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EXPO, ALTRO CHE TASK FORCE, CANTONE SI SFILA: NON FARÒ DA CAPRO ESPIATORIO”.

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

IL MAGISTRATO RESTA ALL’ANTI-CORRUZIONE E SARà€ SOLO SUPERVISORE

La task force arriverà . Non si sa quando, da chi sarà  composta nè quali poteri effettivi avrà . L’unica certezza è che non sarà  presieduta in prima persona da Raffaele Cantone.
L’ex pm, da poche settimane a capo dell’Autorità  anti-corruzione (Anac), farà  da supervisore.
Ieri, al vertice convocato nel tentativo di salvare il salvabile di Expo, ha ribadito che vuole avere pieni poteri di controllo. Lui e l’autorità  che presiede si “assumono la responsabilità  della supervisione delle procedure e della trasparenza amministrativa di Expo 2015 e garantiscono il presidio delle commissioni di gara per l’aggiudicazione degli appalti”, ma la guida della task force pretesa dall’Ad Giuseppe Sala dopo gli arresti di giovedì scorso spetterà  ad altri.
I nomi sono molti, a partire da Roberto Arditti, già  oggi manager dalla società .
Si dovrà  attendere il decreto d’urgenza della Presidenza del Consiglio che dovrebbe arrivare entro una settimana, stando almeno a quanto ha garantito Renzi ai presenti al vertice: Sala, il sindaco Giuliano Pisapia, il governatore Roberto Maroni, tra gli altri. Al tavolo presenti anche i ministri Maurizio Martina e Maurizio Lupi.
Nel frattempo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è stato costituito un ufficio per il coordinamento tecnico-amministrativo con il fine di “curare la messa in atto dei provvedimenti necessari alla realizzazione e allo svolgimento dell’esposizione universale”.
In pratica si crea un ufficio a Palazzo Chigi per creare la task force su Expo che sarà  poi controllata dall’Anac.
Durante la riunione, cominciata con un’ora di ritardo per aspettare l’arrivo di Renzi, è stato deciso il sostituto di Angelo Paris, il dg finito in manette: già  da oggi a prendere il suo posto sarà  Marco Rettighieri che proviene da Italferr.
Rettighieri avrà  l’incarico di Paris, ma la sua sfera di azione si amplierà  appena varata la task force.
Inoltre, secondo quanto sostiene Sala, avrebbe “già  visitato il sito di Expo e preso visione del cronoprogramma”.
La riunione di ieri è stata anche l’occasione per chiedere ancora una volta al premier come pensa di trovare le coperture mancanti.
In particolare i 60 milioni di euro che deve versare la Provincia di Milano, unico dei cinque soci di Expo ad essere oneroso.
Renzi ha garantito che troverà  una soluzione entro il 4 giugno, giorno in cui ha convocato l’assemblea straordinaria sempre a Milano.
Oggi, intanto, arriverà  da Parigi il segretario generale del Bie, Vicente Gonzalez Loscertales, per verificare l’avanzamento delle opere e lo stato dell’arte dell’Expo milanese.
Il Bie è l’organismo che assegna l’esposizione e poi ne controlla l’esecuzione. Toccherà  a Sala tentare di spiegargli quanto accaduto nell’ultima settimana.
L’Ad, ieri, si è detto “tranquillo” , nonostante dopo gli arresti avesse espresso il desiderio di riflettere sulla sua permanenza alla guida di Expo.
Ieri ha spiegato di aver messo in fila le cose che rimangono da fare: “Sono tre”, ha detto. La prima è “ristrutturare i contratti con gli operatori, ci sono riserve, agevolazioni e su questo chiederemo una mano a Cantone e stiamo già  lavorando con il Consiglio di amministrazione perchè questo tipo di cose devono essere ben fatte”. La seconda cosa da fare entro il primo maggio del 2015: gli allestimenti e l’Ad ribadisce la richiesta della società  di affidarli direttamente a Fiera Milano. L’aiuto di Cantone infine verrà  richiesto anche sulla regolamentazione e il contratto.
Cantone ribadisce la piena disponibilità  “per il Paese” ma garantisce: “Non ho alcuna intenzione di fare da capro espiatorio”.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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EXPO, COSI’ LA CUPOLA PORTAVA I PIZZINI AD ARCORE E A MARONI

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

“QUEI PIZZINI A BERLUSCONI E MARONI”-… E IL MANAGER AVVERTI’ PARIS: “STA SBAGLIANDO, COSI’ FINISCE MALE”

Dai verbali dell’indagine della procura di Milano sull’Expo spuntano i pizzini a Berlusconi e Maroni: «Andavamo ad Arcore ogni lunedì».
Gli inquirenti hanno individuato le date in cui Gianni Rodighiero, collaboratore di Gianstefano Frigerio, è andato nella villa dell’ex presidente del Consiglio.
I contatti del faccendiere Gianstefano Frigerio, più volte condannato, con Silvio Berlusconi e con la Regione trovano ancora più credito leggendo 104 pagine, quelle con cui la procura chiede l’arresto del manager Expo Angelo Paris.
Come per il caso Ruby e per il Bunga Bunga, così per il caso Expo: ai pubblici ministeri basta incrociare i telefonini degli indagati con la cella telefonica di Arcore per avere i riscontri che servono.
In cinque date, ecco che Gianni Rodighiero, collaboratore di Frigerio, si trova ad Arcore. E, una volta, ci vanno Rodighiero e Frigerio insieme.
«Tale dato – scrivono i pubblici ministeri – conferma la veridicità  dei riferimenti effettuati da Frigerio ai suoi contatti con i massimi livelli politici del partito (…) per sponsorizzare ai massimi livelli la posizione di Angelo Paris».
La ricostruzione dei fatti è limpida.
Siamo a poche settimane fa. Il 28 marzo 2014 è un giorno importante per la «cupola». All’hotel Michelangelo, dove Berlusconi lancerà  la campagna per le Europee, s’incontrano alle 11,35 Frigerio e Paris
Nel frattempo (poco dopo le 11) Rodighiero è con Sergio Cattozzo, democristiano, ora Udc, beccato giovedì, al momento delle perquisizioni, con alcuni post-it, che aveva tentato di nascondere.
Non c’è riuscito, aveva segnato l’importo delle tangenti ricevute dall’imprenditore Enrico Maltauro: 590mila euro in due anni, 490 più 100), con accanto lettere dell’alfabeto, date, suddivisioni, le percentuali dello 0,3 e dello 0,5 a seconda dell’appalto.
I due parlano. Cattozzo: «Tieni conto che Gianstefano (incomprensibile) aver parlato di Berlusconi e Berlusconi…».
Rodighiero: «Sì, e anzi gli ha parlato e in più gli ha anche scritto, perchè l’ho visto io (inc.) andare ad Arcore. Sai che, non dico tutte le settimane, ma il lunedì e il venerdì (impreca), ci ho sempre la lettera da portare. Solo che adesso bisogna stare più abbottonati, c’è il cerchio magico di Berlusconi».
I due passano dalla portineria dell’ufficio intitolato a Tommaso Moro e usato come base della cupola.
I VERBALI
Sono pertanto effettivamente emersi i seguenti dati: Rodighiero, dicono i detective, era ad Arcore il 22 novembre (venerdì), il 20 dicembre (venerdì), il 23 dicembre (lunedì), il giovedì 6 febbraio 2014 e il giovedì 27 febbraio 2014.
Com’è noto, Paris il 3 febbraio 2014 aveva partecipato «a una cena ristretta presso Villa San Martino, evento collegabile a Frigerio ».
Per quanto riguarda la Regione, si sa dalle intercettazioni e dalle carte giudiziarie che Frigerio incontra una volta per caso Roberto Maroni, che dice di mandargli messaggi per sollecitare «il lavoro delle vie d’Acqua», vantandosi subito dopo per gli interventi del governatore lombardo: «Lo vedi che ho scatenato Maroni sulle vie d’acqua».
Ed ecco ancora una volta Rodighiero che compare in Regione per portare questi «pizzini».
È lui che il 24 marzo 2014 manda un sms a Gianluigi Frigerio, il nipote prediletto di Gianstefano, dicendo: «Sono giù in Regione», e la cella telefonica si attiva due volte nella zona di Palazzo Lombardia.
Con Mario Mantovani il rapporto è ancor più stretto, Frigerio senior e junior si sono impegnati «in coincidenza con la campagna elettorale regionale del 2013», scrivono i magistrati, e «fattivo» è stato il «contributo di Frigerio Gianluigi».
Risulta a Repubblica che Gianlugi sia diventato un funzionario della Regione Lombardia.
Sta nella «sottounità  operativa delle politiche urbane e interventi per l’attrattività  e la promozione integrata del territorio». Più che di millanterie, Frigerio sembra insomma disporre di «maniglie» solide.
Uno dei suoi quartieri generali è una saletta del bar del Westin Palace. È qui che Frigerio incontra il direttore generale degli acquisti di Expo, Angelo Paris.
Serve «una soluzione d’emergenza destinata a ripartire solo tra i principali appaltatori già  assegnatari dei lavori da svolgere».
Quindi: «Prendete le più grosse – ordina Frigerio a Paris – gli date dieci per una. Semplifica. Se è l’unica via!».
Il professore chiede di esercitare pressioni anche sul commissario straordinario: «Con Sala insisti!». I diktat vengono eseguiti: il 21 febbraio Paris mette ansia a Simona Trapletti, responsabile area patrimonio Infrastrutture lombarde.
Le dice che entro fine luglio devono concludersi i lavori «underground dei lotti ». Il progetto dev’essere inviato categoricamente entro il 30 aprile: «Se entro quella data non mi mandi il progetto – minaccia – lo faccio io d’ufficio ».
Esattamente come da istruzione del «professore»
Ma dentro la società  Expo sale la tensione, e si scatena la battaglia tra “buoni” e “cattivi”.
Il 25 febbraio il direttore generale della divisione partecipanti Expo, Stefano Gatti, contatta Paris per lamentarsi proprio della lettera inviata alla Trapletti.
Da alcune parole di Gatti – scrivono i pm nell’integrazione d’arresto del manager Expo – «emerge la volontà  di Paris di scavalcare in qualche modo Giuseppe Sala al fine di far prevalere le sue intenzioni sulla realizzazione dei padiglioni e sulla relativa tempistica».
È categorico Gatti: «Mi arrivano in mano cose che sono totalmente diverse da quello che è stato deciso… io continuo a concordare delle cose con Peppe (Sala, ndr) e poi mi arrivano delle cose da te che sono completamente diverse ». Gatti avverte Paris: «Stai entrando in un circuito di una pericolosità  pazzesca che finirà  con incidenti pazzeschi con i Paesi (espositori, ndr ) ».
Il manager si scaglia contro il collega, accusandolo di voler «far saltare in aria l’intero progetto». I rimproveri proseguono con quella che Gatti considera l’anomalia della gestione del padiglione cinese: «Paese a cui viene lasciato un eccessivo margine di autonomia». «Perchè – prosegue Gatti – diamo il messaggio al cinese “tana libera tutti”, se a un certo punto passa il messaggio che il cinese fa come cazzo gli pare, tutti gli altri dicono scusa, ma perchè a me hai rotto i coglioni?».
Non è casuale che proprio la gestione degli spazi di Pechino sia particolarmente agevole. Per i pm, infatti «rappresenta uno degli affari di massimo interesse per Primo Greganti, circostanza ben nota al Paris».

Emilio Randacio e Piero Colaprico
(da “La Repubblica”)

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IL COMPAGNO GREGANTI IN VISITA AL SENATO MA MAI REGISTRATO ALL’ENTRATA

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

MISTERI ITALIANI: TUTTI NEGANO DI AVERLO VISTO E NON RISULTA ALCUN PASS A SUO NOME

Tutti i mercoledì Primo Greganti andava in Senato.
Racconta il Corriere della Sera che gli investigatori della Procura di Milano lo pedinavano, ma poi, per evitare che si accorgesse della loro presenza, lo abbandonavano sulla porta di Palazzo Madama.
E dunque, gli inquirenti non sanno cosa andava a fare, chi andava ad incontrare.
Dopo che la cosa è stata resa nota e il Senato si è attivato per capire chi andasse a trovare, non è che se ne sappia più di prima. Anzi.
A quanto risulta al presidente, Pietro Grasso “il compagno G.” in Senato non c’è mai nemmeno entrato.
Uno dei tanti gialli che accompagnano la vita del fu protagonista di Tangentopoli , ora arrestato nell’ambito dell’inchiesta sull’Expo. Misteri.
Un po’ come quello della tessera del Pd: Greganti risultava iscritto a Torino, nel circolo 4 di San Donato-Campidoglio nel 2012 e nel 2013, e in attesa di rinnovo per il 2014. Ora è stato sospeso.
Resta la domanda, su come è possibile che un personaggio con quel curriculum giudiziario, sia stato riammesso tra i democratici.
Ieri , dopo le rivelazioni sulle sue frequentazioni dei Palazzi, è partita la “caccia” agli amici del compagno “G” in Senato.
Primi sospettati, i senatori democratici. “Io non l’ho mai visto, non veniva da noi. Magari andava a cercare altri”, dicono dal gruppo Dem.
E tutti quelli interpellati negano assolutamente di aver mai visto Greganti aggirarsi per i corridoi del Senato.
Ugo Sposetti, l’ex tesoriere Ds, additato da componenti di altre forze politiche come il primo indiziato, a chi glielo chiede direttamente, nega.
“Non l’ho mai visto. E neanche l’avrei riconosciuto”, scherza il lettiano Francesco Russo.
Però, la necessità  di capire effettivamente cosa ci facesse Greganti nelle stanze della Camera alta è condivisa.
Ieri mattina a presentare richiesta formale al presidente del Senato, Pietro Grasso, è stato il democratico Felice Casson.
Perchè in realtà  per varcare le soglie del Parlamento italiano serve un permesso (sia un accredito stampa, un pass di un senatore o di qualcuno che ci lavora), che deve essere regolarmente registrato.
Computer in tilt per tutta la mattinata, Grasso in un primo momento non riesce a rispondere. Poi, nel pomeriggio è il capogruppo Pd, Luigi Zanda a chiedere delucidazioni.
La risposta di Grasso è sconcertante: non ci sono tracce dell’ingresso del compagno G..
A stare agli atti ufficiali del Senato, nessuno gli ha mai dato il permesso di accedere. Di più, lui in realtà  non è mai entrato.
Il mistero si infittisce.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL SATELLITARE DI GREGANTI, IPOTESI ANTI-INTERCETTAZIONE

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

TROVATO UN TELEFONO DA ZONE DI GUERRA… LE VISITE AL SENATO OGNI MERCOLEDI’

Che ci faceva Primo Greganti quando il mercoledì, giorno di rigore delle sue visite a Roma, entrava in Senato?
Chi andava a incontrare non si sa, perchè gli investigatori della Procura di Milano che lo pedinavano hanno sempre dovuto abbandonarlo una volta varcato il portone di Palazzo Madama, ovviamente per evitare che il «compagno G» si potesse accorgere di essere seguito. Del resto, se si pensa che tutta questa inchiesta è stata fatta sul campo da soli sette finanzieri – argomento che forse potrebbe meritare qualche riflessione tra i tanti esponenti delle istituzioni accalcatisi ora a congratularsi in buona o cattiva fede con l’autorità  giudiziaria –, si intuisce come gli inquirenti temessero di poter prima o poi essere riconosciuti dagli indagati che erano pedinati quasi sempre dalle stesse persone: al punto che una donna del team investigativo, per non dare nell’occhio di fronte ai medesimi pedinati, si è procurata un gran numero di parrucche, con le quali cambiare almeno sommariamente il proprio look da un giorno all’altro
Anche intercettare non è sempre stato agevole.
Frigerio faceva spesso «bonificare» dalle microspie il centro culturale in cui operava. E ora c’è curiosità  per quello che potrà  essere verificato in un telefono satellitare sequestrato a Greganti nella perquisizione a casa sua.
Utilizzato di solito dagli inviati di guerra in zone senza copertura ordinaria, è ingombrante, peraltro con una grossa antenna-parabola, costa migliaia di euro e anche la telefonata ha un alto costo al minuto, insomma è incongruo per un utente ordinario.
In teoria, però, può avere un altro appeal: se un telefono satellitare chiama un altro satellitare, la conversazione viaggia appunto solo via satellite e non «aggancia» mai alcun ponte radio delle compagnie telefoniche nazionali, quindi non ricade nella modalità  tecnica ordinaria delle intercettazioni disponibili dall’autorità  giudiziaria.
Soltanto una perizia sull’apparecchio potrà  ora verificare se il satellitare corrispondesse a una utenza diversa da quelle note di Greganti e già  indirettamente intercettate, e se ne siano recuperabili almeno gli ultimi numeri chiamati
Ieri di questo tema, come pure dei suoi rapporti con le cooperative rosse, non si è parlato nel breve interrogatorio in cui Greganti, difeso dagli avvocati Roberto Macchia e Nicola Durazzo, ha negato di aver mai ricevuto o chiesto soldi a qualunque titolo, ha affermato di non aver mai avuto dagli indagati alcun beneficio economico o vantaggio di lavoro, ha detto di non sapersi spiegare perchè gli altri indagati parlino talvolta di lui come di una persona alla quale dare soldi in funzione di suoi interventi.
Greganti sostiene invece di aver solo promosso da anni la cosiddetta filiera del legno per i suoi benefici ambientali e occupazionali nella realizzazione di edifici, e in questo ambito di aver cercato contatti con chi realizza opere pubbliche, compresi alcuni padiglioni di Expo.

Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera”)

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BERLUSCONI; “LO SAPEVO, FU GOLPE”, FONTI UE TIRANO IN BALLO GLI USA

Maggio 14th, 2014 Riccardo Fucile

BARROSO: “NOI SOLI A DIFENDERE L’ITALIA, ERANO ALTRI A VOLERLA COMMISSARIARE”

Un piano di alcuni funzionari Ue per far cadere il governo Berlusconi.
A descriverlo è Stress Test, il libro fresco di stampa dell’ex ministro statunitense del Tesoro, Tim Geithner, di cui La Stampa pubblica in anteprima alcune parti.
Si tratterebbe del “complotto” tante volte evocato dall’ex cavaliere, che oggi ha rilanciato in alcune interviste le accuse nei confronti dell’Europa.
Per chiarire quanto successe nel novembre 2011 il ministro dell’Interno Angelino Alfano si è detto possibilista circa l’apertura di una commissione d’inchiesta, come chiesto da Forza Italia.
Fonti Ue però smentiscono ogni cosa e accusano: “Erano gli Usa a volere che il Paese andasse in amministrazione controllata”.
E il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso aggiunge che “l’Italia era vicinissimo all’abisso” e al G20 di Cannes “alcuni tentarono di metterla sotto la supervisione del Fmi”, ma “sarebbe stato un disastro” e “noi siamo stati quasi soli a dire che non doveva succedere”.
La versione dell’ex ministro del Tesoro Usa
Secondo la ricostruzione di Geithner alcuni funzionari europei lo avrebbero contattato nell’autunno del 2011, in piena crisi economica, chiedendogli di partecipare a un piano che convincesse l’ex premier italiano a lasciare il suo incarico.
L’ex titolare del Tesoro Usa sostiene che i funzionari “volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti dell’Fmi all’Italia, fino a quando non se ne fosse andato (Berlusconi, ndr)”.
Geithner, dopo averne parlato anche con Obama, rifiutò la proposta: “Parlammo al presidente di questo invito sorprendente, ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello.
‘Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani’, dissi”, si legge in un passaggio del libro. L’ex ministro, invece, per superare quei mesi critici e salvare l’eurozona cercò di rafforzare la collaborazione con il presidente della Bce Mario Draghi.
La successione del senatore a vita a Mario Monti a Berlusconi sarebbe avvenuta il 12 novembre 2011 e fu ben vista dall’Europa. Geithner definisce Monti come “un economista che proiettava competenza tecnocratica”.
A questo cambiamento si aggiunse poi il massiccio finanziamento delle banche voluto da Draghi e la crisi sembrò così parzialmente superata ma rifece capolino già  nell’estate del 2012.
La replica dell’ex cavaliere
“Non sono sorpreso”, ha detto in un’intervista a Corriere.it l’ex premier Silvio Berlusconi, che nel novembre 2011, va ricordato, ha rassegnato volontariamente le dimissioni dopo aver perso la maggioranza alla Camera durante il voto del rendiconto generale dello Stato.
“Ho sempre dichiarato che nel 2011 nei confronti del mio governo, ma anche nei confronti del mio Paese — afferma oggi — c’è stato tutto un movimento che era partito dal nostro interno ma poi si è esteso anche all’esterno per tentare di sostituire il mio governo, eletto dai cittadini, con un altro governo”.
Nel giugno del 2011, “quando ancora non era scoppiato l’imbroglio degli spread — continua Berlusconi -, il Presidente della Repubblica Napolitano riceveva Monti e Passera, come è stato scritto, per scegliere i tecnici di un nuovo governo tecnico e addirittura per stilare il documento programmatico. E poi abbiamo saputo anche che ci sono state quattro successive tappe di scrittura, con l’ultima addirittura di 196 pagine”.
Berlusconi, ricorda ancora “avevo la contezza che stesse accadendo qualcosa e avevo anche ad un certo punto ritenuto che ci fosse una precisa regia. Al G-20 di Cannes, addirittura, amici e colleghi di altri paesi mi dissero: ‘Ma hai deciso di dare le dimissioni? Perchè sappiamo che tra una settimana ci sarà  il governo Monti…’.
E l’ha rivelato per esempio Zapatero in un suo libro che riguardava quel periodo”. L’ex premier ha affermato anche di non essere sorpreso che queste nuove rivelazioni vengano da un uomo del presidente Usa.
“Io devo dire che Obama si comportò bene durante tutto il G20. Noi fummo chiamati dalla Merkel e Sarkozy a due riunioni in due giorni consecutivi e in queste riunioni si tentò di farmi accettare un intervento dal Fondo Monetario Internazionale. Io garantii che i nostri conti erano in ordine e non avevamo nessun bisogno di aiuti dall’esterno e rifiutai di accedere a questa offerta, che avrebbe significato colonizzare l’Italia come è stata colonizzata la Grecia, con la Troika”.
Il rimpallo diplomatico tra Washington e Bruxelles
In serata è arrivata però la reazione difensiva di Bruxelles. Fonti qualificate (ma anonime) hanno fatto sapere che “Geithner si è riferito a qualcuno altro, certamente non alle istituzioni Ue, non a Barroso, Van Rompuy o Rehn”, che, in particolare a Cannes, “hanno difeso l’indipendenza dell’Italia” e “non volevano che andasse sotto amministrazione controllata, come invece chiedevano gli Usa”.
E il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, ha aggiunto che “l’Italia era vicinissimo all’abisso” e al G20 di Cannes “alcuni tentarono di metterla sotto la supervisione del Fmi” ma “sarebbe stato un disastro” e “noi siamo stati quasi soli a dire che non doveva succedere”.
Nessuna replica da parte della Casa Bianca: no comment, è il massimo che fanno sapere dallo staff di Barack Obama.

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MILANO, GUERRA IN PROCURA: INCHIESTA PARALLELA SU EXPO

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

BRUTI LIBERATI ACCUSA ROBLEDO: “HA INTRALCIATO LE INDAGINI CON DOPPI PEDINAMENTI”

È guerra aperta nella procura di Milano.
Da una parte c’è il procuratore Edmondo Bruti Liberati e dall’altra il pm Alfredo Robledo.
L’oggetto del contendere è più di uno e riguarda anche alcune delle inchieste più importanti della magistratura milanese: dall’Expo al caso Ruby.
A proposito delle presunte tangenti per gli appalti sull’esposizione universale, Bruti Liberati ha scritto una nota al Csm in cui spiega che le iniziative di Robledo “hanno determinato un reiterato intralcio alle indagini”.
Nota nella quale osserva che l’invio da parte di Robledo al Csm di copie di atti del procedimento ha anche “posto a grave rischio il segreto delle indagini”.
Tra gli episodi che Bruti cita c’è anche quello di un doppio pedinamento che avrebbe potuto compromettere l’inchiesta: “Robledo – ha scritto – pur essendo costantemente informato del fatto che era in corso un’attività  di pedinamento e controllo su uno degli indagati svolta da personale della polizia giudiziaria, ha disposto analogo servizio delegando ad altra struttura della stessa guardia di finanza”.
Il procuratore ha aggiunto che “solo la reciproca conoscenza del personale della guardia di finanza che si è incontrato sul terreno ha consentito di evitare gravi danni alle indagini”.
Processo Ruby.
È stata “anomala” l’assegnazione dell’indagine Ruby a Ilda Boccassini, capo della Dda di Milano. È quanto sostiene il pm Ferdinando Pomarici nella sua audizione davanti al Csm, spiegando di aver messo nero su bianco le sue critiche in una lettera al procuratore Bruti Liberati.
A Bruti, Pomarici ha raccontato di aver scritto che l’indagine Ruby era “palesemente estranea”alle competenze della Dda. E ha riferito che in una successiva riunione alla procura di Milano ribadì le sue perplessità  sulla scelta del procuratore.
Processo Sallusti.
Per il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che era stato condannato alla reclusione per diffamazione, Bruti Liberati voleva che si facesse “un unicum”, cioè una deroga che valesse solo per lui.
Lo ha detto ancora Pomarici, davanti al Csm, a proposito della concessione della detenzione domiciliare a Sallusti, senza che questi l’avesse chiesta.
Pomarici ha confermato la versione data sempre al Csm, dal procuratore aggiunto Nunzia Gatto, responsabile dell’ufficio esecuzione della procura di Milano: di fronte alla richiesta di Bruti di compiere solo per Sallusti una sorta di “operazione chirurgica” i pm di quel pool si ribellarono.
E qualche giorno dopo il procuratore emanò una direttiva con la quale stabilì che da quel momento in poi tutti i casi simili sarebbero stati trattati come quello di Sallusti.
Inchiesta su Formigoni.
Non ci fu nessun ritardo nell’ iscrizione dell’ex governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni nel registro degli indagati nell’ambito di uno dei filoni di indagine sul San Raffaele. Davanti al Csm il pm di Milano Francesco Greco, responsabile del pool sui reati finanziari, ha smentito la tesi sostenuta dal collega Robledo nel suo esposto al Csm.
Formigoni è stato iscritto nell’apposito registro, quando doveva esserlo, ha sostenuto Greco, facendo peraltro notare al Csm che si tratta di una materia che va al di fuori delle competenze di Palazzo dei Marescialli.
Greco ha anche confermato la tesi di bruti Liberati, secondo cui Robledo non era interessato a una coassegnazione dell’inchiesta sul San Raffaele, ma in realtà  avrebbe voluto lo spezzettamento delle indagini. E ha poi fatto notare che comunque il fascicolo era seguito in prima battuta dal pm Orsi, che proprio in quel periodo era transitato dal pool di Greco a quello di Robledo.
Sulla vicenda invece del fascicolo Sea-Gamberale dimenticato dal procuratore in cassaforte, come lui stesso ha ammesso, Greco ha parlato di un atto “incolpevole”. E ha spiegato di aver assegnato subito il fascicolo sull’indagine al pm Fusco, uno dei magistrati più esperti della Procura.

(da “Huffingtonpost”)

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LA FORTEZZA EUROPA FA ACQUA: I MORTI, I SOLDI, LE STATISTICHE

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’ITALIA HA SPESO 1,6 MILIARDI IN POLITICHE ANTI-CLANDESTINI… L’EUROPA PUNTA SU RADAR E DRONI, INTANTO I MORTI DA “BARCONE” SONO 20.000

L’Italia ha già  speso oltre 1,6 miliardi in poliiche anti-clandestini, l’Europa punta sulla difesa tecnologica (radar, droni). Intanto i morti da “barcone” sono 20 mila
Immigrazione vuol dire tutto e niente: dentro ci sono le vite delle persone, la politica, gli affari e quasi tutto quello che s’agita nel pianeta.
I migranti d’altronde, secondo la Caritas, nel mondo sono oltre 220 milioni, un miliardo se si calcola gli spostamenti dentro lo stesso paese.
Nel dibattito pubblico in Italia e in Europa l’immigrazione significa soprattutto le politiche di contrasto all’immigrazione: i numeri che seguono dovrebbero rendere chiaro che non funzionano nemmeno per gli scopi per cui sono state create.
I MORTI.
Il sito “Fortress Europe” da anni censisce il numero di persone morte nel Mediterraneo tentando di arrivare in Europa: dal 1988 a domenica scorsa erano “almeno 19.603 persone” (quelle registrate in qualche modo sui media, di molti però non si ha alcuna notizia).
Di queste 7.111 sono morte nel Canale di Sicilia, altre 229 navigando dall’Algeria alla Sardegna.
GLI SBARCHI.
Dopo un paio d’anni con pochissimi arrivi, il picco di sbarchi sulle coste italiane è stato registrato nel 2011, quando furono 62mila.
Il dato è di nuovo calato nel 2012 (13mila) per poi tornare a salire l’anno scorso: sono state 42.925 le persone che hanno affrontato il Mediterraneo trovando rifugio in Italia. Va sottolineato che la stragrande maggioranza dell’immigrazione irregolare sul nostro territorio arriva però, meno avventurosamente, col visto turistico e finisce per rimanere quando scade.
IN CERCA DI ASILO.
L’andamento dei richiedenti asilo segue con una certa regolarità  quello degli sbarchi. Dopo un 2010 con sole 10 mila domande, nel 2011 s’è registrato un picco di richieste, 40mila. Il numero è sceso nel 2012 (17mila). Il dato però è tornato a salire nel 2013, con circa 28 mila domande di protezione internazionale.
GLI STRANIERI IN ITALIA.
Continua a crescere il numero di stranieri regolari residenti in Italia. Secondo l’Istat, nel 2012 erano 4milioni 370mila gli immigrati in Italia, l’anno dopo 4 milioni 900 mila.
Ovviamente più alte sono le stime se si considerano anche gli stranieri irregolari: nel 2013 si ritiene che in Italia vivano circa 5,7 milioni di stranieri, il 9,4% della popolazione.
I “CLANDESTINI” SCOPERTI .
Stranamente, nonostante i governi facciano a gara per presentarsi come strenui nemici della “clandestinità ”, il numero di immigrati irregolari rintracciati sul territorio italiano è andato diminuendo negli anni: secondo i dati Idos, nel 2010 erano stati quasi 47mila i clandestini intercettati dalle forze dell’ordine, numero diminuito fino a 29 mila unità  l’anno nel biennio successivo per arrivare nel 2013 a 23.945 irregolari scoperti.
LE ESPULSIONI.
Tra il 1998 e il 2012 su 169.071 persone transitate nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), quelle effettivamente rimpatriate sono state soltanto 78.045, vale a dire il 46,2%.
Basti dire che le varie sanatorie nello stesso periodo hanno regolarizzato oltre un milione di immigrati irregolari.
UN FIUME DI SOLDI.
Un miliardo e 668 milioni di euro tra il 2005 e il 2012. Questo il costo per l’Italia delle politiche anti-immigrazione calcolato da uno studio dell’associazione Lunaria: 1,38 miliardi sono soldi nostri, 281 milioni della Ue.
Alla cifra – che comprende anche il sistema dei Cie – vanno aggiunti i soldi per Frontex e Eurosur, programmi Ue che hanno bilanci autonomi.
FRONTEX.
È l’Agenzia europea che deve “proteggere” le frontiere Ue e ha sede a Varsavia. Ha a disposizione 26 elicotteri, 22 aerei leggeri, 113 navi e 476 sofisticate apparecchiature tecniche: il suo bilancio 2013 ammontava a circa 86 milioni di euro, dal 2005 – anno in cui fu creata – è costata oltre 600 milioni.
Frontex tenta di chiudere il Mediterraneo con radar, droni e sistemi di controllo satellitari: le grandi industrie del settore difesa sono i suoi maggiori fornitori.
EUROSUR.
Il “Sistema europeo di sorveglianza” è stato creato lo scorso ottobre dopo la morte di oltre trecento migranti nel mare di Lampedusa: operativo dal 2 dicembre, consiste soprattutto nel coordinamento tra le autorità  nazionali per condividere le informazioni. Lo stanziamento è di 340 milioni da qui al 2020.
MARE NOSTRUM.
È la missione “umanitaria” avviata dal governo Letta dopo la tragedia di ottobre. Un’intera squadra della Marina – con aerei ed elicotteri da combattimento in appoggio – pattuglia il mare e cerca di bloccare i barconi dei clandestini.
Finora, dice il ministero della Difesa, ha salvato circa ventimila migranti, portandoli in salvo sulle coste italiane: costa all’ingrosso 12 milioni di euro al mese.
Nel 2014 l’Italia ha stanziato pure oltre 8 milioni per due programmi di addestramento/pattugliamento anti-immigrazione direttamente in Libia.

Giulia Merlo e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DELL’UTRI E LA LEGGENDA DEL SANTO ERUDITO

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

LA DOPPIA STORIA DI UN RAFFINATO BIBLIOFILO E, SECONDO BORSELLINO, TERMINALE MILANESE DELLA FILIERA FINANZIARIA MAFIOSA

Sei anni fa, in una nota pizzeria di Milano, mi accadde di incontrare Marcello Dell’Utri.
Sedeva a un tavolo, coperto da due muscolosi guardaspalle. Mi guardò in cagnesco. Poi si alzò, inforcò i Rayban neri, si abbottonò il doppiopetto rigato marrone e, giunto davanti al mio tavolo, si tolse gli occhiali con un ampio gesto e fece, a voce alta: “Eccomi, sono la sua vittima. Ma se mi conoscesse meglio, non scriverebbe quello che scrive”.
Mise gli occhiali nel taschino, con una stanghetta fuori: “Comunque, complimenti; lei scrive molto bene” e se ne uscì, teatralmente.
II brusio del locale era improvvisamente cessato, il cameriere era sbiancato, come quando nel saloon entra lo Straniero e mormora: “Dite al Condor che lo sto cercando”.
Non c’è dubbio che avesse una reputazione, Marcello; e non solo di raffinato bibliofilo.
Era una caricatura, ma nello stesso tempo faceva un po’ paura. E infatti, non aveva avversari politici: io perlomeno non ne ricordo nessuno.
Ora che è stato definitivamente condannato (“fin dagli anni Settanta fu l’ambasciatore di Cosa Nostra a Milano”) gli italiani saranno costretti probabilmente a farsi delle domande scomode. Tipo: ma come è stato possibile? La mafia nel consiglio di amministrazione della Fininvest? La mafia dietro la costruzione di Forza Italia?
In effetti la sua storia, anzi la sua doppia storia, fa paura.
Giovane palermitano al servizio della mafia, viene assegnato nel 1972 a curarne gli affari sulla piazza milanese. Cosa Nostra si attacca al palazzinaro più importante dell’epoca, lo minaccia di morte, ma Dell’Utri si offre di risolvergli il problema.
Diventa il suo braccio destro, trasforma la villa di Arcore in una foresteria di latitanti (non c’è boss che, all’arrivo a Milano, non vada ad omaggiarlo), è molto attivo nelle pubbliche relazioni.
Secondo la Criminalpol, che nel 1981 stila un famoso rapporto, i Dell’Utri (Marcello e il fratello gemello Alberto) sono all’apice delle operazioni mafiose sotto la Madonnina.
Riciclano, investono, sono coinvolti in bancarotte colossali come quella della Bresciano costruzioni o della Venchi Unica, in spericolate operazioni immobiliari, addirittura in contatto con una banda di sequestratori sardi. Secondo Falcone, il livello di investimento della mafia siciliana sulla piazza di Milano è di proporzioni imponenti e Vittorio Mangano è uno dei personaggi di spicco.
Secondo Borsellino, che ci tiene a farlo sapere a due giornalisti francesi (gli unici che appaiono molto informati) Dell’Utri e Mangano sono i terminali milanesi della filiera finanziaria mafiosa palermitana.
Ma tutte queste cose, non si capisce perchè, non diventano pubbliche. Eravamo disattenti.
Dell’Utri Marcello compare pubblicamente sulla scena all’inizio degli anni Novanta come l’amministratore delegato di Publitalia (“il carismatico manager capace di infondere motivazione ed energia ad una falange di venditori di spot”).
Ma evidentemente non è un buon manager; tra corruzione, falsi in bilancio e malversazioni, Publitalia nel 1993 è sull’orlo della bancarotta e deve essere messa in amministrazione controllata. Berlusconi, che pure ha fama di imprenditore attento e capace, non solo non lo manda via, ma anzi gli affida la sua carriera politica.
E Dell’Utri vince le elezioni! Con un particolare inquietante. Dieci giorni prima del voto del 1994, quando ancora Dell’Utri non era un personaggio pubblico, ma Berlusconi andava dicendo che i magistrati volevano fare un “golpe bianco” e impedirgli la vittoria, il presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante si lasciò scappare che Dell’Utri sarebbe stato arrestato, dalla procura di Catania, per traffico di armi e droga.
Ma non successe, e Violante dovette dimettersi. Dell’indagine di cui parlava Violante, non si seppe più niente. Così come delle altre, sulla mafia a Milano, anche perchè i due magistrati che le seguivano, erano saltati in aria.
E così cominciò la leggenda di Marcello.
Mafioso? Addirittura coinvolto nelle stragi? Ma quando mai, è un intellettuale che ama i libri. È un cattolico praticante.
Certo, ha conosciuto dei ragazzi poveri a Palermo, ma solo perchè faceva l’allenatore di una squadra di calcio. È buono, non sa dire di no, e non si pente di aver aiutato Vittorio Mangano. Diventa senatore, poi deputato europeo, promuove la Biblioteca di via Senato, scicchissimo luogo di mostre, teatro ed eventi. Conferenzieri ed attori fanno la fila per esibirsi di fronte a lui. Viene nominato direttore artistico del Teatro Lirico.
Fonda i “circoli del buon governo”, per educare i giovani a diventare classe dirigente, anima giornali raffinati, controlla saggiamente il mercato della pubblicità , viene intervistato come uno statista, si propone come mediatore di affari, controlla scrupolosamente che i candidati alle elezioni del suo partito siano persone intelligenti e oneste,   scopre un capitolo inedito del Petrolio di Pasolini, accetta con la pazienza di Giobbe il calvario cui i giudici comunisti lo sottopongono, si paragona a Socrate incarcerato e condannato e quando qualcuno, timidamente, gli chiede che cos’è, secondo lui, la mafia, risponde secco, permettendosi il gergo triviale: “Tutte minchiate, la mafia non esiste”.
E se lo dice un intellettuale raffinato, come non credergli?
E come si poteva davvero pensare che la mafia siciliana prendesse il potere a Milano, la capitale morale, con la sua borghesia illuminata, il suo mondo finanziario di antica data, il controllo di un’opinione pubblica agguerrita? La vicenda di Marcello Dell’Utri ha davvero dei risvolti grotteschi.
Nel film A qualcuno piace caldo , il boss “Ghette” convoca il clan a Miami sotto le insegne di un convegno degli “Amici dell’opera italiana”, qui abbiamo il martire della giustizia in un letto d’ospedale a Beirut che tiene sul comodino La divina commedia e I promessi sposi, e si affida al potere falangista perchè allevi le sue pene. Manca solo Scajola ministro degli interni.
È lui che è un genio o siamo noi che siamo fessi?
Quando un giorno il nipotino ci chiederà : “Nonno, ma com’è che l’Italia per vent’anni venne governata dalla mafia?”, ci toccherà  rispondere: “Beh, non esageriamo. Le cose furono molto più complesse”.

Enrico Deaglio

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SCAJOLA DAL CARCERE: “FARO’ COME ANDREOTTI, RESISTERO’ A TUTTE LE ACCUSE E ALLA FINE MI CHIEDERANNO SCUSA”

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO SI SFOGA CON L’AMICO BARANI CHE E’ ANDATO A TROVARLO A REGINA COELI

“La vuoi sapere una cosa? Io uscirò da qua in forma e a testa alta” Claudio Scajola si confida, lo fa dal carcere di Regina Coeli dove è rinchiuso da 5 giorni isolamento.
Lo fa con il suo amico di una vita, quel Lucio Barani ora senatore Gal (Gruppo autonomie e libertà ) ma socialista da sempre: craxiano di ferro, talmente orgoglioso di esserlo da portare sempre un garfoano rosso all’occhiello del suo vestito elegante.
Ieri Barani, ligure come Scajola, è andato a trovare l’amico Claudio e al Corriere ha raccontato parole e condizioni dell’ex ministro: “Farò come Andreotti – dice – resisterò tenacemente a tutte le accuse e al fango come il Divo Giulio. E alle fine tutti magistrati giornalisti mi dovranno chiedere scusa pubblicamente. Perchè – aggiunge – quello che leggo sui giornali e ascolto in televisione semplicemente non è vero. Il conto corrente alla Camera e tutto il resto…”.
Scajola dice di sentirsi in una dittatura: “Non è più democrazia ormai si agisce con metodi da criminalità  organizzata” critica gli arresti: “Arrestano, la madre, la moglie (di Matacena, ndr) per farla parlare. Ma io – contrattacca – non soccomberò, anzi ne uscirò alla grande”.
Come racconta il Corriere, nell’attesa l’ex ministro ha trascorso questi giorni in cella leggendo gli atti giudiziari, guardando la tv, pregando e trovando conforto nella pagine di Gesù di Nazareth, il libro del papa emerito Joseph Ratzinger: “Io qua dentro – rivela – sto attentissimo a tutto e mi curo meticolosamente. Mi curo – dice il diabete – e l’ipertensione. Sto attento – ammette – pure alle correnti d’aria e mi faccio la doccia a pezzi e bocconi”.
Frastornato ma combattivo: “Io mi dovrò difendere e mi difenderò e – conclude – se mi vogliono far fuori con la malattia davvero si illudono”.

(da “il Corriere della Sera“)

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