Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
MENO DEL 10% DEGLI ISCRITTI AVRA’ UN’OPPORTUNITA’
In Veneto cercano un «esperto» contabile rigorosamente a partita Iva.
Ricapitoliamo: un esperto (professionista), in regime di consulenza, che sia anche disoccupato e abbia al massimo 29 anni.
In Campania vanno per la maggiore gli operatori di call center con contratto di collaborazione. Parasubordinati con i soldi comunitari per ricordarci delle ultime offerte degli operatori di telefonia mobile.
Per il Piemonte vengono segnalati diversi avvisi relativi al settore delle pulizie, mentre in Lombardia (tra i profili meno qualificati) spuntano diversi addetti al reparto ortofrutta con contratto a tempo determinato.
E poi ci sono i tirocini – perchè il programma dello Youth Guarantee prevede anche la possibilità di opportunità formative – come quello da levigatore di legnami (Veneto), estetista (Piemonte), receptionist (Sicilia), commesso di banco (Lazio), barista (sempre Sicilia).
Così con lo stage s’impara a fare il caffè, forse anche la granita.
A quattro mesi dal lancio del portale governativo Garanzia Giovani le registrazioni sono oltre 169 mila – secondo l’ultimo dato diffuso dal ministero del Lavoro – su un totale (presunto) di oltre due milioni di inattivi.
A conti fatti meno del dieci per cento della platea che s’intende raggiungere e con una progressione decrescente delle iscrizioni nelle ultime settimane.
Si dirà : bene, forse stiamo sovrastimando la disoccupazione giovanile contabilizzata dall’Istat al 43,7% .
Tuttavia sul portale governativo finora campeggiano circa 13 mila opportunità formative/professionali.
Così a conti fatti solo uno su tredici potrà avere una chance, fosse anche un tirocinio in un centro estetico, quando il modello originario Youth Guarantee (di estrazione nordica) finanziato da Bruxelles con un assegno da 1,5 miliardi di euro impone che a tutti i candidati venga offerta un’opportunità entro quattro mesi dalla data di registrazione.
Il caso vuole gli stessi dalla nascita del portale avvenuta il primo maggio scorso.
Il quadro si colora poi di un altro dato interessante: secondo i ricercatori di Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi di diritto del lavoro, oltre il 90% delle offerte di Garanzia Giovani sarebbero già state pubblicate dal portale del ministero del Welfare Cliclavoro e dai siti delle agenzie interinali, tra le quali Adecco, Gi Group, Randstad, Obiettivo Lavoro, Kelly Services, Tempor, Infogroup.
L’avrebbero riscontrato attraverso un lavoro certosino fatto di verifiche con le agenzie private che effettivamente avrebbero confermato l’esistenza di selezioni aperte per alcuni profili, esattamente identici a quelli che campeggiano su Garanzia Giovani. Finalmente la riuscita sinergia pubblico/privato auspicata anche dal Jobs act in gestazione alle Camere?
Non proprio, visto che i centri per l’impiego finora hanno chiamato per un primo colloquio di orientamento circa 23 mila candidati, cioè un settimo degli iscritti.
E la scadenza dei quattro mesi (dal giorno del colloquio, come richiesto dal governo) incombe alla finestra per tutti i candidati con il rischio che il telefono taccia.
Per il giuslavorista Michele Tiraboschi è «la conferma del mancato coinvolgimento delle aziende che non hanno previsto alcun piano di inserimento dei giovani nonostante gli incentivi comunitari».
Oppure è solo colpa della crisi che impedisce di guardare al di là del proprio naso?
Fabio Savelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN TUTTA EUROPA I FONDI VENGONO FALCIDIATI… I GIOVANI SONO COSTRETTI A EMIGRARE PORTANDOSI DIETRO I CONTRIBUTI EUROPEI LORO ASSEGNATI… IL 19 OTTOBRE LA PROTESTA IN FRANCIA
Il 19 ottobre gli universitari francesi raggiungeranno Parigi in bicicletta, ma quella data è diventata un giorno
di protesta continentale per lottare contro il taglio drastico dei fondi. Abbiamo raccolto le storie di italiani, spagnoli, tedeschi e altri per scoprire lo stato di abbandono e decadenza degli atenei.
Giardinieri pagati con i soldi della ricerca.
Roma, agosto inoltrato, il malumore è palpabile all’Istituto dei sistemi complessi: “Ci hanno tolto 20mila euro per pagare la manutenzione dei giardini della sede distaccata del Cnr a Monte Libretti”, spiegano nei corridoi semi-deserti.
Benvenuti nell’anno anno zero della ricerca. Via i cervelli, via i fondi e il potenziale.
L’Italia e il sud Europa sono contribuenti netti di scienza: danno più di quanto ricevono.
La via del salasso porta a Nord, verso i Paesi “virtuosi”.
Dal 2008 le università e i laboratori italiani hanno perso il 18,7 per cento dei finanziamenti statali, il 100 per cento dei fondi per la ricerca di base e il 90 per cento dei reclutamenti (meno 10 mila ricercatori).
Altrove non è andata meglio: Spagna, Portogallo, Grecia e Francia affrontano tagli spaventosi (ne trovate una sintesi a pagina 6  ).
Al contrario, Paesi come Germania, Olanda e Inghilterra hanno retto l’urto della crisi, e non sempre per meriti propri, anzi, ai cervelli migranti si sono affiancati i fondi europei vinti dai ricercatori in rotta verso il Nord.
Il drenaggio è nei numeri, lento, inesorabile e in atto da almeno una decade.
A parte gli scienziati, nessuno sembra accorgersene, e il motivo è semplice: tutto è in uno stato di coma vigile, le risorse che ci sono bastano solo a mantenere in piedi la struttura, e nulla più, mentre pezzo dopo pezzo il crollo della spesa e la fuga di ricercatori, dottorandi e post-doc ne mina le fondamenta, compromettendone il futuro.
In Italia, secondo l’Associazione dei dottori di ricerca, dei 15.300 assegnisti attivi nel 2013, il 96,6 per cento non continuerà a fare ricerca.
Il 19 ottobre, migliaia di ricercatori lanceranno l’ultimo mayday della scienza.
A Parigi arriveranno in bicicletta da tutto il Paese (Sciences en marche), in Italia mostreranno in aula all’inizio di ogni lezione i dati catastrofici sullo stato di salute della ricerca raccolti dalla rivista Roars.
Altrove le forme si stanno studiando, ma si annunciano proteste clamorose e l’obiettivo è lo stesso per tutti: “O si inverte la rotta, o si muore”.
Un salasso continuo
Smettere di tagliare sarebbe il primo passo.
In cinque anni, la riduzione di fondi, assegni di ricerca e programmi di reclutamento oscilla dal 41 per cento della Spagna al 50 per cento della Grecia, mentre una brutale revisione dei criteri di valutazione (appaltata ad istituzioni europee) rischia di tagliare fuori dal finanziamento pubblico metà delle unità di ricerca portoghesi.
Allargando lo sguardo non va meglio. In Francia nel 2014 poco meno di un decimo dei progetti presentati all’Agenzia nazionale della ricerca verrà finanziato.
Eppure si tratta della principale forma di sovvenzione dei laboratori, visto che l’80 per cento del finanziamento statale è servito a pagare i salari dei ricercatori (pari a 2 miliardi di euro).
“Per triplicare i fondi per la ricerca basterebbe trovare 600 milioni, il bilancio annuale della squadra di calcio del Paris Saint-Germain”, hanno attaccato i ricercatori in una lettera al quotidiano Liberation. Secondo l’Ocse, nel 2012, fatta eccezione per Germania, Svezia, Danimarca e Finlandia, l’Europa ha fatto registrare una spesa per ricerca e sviluppo inferiore al 3 per cento del Pil fissato come obiettivo dal Trattato di Lisbona (2007).
L’Italia ha destinato solo l’1,3 per cento della ricchezza nazionale ed è 32esima (su 37) nella classifica Ocse nella spesa per università . I tagli imposti dall’austerità fiscale non impattano sulla bravura degli scienziati, semplicemente li costringono a emigrare.
A differenza di cinquant’anni fa, però, non portano con sè valigie di cartone, ma fondi europei per milioni di euro.
Per dare l’Idea, a gennaio sorso l’European research council (Erc) ha assegnato 312 Consolidator Grants, fondi di ricerca attribuiti a scienziati con una discreta esperienza accademica e dagli importi molto alti: si arriva fino a 2,75 milioni di euro (per un totale di 575 milioni). Gli italiani ne hanno vinti 46, due in meno della Germania primatista (Francia e Inghilterra sono molto indietro).
Un risultato straordinario che testimonia l’enorme potenziale della ricerca italiana.
Peccato però che solo 20 arriveranno nel nostro Paese, gli altri voleranno via: 50 milioni (più i circa 500.000 euro a testa che è costata la loro formazione) che regaleremo alle università che hanno accolto i ricercatori italiani a braccia aperte.
Succede così che l’Inghilterra, che ne ha vinti molti meno di noi, grazie all’esodo dal basso realizza il punteggio migliore (62), la Germania tiene botta e la Svizzera raddoppia.
L’Italia? Solo uno dei premi è stato vinto da un ricercatore di stanza all’estero, che (presumibilmente) rientrerà in patria.
La fuga accomuna tutti i Paesi del sud dell’Europa , e si ripete, anche se con minor intensità , nelle altre due categorie di fondi Erc: gli advanced e gli starting.
L’unico fondo in citta’
“Eppure questi sono gli unici fondi con cui si fa ricerca in Italia — spiega Mauro Nisòli, docente del dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano — se non ne avessimo vinti tre negli ultimi anni saremmo rimasti fermi.
Così si vive alla giornata: non è possibile fare progetti a lungo raggio, chiamare qualcuno dall’estero o stabilizzare un ricercatore, perchè non c’è alcuna garanzia che ne vincerai altri in futuro”. Il sistema funziona così: fatti cento i fondi per università e ricerca, 90 arrivano dallo Stato e dieci dall’Europa. I primi coprono la gestione ordinaria, i secondi la ricerca avanzata. Sulla carta ci sarebbero anche i fondi per la ricerca di base.
Che fine hanno fatto? Spariti nel nulla. Dal 20009 al 2012 la prima sforbiciata (70 per cento) poi il taglio netto.
Non che prima si navigasse nell’oro: due anni fa tra Firb (ricerca di base) e Prin (Progetti di interesse nazionale) si è arrivati a 69 milioni di euro (erano 196 nel 2009).
Dovevano essere sostituiti dai Sir (Scientific indipendence of young researchers): nuovi fondi e una dotazione di 47 milioni di euro.
L’acronimo è cambiato ma i soldi non sono mai arrivati. Perchè? Il bando pubblicato a gennaio scorso dal Miur prevedeva una commissione con due membri scelti da una rosa di nomi fornita dal Consiglio europeo per la ricerca (Erc), che però non è mai arrivata.
Davanti ai ricercatori inferociti il ministero ha provato a dare la colpa all’ente europeo ma quest’ultimo ha fatto presente alle autorità italiane che non era possibile fornire la rosa di nominativi e diffondere le informazioni dei propri commissari per motivi di privacy.
In pratica, il più importante (e unico) bando per fare ricerca in Italia è stato redatto senza verificare prima la disponibilità dei giurati.
Risultato? Sognando la Apple di Cupertino “A tutt’oggi — spiega Luisa Maria Paternicò, ricercatrice all’Università degli Studi internazionali — è tutto fermo, e probabilmente si slitterà di un anno. Spero non fosse questo l’intento perchè altrimenti ci sarebbe da emigrare all’istante. Oltretutto, a differenza di quelli europei, questi bandi hanno un limite anagrafico, non accademico: a 40 anni e un giorno sei fuori da tutti i giochi”.
All’indomani del primo bando, l’allora ministro Maria Chiara Carrozza ne promise un altro per gli over 40, poi naufragato per la caduta del governo Letta. Ma il vuoto non è stato riempito.
Il nuovo ministro Stefania Giannini si è limitata a promettere l’assunzione di “seimila ricercatori l’anno per almeno quattro anni”. Costo? 864 milioni di euro, che il governo non ha. E se gli uffici di viale Trastevere non si inventano qualcosa, dal 2015 scatterà un ulteriore limatura di 170 milioni del disastroso piano di tagli lineari varato a suo tempo da Giulio Tremonti.
Come ha fatto notare l’economista Mariana Mazzucato, senza gli investimenti pubblici in ricerca non avremmo avuto prodotti come l’Iphone e aziende coma la Apple. Dallo schermo Lcd al multi touch, dal micro disco rigido al programma di assistenza vocale Sirio, il colosso di Cupertino non ha speso un dollaro: ha semplicemente implementato il frutto di progetti di ricerca finanziati con miliardi di dollari dallo Stato americano.
Per questo, nonostante la più bassa percentuale di spesa per ricerca e sviluppo tra i colossi della tecnologia, Apple è diventata un’azienda che oggi fattura 170 miliardi di dollari l’anno.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACI SONO OBBLIGATI A INFORMARE I CITTADINI, MA E’ IMPOSSIBILE DISTRICARSI TRA I BILANCI
Dove finiscono i soldi della Tasi?
La legge che ha istituito la Tassa sui servizi indivisibili dice chiaro e tondo che i sindaci devono indicare in modo “analitico” non solo il gettito incassato dagli immobili, ma anche l’uso che se ne fa in termini di servizi pubblici finanziati.
E lo devono fare in modo chiaro e trasparente. Dunque sui siti dei Comuni, ad esempio.
È così? No.
Per capire la destinazione del più tormentato dei balzelli, il cittadino dovrebbe essere un segugio informatico, un esperto di bilanci pubblici e rapido di calcolo.
Aprire così delibere, documenti contabili e programmatici, relazioni, regolamenti, bozze. E chi più ne ha, più ne metta. E poi fare tabelle, applicare percentuali, sempre ad avere tempo da perdere. Insomma, una fatica immane.
Eppure non dovrebbe essere così. E non solo perchè la trasparenza è un obbligo di legge. Ma proprio per la natura stessa della Tasi, da quest’anno e per la prima volta nella storia italiana non più imposta sul patrimonio immobiliare, ma tassa per i servizi ricevuti. E invece niente.
Altro che “vedo, pago, voto”.
Il Servizio politiche territoriali della Uil ci ha provato.
Ed è andato a spulciare nei meandri dei documenti contabili di otto grandi città — Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Venezia, Firenze e Napoli — per capire che fine fanno le tasse sulla casa. E scoprendo che servono a coprire in media poco più di un terzo — il 38% — del costo totale dei servizi indivisibili, quelli cioè non offerti a domanda individuale, come gli asili nido o il trasporto scolastico, ma destinati alla collettività .
Intanto quasi nessun Comune rispetta la legge, laddove la 147 del 2013 dice che l’elenco dei servizi finanziati dalla Tasi con relativo importo deve essere inserito nel Regolamento stesso della tassa.
Le informazioni si trovano un po’ qui, un po’ nei bilanci (se approvati), un po’ nelle relazioni programmatiche
Roma è al top della confusione. Indica in 627 milioni i servizi finanziati dalla Tasi. Ma il gettito stimato della tassa è inferiore e indicato in 572 milioni nel Regolamento e in 636 milioni nel bilancio di previsione.
Com’è possibile? Cifre a parte, al top dei servizi troviamo “mobilità e trasporti” per oltre 300 milioni.
Nessuna sorpresa, visto che in totale il servizio per bus e metro, non proprio impeccabile, costa al Campidoglio circa 1 miliardo l’anno, un terzo dunque pagato dalla Tasi dei romani. Lo sanno?
Al terzo posto, con 47 milioni c’è la “manutenzione stradale, del verde pubblico, illuminazione”. Tra buche, alberi che cadono ad ogni pioggia, strade al buio, non proprio un bel modo di impiegare i proventi della tassa.
Il Comune di Milano è più analitico e trasparente. Ma al pari di Genova lascia al cittadino- commercialista la divisione della torta Tasi: quanto a quali servizi.
Al primo posto, nel capoluogo meneghino c’è l’ordine pubblico e la sicurezza: 77 milioni su 165 di gettito Tasi.
Poi i trasporti (57) e l’ambiente (18). Torino ottiene 136 milioni dalla tassa e al di là dei 71 impiegati per i vigili e i 18 per l’illuminazione, curiosamente indica un milione per le fontanelle. Chissà se i proprietari torinesi apprezzano.
Venezia non ha approvato il bilancio 2014 e dunque non si capisce se i 40 milioni del costo dei servizi corrispondano o meno al gettito Tasi.
Così Napoli indica 7 servizi indivisibili da finanziare con la Tasi (ambiente, strade, edilizia, anagrafe, sicurezza, assistenza, commercio). Ma null’altro: nè gettito della tassa, nè ripartizione. Nulla di nulla. Alla faccia della trasparenza.
Il Comune di Firenze a guida Nardella mette il gettito Tasi nella relazione programmatica al bilancio di previsione (40 milioni e mezzo). E fa sapere che per metà andrà a polizia locale e ambiente, una parte (circa 14 milioni) per i servizi socioassistenziali e una fiche, circa 282 mila euro, per i servizi bibliotecari.
Bologna e Genova sono le uniche a coprire con la Tasi anche il “costo degli organi istituzionali”. Bolognesi e genovesi sono consapevoli dunque di contribuire con la loro Tasi anche allo stipendio del sindaco e dei consiglieri municipali? Chissà .
Bologna però è anche l’unica ad avere al top dei servizi indivisibili coperti da Tasi la sicurezza urbana.
Genova invece non dettaglia e non si capisce quanti dei 21 servizi (che in totale costano ai cittadini 192 milioni) vengano foraggiati dai 75,4 milioni incassati dal mattone.
Curioso, questo federalismo fiscale
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN ALCUNI CASI, DOPO LA CONFISCA, LE AZIENDE FALLISCONO E I BENI NON VENGONO GESTITI CON ATTENZIONE…UN TESORETTO TRA 10 E 34 MILIARDI
Un tesoro enorme sottratto ai clan. Un patrimonio che dovrebbe essere della collettività , ma che nella maggior
parte dei casi resta inutilizzato.
In totale il tesoretto vale tra 10 e i 34 miliardi di euro.
Soltanto la Direzione investigativa antimafia ha confiscato alle organizzazioni mafiose oltre 2 miliardi tra case, ville, palazzi e società di capitali. Tutto questo dal 1991 al 2011. Una cifra in costante aumento.
Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha presentato i successi dell’antimafia: negli ultimi quattro mesi sono stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che supera il miliardo. Cifre e volumi che farebbero pensare a una favola con il lieto fine.
Eppure il meccanismo è in sofferenza e la macchina delle misure di prevenzione patrimoniale non viaggia come dovrebbe.
Troppe le questioni irrisolte.
In primis l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati che si inceppa nell’ultimo passaggio della riassegnazione: immobili che restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere, terreni abbandonati dove invece potrebbero nascere cooperative di giovani, aziende che con i quattrini dei mafiosi andavano a gonfie vele e che la gestione statale ha affossato spingendole verso il fallimento.
Così lo strumento principale di lotta alle cosche è diventato l’emblema dell’antimafia che non funziona. Tranne qualche rara eccezione.
Ci sono i giovani che lavorano le terra che furono di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita.
Ci sono le case dei padrini trasformate in centri per disabili. E qualche azienda che da Srl mafiosa si è trasformata in cooperativa di lavoratori onesti.
Esempi unici che vanno avanti tra mille difficoltà , sfidando le resistenze dei mafiosi che vorrebbero riconquistare il loro territorio e l’indifferenza di buona parte della politica che sul contrasto alle mafie tace, salvo poi presentarsi alle commemorazioni per le vittime illustri.
Il quadro che emerge dall’inchiesta di Dataninja.it in collaborazione con i quotidiani locali del Gruppo Espresso è allarmante: abbiamo un tesoro e non sappiamo come utilizzarlo.
C’è bisogno di un intervento del governo, di un piano per recuperare al meglio i quattrini sottratti ai capi mafia.
Il rischio, altrimenti, è la resa di fronte al potere economico delle cosche. Che cantano vittoria ogni volta che fallisce un progetto di recupero di un bene immobile o aziendale.
Come nel caso di Palermo. Dove, nel silenzio generale, 120 lavoratori guidati dagli edili della Cgil stanno portando avanti una battaglia per salvaguardare il posto di lavoro.
Sono gli operai della Ati Group, che fa parte dell’ex gruppo Aiello (l’ingegnere condannato per mafia che poteva contare sull’appoggio dell’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro) sequestrato a Cosa nostra undici anni fa e solo l’anno scorso arrivato a confisca definitiva.
È la più grande azienda edile sottratta dalle mani della criminalità organizzata.
E sostenerla dovrebbe essere una priorità per lo Stato. Ma quella che doveva essere una vittoria si è trasformata in una condanna al fallimento.
Da quando il provvedimento è diventato definitivo, infatti, l’azienda ha iniziato il suo declino economico.
Attualmente la stragrande maggioranza dei lavoratori è in cassa integrazione straordinaria senza salario.
E l’amministrazione non anticipa più come nel passato quote di stipendio. «Lavoratori e famiglie vivono una condizione di disagio a volte al limite dell’indigenza» denunciano i sindacalisti della Fillea Cgil. E purtroppo non è l’unico caso. Oltre il 70 per cento delle imprese perdono terreno quando il proprietario diventa lo Stato. Cioè sono destinate a chiudere.
Perciò capita spesso di trovarsi davanti a picchetti di lavoratori infuriati che davanti alle telecamere urlano che la mafia dà lavoro e le istituzioni della Repubblica lo tolgono.
Un amaro paradosso che dà la misura dell’interesse riposto dai governi, che si sono succeduti, nella lotta alla mafia in generale, e in particolare alla tutela del patrimonio confiscato.
Con buona pace di Pio La Torre, che inventò il reato di associazione mafiosa e il sequestro, e di tutti i magistrati uccisi che sull’idea del comunista ucciso da Cosa nostra hanno inflitto duri colpi ai clan.
Giovanni Tizian
(da “l’Espresso”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
NEL DECRETO SBLOCCA ITALIA PREVISTI 40 MILIONI PER LO SCALO CHIUSO DA DUE ANNI E CHE HA PERSO IN TRE ANNI NOVE MILIONI DI EURO… ORA SOGNA IL RILANCIO COI SOLDI PUBBLICI
A Roma presentano il decreto «Sblocca Italia» e a Salerno atterrano i fondi pubblici per l’aeroporto fantasma.
È il 30 agosto quando il governo annuncia il piano delle grandi opere pubbliche: infrastrutture, appalti, banda larga, alta velocità , edilizia e autostrade.
«Nei prossimi dodici mesi dieci miliardi saranno destinati a sbloccare le opere», dice il presidente del Consiglio Matteo Renzi che specifica: «Sblocchiamo 4,6 miliardi per cinque investimenti aeroportuali».
Nell’elenco non sono sfuggiti gli aeroporti promossi dal ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi di interesse nazionale. In pratica potranno partire i lavori nello scalo romano di Fiumicino con un nuovo terminal grazie ad una spesa di 2,1 miliardi.
E anche se il settore sente la crisi dei consumi (più di due milioni di passeggeri persi nell’ultimo anno), ecco un assegno da 890 milioni per l’hub lombardo di Malpensa, 360 per Venezia, 20 per Genova, 280 per Firenze e 40 per Salerno.
Salerno, a soli 60 chilometri dal capoluogo Napoli, ha necessità di un aeroporto tutto suo? Sì, secondo i politici e amministratori locali.
Anche se quello finora aperto è stato un flop. Chiuso da quasi due anni è nato come una piccola pista di atterraggio per spegnere gli incendi.
Negli anni nei desideri della Provincia, Comune e Camera di commercio (gli azionisti della società di gestione) Pontecagnano doveva diventare la porta per la costiera amalfitana e servire l’intera Basilicata (che non ha voli) e perfino la Puglia.
Il risultato però non è all’altezza delle aspettative: dal 2007 ad oggi è stato chiuso per tre volte. E anche la gara per affidarlo ai privati è andata deserta.
L’ultimo stop and go nell’estate 2012, quando sul primo volo diretto a Milano Malpensa era presente un solo passeggero.
«Sono stati buttati sette anni al vento, dissipati milioni di euro in una gestione inutile con voli ridicoli da uno-due passeggeri», sostiene il parlamentare Fulvio Bonavitacola: «Contributi pubblici per incentivi a fondo perduto finiti a compagnie come Alitalia che facevano collegamenti senza senso con Milano, solo per propaganda elettorale».
Inoltre, ad oggi, lo scalo non ha nessuna chance di accogliere gli aerei charter nè tantomeno i cargo: la pista è di soli 1500 metri e manca una vera stazione di controllo.
«Lo scenario è cambiato e la nostra non è una battaglia di campanile, ma di logica – continua Bonavitacola – Studi sui flussi di collegamento legittimano la possibilità che si abbia un secondo terminal in Campania ma il motivo della mia polemica è la mala-gestione: per questo ho proposto più volte di chiuderlo».
Perplessità e dubbi non condivisi dalla senatrice Angelica Saggese: «Si tratta di un’opera importantissima per lo sviluppo del turismo di queste zone dove la viabilità resta uno dei nodi più difficili da affrontare e risolvere. C’è da essere contenti per il lavoro svolto insieme al sottosegretario Del Basso De Caro e al presidente del Consorzio, Antonio Fasolino».
La sfida è avere finalmente un terminal moderno sotto casa. Per questo il governatore campano Stefano Caldoro e quello lucano Marcello Pittella hanno deciso di entrare come azionisti della spa che gestiste lo scalo.
Nonostante i buchi di gestione che nei bilanci dell’ultimo triennio ha fatto registrare perdite per quasi nove milioni di euro.
Ora, in attesa dei decreti esecutivi, si aspetta il progetto dei lavori e il piano di sviluppo che fa sognare: tra voli privati, viaggi di linea e cargo dovrebbero atterrare un milione e mezzo di passeggeri l’anno.
Più della città di Genova. Ce la faranno?
Michele Sasso
(da “L’Espresso”)
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