Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE RACCONTA AI PM LE PRESSIONI DELL’EX DIRETTORE DE “L’AVANTI!”:…L’INCHIESTA SU UN OSPEDALE MAI COSTRUITO A PANAMA
Valter Lavitola, già ai domiciliari, torna in carcere. L’accusa: corruzione e tentata estorsione al colosso delle grandi opere Impregilo.
E Silvio Berlusconi torna invece al centro di un’inchiesta. L’ex premier non è indagato, ma nelle carte viene descritto al rango di un burattino nelle mani del faccendiere salernitano.
Da un lato è in “provata condizione di ricattabilità ” — la prova sta nella condanna in appello di Lavitola per estorsione ai danni del Cavaliere — e dall’altro, nell’agosto 2011, “veicola la richiesta estorsiva” di Lavitola nei confronti di Massimo Ponzellini, presidente di Impregilo.
E anche in questa storia — seppure non rilevanti, come sostiene il gip Dario Gallo — entrano in scena prostitute, e persino presunti video del Cavaliere usati da Lavitola per ricattarlo, almeno a quanto racconta ai pm l’imprenditore romano Angelo Capriotti. Ma il punto sono le decine di milioni di euro, quelle di un ospedale da far costruire da Impregilo a Panama, secondo l’accusa , per foraggiare il presidente Ricardo Martinelli, e lo stesso Lavitola, in cambio di un appalto molto più sostanzioso: la metropolitana della capitale sudamericana.
Indagati — oltre a Lavitola, arrestato ieri — anche Adalberto Rubegni, con l’accusa di corruzione, e il presidente panamense Martinelli, in concorso con Lavitola e l’imprenditore sudamericano Rogelio Oruna.
Per Rubegni il gip ha respinto la richiesta d’arresto, avanzata dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli.
Ma come si realizza l’estorsione di Lavitola ai danni di Impregilo e in che modo, Silvio Berlusconi, “veicola la richiesta estorsiva”?
Le minaccia dell’ex amico e del presidente panamense Impregilo s’era aggiudicata un’altra importante commessa: quella del raddoppio del Canale di Panama.
L’appalto per la metropolitana, invece, era saltato e di conseguenza, la società non aveva intenzione di costruire l’ospedale promesso.
È in questa fase, agosto 2011, che “Lavitola, per conto di Martinelli, fa pressione su Impregilo richiedendo comunque la realizzazione dell’ospedale con la minaccia”.
Ed ecco la minaccia: Martinelli avrebbe parlato pubblicamente di una “cattiva esecuzione delle opere del Canale di Panama” provocando “ricadute negative sulle quotazioni in Borsa” per Impregilo.
Non v’è prova che, aggiunge il gip, che “Berlusconi fosse a conoscenza di tutti i retroscena dell’operazione”. Se Berlusconi è inconsapevole, fino a prova contraria, Lavitola agisce da “intermediario per incarico e nell’interesse degli estorsori”.
E Berlusconi si trasforma nel veicolo dell’estorsione.
Il 2 agosto il Cavaliere chiama Ponzellini: “Ti telefono perchè, mi telefonano da Panama… e dicono che devo contattare i vertici Impregilo… e dire che sulla questione ospedali dovete trovare l’accordo con Panama… altrimenti il presidente del Panama rilascerà alle 19,30 di questa sera ora panamense una dichiarazione per bloccare l’opera di Impregilo sullo stretto con un grave tracollo… conseguente in borsa per Impregilo (…) Quel tale Lavitola no, amico del presidente di Panama… mi ha telefonato sei volte mi ha trovato alla fine e mi ha lasciato detto questo”. “Ti ringrazio dell’informazione — risponde Ponzellini — mi metto in moto subito siccome domani alle 7:30 sono da Gianni Letta ti lascio la soluzione, ma stasera già intervengo”.
E in effetti, il giorno dopo, Ponzellini chiama l’ad di Impregilo, Rubegni.
“Ho preso un’inculata da Berlusconi”
“Ho preso un’inculata dal presidente Berlusconi — dice Ponzellini a Rubegni — perchè gli ha telefonato Lavitola che Martinelli è incazzato…”.
“E vabbè — risponde Rubegni — a Lavitola gli passa… noi abbiamo fatto un’offerta per una metropolitana, la metropolitana non l’abbiamo preso… che cazzo vuoi, lo sa anche Valterino…”.
Ponzellini risponde: “Ha chiamata Lavitola, ha detto che il presidente Martinelli darà un anticipo alla fine sul canale, così il titolo Impregilo cadrà …”.
La minaccia inizia a fare il suo effetto. Ponzellini aggiunge: “Credo che la cosa migliore sia andare a trovare sto Martinelli a settembre…”.
E Rubegni commenta: “Ci stiamo già parlando, il problema è…”.
“Il problema — c onclude Ponzellini — e che Lavitola vuole mettersi in mezzo lui credo”.
Interrogato dai pm, l’ex ministro Franco Frattini, spiega che “la promessa della costruzione di un ospedale fu il risultato di un impegno assunto personalmente da Berlusconi all’esito di un viaggio nel giugno 2010, a Panama, dove incontrò il presidente Martinelli. Un viaggio che Berlusconi fece in compagnia di Lavitola. Berlusconi mi disse che una parte della spesa necessaria per la costruzione di tale ospedale poteva accollarsela lui, per l’altra mi disse di chiedere agli imprenditori italiani che lavoravano a Panama… la questione mi imbarazzò non poco”.
I 50 milioni di euro per le vacanze di Martinelli
La costruzione dell’ospedale, secondo l’accusa, sarebbe stata affidata a Rogelio Oruna “imprenditore con il quale Martinelli aveva un rapporto occulto di società di fatto, avendo già svolto il ruolo di collettore delle tangenti a lui destinate”.
Uno dei testi chiave, Raffaele Velocci, definisce Oruna la “cassaforte” di Martinelli e Lavitola.
Lorenzo Reguzzo è un funzionario Impregilo a Panama. Racconta ai pm che Lavitola avrebbe ricevuto da Impregilo ben 50mila euro, in nero, per organizzare la visita di Berlusconi a Panama nel giugno 2010 e, soprattutto, le vacanze in Italia di Martinelli. Impregilo, dice Reguzzo, “pagò attraverso una triangolazione dopo le pressioni di Lavitola, per il quale ‘era necessario recuperare i rapporti con Martinelli arrabbiato con Impregilo per la mancata costruzione dell’ospedale”.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE DISPERATO ADESSO PENSA DI FAR FUORI BRUNETTA: TROPPE GAFFE, L’EX MINISTRO RISCHIA LA ROTTAMAZIONE
È trascorso poco più di un mese dalla scissione e Forza Italia è di nuovo un vulcano sul punto di
esplodere.
Tanto che un Silvio Berlusconi in vena di repulisti ha deciso di imboccare anche lui la via della rottamazione. E in cima alla lista è finito anche uno dei fedelissimi del leader, il capogruppo alla Camera Renato Brunetta.
Ma da Montecitorio ai coordinamenti regionali è tutta una giostra impazzita.
Nei capannelli forzisti in Transatlantico non si parlava d’altro, mentre in aula si votava la legge di stabilità .
«Ormai lo salutano giusto in quattro», «con questa ha superato il segno» è stato il tam tam di Montecitorio su Brunetta che in un battibaleno ha raggiunto il capo, blindato poco distante da lì, a Palazzo Grazioli, già impelagato nelle sabbie mobili dei coordinatori regionali.
Appena toccato, l’ex premier, dalle rivelazioni sul Lavitola «ricattatore» e i filmini hard, raccontano: «Altro fango che tentano di riversarmi addosso, storia assurda senza alcun fondamento» è lo sfogo.
A pesare su Brunetta, l’uno-due di questi ultimi giorni.
Il mancato rinnovo di una decina di contratti scaduti il 18 dicembre a dipendenti del gruppo (cinque assorbiti da altri gruppi, cinque finiti a casa), tra i quali anche un paio legati a Daniele Capezzone e Mariastella Gelmini.
Negli stessi giorni, il faccia a faccia del capogruppo con il democratico renziano Nardella per discutere di legge elettorale. Col Cavaliere costretto nel giro di 24 ore a investire formalmente Denis Verdini del ruolo di “ambasciatore” unico sulla riforma.
La rivolta scoppiata al gruppo da un paio di giorni ha avuto l’effetto della classica goccia, i malumori del resto non si sono mai placati dall’insediamento in aprile.
Ieri a Grazioli è stato un via vai di dirigenti per lamentare la «situazione ormai insostenibile». Berlusconi ha assicurato che a gennaio rimetterà mano a tutto, capigruppo compresi. Intenzionato a chiedere il «sacrificio» al fedelissimo Renato.
Al Senato, Paolo Romani appena nominato sarebbe confermato da nuova votazione. «Sembra che in Forza Italia parlino in troppi e non si capisce a nome di chi – sostiene Gianfranco Rotondi – Consiglio a Silvio di donare molte museruole per Natale. Dudù ne può fare a meno, noi no».
Il clima è un po’ questo. «Tutti rottamati. Io per primo. Siamo in una fase in cui tutti dobbiamo metterci in gioco – rincara a Mix24 di Giovanni Minoli il nuovo big, il coordinatore dei club Marcello Fiori – Dobbiamo tutti ritenerci sotto esame, alla fine vedremo se ci saranno le condizioni per la conferma e di chi».
Chi attendeva la trentina di nomine del Comitato di presidenza prima di Natale è rimasto deluso. Berlusconi ha rimandato la partita.
Forse di qualche giorno, a fine anno, più probabilmente se ne riparlerà a gennaio. In ballo c’è di tutto. Anche l’ascesa del riluttante direttore delTg4 e Studioaperto Giovanni Toti.
Berlusconi – che nel frattempo ha lanciato una campagna mediatica natalizia con tanto di mail e battage web – si è intanto arenato sulla nomina dei coordinatori regionali.
A cominciare da quella di Claudio Fazzone, uomo di Tajani (e discusso senatore di Fondi), nel Lazio. Nelle ultime ore, a sorpresa, avanza pretese su quella poltrona Maurizio Gasparri, in cerca di «riabilitazione » dopo la figuraccia della polizza coi soldi del gruppo per la quale è indagato.
Ma è caos anche in Campania, dove il prescelto Domenico De Siano, sostenuto tra gli altri dalla Carfagna, incontra l’ostilità di Nicola Cosentino, appena uscito dal carcere.
La paralisi regna anche sulla casella siciliana. Circolano svariati nomi,
Berlusconi sarebbe tornato alla carica con Saverio Romano, infrangendosi contro l’indisponibilità dell’ex ministro.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
DUE SCUDERIE UFFICIALI IN LITE PERENNE E TROPPI CAVALLI DA SOMA DOPATI… NECESSITA ROTTAMARE GLI AF-FONDATORI (FRATELLI, SORELLE E CONGIUNTI COMPRESI) E INIZIARE UN NUOVO CICLO CON IDEE NUOVE E FANTINI CHE SAPPIANO STARE IN SELLA
Da giorni il potenziale elettore della “destra che non c’e'” legge resoconti alienanti sul cammino della sedicente “destra italiana” verso una presunta unificazione delle varie “anime” che la compongono.
Con una caratteristica: che se un tempo i congressi di area finivano a seggiolate, ma perlomeno ciò aveva come motivazione le divisioni sulle idee, sui valori di riferimento, sui ceti sociali cui ci si intendeva rivolgere, i messaggio da trasmettere, il fascino del confronto culturale, oggi si viene quasi alle mani per un patrimonio.
Non di idee, sia chiaro, ma di vile denaro, quello della Fondazione An.
E dobbiamo leggere, noi, non oso dire ideologicamente impostati, ma almeno culturalmente sobri, di un raggruppamento del 2% che scippa il simbolo di An ad un altro dell’1,3%.
Per usarlo? No, perchè non lo utilizzino gli altri.
Ci tocca ascoltare una sacerdotessa con le stigmate da fotoshop che agita il tricolore ma che avrebbe fatto volentieri un ticket con un clandestino come Tosi, profugo dalla Padania.
La stessa che invoca le primarie non rendendosi neanche conto che vi sarebbero meno votanti che clienti al mercato della Garbatella o a quello di Porta Portese.
Qualcuno oggi scrive “passano i giorni, le ore e la frattura, nel mondo ex An, è sempre più forte. Forse irrimediabile e non più ricomponibile”: ma magari fosse vero, magari si rendessero conto che il problema sono loro, la loro mancanza di credibilità .
Perchè si dovrebbe ricostruire An, portandola in processione come nelle feste di Paese?
Per dare spazio al cognato di Rampelli o a quello della Meloni?
Per dare credibilità a un partitino di otto deputati, già spaccato a metà ?
Per concorrere a far incassare a qualcuno i rimborsi elettorali?
Per garantire uno stipendio ai tre già designati capilista Alemanno, Scurria e Fidanza?
Perbacco che cavali di razza, che scuderia di prim’ordine, che parentopoli passata e futura “unita nella lotta”.
E qualcuno pensa che vi sia una “base militonta” disposta a remare per non farli schiantare contro lo scoglio del 4%?
E quale sarebbe, se vi fosse, il progetto politico che starebbe alla base dell’operazione? Quello di portare in dote al Cavaliere disarcionato un 3% totale che gli permetta di sollevarsi dalla polvere della pista?
Dov’è l’ambizione di costruire dalla base una nuova destra moderna ed europea?
Dov’è la radice culturale di una destra della legalità e del senso delo Stato, dell’etica e della solidarietà sociale?
Dove sono il ricambio generazionale e il passo indietro promesso?
Allora si abbia il coraggio di prendere atto che è si chiuso un ciclo e che un altro se ne deve aprire, con programmi nuovi e con una nuova classe dirigente che non potrà nascere finchè si continuerà nei giochi correntizi da basso impero.
Ma ci rendiamo conto che questi hanno dissipato un 12-15% di consensi in pochi anni?
Che non hanno saputo interpretare i cambiamenti del Paese, l’evoluzione della società civile, i bisogni degli Italiani, la rabbia dei giovani?
Che sono diventati ministri, sindaci, presidenti di regione e non hanno cambiato di una virgola il destino della destra italiana? Anzi l’hanno spesso pure sputtanata, imbarcando parenti e serpenti, per finire spesso cacciati per aver malgovernato?
In tutta coscienza, affidereste mai il futuro della destra italiana a costoro?
Vogliono rendere un servizio al nostro mondo politico?
Facciano un passo indietro tutti e da subito, si sciolgano, trascorrano un periodo di tempo all’estero a studiare le moderne destre europee, frequentino i mercati, ascoltino le esigenze del popolo italiano, non bussino alle porte dei potenti ma a quelle della povera gente che stenta a sopravvivere.
Lo facciano con l’umiltà di chi deve imparare, non con l’arroganza di chi ha avuto una chance e l’ha buttata via.
E si affidi la costruzione di un nuovo movimento a una nuova generazione, a una nuova classe dirigente, a un nuovo leader che emergerà naturalmente.
Un partito che tagli con il passato, una struttura politica centrale con una miriade di associazioni intorno che, penetrando nel tessuto sociale e culturale del Paese, garantiscano e selezionino i cervelli migliori da inserire gradualmente nelle strutture del nuovo partito.
Con due primi atti liberatori: rinunciare al patrimonio di An e devolverlo a strutture sociali, respingere con fermezza ogni contributo o alleanza con il Cavaliere.
Altro che Grillo, sarebbe il segnale che è nata una destra vera che non scende a compromessi e che non è pilotata da guru con libero accesso alle ambasciate straniere.
Una destra movimentista che recuperi quello che è suo, dalla difesa dei ceti più deboli alla tutela ambientale, dalla lotta spietata alla mafia ai diritti civili, dal lavoro per i giovani alla tutela delle donne.
Una destra composta da militanti che non abbiano paura di sporcarsi le scarpe di fango e di salire le scale delle case popolari, non quelle dei Palazzi del potere.
Una destra che rottami tutte le auto blu d’Italia, una destra che nasca con l’orgoglio di saper fare opposizione, non come i mendicanti da blandire con una monetina.
Una destra che rivendichi la giustizia sociale in Italia e non abbia paura di conquistare voti anche a sinistra.
Di fronte a cambiamenti epocali, occorre una classe politica che legga, che studi, che sappia ascoltare, che sappia trasmettere passione, che buchi il video, che colori le piazze, che invada il web.
Basta con il museo delle cere e gli apologeti del cerone.
La destra ritorni a sognare e a trasmettere emozioni.
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Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
“IL SOLE 24 ORE” RACCONTA IL MECCANISMO DI TANGENTI CON CUI BELSITO AVREBBE LUCRATO SULLA VENDITA DI PATTUGLIATORI A GHEDDAFI…MA I CONTATTI CON I GERARCHI LIBICI LI TENEVA MARONI
Le dimissioni di Roberto Maroni dalla segreteria della Lega Nord assumono una prospettiva
diversa dopo aver letto “Il Sole 24 Ore”.
L’ottimo inviato Claudio Gatti racconta il meccanismo di tangenti e retropagamenti con cui il tesoriere della Lega, Francesco Belsito, in combutta con degli alti ufficiali libici, avrebbe lucrato sulla vendita al regime di Gheddafi di pattugliatori e corvette prodotte da Fincantieri.
Cioè l’azienda in cui Belsito ricopriva l’incarico di consigliere d’amministrazione per scelta (vergognosa) della Lega.
Basta mettere in fila le date per trarne una deduzione logica: le trattative per un contratto di fornitura di navi militari alla Libia, con tanto di “cresta” per entrambi i contraenti, seguirono di pochi mesi l’accordo siglato fra il governo Berlusconi e il dittatore di Tripoli per il respingimento dei migranti. §
Un trattato indecente, condannato da tutta la comunità internazionale, approvato nell’agosto del 2008 (purtroppo anche con il voto di quasi tutti i parlamentari del centrosinistra).
E’ logico rilevare, alla luce di quanto scrive Claudio Gatti su “Il Sole 24 Ore”, che nella sua duplice veste di tesoriere della Lega e membro del cda Fincantieri, Francesco Belsito sia passato all’incasso, cercando di monetizzare quel patto infame.
Nessuna persona seria può pensare che si sia trattato di un’iniziativa personale di Belsito.
I contatti con i gerarchi libici nel piano anti-immigrati li teneva il ministro degli Interni, Roberto Maroni.
E ne menava gran vanto in pubblico.
Se ora ha lasciato la guida del suo partito, è ragionevole pensare che possa trattarsi di una mossa preventiva.
Fin qui i leghisti se la sono cavata scaricando su Belsito (e Bossi) l’intera colpa delle malversazioni amministrative e delle appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Ma riguardo ai legami con i militari libici questa linea difensiva non potrebbe mai reggere.
Gad Lerner
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Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI IMPANTANATO SULLE NOMINE
Accade pure che, per l’ennesima volta, Silvio Berlusconi rinvia le nomine di Forza Italia. E decide di non decidere.
E così in Campania, per dirne una, continua la grande faida del partito degli indagati. Per l’ambita poltrona di coordinatore regionale il prescelto era Domenico De Siano, ex sindaco del comune ischitano Lacco Ameno, e ora parlamentare.
Nel suo curriculum spicca l’indagine per presunti episodi di malcostume avvenuti nei tempi in cui era vicesindaco.
Ora è forte dell’appoggio non solo dell’ex guardasigilli Nitto Palma e di Mara Carfagna, ma soprattutto di Gigino Cesaro, detto Gigino ‘a Pupetta, il potente presidente della provincia di Napoli, noto per essere stato coinvolto in inchieste relative ai suoi rapporti col clan dei casalesi.
Ma contro ha Nicola Cosentino, che appena uscito dal carcere viene descritto dai suoi come una specie di conte di Montecristo assetato di vendetta, appoggiato dal suo referente nazionale Denis Verdini.
Per chiudere il caso si è impegnata addirittura Francesca Pascale, che si è sempre interessata alle vicende campane.
Soddisfatta per essere comparsa per la prima volta nei presepi natalizi di Napoli, di ritorno con tre statuette — una sua, una di Silvio, una di Dudù — ha invitato il Cav a non cedere a Nick ‘o mericano.
Risultato: per ora, tutto fermo.
Eccolo, il male oscuro che consuma il berlusconismo si tempi della decadenza. Paura. Paralisi nella scelta. Ricatti.
Tra il filmino che Lavitola minaccia di avere con scene hard di Berlusconi con signorine panamensi e le faide degli indagati sul territorio.
Il Cavaliere, raccontano i suoi, appare paralizzato.
Ripete lo stesso discorso, quello su magistratura democratica come le br, sulla persecuzione e sui plotoni di esecuzione. È convinto che si debba martellare contro i giudici.
Attorno lo sono meno: “Al brindisi era la sesta volta che sentivo lo stesso discorso — racconta un azzurro — ma non gli si può dire nulla
Per la prima volta la corte teme la frana: “Una volta — prosegue l’azzurro — la gente veniva con noi perchè c’era Berlusconi. Ora ci dice: vengo con te nonostante lui”.
E così diventa un problema anche nominare i coordinatori regionali di Forza Italia.
È stato Raffaele Fitto, taciturno e scontento per l’andazzo, a bloccare la nomina più imbarazzante.
Quella di Claudio Fazzone, il signore di Fondi e ras del basso Lazio. Colui che fece di tutto, con successo, per evitare lo scioglimento del comune fondano.
Il suo nome è chiacchierato perchè risultò essere nella proprietà di terreni e fabbricati con il clan dei Tripodo (a giudizio per reati di mafia).
Il senatore è stato indagato per abuso di ufficio. Ora fa parte dell’Antimafia in quota Forza Italia.
Berlusconi si era convinto ad affidargli un incarico, tranne poi tornare indietro di fronte alla sollevazione dei suoi.
Addio decisionismo.
Il Cavaliere, ai tempi della decadenza, appare stanco, frastornato.
Annoiato dalle beghe di partito. Ecco che un giorno loda i club e quelle facce nuove da contrapporre alle vecchie cariatidi del partito, tranne poi confessare che all’iniziativa dei club ha visto facce non solo più vecchie ma pure più brutte di quelle delle vecchie cariatidi.
E nessuno degli interlocutori sa quale sia la verità . Se ce ne è una o se l’ex premier si auto-convinca delle versioni che racconta perchè, in verità , ha la testa ad altro e non sa che fare.
Succede così, paradosso di tempi cinici e duri, che pure un Giovanni Toti, il potente direttore di Tg4 e Studio Aperto, sia il protagonista di una contrattazione che, a raccontarla, ha dell’incredibile.
Berlusconi lo vorrebbe come uno dei futuri coordinatori di Forza Italia. Ma Toti, che da Berlusconi è stipendiato a Mediaset, risponde che non ha intenzione di lasciare due Tg per essere uno dei tanti.
O coordinatore unico, dice, o niente. E allora niente, per ora.
Con Berlusconi che ai suoi ha confidato: “Su Toti, mi fanno problemi a Mediaset”. Ma l’analisi su come possa accadere che Berlusconi subisca Mediaset rientra nei misteri di questo tempo.
Non è invece un mistero che le truppe spaesate che già si vedono disperse stiano pensando a come non lasciarsi risucchiare dal melanconico e feroce male oscuro di Forza Italia.
E così Fitto e il grosso dei lealisti prova a imporre una logica politica: nomine, scadenze, riorganizzazioni, provvedimenti. Altri invece già la danno per persa.
Negli ultimi giorni lo studio di Gianni Letta è tornato ad avere la coda come ai bei tempi. È lui il grande regista dell’operazione “ricucitura” con Alfano, viste anche le difficoltà di Forza Italia ma anche quelle di Angelino da quando Renzi è segretario. Per la serie: due debolezze possono fare una forza.
Proprio Gianni Letta sta testando le truppe alla Camera perchè, come primo segnale di ricucitura, vorrebbe sostituire Renato Brunetta magari con Mariastella Gelmini, che dal Nuovo centrodestra non è affatto odiata. Chissà .
È chiaro che il Cavaliere di queste manovre non sa niente.
Fermo, mentre tutt’attorno frana.
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
LO STRAPPO GENERAZIONALE C’E’, MA IN SENSO CONTRARIO…. LA MAGGIORANZA DEI SUOI SOSTENITORI SONO PENSIONATI E DIPENDENTI PUBBLICI
Matteo Renzi ha un problema. La «rottura» consumata con la sua trionfale elezione a segretario
del Pd sbiadisce nella continuità con il vecchio Pd, a leggere l’analisi della composizione sociale e anagrafica dei quasi due milioni che l’hanno votato alle primarie dell’8 dicembre.
Secondo lo studio di Candidate & Leader Selection, gruppo di lavoro della società italiana di scienza politica coordinato dalle università di Cagliari e Milano, pubblicato dal quotidiano Europa, la maggioranza assoluta degli elettori di Renzi ha oltre 55 anni e appartiene a due categorie sociali: pensionati e dipendenti pubblici.
Un elettorato omogeneo sia rispetto a quello dell’avversario Gianni Cuperlo (il candidato «vecchio», «dell’apparato», «non in grado di allargare la base del Pd»…) sia a quello della «non vittoria» del Pd di Pierluigi Bersani alle elezioni politiche del 25 febbraio 2013.
Dunque l’effetto-Renzi, almeno per ora, esiste certamente dal punto di vista mediatico, forse da quello politico, niente affatto da quello sociale e generazionale.
Un dato molto significativo, quando si tornerà alle elezioni: in assenza di sfondamento in altre categorie sociali, peraltro contese da Grillo e Berlusconi, anche il Pd di Renzi dovrà rinunciare a velleitarie «vocazioni maggioritarie».
La ricerca è stata effettuata il giorno delle primarie con oltre 3600 interviste in 150 seggi campione.
I quasi tre milioni di elettori sono prevalentemente maschi (60 per cento) e over 45 (69 per cento).
Le categorie più rappresentate: pensionati (34 per cento) e dipendenti pubblici (18 per cento). Tra gli elettori di Renzi e Cuperlo queste proporzioni sono invariate, salvo lievi scostamenti, mentre tra quelli di Civati ci sono più donne (43 per cento) e giovani: il 14 per cento ha meno di 25 anni (il doppio rispetto a Renzi), il 44 per cento ha meno di 45 anni (contro il 29 per cento di Renzi), il 62 per cento è under 55 (contro il 46 per cento di Renzi).
Inoltre Civati è l’unico candidato il cui elettorato non è composto in maggioranza da pensionati e dipendenti pubblici (insieme al 44 per cento contro il 54 di Renzi) perchè il deputato lombardo viene scelto da una quota più rilevante di studenti, dipendenti di aziende private e lavoratori autonomi (in tutto 39 per cento, contro il 27 di Renzi).
L’effetto Renzi si riscontra nell’orientamento politico del 20 per cento dei suoi elettori, che non avevano mai partecipato a primarie e alle ultime elezioni non avevano votato per il centrosinistra. Qui sta la sua diversità rispetto a Cuperlo e Civati, il cui «valore aggiunto» è all’incirca la metà . Ma si tratta, in ogni caso, di un venticello, non di uno tsunami.
Durante la campagna per le primarie, Renzi aveva denunciato che il Pd da rottamare era un partito maggioritario nelle categorie protette, minoritario nei ceti dinamici e meno tutelati.
Eppure le primarie che lo hanno incoronato sono state, rispetto alle precedenti, quelle in cui maggiore è stato l’afflusso proprio dei pensionati e minore quello di giovani e studenti.
Inoltre la composizione degli elettori di Renzi è analoga a quella di Bersani.
Come rivelato da un’indagine Ipsos, alle elezioni 2013 gli elettorati del Pd e del M5S sono complementari.
Il M5S è il più votato dagli elettori under 55, il Pd fa il pieno tra gli over 55.
I grillini surclassano il Pd tra studenti, disoccupati, autonomi, dipendenti privati, operai.
Il Pd stravince tra i pensionati (addirittura il 37 per cento contro l’11 dei grillini) e regge il confronto tra i dipendenti pubblici (29 per cento contro 31).
«Si tratta – scriveva su l’Unità l’8 maggio Franco Cassano, sociologo e parlamentare Pd, in un articolo intitolato “Lo schema che imprigiona la sinistra” – di una base sociale fortemente legata al sistema del welfare, la cui composizione è in buona misura il riflesso dell’espansione della sfera dei diritti che si produsse negli Anni 70. La maggior parte di coloro che non vengono raccolti da questa rete giocano un’altra partita e finiscono per approdare altrove. (…) Da tempo il centrosinistra possiede un elettorato ristretto e non espansivo. Un dato che, come accadeva per la lettera rubata di Poe, abbiamo di fronte agli occhi ma ci rifiutiamo di vedere».
Nemmeno Renzi ha finora fatto uscire il Pd da questo schema che lo imprigiona.
Giuseppe Salvaggiulo
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
E NELLA SEZIONE 4 I VOTANTI PASSANO DA 51 A 230
In un seggio di Cosenza, durante le primarie del Pd, ha vinto la mozione “contenti tutti”: aggiungiamo 150 voti bonus a Cuperlo, 150 a Renzi e 50 a Civati.
Peccato che al momento di aumentare i voti, i promotori della mozione-tarocco si siano resi conto di un particolare: “I due euro per ogni scheda, chi li mette?”.
E si parla di 350 voti fantasma, mica spicci. Allora meglio ridurre.
“Facciamo 70 a Cuperlo, 70 a Renzi e 30 a Civati”. Così risparmiamo tutti.
Il racconto di uno basito scrutatore pro Civati non è rimasto circoscritto al seggio numero 4 di via Popilia, a Cosenza.
Ma è andato a finire dritto sul tavolo della commissione regionale (quella provinciale ha bocciato il ricorso), che valuterà se annullare o meno le elezioni in quel seggio. Anche perchè lo scrutatore Francesco Bruno, il civatiano, ha raccontato un altro particolare: all’inizio i renziani hanno accusato i cuperliani di aver inbucato, prima dell’apertura del seggio, schede pro-Cuperlo in un doppiofondo.
Il trucco, degno di David Copperfield, non è piaciuto.
Ma un punto d’incontro lo si è trovato: voti bonus per tutti.
Bruno chiude sconsolato la denuncia: “Gli iscritti al Pd che hanno votato vengono fatti passare da 51 a circa 230, in modo da risparmiare la quota di due euro per i voti fittizi. La restante somma per coprire i voti viene versata dai rappresentanti delle mozioni Cuperlo e Renzi”
Non è l’unico caso di presunti brogli a Cosenza: Giuseppe Caporale, garante regionale della mozione pro Civati, ha chiesto l’annullamento di un’altra votazione alla commissione provinciale del Pd. Bocciato.
Caporale non ha mollato: ora toccherà alla commissione regionale valutare il caso. Anche nel seggio 5 è un civatiano, Costantino Covelli, ad aver notato qualcosa di strano il giorno dell’Immacolata.
In quel seggio, allestito in un centro anziani, hanno votato in più di 900.
Un po’ troppi per i registri, che non avrebbero potuto contenere tanti nominativi. Lì ha vinto Cuperlo, che in città ha incassato 1300 voti e ha battuto Renzi di circa 300 lunghezze. Civati ne ha presi poco più di 200.
Covelli ha seguito le operazioni a urne aperte. Poi, in serata, dopo la chiusura, ha chiamato Caporale.
Insieme sono andati alla federazione provinciale di Cosenza. Volevano controllare meglio i registri, nel frattempo portati da altri.
Dovevano essere lì, ma non c’erano, spiegano ora Caporale e Covelli. Che fine hanno fatto? Si sono materializzati il giorno successivo.
Dall’area Cuperlo e Renzi, a Cosenza, rispediscono le accuse al mittente, facendo notare che in via Popilia, il verbale di chiusura del seggio è stato sottoscritto anche da un civatiano.
I renziani spiegano di aver mandato ai seggi “vigilantes”, perchè “qui può succedere di tutto”.
L’ultima parola spetta alla commissione regionale.
Emmanuele Lentini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA RECESSIONE HA RIDISEGNATO IL PAESE
L’Italia non è mai stata così divisa. Agli economisti di destra piace dire che la marea alza e abbassa
le barche, gli yacht come i gozzi, tutti allo stesso modo e così avviene nell’economia. Ma non è vero.
Cinque anni di crisi – la crisi più lunga dal dopoguerra – hanno segnato la società italiana.
Gli indici con cui le statistiche misurano le disuguaglianze sociali crescono inesorabilmente dal 2007, l’ultimo anno prima della recessione. E il modo in cui questo è avvenuto mostra che la teoria della marea non tiene.
Ricchi più ricchi
La crisi non ha reso i ricchi meno ricchi. Se la sono cavata egregiamente, con appena qualche piccolo tremolio, che non ha compromesso le quote in più di ricchezza nazionale, guadagnate negli anni e nei decenni precedenti, a scapito del resto del Paese.
E’ all’altro capo della scala sociale, però, che è avvenuto lo sfondamento.
Anzi, lo sprofondamento. In confronto a quei ricchi, infatti, i poveri, a cominciare dalle classi medie in declino, sono diventati più poveri.
Soprattutto al Sud, dove erano già più poveri.
L’allargarsi della forbice è anchepiù vistoso se non si considera solo come i 4 milioni di italiani ricchi (e, in mezzo a loro, i 40 mila straricchi) hanno cavalcato gli ultimi anni di crisi, ma se si guarda a come i più fortunati hanno saputo gestire e utilizzare il lungo ristagno che, dagli anni ’90, imprigiona l’economia italiana.
I 40 mila dello 0,1 per cent
L’ultima Italia egualitaria è ancora quella dei primi anni ’80. Nel 1983, calcolano Paolo Acciari e Sauro Mocetti in uno studio (“Una mappa della disuguaglianza del reddito in Italia”) pubblicato dalla Banca d’Italia, i 4 milioni di contribuenti, che costituiscono il 10 per cento più ricco degli italiani, assorbivano il 26 per cento del reddito nazionale.
In realtà è di più, dato che lo studio analizza le dichiarazioni dei redditi e, dunque, non tiene conto dell’evasione e neanche dei redditi fuori Irpef, in particolare gli interessi sui depositi, le cedole dei titoli, i dividendi azionari, insomma, le rendite finanziarie in genere che, per i ricchi, pesano.
Acciari e Mocetti sono, però, convinti che, anche se il livello assoluto non è affidabile, il movimento dei redditi può essere disegnato dalle dichiarazioni Irpef. Dieci anni dopo, dunque, nel 1993, il 10 per cento più ricco intasca il 30 per cento del reddito dichiarato, lasciando il 70 per cento a tutti gli altri.
E’ il momento in cui l’economia italiana si ferma, smette, sostanzialmente, di crescere per non ripartire più, fino ad oggi, accontentandosi di allargarsi ad un ritmo paragonabile a quello di Haiti o dello Zimbabwe, lontano dal resto dell’occidente.
Ma questo non impedisce ai 4 milioni di italiani più ricchi, quelli con un reddito sopra i 35 mila euro, di ritagliarsi una fetta di torta sempre più grande: al 2003, sono arrivati sopra il 33 per cento.
Nel 2007, alla vigilia della crisi, sono saliti ancora, sopra il 34 per cento. In meno di25 anni, la fetta del 10 per cento è cresciuta di quasi un terzo.
Superstipendi e superpension
Ma ai 40 mila superstipendi, superpensioni, superparcelle, superrendite, che costituiscono lo 0,1 per cento dei redditi trasparenti all’Irpef e per i quali bisogna dichiarare dai 250 mila euro in su è andata anche molto meglio.
Nel 1983, questa categoria di maxiredditi assorbiva meno dell’1,50 per cento del totale delle dichiarazioni.
Nel 1993, già sfiorava il 2 per cento. Ma il passo lo hanno allungato dopo, a ristagno iniziato: nel 2007, la quota dei 40 mila straricchi era salita oltre il 3 per cento. In pratica, in 25 anni è raddoppiata.
E la crisi? A queste altitudini è un venticello, che non compromette la presa delle classi più agiate sulla torta nazionale. Fra il 2007 e il 2009, la quota del 10 per cento più ricco scende dal 34,12 al 33,87 per cento.
Geografia dell’ineguaglianz
La capacità dei più ricchi di intercettare quote crescenti di reddito è il segnale più vistosodi una società ineguale, ma ne fornisce una immagine parziale.
Il 10 per cento più ricco diventa più ricco, ma che succede nell’altro 90 per cento?
Da questo punto di vista, la crisi sembra aver segnato una netta cesura. Il processo di progressiva ascesa dei ceti medi che, sgranandosi lungo la scala sociale, riduceva gli indici di disuguaglianza si è bruscamente interrotto con il 2007.
L’indice nazionale, ora, è in risalita, ma la mappa che Acciari e Mocetti hanno disegnato, secondo gli indici statistici di disuguaglianza, provincia per provincia, consente di vedere che l’impatto è assai diverso nelle diverse zone del Paese, fino a suggerire una geografia anche politicoelettorale.
La disuguaglianza è nettamente inferiore nel Centro-Nord. Ai minimi, anche se a livelli non propriamente scandinavi, in realtà come Lodi, Biella, Vercelli ma, in generale, in buona parte dell’Italia padana e delle regioni rosse del centro.
La linea Roma-Pescar
Una situazione che muta di colpo sulla linea Roma-Pescara, sul confine di quella che eral’area di intervento della Cassa del Mezzogiorno, soprattutto se si tiene conto anche della disoccupazione.
Qui, quasi tutta la Sicilia, la Calabria e, soprattutto, Campania, Molise, il grosso della Puglia, in buona sostanza, l’Italia meridionale, con l’eccezione della Basilicata, registra tassi di ineguaglianza paragonabili a quelli della Turchia.
Nel Nord, il quarto più povero della popolazione dispone del 5,7 per cento del reddito complessivo. Nel Sud, questa quota crolla al 3,7 per cento.
Una frattura geografica che si affianca e si somma a quella nazionale ricchi- poveri e che rende ancora più incerto il cammino di uscita dalla crisi.
Maurizio Ricci
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Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
PICCOLO ELENCO DI QUEL CHE C’E’ E PERCHE’ NELLA LEGGE DI STABILITA’
Il viaggiatore che si trovasse a passare nei pressi delle commissioni Bilancio delle due Camere durante la discussione della legge di Stabilità osserverebbe una scena assai bizzarra.
Dentro l’aula i parlamentari discutono e votano, entrano ed escono commessi, funzionari e gli stessi onorevoli, all’esterno – su un tavolo – un gruppo di giornalisti segue i lavori col testo della legge a sinistra e il fascicolo degli emendamenti a destra. Tutt’intorno c’è un’altra tribù dall’occupazione più sfuggente: a turno i suoi membri alternano fasi di calma ad altre di grande agitazione in cui scrivono o telefonano o passano fogli a qualcuno; amano colloquiare con gli interlocutori sempre con un’aria un po’ da congiurati; hanno una certa passionaccia per la parola all’orecchio, la passeggiata sotto braccio, l’amichevole pacca sulla spalla, il sorriso largo e rassicurante.
Ecco, quella tribù sono i lobbisti.
Chi sono i lobbisti?
Intanto quelli veri e propri – cioè i dipendenti di una società di lobby ufficiale come Cattaneo Zanetto o Reti, per citare le più note – sono una minoranza e nemmeno delle più rilevanti.
Alcuni lobbisti sono, più semplicemente, quelli che nelle aziende si chiamano “Responsabili delle relazioni istituzionali ” (una, Simonetta Giordani, in questo governo ha cambiato sponda e da Autostrade è passata al sottosegretariato ai Beni Culturali), altri ancora sono lobbisti informali: ex dipendenti del Parlamento, magari, come il meraviglioso esemplare registrato a Montecitorio dal Movimento 5 Stelle.
Sul sito di Beppe Grillo lo si sente vantarsi al telefono di come ha bloccato un emendamento del Pd che fissava a 150 mila euro l’anno il tetto massimo di cumulo tra pensione e redditi da lavoro che tanto fastidio dava ai nostri Grand commis (in una parte non registrata ha fatto riferimento anche ai membri della Consulta): “Ho dovuto scatenare mari e monti. È stata una battaglia durissima. Io lo potrei scrivere in un manuale come caso di eccellenza di azione di lobby… Ho dovuto smuovere tutto”. Alla fine, il tetto è stato fissato a oltre 300 mila euro. Più del doppio.
Chi sono i mandanti?
Alle Camere, da ottobre a dicembre, stazionano tutti. Giganti come Eni o Enel o Poste o Ferrovie hanno ovviamente un loro uomo sul posto: la società guidata da Mario Moretti, per dire, deve essere certa che i finanziamenti da cui dipende siano effettivamente stanziati e quindi presidia il ministero delle Infrastrutture prima e il Parlamento poi (missione compiuta anche quest’anno).
Ci sono poi gli inviati dei ministeri. Quello della Difesa si occupa tanto dei militari veri e propri quanto dell’industria del settore: a questo giro, ad esempio, i primi hanno incassato 100 milioni extra per il 2014 e altri cento da dividere con le altre forze di polizia, i secondi un piano pluriennale di spesa in armamenti.
Ci sono poi i lobbisti delle tv private e dell’editoria, che si preoccupano dei rispettivi fondi statali, e c’è il mondo dell’energia che è diviso in tre: c’è sempre qualcuno del Gestore dei mercati elettrici (Gme), altri di Assoenergia e qualcuno pure di Energia Concorrente, che poi sarebbe l’associazione a cui aderisce Sorgenia di Carlo De Benedetti che ha strappato un emendamento per risolvere un contenzioso sugli oneri urbanistici con un comune del lodigiano (un risparmio potenziale di 22 milioni di euro)
Non mancano, ovviamente, gli uomini dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, i veri trionfatori di questa sessione di bilancio tra detrazioni sulle sofferenze velocizzate (da 18 anni a cinque) e rivalutazione delle quote di Bankitalia con relativa aliquota di favore.
La lobby del gioco – a partire da Sistema Gioco Italia di Confindustria – pure è sempre presente in forze in Parlamento: tra concessioni e trattamento fiscale i fronti aperti sono molti (anche se l’emendamento per spaventare regioni e comuni tentati dalla guerra alle slot, come vi raccontiamo qui accanto, probabilmente alla fine verrà cancellato)
Non manca il mondo assicurativo, anche se Ania preferisce lavorare direttamente col ministero: dopo il regalo del governo Monti che ha nei fatti reso irrisarcibili molti infortuni di piccola entità (norma anti-“colpo di frusta”), oggi l’esecutivo Letta gli regala per decreto il mercato dell’autoriparazione grazie all’obbligo di far riparare la macchina solo nelle carrozzerie convenzionate.
Gli interessati, nel senso dei carrozzieri, iniziano a gennaio una mobilitazione nazionale.
Si può dire che anche loro siano una lobby, però non efficace come quella della loro controparte.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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