta gente con i capelli bianchi, signore borghesi di mezza età .
E infatti lo scontro fisico non c’è.
La televisione continua ad inquadrare giovanissimi sostenitori di Silvio che gridano il suo nome come a un concerto pop.
Anche la demografia è dualista: i più maturi contro, i più giovani a favore.
E’ questa l’Italia? E la risposta è “no”.
Me ne accorgo alla fine del comizio quando i sostenitori del Popolo della Libertà vengono raccolti dai pullman parcheggiati fuori.
Come scritto nelle loro bandiere arrivavano da tutto il nord est, pochi erano quelli di Brescia.
I bresciani sono quelli che continuano a protestare in piazza, a gridare i loro slogan anche quando Berlusconi e la sua claque sono ormai lontani.
Loretta Napoleoni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 11th, 2013 Riccardo Fucile
PIAZZA DUOMO SPACCATA A META’ TRA SOSTENITORI E AVVERSARI
Un piazza spaccata tra contestatori e sostenitori.
Da una parte le urla “vergogna!”, “buffone!”, “mafioso”.
Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti Pdl accorsi a sostegno di Silvio Berlusconi, sceso in piazza Duomo a Brescia per una manifestazione “contro l’uso politico della giustizia”.
Fischi e applausi che si contrappongono continuamente durante il comizio del Cavaliere.
Una situazione a cui Berlusconi non è abituato, ma che ultimamente si è già trovato a fronteggiare.
Come a Udine quando durante il comizio in occasione delle elezioni regionali il 18 aprile scorso, si trovò di fronte non solo ai supporter osannanti ma anche molti contestatori soprattutto appartenenti al Movimento 5 stelle.
Ora, però, i contestatori sono molto più numerosi e appartenenti a più correnti, dai centri sociali al M5s.
Lo scontro comincia ancora prima che Berlusconi comincia parlare Piazza del Duomo è piena (diverse persone affacciate a finestre e balconi, anche), ma sostanzialmente divisa a metà .
Nella prima, immediatamente sotto il palco, i sostenitori del Pdl, con anche una bandiera della Lega; nella seconda i contestatori che fischiano Berlusconi durante il suo intervento, gli gridano ‘buffone”.
Mentre davanti, simpatizzanti del suo partito chiedono con uno striscione ‘Aiuto Silvio, no comunismò, più indietro un altro cartello avverte ‘occhio gente, Silvio mentè.
Per chi assiste al comizio da metà piazza in su è quasi impossibile sentire chiaramente le parole dell’ex premier.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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