Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
I GRUPPI DISATTENDONO LE DIRETTIVE, I PARLAMENTARI NON PAGANO LA QUOTA….E SILVIO E’ ACCUSATO DI UNA OPPOSIZIONE TROPPO BLANDA
Silvio Berlusconi ha perso il controllo dei gruppi parlamentari di Forza Italia. 
L’ennesima fumata nera sui giudici costituzionali alla Camera fa scattare l’allarme rosso ad Arcore.
La situazione è sfuggita di mano e il flop di ieri sulla candidatura imposta dall’alto di Antonio Catricalà è stata solo l’ultima amara conferma di una leadership in declino.
Il giro di telefonate con Roma per tutto il giorno è stato fittissimo, la partita sembrava chiusa, col pranzo di mercoledì a Villa San Martino con Denis Verdini (sponsor di Bruno), Gianni Letta (sponsor di Catricalà ), Nicolò Ghedini. E invece tutto è saltato per aria, in un partito già nel caos.
Il capo di Forza Italia – che gli stessi (pochi) fedelissimi ormai definiscono “più renziano di un Guerini o di un Lotti” – stenta a mantenerlo unito.
I mugugni e i capannelli in Parlamento si trasformano ormai in insubordinazione nelle aule parlamentari.
I capigruppo di Camera e Senato fanno ormai fatica a tenere in riga la squadra. E non certo perchè la voce e gli ordini dell’ex premier giungono flebili dalla Brianza, dove è costretto in casa dall’uveite recidiva.
Il fatto è che la nuova linea appiattita su Renzi convince poco o nulla deputati e senatori. «Così andremo a schiantarci» per dirla con parecchi di loro e non solo con Raffaele Fitto, unico a dichiararlo apertamente.
Al pallottoliere di Verdini ieri risultavano fra trenta e quaranta i parlamentari forzisti che avrebbero votato il senatore Donato Bruno (alla fine 120 voti) alla Corte Costituzionale, violando l’ordine di scuderia.
Erano presenti 104 dei 69 deputati e 59 senatori. Una vera e propria rivolta contro l’uomo forte sponsorizzato da Gianni Letta, ma ritenuto dai senatori un «corpo estraneo». Francesco Nitto Palma viene ritenuto lo “Spartaco” dell’insurrezione, lui smentisce, ma non è quello il punto.
«Quanto accaduto è grave perchè diamo l’impressione di un caos assoluto e dell’impossibilità di Berlusconi di governarlo » spiega in Transatlantico un ex ministro. Del resto non è l’unico indizio.
Negli ultimi sei mesi non sono state sufficienti le minacce del capo e gli avvertimenti della tesoriera Maria Rosaria Rossi per costringere i 55 tra deputati e senatori che dal marzo 2013 ad oggi si sono rifiutati di versare al partito gli 800 euro mensili, ormai indispensabili per la sopravvivenza finanziaria dopo il taglio ai finanziamenti pubblici. Risultato, il buco da 15 milioni di euro che si somma ai quasi 90 di disavanzo.
Con la senatrice ombra del capo che mette nero su bianco una lettera dai toni durissimi, in cui alla minaccia spuntata di non ricandidare i morosi (la gran parte dei parlamentari sa che non sarà in lista comunque), affianca quella più immediata del deferimento ai probiviri e dell’espulsione dal partito.
«Tutti devono contribuire» ha rincarato ancora ieri Giovanni Toti.
Il fatto è che il brand Berlusconi non tira più come un tempo. Anche le cene di fund raising organizzate nei mesi scorsi sembra non abbiano dato i risultati sperati.
Quelle nelle grandi città lasciano indifferenti i potenziali vip finanziatori e l’idea adesso è quella di portare in giro il capo-icona per paesi e piccoli centri, con la speranza di raggranellare qualcosa almeno lì.
E ancora, Berlusconi pone il veto sulle primarie, ma Fitto e i suoi gli dichiarano guerra: «Sono una risorsa, vanno fatte in tutte le regioni».
Un’epoca si è chiusa. Il disinteresse di Berlusconi per le vicende del partito, sempre più concentrato sulla salvaguardia delle aziende in tempi di crisi, fanno il resto.
A Renzi ha promesso una mano sulle riforme, certo, ma adesso non è escluso che possa arrivare un’astensione o addirittura il voto favorevole alla legge di Stabilità se davvero dovesse contenere una riduzione dell’Irap e altre misure favorevoli al rilancio.
Ma ora dovrà riprendersi il partito.
E chissà se sarà sufficiente, come un tempo, tornare la settimana prossima a Roma.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
CON UN BUCO DI 88 MILIONI, LA TESORIERA ROSSI VA A CACCIA DEI MOROSI… A RISCHIO GLI STIPENDI DEI DIPENDENTI
È lei che popola i sogni degli onorevoli di Forza Italia. E non tanto per le foto in abiti non proprio monastici apparse nei giorni scorsi su Chi.
Sono più che altro incubi.
Ormai, da quando è stata nominata tesoriere unico del partito, Maria Rosaria Rossi fa più paura di chiunque altro.
Più dello stesso Berlusconi, che ormai morde sempre meno, chiuso nei suoi appartamenti con la fidanzata Francesca Pascale.
Non importano i suoi occhioni, quando arriva la Rossi cala il gelo: si racconta di deputati e senatori che fuggono per i corridoi al suo solo apparire, perchè la grintosa Maria Rosaria gira armata di biglietti come verbali di un vigile urbano.
Su ognuno è scritto il nome del debitore con la somma dovuta al partito. E addirittura il codice Iban.
Appena ti pizzica te lo rifila. Impossibile sfuggirle.
La missione che le ha affidato il grande capo è chiara: tagliare, tagliare, tagliare.
E poi recuperare fino all’ultimo centesimo.
Perchè le casse di Forza Italia, una volta partito di nababbi, sarebbero lisce come una pista di pattinaggio sul ghiaccio. E l’ex Cavaliere, come dicono i suoi collaboratori, “a giugno dopo un controllo si è rotto definitivamente i maroni. Basta pagare per gli altri”.
Ormai dal partito non arrivano più soddisfazioni, ma soltanto debiti.
Da anni ormai la falla si è aperta.
All’inizio il compito di tapparla era stato affidato niente meno che a Daniela Santanchè.
La pasionaria dal passo di valchiria doveva ridurre i costi, ma soprattutto fare la fund raiser, per dirla all’inglese che fa più chic. In pratica raccattare soldi.
Ma nonostante la grinta, la missione di Daniela sarebbe tragicamente fallita.
Il punto è che Forza Italia è una vacca da cui troppi mungevano latte. Con un risultato impressionante: debito di 88 milioni e rosso di 15 milioni in dodici mesi.
E così un anno fa ecco i primi tagli. A cominciare dalle sedi.
Sono finiti i tempi d’oro in cui i fedelissimi di re Silvio si radunavano tra i legni pregiati del parlamentino al piano terra di Palazzo Grazioli.
O al primo piano, nell’ufficio di Paolo Bonaiuti, dove si sussurravano le preghiere per il Capo.
A citarli in giudizio per il mancato pagamento dell’affitto, come un inquilino moroso qualsiasi, era stato il proprietario: il conte Emo Capodilista, che ha ereditato il palazzo nel cuore di Roma insieme con Saverio (detto Lallo) Caravita di Sirignano.
Sette mesi di morosità , assicurarono i nobili. Che umiliazione allora dover trattare, chiedere lo sconto, tirare sul centesimo.
Alla fine il trasloco: Forza Italia ha rinunciato al parlamentino per ritirarsi nella sede di San Lorenzo in Lucina.
A Palazzo Grazioli, simbolo di un ventennio, finito nelle cronache politiche e rosa in attesa forse di approdare ai libri di storia, resta soltanto Berlusconi.
Per adesso. Il suo fidatissimo architetto Gianni Gamondi è stato sguinzagliato per le dimore più esclusive di Roma. Ma finora niente da fare.
Ma una cosa è certa: Berlusconi di soldi è ancora disposto a spenderne per la sua residenza. Ma non vuole più essere la vacca da mungere del partito.
Che ci pensino gli altri, quelli che non vogliono scucire nemmeno i soldi della quota. La pacchia per loro è finita, ora è arrivata Maria Rosaria Rossi, una da far impallidire Cottarelli. Ha convocato una riunione d’emergenza con il consigliere politico Giovanni Toti, la responsabile comunicazione, Deborah Bergamini, l’amministratore dell’ex Pdl, Rocco Crimi e Sestino Giacomoni.
Lapidaria la comunicazione: le casse sono vuote.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
SI FA AVANTI NEL PD RENZIANO IL CONCETTO DI MODICA QUANTITA’ DI REFURTIVA
Le inchieste sul nuovo ad dell’Eni Claudio Descalzi (indagato a Milano per corruzione internazionale) e sui
candidati renziani a governatori dell’Emilia Romagna Matteo Richetti e Stefano Bonaccini (indagati a Bologna per peculato) la dicono lunga sulla portata rivoluzionaria del renzismo.
Descalzi, nominato da Renzi al posto di Scaroni, era il braccio destro di Scaroni. Infatti è inquisito con Scaroni per la megamazzetta nigeriana.
Alla presidenza dell’Eni Renzi, in perfetta coerenza, ha piazzato Emma Marcegaglia, azionista e dirigente del gruppo di famiglia che pagò tangenti all’Eni per un appalto Enipower.
Se questo è il rinnovamento, tanto valeva tenersi Scaroni.
Idem come sopra sul versante politico. Chi sono i “renziani”? Ex comunisti o diessini, ex democristiani o margheriti che negli ultimi due anni, fiutata l’aria che tirava, si sono paracadutati sul carro del vincitore un attimo prima o un attimo dopo che vincesse.
Nulla di male, intendiamoci: una classe dirigente non s’inventa tra un tweet e un selfie. Ma questa non è rottamazione, e nemmeno rivoluzione: è riciclaggio.
E l’idea che i 39 anni di Renzi immunizzino tutti i suoi dai guai giudiziari è una pia illusione.
I guai giudiziari dei politici non dipendono dalle idee politiche dei pm, ma dai comportamenti dei politici. E nessuno può meravigliarsi se anche i renziani cominciano a cadere nella rete delle Procure: se tutti — diconsi tutti — i consigli regionali d’Italia sono sotto inchiesta perchè si facevano rimborsare spese private con soldi pubblici, era abbastanza prevedibile che i renziani che vi bivaccano da anni finissero nei pasticci.
“Cambiare verso” non significa essere immuni da collaboratori indagati: significa reagire alle indagini in maniera diversa rispetto al passato.
E qui casca l’asino, anzi Matteo con tutto il cucuzzaro.
Il premier, sull’indagine bolognese, non ha voluto fare commenti. Il che è già qualcosa, visto che quando Errani fu condannato in appello per aver fatto carte false nel tentativo di coprire lo scandalo dei finanziamenti regionali alla coop del fratello che non ne aveva i titoli, lo ricevette in pompa magna a Palazzo Chigi, manco fosse un eroe nazionale.
Sul caso rimborsi invece Renzi ha solo precisato di non aver chiesto a Richetti di ritirarsi nè a Bonaccini di resistere (invece avrebbe fatto bene a metterli da parte entrambi).
Se passa il principio che chi è indagato si ritira in attesa del processo, che ci fanno nel governo Renzi gli inquisiti Barracciu, Del Basso De Caro, De Filippo e l’imputato Bubbico?
E che ci fa nella segreteria renziana l’indagato Faraone?
La Boschi, poveretta, s’è affannata a richiamare la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva, come se questa vietasse le dimissioni di chi è raggiunto da gravi sospetti (automatiche e doverose in tutte le democrazie, fuorchè in Italia).
Su Europa, organo clandestino del Pd, si leggono commenti che paiono tratti pari pari dal Giornale o dal Foglio: “Politici e amministratori sono esposti alla discrezionalità spinta dei magistrati” in guerra “contro il governo in difesa degli stipendi e delle ferie”.
Quindi giustizia a orologeria per vendicare la casta togata contro le riforme: ora Berlusconi chiederà le royalty.
Europa (ma non solo) aggiunge che è “pazzesco” indagare Bonaccini per soli “4 mila euro in 19 mesi”: quindi se, putacaso, quei soldi Bonaccini li avesse davvero rubati, non sarebbe comunque reato per la modica quantità della refurtiva.
Ergo, se uno scippatore frega la pensione a cinque-sei vecchietti, che fanno?
Lo candidano a governatore?
Sicuri che le mutande verdi di Cota a spese della Regione Piemonte costassero più di 4 mila euro?
Si dirà : ma questa è la finta sinistra, poi c’è quella vera di Sel.
Infatti l’assessore vendoliano alla Cultura, Massimo Mezzetti, dichiara spiritoso: “Facciamo così, per risparmiare tempo chiediamo alla Procura di Bologna chi vuole alla presidenza della Regione”.
Mezzetti s’è scordato che in Italia accade così da anni, tant’è che indagato è diventato sinonimo di candidato. Ai tempi di B. la selezione delle classi dirigenti avveniva sul registro degli inquisiti.
Oggi, invece, pure.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO IL MALORE CONCESSO UN PERIODO DI CONVALESCENZA IN ITALIA, MA DIETRO GARANZIA SCRITTA DEL RIENTRO IN INDIA
La Corte suprema indiana ha accolto l’istanza del team di difesa di Massimiliano Latorre per un rientro in Italia di quattro mesi per un periodo di convalescenza dopo l’ischemia che ha colpito il fuciliere di marina il 31 agosto scorso.
I giudici hanno accettato una garanzia scritta di rientro a nome del governo italiano, fornita dall’ambasciatore Daniele Mancini, chiedendo però anche una nuova garanzia scritta “non ambigua e non equivoca” a Latorre.
Garanzia che — si è appreso — sarà presentata oggi stesso, 12 settembre.
“Abbiamo ottenuto quanto volevamo. Speriamo che possa partire già domani” ha detto all’Ansa un avvocato del team di difesa di Latorre.
“Tra stasera e domani dovremo essere in grado di completare le pratiche burocratiche necessarie per il rimpatrio”, ha aggiunto il legale.
Il presidente della corte R.M. Lodha, accompagnato dai giudici Kurian Joseph e Rohinton Fali Nariman, ha ascoltato in particolare il rappresentante del governo, l’additonal sollicitor general P.S. Narasimha, a cui in una udienza iniziale lunedì era stato chiesto di presentare la posizione al riguardo.
“Si tratta di un caso di malattia e di condizioni fisiche — aveva detto detto Lodha rivolto a Narashima — e se esistono serie obiezioni alla richiesta dovete dircelo”.
Ma lo stesso giorno in una conferenza stampa il ministro degli indiano Esteri Sushma Swaraj aveva anticipato che “se la Corte concedesse il rimpatrio su un terreno umanitario, noi non ci opporremmo”.
A cercare di intralciare questa decisione era giunta nelle ultime ore una istanza di Freddy Jhon Bosco, proprietario del peschereccio coinvolto nell’incidente del 15 febbraio 2012 in cui morirono due pescatori, in cui si chiedono per Latorre ulteriori accertamenti medici.
In un’intervista all’Ansa lo stesso Bosco ha confermato di avere firmato questa ‘application’ “perchè voglio che sia chiaro che io sono una delle vittime di questa vicenda, che ho perso un peschereccio che era tutto quello che avevo e che sono di fatto rovinato”.
Dopo aver spiegato di aver ricevuto per l’incidente 1,7 milioni di rupie (meno di 25.000 euro), ha sottolineato che il mio peschereccio “è bloccato da tre anni in custodia del commissariato di polizia di Neendakara. Riaverlo mi costerebbe una fortuna in avvocati. Ho avuto intanto un secondo figlio per il prolungarsi di tutta questa vicenda ho dovuto prendere soldi in prestito. E senza la barca sono costretto a lavorare come giornaliero, con un reddito attuale al massimo di 20.000 rupie (225 euro) al mese.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
IL PROF. FILACORDA: “NON ANDAVA CATTURATA, NON C’ERA MOTIVO”… NEGLI ULTIMI 150 ANNI NON HANNO MAI AGGREDITO L’UOMO
”E’ il terzo orso che muore in un incidente di cattura, in provincia di Trento, negli ultimi anni”. 
Lo afferma Stefano Filacorda, dell’Universita’ di Udine, un esperto nella gestione dei plantigradi in Friuli Venezia Giulia.
”Non conosco la dinamica di quanto e’ accaduto, per cui mi astengo dal giudicare le responsabilita’ – afferma Filacorda -. Noi abbiamo catturato 4 orsi per attrezzarli di radiocollare e sappiamo quanto l’operazione sia delicata e problematica per la sicurezza dell’animale e degli operatori”.
Nel caso specifico di Daniza, secondo Filacorda la cattura non era affatto consigliabile, ”dal momento che l’orso non aveva dimostrato comportamenti a rischio, ma tipici di un grande carnivoro che protegge i suoi piccoli”.
Quanto ai casi precedenti di morte, durante la cattura, un orso era deceduto – riferisce Filacorda – a causa di un rigurgito e l’altro per annegamento.
Come ricorda lo stesso sito della Provincia di Trento, in Italia, nelle Alpi e negli Appennini, non sono documentate aggressioni deliberate nei confronti dell’ uomo negli ultimi 150 anni.
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Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
UNO DELLA SQUADRA CATTURANDI DEI KILLER DI TRENTO: “ERAVAMO IN QUATTRO, SENZA ATTREZZATURA ADEGUATA”… LA SCENA STRAZIANTE DEI CUCCIOLI CHE SI SONO AVVICINATI ALLA MADRE MORTA
In una intervista al “Corriere della Sera” un tale Luca (nome di fantasia, precisa il giornale, per evitare ritorsioni), cinquantenne della squadra di forestali provinciali partiti da Trento a caccia di Daniza, ci propina la sua edulcorata versione dell’assassinio di Daniza, tra presunta commozione e ammissioni di inefficienza.
Ripensa alla scena dell’altra sera, a Daniza che barcolla e si accascia: “Un’amarezza profonda – dice – vederla in quel modo… ci tenevamo così tanto che andasse tutto bene e invece…”.
Come no, ci tenevano così tanto che, come lui stesso ammette, la squadra composta da 4 persone (tra cui un presunto veterinario) era inadeguata: “intervenire in quelle condizioni non è facile, senza attrezzature”.
Se ne deduce che i quattro della squadra catturandi sono stati mandati alla ventura, confidando solo nello stellone italico.
“Cos’è che è andato così storto?” si sarebbero domandati fino all’alba ripercorrendo ogni passaggio. «Abbiamo riflettuto molto, nessuno sa spiegarsi cosa può essere successo”. Evviva la competenza.
Poi una illuminazione: “Magari c’entra l’età avanzata… l’orsa aveva 18-19 anni e un’orsa vive in media fra i 20 e i 25”.
Quindi poteva pure morire, insomma, aveva già vissuto abbastanza per questi cazzari.
Poi si passa alla commozione: “Se assistere alla morte di Daniza è stato di una tristezza infinita, guardare i cuccioli venire verso la madre morta è stato straziante”. Sono rimasti talmente choccati, questi benefattori dell’umanità , che hanno subito catturato la cucciola femmina con una dose per una volta non letale.
Quindi, questi signori autodefinitisi di “lunghissima esperienza”, sono andati a catturare un’orsa con due cuccioli non ancora autosufficienti, “consapevoli che un’imprevisto può capitare”, senza avere nessuna attrezzatura per rimediare “all’imprevisto che era prevedibile”?
E ora ci vengono a raccontare che gli dispiace e che non hanno dormito la notte?
E csuggeriscono anche che tanto sarebbe morta da li a poco lo stesso per la vecchiaia?
Ma andate a prendere per il culo vostra madre, se mai l’avete conosciuta.
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