Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE VILLA GERNETTO E’ DESERTA DA MESI, SENZA PIU’ PERSONALE… L’IPOTESI DI UNA MESSA IN VENDITA
La spending review del Cavaliere spegne l’albero di Natale. 
Per gli abitanti di Macherio era diventata una tradizione, un segno nel loro paesaggio. Ogni Natale, da dietro le siepi di Villa Belvedere, la residenza della famiglia Berlusconi-Lario dei giorni belli, tutti potevano godere della vista di un gigantesco albero natalizio, un regalo al paese da parte dei facoltosi residenti.
Da quest’anno non più. L’albero non è mai stato addobbato, e da domani la settecentesca villa storica che fu dei Visconti di Modrone, chiuderà i battenti.
I dipendenti avrebbero già ricevuto la lettera che comunica la fine del rapporto di lavoro.
Veronica Lario, la moglie in via di separazione dall’ex premier, vive ormai da tempo a Milano. E la necessità di economie – meglio, di evitare gli sprechi – ormai coinvolge persino uno degli uomini più ricchi d’Italia.
La storia dei Berlusconi a Macherio, tuttavia, continua.
Le due figlie di Veronica, Barbara ed Eleonora, resteranno entrambe a vivere nell’area: nella grande cascina adiacente all’edificio storico a suo tempo acquistata dal loro padre.
La gran villa di Macherio, tra l’altro, è stato uno dei nodi più intricati della separazione tra Silvio e la moglie.
Perchè la proposta iniziale assegnava sì a Veronica l’uso della villa. Ma i conti di gestione, salati, li avrebbe dovuti pagare lei: nel 2010 1,8 milioni l’anno per i venti dipendenti, 487 mila euro per la sicurezza.
E poi le manutenzioni, le migliorie e quant’altro. Alla fine, Veronica si è trasferita. Prima a Monza, poi a Milano. Del resto, non è soltanto villa Belvedere a essere caduta sotto i rigori della spending review famigliare.
Villa Gernetto, il palazzo di Lesmo che era stato acquistato per la mai nata Università della libertà e poi divenuta sede di rappresentanza per gli eventi privati berlusconiani, è ormai deserta da molti mesi.
Non dispone di personale, il riscaldamento è staccato.
Nel giro stretto del Cavaliere, neppure si esclude che possa essere discretamente messa in vendita.
Cosa comunque non semplice.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
A CATANIA SCENE DA CAVALLERIA RUSTICANA ALLA CONVENTION DI PARTITO
A Catania l’avventura della nuova Forza Italia inizia nel peggiore dei modi.
La hall dell’albergo in cui era ospitata la convention, dove erano presenti i maggiori esponenti del partito della Sicilia orientale, si è trasformata in un ring con scene da pura cavalleria rusticana.
Sono volati schiaffi e pugni tra un collaboratore dell’ex Sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, e due uomini esagitati che hanno fatto irruzione nella struttura dopo l’arrivo del politico.
Uno dei due, visibilmente alterato, ha lamentato, dopo aver affermato di aver procurato “50 voti”, di aver anticipato durante le scorse elezioni amministrative “50 euro per ogni disoccupato” del quartiere popolare di Librino con lo scopo di organizzare una manifestazione elettorale a sostegno dell’ex Sindaco, poi non rieletto.
Somma che, a detta dell’uomo che si è professato “gravemente malato”, non è stata saldata. L’accusa è stata urlata per tutta la hall: “Stancanelli non ci hai pagato la manifestazione elettorale”. Fatto sta che la colluttazione è proseguita anche all’esterno dell’hotel: e c’è anche chi ha chiamato immediatamente i carabinieri.
L’uomo dopo la colluttazione ha pesantemente apostrofato l’ex Sindaco “Dice – ha esordito – che non sa niente e che mi manda i malandrini, ora vado dalla Polizia, chiamo i Carabinieri. Non si fanno queste cose alle persone disoccupate e povere che fanno le manifestazioni e portano i voti. Una manifestazione pagata e noi sono nove mesi che aspettiamo e mi dice di parlare con “quello”? Con chi dobbiamo parlare noi? Stancanelli – ha concluso l’uomo – è andato via perchè non ha il coraggio di affrontare la verità “.
Stancanelli ha replicato a LiveSiciliaCatania “Sono pronto a sporgere querela nei confronti di chiunque tirerà in ballo il mio nome in una vicenda in cui io sono del tutto estraneo. Non sono fatti che riguardano la mia persona”
(da “LiveSiciliaCatania“)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
PRENDONO 4,7 VOLTE IL PIL PRO-CAPITE RISPETTO ALL’1,8 DEL REGNO UNITO... VI SONO 7.700 PARTECIPATE CHE COSTANO 22 MILIARDI L’ANNO
I parlamentari italiani sono, in base alla dimensione dell’indennità in rapporto al Pil procapite, di
gran lunga i più pagati d’Europa.
Nel 2012, infatti, lo stipendio da deputato in Italia era pari a 4,7 volte il Pil pro-capite, contro l’1,8 del Regno Unito.
Contando anche i rimborsi spese (con e senza documentazione), i contributi ai gruppi parlamentari, i rimborsi elettorali e le spese di trasporto questo rapporto sale al 9,8 per il deputato italiano e al 6,6 per quello inglese.
A fare i conti in tasca ai 945 parlamentari italiani è il rapporto di fine anno del Csc.
Ma risparmiare si può: riducendo del 30% l’indennità dei parlamentari, ridimensionandone il numero, riformando le loro pensioni e abolendo i contributi ai gruppi parlamentari, i rimborsi elettorali e le spese di trasporto ma mantenendo la diaria oppure eliminandola e introducendo un tetto massimo alle spese rimborsabili, calcola ancora Confindustria, si potrebbe arrivare a risparmiare fino a 1 miliardo di euro.
I costi della politica, comunque, dice ancora via dell’Astronomia, non si esauriscono qui: ricomprendono anche tutte le altre istituzioni elettive (Comuni, Regioni, dando per abolite le Province) nonchè quelle attività improprie svolte da una moltitudine di società partecipate dalla pubblica amministrazione che sono più di 7.700 e costano, in termini di ripiano delle perdite, circa 22 miliardi di euro.
(da “Huffington Post”)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
CHI SI E’ BATTUTO ALLA MORTE PERCHE’ LE GRANDI LOBBIE INTERNAZIONALI DEL WEB COME GOOGLE E AMAZON (CHE PRODUCONO GRAN PARTE DEL FATTURATO DEL LORO CAPO), POSSANO CONTINUARE A ELUDERE IL FISCO ITALIANO, NON PAGANDO LE TASSE SUI MILIARDI DI EURO FATTURATI IN ITALIA?
Un lobbista è stato individuato nella solita gran caciara posta in essere dai venditori di fumo Cinquestelle che amano solo guardare nel giardino dei vicini.
I lobbisti in Parlamento influenzano tutti i partiti, non è certo una novità .
E’ semmai atipico che un intero gruppo composto da 156 parlamentari sia composto da lobbisti, più o meno a loro insaputa (ormai va di moda il concetto).
Entriamo nel merito della web tax e così il concetto sarà più chiaro.
La legge proposta dal governo ha giustamente sollevato dubbi legittimi visto che rischierebbe di violare la normativa europea sulla libera concorrenza e circolazione delle merci, facendoci andare incontro ad una procedura di infrazione.
L’esecutivo ha così cercato di modificarla in modo che valga solo per la pubblicità e non più per l’e-commerce: il problema è che servirebbe una “cornice europea” che attualmente manca.
Occorrerebbe cioè trovare il modo per non ridurre i consumi nell’e-commerce, ovvero che vi sia un gettito senza che questo gravi sulle tasche dei consumatori che usano siti come Amazon per risparmiare.
Però la ragione per cui Grillo non la vuole non è certo questa, infatti gli aspetti giuridici non sono mai stati da lui toccati.
Partiamo dal principio che se Google vende pubblicità italiana in Italia (come ad esempio sul sito di Grillo) è giusto che le tasse le paghi in Italia.
Oltre tutto fa una concorrenza sleale agli operatori pubblicitari che lavorano regolarmente in Italia, pagando tasse e costi della manodopera italiana.
Tra l’altro, se i gruppi come Google, Amazon, Apple etc non evadessero in Italia svariati miliardi l’anno, la pressione fiscale nel nostro Paese sarebbe più leggera.
E’ altresì evidente che se tutti hanno la residenza fiscale in Irlanda è perchè è il Paese con la più bassa tassazione.
Ci chiediamo perchè a Grillo stia politicamente bene che i grandi colossi internazionali del web come Amazon continuino a realizzare utili in Italia, evadendo o eludendo ogni anno miliardi di euro (non milioni) al fisco italiano.
E’ solo un caso che gran parte del fatturato del sito di Grillo provenga proprio dai colossi del web come Google e Amazon a cui Grillo non vuole far pagare le tasse ?
E’ possibile che fino a quando si tratta di rinunciare a dei soldi che comunque non finirebbero in tasca sua “no problem”, ma quando si tratta di toccare gli interessi dei gruppi internazionali che sono la principale fonte di utile, questo concetto non vada più bene ?
Come interpretare questi marchettoni di Grillo al Kindle di Amazon ?
– http://youtu.be/BfEXLTd2RVk
– http://youtu.be/O1L42CfcupM
Il sito di Grillo è sempre pieno di pubblicità per Amazon e Grillo vende i propri libri attraverso Amazon.
Un caso?
Lo stesso discorso vale per Google. Tutta la pubblicità sul sito di Grillo è gestita tramite Google. Un altro caso?
Sarebbe da consigliare a qualche parlamentare Cinquestelle di andarsi a rivedere l’inchiesta di Report a cura di Milena Gabbanelli, candidata Presidente della Repubblica (per finta) di 5 Stelle, in cui viene spiegato come Amazon elude il fisco e sfrutta i dipendenti.
Magari qualcuno capirebbe chi sono i lobbisti in Parlamento.
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
I FORCONI, L’USCITA DALL’EURO, L’IMPEACHMENT A NAPOLITANO
Lo conosce bene, al punto di giurare che mai e poi mai starà a sinistra. 
«Grillo non vuole assolutamente l’accordo con il Partito democratico, ma l’80 per cento dei suoi parlamentari sono di sinistra o addirittura di estrema sinistra…».
Informato al dettaglio sulla vita interna del Movimento 5 Stelle, fino a prodursi in una raffinata analisi di tutte le anime, cinquanta sfumature di grillismo, nel discorso più importante, quello della rifondazione del suo partito, il 16 novembre, di fronte al consiglio nazionale della rinata Forza Italia. Silvio Berlusconi conosce bene il Movimento grillino, dall’interno, dai report, dalle analisi elettorali, dai contatti con il professor Paolo Becchi.
Uno che quando Berlusconi ha invocato una rivoluzione in caso di un suo arresto non si è fatto pregare: «Non vediamo l’ora!». (che nobile causa…. n.d.r.)
E chissà , forse questa stagione sarà ricordata come quella in cui è nato un nuovo animale della politica italiana: il Grilloni, nato dall’incrocio tra il leader di Cinque Stelle e il Capo di Forza Italia, entrambi exatraparlamentari.
«Un ibrido, un centauro, una creatura doppia», scriveva su “l’Espresso” Giampaolo Pansa inventando la mitologica figura di Dalemoni cui fu dedicata una storica copertina, «un D’Alema rimasto nelle fattezze fisiche uguale a se stesso, ma posseduto dai pensieri e dalle parole di Berlusconi».
Era il settembre 1996 e il Cavaliere, in quel momento all’opposizione, con la Bicamerale era uscito dall’isolamento, dimostrando di essere in grado di egemonizzare il leader Massimo del centrosinistra.
Facile, in realtà : in quel momento tutti (con l’eccezione di Romano Prodi) volevano assomigliare a Berlusconi e le ricerche raccontavano di una fascia importante dell’elettorato, una terra di mezzo, che sovrapponeva per valori e priorità il Pds e Forza Italia.
Oggi a guidare la partita è il Movimento 5 Stelle, è lì che si muovono 8 milioni di elettori non ancora consolidati che tutti vorrebbero riconquistare, gli elettorati sovrapposti sono quelli berlusconiani e grillini.
E l’ex premier è all’inseguimento: più che un Grilloni è un Berluschillo, un Berlusconi rimpicciolito che corteggia proteste, cavalca rivolte, prova a incarnare la rabbia, come l’originale ligure di Sant’Ilario.
Nonostante sia, da decenni, l’uomo più ricco e potente d’Italia, responsabile numero uno del disastro.
Silvio vorrebbe imitare Grillo nell’organizzazione del nuovo movimento forzista: reticolare, senza gerarchie e nomenclature, con volti sconosciuti alla politica e con un capo supremo e indiscusso al vertice a dare identità alla creatura.
E martellare sui media con le stesse parole d’ordine: i forconi e l’uscita dall’euro, l’attacco alla casta e la riforma elettorale, il bombardamento su Enrico Letta e soprattutto su Giorgio Napolitano.
Nulla più del tormentato rapporto con il presidente della Repubblica rieletto illumina la corsa a scavalcarsi tra Berlusconi e Grillo.
Otto mesi fa il Cavaliere faceva il giro del cortile interno di Montecitorio vantandosi di essere il grande regista dell’operazione Re Giorgio-bis, nelle ore in cui fuori dalla Camera, in piazza, Grillo urlava al colpo di Stato.
«Se ne vedono di tutti i colori, anche la comica marcia su Roma di Grillo e del suo fascismo buffo», lo ridicolizzò l’ex premier.
Ora, però, l’uomo di Arcore di colpi di Stato ne conta addirittura quattro, tutti contro di lui, naturalmente. E insieme i due minacciano di aprire un procedimento formale di impeachment verso il Capo dello Stato.
Il più ruvido del clan berlusconiano è l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini, oggi senatore forzista. «Napolitano minaccia di lasciare? Si accomodi. Ha la fiducia di una minoranza, non sarà rimpianto dalla maggioranza degli italiani», scrive su twitter.
E ancora: «Napolitano dovrebbe concedersi un periodo di silenzio. Il suo interventismo continuo rende la richiesta di impeachment di Grillo sempre più convincente».
Minzolini si è già fatto convincere da Grillo, gli altri arriveranno.
Per esempio il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, nell’aula di Montecitorio attacca l’inquilino del Quirinale, evocando l’argomento dei carri armati sovietici del 1956 in Ungheria, non esattamente di stretta attualità , e sferza i giornalisti con il suo “Mattinale” che fa invidia a molti pasdaran a 5 Stelle.
Da quando Forza Italia è passata all’opposizione l’emulazione-competizione con i grillini è diventata una costante, dentro e fuori le aule parlamentari.
Quasi impossibile rintracciare una diversità di toni e di contenuti tra alcune parti del blog di Grillo e le sfuriate che trapelano da Palazzo Grazioli.
Con l’originale (Beppe) sempre più agile nel dettare la linea del marchio di seconda scelta (Silvio).
Berlusconi annuncia di capire le proteste dei forconi e di voler incontrare una delegazione dei rivoltosi (appuntamento poi annullato)?
E Grillo si è già fatto vedere in piazza, a Genova durante lo sciopero dei tranvieri e mediaticamente dalla parte dei forconi, ripercorrendo le strategie di un tempo, «stare nel movimento», come predicava la sinistra ufficiale negli anni Settanta rispetto alla sinistra extraparlamentare, oggi è il leader di M5S che si ritrova in questa scomoda posizione, dentro le istituzioni a fare la minoranza e fuori, nei cortei già incendiati dalla presenza dell’estrema destra.
Il Grilloni-Berluschillo si è già fatto sentire, e ancora più lo farà nei prossimi mesi, contro l’Europa egemonizzata da Angela Merkel e sull’ipotesi di uscire dall’euro, ormai agitata a una sola voce da Grillo e Berlusconi, aiutata da un vento anti-europeista in aumento anche tra economisti e intellettuali, da Alberto Bagnai, l’esperto di debito pubblico che interviene sul blog di Grillo e molto amato dalla Rete, a Claudio Borghi, economista dell’Università Cattolica, che pubblica i suoi strali no-euro sul “Giornale” della famiglia Berlusconi e che ha trascorso l’ultimo fine settimana dividendosi tra il congresso della Lega con il nuovo segretario Matteo Salvini e il convegno dei parlamentari di 5 Stelle.
Un fronte anti-europeista che comprende la Lega di Salvini, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, la Destra di Francesco Storace: quasi tutti sono stati alleati o addirittura ministri con Berlusconi, in caso di voto anticipato finirebbero per schierarsi con Forza Italia, ma nella scelta dei temi e del linguaggio è il grillismo a essere dirompente, gli altri gli corrono dietro sulla strada dell’europeisticamente scorretto.
L’ultima battaglia comune, in cui Silvio e Beppe marciano divisi e colpiscono uniti, è la riforma della legge elettorale.
Dopo molti ripensamenti e una gran confusione Forza Italia e Cinque Stelle sembrano essersi fermati a richiedere il ritorno della vecchia legge elettorale, il Mattarellum, con i collegi uninominali che sulla carta non sfavoriscono nessuno ma che con i risultati delle ultime elezioni non sono in grado di assicurare un vincitore certo alle elezioni: deve essere proprio questo che piace a Berlusconi e a Grillo.
«Il doppio turno è il rifugio dei proporzionalisti e degli scissionisti, di quelli che l’hanno fatta nel centrodestra e di quelli che la faranno nel centrosinistra. Renzi farebbe bene a riflettere», avverte Minzolini.
Se anche il nuovo Pd di Matteo Renzi si spostasse sul Mattarellum la legge sarebbe votata dalla Camera e le elezioni anticipate si farebbero più vicine.
La strana coppia Silvio-Beppe prova a dare la spallata: nel complesso risultato di equilibri, pesi e contrappesi che è la politica italiana può capitare anche questo, che lo Psico-nano, come lo chiamava Grillo non ancora leader politico, e il comico che si fece leader tra la denuncia di un colpo di Stato e una rivoluzione annunciata si ritrovino dalla stessa parte.
Per poi tornare a farsi la guerra, perchè alle elezioni europee la contesa sarà voto su voto, e i due si contendono lo stesso elettorato.
Ma prima che torni la competizione il Grilloni ha ancora qualcosa da fare: l’impeachment di Napolitano, il collasso finale del sistema.
Progettato da chi il sistema voleva distruggerlo. E da chi il sistema per anni l’ha incarnato.
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SUL REGALO ALLE SOCIETà€ DEI GIOCHI, CHE ADESSO PURE LETTA DICE DI VOLER CANCELLARE, CI SONO SOLO IMPRONTE DIGITALI DI ESPONENTI DEL CENTRODESTRA: ECCO COME È ANDATA
Nuovo Centro D’Azzardo. Ncd. Il partito di Angelino Alfano ma anche di Federica Chiavaroli, la cui mano ha inserito nel decreto salva-Roma il fatidico subemendamento 20 quater per punire i comuni che a loro volta puniscono il gioco, e poi di Claudio Azzollini, presidente della commissione Bilancio al Senato e indagato per truffa e associazione a delinquere per i lavori nel porto di Molfetta, e infine di Alberto Giorgetti, sottosegretario all’Economia con la preziosa delega ai giochi.
La filiera dell’ultimo, scandaloso favore alle concessionarie di slot machine è tutta nel partito degli scissionisti ex diversamente berlusconiani.
Una tenaglia che si è stretta dal governo (Giorgetti) e dalla commissione Bilancio di Palazzo Madama (Azzollini e e Chiavaroli).
Spiega una gola profonda della commissione al Fatto : “Nella nostra anticamera, per tradizione, bivaccano i lobbisti del gioco d’azzardo. Tutti i giochi, è il caso di dirlo, si fanno da noi e non escludo che alcuni miei colleghi siano a libro paga di queste società ”. Accuse e allusioni pesantissime.
Poi il sospetto finale: “Il partito di Alfano è appena nato e non hanno più Berlusconi che caccia i soldi”.
Renato Brunetta, capogruppo forzista alla Camera, la gira in un altro modo: “Perchè il Nuovo Centrodestra tifa per le slot? Fanno riferimento ai valori del Ppe o ad altri valori?”.
In realtà , sul gioco d’azzardo, tra i partiti il più pulito c’ha la rogna, come si dice a Roma. Il sottosegretario Giorgetti, per esempio, si occupava di slot anche quando era nel governo Berlusconi, in quota An.
Sotto la sua supervisione presero piede le videolottery, i win for life, i bingo online.
Nel marzo scorso, a Rimini, alla fiera degli apparecchi da gioco si spellarono le mani per Giorgetti: “I numeri della ludopatia sono sovrastimati rispetto alla realtà , state subendo una demonizzazione e una denigrazione senza precedenti”.
Centrodestra o larghe intese poco importa. Quando il gioco si fa duro Giorgetti è lì a sorvegliare.
Senza dimenticare che la fu An è un partito che ha dato tantissimo alla causa dei biscazzieri: il famigerato Corallo, oggi in disgrazia con Bplus, poteva contare su Amedeo Laboccetta e un fedelissimo finiano, Checchino Proietti.
In Parlamento la lobby delle dodici società del gioco (Cirsa, Codere, Cogetech, Gament, Gamtica, Gtech/Lottomatica, Hbg, Intralot, Nts Network, Net Win, Snai e Sisal) non si limita solo a dispensare finanziamenti legali ai partiti e a suggerire emendamenti cruciali ma è in grado di stroncare carriere.
Esemplare il caso di Raffaele Lauro, prefetto ed ex senatore del Pdl. Lauro, come ha raccontato il Fatto nel gennaio scorso, ha condotto una guerra solitaria contro le lobby delle slot.
La sua ultima sconfitta fu con Monti, un anno fa.
L’allora senatore del Pdl convinse il premier a varare norme antimafia per “la trasparenza proprietaria delle società concessionarie e dei gestori del gioco d’azzardo”.
Il provvedimento fu ritirato e Lauro non fu più ricandidato alle politiche di febbraio. Disse: “Sono stato escluso dalle liste con metodi gangsteristici. Hanno vinto le mafie del gioco”. Lauro venne convocato da Quagliariello, oggi ministro di Ncd all’epoca vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato, con questo motivo: “Berlusconi vuole parlarti a quattr’occhi”.
Ma B. non chiamò e Lauro chiese spiegazioni a Quagliariello, che gli disse: “Il problema sono le tue iniziative sul gioco d’azzardo. Alcune società minacciano di non fare più pubblicità su Mediaset”.
Chissà se lo stesso destino aspetta il povero senatore Riccardo Nencini, leader socialista alloggiato nel Pd.
Anche Nencini, un mese e mezzo fa, ha provato a far aprire gli occhi ai suoi colleghi sul gioco e sulla legge di stabilità : “Se aumentiamo la tassazione possiamo guadagnare 7 miliardi da impiegare nelle pensioni minime”.
Altra voce clamante nel deserto. Nencini è stato il primo ad accorgersi del subemendamento Chiavaroli, l’altro giorno in aula.
Un favore da 150 milioni di euro che sarebbe stato superfluo se il governo avesse avuto le palle d’acciaio di costringere le concessionarie alla sanatoria per evasione da 600 milioni.
Poi Renzi si è buttato sulla questione e ha parlato di “porcata”, dopo che il suo partito l’aveva votata. Imbarazzante.
Adesso lui e Letta hanno promesso di voler rimediare.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
MA L’ALIQUOTA MASSIMA POTRA’ SALIRE
Un mezzo regalo di Natale. Con il rischio che l’intervento non sia sufficiente a compensare le
famiglie con figli che non potranno contare sulle stesse detrazioni del 2012, quando c’era l’-Imu.
Il governo iha confermato l’intenzione di correre ai ripari per arginare la protesta dei Comuni, capeggiati dal sindaco di Torino e presidente dell’Anci Piero Fassino, e appoggiati dagli stati maggiori del Pd, Renzi e Cuperlo.
In queste ore i tecnici dell’esecutivo stanno lavorando per assemblare il decreto che dovrebbe rispondere alle richieste dei Municipi infuriati per la perdita di 1,5 miliardi di trasferimenti che sono scomparsi nel passaggio parlamentare dalla vecchia Imu al nuovo sistema della Tasi
I MILLE GRANDI COMUNI
Nella legge di Stabilità , che ieri ha ottenuto la fiducia alla Camera, viene infatti concesso a «ristoro» dei Comuni solo un miliardo, ma il calcolo è stato fatto considerando che le amministrazioni avrebbero potuto recuperare, con le proprie forze, grazie alle al mix di incassi fiscali basati sulle tasse sulla prima casa e sulla seconda circa 3,7 miliardi contro i 4,7 dell’Imu del 2012.
Invece durante il passaggio alle Camere uno degli elementi che reggeva il quadro è venuto meno facendo franare le stime: l’aliquota massima per la seconda casa è scesa dall’11,6 al 10,6 per mille, con la conseguente perdita di circa 1,1-1,5 miliardi.
Colpiti dal nuovo meccanismo soprattutto i grandi Comuni che hanno già portato l’aliquota al 10,6 e non hanno più margini di aumento.
Di qui nasce la richiesta dei sindaci di riavere indietro i soldi: anche con i 500 milioni messi a disposizione con la «Stabilità », reintrodurre le detrazioni in questa condizione è assai difficile
DELRIO AL LAVORO
Il nuovo decreto del governo, ancora in allestimento, prevede due ipotesi, vincolate entrambe all’ampliamento delle detrazioni (che sull’Imu c’erano: 200 euro più 50 per figlio).
Ad entrambe ha fatto riferimento il ministro per gli Affari Regionali Graziano Delrio: «Serviranno a dare flessibilità all’aliquota della Tasi per fare le detrazioni alle famiglie», ha annunciato ed ha ricordato che il nuovo intervento porterà a 1,2-1,3 miliardi gli attuali 500 milioni destinati alle detrazioni.
Dunque circa 7-800 milioni in più. «Stiamo lavorando per tenere conto del problema, le soluzioni devono essere condivise dall’intero governo e dall’Anci», dice il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta.
LE DUE IPOTESI
Le ipotesi sul tavolo sono due. La prima prevede lo stanziamento di 800 milioni «vincolati» e «riservati » a quei Comuni che reintrodurranno le detrazioni.
La seconda, invece, a costo zero per lo Stato, prevede la possibilità per i Comuni, che applicheranno le detrazioni, di aumentare l’aliquota massima della Tasi, dall’attuale 2,5 per mille al 3,5 mille, arrivando pericolosamente vicina all’aliquota base della bistrattata Imu che era al 4 per mille.
Senza contare che negli ultimi giorni i Comuni l’hanno scampata bella: nel testo modificato dalla Commissione Bilancio della Camera è saltata all’ultimo momento l’idea di limitare all’1 per mille il tetto dell’aliquota Tasi sull’abitazione principale. Il che avrebbe messo ancora più in difficoltà i sindaci
UNA STORIA INFINITA
Alla fine dei giochi si mette una nuova toppa al sistema di tasse sulla casa, che così rischia un nuovo caos e una instabilità cronica, sottoposto a continui cambiamenti che mettono sotto stress contribuenti, commercia-listi e Caf.
La storia comincia con il discorso di insediamento di Enrico Letta, costretto dall’ accordo con i berlusconiani, a promettere il «superamento» della tassa.
Tra pressioni e polemiche si passò per un rinvio (a maggio) poi per l’abolizione della prima rata (ad agosto), in seguito si arrivò all’abolizione della seconda rata (era novembre).
Nel frattempo la tassa sulla casa non cambia la sostanza ma cambia nome: prima doveva chiamarsi «service tax», poi la legge di Stabilità la battezz
Trise (contiene Tasi e Tari), il Senato la battezza ancora due volte, si passa dalla Tuc alla Iuc, nome per ora stabilizzato.
Ora il 2014 si apre con una serie di scadenze di fuoco: come è noto resta da pagare la mini-Imu, cioè la differenza tra l’ aliquota fissata dai Comuni e quanto rimborsato dallo Stato ad aliquota base.
CHI HA FIGLI PAGA DI PIU’
Il rischio, come ha prontamente calcolato la Cgia di Mestre, è che anche l’erogazione degli 800 milioni aggiuntivi non sia sufficiente a ristorare i contribuenti con figli e abitazioni di medie dimensioni dal passaggio dall’Imu alla Tasi.
Per un abitazione, categoria A3, la detrazione media salirebbe dai 25 ai 66 euro e comporterebbe comunque un aggravio, rispetto al 2012, dai 47 (con 1 figlio) ai 111 (tre figli) nel caso in cui l’aliquota fosse portata al 2,5 per mille.
Anche nel caso che si desse la possibilità ai Comuni di alzare l’aliquota al 3,5 per mille di vantaggi se ne avrebbero pochi perchè molte delle detrazioni che i Municipi introdurrebbero sarebbero mangiate dalla nuova e più alta aliquota.
E le risorse? Si conta sul «tesoretto » di 4-6 miliardi che lo spread basso avrebbe consentito di far risparmiare sull’onere per il debito.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
COMPROMESSO PER CONVINCERE FORZA ITALIA E NUOVO CENTRODESTRA SULL’OFFERTA DEL PD
L’ircocervo non ha ancora un nome. E tuttavia inizia a prendere forma nelle conversazioni riservate tra esponenti del Partito democratico e di Forza Italia sulla legge elettorale. È un modello del tutto nuovo.
È un ibrido che prende la struttura del vecchio Mattarellum e ci innesta sopra un doppio turno (eventuale) di coalizione.
Il composto alchemico è l’ultimo prodotto della fucina renziana e, secondo chi lo ha potuto leggere, sarebbe «l’uovo di Colombo».
Berlusconi vuole il Mattarellum? Il Pd vuole il doppio turno? Che problema c’è, basta mischiarli insieme ed ecco il risultato.
Anche i partiti minori, come Ncd, non verrebbe soffocati in culla grazie al fatto che la quota proporzionale rimarrebbe intatta.
La proposta parte infatti dal mantenimento delle vecchie quote del Mattarellum: 75% di maggioritario e 25% di proporzionale.
Alla Camera significa 475 seggi maggioritari e 155 seggi proporzionali.
Dalla quota maggioritaria sarebbe ritagliato un tesoretto di 75 seggi, un «premio di governabilità » da assegnare a quel partito che abbia superato una certa soglia.
L’idea è fissare l’asticella a un’altezza congrua, non semplice da raggiungere: 200 seggi. Chi li dovesse conquistare con i propri voti, collegio per collegio, vincerebbe anche il premio di governabilità di ulteriori 75 seggi (pari a quasi il 12 per cento dell’assemblea). A questi 275 andrebbero poi aggiunti i seggi ottenuti dal partito nella quota proporzionale per arrivare – auspicabilmente – alla maggioranza assoluta di 315 deputati.
E se nessuno dovesse superare l’asticella dei 200 collegi vinti?
Allora e solo allora scatterebbe un ballottaggio tra le prime due coalizioni per aggiudicarsi il premietto di 75 seggi.
Questo è lo schema su cui si sta ragionando. Un cocktail di elementi diversi messo a punto, pare, dal renziano Matteo Richetti.
«È fattibile», sentenzia Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che nella scorsa legislatura trattò con Verdini e Migliavacca una nuova legge elettorale.
Per Paolo Gentiloni, renziano doc, il doppio turno sarebbe quasi inevitabile «visto che la presenza di Grillo come terzo incomodo nei collegi renderà difficile che qualcuno arrivi alla soglia dei 200 seggi».
E così sarebbe accontentata anche l’ala sinistra del Pd, che continua a reclamare il doppio turno.
Come ha ricordato ieri l’ex segretario Pierluigi Bersani: «In questa situazione solo il doppio turno ti può garantire la governabilità . Le altre soluzioni, compreso il Mattarellum, non lo garantiscono». Peraltro, ha aggiunto, «Berlusconi vuole il turno unico perchè è il modo per tenere ancora tutti sotto di lui, per riuscire a fare ancora un’ammucchiata di cui lui è il capo. Con il doppio turno si dà un po’ più di spazio di manovra anche ad Alfano. E non mi pare il caso di fare regali a Berlusconi».
Il caso Alfano, al di là dei toni ruvidi con cui Renzi ha strapazzato in pubblico il leader Ncd, è stato a lungo discusso nella segreteria Pd.
Maria Elena Boschi, addetta alle riforme, ha già incontrato informalmente diversi esponenti del nuovo centrodestra.
Del resto Napolitano, nell’incontro di due giorni fa al Colle, avrebbe chiesto alla Boschi proprio questo, di partire da una prima consultazione interna alla maggioranza.
«Ci sono alcuni gruppi che sostengono il governo – ha insistito ieri il ministro dell’Interno – quindi la nostra ipotesi è: intendiamoci su una base comune nelle maggioranza e poi parliamo con gli altri, anche con Forza Italia».
Il ministro Graziano Del Rio e lo stesso Richetti tengono aperto il dialogo con gli alfaniani.
Da queste conversazioni è emerso un paletto insormontabile: «Alfano – spiega uno dei renziani – ci ha chiesto di non arrivare all’approvazione definitiva della riforma fino ad aprile, in modo da avere la garanzia che non si voti a maggio ma si arrivi al 2015. Su tutto il resto, persino sul Mattarellum, è disposto a discutere ».
Per venire incontro al Ncd, l’approvazione della riforma al-la Camera avverrà nei tempi stabiliti – la prima settimana di febbraio – come annunciato da Renzi.
Mentre il passaggio del Senato sarà più al rallentatore, proprio per evitare fughe verso le elezioni anticipate.
L’idea di arrivare a un Mattarellum- bis, che prevede un eventuale doppio turno ma lascia inalterate le quote del 75-25 per cento, è dovuta anche a un’altra preoccupazione circolata nell’inner circle renziano.
L’incubo di dover ridisegnare tutti i collegi d’Italia. «Se si tocca il 75% bisogna aggiornare la mappa – osserva il renziano Ernesto Carbone – e allora campa cavallo, ci potrebbe volere anche un anno di tempo!».
Senza contare che sarebbe il Viminale a dover ridisegnare i collegi. Proprio il ministero in mano all’uomo che ha meno fretta di andare a votare.
A questo punto l’unico ostacolo al Mattarellum-bis potrebbe essere Denis Verdini – a cui il Cavaliere ha delegato la trattativa – che è da sempre favorevole al sistema spagnolo (proporzionale con collegi piccoli e liste bloccate).
«Ma Verdini – riflette Paolo Gentiloni – dice spagnolo per trattare meglio sul Mattarellum ».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
TUTTI ZITTI NEL GIORNO IN CUI GLI SPAGNOLI VANNO AVANTI NELLA BATTAGLIA PER LA SOCIETà€…. PARLANO SOLO ZANONATO E IL PREMIER: “IL GOVERNO È NEUTRALE” (CIOÈ LASCIA FARE)
Se serviva una plastica rappresentazione di quanto la politica sia ormai gregaria rispetto agli
assetti del potere economico, gli eventi hanno provveduto a fornirla giusto ieri. Mentre a Milano, infatti, si decideva il futuro della più rilevante azienda di telecomunicazioni del Paese, il mondo politico elegantemente si sfilava e lasciava fare parlando d’altro.
Fino al voto dell’assemblea dei soci di Telecom Italia — con l’eccezione di Enrico Letta e Flavio Zanonato, sollecitati a parlarne dai giornalisti — non una parola compariva sulle agenzie.
I più pensavano ad altro e non si sono neanche accorti della portata dell’evento, i pochi in grado di capirlo hanno preferito tacere per manifesta incapacità di incidere sulla materia o semplice convenienza.
Non si sa ad esempio, nonostante qualche sollecitazione, cosa pensi Matteo Renzi dell’affaire Telecom: se cioè lo convinca il passaggio dell’azienda in mani spagnole — avallato ieri in assemblea dalla bocciatura della mozione di revoca del Cda — senza bisogno di un’offerta pubblica di acquisto che remuneri anche i piccoli azionisti.
Pure l’inner circle del neosegretario del Pd, in genere così ciarliero e pieno di posizioni nette al limite della semplificazione, si rifiuta di dire alcunchè e osserva la scena in vana attesa che il leader-oracolo indichi la via.
Silente pure Forza Italia — che a settembre, dopo l’accordo Telco, si sbracciava chiedendo subito una relazione in Parlamento di Letta — schiacciata dall’ennesimo caso di conflitto di interesse del suo Leader viste le trattative Mediaset-Telefà³nica sulla pay tv in Spagna (e prossimamente in Italia).
Non pervenuto nemmeno il Movimento 5 Stelle, nonostante una nota contro il passaggio in mani straniere arrivata un paio di settimane fa.
Questo per non citare che i tre principali partiti in Parlamento.
Restano in campo, dunque, il premier e il suo ministro dello Sviluppo economico, gli unici a intervenire ieri.
La prima menzione va a Flavio Zanonato, titolare delle deleghe specifiche e simpaticamente inconsapevole della situazione visto che è riuscito a sostenere in due successivi interventi entrambe le parti in commedia.
Prima domanda: si può fare la riforma dell’opa proposta da Massimo Mucchetti (presidente per il Pd della commissione Industria in Senato), che farebbe almeno scucire qualche soldo agli spagnoli per assumere il controllo di Telecom?
“Magari — si emoziona il ministro — Sono favorevolissimo”.
Passa circa un’ora e Zanonato torna sul luogo del delitto.
Intervenire? Macchè: “Lo Stato anni fa ha deciso di vendere questa società e adesso si tratta di garantire le cose strategiche che interessano alla sicurezza dell’informazione italiana, ma lasciare ad una società privata la facoltà di svolgere la sua attività ”.
Tra le due ponderate posizioni del ministro per così dire competente arrivano le parole sul tema del presidente del Consiglio: “Il governo è assolutamente in campo per garantire investimenti sulla rete ma non non per garantire un giocatore: esistono regole di mercato che vanno rispettate”.
C’è però il problema della rete, che “è un asset strategico e dunque il governo vuole proteggerlo” anche “imponendo investimenti infrastrutturali” (un commissione tecnica del governo ne deciderà il livello necessario entro gennaio, ma comunque Telefà³nica non ha i soldi per farli).
Conclude Letta: “Ho solo ribadito quanto già detto in questi mesi: Telecom Italia è una società privata ed esistono regole di mercato”.
Il problema è che la neutralità invocata dal premier — oltre a ricordare quella di Massimo D’Alema rispetto alla scalata dei “capitani coraggiosi” — è un sostanziale avallo della procedura grazie alla quale Telefà³nica si prenderà Telecom pagando solo i suoi soci in Telco (Generali e banche) e aggirando quel 75 per cento e più di capitale in mano agli altri azionisti.
Per di più la sua petizione di principio secondo cui non si interviene in una partita in atto non tiene conto di due dati di fatto: da un lato lui e il suo governo avevano promesso più volte, chiedendo di bloccare iniziative parlamentari in tal senso, un decreto di riforma della disciplina dell’Opa (lo ha dichiarato, non smentito, Mucchetti); dall’altro non esiste una data di closing per l’accordo Telco di settembre e, di questa via, non si potrebbe mai legiferare in attesa che finisca quella partita in cui Letta è neutrale ma finisce per avvantaggiare un concorrente.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Politica | Commenta »