Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEL QUARTIERE DEL RAGAZZO UCCISO DA UN CARABINIERE… IL VOLONTARIO: “PARTE DI QUESTE STRADE E’ TERRA DI NESSUNO E DEI SOLITI NOTI, DOVE LO STATO HA RINUNCIATO AD ENTRARE”
«Devi fare il servizio?» Alla risposta negativa l’uomo con cappellino da baseball e pitbull d’ordinanza al guinzaglio replica con una via di mezzo tra la domanda e l’affermazione. «Ah, allora hai già fatto».
Davide Bifolco è morto a trenta metri da uno slargo tra i palazzi grigi di via Catone che è una delle sette piazze di droga del rione.
Lo spacciatore fa l’offerta avvicinandosi al finestrino dell’auto in movimento che per forza deve rallentare in mezzo a strade che sembrano budelli.
Il suo sguardo rivela un misto di curiosità e stupore. Qui un forestiero può solo comprare droga, non c’è altra ragione per la sua presenza. Gli indirizzi li conoscono tutti, nessuno si nasconde. Tutto avviene all’aria aperta, mentre mamme con passeggino e pensionati camminano sui marciapiede di fronte.
Il rione Traiano
Alla fine le facce feroci dei ragazzi e le loro parole di rivolta producono l’anta di un mobile in finto legno chiaro appoggiata a terra per nascondere le macchie di sangue, sul quale sono appiccicati con lo scotch un mazzo di gigli bianchi e la foto di Marek Hamsik, il centrocampista del Napoli.
Nient’altro, di più non si può. A rione Traiano la democrazia è un concetto piuttosto etereo.
«Ci hanno detto che non possiamo farlo» spiega Michele Guarracino, che ha diciassette anni, era un amico, e abita alle «case degli sfollati», così si chiama il blocco verso il quale stava fuggendo Davide, perchè all’inizio degli anni Settanta ci misero dentro i rifugiati politici libici in fuga dal colpo di Stato del colonnello Gheddafi.
La rabbia non deve intralciare gli affari, le barricate e i roghi attirerebbero gli «sbirri» come mosche sul miele, si metterebbero di traverso anche all’unica vera attività produttiva della zona.
Rabbia e frustrazione
C’è sempre qualcuno che decide, a rione Traiano, che dispone della rabbia e della frustrazione altrui come fosse proprietà privata.
Inutile chiedere a Michele il nome e il cognome di quelli che hanno ordinato che non si può. Li conoscono tutti e si fanno anche riconoscere.
Uno di loro, un certo Massimo, sulla cinquantina, capelli bianchi ben curati, distribuisce perle di saggezza, buon senso e vittimismo a taccuini e microfoni, conditi con un aspetto elegante, mocassini da vela e polo firmata.
È un ex tossicodipendente salito di grado, che rifornisce le piazze di clienti e di materia prima quando finisce.
Anche lui, come gli altri rimasti nel rione, conta poco. I capi veri, i camorristi delle famiglie Puccinelli-Perrilla che si contendono in un’eterna faida con i Grimaldi di Soccavo il controllo della più grande centrale di spaccio d’eroina di Napoli e forse d’Europa, vivono lontano da questa periferia non distante dal centro della città .
Un posto dove hai torto anche quando hai ragione
«Qui non c’è niente. Questo è un posto dove hai torto anche quando hai ragione». All’ingresso c’è la statua della Madonna, subito dopo un tavolo da biliardo e una stanza dove si gioca a carte.
Dall’altra parte di corso Traiano c’è il circolo Aldo Moro dell’associazione Maria Santissima dell’Arco.
Carmine Garnieri lo aprì nel 1969, ne è il presidente, ancora oggi che ha 84 anni. «Volevo tirare via i ragazzi dalla strada». Lui era qui fin dall’inizio. Lavorava come impiegato all’università quando alla fine degli anni Cinquanta cominciarono a costruire le piccole palazzine in mattoni rossi, che dovevano dare un tetto a chi non ce l’aveva più per i bombardamenti in tempo di guerra e viveva nella baraccopoli di via Marina.
Doveva essere la prima periferia moderna d’Italia
Ogni fallimento urbano nasce dalle buone intenzioni, e questo non fa eccezione. I migliori architetti napoletani disegnarono e progettarono aree verdi e collegamenti urbani, doveva essere la prima periferia moderna d’Italia.
Fecero le case, sempre più alte, si dimenticarono del resto.
Sui giornali di inizio anni Settanta la parola «ghetto» veniva già accostata a rione Traiano. La strada con il nome dell’imperatore romano divide il quartiere in due. Davide ha avuto sfortuna.
Il motorino scendeva da via Cinthia, che è Traiano inferiore, la zona che confina con Fuorigrotta e un commissariato poco distante.
Ogni tanto, non molto spesso, una volante si affaccia a dare un’occhiata, come accaduto la scorsa notte. Traiano superiore è invece terra di nessuno e di soliti noti, dove lo Stato risulta non pervenuto, non si impegna neppure ma getta la spugna senza troppa dignità .
Dentro queste vie strette a comandare sono quelli come il distinto Massimo la «mazzamma» della camorra, i pesci di poco valore che si acquistano al mercato.
Promesse e delusioni
Il nonno di Davide si chiamava Tommaso, vendeva gli stracci al mercato ed era socio del circolo a suo tempo dedicato alla memoria di Moro.
I suoi avventori sono di una certa età , nessun ragazzo, poche persone sotto la quarantina. Era nato come un presidio, sembra un rifugio. Garnieri si ricorda ancora di quando al posto di via Cinthia c’era un fiume. Alle pareti ci sono le sue foto con i politici in visita, nelle più recenti si riconoscono Paolo Cirino Pomicino e Antonio Di Pietro.
«Quante promesse, quante delusioni, quanto abbandono». Accanto al circolo di viale Traiano c’è un recinto di lamiere che delimita un cantiere abbandonato che contiene uno scheletro in cemento armato alto dieci metri.
Sono i resti della stazione Cumana, mai portata a termine. «Se ci fossero le strutture, se ci fosse qualcosa, forse questi ragazzi potremmo salvarli».
Nell’uso del condizionale c’è già l’ammissione di una sconfitta, il segno di una resa.
Vista da rione Traiano, come è lontana l’Europa.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
NON ESISTONO PIU’ NE GUARDIE, NE’ LADRI: OLTRE LA DINAMICA DEI FATTI IL PROBLEMA DI NAPOLI E’ PIU’ COMPLESSO
Un inseguimento che finisce in tragedia. Non esistono più nè guardie, nè ladri. Nè bene nè male. Tutto è
assai complesso, difficile non solo da comprendere ma anche e soprattutto da raccontare.
Quando accadono tragedie come questa, si tende a focalizzarsi sulla dinamica. Anche il sindaco De Magistris, nel primo messaggio di cordoglio per la morte di Davide Bifolco, ha assicurato che in breve tempo si sarebbe fatta chiarezza.
Ecco, questa è Napoli (e questa è l’Italia), un luogo in cui l’etichetta è rispettata, in cui tutto verrà fatto (almeno così assicurano) secondo le procedure, ma poi nulla viene realmente chiarito
Tre persone su uno scooter, (a Napoli è la prassi) di cui una latitante e una con precedenti (questo ovviamente è stato appurato poi), che non si fermano all’alt della pattuglia dei carabinieri.
C’è chi giurerà che non potevano le forze dell’ordine lasciar correre quell’infrazione. Che bisogno c’era però di sparare? Nessuno, e infatti il carabiniere ha dichiarato che il colpo gli è partito per sbaglio. Per sbaglio?
È dagli anni ’70 che si usa l’espressione “colpo accidentale”, comunicazione che non fa altro che generare diffidenza verso chi la pronuncia.
Non bisogna aver maneggiato la Beretta Mod 92 semiautomatica e conoscerne il peso di quasi un chilo con proiettili 9 millimetri, per capire che un colpo accidentale può partire (cosa che accade raramente) se l’arma cade o se impugnandola senza sicura e con il colpo in canna il dito nello sforzo della corsa fa scattare il grilletto: ma in quel caso è difficile che il proiettile vada a segno.
Nulla di tutto questo, a quanto sembra. E quindi bisognerebbe smettere di usare l’espressione accidentale e iniziare a chiedere solo silenzio e attesa delle indagini.
Ma questi discorsi, che occupano pagine e pagine di carta e del web e che coinvolgeranno molti italiani indignati per l’ennesimo morto bambino, questi discorsi “belli, tondi e ragionevoli”, non restituiscono affatto la realtà di Napoli.
Questi discorsi restano in superficie. E nascondono un tema molto più importante, un tema che non è più possibile ignorare eppure viene costantemente, quotidianamente ignorato: Napoli è una città in guerra.
Ad agosto del 2013 il conducente di una Smart inseguì e investì, uccidendoli, due presunti rapinatori (presunti perchè non c’è alcuna evidenza che la rapina sia realmente avvenuta), oggi è una pattuglia dei carabinieri a ingaggiare un inseguimento per bloccare uno scooter “sospetto”, come è stato definito il motorino che guidava Davide
Potremo scoprire (forse) le dinamiche di questa ennesima tragedia annunciata, ma i cittadini continueranno ad avere paura, le forze dell’ordine a essere tesissime e il territorio a essere attraversato da un’assenza totale di regole.
Qualcuno dovrebbe domandarsi: cosa significa essere un cittadino al Rione Traiano? Cosa significa essere un carabiniere al Rione Traiano? Chiedetelo pure a loro.
Rione Traiano, anello fondamentale per il traffico di coca. Rione dove manca quasi completamente ogni genere di servizi, dove la fermata della Cumana fa paura anche a mezzogiorno.
Era il regno di Nunzio Perrella, capo di una delle famiglie di narcotrafficanti più note, il clan Puccinelli.
Ora è entrato in crisi, lasciando però a comandare sul territorio i propri eredi, ma il territorio è un budello conteso tra le famiglie di Soccavo, i Grimaldi, e quelle di Miano ossia i mille rivoli dei Lo Russo e i dissidenti dei Zaza di Fuorigrotta e tutti i gruppi che sanno che basta una partita di coca da appena 1 chilo (guadagno circa 210milaeuro) per assicurarsi decine e decine di stipendi di disperati e ambiziosi ragazzini da affiliare.
Un coacervo incredibile di interessi che ha reso questo quartiere sempre difficilissimo da vivere.
Rione Traiano è terra di faide da sempre: nel 2012 fu gambizzata Maria Ivone, figlia di un boss e fu ferita anche una donna incensurata.
Nel luglio scorso, in pieno pomeriggio, due ragazzini di 17 e 18 anni sono stati feriti alla mano e alla spalla. Stiamo parlando di un luogo che aveva creato un polo criminale rivale all’Alleanza di Secondigliano, la cosiddetta “Nuova Mafia Flegrea” che si è dissolta in faide interne e arresti, generando guerre su guerre: ce n’è stata persino una tra i Rioni Traiano “di sopra” e “di sotto”.
Immaginate la tensione che si vive in un territorio come questo?
Qui ogni leggerezza ti condanna a morte, un’amicizia sbagliata ti segna per sempre, persino camminare a fianco a chi in quel momento è nel mirino può essere fatale. Davide Bifolco è morto a 17 anni per aver commesso una serie di leggerezze, era alla guida di un motorino su cui viaggiavano in tre, non si è fermato all’alt per paura perchè non aveva assicurazione e patentino, era insieme a due ragazzi non incensurati, ma a Davide non è stata data una seconda possibilità .
Questo accade dove c’è guerra perenne, non ti va bene mai, non esistono seconde possibilità . Un errore ti marchia a vita o ti uccide.
Sono tantissimi gli adolescenti che vivono di illegalità , sono tantissimi gli adolescenti che prima di diventare maggiorenni hanno già la vita rovinata.
“Je so’ nato e so’ cresciuto ind’a nu quartiere addò o arruobbi o spacci o te faje na pera” (sono nato in un quartiere dove o rubi o spacci o ti fai una pera di eroina) cantava Raiz negli anni ’90 oggi ad esser cambiato è nulla o quasi.
Quando le loro storie arrivano nei salotti buoni della città ci si commuove, ci si indigna, ma alla fine è lo sdegno di un momento, solo apparenza.
La città non reagisce. Tutto sembra essere sempre in balia di polizie e giudici, nulla di quello che avviene sembra sfuggire al tanfo della corruzione e dello scambio.
Questa era ed è oggi, ancora di più, Napoli.
Questo è il clima in cui si vive, questo è un territorio dove tutto diventa impossibile.
E dove il diritto non esiste, vince il più forte e dove vince il più forte, c’è guerra. Quando viene esploso un proiettile, che sia esecuzione, che sia errore o che sia necessità militare (e in questo caso non ve n’era alcuna), è importante ricostruire le dinamiche e accertare le colpe.
Ma concentrare tutte le discussioni, le dichiarazioni e le energie solo su questo, non è altro che lo strenuo tentativo di chiudere gli occhi di fronte a una realtà che fa paura e che non si vuole vedere.
Adesso anche l’Italia ha la sua Ferguson, anzi peggio, perchè in questo caso non c’era stata nemmeno una ipotesi di rapina.
Questa è Napoli, terra di guerra. Questo è il Sud.
E rende ancora più grave ciò che è accaduto solo qualche settimana fa quando il primo ministro Renzi è stato in Campania e non ha posto alcun accento sulla centralità del contrasto alla camorra, e quando è stato in Calabria alla ‘ndrangheta, in una sorta di timore che parlare di questi problemi spenga la voglia di rinascita.
Ma di quale rinascita parliamo se l’economia più significativa nel nostro Paese è quella criminale e gli imprenditori che non si piegano sono abbandonati?
Sta affondando l’Italia, a stento respira. E affonda come sempre da Sud.
Il pianto della famiglia di Davide ci parla di un male antico, di un male terribile.
Non solo il dolore, quello reale, per la perdita di un figlio, di un fratello, di un amico, ma la necessità di doverlo mettere in scena come unico strumento rimasto per attirare attenzione e quindi per chiedere giustizia.
Le sedie in strada, tutta la famiglia che fa dichiarazioni: il dolore nella mia terra non è mai privato.
È pubblico e rumoroso, vuole invadere, celebrarsi, teme di essere sottovalutato, ignorato, isolato.
È un dolore costretto alla teatralità per provare ad essere accolto.
E senta il governo intero, il peso delle parole di una ragazzina: «La camorra non avrebbe mai ucciso un ragazzo di 16 anni lo Stato sì».
Frase ingenua, falsa, ma difficile da sopportare. Questo dice la cugina stravolta di Davide. Lei non sa che la camorra ha ucciso e uccide non solo sedicenni, ma ragazzi e bambini ancora più piccoli.
Questa sua ingenuità mostra la necessità di parlare della camorra e che anzi è proprio il silenzio che porta a fraintendimenti di questo genere.
I clan ne sono felici. «La camorra ci protegge lo Stato no» ripetono a Rione Traiano. «Le mafie fanno il loro lavoro, mentre voi istituzioni, voi pubbliche persone mentite, rubate, oltraggiate. Voi, i veri criminali, camorra, mafia, ‘ndrangheta, infondo, sono palesi nel loro essere fuori legge, sono oneste in questo».
Ecco cosa drammaticamente leggo in decine di blog, in migliaia di commenti.
La tragedia è accorgersene solo quando muore un ragazzino ucciso da un carabiniere. È sempre stato così: c’è bisogno di sangue per ricordare che dall’inferno a Napoli non si è mai usciti.
Roberto Saviano
(da “la Repubblica“)
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Settembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL GIOVANE UCCISO A NAPOLI AVEVA 16 ANNI, IL CARABINIERE 22
Il ragazzo ammazzato a Napoli aveva sedici anni. Il carabiniere che lo ha ucciso, ventidue. Meno di quarant’anni in due.
Cosa ci facevano su una strada della periferia di Napoli alle tre del mattino?
Il ragazzo ammazzato era fino a prova contraria un bravo ragazzo, ma girava in compagnia di un ladruncolo con precedenti penali e di un latitante evaso dai domiciliari: in tre su uno scooter senza assicurazione nè patentino.
Prima di accusarlo di cattive frequentazioni, bisogna domandarsi se il contesto in cui era cresciuto gli avesse offerto la possibilità di scegliersene di migliori.
Di bravate a sedici anni ne abbiamo combinate tutti: ma nelle nostre cattive compagnie era statisticamente più difficile incontrare latitanti che accelerassero ai posti di blocco.
Anche il carabiniere omicida è fino a prova contraria un ragazzo perbene, ma lo hanno spedito a presidiare un quartiere che ogni notte ospita regolamenti di conti tra bande rivali.
È probabile che davanti allo scooter in fuga abbia perso il controllo di sè: la paura e l’inesperienza gli hanno armato la mano provvista di pistola da cui al termine dell’inseguimento è partito il colpo: «accidentale» quanto chirurgico nel colpire al cuore.
Dovrà pagare per ciò che ha fatto. Però dovrà riflettere anche chi lo ha mandato allo sbaraglio, a un’età in cui non si ha ancora l’equilibrio per gestire un simile carico di tensione.
Da sempre in prima linea vanno i più giovani e inadeguati.
Ma il fatto che accada da sempre non significa che debba accadere per sempre.
Che un ragazzo possa uccidere, e un altro possa morire, solo perchè si trovano in un posto dove non dovrebbero stare.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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