Maggio 10th, 2014 Riccardo Fucile
LE ECONOMIE SVILUPPATE NON FONDANO IL PROPRIO BENESSERE SULLA SVALUTAZIONE DELLA MONETA… L’USCITA DALL’EURO AVREBBE L’EFFETTO DELL’ATOMICA SUL SISTEMA ECONOMICO
Le strida gravide di superstizioni, millenarismi, oscure profezie e auto da fè compongono
l’inquietante colonna sonora dei periodi bui.
Come in fisica, anche nella psiche i vuoti non permangono e pertanto il risucchio delle certezze innesca il dilagare dell’irrazionale.
Il complotto teutonic
Accade così che il sacro furore, un tempo sfogato su untori e streghe, nell’era di Internet si riversa sull’euro e il complotto teutonico.
Non c’è discorso razionale o verità storica che tenga. Non vale ad esempio puntualizzare che i tedeschi erano contrarissimi all’ingresso dell’Italia nella moneta unica.
Romano Prodi all’epoca aveva persino annunciato che l’Italia non sarebbe stata tra i paesi fondatori.
Poi appreso che la Spagna di Josè Aznar ci avrebbe inferto un umiliazione con l’adesione della Spagna, si precipitò ad implorare un Kohl sommamente infastidito.
In pochi giorni stravolse la legge finanziaria (con eurotassa una tantum) e solo l’insistenza dei francesi forzò i partner a serrare occhi e orecchie di fronte a plateali imbrogli contabili (definiti pudicamente finanza creativa).
Il tripudio per la storica impresa fu unanime: la politica (Berlusconi , Lega e sinistra radicale inclusi) era in estasi, i giornali spandevano incenso, i contrari si contavano numerosi come i fascisti il 26 aprile 1945.
La tormentata (e immeritata) entrata nella moneta unica era stata solennemente oliata da promesse su cui Carlo Azeglio Ciampi aveva speso il proprio prestigio.
Già da allora era palese la sfida. Spesa pubblica e sistema pensionistico erano cappi da decenni. Il sistema produttivo non riusciva a competere sui mercati internazionali nei segmenti bassi (per il costo del lavoro alto e le imposte a livello scandinavo); arrancava penosamente nei beni ad alta tecnologia e servizi avanzati perchè le aziende tagliavano la ricerca per satollare l’Inps e saldare l’Irap.
Le università erano in mano a baroni dediti al reciproco azzannamento per sistemare congiunti e portaborse. Le infrastrutture cadevano a pezzi mentre burocrati e ceti protetti tiravano a campare sventolando il vessillo dei diritti (scevri da doveri).
Della giustizia, dell’energia, delle mafie nei consessi Ue si taceva come della corda in casa dell’incaprettato.
In 15 anni si è proceduto in direzione inversa e le zavorre del sistema Italia si sono appesantite, soprattutto (ma non esclusivamente) per l’insipienza della Corte dei Miracoli assemblata da Berlusconi, con Tremonti in testa.
E siccome il ridicolo è la cifra della scalcagnata Armata #noeuro (con tanto di hashtag come si conviene alla gggente), il Caimano, percependo il vento elettorale di Beppe Grillo (che ha sdoganato la boutade), vi si è prontamente installato alla testa.
Gente che ha votato impassibile tutte le leggi che implementavano la governance dell’euro, dal Fiscal compact, al pareggio di bilancio in Costituzione
Il miraggio della moneta filosofal
Del resto il debole dei politicanti per la politica monetaria è storia antica e tragica. Più sono incompetenti e infingardi più l’adorano.
Perchè fornisce un capro espiatorio (la banca centrale) quando le cose vanno male e perchè consente di evitare le scelte virtuose che spazzerebbero via clientele e interessi organizzati. Come ogni simulacro di bacchetta magica allieta i comizi, un faro da cui irradiare retorica mentre nel buio retrostante si muovono i tentacoli viscidi del Potere.
Non sono mai esistite economie sviluppate che crescono solo in virtù della politica monetaria. Non sono mai esistite economie sviluppate che hanno fondato il benessere sulla svalutazione sistematica.
La credenza che le presse della Zecca riattivino le catene di montaggio di aziende decotte o evitino le conseguenze di politiche scellerate equivale alla versione moderna della pietra filosofale.
La politica monetaria permette al massimo uno spazio temporale di manovra per affrontare i nodi strutturali e dare un impulso alla produttività , unica fonte di crescita e benessere sostenibile. La moneta costituisce lubrificante dell’attività economica, che la banca centrale dovrebbe dosare con cura.
I guai iniziano quando si scambia il lubrificante per carburante.
Infatti questa crisi è figlia di una Federal Reserve americana che da 15 anni gonfia i prezzi delle attività finanziarie con denaro a go go e poi si trova a doverne fronteggiare il crollo.
In Giappone si prova da venti anni con la droga monetaria senza ottenere risultati apprezzabili. Ultimamente la Banca del Giappone ha provocato una drastica svalutazione dello yen e il risultato più vistoso finora è stato un tonfo record della bilancia dei pagamenti.
La moneta filosofale non esiste al pari della pietra.
Per di più l’abbandono dell’euro sarebbe l’equivalente di un’atomica economica. Al mero annuncio di un referendum, preteso dal M5S (ma al momento vietato dalla Costituzione) si diffonderebbe un’ondata di panico tra i i risparmiatori con conseguente corsa agli sportelli per ritirare gli euro prima che al loro posto rimanga una carta straccia denominata lira.
Nel giro di qualche giorno il sistema bancario collasserebbe, poi toccherebbe alle aziende senza credito e infine seguirebbe tutto il resto.
Solo i milionari con i soldi all’estero riderebbero.
Senza dover ricorrere alle divertenti battute per le quali vanno famosi.
Fabio Scacciavillani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 10th, 2014 Riccardo Fucile
LA POLITICA FA SOLO CHIACCHIERE: SIAMO DIVENTATI IL FANALINO DI CODA IN EUROPA PER LA PERCENTUALE DI LAUREATI TRA I GIOVANI
Sostiene l’Unione Europea: se vogliamo entrare nella società della conoscenza entro il 2020 dovremo avere una media del 40% di laureati tra i giovani dell’Unione. Oggi ci siamo vicini: siamo al 36,8%.
Molti Paesi si sono dati obiettivi nazionali più ambiziosi. In Scandinavia si parla del 50%. L’Irlanda, che già è al 52,6%, ha come traguardo il 60% di laureati.
L’Italia, invece, si è data l’obiettivo più basso in assoluto dell’Unione: 27% di laureati tra i giovani di età compresa tra 30 e 34 anni entro il 2020.
Una soglia così piccola che, come nota De Nicolao sul sito Roars, tutti gli altri, a eccezione di Bucarest, già oggi hanno centrato.
Sostiene la Fondazione Agnelli: con un taglio del 9,4% del personale dipendente, l’università è il settore della pubblica amministrazione che ha subito la maggiore sforbiciata al personale tra il 2007 e il 2012.
Seconda solo alla scuola, che ha subito un taglio del 10,9% delle sue «risorse umane».
Ma poichè il taglio medio del personale nella pubblica amministrazione è del 5,6% e poichè tutti gli altri settori, diversi da scuola e università , hanno subito un’erosione inferiore al 5,0%, ogni dubbio è sciolto: l’Italia ha deciso di risparmiare prima e soprattutto sulla formazione dei suoi giovani.
Sostiene il Cun, il Consiglio universitario nazionale: i tagli non sono finiti.
Se continueremo ad applicare le leggi e le norme esistenti nei prossimi anni avremoun calo del 50% dei professori ordinari nelle università e un calo molto simile dei professori associati e dei ricercatori. Il sistema universitario italiano ne uscirà semplicemente devastato.
Sostiene l’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca: negli ultimi anni c’è stato un calo del 20% delle iscrizioni dei giovani all’università , con una punta del 30% nel Mezzogiorno.
Nel nostro Paese è in atto una vera e propria «fuga dall’università ».
Cinque categorie di dati proposti da cinque istituzioni indipendenti ci dicono la stessa cosa: l’università italiana è in piena emergenza. E non si tratta di un’emergenza grave, ma contingente. Si tratta di un’emergenza strategica. Di una devastazione, appunto.
Il Paese sembra aver rinunciato con sistematica determinazione a un futuro fondato sulla conoscenza.
Si tratta di una scelta in assoluta controtendenza.
I giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni con una laurea in tasca nei Paesi Ocse è del 40%. In alcuni Paesi come il Giappone, il Canada e la Russia sfiorano il 60%. In Corea sfiorano il 65%.
Per restare in Europa: in Spagna già oggi i giovani laureati sono il 40,0%, in Francia il 44,0%, in Gran Bretagna il 47,6%, in Svezia il 48,3%. E la tendenza è alla crescita.
Tutti sono convinti che il futuro sarà sostenibile solo se la gran parte della popolazione attiva avrà almeno 15/18 anni di studi alle spalle e proseguirà in un long life learning. Tutti puntano sull’università . Tutti tranne l’Italia.
La scelta di navigare controtendenza è molto discutibile: nessun analista autorevole al mondo, infatti, sostiene che il futuro appartiene all’ignoranza. Nessun analista autorevole sostiene che è possibile sfuggire al declino economico (e non solo economico) del nostro Paese con meno conoscenza relativa rispetto agli altri.
Il problema non è settoriale. Ma è, appunto, strategico.
Pietro Greco
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
MEETING ELETTORALE PER IL SINDACO CATTANEO, SOSTENITORE DELLA LOTTA ALL’AZZARDO, MA AL RISTORANTE POSTO D’ONORE ALL’AD DELLA CASA PRODUTTRICE DI SLOT
Palabianchi di Pavia, 6 maggio 2014. Alessandro Cattaneo, sindaco di Forza Italia in carica, è candidato per il
secondo mandato e presenta la sua lista.
E’ il primo cittadino più amato d’Italia e considerato il Matteo Renzi del centrodestra. Ospiti d’eccezione Giovanni Toti, consigliere politico di Silvio Berlusconi e capolista alle Europee, e Mariastella Gelmini.
Corre per il secondo mandato da consigliere anche Giovanni Demaria detto “Dema”, 44 anni, che Cattaneo presenta come “dipendente di un’azienda”.
La società in questione è la Royal Games, azienda leader nel settore di slot machine e vlt con sede proprio in citt�
Tutto bene, se non fosse che il suo amministratore delegato, Christian Bernardi, è in seconda fila al comizio di Cattaneo, proprio accanto a lui.
Non solo: una volta terminato l’appuntamento elettorale, lo troviamo al ristorante, nella sala riservata ai dirigenti locali del partito, seduto proprio a fianco di Toti e Gelmini.
Al tavolo di fronte c’è il sindaco.
Che ci sia un problema di conflitto di interessi?
Gli interessati negano, minimizzano, sfuggono.
Cattaneo si difende spiegando che la sua amministrazione ha presentato diversi provvedimenti antislot. In particolare, un incentivo di mille euro a chi decidere di togliere le macchinette dai locali.
Soldi che tuttavia, per molti gestori, sono insufficienti rispetto ai mancati introiti.
Per Demaria, poi, “il dato che Pavia sarebbe prima per numero di slot e vlt è positivo, perchè vuol dire che le macchinette sono in regola, a differenza di quanto avviene in altre città ”.
Pavia è stata ribattezzata la Las Vegas d’Italia anche dal New York Times, visto che detiene il record nazionale di numero di slot e vlt (una ogni 104 abitanti) e di spesa procapite per il gioco (3mila euro all’anno contro i 1200 di media nazionale).
Una tendenza che chi si occupa sul territorio di ludopatia, è diventata una vera e propria emergenza sociale con famiglie emotivamente in crisi, assediate dagli usurai e piegate da tentativi di suicidio.
Al problema sociale, si aggiunge il malcontento tra gli elettori di Forza Italia per la presenza di Bernardi e del “suo” candidato al comizio.
“Faccio campagna elettorale per Cattaneo — spiega un militante fuori dal Palabianchi — ma oggi non ci entro a sentirli, sto fuori. Ma che modo di fare politica è questo? C’è il candidato delle macchinette e il suo capo, il re delle slot di Pavia. E’ quello della Royal Games. Vedi, è là in seconda fila”
Franz Baraggino, Alessandro Bartolini ed Eleonora Bianchini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
IN DIFESA DELLA PROFESSIONALITA’ DEI FUNZIONARI INTERVENGONO GRASSO, BRUNETTA E FASSINA… E CALDEROLI SBOTTA: “RENZI VA QUERELATO”
Botta e risposta a distanza tra il premier Matteo Renzi e il presidente del Senato, Pietro Grasso.
Tema del ‘contendere’ le perplessità sollevate dai tecnici di palazzo Madama sul decreto Irpef e, in particolare, sulle coperture delle norme sull’Irap.
Questa mattina il presidente del Consiglio, intervenendo a La telefonata su Canale 5, ha attaccato il Servizio Studi del Senato, bollando le considerazioni dei tecnici come “false”: “Le previsioni del Senato sono tecnicamene false”, ha affermato.
“Abbiamo chiesto al Senato, e ai tecnici del Senato, alcuni sforzi. Per esempio abbiamo detto che se mettiamo un tetto agli stipendi dei manager di 240mila euro dovrebbero farlo anche al Senato. Hanno risposto? A me no”.
A stretto giro la replica di Grasso che, intervenuto già stamattina a favore delle riforme istituzionali, si schiera a difesa dell’autonomia dei suoi tecnici: “Mi faccio assolutamente garante dell’autonomia e dell’indipendenza degli uffici di Palazzo Madama”, dice il presidente del Senato e aggiunge: “In particolare del servizio del Bilancio che da 25 anni, nei confronti di tutti i governi, fornisce analisi finanziarie approfondendo con attenzione i dati che accompagnano tutti i provvedimenti legislativi, analisi che possono suscitare dibattiti sul piano tecnico e reazioni sul piano politico, ma mai accuse di falsità nè sospetti di interessi corporativi o addirittura personali”.
“L’unico faro dell’ufficio bilancio è il pieno rispetto dell’articolo 81 della nostra Costituzione”, aggiunge il presidente riferendosi alla norma che impone che qualsiasi legge finanziaria abbia idonea copertura.
E conclude: “Ricordo che il Senato è una istituzione che merita rispetto e non un carrozzone come definito da qualcuno”.
Dall’opposizione si leva la voce critica del vicepresidente del senato, il leghista Roberto Calderoli, che propone di querelare Renzi: “La misura è colma. Chiedo al presidente del Senato e all’ufficio di presidenza di Palazzo Madama di presentare formale querela nei confronti del premier Matteo Renzi, differentemente lo farò io stesso in qualità di senatore e vice presidente del Senato”
Va giù duro anche il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, che non lesina stilettate al premier, definendo la posizione assunta dal leader Pd un “fallo di reazione e di disperazione del presidente del Consiglio nei confronti del Senato della Repubblica. Con la coscienza sporca e senza scrupoli istituzionali”.
Ma critiche al premier arrivano anche dal suo stesso partito. A prendere posizione è Stefano Fassina: “Il servizio Bilancio del Senato, come il servizio corrispondente della Camera, è un’istituzione di eccellenza, elevata professionalità e indipendenza. Sono gravi i continui attacchi del presidente del Consiglio a una istituzione decisiva per l’autonomia del Parlamento”. Per Fassina quelli di Renzi “sono attacchi portati, tra l’altro – sostiene – non sulla base di elementi di merito ma in riferimento a una presunta volontà vendicativa da parte di una istituzione che, come sempre, si limita a fare professionalmente il suo lavoro”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IXE’: PD 33,2%, M5S 26,4%, FORZA ITALIA 18,2%, LEGA NORD 5,2%, NCD 5,1%, FDI 3,8%, TSIPRAS 3,7%
I recenti arresti legati all’Expo fanno tremare destra e sinistra. 
Secondo il sondaggio Ixè realizzato per Agorà , il 18 per cento degli elettori ha cambiato intenzione di voto dopo aver appreso la notizia.
Quasi un elettore su cinque.
A questo si aggiunge il 12 per cento che non sa più per quale lista votare e altrettanti che non si presenteranno ai seggi.
Il sondaggio comunque rivela che il 60 per cento dei voti è diviso tra Pd e Movimento Cinque Stelle.
Al partito di Renzi oggi andrebbe il 33,2 per cento dei consensi, mentre a quello di Beppe Grillo il 26,4.
Forza Italia continuerebbe a restare sotto la soglia del 20 per cento, attestandosi al 18,2.
Secondo il campione intervistato da Roberto Weber, la lista Tsipras non supererebbe la soglia di sbarramento, rimanendo bloccata al 3,7 per cento.
Stessa sorte per Fratelli d’Italia (3,8 per cento) e Scelta Europea (2,1 per cento).
Sale la quota degli astenuti.
Rispetto agli inizi di maggio, la quota di chi non andrà ai seggi è passata dal 24,1 al 26,2.
Tra gli attuali leader Matteo Renzi resta il più apprezzato con il 53 per cento dei consensi.
Dietro di lui Giorgio Napolitano con il 37 (in discesa rispetto al 39 per cento della rilevazione del 2 maggio).
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
CON L’EXPO SI ASSISTE AL SOLITO COPIONE: RITARDI, ACCELERAZIONI, TANGENTI
Per piacere: evitateci lo stupore scandalizzato, «chi se lo immaginava?», «non ‘avrei mai detto…». Tutto sono, gli arresti di ieri per ‘Expo 2015, tranne che una clamorosa sorpresa. Perchè, ferma restando l’innocenza di tutti fino alle sentenze, le cose stavano procedendo esattamente come era andata troppe altre volte.
Il solito copione. Recitato per i Mondiali di nuoto, le Universiadi, la World Cup di calcio, l’Anno Santo…
Anni perduti nei preliminari, discussioni infinite sui progetti, liti e ripicche sulla gestione e poi, di colpo, l’allarme: oddio, non ce la faremo mai!
Ed ecco l’affannosa accelerazione, le deroghe, il commissariamento, le scorciatoie per aggirare lacci e lacciuoli, le commesse strapagate, i costosissimi cantieri notturni non stop.
Sono sei anni, dal 31 marzo 2008, che sappiamo di dovere organizzare l’Expo 2015.
E anni che sappiamo, dopo i trionfi di Shanghai 2010 dove il nostro padiglione fece un figurone, che l’impresa è difficile se non temeraria.
Eppure solo Napolitano, all’ultimo istante, si precipitò alla grandiosa esposizione cinese per ricevere il passaggio del testimone e mettere una toppa sulle vistose assenze del nostro governo. Dopo di allora, tanti proclami, annunci, rassicurazioni…
Mentre cresceva, nonostante l’impegno generoso di tanti, la paura di non farcela.
È una maledizione, la fretta. E ci caschiamo sempre. O forse è peggio ancora: c’è anche chi scommette sui ritardi e sulla accelerazione febbrile col cuore in gola.
Quando il rischio che salti tutto fa saltare le regole che erano state fissate e i prezzi schizzano sempre più su, più su, più su
Proprio come previde nel 2010 la presidente degli architetti milanesi denunciando «perplessità in merito al rispetto delle scadenze per il completamento dei lavori, alla trasparenza delle procedure e alle modalità che saranno utilizzate per affidare gli appalti».
Già la prima di quelle gare, del resto, fu un’avvisaglia: vinse un’impresa con un ribasso enorme da 90 a 58 milioni ma l’anno dopo già batteva cassa per averne 88.
Per non dire delle infiltrazioni nei subappalti di imprese in odore di mafia: il capo della polizia Pansa, mesi fa, comunicò che 23 aziende erano state escluse.
Lo stesso sindaco Pisapia, però, spiegò d’essere sulle spine: troppi, sei mesi di analisi burocratiche, per verificare la serietà di una ditta. Tanto più se la fretta si fa angosciosa.
L’unica sorpresa, nella retata di ieri che segue il fermo un mese fa del direttore generale di Infrastrutture Lombarde Giulio Rognoni, sono i nomi di alcuni degli arrestati.
Già tirati in ballo vent’anni fa, nella stagione di Mani pulite, come se non fosse cambiato niente. Dal costruttore Enrico Maltauro all’ex pci Primo Greganti fino all’ex dicì Gianstefano Frigerio, poi candidato da Forza Italia (lifting anagrafico…) col nome d’arte di Carlo.
Ma come, direte: ancora? Ancora, accusano i magistrati.
E parlano d’«una cupola» che «condizionava gli appalti» in favore di «imprese riconducibili a tutti i partiti».
Cosa significa «tutti»? Mancano solo un paio di settimane alle elezioni europee. E un anno all’apertura dell’Expo: i dubbi su quello che è oggi il più grande investimento nazionale e rischia di trasformarsi da vetrina della speranza e del rilancio in una vetrina infangata devono essere spazzati via in fretta.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
EMERGE UN RECORD DI INDECISI E ASTENUTI: QUASI IL 50%
‘Elezioni? Elezioni di che?’. Così risponde quasi un italiano su tre: secondo un sondaggio realizzato da Ispo, il 28%
degli italiani “non è a conoscenza” delle imminenti elezioni europee.
Semplicemente, ignora il fatto.
Il dato più significativo che emerge dai sondaggi condotti sulle prossime elezioni europee non è tanto quello sulle intenzioni di voto, quanto quello sulla scarsa consapevolezza — a poche settimane dal voto — dei cittadini dell’esistenza stessa della consultazione.
A oggi, quasi un italiano su tre non sa che alla fine del mese ci recheremo a votare.
La non conoscenza è particolarmente diffusa tra chi è più lontano dalla politica, vale a dire tra coloro che dichiarano di volersi astenere a qualunque consultazione (tra costoro, la maggioranza non sa dell’esistenza della scadenza delle elezioni Europee) e tra gli indecisi.
È ragionevole pensare che una larga parte di questi soggetti finirà con l’astenersi davvero. Ma alcuni decideranno, come sempre, all’ultimo momento, sulla base della campagna elettorale.
Per questo è particolarmente interessante analizzare le caratteristiche sociali di chi non sa dell’approssimarsi delle elezioni.
In particolare, si può rilevare come siano i meno giovani — e, sia pure in misura minore, i giovanissimi — ad essere meno consapevoli.
Queste sono le categorie che normalmente si astengono in misura maggiore.
Ma, per quel che riguarda i più anziani, sono anche quelle più sensibili, di solito, alla campagna elettorale di Berlusconi.
Il quale, quindi, da questo punto di vista, avrebbe una possibilità di recupero. Specie perchè la non conoscenza della prossima elezione — e, dunque, la non risposta, per ora, ai sondaggi — è più accentuata tra casalinghe e pensionati, il classico pubblico dell’ex Cavaliere.
Per ora, tuttavia, Berlusconi ottiene un risultato molto modesto, sotto il 20% che rappresenta il suo obiettivo. Vanno molto bene, invece, il Pd e Grillo: la vera lotta sarà tra questi due.
Ma il “partito” che per ora primeggia è, come accade sempre più spesso nei sondaggi pre-elettorali, quello degli indecisi e degli astenuti, che arriva alla cifra iperbolica di quasi il 50%.
Ciò rende le previsioni di voto basate sui sondaggi un dato del tutto ipotetico.
Il risultato delle elezioni è tutto da definire.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
L’ATTACCO ALLA BOCCASSINI, I SERVIZI SOCIALI E VERONICA CHE CHIEDE 540 MILIONI
Dice di sentire «il solito tintinnare di manette alla vigilia del voto». Ma stavolta lo sente vicino per davvero.
Non solo perchè nel giro di un mese sono finiti in trappola tutti gli uomini più fidati di un tempo, da Cosentino a Scajola passando per il latitante Dell’Utri.
Il fatto è che compare anche il suo nome, Silvio Berlusconi (oltre a Previti, Letta e tanti altri), tra le pagine dell’inchiesta Expo.
E allora al «dolore» per le manette all’amico si affianca la paura tutta personale del leader di Forza Italia.
«Stanno stringendo il cerchio, puntano a revocarmi i servizi sociali, vedrete che finirò ai domiciliari se non in galera» è stato lo sfogo coi suoi tra una intervista e l’altra con le tv locali, prima di rientrare a Milano.
L’avvocato Ghedini non fa nulla per mitigare le ansie nelle ore già cupe che precedono il dday di oggi. Umore rasoterra in vista dell’ingresso alle 9,45 nell’istituto di Cesano Boscone dove Berlusconi inizierà a scontare la condanna ai servizi sociali.
Fuori, lo attenderanno centinaia di giornalisti e telecamere, dalle tv giapponesi a quelle americane. Lui arriverà con la scorta, ma gli agenti dovranno attendere fuori.
«Porterò una sorpresa » continua a ripetere l’ex Cavaliere. A quanto pare un nuovo protocollo di cure per l’Alzhaimer messo a punto al San Raffaele.
Le prime quattro ore tra le mura dell’istituto le trascorrerà da osservatore, a fianco della responsabile Giuliana Mura e dell’educatrice Maria Giovanna Sembiase.
Non poteva esserci vigilia peggiore, segnata dal fulmine dell’arresto di Scajola, solo in parte mitigato dal sollievo per non averlo candidato alle Europee.
Berlusconi giura che non ne sapeva nulla dell’inchiesta della Dia calabrese. «Avevamo deciso di non candidarlo perchè un sondaggio ci aveva detto che il partito avrebbe perso voti» racconta apprendendo la notizia in diretta a Radio Capital.
È da quegli stessi microfoni che si lancia all’attacco di Ilda Boccassini a proposito del processo Ruby: «Aveva delle motivazioni dentro di lei molto forti, da tempo, per interrogare chiunque avesse potuto farmi del male. Tutto quel processo è una farsa, indirizzato a colpire la mia immagine in Italia e all’estero, fa parte di quella tempesta perfetta realizzata nel 2011 e che ha portato al colpo di Stato con le dimissioni del mio governo ». Insomma, «per quello che ho subito dovrei essere fatto santo».
Concetti che ribadirà nella lettera web ai sostenitori del partito, invitati ad aiutare finanziariamente Forza Italia («Mi impediscono di farlo»).
Rincara le accuse: «Mi hanno aggredito con 57 processi, hanno infangato la mia immagine con una sentenza impossibile, attentando alla mia libertà ».
Con i duecento ragazzi del movimento «Azzurra libertà » dei fratelli Zappacosta (sponsor Daniela Santanchè) incontrati e arringati mercoledì sera nella sede del partito, se l’è cavata con una battuta amara, quando lo hanno invitato a tornare a casa di corsa entro le 23, come prevede il dispositivo del Tribunale: «Non preoccupatevi, tanto mi arrestano in diretta».
Era finito un lungo comizio in cui tra l’altro ha smantellato su due piedi il mito dei club alimentato per mesi: «Bisogna chiamarli comunità , la gente altrimenti non ci capisce».
Le preoccupazioni politiche sono altre però in questo momento.
Il timore diffuso nel quartier generale forzista è che le ultime vicende giudiziarie avranno ricadute sulla tenuta alle urne, a beneficio di Grillo.
Già l’ultimo sondaggio Euromedia consegnato ieri da Alessandra Ghisleri registra il M5S in testa nelle circoscrizioni Sud e Isole e al 25 nazionale (Fi al 20,9 e il Pd al 31,4). Come se non bastasse, ecco l’ultima tegola su Berlusconi rivelata dall’ Espresso: la “ex” Veronica avrebbe chiesto attraverso i legali 540 milioni per chiudere la battaglia giudiziaria. Lui ha respinto: «Enormità ».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PREOCCUPAZIONE CHE LE VICENDE GIUDIZIARIE SI RIPERCUOTANO SUL VOTO EUROPEO
A Montecitorio la notizia della «retata» piomba in un giovedì mattina altrimenti sonnacchioso e ha l’effetto di una
scarica elettrica.
Anche perchè gli arresti dell’Expo arrivano in coincidenza con le immagini, altrettanto clamorose, di Claudio Scajola portato via dagli uomini dell’antimafia.
Non si parla d’altro in Transatlantico e nelle code di deputati con il trolley che si affrettano verso l’uscita.
Di spalle, un giovane forzista al collega del Pd: «È un’offensiva. Cosentino, Scajola, Dell’Utri. Luigi Grillo. Tutti quelli che non sono più parlamentari finiscono in manette ».
Il democratico scuote la testa: «Questi qua stanno facendo la campagna elettorale a Grillo».
Il problema infatti non è soltanto l’inchiesta e il terrore che possa allargarsi ancora, coinvolgendo livelli più alti.
Il problema a questo punto sono le conseguenze sul voto delle Europee.
«Rischia di essere un altro colpo alla politica tradizionale – riflette il renziano Matteo Richetti – questa roba non fa bene».
E pensare che Renzi, appena quattro giorni fa, aveva confidato di voler organizzare a Milano, proprio per celebrare l’Expo, la festa nazionale del Pd.
Anche Gaetano Quagliariello, coordinatore del Nuovo centrodestra, non è affatto tranquillo: «La cosa è preoccupante. Potrebbe essere il grimaldello per scardinare tutto».
Si parla del possibile successo del Movimento 5 stelle, ovviamente.
Lo spettro che mette i brividi è quello del sorpasso. Una cosa impensabile fino a pochi giorni, con i grillini quotati dieci punti dietro il Pd.
Ma nei capannelli del centrosinistra il fantasma prende corpo sulla scorta di un sondaggio che porterebbe i pentastellati al 28,5 per cento. A un passo dal primo partito.
La Velina rossa, agenzia che dà voce alla pancia profonda della sinistra, ieri invitava non a caso a «non minimizzare l’avanzata di Grillo».
Ugo Sposetti, senatore dem con una lunga militanza nell’organizzazione, è preoccupato: «Mi auguro che il rischio del pareggio non ci sia. Ma sento in giro una strana aria, la stessa che sentivamo noi nel 1976. Allora il Pci andava fortissimo tra i giovani, come oggi il M5S, e alle elezioni infatti quella spinta ci portò al più grande successo: il 34 per cento».
Se così fosse, il terremoto Cinque stelle travolgerebbe tutto.
Alessandra Ghisleri, la sondaggista di fiducia di Berlusconi, ammette che il peso delle inchieste Expo e Scajola sulla campagna elettorale al momento è imponderabile. «Di sicuro, da domani, cambia tutto. I vecchi dati non servono più. È un’altra storia».
In questo mare incognito, chi ha vissuto la prima ondata di arresti eccellenti, quella di Tangentopoli, non può fare a meno di notare le coincidenze: «Sono esterrefatto – osserva Fabrizio Cicchitto, rigirandosi tra le mani i lanci di agenzia che parlano di Frigerio e Greganti – che ritornino questi nomi. Possibile che continuino, dopo tanti anni, a fare queste cose?».
Il fatto che, nello stesso giorno, siano stati pizzicati sia Luigi Grillo che Claudio Scajola, seppur in inchieste diverse, per l’ex forzista Cicchitto costituisce un elemento in più di riflessione.
«Il mondo di Forza Italia in Liguria era diviso tra Grillo e Scajola». Una classe dirigente, seppur in disarmo, viene spazzata via.
«Bisogna capire – prosegue la mente politica dell’Ncd – se ci sono state forzature. Ancora è presto per dirlo. Certo la tempistica è sconcertante: potevano arrestarli un mese fa o tra due mesi? Perchè proprio ora in campagna elettorale? E perchè questi arresti fatti con il bilancino tra Pd e Forza Italia? Sembra un contributo alla destabilizzazione ».
Gli interrogativi di Cicchitto, benchè Renzi abbia imposto una linea di distacco, sono gli stessi che si sentono tra i deputati Pd in fila con i trolley.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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