Destra di Popolo.net

EXPO, IL METODO FRIGERIO: 25.000 EURO AL MESE

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

“I MANAGER ASL SONO COSA MIA”

Investire in uomini e incassare soldi, anche in base al «timing » (dice proprio così) delle mazzette: «Cinquanta prima di Natale, poi da feb, mar, 25 al mese», in migliaia di euro.
Questo è il metodo di Gianstefano Frigerio.
Come spiega lui stesso a proposito di Mario Colombo, direttore generale della Fondazione istituto auxologico italiano: «Perchè Colombo è il direttore su cui ho più investito, tirato su, ci faccio i viaggi insieme, quindi so tutto di lui…».
Ma anche con gli altri, pochi scherzi: si contano ben sedici, tra direttori amministrativi e sanitari di aziende ospedaliere, legati a Frigerio, e più di 2.700 contatti telefonici tra «la cupola» e le aziende sanitarie (dal gennaio 2012 al giugno 2013).
È il «parco dirigenti sanitari» che Frigerio, così scrive la Procura, considera come «cosa sua». Tutti questi manager pubblici secondo la «longa manus» di Frigerio, Sergio Cattozzo, «vanno coccolati come belle donne».
Perchè «aggiustare» le gare d’appalto non è facile, «bisogna mettere venti stecche in forno per tirarne fuori dieci». E loro ci riescono
IL PPE E FRIGERIO
«Millanterie», replicano in molti, compreso Silvio Berlusconi, per liquidare questa nuova inchiesta sull’Expo e sulla sanità  lombarda, «malata » di corruzione. Eppure, il settantacinquenne Frigerio risulta collaboratore del Partito popolare europeo, ufficio politico Ppe, con la dizione di “on.” (onorevole).
Non solo: come insiste in varie intercettazioni, ha «un capo», anzi «un padrone ».
E osservando «il metodo Frigerio» diventa facile capire come il «piccolo» (ad esempio l’ospedale di Melegnano) e il grande (per esempio: Fincantieri) possano essere tutt’uno.
«FAI QUELLO CHE DICE FRIGERIO»
Daniela Troiano è il direttore generale dell’azienda ospedaliera di Pavia, in passato stava a Melegnano e davanti a Frigerio, nel centro Tommaso Moro, fa un amarcord: «La prima cosa che mi ha detto quando mi sono seduta a Melegnano è “Fai sempre quello che ti dice l’onorevole Frigerio”».
E prosegue: «Me lo ricordo benissimo, sono passati quattro o cinque anni», e già  ubbidiva, in base a ciò che i magistrati chiamano «genetica adesione».
Il 20 maggio 2013 i detective della Dia e della Finanza filmano la signora in una scena che definiscono «teatrale».
Infatti nell’ufficio di Frigerio è appena uscito l’imprenditore del settore pulizie Stefano Fabris, che cerca una sponda per servire l’ospedale, e alle 15.55 entra lei, che di quell’ospedale è manager: insomma siamo nel «crocevia per intessere da parte di Frigerio la fitta rete di incontri e accordi illeciti tra pubblici ufficiali e imprenditori in relazione agli appalti».
«RAZIONALITà€» E DISPOSIZIONE
Stesso atteggiamento da parte di Patrizia Pedrotti, che arriva a Melegnano al posto della collega Troiano, e Frigerio le dice: «Siccome io e te abbiamo fatto un accordo… di razionalità , che se io ho bisogno di una cosa ne parlo a te… ».
Le risposte della signora Pedrotti sono grate, sotto il Natale 2012 aggiungerà  un «Abbraccio per tutto quello che hai fatto quest’anno ».
La signora è però nel gennaio 2013 «disperata – parole sue – dopo aver letto nello scorso weekend 18.700 pagine d’intercettazioni».
Era indagata per turbativa d’asta a Desio e Vimercate, ma Frigerio la rassicura, invitandola a colazione: «Ti devo fare un po’ di predica. Non devi amplificare una cosa che non esiste, non c’è motivo che ti preoccupi».
Tre mesi dopo, però, la tensione aumenta, la signora Pedrotti è stanca, vorrebbe andare a Legnano: «Le ho detto “ti do una mano”» e dice «che chiederà  a Mantovani, sono coperti su tutto, hanno anche il parere favorevole».
Quindi, Pedrotti, il 16 maggio 2013, confortata dal possibile aiuto da parte del vicepresidente lombardo Mario Mantovani, manda al segretario e factotum di Frigerio, Gianni Rodighiero, una mail esplicita: «Buongiorno Gianni, come da specifica richiesta dell’onorevole, ti allego alcune delibere relative ad argomenti o oggetti. Sempre a disposizione, ti auguro una buona giornata». E i detective notano: «Vengono contestualmente inviati cinque allegati relativi a bozze di delibera» con data e firma in bianco
Il «metodo Frigerio» va alla grande e «il professore» spiega il perchè «ridacchiando» a un imprenditore: «Finchè c’è questa giunta» lui «avrà  i piedi saldi sulla Lombardia e Melegnano per lui è un dettaglio e un giorno gli parlerà  pure di un’altra cosa, di un suo amico, l’amministratore delegato di Finmeccanica Service, che ha concentrato su un’unica azienda le pulizie più grandi d’Italia».
Garantisce: «Un giorno li farà  parlare» insieme.
L’AGENDA DELLA MAZZETTA
Il tutto non è gratis. Il 20 maggio 2013 viene intercettata questa conversazione.
Frigerio: «Io e lei avevamo fatto un ragionamento su 100, poi guardando la delibera, ho visto che la mia amica Pedrotti, in eccesso, ha fatto la formula di tre anni addirittura».
Imprenditore Costa: «Sono dodici» (milioni), ammette. «quindi sono 120», mazzetta dell’uno per cento.
Frigerio la rivendica: «Dove e quando! (…) La mia agenda (…) Potrebbe essere mercoledì prossimo per esempio».
LA BONIFICA
«Ben consapevole – dicono i pubblici ministeri – della rilevanza penale della sua condotta », Frigerio è cauto: «Al telefono neanche morti», assicura. E «quindi (…) io faccio fare pulizie ogni sei mesi (…) io ho un amico carabiniere». Nella vita può capitare l’errore fatale anche ai super-prudenti: a «millantare» di saper fare le bonifiche era infatti, con grandi risate dei detective veri, l’«amico carabiniere».

Piero Colaprico e Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)

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“PROTEGGEREMO L’ADRIATICO DAGLI UFO”: IL PROGRAMMA DI D’ALFONSO, CANDIDATO GOVERNATORE DEL PD

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

NELLA FARSA ABRUZZESE MANCAVA GIUSTO L’INCURSIONE DEGLI UFO, ORA SIAMO A POSTO

Sta ormai diventando un cult in rete il video in cui Luciano D’Alfonso, ex sindaco di Pescara, ex presidente della Provincia abruzzese e attualmente candidato governatore dell’Abruzzo per il Pd, rilascia un’intervista per un talk show di approfondimento politico su Rete8.
Il politico, all’indomani della vittoria delle primarie del centrosinistra, il 10 marzo scorso, scodella al suo elettorato svariate promesse mirabolanti: tra tutte, spiccano le coccole “sanitarie” e la garanzia che si arriverà  a “prendere in braccio il paziente e condurlo come un unico sportello sanitario”.
Il climax si raggiunge quando il candidato Pd, nella foga euforica, declama: “Il mare Adriatico sarà  il più grande parco di cui disporrà  l’Abruzzo. E noi lo rispetteremo, come è giusto che accada, dalle invasioni degli Ufo, perchè ci sono Ufo che si sono messi in cammino, ma poi riconcilieremo l’acqua salata del mare con l’acqua dolce dei fiumi” .
Resta da vedere se gli Ufo parteciperanno alle elezioni regionali: dipende se si sono messi in cammino per tempo.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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PD TORINESE, NON SOLO GREGANTI: CONDANNATI DI MANI PULITE IN POSIZIONI CHIAVE

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

DALL’EX SODALE QUAGLIOTTI CON IL CONTO IN SVIZZERA A GALLO, “CORRENTE AUTOSTRADALE” DEL PD

Il compagno G è il Primo, ma non l’unico.
Il Pd lo ha sospeso “cautelativamente” perchè è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta milanese su Expo2015, ma fino a ieri Greganti sedeva in prima fila per la presentazione ufficiale della candidatura di Sergio Chiamparino alle regionali piemontesi del prossimo 25 maggio.
Ed era in buona compagnia. Non è infatti l’unico sopravvissuto a Tangentopoli che negli anni è riuscito a recuperare un posto di primo piano nel Pd torinese.
Accanto a lui c’è Giusy La Ganga, che dopo aver saldato i conti con la giustizia è oggi consigliere di maggioranza a Torino, ma anche Giancarlo Quagliotti, condannato nel 1997 per il caso di tangenti Fiat al Pci e oggi vice segretario regionale Pd.
Presenze che risultano problematiche solo per una parte minoritaria del partito.
“Noi vorremmo cacciare tutti” dice Daniele Viotti, candidato Pd alle Europee, referente regionale della mozione civatiana, “ma la questione morale nel Pd continua a non è affrontata. Al netto delle questioni giudiziarie, c’è un problema di pratiche politiche. E su questo in Piemonte registriamo alcune situazioni gravissime”.
Oggi il segretario provinciale del Pd di Torino Fabrizio Morri, che contava il compagno G tra i suoi tesserati nel circolo 4 di San Donato-Campidoglio, ha preso le distanze da Greganti.
“Faceva tutto per sè e non per il partito”, ha dichiarato all’Huffington Post. Ma si tratta di una presa di distanza che non riesce a nascondere la stima che molti iscritti al partito continuano a tributare a Greganti , considerandolo “un duro”, uno che nonostante la pena la carcere per finanziamento illecito non ha mai collaborato con la giustizia.
La stessa stima di cui gode l’altro reduce di Tangentopoli Giancarlo Quagliotti, che da qualche settimana è stato nominato vice segretario del Pd piemontese.
Legatissimo al sindaco Fassino, Quagliotti è stato anche il coordinatore politico per la campagna elettorale del sindaco nel 2011 ed è presidente della Musinet Engineering Spa, una controllata del gruppo Sitaf, la società  che gestisce l’autostrada A32, il traforo del Frejus e si sta occupando del suo raddoppio.
Sul passato di Quagliotti pesa una condanna definitiva per finanziamento illecito ai partiti. Come ricorda Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano dell’11 maggio, Quagliotti fu indagato e condannato definitivamente nel 1997, insieme a Primo Greganti, per una tangente pagata dalla Fiat al Pci, per l’appalto del depuratore del consorzio Po-Sangone.
Il denaro era transitato su due conti aperti da Quagliotti e Greganti in Svizzera, “Idea” e “Sorgente”, che poi si recarono personalmente oltreconfine per procedere all’incasso.
La loro posizione fu confermata anche in Cassazione: “I fatti sono incontestabilmente provati” scrissero i giudici, che riscontrarono anche la “piena coscienza dei due imputati di concorrere in un finanziamento illecito”, indirizzato all’ora Pci.
Un duro anche Quagliotti.
Interrogato da Tiziana Parenti, allora pm a Milano, nel 1992, il dirigente postcomunista dice senza mezzi termini di aver volutamente taciuto fino ad allora dei suoi rapporti con Greganti: “Non ho ritenuto che tale circostanza fosse utile nell’ambito dell’indagine”. Di più.
Nello stesso verbale, parlando dei conti correnti esteri gestiti per conto del partito, alla pm chiarisce: “Ho avuto un conto in Svizzera che ho chiuso di recente e di cui al momento non intendo parlare”.
Eppure Quagliotti è ancora lì. E lo è in compagnia di Salvatore Gallo, a sua volta presidente di Sitalfa, altra controllata Sitaf, insieme al quale viene considerato la “corrente autostradale del Pd”. Salvatore Gallo detto “Sasà ”, già  potente uomo di Craxi a Torino, ha dovuto lasciare il suo partito nel 1992 perchè condannato in primo grado a un anno e 4 mesi per una faccenda di mazzette e sanità .
Oggi è noto all’interno del Pd come “il signore delle tessere”. Pare che sia in grado di mobilitarne centinaia in un sol colpo.
Per questo è stato anche accusato di costringere i dipendenti ad andare a votare dietro la minaccia del licenziamento. Ma ha sempre rispedito al mittente queste accuse.
Nonostante l’interruzione della sua carriera nell’allora Psi, in piena Tangentopoli, Gallo non ha mai abbandonato veramente la politica. Anzi.
Non solo si è ritagliato un ruolo da protagonista nella vicenda della moltiplicazione delle tessere Pd piemontesi (più che raddoppiate nell’ultimo anno), ma ha continuato a vivere la scena pubblica anche attraverso i figli Stefano, assessore allo Sport di Palazzo Civico e Raffaele, candidato con il Pd per le prossime regionali piemontesi,
“Il Pd è diventato il partito delle tessere” denuncia a ilfattoquotidiano.it Daniele Viotti.
“Chi ha un potere economico perchè è imprenditore o ha gruppi imprenditoriali alle spalle, ti compra pacchetti di 500-700 tessere in un circolo vuol dire che diventa padrone del circolo e del partito”.
Con buona pace del ricambio o della “questione morale”. Per Viotti la nomina di Quagliotti alla vicesegreteria regionale è stata “l’ennesima brutta sorpresa”.
“Se l’Italia vuole avere un ruolo e credibilità  in Europa” dice “non deve solo mettere a posto i conti. Perchè ci sono altre due questioni urgenti per cui siamo osservati speciali: i diritti e la legalità ”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PAOLO BROSIO SINDACO DI PRATO CON MOVIMENTO MEDJUGORJE E LO SLOGAN PATRIA, FAMIGLIA E SPIRITO SANTO: MA IL MANIFESTO EP UNA BURLA

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

IL POSTER APPARSO IN PIAZZA MERCATALE… “A ESSERE CRISTIANI SI RISCHIA DI ESSERE INFANGATI”

I manifesti apparsi ieri sui tabelloni elettorali di piazza Mercatale, uno dei punti di ritrovo più conosciuti di tutta Prato, avevano fatto sgranare gli occhi a tutti: Paolo Brosio candidato sindaco per un fantomatico “Movimento Medjugorje” .
Peccato che si tratti di un falso: i manifesti con impresso il volto del giornalista “nato” durante Tangentopoli con Emilio Fede e poi divenuto ancora più noto grazie a Quelli che il calcio sono stati affissi da ignoti.
“Purtroppo qualcuno ha diffuso questa notizia non vera”, smentiscono senza indugi dall’associazione “Olimpiadi del cuore”, fondata nel 2003 proprio da Brosio per raccogliere fondi per gli ospedali pediatrici e da lui stesso trasformata nel 2009 in onlus cattolica.
Del resto basta consultare gli elenchi delle liste ufficialmente presentate alla Prefettura di Prato entro la scadenza prevista già  venti giorni fa, per rendersi conto che la candidatura non c’è e che quei manifesti sono una bufala.
Brosio è furioso e annuncia azioni legali nei confronti dei responsabili: “Questa non può essere considerata una semplice burla — spiega — Dietro questi manifesti è evidentemente stato fatto un lungo lavoro. Tutto ciò va ad infangare la mia immagine, per questo procederò con i miei avvocati”.
“Oggi — aggiunge — ho ricevuto una valanga di proteste di persona, via mail e telefono, di gente che mi accusa di sfruttare la fede per entrare in politica: questo non lo posso tollerare”.
E conclude: “A esser cristiano, purtroppo, oggi si rischia di essere infangati. Se fossi musulmano forse non sarebbe così”.
Un gesto compiuto probabilmente da alcuni “burloni” che hanno voluto così giocare su Brosio dopo la svolta avvenuta in seguito ad un pellegrinaggio a Medjugorje. “Esiste un undicesimo comandamento — recita lo slogan impresso sul manifesto con scritta blu su sfondo bianco — vota Movimento Medjugorje”, il quale simbolo sarebbe stato rappresentato da una doppia chiave incrociata sovrapposta a una croce latina. Richiamano a valori non del tutto nuovi nella storia d’Italia i tre punti forti stampati sui falsi manifesti e grazie al quale il personaggio toscano d’adozione avrebbe chiesto i voti per diventare sindaco di Prato: patria, famiglia e spirito santo. Tutto falso. Brosio, che dopo il primo pellegrinaggio a Medjugorje si è dedicato alla scrittura di libri su esperienze mistiche, visioni e miracoli, ha oggi un ruolo defilato in tv.

Duccio Tronci
(da “il Fatto Quotidiano“)

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RENZI, IERI GLI ANTIEUROPEISTI, OGGI I GIOVANI: UNA BALLA AL GIORNO LEVA I GRILLINI DI TORNO?

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

LA CACCIA DEL PREMIER ALL’ELETTORATO PERDUTO: IERI TONI CRITICI VERSO L’EUROPA DELLE BANCHE, OGGI SI INVENTA IL SERVIZIO CIVILE PER I GIOVANI, ILLUDENDOLI CHE SIA UN PONTE VERSO IL LAVORO

A 11 giorni dalla conclusione della campagna elettorale per le Europee la caccia al voto da parte del presidente del Consiglio si fa sempre più intensa e sempre più scoperta.
Ieri l’affondo (con linguaggio molto diretto) contro l’Europa, oggi la nuova proposta per l’istituzione di un servizio civile volontario per i giovani, immaginato come possibile ponte verso il mondo del lavoro.
Due affondi studiati per riscaldare due segmenti elettorali sui quali Renzi pensa di dover rimontare: da una parte i giovani, dall’altra l’elettorato populista e istintivamente anti-europeista.
Il presidente del Consiglio sa che la percentuale del Pd alle Europee condizionerà  assai il suo futuro politico e dunque negli ultimi giorni di campagna elettorale intende rilanciare senza sosta su tutti i fronti.
Una volta lanciato un messaggio gratificante al ceto medio-basso con l’operazione-Irpef, Renzi sa che la percentuale di elettorato giovanile che immagina di votare Pd è sotto la media del partito: in una recente ricerca della Ipsos, mentre il partito democratico è quotato stabilmente sopra il 33% delle intenzioni di voto, tra i giovani 18-24 anni quella percentuale scende sotto il 30%, a tutto vantaggio del movimento Cinque Stelle, che è di gran lunga il primo partito nell’elettorato giovanile.
Ecco perchè il rilancio sulla «leva per la patria», un servizio civile da intendere come una sorta di apprendistato in alcuni segmenti produttivi.
Ma l’analisi dei flussi “pre-elettorali” dimostra pure che è in flessione l’attrazione di Matteo Renzi sull’elettorato potenziale del Cinque Stelle e dunque ecco il rilancio di ieri, con una battuta sull’Europa fatta con un linguaggio se non grillino, certamente di tono populista: «L’Europa ci lascia soli, «non può salvare gli stati, le banche e poi lasciare morire le madri con i bambini».
Messaggio contro l’Europa delle banche, ma anche in difesa delle mamme degli immigrati.
Come dire: un occhio a destra e uno a sinistra.

Fabio Martini
(da “La Stampa”)

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ROSA CRISCUOLO: “CON CLAUDIO SCAJOLA CENAMMO IN CAMERA, MA FU UN INCONTRO POLITICO”

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

SPUNTA UN’ALTRA DAMA BIONDA: L’ULTIMA CENA PRIMA DELL’ARRESTO

“Mi hanno fatto diventare la Candy Candy di Forza Italia…”.
Si mostra sorpresa Rosa Criscuolo, 34 anni, napoletana, avvocato matrimonialista.
La notorietà  che l’ha raggiunta in queste ore “proprio non se l’aspettava”. È lei la seconda dama bionda dell’affaire Scajola-Matacena, un’altra bellissima donna al pari di Chiara Rizzo, Lady Matacena appunto.
La Criscuolo è la donna con cui l’ex ministro Claudio Scajola ha trascorso la sua ultima serata da uomo libero.
Dove? In una stanza dell’hotel imperiale di via Veneto. Aperitivo, poi cena in camera. Tutto – assicura – “solo per parlare di politica”.
“Ma quale mistero? Claudio Scajola l’ho conosciuto solo un paio di mesi fa e con lui ci siamo visti per parlare delle cose che non vanno all’interno di Forza Italia in Campania”, spiega Criscuolo in un’intervista a Il Messaggero.
Criscuolo è la fondatrice dei forzisti pro Nicola Cosentino, ma la sua passione politica ha radici antiche: prima era militante del Pd, poi per i radicali; infine l’approdo in Forza Italia, “dove ho costituito un gruppo di iscritti che sollecitano maggiore trasparenza nei rapporti interni al partito e rispetto alle decisioni prese in sede centrale”.
È proprio per questo suo ruolo – spiega – che Scajola l’avrebbe contattata.
Dunque l’incontro all’hotel Imperiale. “Avevo prenotato per conto mio una camera, lontana da quella di Scajola. Alle 21 […] mi ha offerto un aperitivo al bar dell’albergo; poi siamo andati a cena in camera sua. Abbiamo deciso così per evitare che qualcuno, vedendoci in un ristorante, montasse una storia… Ci sembrava più opportuno, anche perchè così avremmo potuto parlare meglio delle cose politiche che ci stavano a cuore. Il nostro era e resta solo un rapporto politico e me ne guarderei bene”.
Criscuolo è categorica: “Non ho una relazione con l’ex ministro, potrebbe essere mio nonno… Sa com’è, fino a Cosentino potrei anche arrivare, ma Scajola no, per favore”. “Quando ci siamo visti – ribadisce in un’altra intervista al Corriere della Sera – era già  tardi. Scaloppine al limone, niente vino, sono astemia. E lui guardava un film alla tv, una storia di avvocati, era molto preso […] Lui era alla 2013, io alla 203, non mi alzo di notte per correre da Scjola, non è cosa, è un tipo quieto, serio e un poco andato d’età . E aveva un fortissimo mal di testa”.
“Forse il presentimento” – aggiunge la bella Rosa – di quello che lo avrebbe aspettato la mattina seguente: l’arrivo degli uomini della Dia, l’arresto, le sbarre di Regina Coeli.

(da “Huffingtonpost“)

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LA SCORTA DI SCAJOLA MANDATA AD ACQUISTARE I COLLANT PER LA MOGLIE DI MATACENA

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

E NELLE TELEFONATE SCAJOLA SI VANTA DEL SUO “SERVIZIO SEGRETO”

Nelle centinaia di telefonate tra Claudio Scajola e Vincenzo Speziali, l’uomo che faceva avanti e indietro con Beirut, il nome di Silvio Berlusconi ricorre più di una volta.
Quando si parla della candidatura dell’ex ministro dell’Interno al Parlamento Ue, poi sfumata, ma anche e soprattutto in relazione all’incontro che lo stesso Berlusconi avrebbe dovuto avere con Amin Gemayel: il potente ex presidente del Libano, spacciato da Speziali come zio di sua moglie, nella ricostruzione dell’accusa avrebbe dovuto garantire la latitanza mediorientale sia di Amedeo Matacena che, probabilmente, di Marcello Dell’Utri, i due ex parlamentari di Forza Italia condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.
Per Matacena, di cui adesso Berlusconi sostiene di non avere ricordo, Scajola comunica in una telefonata del 7 febbraio di avere già  fatto preparare dagli avvocati una dettagliata richiesta di asilo politico, che Speziali dice di poter agilmente sostenere perchè a Beirut si sta per formare un nuovo governo.
Amin Gemayel
Erano i primi di febbraio, periodo in cui Speziali parlava di continuo con Dell’Utri. Circa 100 telefonate in 10 giorni, in media una decina di conversazioni al dì, e non è difficile immaginare che parlassero della possibile meta libanese del neocondannato per mafia, bloccato proprio a Beirut un mese fa.
Un motivo in più, nei sospetti degli inquirenti, per interessare anche Berlusconi dei contatti con Gemayel, il quale avrebbe dovuto fargli visita in Italia alla fine di febbraio.
Dai discorsi di Scajola e Speziali si capisce che erano loro gli artefici dell’incontro, perchè non appena il secondo dice di aver parlato con l’esponente libanese per fissare la data della visita in Italia (26 febbraio), Scajola risponde che lo riferirà  all’ex Cavaliere.
L’argomento ritorna più volte, e quando a fine mese l’incontro salta perchè Gemayel era a Roma ma Berlusconi pretendeva che lo raggiungesse ad Arcore, l’esponente libanese – racconta Speziali – s’è offeso ed è ripartito senza vederlo. Dell’appuntamento saltato Scajola discute con la moglie di Matacena, aggiungendo però di non preoccuparsi perchè «l’operazione» (verosimile riferimento alla possibilità  di far accogliere in Libano il marito ricercato dalla giustizia italiana) andrà  avanti ugualmente.
Tuttavia, spiega Speziali all’ex ministro, prima della domanda di asilo politico bisognava assicurarsi la «rete di protezione».
Gli 007 privati
Tra gli approfondimenti delegati dalla Procura di Reggio Calabria alla Dia, ci sono le verifiche sugli ordini dati da Scajola ed eseguiti dai poliziotti della scorta.
Per alcuni di loro si sta vagliando l’ipotesi di inquisirli per peculato e abuso d’ufficio, visto l’uso troppo personale che hanno accettato da parte dell’ex ministro; dagli accompagnamenti di Chiara Rizzo all’acquisto di effetti personali destinati alla signora, come un paio di calze che gli agenti di scorta vengono spediti a comprare dalla segretaria dell’ex ministro per la moglie del latitante condannato per complicità  con la ‘ndrangheta.
In quell’occasione, persino la segretaria e il poliziotto della scorta si lamentano delle pretese di Scajola.
Ma dalle intercettazioni dell’ex titolare del Viminale emerge una circostanza considerata più grave e inquietante: informazioni riservate su altre persone, a partire dai loro spostamenti sul territorio nazionale, raccolte attraverso funzionari di Stato a lui fedeli. Scajola riceveva le notizie che aveva chiesto e se ne vantava al telefono con alcuni interlocutori, commentando soddisfatto che il suo «servizio segreto» privato funzionava a dovere
I conti correnti
Dopo gli arresti della scorsa settimana, si passa all’esame dei movimenti sui conti bancari della famiglia Matacena, sia in italia che a Montecarlo e in Lussemburgo, dove hanno sede società  e proprietà  costitute dall’ex parlamentare in fuga.
Anche dell’aspetto economico-finanziario, mentre Matacena era già  a Dubai per evitare il carcere in Italia, si occupavano sua moglie e Scajola.
Il quale faceva intervenire la propria segretaria Roberta Sacco, ora agli arresti domiciliari, per risolvere ogni questione.
Come quando, mentre Scajola è in un’altra stanza con Chiara Rizzo, chiama un funzionario della filiale del Banco di Napoli alla Camera dei deputati – dove l’ex deputato condannato mantiene un conto – per provare a fare in modo che la moglie di Matacena possa muovere il denaro.
Il funzionario spiega che senza una delega bisogna che si presenti l’onorevole, o almeno la signora; la segretaria di Scajola replica che lui «è fuori, non può venire», mentre di lei comunicherà  un numero di telefono per fissare un appuntamento.
Le relazioni
Tra le intercettazioni ci sono pure i messaggi telefonici che Matacena mandava alla moglie per avvisarla di collegarsi via Skype, in modo da evitare spiacevoli interferenze e raccomandarle di intervenire per ottenere o far partire bonifici, tra il Lussemburgo e il principato di Monaco, sui quali i responsabili delle banche fanno resistenza.
L’ipotesi dei pm è che anche per affrontare queste vicende Scajola abbia messo a disposizione della moglie di Matacena il proprio «mondo di relazioni». Nel quale rientrano, tra gli altri, due personaggi seguiti e fotografati con lui in un pedinamento romano dell’11 febbraio scorso, prima di un incontro a Piazza di Spagna con Speziali. Si tratta di Daniele Santucci (socio in affari del figlio dell’ex ministro che la Dia ha verificato essere stato alle Seychelles ad agosto 2013, quando c’era pure Matacena, già  latitante, prima di spostarsi a Dubai) e di Giovanni Morzenti, condannato per corruzione a Torino e indagato a Roma per ricettazione nell’ambito dell’indagine sullo Ior.

(da “il Corriere della Sera“)

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L’EX MINISTRO USA TIMOTHY GEITHNER RIVELA : “FUNZIONARI UE CI CHIESERO DI FAR CADERE SILVIO”

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

NELL’AUTUNNO 2011 PRESSIONI SUGLI STATI UNITI PER FAR CEDERE IL POTERE A BERLUSCONI: “MA NOI DICEMMO NO”

Nell’autunno del 2011, quando la drammatica crisi economica aveva portato l’euro ad un passo dal baratro, alcuni funzionari europei avvicinarono il ministro del Tesoro americano Geithner, proponendo un piano per far cadere il premier italiano Berlusconi.
Lui lo rifiutò, come scrive nel suo libro di memorie appena pubblicato, e puntò invece sull’asse col presidente della Bce Draghi per salvare l’Unione e l’economia globale.
«Ad un certo punto, in quell’autunno, alcuni funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i presti dell’Fmi all’Italia, fino a quando non se ne fosse andato».
Geithner, allora segretario al Tesoro Usa, rivela il complotto nel suo saggio «Stress Test», uscito ieri.
Una testimonianza diretta dei mesi in cui l’euro rischiò di saltare, ma fu salvato dall’impegno del presidente della Bce Mario Draghi a fare «tutto il necessario», dopo diverse conversazioni riservate con lo stesso Geithner.
I ricordi più drammatici cominciano con l’estate del 2010, quando «i mercati stavano scappando dall’Italia e la Spagna, settima e nona economia più grande al mondo». L’ex segretario scrive che aveva consigliato ai colleghi europei di essere prudenti: «Se volevano tenere gli stivali sul collo della Grecia, dovevano anche assicurare i mercati che non avrebbero permesso il default dei paesi e dell’intero sistema bancario».
Ma all’epoca Germania e Francia «rimproveravano ancora al nostro West selvaggio la crisi del 2008», e non accettavano i consigli americani di mobilitare più risorse per prevenire il crollo europeo.
Nell’estate del 2011 la situazione era peggiorata, però «la cancelliera Merkel insisteva sul fatto che il libretto degli assegni della Germania era chiuso», anche perchè «non le piaceva come i ricettori dell’assistenza europea – Spagna, Italia e Grecia – stavano facendo marcia indietro sulle riforme promesse».
A settembre Geithner fu invitato all’Ecofin in Polonia, e suggerì l’adozione di un piano come il Talf americano, cioè un muro di protezione finanziato dal governo e soprattutto dalla banca centrale, per impedire insieme il default dei paesi e delle banche. Fu quasi insultato.
Gli americani, però, ricevevano spesso richieste per «fare pressioni sulla Merkel affinchè fosse meno tirchia, o sugli italiani e spagnoli affinchè fossero più responsabili».
Così arrivò anche la proposta del piano per far cadere Berlusconi: «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente, ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, io dissi».
A novembre si tenne il G20 a Cannes, dove secondo il Financial Times l’Fmi aveva proposto all’Italia un piano di salvataggio da 80 miliardi, che però fu rifiutato.
«Non facemmo progressi sul firewall europeo o le riforme della periferia, ma ebbi colloqui promettenti con Draghi sull’uso di una forza schiacciante».
Poco dopo cadde il premier greco Papandreu, Berlusconi fu sostituito da Monti, «un economista che proiettava competenza tecnocratica», e la Spagna elesse Rajoy.
A dicembre Draghi annunciò un massiccio programma di finanziamento per le banche, e gli europei iniziarono a dichiarare che la crisi era finita: «Io non la pensavo così».
Infatti nel giugno del 2012 il continente era di nuovo in fiamme, perchè i suoi leader non erano riusciti a convincere i mercati.
«Io avevo una lunga storia di un buon rapporto con Draghi, e continuavo ad incoraggiarlo ad usare il potere della Bce per alleggerire i rischi.
“Temo che l’Europa e il mondo guarderanno ancora a te per un’altra dose di forza bancaria intelligente e creativa”, gli scrissi a giugno. Draghi sapeva che doveva fare di più, ma aveva bisogno del supporto dei tedeschi, e i rappresentanti della Bundesbank lo combattevano.
Quel luglio, io e lui avemmo molte conversazioni. Gli dissi che non esisteva un piano capace di funzionare, che potesse ricevere il supporto della Bundesbank.
Doveva decidere se era disponbile a consentire il collasso del’Europa. “Li devi mollare”, gli dissi». Così, il 26 luglio, arrivò l’impegno di Draghi a fare «whatever it takes» per salvare l’euro.
«Lui non aveva pianificato di dirlo», non aveva un piano pronto e non aveva consultato la Merkel. A settembre, però, Angela appoggiò il «Draghi Put», cioè il programma per sostenere i bond europei, che evitò il collasso.

Paolo Mastrolilli
(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A FRECCERO: “GRILLO DA VESPA? VA IN CERCA DI ANZIANI E FAMIGLIE”

Maggio 13th, 2014 Riccardo Fucile

LA NECESSITA’ DI AMPLIARE LA FASCIA DI INTERLOCUTORI HA COSTRETTO GRILLO AD ACCETTARE L’INVITO DEL GIORNALISTA DA LUI DEFINITO “IL PIU’ FAZIOSO DEI FAZIOSI”

“Grillo va da Vespa perchè si sente in finale. Vuole parlare a un pubblico a cui di solito non parla: anziani e famiglie”. Carlo Freccero, autore tv ed ex direttore di varie reti Rai, comprende la “svolta” del fondatore di M5S, che lunedì 19 sarà  ospite di Porta a Porta: “La tv generalista sposta ancora tanti voti”.
Gli avrebbe consigliato di partecipare?
Non ho nulla da consigliargli, perchè Grillo sa come usare i media, dal web alla televisione. Detto questo, la sua scelta è comprensibile: lui ormai non si sente più un outsider, ma un leader che può vincere le Europee. Nella sua lotta mirata contro l’avversario Renzi gli serve anche andare a Porta a Porta.
Perchè potrà  parlare a tutti?
Certo, potrà  rivolgersi a un pubblico che finora ha solo sfiorato: quello di età  medio-alta, che legge quotidiani “pesanti”. E questo sarà  importante anche alla luce degli ultimi fatti giudiziari. La tangentopoli da larghe intese potrebbe veicolare verso il M5S i voti di strati di società  che non ne possono più, ma che qualche settimana fa non l’avrebbero preso in considerazione.
Insomma, Grillo può sfondare anche tra gli anziani.
Sì, e in questo senso andare da Vespa potrebbe essergli molto utile. Nella sua trasmissione potrà  tralasciare i temi di macroeconomia, tipici della sinistra, concentrandosi sulla microeconomia: dai problemi delle piccole e medie imprese, allo sperpero di denaro pubblico sui territori.
Sono argomenti più popolari?
Sì, pagano decisamente più.
Rimane una contraddizione: Grillo ha sempre detto che Vespa era il fazioso dei faziosi.
Certo. Non solo: ha sempre ripetuto che la tv generalista è morta.
Quindi…
La contraddizione è evidente. Ma nella comunicazione non c’è memoria, si può anche dire l’opposto di quello che si affermava poco prima. Grillo sa bene che la tv generalista non è affatto defunta. E allora andrà  da Vespa, magari alternando bastone e carota: parlerà  delle sue proposte e farà  qualche numero da disturbatore. Cercherà  di dimostrare che lui non è solo l’uomo della rabbia.
Vespa però è un cliente difficile. Cosa potrebbe riservargli?
Secondo me userà  molti numeri, con tabelle. Potrebbe presentargli i costi del reddito di cittadinanza, per dimostrare quanto è difficile da realizzare.
Accettando di andare come ospite, Grillo lo legittima.
Ma anche Vespa ospitandolo legittima il leader di 5 Stelle. Nessuno dei due può fare a meno dell’altro: il conduttore sa che la puntata sarà  comunque un evento, mentre Grillo ha bisogno della trasmissione per inseguire qualche punto in più.
Sta di fatto che ormai il leader di M5S ha sdoganato la tv.
Senza dubbio. Da Mentana era andato molto bene, con il 10 per cento di share. Sono convinto che tornerà  su La7, dalla Innocenzi (ad AnnoUno, ndr). E non mi sorprenderei se andasse a Rai Tre.
Nella rincorsa al voto degli anziani , Berlusconi è arrivato a promettere dentiere gratis. Ha ancora un senso?
Ce l’ha, eccome. Ormai questa è la politica delle regalie: Renzi promette gli 80 euro, Berlusconi le dentiere e Grillo vuole alzare le pensioni minime. La gente non vota più i partiti, ma i candidati, quelli più bravi sui media e che fanno promesse economiche.

Luca De Carolis

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