Ottobre 30th, 2013 Riccardo Fucile
MA DA PALAZZO DI GIUSTIZIA FANNO SAPERE: “POICHE’ E’ UNA SANZIONE AMMINISTRATIVA NON VALE LA REGOLA DELLA IRRETROATTIVITA'”
“L’incandidabilità derivante dalla legge Severino è una sanzione amministrativa e pertanto
irretroattiva”.
Il Pdl, capitanato dal capogruppo al Senato Renato Schifani, ha ripetuto per tutto il giorno questa convinzione citando una frase delle motivazioni della sentenza con cui è stata fissata a due anni l’interdizione dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi. Convinzione, ripetuta dall’ex Guardasigilli Nitto Palma e da Gelmini, Carfagna, Capezzone e naturalmente il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, che però non solo non trova riscontri ma viene smentita dagli stessi ambienti giudiziari milanesi.
Come spiegano dal Palazzo di Giustizia di Milano: “Se la decadenza fosse stata una sanzione penale sarebbe non retroattiva. Ma poichè è una sanzione amministrativa non vale la regola della irretroattività ”.
Inoltre, quasi a replicare a quanto sostenuto da Francesco Nitto Palma, si sostiene che nelle motivazioni non si parla assolutamente di “irretroattività ” ma solo di “sanzione dell’incandidabilità , discendente dalla sentenza di condanna (penale, ndr), riservata (…) all’Autorità Amministrativa”.
Il presidente della Commissione giustizia aveva detto: “La Corte di appello di Milano ha appena detto che l’incandidabilità è una sanzione amministrativa con la conseguenza della sua irretroattività , quindi dà ragione a noi e non c’è ragione di andare avanti”.
Ma non è così, come conferma anche il vice presidente della commissione Giustizia ed ex magistrato Felice Casson: “La Corte d’appello di Milano non ha assolutamente scritto che la decadenza sarebbe una sanzione amministrativa; anzi, ha ribadito quanto già motivato più volte dalla Corte Costituzionale(fin dal 1994), dalla Corte di Cassazione e dal Consiglio di Stato (anche nel 2013), e cioè che l’istituto della decadenza è perfettamente costituzionale e che attiene allo status giuridico di qualsiasi condannato per reati gravi. Non si tratta dunque — spiega Casson — di una sanzione penale, nè di una sanzione amministrativa, ma di una norma che concerne un requisito di eleggibilità , legato al requisito della dignità morale e dell’onore menzionati nella nostra Costituzione. È per questo — conclude il parlamentare Pd — che non si pone il problema della retroattività ”.
Sulla questione interviene anche il presidente della Giunta: “Sarebbe opportuno dare alle motivazioni della Corte d’Appello di Milano sulla pena accessoria dell’interdizione una lettura precisa e non provare a fare il gioco delle tre carte — dice Dario Stefano – Nella sentenza della Corte di Appello di Milano si dice molto meno di quello che qualcuno legge o crede di intravedere e molto più di quello che allo stesso qualcuno non piace vedere. La sentenza — spiega il senatore di Sel — chiarisce che ‘non si verte sull’applicazione o meno della disciplina della cosiddetta legge Severino che per altro ha un ambito di applicazione distinto’ ma precisa anche che ‘la condanna penale è presa in considerazione come presupposto per l’incandidabilità del soggetto ovvero per la valutazione della sua decadenza dal mandato elettorale conferitogli e che la sussistenza o la sopravvenienza della condanna penale per determinati reati creano una sorta di status negativo del soggetto che ne impediscono la candidabilità … in un ambito in cui la questione della legge Severino è solo marginalmente sfiorato (a differenza invece di altre pronunce direttamente vertenti sulla legge in questione) la Corte ricorda a tutti come il tema dell’irretroattività abbia poco a fare con la legge Severino e l’uno e l’altro, ancor meno, con il recinto della sua decisione”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 30th, 2013 Riccardo Fucile
“SENZA BERLUSCONI NON VANNO DA NESSUNA PARTE, CON BERLUSCONI IDEM”… POI ATTACCA SALLUSTI: “HA FATTO FORTUNA CON BOFFO”
“Sallusti? L’ho portato io al Giornale. Comanda lui, è il direttore, però mi lascia in pace e mi rispetta”. Vittorio Feltri è un fiume in piena.
Ospite ai microfoni de La Zanzara su Radio 24 parla di tutto e soprattutto del direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti: “La sua fortuna l’ha fatta Boffo. Posso sospettare che sulla vicenda Boffo mi abbia dato una polpetta avvelenata, ma nei giornali può succedere. Magari in buona fede ha preso questo polpettone e mi sono avvelenato io”.
Poi Feltri parla anche delle vicende interne in casa Pdl/Forza Italia.
“Alfano è un tacchino, meglio Al Bano” –
Cruciani e Parenzo chiedono “ma bisogna avere una “paura tremenda” della Santanchè?”. E lui: “La categoria del tradimento non appartiene alla politica, in questo momento la teoria è “si salvi chi può”, ognuno va dove trova un tetto e Alfano va al Quirinale e a Palazzo Chigi. Senza Berlusconi non vanno de nessuna parte, con Berlusconi idem, ormai la situazione si è deteriorata”.
Poi una bordata per Alfano: “I falchi? Ho conosciuto polli e molte oche, ma nessun falco. Alfano poi non è una colomba ma un tacchino, è più popolare Al Bano”.
Feltri boccia pure il nuovo partito del Cav: “Forza Italia? Dagospia la chiama già Farsa Italia. Ecco, ci farei un titolo sul Giornale”.
(da “Libero”)
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Ottobre 30th, 2013 Riccardo Fucile
NUOVO ALLARME SUL BOOM DELLE TESSERE
Un sms in piena Leopolda, domenica: «Matteo, abbiamo vinto noi nel circolo di Migliavacca».
Maurizio Migliavacca è stato il capo della segreteria di Bersani, un carrarmato in fatto di organizzazione. E a cantare vittoria è un renziano della prima ora, Roberto Reggi.
La mappa ha ancora molte caselle vuote, ma arrivano alla spicciolata i risultati su chi vince nelle federazioni del Pd: è il primo test.
Renziani in testa nelle grandi città , più che soddisfatti di quello che succede in Sicilia, in Toscana, in Emilia.
Ma nel quartiere generale di Gianni Cuperlo, lo sfidante del superfavorito Matteo Renzi, in serata elaborano i primi dati: su 74 segretari provinciali, 45 sono cuperliani.
Insomma la partita è aperta
I dati affluiscono, insieme con le polemiche sulle tessere last minute. Ci sono boom di iscritti quasi dappertutto. Sospetti di tesseramenti gonfiati.
Roberto Morassut denuncia: «Questo congresso è una rincorsa delle tessere, non va bene. Non lo dico in difesa dell’uno o dell’altro candidato alle primarie nazionali, ma per lanciare un allarme: il Pd non può essere un partito ridotto a comitato elettorale e a cordate».
Ecco un lungo elenco di situazioni anomale: a Lecce, 4.700 iscritti nel 2012 e ora sono stata inviate dal nazionale 16 mila tessere, di cui 12 mila sarebbero già distribuite; a Caserta gli iscritti erano 5 mila e ora 13 mila tessere sono state richieste (bisognerà vedere quante saranno sottoscritte); a Catania è stato bloccato tutto per i ricorsi.
Ricorsi anche a Grosseto. Nel suo piccolo, pure Piacenza è in tilt: si è passati da 479 a 800 iscritti in una giornata sola.
In pratica domenica ben 384 piacentini hanno scoperto di volere diventare democratici.
Il renziano Reggi ha minimizzato; Paola De Micheli, lettiana, schierata con Cuperlo, ha detto invece che va fatta chiarezza e che saranno presentati una sfilza di ricorsi.
E intanto i renziani piazzano alcune bandierine e esultano in Toscana dove passano da 2 a 6 segretari provinciali: a Pistoia, a Siena (Niccolò Guicciardini, ex bersaniano, ha il 78%); Lucca, Empoli, Firenze città , Viareggio (dove però si va al ballottaggio).
Patrizio Mecacci, coordinatore della campagna di Cuperlo, non è d’accordo: «Per essere degli inseguitori le cose sono per noi confortanti».
Cita Bologna, dove ha vinto Raffaele Donini, che ha messo tutti d’accordo dai bersaniani ai renziani. A Genova, segretario è il cuperliano Alessandro Terrile. A Roma al ballottaggio in testa è Lionello Cosentino, vicino a Goffredo Bettini, che sfiderà Tommaso Giuntella, ex coordinatore del comitato Bersani e sostenuto tra gli altri dai “giovani turchi”, mentre a Torino in vantaggio al ballottaggio è Fabrizio Morri, ex senatore, fassiniano di ferro e quindi pro Renzi. A Milano avanti sempre in vista dello spareggio è Pietro Bussolati, renziano.
Poi c’è la Sicilia. Un capitolo a parte.
Il “caso Crisafulli” crea tensione. Crisafulli, eletto segretario a Enna, è in quota Cuperlo, benchè escluso dalle “liste pulite” alle politiche.
A Palermo è diventato segretario, Carmelo Miceli, un renziano, sponsorizzato da Davide Faraone. Miceli è avvocato di parte civile nel processo contro Matteo Messina Denaro, e per Faraone sono insensati i ricorsi che stanno agitando il partito.
Ad Agrigento ha vinto Giuseppe Zambuto, candidato unitario come il neo segretario di Caltanissetta, Giuseppe Gallè. A Trapani renziano in testa.
Cambio di mano anche a Napoli, dove Venanzio Carpentieri sindaco di Melito, renziano (ma anche l’area Cuperlo lo ha appoggiato) sta per diventare segretario provinciale al posto di Gino Cimmino, ricandidatosi e sconfitto.
C’è dappertutto voglia di cambiamento da un lato, dall’altro molti dirigenti locali sono passati sul carro del superfavorito Renzi.
A Monza ha la meglio il candidato di Pippo Civati.
A Roma altre tensioni per il tesseramento gonfiato e pioggia di ricorsi.
Giovanna Casadio
(“da “La Repubblica”)
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA DEL VOTO AVEVA SCOMODATO DE GASPERI: QUESTA TERRA E’ UN LABORATORIO… FORZA ITALIA PIU’ LEGA HANNO PRESO INSIEME IL 2,5%
La sintesi, certe volte, è tutto. «Sono nel bel mezzo del casino. Sentiamoci dopo, per favore»
Dopo, però, la situazione addirittura peggiorerà : per il Pdl – precipitato giù nel crepaccio dei dati finali – e soprattutto per lei, Michaela Biancofiore da Bolzano, 44 anni, capelli biondi e lisci, coordinatrice regionale del Trentino Alto Adige e tra le azzurre deputate amazzoni certamente quella preferita dal Cavaliere, che un giorno, ad Arcore, in vena di romanticherie, le regalò persino un magnifico anello di brillanti (vista la tempra di Francesca Pascale, nuova regina di Palazzo Grazioli, prudentemente portato all’anulare della mano destra).
Ad Andalo, venerdì sera, le ultime parole famose della Biancofiore sono state queste: «Il Trentino Alto Adige è un laboratorio che ha dato vita ad Alcide De Gasperi». Scomodato lo statista democristiano, per giustificare quelle bandiere che nel gelo sventolavano con su scritto: «Forza Trentino».
Esperimento, fallito, di tramutare Forza Italia in simbolo territoriale.
Quello del vessillo, comunque, non è stato l’unico esperimento di questa tornata elettorale abbastanza memorabile.
Perchè a un certo punto, nella scorsa primavera, la Biancofiore volle togliersi il capriccetto (politico) di nominare come commissario provinciale del Pdl altoatesino un ragazzo. Proprio così.
Un ragazzo di 19 anni: Alessandro Bertoldi detto Berto, all’epoca ancora indaffarato con gli esami di maturità (frequentava l’istituto «Marie Curie» di Pergine Valsugana) ma anche già sfrontato e determinato a imitare il suo idolo – «Voglio essere il nuovo Silvio», da un’intervista a Marianna Aprile del settimanale Oggi ) – quindi già con la giacca blu di una taglia più grande esattamente come le porta Berlusconi e pure lui, in certe foto, con il sorriso un po’ fisso, senza cerone ma stranamente abbronzato.
Il ragazzo si esibì subito in un paio di uscite ragguardevoli. «I tedeschi sono dei pidocchi ripuliti». «Sono da sempre impegnato per la causa della liberazione di Cuba dal castrismo-comunista» (quest’ultima consegnata agli elettori del Pdl sulla sua pagina Facebook e sul suo strepitoso sito: «Aleberto.wordpress.com»).
La «tata» (copyright Gian Antonio Stella) si accorse allora che da sola non sarebbe riuscita a controllare tanto facilmente il baby commissario: meglio perciò affidarlo alle cure di sua sorella, Antonella Biancofiore, preside delle «Marcelline» e anche improvvisamente tutor, qualcosa di simile, scrisse il quotidiano Aldo Adige , «alla signorina Rottenmeier di Heidi»
Intanto, la campagna elettorale del Pdl andava avanti. Con altri incidenti
Il primo: Michaela Biancofiore – appena arrivata come sottosegretario al ministero delle Pari Opportunità – si esibisce in un paio di dichiarazioni che il suo pupillo Berto avrà pensato: perchè io con il tutor, e lei no
«I gay sono una casta». «I gay si ghettizzano da soli».
Letta la punisce spostandola al ministero della Pubblica amministrazione, ma l’amazzone rilancia: «Vabbè: comunque anche papa Francesco la pensa come me».
Seguono baruffe varie. Che, però, non distraggono troppo la Biancofiore. Anzi: con la tenacia che le va riconosciuta, batte valli e rifugi, entri in una baita e puoi trovarla che cerca di convincere a votare per il Pdl due pastori.
Il guaio è che il Pdl è nelle condizioni che sappiamo, e lì, poi, ha pure cambiato nome.
«In più – la Biancofiore è di parola ed ecco che a sera arriva qualche sua riflessione sulla sconfitta – dobbiamo tener conto di due cose: il logo Berlusconi non si è visto e sappiamo che lui, da solo, vale dieci punti. Poi c’è da dire che molti elettori mi confessavano di non avere più tanta fiducia in un partito, il Pdl, il cui segretario, cioè Alfano, ha accettato che la sottoscritta fosse destituita da sottosegretario in quanto considerata troppo berlusconiana» (perchè, nel frattempo, è successo pure questo: quando ministri e sottosegretari del Pdl, qualche settimana fa, si sono dimessi dal governo, Letta ha respinto tutte le lettere tranne una: quella, appunto, della Biancofiore).
Meglio chiudere con una foto. L’ha postata, pochi giorni fa, sul suo profilo Facebook
C’è lei, la Biancofiore, con un cerbiatto bianco.
«Questa sono io. Un politico diverso. Che ama le persone, gli animali, la vita vera».
Fabrizio Roncon
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX GOVERNATORE SI È RICICLATO E NESSUNO RICORDA PIÙ I SUOI GUAI… IL SUCCESSORE LEGHISTA CONCEDE STIPENDI D’ORO A 54 DIRIGENTI E BLINDA I VECCHI DIRETTORI TRA LA NOIA GENERALE
Non è più la Regione di una volta. 
Non c’è più Roberto Formigoni con le sue giacche colorate.
Non c’è più Nicole Minetti con le sue cene eleganti.
Non c’è più il Trota con il Gatorade a spese nostre.
Spariti anche Filippo Penati e gran parte degli indagati (non tutti) dell’era formigoniana. Resta Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia nell’era della politica che torna noiosa.
Lui, Formigoni, il grande sconfitto, dopo le dimissioni date a Milano si è riciclato a Roma. Niente più “vacanze di gruppo”, niente cravatte fucsia.
Abiti sobri e aria da statista, in attesa dei processi per i milioni in benefit ottenuti dai faccendieri della sanità lombarda.
Si atteggia a protagonista della politica, ala colombe, pronto a rifondare una specie di Dc o almeno la corrente ciellina del centrodestra.
Il suo successore Maroni, intanto, cerca di governare la Regione più ricca d’Italia e quasi quasi è soddisfatto di essere un po’ uscito di scena: con Formigoni e il Trota la politica lombarda diventava quasi ogni giorno cronaca nazionale, con Maroni resta per lo più confinata nelle pagine locali dei quotidiani.
Segno che finora grandi scandali non lo hanno toccato.
Quanto alla politica, Umberto Bossi ormai lo tratta da traditore e minaccia di candidarsi alla segreteria della Lega “per sistemare le cose”. Maroni risponde sornione: “Sono contento, chiunque può partecipare. Ma questa volta non ci saranno giochini, il segretario sarà eletto dalla base. Io vorrei un giovane”.
Intanto, però, gli arriva il primo colpo: si chiama Lombardia verde.
È una rivista mensile che dovrebbe informare i cittadini su campi e culture, stalle e concimi: organo dell’assessorato regionale all’Agricoltura.
Peccato che sia diventata un foglio di propaganda leghista e di celebrazione del presidente Maroni.
Il verde, del resto, è il colore del Carroccio; così colpisce vedere la copertina dell’ultimo numero: il faccione sorridente di Bobo con cravatta verde (come la testata) e la scritta: “Dal programma ai fatti”.
All’interno, intervista “a tu per tu con il presidente della Regione Lombardia”.
In 48 pagine, Maroni compare in foto ben nove volte. Otto volte l’assessore regionale all’Agricoltura, Gianni Fava, anche lui leghista.
Dopo il pezzo forte, c’è un servizio dedicato alla “Macroregione a difesa della nostra produzione”, con foto di Maroni (ancora) attorniato dai colleghi governatori Luca Zaia (Veneto) e Roberto Cota (Piemonte).
Neanche fossero le pagine della Padania.
Seguono articoli che inneggiano alla Giunta verde e alla tradizione contadina lombarda. Più innovativo un servizio sull’allevamento dei visoni: attività “semplice, ecocompatibile e remunerativa” (ma questo è scritto in una pubblicità ).
Il tutto per la modica cifra di 1 milione di euro: è quanto sono costati due anni di Lombardiaverde, 500 mila euro l’anno di fondi regionali.
La cifra compare in una delibera regionale che stanzia i soldini per pagare la rivista.
Le cose ora dovrebbero cambiare: non sappiamo se ci saranno meno foto di Maroni e meno propaganda della Lega, ma ci saranno meno soldi.
La rivista diventerà bimestrale e lo stanziamento sarà di 280 mila euro per sei numeri l’anno: ma solo a partire dalla metà del 2014.
Protesta l’opposizione di centrosinistra: “L’amministrazione leghista mostra di non aver capito bene i confini tra l’informazione istituzionale e la propaganda”, ha dichiarato Fabio Pizzul del Pd.
“Siamo al marketing padano pagato dai contribuenti. E neanche tanto efficace”.
Più efficace una delibera di giunta varata in silenzio nel luglio scorso: premia 54 manager regionali concedendo loro compensi d’oro. In tempi di crisi, gli stipendi dei dipendenti pubblici sono bloccati dal 2009.
Ma per i dirigenti del Pirellone cari a Maroni si fa un’eccezione. La bella cifra di 20 milioni di euro è messa sul piatto per gli emolumenti dei superdirigenti lombardi.
Più che nell’era Formigoni, quando aveva toccato il tetto di 19 milioni.
In tutto, i direttori e dirigenti in servizio sono 218 (erano 213 negli ultimi mesi del Celeste).
Ora un quarto di essi sarà premiato con un aumento.
Il più fortunato è Andrea Gibelli, ex assessore leghista, che è diventato segretario generale della Regione e braccio destro di Maroni: prende 223 mila euro l’anno.
Patrizia Carrarini, invece, è la leghista che ha ideato la campagna elettorale di Bobo, con lo slogan “La Lombardia in testa”: oggi è direttore della comunicazione regionale e incassa 144 mila euro l’anno.
Premiati anche gli uomini di Formigoni rimasti al Pirellone. Michele Camisasca, per esempio, nipote di Massimo Camisasca vescovo ciellino e storiografo ufficiale del movimento, è vicesegretario generale vicario, con stipendio di 155 mila euro (12 mila in più dell’anno scorso).
Luca Merlino è il direttore dell’assessorato alla Sanità che firmava i provvedimenti d’oro per il San Raffaele e le cliniche Maugeri: anche lui premiato con un bell’aumento di 5 mila euro.
Maroni dunque garantisce la continuità a Milano del-l’apparato di Formigoni che ora, dismesse le cravatte più agghiaccianti, è impegnato a Roma a “rinnovare” la politica nazionale.
Gianni Barbacetto
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO UN POMERIGGIO DI FEROCI POLEMICHE E DI PRETESTI, DOMANI SI VA AVANTI AD OLTRANZA FINO AL VOTO
La Giunta per il regolamento del Senato è tornata a riunirsi oggi per decidere con quali modalità dovrà tenersi in Aula il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Ovvero, se confermare la prassi del voto segreto o modificare il regolamento introducendo il voto palese, ipotesi questa caldeggiata da Movimento 5 Stelle e Partito democratico.
Poco dopo l’apertura, i lavori sono stati sospesi su richiesta del Pdl in quanto le motivazioni della sentenza di interdizione diffuse oggi dalla Corte d’appello di Milano conterrebero delle novità . “La corte d’Appello di Milano ha appena detto che l’incandidabilità è una sanzione amministrativa, e pertanto non è retroattiva. Quindi dà ragione a noi e non c’è motivo di andare avanti”, ha detto il senatore del Pdl Francesco Nitto Palma.
L’obiezione avanzata al partito del Cavaliere non è però stata accolta e la Giunta ha deciso di procedere, anche se i lavori sono stati subito nuovamente sospesi per dare la precedenza ai lavori dell’Aula.
“La corte di appello di Milano non ha ascritto la sanzione dell’incandidabilità nel rango delle sanzioni amministrative ai sensi della legge 689 dell’81, bensì ha parlato semplicemente della procedura di incandidabilità , che segue un percorso autonomo rispetto alle sanzioni penali vere e proprie”, ha ricordato Danilo Leva, responsabile Giustizia del Pd.
“Dunque nulla di nuovo rispetto a quanto sostenuto da tutti coloro che ritengono applicabile la legge Severino al caso di specie. In buona sostanza la legge Severino è applicabile a Berlusconi, come già avvenuto nel caso di altri 37 cittadini italiani. Sono tentativi patetici visto che tra l’altro hanno votato anche loro la legge Severino. Basta stravolgimenti ad personam”, ha concluso.
Giunta per il regolamento convocata a oltranza, finchè non arriverà al voto sulle modalità per decidere in aula sulla decadenza di Silvio Berlusconi.
Questa, secondo quanto riferiscono fonti del senato, la decisione del presidente Pietro Grasso comunicati ai membri della giunta.
Dopo l’arrivo (in ritardo) di Zeller, iniziano a delinearsi gli schieramenti in giunta e gli orientamenti di voto.
A parte Grasso, i componenti della giunta sono 13.
A favore del voto segreto sarebbero, al momento, in sei (3 del Pdl, 1 della Lega, 1 di Gal e Zeller).
Per il voto palese, invece, sono in sette: 3 del pd, 2 m5s, 1 di sel. A cui si aggiunge, secondo quanto trapela da ambienti della giunta, anche Linda Lanzillotta (Sc), che si sarebbe detta incline a questo orientamento. Va rilevato che Renzi si è espresso per il voto palese proprio oggi e, la parte di Scelta civica cui la Lanzillotta fa riferimento (quella non solo filo-montiana, ma anche pro-alleanza con il Pd di Renzi) ha dato indicazione per il voto palese.
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
IN 5 ANNI RADDOPPIATI I POVERI, OGGI SONO QUASI 5 MILIONI…. IN TRE ANNI TAGLIO DI 5,8 MILIARDI SUGLI STIPENDI DEI DIPENDENTI PUBBLICI
Per il governo è un uno-due micidiale. 
Il taglio del costo del lavoro, misura cardine della legge di stabilità ora al vaglio del Parlamento potrebbe valere per i lavoratori soltanto 10 euro al mese.
La doccia fredda arriva dalle audizioni in Senato di Istat e Banca d’Italia, dopo che nei giorni scorsi il premier aveva contestato la stima inizialmente circolata di un beneficio di circa 14 euro parlando di “cifra inventata”.
E paradossalmente le ultime proiezioni indicano scenari ancora meno incoraggianti Per l’Istituto Nazionale di Statistica “Il taglio medio del cuneo fiscale, grazie all’aumento delle detrazioni irpef sui redditi da lavoro dipendente, sarà sulle buste paga meno di 10 euro al mese”.
Cifre confermate, e peggiorate anche dalla relazione della Banca d’Italia, secondo cui il beneficio sarebbe anche inferiore. : “Per un lavoratore senza familiari a carico, il risparmio massimo di imposta e’ di 182 euro l’anno in corrispondenza di un reddito annuo di circa 15.000 euro. Nel caso di una retribuzione lorda pari a quella media di contabilità nazionale (circa 29.000 euro), nel 2014 si determina un risparmio di poco meno di 100 euro”.
Si tratta, quindi, di meno di dieci euro al mese.
Brutte notizie che vanno ad aggiungersi al quadro drammatico dipinto dall’Istat. Secondo l’Istituto di Statistica, infatti, dal 2007 al 2012 il numero degli italiani in povertà assoluta è raddoppiato, passando da 2,4 a 4,8 milioni.
Lo ha affermato il presidente dell’Istat, Antonio Golini, aggiungendo che quasi la metà (2,347 milioni di persone) risiede al sud (erano 1,828 mln nel 2011).
Di questi, oltre un milione (1,058 mln) sono minori (erano 723 mila nel 2011) con un’incidenza in salita in un anno dal 7 al 10,3%.
“La recessione – ha detto – ha determinato gravi conseguenze sulla diffusione e sull’intensità del disagio economico del nostro paese”.
Poco prima in compenso una possibile buona notizia era arrivata dalla Corte dei Conti, che ha messo in evidenza un possibile “tesoretto” a disposizione del governo derivato dalla sottostima della spesa per interessi dovuta all’andamento dei tassi. 1,2 miliardi nel 2014 in crescita fino al 2016 (3,3 miliardi).
Dal presidente della Corte Raffaele Squitieri è arrivato però anche un allarme. Secondo Squitieri, il taglio delle tasse sul lavoro ha un perimetro “limitato” e comporta “problemi distributivi e di equità ” poichè esclude dal beneficio 25 milioni di persone.
“Oltre ai lavoratori autonomi – spiega Squitieri – sono esclusi dal beneficio gli incapienti e i pensionati, ossia circa 25 milioni di soggetti che comprendono evidentemente anche le categorie in maggiori difficoltà economiche. Ciò comporta evidenti problemi distributivi e di equità “.
(da “Huffington post”)
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
“MI HANNO CANCELLATO IL VOLO”…SE NON ARRIVASSE IN TEMPO RISCHIO PARITA’….ZELLER E’ ARRIVATO ALLE 16, ANCORA IN TEMPO
È molto probabile che il senatore Karl Zeller (Svp) non sarà presente ai lavori della Giunta per il Regolamento che dovrebbe riunirsi verso le 15 per decidere se sulla decadenza di Berlusconi si voterà o meno con scrutinio palese
«Guardi ora non posso rispondere perchè sto correndo alla stazione di Bologna per prendere almeno il treno delle 13 – risponde al telefono Zeller all’Ansa – se ce la faccio sarò a Roma per le 15 e 30. Altrimenti, molto dopo. Non so che dire, mi hanno cancellato il volo».
LE CONSEGUENZE
Se Karl Zeller non dovesse arrivare a Roma in tempo per il voto, lo scenario potrebbe cambiare rispetto alle previsioni. Se il presidente del Senato Piero Grasso non dovesse votare, così come aveva ribadito nei giorni scorsi, si potrebbe prospettare alla fine anche un caso di parità .
In tutto i componenti della Giunta sono 14, compreso il presidente.
Se Zeller non arriva diventano 13. Togliendo il voto di Grasso si arriva a 12.
In questo caso quelli sicuramente a favore del voto segreto potrebbero arrivare a 5 (3 Pdl, 1 della Lega e 1 di Gal).
Mentre i fautori della trasparenza sarebbero sicuramente 6 (3 Pd, 2 M5S, 1 Sel).
Linda Lanzillotta (SC) sarebbe a questo punto più che mai decisiva.
Se propendera’ per il voto palese saranno 5 a 7 e la proposta prevarrà .
Ma se si troveranno 6 a 6, tutto dipenderà da cosa Grasso metterà ai voti visto che la parità assoluta significa rifiuto (reiezione) della proposta.
Se si chiederà di votare per il voto segreto e si dovesse arrivare al 6 a 6, questo sarebbe respinto e passerebbe la tesi dello scrutinio palese.
A meno che Grasso non decida di votare. Precedenti di presidenti che votano in Giunta per il Regolamento non ce ne sono.
Ci fu solo il caso di Fausto Bertinotti alla Camera, che fu determinante nell’Ufficio di presidenza.
E l’Ufficio di presidenza è un organismo per molti versi paragonabile alla Giunta per il Regolamento.
Aggiornamento delle 16.14
La giunta per il Regolamento del Senato, al contrario di quanto affermato da Francesco Nitto Palma, sta proseguendo il suo lavoro.
Ne danno notizia componenti Pd della giunta.
E’ vero che il Pdl ha chiesto di sospendere i lavori per via delle motivazioni della sentenza di Milano sulla pena accessoria dell’interdizione che definisce la decadenza una sanzione amministrativa, ma la giunta è ancora riunita per esaminare il caso e decidere il da farsi.
Nel frattempo è arrivato al Senato Karl Zeller in ritardo per colpa dello sciopero degli aerei.
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Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL POLITICO UDC E’ INDAGATO PER PECULATO: AVREBBE PRELEVATO 189.000 IN CONTANTI DALLA CASSA DEL GRUPPO, GIUSTIFICANDONE SOLO LA META’
«Sono stato pugnalato alle spalle»: travolto dall’inchiesta sulle “spese pazze” , il presidente del
Consiglio Regionale, Rosario Monteleone (Udc), ha annunciato poco prima delle 12 l’intenzione di dimettersi. «Sono consapevole di non avere fatto nulla di male, l’inchiesta è stata enfatizzata», ha detto seduto in aula, confermando di essere pronto a consegnare la lettera di dimissioni «nella mani del vicepresidente Boffa.
Monteleone, accusato di avere presentato richieste di rimborsi senza i relativi giustificativi, ha aggiunto di essere «amareggiato e deluso» perchè, appunto, «qualcuno mi ha pugnalato alle spalle immaginando di fare una furbata», ma «il tempo è signore».
Monteleone, protagonista insieme con il governatore Claudio Burlando dell’alleanza politica che sostiene in Regione Liguria la maggioranza di centrosinistra, era presidente del consiglio Regionale dal 2010.
Monteleone è indagato per peculato dalla procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta sulle “spese pazze” dei gruppi regionali: secondo quanto riportato dal Secolo XIX, l’esponente Udc avrebbe prelevato 189mila euro in contanti dai depositi del suo gruppo consiliare dell’Unione di centro, tra 2010 e 2011, giustificandone soltanto la metà .
Nella tarda mattinata del 28 ottobre, lo stesso governatore della Liguria aveva incontrato Monteleone per chiedergli di fare un passo indietro.
Nominato Cavaliere della Repubblica da Giorgio Napolitano nel 2011, Monteleone figurava tra i grandi elettori che hanno votato il secondo mandato dell’attuale Capo dello Stato.
La scelta del Consiglio regionale di mandare il suo presidente a Roma aveva suscitato non poche polemiche, legate ai suoi rapporti poco chiari con esponenti della ‘ndrangheta locale. L’inchiesta “spese pazze”, infatti, è solo l’ultima di una serie di vicende giudiziare che vedono coinvolto l’ormai ex presidente del Consiglio regionale ligure.
Il nome di Rosario Monteleone compare infatti in tre fascicoli, anche se non risulta mai indagato nè viene accertata alcuna sua responsabilità penale.
Nelle carte dell’inchiesta Crimine (2010), secondo la ricostruzione dei magistrati, nel 2005 Monteleone figura come beneficiario dei voti delle ‘ndrine.
Nel fascicolo Maglio 3, si parla di contatti con il boss locale Mimmo Gangemi: i capiclan, riferendosi a lui come “lardo”, lo accusano di “non avere mantenuto le promesse”.
In un’intercettazione disposta nell’ambito dell’inchiesta Pandora, Monteleone chiede a Gino Mamone, un imprenditore in odor di mafia, un appoggio elettorale in favore di un ex assessore della giunta di Marta Vincenzi.
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