Destra di Popolo.net

RENZI LASCI LA SOCIETA’ DI FAMIGLIA E IL TRUCCO PER LA DOPPIA PENSIONE

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

CON QUALE FACCIA PUO’ CHIEDERE SACRIFICI AGLI ITALIANI QUANDO LUI CONTINUA A COSTRUIRSI UNA DOPPIA PENSIONE CON UN TRUCCHETTO?

Matteo Renzi un minuto dopo avere ottenuto la fiducia, dovrebbe fare un gesto fondamentale per la sua credibilità : dimettersi dalla società  di famiglia.
Come il Fatto ha già  scritto, Renzi ha ottenuto il diritto alla pensione grazie a un trucco: nel 2003, quando l’Ulivo decise di candidarlo alla Provincia di Firenze (elezione sicura nel giugno 2004) Renzi si fece assumere dalla società  di famiglia nella quale era un semplice collaboratore.
La Chil Srl si occupava di marketing e vendita dei giornali ai semafori con gli strilloni. Il padre e la madre l’avevano fondata nel 1993 e avevano ceduto nel 1997 le quote ai figli Matteo (40 per cento) e Benedetta (60 per cento).
Quando matura la candidatura alla Provincia, Matteo è solo un co.co.co.
Se fosse rimasto un collaboratore non avrebbe maturato i 10 anni di contributi pensionistici da dirigente nè avrebbe avuto diritto alle cure mediche gratuite e al Tfr.
Per regalare questo vantaggio al figliolo, babbo Tiziano e mamma Laura lo assumono e lo pagano come dirigente per pochi mesi, per poi metterlo in aspettativa.
Così i contributi sono a carico della Provincia, e del Comune dal 2009, che nel 2013 pagava 3mila e 200 euro al mese per il suo sindaco.
Così, grazie a una somma stimabile in circa 350 mila euro versata dagli enti locali per lui in dieci anni, Renzi oggi è un trentenne fortunato dal punto di vista assistenziale e pensionistico.
Se non può essere definita una truffa allo Stato, quella realizzata da Renzi, è una truffa alla ratio, allo scopo alto dello Statuto dei lavoratori del 1970.
Il dubbio che sorge leggendo la cronologia di quelle giornate è che nel 2003 abbia usato la norma nata per garantire la partecipazione alle elezioni ai lavoratori per ottenere una pensione e un Tfr ai quali — fino a pochi giorni prima della sua candidatura — non aveva diritto.
Il 17 ottobre 2003 Matteo Renzi e la sorella vendono le quote della Chil alla mamma e al papà .
Il 27 ottobre mamma Laura assume in Chil l’ex socio Matteo.
Il co.co.co. diventa dirigente un giorno prima che l’Ansa batta la notizia: “Il coordinatore provinciale della Margherita Matteo Renzi per la presidenza della Provincia di Firenze e Leonardo Domenici per la poltrona di sindaco della città  sono le candidature proposte alla coalizione dalla Margherita”.
Il 30 ottobre, tre giorno dopo l’assunzione, l’Ansa racconta “la positiva accoglienza degli alleati della candidatura a presidente della Provincia del giovane Renzi”.
Il 4 novembre, 8 giorni dopo l’assunzione, arriva l’ufficializzazione.
Quello stesso anno anche il sindaco di Tortona, Francesco Marguati, viene eletto e assunto nella società  di famiglia. Però nel 2008 Marguati e la figlia Michela sono stati condannati in primo grado a 16 mesi e 8 mesi per concorso in truffa aggravata ai danni del Comune.
Il sindaco si era fatto assumere dalla figlia 22 giorni prima di assumere la carica.
Per il pm, un rapporto di lavoro fittizio che ‘costava’ al Comune 23 mila euro all’anno di contributi”.
Ogni storia fa caso a sè e comunque nel 2010, la Corte d’Appello di Torino ha assolto l’ex sindaco di Tortona.
Intanto, nell’ottobre 2010 quando la Chil Srl viene ceduta, il ramo d’azienda con dentro il sindaco in aspettativa resta in famiglia: Matteo viene ceduto con il ramo marketing alla Eventi 6 della mamma e delle sorelle.
Così il Tfr pagato dai contribuenti fino al 2010, pari a 28.300 euro, resta in famiglia.
Renzi non è l’unico furbetto: Josefa Idem è stata assunta dall’associazione del marito 15 giorni prima della sua candidatura nel 2006, Nicola Zingaretti è stato assunto dal comitato del Pd alla vigilia della sua candidatura ed entrambi sono usciti indenni dalle denunce.
L’ex assessore provinciale di Vicenza, Marcello Spigolon, è stato rinviato a giudizio per truffa.
Le vicende e le interpretazioni dei magistrati sono diverse ma la questione non è giudiziaria bensì politica.
Matteo Renzi deve dimettersi dalla Eventi 6 perchè la storia della sua pensione a sbafo da ieri non è più un peccato di gioventù.
Oggi Renzi è il presidente del Consiglio, ha diritto a una retribuzione (tra indennità  e diaria) di circa 12 mila euro lordi con un trattamento pensionistico simile a quello dei parlamentari.
Entro il 2018 sarà  quasi certamente parlamentare e alla fine della carriera avrà  diritto al vitalizio.
In qualità  di dirigente in aspettativa della Eventi 6 potrebbe perseverare nella sua furbata anche a Palazzo Chigi.
L’unica differenza è che da oggi la quota di contributi del dipendente (pari al 9 per cento) non sarà  versata dal datore di lavoro pubblico, come accadeva con Provincia e Comune, ma da Renzi stesso.
Se deciderà  di restare dirigente in aspettativa della società  di famiglia fino alla fine della sua carriera Renzi si ritroverà  una doppia pensione e un doppio Tfr.
La scelta sta a lui. Da oggi può chiedere sacrifici ai pensionati d’oro, agli esodati o ai giovani che non avranno mai una sola pensione.
Con quale faccia potrà  farlo se continua a costruirsi una doppia pensione con un trucchetto?

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FASSINA ALLA CAMERA ATTACCA RENZI: “UN UOMO SOLO AL COMANDO NON FUNZIONA”

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

“SI’ AL GOVERNO, MA NO A FIDUCIA IN BIANCO”… E POI ROTTAMA IL JOBS ACT

Una sfilza di “non funziona” e poi una dichiarazione di fiducia condizionata al merito dei provvedimenti.
Duro intervento del bersaniano Stefano Fassina alla Camera nel dibattito sulla fiducia all’esecutivo di Matteo Renzi.
L’esponente della minoranza Pd, già  viceministro dell’Economia nel governo Letta, ‘assicura’ Renzi: “in una democrazia parlamentare- spiega- la responsabilità  politica è condivisa da chi vota i provvedimenti. Noi non lasceremo solo il governo. La solitudine al comando non funziona, la storia del ventennio alle nostre spalle lo dimostra”.
Quanto alle proposte economiche illustrate dal presidente del consiglio nel suo discorso, Fassina osserva che “prevale ancora una sostanziale continuità  con il paradigma economico in corso, un paradigma che non funziona”.
Allo stesso modo, osserva a proposito dei rapporti con l’Europa, “non funziona lo schema dei compiti a casa”.
Fassina cita a tal proposito un recente “appassionato discorso” di Jurgen Habermas alla direzione nazionale dell’Spd: “il governo federale tedesco ha portato avanti una situazione egemone nell’unione europea e ha creato una situazione esplosiva. Siamo dentro una situazione esplosiva. E’ questa la chiave nella quale affrontare il semestre italiano in Europa”.
Fassina invita Renzi a riflettere sulla natura del Jobs Act: “per favore- dice- ‘no’ a un altro intervento sulle regole del mercato del lavoro. Non funziona. La variabile decisiva è l’innalzamento della domanda aggregata. E questo vuol dire investimenti e equità “.
Quindi lo richiama a dire “una parola di rassicurazione alle decine di migliaia di persone cosiddette esodati, trattate brutalmente dallo Stato”.
L’ex viceministro conclude: “non do una fiducia in bianco. Quanto al programma do la più ampia disponibilità  possibile ma valuterò il merito dei provvedimenti. Il merito guiderà  le mie scelte”.

(da “Huffingtonpost“)

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DEBITI DI STATO, FISCO E SCUOLE: 100 MILIARDI DI PROMESSE

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

RICICLATO IL PROGRAMMA ECONOMICO DI LETTA CON POCHI NUMERI PRECISI… DIETRO GLI ANNUNCI SI PREPARA UN TAGLIO DEL COSTO DEL LAVORO DA 8 MILIARDI

Parla di un “cambio radicale delle politiche economiche”, ma il presidente del Consiglio Matteo Renzi non spiega come.
Nel suo discorso al Senato non c’è l’annuncio della revisione dell’aliquota sui rendimenti dei titoli di Stato, evocato da Graziano Delrio domenica, non c’è l’annuncio esplicito di sfondare il vincolo europeo del 3 per rapporto tra deficit e Pil, nessun accenno alle grandi storie aziendali (Electrolux, Telecom, Monte Paschi, Fiat) mancano numeri precisi e — ma questo è un classico dei discorsi di insediamento — ogni riferimento alle coperture necessarie per mantenere le promesse.
Il discorso al Senato di Renzi parla del Pil perso, nove punti tra 2008 e 2013 “mentre qualcuno si divertiva”, della disoccupazione al 12,6 per cento, “sono i numeri di un tracollo”.
Ma le risposte che offre Renzi a questo disastro sono le stesse di cui hanno parlato gli ultimi due premier, Enrico Letta e Mario Monti.
Il primo punto del programma è “lo sblocco totale, non parziale, dei debiti della Pubblica amministrazione attraverso un diverso utilizzo della Cassa depositi e prestiti”.
Che vuol dire? Al momento il ministero del Tesoro ha pagato 22 miliardi di euro di debiti arretrati e ne ha già  pronti altri 24,5 che verranno erogati nei prossimi mesi.
A giugno, con 47 miliardi, il Tesoro dovrebbe aver saldato tutti gli arretrati iscritti a bilancio, i ritardi sono colpa delle amministrazioni locali (la Sicilia , per esempio, non ha mai ritirato il miliardo che le spetta per saldare i conti con i fornitori della Regione).
Esauriti i 47 miliardi, restano i debiti fuori bilancio che, per definizione, sono difficili da calcolare e da pagare, secondo la Banca d’Italia sono 40 miliardi circa.
I renziani forniscono l’interpretazione autentica: “Matteo sta promettendo di accelerare il pagamento dei 47 miliardi già  stanziati, visto che al Tesoro i tempi sono lunghi”, i debiti fuori bilancio sono un mostro contabile di cui per ora non si può affrontare.
Anche la seconda promessa è vaga: “Costituzione e sostegno di fondi di garanzia per le Piccole e medie imprese”, di nuovo con ricorso alla Cassa depositi e prestiti.
Il Fondo già  esiste, sotto l’ombrello del ministero dello Sviluppo, la legge di Stabilità  2014 lo ha rafforzato con 1,6 miliardi, quello che Renzi potrebbe fare è integrarlo ancora (con risorse dalla Cdp, par di capire).
Il terzo impegno è il più gravoso: “Una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale attraverso misure serie e irreversibili, legate alla revisione della spesa”, il tutto entro giugno.
Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo di un lavoratore per l’azienda e la sua busta paga, si può ridurre tagliando l’Irpef (al lavoratore) o l’Irap (all’impresa) oppure i contributi previdenziali.
Gli economisti de lavoce.info, di recente, hanno stimato che una riduzione del cuneo del 10 per cento (quindi il minimo della doppia cifra) per i lavoratori sotto i quarant’anni costa circa 27,5 miliardi di euro.
Ma il piano che ha pronto Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, è più fattibile: tagli per 8 miliardi, 2-3 all’Irap e 5 all’Irpef, per dare più soldi in busta paga ai lavoratori.
Le coperture arriveranno per tre quarti dalla spending review del commissario Carlo Cottarelli (che deve trovare 32 miliardi in tre anni), il resto da una riforma delle aliquote sulle rendite finanziarie.
Scenderanno quelle sul risparmio pensionistico, potrebbero salire quelle sui titoli di Stato, come ha annunciato domenica Delrio, ma i dettagli si capiranno pù avanti.
Questi sarebbero — per quanto fumosi, complice la scelta di Renzi di parlare a braccio — i cardini del programma renziano.
Poi c’è l’annuncio di un “piano per il lavoro” con annessa riforma degli ammortizzatori sociali, un “intervento strutturale” per attrarre investimenti esteri in Italia (quale?) e un piano straordinario di edilizia scolastica “nell’ordine di qualche miliardo e non di qualche decina di milioni”, lavori da fare durante le vacanze estive per ammodernare gli edifici e sostenere un settore edilizio in crisi.
Non c’è una cifra, solo la promessa di andare oltre i 450 milioni stanziati da Letta (che, nel suo ultimo documento, aveva promesso ulteriori 2 miliardi).

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL SINDACO A 5 STELLE CHE CHIAMA LA POLIZIA CONTRO I LAVORATORI

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

GRILLISMO IMMAGINARIO E GRILLISMO REALE: “L’EROICO” SINDACO GRILLINO DI POMEZIA CHE FA CARICARE DALLA POLIZIA LE LAVORATRICI ADDETTE ALLA PULIZIA SCOLASTICA

I lavoratori e le lavoratrici delle pulizie sono in lotta in tutta Italia, a difesa del proprio lavoro, contro una gara nazionale di appalto che taglia i loro posti di lavoro e/o stipendi. In questo quadro un gruppo di lavoratrici della scuola Trilussa di Pomezia ( Roma) si sono ribellate.
Il loro salario di 700 euro verrebbe ridotto a 200 euro, il loro orario da 6 ore ad una e mezza.
Insopportabile. Contro questa provocazione, le lavoratrici hanno occupato la scuola.
Ma il sindaco sceriffo a 5 Stelle ha immediatamente invocato il ripristino dell’”ordine” rivolgendosi alla forza pubblica.
La polizia è intervenuta con brutalità  sfondando il cancello della scuola, caricando le lavoratrici, sbattendo la testa di una di esse contro il muro, e costringendola al ricovero in ospedale .
Il sindaco ha lodato l’intervento della polizia perchè “è importante che non si creino situazioni di disagio per le famiglie degli studenti”.
In più ha annunciato che procederà  alla denuncia contro le lavoratrici manganellate, invitandole a “cercarsi un avvocato”.
Il sindacato Filcams CGIL di Pomezia ha definito “sconcertante” il comportamento del sindaco, chiamandolo “sceriffo improvvisato”.
In realtà  non si tratta un improvvisazione. E’ la stessa logica con cui il sindaco grillino di Ragusa si contrappone alla lotta dei disoccupati, e il sindaco grillino di Parma ( il famigerato Pizzarotti) taglia i salari dei dipendenti comunali rifiutandosi persino di incontrare la loro RSU.
E’ la logica di un progetto generale non solo estraneo ai lavoratori, ma contrapposto ai lavoratori e ai loro diritti.
E’ l’anticipazione in miniatura della Repubblica reazionaria di Grillo e Casaleggio.
E’ il grillismo reale , molto diverso da quello immaginario.

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I SEGRETI CINQUESTELLE: MAURIZIO BENZI, L’INQUISITORE CHE VUOLE CACCIARE I DISSIDENTI SI SCOPRE CHE E’ UN DIPENDENTE DELLA CASALEGGIO ASSOCIATI

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

DEMOCRAZIA SPONTANEA? ERA GIA’ TUTTO PREPARATO DA UN’AZIENDA DI MARKETING

Ecco chi è quello che dice (sbugiardato oggi dagli iscritti)   che il “territorio” ha sfiduciato Orellana e gli altri parlamentari 5 Stelle che hanno criticato Grillo, quello che chiede che siano cacciati.
Maurizio Benzi è un dirigente della Casaleggio Associati, colui che di fatto è il primo iscritto e co-fondatore di 5 Stelle
Maurizio Benzi (dipendente di Casaleggio) fonda infatti il meetup Milano 1 nel 2005, la data di iscrizione alla piattaforma coincide con la data di fondazione del meetup stesso: 10 giugno 2005.
E’ il primo meetup degli amici di Beppe Grillo. E’ stato aperto a Milano, stessa città  dove ha sede la Casaleggio Associati, da un dipendente della Casaleggio Associati stessa. Solo successivamente Beppe Grillo sponsorizzerà  i meetup nei suoi spettacoli.
Grillo viene dunque dopo Benzi e Casaleggio.
Ecco cosa scriveva la ex grillina Federica Salsi già  nel a proposito di Benzi:

Il M5S, e prima ancora gli Amici di Beppe Grillo, hanno da sempre utilizzato la piattaforma meetup per creare dei gruppi sul territorio.
Questi gruppi nascono da aggregazioni di persone che, riconoscendosi nel Grillo pensiero, decidono di aprire un meetup e connettersi tra loro. Si può dire che il motore sul territorio del M5S siano i meetup, dove gli attivisti fanno cose.
Banchetti, raccolte firme, presentazione di liste elettorali, manifestazioni, serate informative, riunioni varie etc etc etc…
Gli elettori del M5S sono altro, non necessariamente partecipano attivamente alle iniziative pentastellate. Non necessariamente sono iscritti ad un meetup. Non necessariamente sono iscritti al portale di Beppe Grillo.
Magari qualche volta leggono il Blog di Grillo, senza sapere nulla di quanto accade sotto i loro occhi
Grillo continua a parlare della spontaneità  del movimento, ma andiamo a vedere se è proprio tutto così spontaneo o se c’è una regia a monte.

22 gennaio 2004
Gianroberto Casaleggio, ex Amministratore Delegato di Webegg, fonda la Casaleggio Associati; nell’azienda entrano da subito come soci: avide Casaleggio (ex consulente in Webegg, figlio di Gianroberto), Mario Bucchich (ex responsabile comunicazione e immagine in Webegg), Luca Eleuteri (ex responsabile funzionale di diverse aree in Webegg) In Webegg entra anche Maurizio Benzi, altro ex dipendente Webegg.
Chi è Maurizio Benzi?
Maurizio Benzi si occupa di web-marketing, prima in Webegg (di Casaleggio) poi dal 2004 in Casaleggio Associati.
Gennaio 2005: Grillo apre il Blog su consiglio di Casaleggio.
Cerchiamo quindi di capire quando, come, dove e da chi nascono i meetup. Qual’è il primo meetup? Chi lo ha aperto? Era un cittadino qualunque appassionato del Grillo pensiero?
10 giugno 2005: primo Meetup, Maurizio Benzi (dipendente di Casaleggio) fonda il meetup Milano 1.
E’ il primo meetup degli amici di Beppe Grillo in Italia.
Questo è il profilo di Benzi sul meetup Milano, la sua data di iscrizione alla piattaforma coincide con la data di fondazione del meetup stesso: 10 giugno 2005.
Solo successivamente Beppe Grillo sponsorizzerà  i meetup nei suoi spettacoli.
27 luglio 2005
Si svolge il primo incontro di cittadini organizzato attraverso il meetup Milano 1.
Chi organizza? Maurizio Benzi, organizer del meetup. L’organizer è colui che ha le chiavi della piattaforma.
Il gran cerimoniere Benzi parla dal palco; alla stessa riunione presiede anche Gianroberto Casaleggio, nonchè suo figlio Davide.
18 settembre 2005
Alla riunione partecipa anche Beppe Grillo in persona; al suo fianco, molto soddisfatto, ancora Benzi. Piccola curiosità : già  nel 2005 il fotografo degli spettacoli di Beppe Grillo era, stranamente, Mario Bucchich
2013
Maurizio Benzi, da dipendente di Casaleggio, si candida alle Elezioni Politiche 2013 nella circoscrizione Lombardia 3 (non viene eletto).
Quindi? Quale spontaneità  ha un movimento creato a tavolino da un’azienda di marketing, da Casaleggio e dai suoi dipendenti?
Uno vale uno? Democrazia spontanea?
Era già  tutto preparato, tutto a tavolino, altro che movimento di cittadini…

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RENZI MINI-CAIMANO AL SENATO

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

“TU PREMIER E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE CHIUNQUE PUO’ DIVENTARLO”

L’immagine più efficace arriva dai banchi di Forza Italia: Matteo Renzi parla ormai da trenta minuti e i senatori azzurri sono ancora assorti, chi a braccia conserte, chi con le mani sul banco davanti.
Le loro facce sorprese è come se esclamassero: “Finora uno così ce l’avevamo noi, adesso sta dall’altra parte”.
Il Renzi primo tenta di incantare il Senato con un discorso sì berlusconiano, ma con quella noia da effetto Valium tipica dei democristiani alla Forlani.
Una bestia strana, surreale. Un estraneo, non un marziano, che inizia in “punta in piedi” e fa l’orecchiante dalla memoria strepitosa per più di un’ora.
La cotazione d’esordio è impensabile. Gigliola Cinquetti. “Non ho l’età  per sedere al Senato”.
Il premier under 40 mette le mani in tasca, poi gesticola, riprende i fogli. Pretende di andare a braccio e forse anche per questo non buca lo schermo. Dà  l’impressione che per lui Palazzo Madama sia solo un pretesto, per oltrepassarlo e rivolgersi altrove, con toni da comizio.
I senatori vengono schiaffeggiati con una promessa crudele: “Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’aula”. È il primo annuncio: l’abolizione del Senato concordata nel percorso delle riforme.
Il leghista Calderoli borbotta. Non si trattiene: “Tanto è una balla”.
L’ossessione di Renzi è inseguire i voti persi del Pd a favore dei grillini.
Di qui un’infinita serie di riferimenti contro la Casta. Per il premier prevalgono i mercatini rionali su quelli finanziari. Non solo.
Il sindaco di Firenze s’inerpica su un faticoso sentiero dedicato all’importanza della scuola. Si scaglia contro la burocrazia dei ministeri, invocando lo spoil system, ma usa il verbo più burocratico che esiste. Recare.
“Ogni settimana mi recherò in una scuola diversa, comincerò da Treviso”. L’edilizia scolastica, poi.
Più che un sindaco, sembra un assessore provinciale all’Istruzione. È qui che il discorso comincia a perdere quota.
In tribuna la moglie Agnese vaga con lo sguardo per tutto l’emiciclo. Il fido Carrai, invece, accanto a lei, è meno distratto. “Avete mai parlato con un insegnante?”.
I senatori del Movimento 5 Stelle ridono tutt’insieme. Un boato.
Il presidente Grasso è costretto a intervenire. Tutto il discorso è un duello continuo con i grillini. L’unico segno di vita nel surreale pomeriggio renziano. Dalle due alle tre. Un’ora e qualche minuto di intervento. “Eravamo a un bivio”.
È la spiegazione del letticidio nel senso di Enrico. “O si andava alle elezioni, oppure…”. Interruzione. Grillina, ovviamente. Renzi ribatte: “A differenza vostra noi non abbiamo mai paura di presentarci alle elezioni. Siamo abituati, voi no e lo avete dimostrato in Sardegna, Basilicata, nelle province di Trento e Bolzano”.
Sintesi: noi siamo democratici sul serio, dice Renzi, voi no.
Chiarisce anche: “Se perdiamo non cerchiamo alibi, se perdiamo è solo colpa mia”. Il primo applauso, blando, arriva tardi. In un’apologia dell’europeismo che va oltre il semestre fatidico. L’ambizione, a parole, è guidare il continente nei prossimi decenni. Stavolta la citazione è per gli Stati Uniti d’Europa di Altiero Spinelli.
Il premier si rimette subito sulla carreggiata dell’uomo semplice, estraneo alla Casta. La politica esca dai talk-show e pensi ai genitori che la mattina accompagnano i figli a scuola.
Dopo il verbo “recare” tocca a uno più insolito, rubato a Renzo Piano, archistar e senatore a vita. Rammendare. Rammendare un intero Paese che non è finito, non è morto. La scintilla continua a latitare.
Il berlusconismo da comizio è comunque ingessato dall’ansia da prestazione. I ministri, al banco del governo, hanno facce torve o sonnolente.
Molti hanno lo sguardo basso, fanno finta di prendere appunti. Renzi è seduto tra la Mogherini e Alfano. Quest’ultimo è stato fatto alzare ma poi è riuscito lo stesso a sistemarsi vicino al premier. A rimarcare la continuità .
Dal governo Letta-Alfano a quello Renzi-Alfano.
Il premier fa l’elenco di tutto quello che vorrebbe cambiare per dare un senso alla scadenza del 2018. Qui è Walt Disney. “La differenza tra sogno e obiettivo è una data”.
Oltre alla legge elettorale, l’Italicum, ci sono la giustizia, il fisco, il lavoro, la riforma della Pubblica amministrazione e l’azzardo di rendicontare online “ogni centesimo speso”.
Per “gli appalti lavorano più gli avvocati che i muratori”. C’è l’immancabile generazione Erasmus, un must del renzismo, e poi da cattolico l’omaggio al papa con “Internet è un dono di Dio”.
L’altro giorno, a messa, una signora gli ha detto: “Tu premier è la dimostrazione che chiunque può diventarlo”. Frase a doppio senso.
Dal sogno americano a quello di Pontassieve. Renzi, ormai, ha sempre le mani in tasca. Tocca all’elenco delle telefonate fatte da Palazzo Chigi, il primo giorno. Lucia, ragazza sfregiata, i marò, un amico disoccupato.
Finale: il contrario dell’integrazione è la disintegrazione e compromesso sui diritti civili.
Alla fine, non applaude nemmeno Giovanardi, alleato e sostenitore.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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E’ MEGLIO CROZZA: IL FINTO RENZI ACCHIAPPA LA FIDUCIA A QUOTA 169, MA PERDE ROTTAMI PER STRADA

Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile

RACCOGLIE SOLO DISSENSI E SILENZI: LA SPOCCHIA NON PAGA E FINISCE A SOLO + 8 DAL BURRONE

Letta aveva ottenuto la fiducia a quota 173, Renzi era dato oltre quota 175, ma alla fine si ferma a 169, solo otto voti in più della maggioranza richiesta.
A favore hanno votato Pd, Ncd, Scelta civica, Per l’Italia e gruppo Per le autonomie-Psi-Maie. Contrari Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega, Sel e Gal.
Superato lo scoglio di Palazzo Madama, il governo Renzi si presenta domattina, a partire dalle 10, alla Camera.
Dopo il suo intervento, numerosi i commenti.
«Poche soluzioni e pasticciate, solo petardi», dice per Forza Italia il coordinatore Giovanni Toti, mentre riservatamente il leader Silvio Berlusconi spiega di essere deluso per la mancanza di standing e per il discorso di basso profilo di Renzi.
Ben più aggressivi i grillini, che accusano il premier di essere venuto al Senato a fare solo un’arrogante campagna elettorale.
Il Pd vota a favore, non senza agitazione. «Un comizio senza contenuti, voto per disciplina di partito», affonda il senatore bersaniano Gotor.
L’ex premier Enrico Letta domani sarà  in Aula per la fiducia, mentre i suoi lanciano l’hashtag #matteostaisereno.
Ma a capo dell’opposizione interna c’è soprattuto Pippo Civati che, obtorto collo, vota sì puntando però a costruire un’altra sinistra.
Non meno duro il giudizio di Sel, che con Nichi Vendola parla di «un discorso di strada, fatto solo di titoli».
Annunciano il sì Ncd («Non potevamo chiedere di più», è il semaforo verde di Angelino Alfano), Scelta Civica, Udc, mentre i Popolari per l’Italia, ancora furibondi per l’esclusione di Mario Mauro dal governo, tentennano.

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