Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
STRADA IN SALITA PER I TAGLI CHIESTI DAL PREMIER
“Ma come, scusate, non c’era mica la riunione sulla spending review questo pomeriggio?” Lo smarrimento del
ministro della Salute Beatrice Lorenzin, arrivata a Palazzo Chigi puntuale per l’annunciato faccia a faccia con i ministri e annullato poi da Palazzo Chigi per le troppe defezioni, rende bene l’idea dell’avvio accidentato della road map della maxisforbiciata delle spese dei singoli ministeri annunciata la scorsa settimana dal premier Matteo Renzi sul Sole 24 Ore.
Troppe assenze per il vertice pomeridiano, faccia a faccia rinviati.
Defezioni “sospette” che, soprattutto dopo i malumori manifestati nei giorni scorsi, sembrano testimoniare tutta la resistenza che Renzi si prepara ad affrontare nelle prossime settimane da parte dei propri colleghi di governo.
Con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan però, assente in Consiglio dei ministri, il presidente del Consiglio è comunque riuscito ad incontrarsi nel pomeriggio.
Sul tavolo tutti i dossier della legge di stabilità , con la ricerca dei 7 miliardi per la stabilizzazione del bonus Irpef e le prime valutazioni sul nuovo intervento di riduzione del costo del lavoro annunciato ieri a Porta a Porta, e la revisione della spesa.
La minaccia del taglio lineare del 3% per ciascun dicastero per ora resta tale, una minaccia.
Ai titolari dei singoli ministeri il premier vuole dare il tempo prima di sottoporre a Palazzo Chigi le proprie proposte, la “propria parte” nella massiccio pacchetto di tagli che servirà a coprire una parte consistente della manovra autunnale.
Per questo ha chiesto loro una lista scritta con le prima ipotesi di riduzioni delle spese, preliminari agli incontri che si svolgeranno a questo punto a partire dalla prossima settimana.
Solo dopo le proposte dei singoli ministeri, se insufficienti, il presidente del Consiglio potrà decidere di imporre la scure del 3%. Che in ogni caso, potrebbe non volere in modo uniforme per tutti i ministeri.
La traiettoria, spiegano alcune fonti governative, potrebbe essere quella di puntare ad un 3% complessivo di tutte le spese dei ministeri, bilanciato in modo differenziato dicastero per dicastero.
Non sarà facile, e il premier ha già cominciato a capirlo in settimana con i primi distinguo dei suoi ministri.
Tutti, apertamente, dicono di essere pronti a “fare la propria parte”.
Diverso sarà quando dovranno passare dalle parole ai fatti e mettere di fatto mano al portafoglio.
Ieri è stato il caso di Beatrice Lorenzin, Federica Guidi e Dario Franceschini, oggi è stata la volta del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina: “”Il lavoro si fa tutti insieme, quindi nessuno si può sottrarre e io ho una faccia sola. Siccome il tema serio di preparare bene la legge di stabilità riguarda tutti, certo che daremo il nostro contributo. Ho delle idee, anche su come dal mio ministero si può contribuire a questo lavoro, aspetto di parlarne con il Presidente”, ha detto.
Certo l’obiettivo dei 20 miliardi è ambizioso.
Secondo Repubblica, i tagli ai ministeri ad oggi potrebbero fermarsi a quota 6.
La linea morbida del governo, insomma, potrebbe non bastare.
E l’ipotesi dei tagli lineari da minaccia potrebbe trasformarsi in realtà .
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
E’ NAZARENO BIS: LEGNINI VERSO VICEPRESIDENZA CSM…NULLA DI FATTO INVECE PER LA CORTE COSTITUZIONALE: VIOLANTE E BRUNO LONTANI DAL QUORUM
C’è qualcuno, specie tra le opposizioni, che lo chiama Patto del Nazareno bis. Poco ci manca: i partiti che trovano l’accordo sugli 8 componenti laici del Consiglio superiore della magistratura sono Pd, Forza Italia, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, cioè proprio quelli che — volenti o costretti — stanno intorno alle intese sulle riforme istituzionali e sull’Italicum (cioè appunto il patto tra Berlusconi e Renzi).
Bisogna aspettare l’ufficialità ma sui nomi la quadra è stata trovata: in quota Pd i candidati sono Giovanni Legnini, Giuseppe Fanfani e Teresa Bene.
Per l’area di centrodestra (in pratica Forza Italia) ci sono in lista Maria Elisabetta Alberti Casellati e Luigi Vitali.
Per l’area di destra di governo i nomi indicati sono quelli di Renato Balduzzi (Scelta Civica) e Antonio Leone (Forza Italia).
L’ottavo nome sarebbe dovuto essere di un tecnico indicato dal Movimento Cinque Stelle, ma è fallito il tentativo di portare nel “grande accordo” anche i grillini che, dicono, si sono voluti ritirare dal meccanismo — a volte necessario per la complicata elezione del Csm — del “vota il mio che voto il tuo”.
Inizialmente pareva esserci stata un’intesa sul nome di Nicola Colaianni, poi il M5s è tornato sul suo “preferito” Alessio Zaccaria.
Fin qui lo scenario per il Csm, ma per la Consulta la situazione non è certo migliore. Dopo la fumata nera arrivata a serata inoltrata che rimanda ancora alle 9,30 dell’11 settembre, ancora più “di Nazareno” si colora l’intesa per l’elezione dei due futuri giudici della Corte Costituzionale.
Dopo che l’accordo è saltato più volte Pd da una parte e centrodestra dall’altra sembrano voler convogliare i voti su Luciano Violante (che ha preso 429 voti, ben al di sotto del quorum richiesto di 570) e su Donato Bruno (che secondo quanto si è capito ha battuto la concorrenza interna di Antonio Catricalà ).
Non si sblocca in Parlamento l’elezione dei due nuovi giudici della Corte costituzionale e degli 8 componenti laici (non magistrati) del Csm.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
LA VERITA’ (INGANNEVOLE) DI UN PIL CHE CAMBIA
Nel marzo 1968, Robert Kennedy, in quel momento candidato alla presidenza degli Stati Uniti, in un famoso
discorso notò che il calcolo del Prodotto nazionale lordo comprendeva le testate nucleari, il napalm impiegato in Vietnam, le spese per le prigioni e altre cose più o meno orribili; ma non considerava la bellezza della poesia e la forza dei legami matrimoniali.
C’era parecchia retorica in quelle parole. Quel discorso, però, torna alla mente alla luce della rivalutazione del Pil annunciata ieri dall’Istat
Torna alla mente e ricorda che il Pil è importante ma non è tutto.
Sarebbe dunque una buona idea approfittare dell’introduzione nella contabilità nazionale di certe attività criminali, della prostituzione e degli investimenti per ricerca e sviluppo – cioè di quel che ha fatto ieri l’Istat – per rimettere al suo posto quello spettro con le catene, il Pil appunto, che da un po’ di anni ha preso posto nel salotto degli italiani (e non solo nel loro, naturalmente).
Sembra diventato un vitello d’oro, dal quale dipende il nostro benessere.
Ma non c’è niente da adorare: ora è fatto anche di cocaina e di contrabbando.
Non è un fine: è uno strumento statistico, senza meriti e senza colpe, senza idee e senza morale, con il quale misurare le attività volontarie che si svolgono in un Paese. E neanche troppo preciso, a dire il vero.
Sarebbe meglio considerarlo un numero utile per fare confronti internazionali (se tutti usano gli stessi criteri)
Il Pil non misura infatti il mondo: quello che vi succede, la sua poesia e le emozioni dei matrimoni, non ci finiranno mai dentro.
Non misurerà mai la felicità , come d’altra parte nessun’altra statistica riuscirà a fare. Misurerà le differenze tra noi e la Germania, i cambiamenti tra una società che prende atto della prostituzione e della marijuana e una che non ne voleva sentire parlare, potrà persino suggerire quanto vuole essere moderno, o quanto poco nel caso dell’Italia, un Paese che investe o non investe in ricerca e innovazione.
Ma sarà sempre un numero più piccolo della realtà .
Fino alla Grande Depressione degli anni Trenta, il Pil non esisteva. Oggi rischia di diventare un feticcio, o un’ossessione.
Non facciamone un gran caso, o uno scandalo, dunque, della decisione dell’Istat: si adegua al mondo, ci aiuterà ad abbassare di qualche decimo di punto il peso del debito nazionale ma, per il resto, non cambierà l’Italia.
Forse aiuta a dare disciplina.
Le rivoluzioni, però, non le fanno gli statistici – ci ricordava Robert Kennedy.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
QUEST’ANNO IL REDDITO E’ DI 17.400 EURO, NEL 1986 ERA DI 17.200… IN OTTO ANNI PERSI 13 PUNTI PERCENTUALI E VOLATILIZZATI 2.600 EURO
Il reddito disponibile delle famiglie italiane è tornato ai livelli di 30 anni fa.
Lo ha calcolato la Confcommercio nella nota di aggiornamento del rapporto sui consumi.
Nel 2014 il reddito è stato pari a 17.400 euro (come il 2013), mentre nel 1986 era pari a 17.200 euro. In otto anni il reddito disponibile reale pro capite è sceso del 13,1%, pari a un ammontare di 2.590 euro a testa.
Anche sulla scorta di questi dati si capisce perchè le vendite al dettaglio continuano a retrocedere.
Nel 2013 la spesa delle famiglie ha registrato una flessione del 2,5%, con una contrazione del 7,6 in otto anni.
Secondo Confcommercio, quello tra il 1992 e il 2014 è stato un “ventennio perso” per i consumi in Italia: i consumi pro capite hanno mostrato uno sviluppo, in termini reali, inferiore al 6%.
“Escludendo gli affitti imputati tale variazione cumulata scende a poco piu’ del 4%”, si legge nel rapporto. Le spese obbligate (casa, carburanti, assicurazioni, etc) hanno raggiunto i livelli massimi: sono pari al 41% del totale dei consumi, in netta crescita rispetto al 1992 (32,3%).
A margine della presentazione del rapporto, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha fatto il punto sulla situazione economica: “La ripresa è ancora troppo fragile, incerta, contraddittoria: la parola d’ordine dell’impegno governativo deve essere la crescita per scongiurare l’ipotesi di una manovra correttiva e per dare una mano tangibile alle famiglie”.
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE VENTI MILIARDI: COSI’ SI METTE IN CRISI IL SISTEMA
La tabella dalla quale si parte, e che in questi giorni viene girata e rigirata sui tavoli di Palazzo Chigi e del
ministero dell’Economia, è quella delle spese che graveranno il prossimo anno sul bilancio dello Stato: è più o meno la stessa da parecchi anni.
Nel 2015 il totale, al netto degli interessi ammonta a 735 miliardi.
Ma non è questa la cifra dalla quale parte il confronto tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e gli agguerriti ministri di spesa, che abbasseranno la bandierina dello start della grande corsa della legge di Stabilità che durerà circa un mese.
Se infatti si considerano i tre grandi aggregati della spesa pubblica — pensioni, sanità e stipendi come incomprimibili, e come ha in qualche modo fatto supporre ieri Renzi, la massa da aggredire scenderebbe a 200 miliardi e allora la partita diventa più difficile da giocare: il 3 per cento, parola d’ordine dei tagli, non basta a fare 20 miliardi, ma solo 6 miliardi.
La torta da aggredire sembrerebbe ridursi sempre di più e ieri il presidente del Consiglio è sembrato assecondare questa tendenza.
Ha dichiarato che non toccherà le pensioni alte e dunque presumibilmente neanche quelle basse: «Non vogliamo suscitare panico», ha detto.
Al riparo potrebbe tornare anche il comparto degli stipendi pubblici: per ora Renzi ha annunciato che si possono trovare le risorse per lo sblocco dei salari e per gli scatti di anzianità delle forze dell’ordine.
Meno assicurazioni sono giunte per la sanità anche se il presidente del Consiglio si era impegnato, prima dell’estate, a non intervenire.
«Chiederò ai ministri la lista dei tagli», ha annunciato il premier nel salotto di Bruno Vespa.
Ma i titolari dei dicasteri di spesa già rumoreggiano.
In prima linea il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin: “Un ulteriore intervento? Metterebbe in crisi il sistema universalistico».
Levata di scudi anche da parte del ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: «Le risorse per la cultura non si toccano», ha detto ieri.
Più cauta Federica Guidi, ministro per lo Sviluppo economico, che ha detto di essere pronta a «fare la propria» parte.
Il clima è tuttavia caldo.
Per Renzi inoltre i 20 miliardi, dovunque si troveranno, non serviranno per ridurre il deficit, operazione del resto sconsigliata con la recessione in atto da tre anni consecutivi.
Al contrario la “Stabilità ” sarà espansiva: 10 miliardi saranno necessari per rinnovare il bonus da 80 euro e parte delle risorse recuperate dalla manovra saranno «reinvestite» (per 1 miliardo al piano scuola ed altre andranno a «settori strategici»).
Cruciale sarà dunque il metodo. Non quello dei tagli lineari: nel senso che l’obiettivo è il 3%, su un aggregato che si riduce di giorno in giorno.
Ma tagli «semilineari», dunque con una qualche correzione di spending review intervenendo solo in parte sulla base dei suggerimenti mirati di Cottarelli per il resto i ministeri faranno quello che potranno.
Ci sono altre risorse fuori del perimetro tradizionale dei tagli? Una delle poste su cui si conta, è quella della spesa per interessi, in discesa dopo le mosse di Mario Draghi: almeno 3 miliardi potrebbero essere risparmiati e utilizzati.
Invece solo una piccola «mancia» verrà dalla rivalutazione del Pil: 0,1 sul deficit che Renzi stesso ha definito «robetta».
L’altra fonte di gettito, valutata dal premier in 3 miliardi sarà la lotta all’evasione: tutta da rilanciare contando sull’Agenzia delle entrate di Rossella Orlandi e sul rientro dei capitali dalla Svizzera che dalla prossima settimana entrerà in dirittura finale in alla Camera.
In questo quadro solo la partita europea potrà rappresentare una ciambella di salvataggio.
Se il vertice in «camicia bianca» con i leader del Pse avrà forza di impatto su Bruxelles, e soprattutto riuscirà a superare la forte opposizione di Angela Merkel, si potrà aprire qualche varco.
Tre i sono i settori che l’Italia punta ad escludere dal calcolo del deficit-Pil: gli investimenti, il cofinanziamento dei fondi europei e la cassa integrazione.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
SPENDING REVIEW: “SI AGGRAVEREBBE LA CONDIZIONE ECONOMICA DEL PAESE”… “ABBIAMO CAMBIATO 4 GOVERNI IN 4 ANNI E ABBIAMO SEMPRE LA STESSA AGENDA”
“Forse hanno trovato la formula per la moltiplicazione dei pani e dei pesci a Palazzo Chigi e quindi nella Legge di Stabilità avremo grandi sorprese. Ritengo che sia impossibile sul piano politico tagliare 15 o 20 miliardi di spesa. Se si cercasse di farlo, si aggraverebbe la condizione economica del Paese, oltre a intervenire in modo molto negativo su Welfare, spesa sociale, spesa per la Sanità e per la Scuola”.
Lo ha detto Stefano Fassina (Pd) intervenendo ad Agorà Estate, su Rai3.
Parte proprio oggi il primo giro di consultazioni a Palazzo Chigi tra Matteo Renzi e i ministri e la spending review. In Legge di Stabilità ci saranno meno tasse sul lavoro, ha annunciato il premier a Porta a Porta.
Si sta studiando un ulteriore taglio dell’Irap o del cuneo fiscale per le categorie non toccate dagli 80 euro.
“Dovremo andare a una manovra espansiva che per un periodo limitato dia ossigeno all’economia, anche estendendo il bonus Irpef degli 80 euro alle partite Iva che sono rimaste fuori e ai pensionati” aggiunge Stefano Fassina, secondo cui “sarebbe utile allentare il Patto di stabilità interno per i Comuni per far ripartire i piccoli cantieri in un settore come quello dell’edilizia, che è in una situazione drammatica. Se invece si va nella direzione dei 20 miliardi di tagli alle spese, e poi si fa la cancellazione dell’articolo 18 come il presidente Renzi ha annunciato al Sole 24 Ore, torniamo all’agenda Monti. Il punto è che in questi anni abbiamo cambiato quattro governi in quattro anni e abbiamo tenuto sostanzialmente la stessa agenda. Se non la cambiamo, tra qualche mese ci troveremo in una situazione molto complicata”.
“Sono convinto – dice ancora Fassina – che l’Italia ce la possa fare, ma vanno date le risposte giuste. Se le risposte rimangono di continuità con l’agenda della Troika e con le posizioni di Berlino, non riusciamo a rianimare l’economia, l’occupazione, le imprese e anche il debito pubblico”.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
PRESENTATA LA SQUADRA: IL FALCO KATAINEN ALLA VICEPRESIDENZA SARA’ IL SUPERVISORE DI TUTTI I PORTAFOGLI ECONOMICI… SCONFITTI I FAUTORI DELLA FLESSIBILITA’
Hollande dirà di aver vinto la sua battaglia per la flessibilità , avendo posto a guardia delle politiche
economiche il fido Moscovici.
E lo stesso diranno i falchi radunati intorno a Katainen, dal momento che dall’alto della vicepresidenza (aiutato in questo ruolo dall’altro popolare Dombrovskis) potranno frenare eventuali eccessi anti-austerity.
Su un altro piano, Renzi vanterà di avere uno scranno molto vicino al presidente e con potere di veto (sperando così di pesare su tutti i dossier, non solo sugli Esteri).
I popolari saranno felici di avere mantenuto il grosso delle poltrone più importanti, mentre i socialisti diranno di avere ottenuto un posto in più rispetto all’esecutivo Barroso, oltre al primo vicepresidente Timmermans.
Insomma, tutti (o comunque i principali attori) si dichiareranno vincitori.
Ma dalla guerra sotterranea che si è combattuta a Bruxelles nelle ultime settimane, il vero trionfatore, stando a quanto dicono dalle parti del Berlaymont e non solo, è lui, Jean-Claude Juncker.
Anche se c’è chi sottolinea come il successo vada diviso ancora una volta con lei, Angela Merkel, sua big sponsor fin dalla convention dei popolari di Dublino che lo ha lanciato verso la presidenza dell’esecutivo Ue.
In effetti, guardando più all’assetto che alle nomine in sè, la nuova Commissione sembra disegnata apposta per imbrigliare falchi e colombe (e più in generale, per congelare le posizioni meno conciliabili), lasciando a Juncker il potere di far pendere l’ago della bilancia da un lato piuttosto che dall’altro.
Il tutto grazie ai sette vicepresidenti che “coordineranno” il lavoro dei commissari: niente “supervisione”, ha tenuto a precisare il nuovo capo del Berlaymont, ma ogni vice avrà una serie di portafogli con cui lavorerà “a stretto contatto”.
Nonostante queste rassicurazioni, i vicepresidenti avranno di fatto il potere di veto e seguiranno da vicino le mosse dei commissari. “I commissari saranno una sorta di team player”, dicono a Bruxelles i più informati.
Si prenda, a esempio, la materia più delicata, quella dell’economia.
Parigi oggi esulta, perchè il ministro di Hollande, Pierre Moscovici, ha ottenuto l’incarico di commissario agli Affari economici e finanziari, finora ricoperto dai custodi del rigore.
Custodi che sono stati “accontentati” con due vicepresidenze di peso: Occupazione e crescita con il falco Katainen ed Euro e dialogo sociale con il popolare lettone Dombrovskis.
Inoltre, quando si parlerà di crescita, il team di lavoro vedrà anche un’altra esponente popolare al tavolo, la belga Thyssen.
I socialisti potrebbero obiettare che sopra questo reticolo di competenze, Juncker ha posto il laburista olandese Timmermans, il primo vicepresidente che avrà poteri speciali e che sarà il braccio destro del lussemburghese.
Ma chi conosce bene i laburisti olandesi, sa che, quando di parla di rigore, le loro posizioni sono più vicine ai falchi che alle colombe.
Ecco perchè, come in molti tengono a sottolineare a Bruxelles, lo schema sembra disegnato apposta per annullare le singole posizioni e dare a Juncker di volta in volta la chiave per sbloccare eventuali stalli.
“Gli stessi direttori generali della Commissione — dicono al Berlaymont — che hanno un potere invisibile ma efficace nell’indirizzare le politiche Ue, si troveranno a dover scegliere se essere ‘fedeli’ al commissario o al ‘vicepresidente’”.
E nel dubbio, non è detto che non indirizzino la loro “lealtà ” direttamente al capo, cioè a Juncker.
Dunque, per il neo presidente dell’esecutivo europeo sembra profilarsi una sorta di “premierato” forte, che si vedrà solo col tempo quanto autonomo dai dettami di Berlino.
Non a caso, oggi la cancelliera Merkel ha elogiato l’approccio della nuova Commissione, escludendo qualsiasi allentamento dell’austerità : passi indietro in materia di rigore di bilancio “rappresenterebbero un enorme rischio per la ripresa” dell’Eurozona, ha detto.
Parole che fanno eco a quelle dello stesso Juncker, che oggi in conferenza, a proposito di Moscovici, ha detto con una battuta: “forse gli amici francesi capiranno meglio la necessità del consolidamento dei conti”.
Per il governo Renzi (e i suoi alleati europei del “patto del tortellino”), la strada verso un cambio di rotta dell’Ue su flessibilità e crescita sembra più che in salita.
Dopo la festa per la nomina della Mogherini agli Esteri, oggi Renzi si trova a incassare una sorta di depotenziamento del ruolo della sua ministra: negli ambienti italiani, infatti, ci si aspettava che la prima vicepresidenza (quella più pesante) andasse a lei e non a Timmermans (il laburista diversamente socialista, per usare un gioco di parole).
La Mogherini avrà comunque un ruolo importante, con tanto di potere di veto. Ma la sua presenza ai tavoli collegiali non sarà assidua.
“Sono felice che la Mogherini abbia deciso di insediare il suo ufficio al Berlaymont. Farà di tutto per partecipare al maggior numero possibile di riunioni”, ha detto Juncker.
Con la speranza, per l’Italia, che una crisi internazionale non la tenga lontana da Bruxelles nei momenti più delicati.
Parlando di sconfitte, si può aggiungere quella della Gran Bretagna: Cameron aveva posto il veto su Juncker, che lo ha ricambiato dando al britannico conservatore Hill un portafoglio importante (la stabilità finanziaria) ma depotenziato: “Spero che gli amici britannici ora capiscano un po’ meglio la logica europea dei servizi finanziari e le sue necessità , se gliela spiegano nella lingua di Shakespeare”, ha ironizzato il neo presidente.
Un’ironia che la dice lunga sul personaggio, ma anche sulla sua sicurezza dopo queste settimane di intense trattative.
Al Parlamento, cui spetterà l’ok finale sulle nomine, qualcuno proverà a scalfire le certezze del lussemburghese.
A rischio potrebbero essere i commissari Canete (popolare spagnolo alla guida del Clima) e l’ungherese Navracsics.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
RICEVUTO PER LE REGIONALI DEL 2010 E MASCHERATO DA UN FALSO SONDAGGIO… ARCHIVIAZIONE PER LA POLVERINI, ALTRI OTTO A GIUDIZIO
Chiesto il rinvio a giudizio per l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno nella vicenda legata ad un presunto finanziamento illecito ricevuto per le elezioni regionali del 2010 e, secondo l’accusa, mascherato da un falso sondaggio.
Il processo è stato chiesto per altri otto.
L’inchiesta, coordinata dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi, era scaturita da una denuncia presentata dalla società di consulenza Accenture che, dopo aver svolto un’indagine interna, aveva scoperto un giro di false fatturazioni.
Secondo l’accusa la provvista di 30mila euro, scaturita da false fatture, sarebbe stata impiegata per incaricare una società specializzata ad effettuare il falso sondaggio e portare a termine un’operazione di “telemarketing politico” a favore del listino dell’ex presidente della regione Lazio Renata Polverini, per la quale la procura ha invece chiesto l’archiviazione.
Le indagini erano state chiuse lo scorso 12 maggio.
Oltre che per Alemanno la Procura ha sollecitato sollecitato il processo anche per Fabio Ulissi, podologo e storico collaboratore dell’ex sindaco di Roma e Giuseppe Verardi, ex manager della Accenture.
Chiesto il giudizio anche per altri manager e funzionari della società di consulenza: Luca Ceriani, Francesco Gadaleta, Roberto Sciortino, Massimo Alfonsi, Sharon Di Nepi e Angelo Italiano i quali avrebbero concorso nella predisposizione della provvista illecita di denaro.
Il 2010 è l’anno in cui il Pdl viene escluso dalle liste elettorali.
La Accenture quindi commissiona un sondaggio. L’oggetto del sondaggio commissionato riguardava in teoria le mense scolastiche.
In realtà , secondo gli inquirenti, quando le persone rispondevano al telefono si sentivano fare domande diverse.
Un testimone sentito durante le indagini aveva dichiarato: “La finalità del progetto (il sondaggio, ndr) era far vincere le elezioni alla Polverini. Il telemarketing è un vero e proprio spot pubblicitario, in questo caso a favore della Polverini”.
Della lista Polverini faceva parte anche la moglie di Alemanno, Isabella Rauti.
Già ad aprile del 2013, Roma Capitale Investments Foundation era stata oggetto di perquisizioni da parte della procura di Roma.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IN CORSO UNA RIUNIONE CONVOCATA D’URGENZA DALLA ROSSI
Forza Italia è in pieno allarme: i conti del partito sono in rosso. 
A Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, è in corso una riunione, convocata dal tesoriere unico, Maria Rosaria Rossi, per trovare una soluzione alle dissestate casse azzurre ed evitare nuovi tagli, a cominciare dal personale.
Al vertice partecipano il consigliere politico del Cav, Giovanni Toti, la responsabile comunicazione, Debora Bergamini, l’amministratore dell’ex Pdl, Rocco Crimi e Sestino Giacomoni.
Sul tavolo, dunque, la difficile situazione economica del partito.
In particolare, il nodo dei pagamenti degli stipendi di settembre dei dipendenti e il problema dei contributi arretrati dovuti dai parlamentari che non sono in regola con i pagamenti delle quote mensili da versare al movimento forzista.
Continua pare il malcostume di diversi parlamentari di non versare la quota mensile dovuta al partito, in base agli impegni presi prima della candidatura.
Argomento ripreso più volte dai responsabili amministrativi che si sono succeduti nel corso degli anni nel partito.
Nel giugno scorso, Silvio Berlusconi aveva lanciato l’allarme-conti: “Siamo con l’acqua alla gola, servono soldi”.
Nel 2013 il partito aveva un debito pari a 88 milioni, con un rosso di 15 milioni.
Evidentemente la situazione non è migliorata.
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