Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
TASSE ACCORPATE, TAGLIO ALLE INDENNITA’ DEI CONSIGLIERI REGIONALI E STOP ALLE BUROCRAZIE
Velocità e semplicità . Saranno le parole chiave del programma di governo che Renzi sta preparando in queste ore.
Il “sindaco d’Italia” sogna un paese in cui ciascun cittadino riceverà a casa un modulo comprensibile da compilare per pagare tutte le sue tasse in una volta sola, senza complicazioni nè trappole lessicali.
L’inefficienza della macchina burocratica è il primo vero ostacolo da abbattere.
Basta con le lentezze, i rinvii, i documenti che prendono polvere sulle scrivanie per anni.
Arriverà lui e risolverà tutto, insomma, almeno a parole.
I dirigenti statali saranno valutati in base agli obiettivi raggiunti, i contratti dei nuovi assunti non saranno più a tempo indeterminato, ogni giorno sarà un esame, vietato perdere tempo: questo il messaggio che dovrà arrivare agli elettori, anche solo come “percezione”
Che tutte le spese saranno controllate, comprese quelle delle Regioni, e che verranno definiti costi standard per servizi e forniture, sul modello già adottato per sanità e trasporto locale.
Una decisione che, nei piani di Renzi, dovrebbe portare a risparmi notevolissimi.
Una delle priorità resta il lavoro. Oltre alla lotta al precariato contenuta nel jobs act, Renzi prometterà a un taglio dell’Irap per le imprese che le aiuti a far entrare giovani al primo impiego.
Renzi prometterà i risolvere l’emergenza abitativa sbloccandp gli immobili dello Stato inutilizzati nelle città , a cominciare dalle caserme, che dovrebbero essere trasferiti ai Comuni e ristrutturati per farne case o uffici.
Il calcolo del costo di questa partita rimasta ferma finora sarebbe, secondo i calcoli dei tecnici renziani, addirittura vicina ai 4.000 miliardi di euro, circa il doppio del debito pubblico. Una cifra fuori dal mondo, assolutamente in contrasto con quelle rilevate finora dai tecnici ministeriali. Una barzelletta, quella della vendita degli immobili pubblici, raccontata da vari governi.
Renzi punta molto poi a razionalizzare l’impiego dei finanziamenti europei, che nei prossimi sette anni porteranno in Italia 58 miliardi di fondi Fesr a cui si aggiungono 55 miliardi di fondi interni per lo sviluppo.
Un tema ricorrente in tutti i progranni di governo.
Nel pacchetto precedente ben 32 miliardi erano stati “persi” da alcune regioni per mancanza di progetti.
A Bruxelles durante il semestre europeo Renzi conta di risolvere altre due questioni che gli stanno a cuore.
La ridefinizione del limite del 3 per cento imposto all’Italia dal patto di stabilità e la gigantesca mole di sanzioni che il paese è costretto a pagare per le infrazioni alle procedure in tema di pagamenti ritardati ai fornitori privati da parte della pubblica amministrazione, sicurezza dei trasporti, sovraffollamento delle carceri e altri settori pubblici.
Ai suoi collaboratori Renzi ha spiegato che molte di queste multe sono legate a tardive o mancate risposte inviate a Bruxelles alle richieste di accertamento sui dati. Un altro spreco che va eliminato, insomma.
Così come saranno ridotti gli enti di consulenza delle istituzioni, come ad esempio il Cnel. Ridimensionati bruscamente anche i costi della politica.
Le indennità dei consiglieri regionali non potranno più superare quelle del sindaco del capoluogo della regione e i contributi ai gruppi politici subiranno uno stop.
Un po’ di fumo negli occhi degli eletori grillini, insomma.
Altra priorità , le infrastrutture.
Il premier è rimasto a bocca aperta quando Erasmo D’Angelis, uno dei pochi tra i suoi uomini fidati operativi nel governo Letta, gli ha raccontato che ci sono 1 miliardo e 600 milioni bloccati dalla pigrizia burocratica destinati alle opere di messa in sicurezza per il dissesto idrogeologico e ben 1.150 cantieri pubblici fermi.
Ma la burocrazia la cambi cambiando le leggi, non basta correre a vuoto.
E Renzi di tempo non ne avrà molto per tramutare i bluff in fatti concreti.
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
VENDOLA: “NOI NON CI SAREMO”
Il nuovo governo si deve muovere nel perimetro della vecchia maggioranza. Guai se
si sposta a sinistra. Inoltre non deve acquistare un carattere politico.
E infine il terzo paletto: «O si fanno grande cose o per fare piccole cose è meglio andare al voto. Angelino Alfano, ascoltata la relazione di Matteo Renzi alla direzione del Pd, prende atto che il segretario del Pd vuole arrivare a Palazzo Chigi sostenuto «dall’attuale coalizione di governo». Giusto, dice il vicepremier, ma noi vogliamo vedere cosa vuole fare.
E così, dopo il compito di “sentinella delle tasse” adesso Alfano assume un altro impegno: «Se non ci saranno le condizioni politiche per far valere le nostre istanze, se non possiamo essere gli avvocati del grande ceto medio italiano all’interno dell’esecutivo, diremo no alla nascita del nuovo governo che non dovrà essere un governo politico».
Le parole di Renzi sul perimetro dell’esecutivo, infatti, non tranquillizzano il vicepremier. Che mette le mani avanti e lo avverte: «Non siamo disponibili a un governo politico che abbia connotati politici di sinistra e di centrosinistra».
Dunque sono da escludere aperture, anche parziali a Sel.
Tocca a Roberto Formigoni fissare i paletti dell’accordo: in primo luogo, spiega ci vuole «un accordo politico e programmatico alla tedesca, cioè scritto nero su banco».
Un documento che dovrebbe contenere cose da fare. Tipo «eliminazione della legge Fornero, l’abbattimento del cuneo fiscale, la semplificazione normativa sul lavoro, i provvedimenti per la famiglia, l’innovazione».
E quelle da non fare mai: «matrimoni gay, unioni civili e cosi via».
Dunque Alfano vuole aprire una trattativa sul perimetro della maggioranza e sui contenuti.
Ma nel suo partito lo scontro cova sotto la cenere. E i dubbi sono tanti.
Espressi da un anonimo senatore: «È un errore aprire a Renzi. Se il governo poi va bene tra qualche mese siamo belli e scomparsi».
La prova provata del malessere è la frase che si è lasciata sfuggire ieri il ministro Maurizio Lupi ai compagni di partito che esprimevano le loro perplessità : «Sentite, fosse per me questo governo neanche lo farei».
Dichiarazione che davanti ai microfoni diventa: «Io un governo con Sel non lo faccio neanche morto».
Il no a possibili aperture a sinistra sono condivise anche da Udc e Popolari per l’Italia.
«Il Pd — scrivono — può cambiare il presidente del Consiglio, ma non la natura del Governo. Non si può passare da un governo di intese con la sinistra ad un governo di sinistra».
Da Scelta civica, Centro democratico e socialisti di Nencini, invece, c’è un sostanziale via libera all’operazione.
I timori su alleanze di Renzi con la sinistra però dovrebbero morire sul nascere.
Per il semplice motivo che da Vendola in giù arriva un secco no alla nascita del nuovo governo. «Per Alfano “non esiste al mondo che Ncd sia alleato di Sel”. Posso dire che per una volta nella vita sono d’accordo con lui», twitta il leader di Sinistra e libertà .
In tutta la vicenda Vendola vede «una tipica manovra di palazzo» e dice che «un dialogo col Pd sul governo è possibile solo se questo rompe qualunque compromissione con gli ambienti di destra, berlusconiani o diversamente berlusconiani».
Ma anche in Sel le acque interne sono agitate. Perchè una fetta del partito è tentata di andare a vedere le carte di Renzi.
Anche se ieri il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore, uno degli “aperturisti” insieme a Claudio Fava, si è affrettato a dichiarare: «Un governo con Alfano non ci interessa. La questione è che bisogna anche misurarsi con le proposte concrete in campo. Mi pare che l’idea di poter cambiare il governo possa essere realizzata in maniera diversa ».
Ma che il mal di pancia esista lo ammette lo stesso Migliore che parla di «dibattito interno vivace». E lo dimostra l’ammonimento dello stesso Vendola al Pd: «Nessuno pensi di giocare in casa d’altri e reclutare qualche malpancista. Ci sarebbero conseguenze anche molto gravi sulle alleanze».
Silvio Buzzanca
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
L’ORAZIONE DELL’AUTOINCORONAZIONE, POI LA LUNGA NOTTE TRA TRATTATIVE E PROPOSTE… VENDOLIANI FUORI DAI GIOCHI, ALFANO PRESSA PER RESTARE
Renzi avrebbe addirittura accarezzato il progetto di sganciarsi dagli alfaniani per “autonomizzarsi a sinistra” mettendo insieme i sette senatori di Sel e almeno dieci dissidenti grillini, se non quindici.
Ma la spaccatura a rischio scissione nel partito di Vendola ha bloccato tutto. In cambio il premier in pectore aveva già assecondato la principale richiesta di Sel: il reddito di cittadinanza.
Giovedì 13 è un film dell’horror ammantato di poesia.
È pur sempre la vigilia di San Valentino, che oggi Renzi festeggerà da sindaco a Firenze.
Il Rottamatore spara versi come crisantemi sulla tomba politica di Enrico Letta. Una citazione banale dall’Attimo fuggente: “Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta”.
La direzione del Pd si tramuta in esecuzione e funerale allo stesso tempo.
Il metodo di “Matteo” è spietato, per usare l’aggettivo scelto da Civati, e fa coniugare all’imperfetto tutti gli interventi di stampo comunista nordcoreano.
D’improvviso Letta “governava” anzichè governa. La bara è vuota perchè il premier assente è un morto che cammina.
I grazie si sprecano e si trasformano in un gigantesco amen, che per Renzi si trasfigura in un potente “vento in faccia”, altra lunga citazione poetica.
Sangue e poesia alle tre del pomeriggio.
Il segretario del Pd completa la conversione del partito al suo vangelo. Adesso dopo Shining (sempre Civati) o Giovedì 13 c’è l’Oceano Mare, antico titolo di Baricco, autore neorenziano.
Cioè la navigazione tra i flutti e le trappole della Capitale.
Subito fallita l’operazione per allargare a Sel
La prima incognita è il perimetro della maggioranza. Che garanzie e numeri offrirà Renzi a Napolitano per arrivare al 2018?
Il rischio è che la maggioranza sia la stessa di Letta perchè l’operazione Vendola è fallita.
I due, “Matteo” e “Nichi”, hanno parlato lunedì, prima che il leader del Pd andasse a cena da Napolitano al Quirinale. Al di là della Camera, dove i numeri non sono un problema, la discussione è stata tutta sul Senato.
Renzi avrebbe addirittura accarezzato il progetto di sganciarsi dagli alfaniani per “autonomizzarsi a sinistra” mettendo insieme i sette senatori di Sel e almeno dieci dissidenti grillini, se non quindici.
Ma la spaccatura a rischio scissione nel partito di Vendola ha bloccato tutto.
In cambio il premier in pectore aveva già assecondato la principale richiesta di Sel: il reddito di cittadinanza. Nulla da fare.
Anche se i renziani assicurano che almeno tre senatori vendoliani (Stefà no, Uras, De Cristofaro) più una grillina voteranno la fiducia, tra mercoledì e giovedì della prossima settimana.
La voglia di fare a meno di Angelino
A questo punto sarà determinante il sostegno del Nuovo Centrodestra di Alfano, partito governativo per vocazione altrimenti all’opposizione morirebbe appena nato. La tentazione del futuro premier è quella di escludere Alfano, già delfino berlusconiano poi tra i ministri più inefficienti e “scandalosi” di Letta.
Un esempio per tutti: il caso Shalabayeva.
A Ncd dovrebbero andare due ministri, Lorenzin e Lupi, ma è in corso una serrata trattativa per far rientrare Alfano dalla finestra.
In ogni caso non con i gradi da vicepremier. A Palazzo Chigi Renzi non vuole vice.
Obiettivo: asfaltare subito il Movimento cinque stelle
Alle dieci di ieri sera il cerchio magico renziano confidava: “La cosa che più fa godere Matteo in queste ore non è la dipartita di Letta ma il silenzio dei grillini. Sono trentasei ore che non si sentono”.
I primi cento giorni di Renzi a Palazzo Chigi coincidono con la scadenza delle elezioni europee e il suo obiettivo sarà “asfaltare il Movimento 5 Stelle”.
Altrimenti il rischio è che dalle urne di maggio escano Grillo e Berlusconi con più del cinquanta per cento.
Ma se c’è una cosa “che fa arrapare Matteo quella è la parola rischio, lui è abituato a strafare e a forzare, ci saranno tanti fuochi d’artificio, vedrete”.
Chi non la pensa così è quella maggioranza silenziosa del Pd convinta che Renzi si vada a schiantare.
E con una sonora sconfitta alle Europee la sua “dalemizzazione”, in senso negativo, cioè di dimissioni, sarebbe fin troppo evidente.
La solita telefonata al forzista Verdini
Ieri Renzi è riuscito a sentire per telefono anche il concittadino Denis Verdini, lo sherpa di Berlusconi, per il patto sulle riforme.
Il Condannato è stato rassicurato sul rispetto degli accordi anche se l’Italicum probabilmente subirà altre modifiche.
Tipo l’abbassamento delle soglie di sbarramento.
Il leader del Pd vuole arrivare alle elezioni solo dopo le dimissioni di Napolitano, non prima del 2015, alla fine del semestre italiano alla presidenza europea.
Il premier in pectore vuole al Quirinale un presidente diverso quando si tratterà di votare: “Non voglio sorprese sull’incarico dopo i risultati”.
L’ennesima conferma che sarà questo Parlamento a eleggere il successore di Re Giorgio.
Ma cosa succederà se l’ultima spiaggia renziana si impaluderà a sua volta, facendo ritornare lo spettro del voto a ottobre?
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
IL DELITTO PERFETTO NON ESISTE
Doveva, ma non sarebbe mai potuto essere un Letticidio dolce. O almeno, ci hanno
provato.
Ma poichè il delitto perfetto non esiste, dall’ipocrita riconoscenza «per il notevole lavoro svolto», nel giro di una mezzoretta si è passati a evocare la giraffa squartata coram populo nello zoo di Copenaghen.
La preziosa immagine si deve all’onorevole Pippo Civati, che del partito-killer è divenuto ieri il capo della maggioranza, e che sempre riguardo alla defenestrazione del presidente del Consiglio ha cinematograficamente evocato l’horror di Shining e, con indubbio scatto di fantasia, «una Dc splatter».
Quest’ultima entità è come ovvio uno studiatissimo controsenso. Nel farsi fuori l’un l’altro, a partire dall’affare Montesi (1953-54) e per il successivo quarantennio, i capi democristiani non scherzavano affatto. Erano lotte crudeli, le loro, e anche tragiche maledizioni, macchinazioni e strumentalizzazioni — basti pensare alle code di paglia che per anni e anni spuntavano periodicamente attorno al caso Moro.
Il principio generale vale anche per il buon Letta, cioè per la vittima di oggi: chi si mette in politica e conquista il potere sa di dover rinunciare a sonni tranquilli. Però al momento di toglierlo, questo benedetto potere, anche le forme sono importanti. A loro modo un indizio di civiltà , certo molto relativo, ma pur sempre corrispondente a uno stile, perfino a un’estetica del cinismo.
Così vuole la leggenda che Giulio Andreotti non si stupì poi tanto, anzi forse fu addirittura orgoglioso allorchè, godendosi in una saletta cinematografica riservata Il Padrino-parte terza, notò sullo schermo un gangster che strangolando un suo ex sodale con un apposito filo di nylon, gli sussurrava all’orecchio: «Il potere logora chi non ce l’ha».
E dunque, per tornare all’oggi, al grottesco sanguinolento della giraffa danese e alle copiose lacrime di coccodrillo versate da tanti durante la direzione del Pd, è irresistibile richiamare la perenne lezione di Niccolò Machiavelli: «A uno principe è necessario saper bene usare la bestia e l’uomo». Almeno da questo punto di vista il giovane Renzi ha dimostrato di non aver molto da imparare.
I leoni e le volpi sono sempre lì, belli affamati. Ma ieri al Nazareno è stato il giorno dei poeti. Il vento in faccia, le strade nel bosco, la statura che si alza fino al cielo. Oh, che squisitezza d’animo! E quanta generosa gratitudine per Letta, anzi per «Enrico» come lo chiama il suo imminente successore — quando non lo chiama meno simpaticamente «il Nipote».
«Apprezzamento», comunque, da parte di Speranza; «riconoscimento non formale» secondo Fassino, pure disposto a ravvisare con una certa partecipazione nel presidente «un turbamento personale e umano».
Il trepido Orfini si è forse sbilanciato: «Risultati straordinari», compreso il «capolavoro» di aver determinato una scissione nel berlusconismo. Mentre Bettini è stato solenne: «La sua sobrietà », «la sua onestà », «il suo senso dello Stato».
Ma anche questi toni, insieme alla veloce determinazione con si è svolto il colpo di palazzo e la mancanza di qualsiasi e preventiva «macchina del fango», renderanno questo ennesimo assassinio politico difficile da dimenticare, e in ogni caso impossibile da rubricare all’insegna del «killing him softly with their song», come da fortunato brano anni 70-90.
Qui semmai la canzone è la solita e spietata che ha a che fare con il potere.
Gli analisti della stampa internazionale, primi fra tutti gli inglesi, cercano e trovano facili agganci con la storia romana, donde «Matteo Brutus Renzi ». Per poi magari rivolgersi, un domani, al bacio di Giuda — anche se all’ultimo piano del Nazareno nessuno per la verità ha estratto la spada per tagliare l’orecchio a qualche esagitato esecutore di giustizia venuto ad arrestare il leader d’Israele.
Letta d’altra parte non è Gesù, proprio no. Ma anche per questo, freschi di lettura del suggestivo «Machiavelli, Tupac e la Principessa» di Adriano Sofri (Sellerio), si può tantare di racchiudere quanto accaduto con la massima: «La via de lo inferno era facile, poichè si andava allo ingiù e a chiusi occhi».
E insomma, si avrebbe qualche scrupolo a richiamare le deposizioni e i tradimenti ai danni di De Mita, Occhetto, Prodi o Veltroni. Ora, Renzi potrà riderne o schernirsi, i twitter sono senz’altro efficaci nella loro istantaneità e alcuni suoi lasciano anche il segno, ma il cuore della faccenda, più che nei poeti di pronta citazione, sta scolpito nei grandi classici.
Per cui non paia incredibile che di fronte all’ipotesi di togliersi di torno — dopo tanti altri — anche l’«amico Enrico», qualcuno o magari qualcuna non gli abbia fatto la terribile domanda che Lady Macbeth rivolge al suo maritino nel momento decisivo: «Hai paura ad essere nell’azione e nel coraggio quello che sei nel desiderio?».
Per poi dispensargli il grazioso consiglio e risolutivo: «Appari come il fiore innocente, ma sii la serpe che vi si nasconde sotto». E Machiavelli, in diverso contesto, ma fino a un certo punto: «Il veleno che vi è sotto».
Perchè anche di questo è fatto il potere. Serpenti, veleni, lacci, stiletti, frecce, spade e altri ameni utensili. Chi fa politica deve saperlo, e in genere lo sa.
Ma il gentile pubblico non pagante ha pur sempre il sacrosanto diritto di scandalizzarsene.
Che forse è meglio di fregarsene del tutto come verrebbe naturale quando i personaggi appaiono tragiche caricature.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile
CASO STRANO, ASSUNTO DALL’AZIENDA DI FAMIGLIA IL 27 OTTOBRE 2003, OTTO GIORNI PRIMA DELL’ELEZIONE IN PROVINCIA E UNDICI GIORNI PRIMA CHE FOSSE CANDIDATO
Matteo Renzi è stato assunto come dirigente dalla società di famiglia, la Chil Srl, undici giorni prima che l’Ulivo lo candidasse a presidente della Provincia di Firenze nel 2004.
Grazie all’assunzione da dirigente (messo in aspettativa dopo l’elezione) da quasi 9 anni i contributi della pensione del dirigente-sindaco sono versati dalla collettività . Oggi si scoprono nuovi particolari sulle manovre che hanno preceduto e seguito l’assunzione.
Per sapere a quanto ammonta esattamente la cifra pagata dalla collettività , prima dalla Provincia e ora dal Comune, per la sua pensione l’ente locale si limita a rispondere“alla società presso cui risulta dipendente in aspettativa il dottor Renzi sono erogati i contributi previsti all’art. 86 comma 3 del Testo unico sugli enti locali”, senza cifre.
Il Comune di Firenze e prima la Provincia, hanno versato alla società di famiglia i contributi previdenziali per Matteo Renzi, nel rispetto del Testo Unico Enti locali che prevede il rimborso dei contributi alla società presso la quale lavora l’amministratore pubblico collocato in aspettativa non retribuita.
Quando l’assunzione è molto vicina alla candidatura però sorge il dubbio che sia motivata più dall’ottenimento del rimborso dei contributi che dalla reale necessità dell’azienda di disporre di un dirigente distratto dalla politica.
Nicola Zingaretti a Roma è finito nell’occhio del ciclone perchè è stato assunto da un Comitato legato al Pd il giorno prima dell’annuncio della sua candidatura a presidente della Provincia.
Ora si scopre che Renzi è stato assunto — non uno ma undici giorni prima dell’annuncio della sua candidatura — dalla società della sua famiglia.
Il sindaco è inquadrato dal 27 ottobre 2003 nella Eventi 6 che oggi è intestata alle sorelle Matilde e Benedetta Renzi (36 per cento a testa), alla mamma Laura Bovoli (8 per cento) e al fratello del cognato, Alessandro Conticini, 20 per cento.
Come spiega il vice-sindaco Saccardi: “Renzi ha avuto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa fino al 24 ottobre 2003 presso la Chil srl. Dal 27 ottobre 2003 è stato inquadrato come dirigente”.
Ecco la cronologia degli eventi di nove anni fa, ricostruita sulla base dei documenti camerali: il 17 ottobre 2003 il “libero professionista” Matteo Renzi e la sorella Benedetta cedono le quote della Chil Srl ai genitori; il 27 ottobre 2003, dieci giorni dopo avere ceduto il suo 40 per cento, Renzi diventa dirigente della stessa Chil Srl, amministrata dalla mamma; il 7 novembre 2003, solo 11 giorni dopo l’assunzione, l’Ulivo comunica ufficialmente la candidatura del dirigente alla Provincia; il 13 giugno 2004 Renzi viene eletto presidente e di lì a poco la Chil gli concede l’aspettativa.
Da allora Provincia e Comune versano alla società di famiglia una somma pari al rimborso dei suoi contributi.
Se Renzi non avesse ceduto le sue quote nel 2004, sarebbe stata una società a lui intestata per il 40 per cento a incassare il rimborso: una situazione ancora più imbarazzante di quella attuale, con le quote intestate a sorelle e mamma.
La Chil è una società fondata da papà Tiziano che si occupa di distribuzione di giornali e di campagne pubblicitarie.
Dal 1999 al 2004 è intestata a Matteo e alla sorella. Poi, come visto, subentrano i genitori.
Nel 2006 Tiziano Renzi vende il suo 50 per cento alle figlie Matilde e Benedetta.
Chil arriva a fatturare 7 milioni di euro nel 2007.
Poi cambia nome in Chil Post Srl e nell’ottobre del 2010 cede il suo ramo d’azienda a un’altra società creata dalla famiglia: la Eventi 6 Srl.
La vecchia Chil, ormai svuotata, finisce a un imprenditore genovese e fallisce.
Mentre la Eventi 6 decolla dai 2,7 milioni di fatturato del 2009 ai 4 milioni di euro del 2011.
Dopo il suo collocamento in aspettativa, il dirigente Matteo Renzi segue il destino del ramo d’azienda e oggi è collocato nella Eventi 6, di Rignano sull’Arno, sede storica della famiglia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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