Destra di Popolo.net

L’ANALISI DE “LAVOCE” SUI PRIMI SEI MESI DI RENZI: “80 EURO INEFFICACI PER CONSUMI”

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

SUL LAVORO “BARRIERE” PIU’ ALTE TRA CONTRATTI TEMPORANEI E DEFINITIVI

Non ci sono le coperture strutturali per mantenere gli 80 euro anche per i prossimi anni, sul lavoro l’unico effetto è l’innalzamento delle barriere tra contratti temporanei e definitivi, sulla politica industriale solo annunci a parte un appello a non licenziare, sulla scuola vari annunci “ma non sono stati presentati disegni di legge o provvedimenti ministeriali”.
A fare la radiografia dei primi sei mesi di governo Renzi è lavoce.info.
Il breve rapporto mette sotto osservazione anche la giustizia civile, il cosiddetto “Sblocca Italia” (il cui testo ufficiale è stato firmato dopo settimane di annunci), le riforme istituzionali e il rapporto con l’Europa.
“Gli 80 euro? Compromessa l’efficacia del sostegno ai consumi
La misura più forte dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi è stata quella della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro attraverso l’ok agli 80 euro dal maggio scorso, dalla quale comunque — ricorda lavoce.info — sono rimasti fuori i redditi troppo bassi per pagare le tasse (gli “incapienti”), oltre che i disoccupati.
“A tutt’oggi — si legge nella relazione — non ci sono le coperture strutturali per il bonus e questo ne compromette l’efficacia nel sostenere i consumi”.
Lavoro, “barriere più alte tra contratti temporanei e definitivi
Quanto al lavoro “le garanzie giovani sin qui sono state solo promesse. Forse troppe”, esordisce l’approfondimento de lavoce.info. “Il Jobs act — aggiunge — doveva essere la prima riforma.
Ma il governo Renzi ha solo varato un decreto sui contratti a tempo determinato che, con la nuova prova triennale, rende del tutto improponibile un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti come quello che dovrebbe essere nel Jobs act. Aumenta così il dualismo nel mercato del lavoro e innalza le barriere che separano i contratti temporanei da quelli a tempo indeterminato”.
Scuola, “vari annunci ma nessun disegno di legge”
La scuola è uno delle questioni più presenti nell’agenda di Renzi. Eppure, si legge nell’analisi della Voce — “ci sono stati vari annunci del ministro Stefania Giannini non sempre seguiti da un dibattito in consiglio dei ministri, ma ad oggi non sono stati presentati disegni di legge o provvedimenti ministeriali”.
Tra le varie misure annunciate vengono elencate l’abolizione del test di ammissione a medicina, l’abolizione delle graduatorie dei precari, l’aumento della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario e la sperimentazione dell’accorciamento della scuola secondaria.
L’unica novità  nel frattempo è stato il via libera a oltre 30mila assunzioni per docenti (anche di sostegno) e Ata.

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CIRCOSCRIZIONE ESTERO PD: “CHE FINE HANNO FATTO 400.000 EURO?”

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

CHIESTO DI FARE LUCE SU COME SONO STATE UTILIZZATE LE RISORSE DESTINATE ALL’ATTIVITA’ POLITICA OLTRECONFINE… NESSUNO SA COME SIANO STATI SPESI I SOLDI

“Trasparenza totale sulle risorse finanziarie e sul loro utilizzo all’interno del Pd”.
A chiederlo i componenti della circoscrizione Estero dell’Assemblea nazionale del Partito democratico che, in una nota formale indirizzata al segretario Matteo Renzi, al vice Lorenzo Guerini, al tesoriere Francesco Bonifazi e alla Commissione di garanzia, denunciano senza mezzi termini la violazione delle norme statutarie del partito. Quali?
La mancata rendicontazione e conseguente pubblicazione on line delle spese sostenute dal Pd per le ultime campagne elettorali della circoscrizione Estero, quella che, fra i connazionali residenti Oltreconfine, elegge dodici deputati e sei senatori.
Alle politiche 2013, mentre in patria Pier Luigi Bersani non riusciva a smacchiare il Giaguaro, Oltreconfine il Pd vinceva facendo eleggere quattro senatori e cinque deputati a fronte di una spesa di 100mila euro.
Tutto bene quindi? No, perchè quelle spese non sono mai state rendicontate, così come tutte le altre uscite a partire dal 2010 che, secondo il documento, ammontano a oltre 400mila euro.
Così la nota, firmata trasversalmente dai membri delle tre correnti che si diedero battaglia alle Primarie 2013 (Civati, Cuperlo e Renzi), chiede formalmente di fare chiarezza nella gestione delle risorse che “appare contraddittoria rispetto allo statuto del Pd e gestita in forma discrezionale”.
Sul banco degli imputati la gestione dell’ex responsabile nazionale Pd Italiani nel mondo Eugenio Marino che, secondo i firmatari della nota, continua a non voler spiegare come siano stati impiegati quei fondi.
“Ora dovrà  essere la Commissione di garanzia a spiegarci perchè in questi anni non è stato rispettato lo Statuto per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza della gestione finanziaria”, attacca Roberto Parrillo, primo firmatario della nota, che sottolinea come in questi ultimi cinque anni non siano mai state presentate le rendicontazioni nè sia mai stato costituito il Comitato di tesoreria come invece prevede il regolamento interno del partito.
In realtà  la questione non riguarda solo la trasparenza, l’etica e le regole del Pd, ma le scelte politiche che sottendono la decisione di finanziare un candidato piuttosto che un altro.
Sì, perchè dentro il Pd non sanno nemmeno quali candidati hanno potuto beneficiare di quelle risorse nè tantomeno come siano stati spesi i soldi.
E godere o meno di risorse economiche può fare la differenza fra chi viene eletto e chi no, soprattutto in una circoscrizione divisa in aree immense, grandi come uno o più continenti.
Eppure lo statuto del Partito parla chiaro.
Ecco cosa c’è scritto al comma 7 dell’articolo 17 della parte VIII: “Il Comitato di tesoreria della Circoscrizione estero, a inizio anno e non oltre il 31 gennaio, informa l’Assemblea della Circoscrizione estero sulle risorse finanziarie disponibili.
Entro il 15 dicembre successivo, lo stesso Comitato presenta una relazione su come sono state utilizzate le risorse dell’anno trascorso”.
Sullo sfondo di questa nuova lotta interna al partito, più che una battaglia fra aree e minoranze, è in atto uno scontro generazionale: i “vecchi”, legati all’emigrazione tradizionale e ai patronati italiani all’estero e i “giovani” che invece guardano alla fuga dei cervelli e meno alle braccia.
E che ora, dopo il cambio della guardia al Nazareno vogliono nuova musica e suonatori.
Anche a migliaia di chilometri da Roma.

Eleonora Lavaggi

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UCRAINA, DECINE DI VOLONTARI ITALIANI DI ESTREMA DESTRA IN TRINCEA CONTRO I FILORUSSI

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

FANNO PARTE DEI MILIZIANI DI PRAVY SEKTOR: “E’ DURISSIMA, SI LOTTA CORPO A CORPO”… SONO UNA DECINA   INVECE I GIOVANI DI SINISTRA CHE APPOGGIANO I SEPARATISTI

«È una vita durissima. Abbiamo a disposizione pochissime armi: qualche Flobert rinforzata, un buon numero di mazze. Gli scontri sono quasi sempre ravvicinati: combattiamo spesso a colpi di Molotov». Il suo nome di battaglia è Stan: piemontese, 52 anni, una moglie e dei figli che ormai non vede quasi più.
Da qualche mese la sua esistenza è cambiata: ha una nuova patria, l’Ucraina, e una nuova occupazione, la guerra.
Stan è uno dei tanti italiani che hanno deciso di andare nelle trincee del Donbass, dove da cinque mesi si combatte l’ultima guerra sporca in terra d’Europa.
Sono volontari, non percepiscono stipendio.
Lo fanno – dicono loro – per ragioni puramente ideali. «Da giovane militavo in Avanguardia Nazionale – racconta Stan -. Sognavo un giorno di prendere parte a una vera rivoluzione patriottica. Questa è la mia ultima opportunità  per farlo: come potevo lasciarmela sfuggire?» Oggi Stan è un combattente del battaglione Azov, le cui insegne cosparse di rune sventolano da settimane alle porte di Donetsk.
A piazza Maidan c’è passato per caso, durante una trasferta di lavoro. Ha aderito alle formazioni di Pravy Sektor, l’estrema destra ucraina.
A inizio maggio, quando decine di militanti filorussi sono morti carbonizzati nel rogo della casa dei sindacati di Odessa, lui si trovava lì: «All’incendio seguirono due giorni di scontri furibondi — racconta -. Centinaia di separatisti erano accorsi in città  e girava voce che l’esercito russo stesse per attaccarci dalla Crimea: se così fosse stato, non avemmo avuto scampo».
Italiani pronti ad arruolarsi: spesso per noia, oppure per soldi.
«Negli ultimi tempi mi hanno contattato in molti – assicura Mauro Voerzio, 46 anni, torinese, animatore dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan -. I più erano aspiranti mercenari in cerca di lavoro. Ce ne sono parecchi in circolazione: si dice che i russi paghino dagli otto ai diecimila dollari al mese».
Voerzio lavora a Kiev dal 2007, fa il tour operator. Maidan lo ha risucchiato nel novembre 2013: «Ho partecipato a tutti i principali scontri – dice -, sono stato seguito dalla polizia segreta di Yanukovich, la Sbu. Dicevano che ero un agente della Cia. Tutte le sere, quando rientravo a casa dalla piazza, avevo il terrore di essere sequestrato».
Oggi la sua missione è supportare la causa ucraina in Italia: raccolta di fondi, propaganda online, raccolta di medicine e di vestiario per i soldati al fronte.
«C’è urgenza di tutto, dagli anfibi alle mimetiche, ai giubbotti antiproiettile. Ho visto i combattenti del battaglione Kiev: vanno in trincea con le scarpe da ginnastica».
Ha detto qualcuno: l’Ucraina è una nuova guerra di Spagna.
Sono quasi una decina gli italiani che, in nome dell’«antifascismo», combattono a fianco dei filo-russi. Volano su Kiev, in qualche modo attraversano le linee del fronte e raggiungono il Donbass. Hanno tra i venti e i trent’anni, sono ex militari, ex legionari, ma anche studenti universitari col gusto dell’avventura.
L’addestramento dura una settimana: avviene nei pressi di Lugansk, sotto gli ordini del comandante Igor Strelkov, reduce di Bosnia e di Cecenia.
Era il mese di giugno, quando il governatore del Donbass, Pavel Gubarev, annunciò la creazione di «squadre internazionali che coinvolgono italiani, spagnoli, francesi e canadesi».
Luca Pintaudi, 22 anni, studente in Cattolica e militante di Millennium-Partito Comunitarista Europeo, ha raggiunto Donetsk all’inizio dell’estate: «Abbiamo portato la nostra solidarietà  politica ai dirigenti della Repubblica Popolare — racconta -. Oggi ci occupiamo della raccolta di fondi e materiale di prima necessità , che impacchettiamo e spediamo nel Donbass».
Una causa che fa sempre più presa nel nostro Paese, specie tra i settori «antagonisti».
Ne è un esempio l’iniziativa promossa dal gruppo punk-ska Banda Bassotti, che a fine mese volerà  a Donetsk per esibirsi in una «tournèe antifascista». La parola d’ordine, non a caso, sembra uscita dai più eroici anfratti del secolo breve: «No pasaran!».

Andrea Sceresini
(da “La Stampa”)

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FERMO, IMPRENDITORE ITALIANO UCCIDE DUE OPERAI STRANIERI CHE CHIEDEVANO GLI ARRETRATI NON PAGATI

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

I DUE LAVORATORI, RIDOTTI ALLA FAME, AVEVANO OTTENUTO UNA INGIUNZIONE DI PAGAMENTO DAL TRIBUNALE… LA FECCIA RAZZISTA SUL WEB OVVIAMENTE STA CON L’ASSASSINO: SAREBBE APOLOGIA DI REATO, MA NESSUNO SI RICORDA CHE ESISTE

Erano stati licenziati quest’estate ma non avevano ricevuto quanto spettava del loro lavoro.
Così due operai edili, Mustafa Neomedim e Avdyli Valdet, questa mattina si sono presentati nell’abitazione dell’imprenditore Gianluca Ciferri, armati di piccozza.
Ciferri ha sparato con un revolver calibro 38, uccidendo entrambi gli ex dipendenti.
“L’ho fatto per legittima difesa”, ha detto agli inquirenti prima di essere arrestato per duplice omicidio.
È accaduto a Molini Girola, nel Fermano.
Ciferri, 48 anni sposato con 3 figli, possiede una piccola impresa edile – la “Gianluca Ciferri Movimento Terra”.
Neomedim e Valdet avevano lavorato per l’azienda ma, secondo quanto ricostruiscono i sindacati, non avevano ottenuto delle mensilità  arretrate e per questo si erano rivolti a un giudice per chiedere l’ingiunzione di pagamento.
Scrive il Corriere Adriatico:
Le due vittime si chiamavano Mustafà  Nexhmedin, 48 anni, e Valdet Avdyl, 26 anni, kosovaro. Erano entrambi incensurati e con un regolare permesso di soggiorno a Fermo.
Mustafà  Nexhmedin aveva 4 figli – il più grande di 7 anni il più piccolo di uno e mezzo -, era in Italia da 13 anni. Con lui l’intera famiglia che, da quanto emerge, si era perfettamente integrata.
Con l’imprenditore per cui ha lavorato c’è in piedi un vertenza legale.
Mustafà  si era rivolto a un sindacato che lo aveva affiancato nel procedimento, concluso con un decreto ingiuntivo a suo favore.
Valdet Avdyl, 26 anni, sempre kosovaro, aveva lavorato anche lui per Ciferri, poi si era licenziato e restando senza lavoro era tornato per un periodo nella sua terra. A Fermo aveva fatto ritorno in questi giorni, pare, per chiedere i soldi arretrati
“Le richieste dei due lavoratori erano state diverse, reiterate e non ascoltate. Rivendicavano mensilità  arretrate, un problema comune a molte piccole aziende edili, mentre la crisi sta sconquassando la tenuta sociale dei territori” ha commentato il segretario provinciale della Cgil Maurizio Di Cosmo.
Mustafa Neomedim fino a pochi mesi fa era iscritto alla Fillea Cgil, ma da quando aveva perso il lavoro non aveva rinnovato la tessera.
Si era rivolto alla Uil, che pare avesse avviato l’iter per un’ingiunzione di pagamento a carico di Ciferri. La vicenda insomma era nota ai sindacati.
Secondo Di Cosmo, la tragedia di Mustafa e Avdyli Valdet, il suo compagno di lavoro, che “non riuscivano più a mettere insieme neppure i soldi per mangiare, deve far riflettere l’intera comunità , le istituzioni locali, il Governo. Serve un cambio di passo reale”.
Secondo i sindacati, “la scarsità  di denaro in circolazione e la mancanza di commesse stanno mettendo le imprese con le spalle al muro e gettando sul lastrico migliaia di dipendenti e le loro famiglie. C’è bisogno di maggiore liquidità  da immettere nel sistema produttivo e di nuovi investimenti, a partire da quelli pubblici. Di fronte a queste necessità  ed alla fame di lavoro che c’è, siamo costretti a constatare, purtroppo, che governo e Parlamento sono ad altre cose affaccendati. E le sporadiche volte che se ne occupano, è solo per abbattere i pochi diritti rimasti a difesa della libertà  e della dignità  dei lavoratori”.

(da “Huffingtonpost”)

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CONSULTA: VIOLANTE E BRUNO NON CE LA FANNO NEANCHE QUESTA VOLTA

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

SERVIVANO 570 VOTI: IL CANDIDATO PD ARRIVA A 530, QUELLO DI FORZA ITALIA A 529… PESANO 107 ASSENTI….PER IL CSM PASSA LA SPARTIZIONE: CASELLATI, BENE E BALDUZZI

Fumata nera per l’elezione di due giudici costituzionali da parte del Parlamento in seduta comune.
Nessun candidato ha raggiunto il quorum richiesto dei tre quinti dei componenti dell’Assemblea, pari a 570 voti.
Luciano Violante e Donato Bruno, dunque, non ce l’hanno fatta nonostante l’intesa tra Pd e Forza Italia e soprattutto all’interno dello stesso partito di Berlusconi dopo la fronda che ha “abbattuto” il primo candidato, Antonio Catricalà .
Violante ha raggiunto 530 voti, Bruno 529.
Servirà  una nuova votazione che è già  stata programmata per le 18 di domani, 16 settembre. Per spingere all’elezione i due candidati alla Consulta sia il Pd sia Forza Italia avevano fatto girare sms tra i loro parlamentari: “Luciano Violante e Donato Bruno per la Corte Costituzionale”.
Regge invece il patto trasversale su alcuni dei nomi per i membri laici del Csm.
Dopo l’elezione di Giovanni Legnini e Giuseppe Fanfani (Pd) e Antonio Leone (Ncd) oggi è arrivato il via libera a Elisabetta Alberti Casellati (Fi), Teresa Bene (tecnica in quota Pd) e Renato Balduzzi (Scelta Civica).
Il quorum previsto era di 482 voti e secondo l’Ansa i tre lo avrebbero superato di pochissimo. Alberti Casellati avrebbe ricevuto 489 voti, mentre gli altri eletti ne avrebbero ottenuti 486.
Devono essere eletti ancora altri due membri laici del Csm. Servirà  una nuova votazione, l’ottava.
Luigi Vitali (in quota Fi) si è fermato invece a 418 voti. Non hanno raggiunto il quorum neanche Alessio Zaccaria, candidato M5S, che ha ottenuto 111 preferenze, e Nicola Colaianni, seconda scelta dei grillini ma su cui punta il Pd per la quota da lasciare alle opposizioni, che ha raggiunto 125 voti.
Alla votazione per la Consulta gli assenti sono stati in tutto 107, di cui solo 9 nel Pd, più uno in missione.
In Fi invece non hanno votato in 16 (4 senatori e 12 deputati), mentre in Ncd non si sono presentati in 9 (5 senatori e 4 deputati).
Tutti presenti in Scelta Civica, mentre tra i Popolari per l’Italia (Mario Mauro e Pierferdinando Casini) non hanno votato in 6 (2 senatori e 4 deputati); nella Lega Nord hanno disertato in 6 (3 deputati, 3 senatori); nel Misto 19 (9 senatori e 10 deputati); 7 di Sel.
Maggior numero di assenze nel M5S: 12 senatori e 13 deputati.
Tre gli assenti in Gal e 4 in FdI; Autonomie 3.

(da “il Fatto Quotidiano
“)

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L’INFANZIA CANCELLATA DALLA CRISI: 1,4 MILIONI VIVONO IN POVERTA’

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

I POVERI DELLA PORTA ACCANTO: “UNA SITUAZIONE CHE COLPISCE ANCHE AREE DEL NORD”… E IL GOVERNO HA DIMEZZATO I FINANZIAMENTI: DAI 2,5 MILIARDI DEL 2008 A 766 MILIONI DI OGGI

Crescono, aumentano, vivono al Nord come a Sud, formano un esercito senza nome che pochi notano, di cui poco si sa.
Sono i bambini poveri e l’unica cosa certa è che in due anni sono raddoppiati: su un totale di circa 10 milioni, erano 723mila nel 2011, sono saliti a 1 milione 434mila nel 2013. E dal 2012 al 2013 sono cresciuti di oltre il 30 per cento.
Le cifre dell’ultima rilevazione Istat indicano quelli che si trovano in uno stato di “povertà  assoluta”, ovvero che si trovano nella “incapacità  di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza”, come mangiare carne o pesce tutti i giorni, possedere libri o giochi adatti alla sua età  o avere uno spazio adeguato per fare i compiti.
Ma ce ne sono molti altri, sono quelli che vivono parcheggiati in una zona grigia, impoveriti, a cui la crisi ha tolto molte cose che è difficile definire superflue: la possibilità  di fare sport, di andare in vacanza, di fare una gita scolastica o frequentare un centro estivo, o peggio,   proseguire gli studi.
Sono i poveri della porta accanto, svantaggiati, ma non in modo vistoso, a cui la famiglia continua a dare una vita apparentemente dignitosa ma che nasconde già  molti vuoti, ragazzi a cui può bastare poco per passare il confine, la sottile linea rossa della povertà  definitiva.
La povertà  minorile in cifre
Sempre più piccoli e al Nord. Ma chi sono i bambini poveri?
Sono i figli delle famiglie numerose che non arrivano a fine mese, i bambini degli immigrati senza lavoro e spesso senza casa, delle madri single che si arrangiano, dei genitori separati.
O sono i figli delle coppie giovani, con lavori precari, famiglie dove l’arrivo di un bambino mette in crisi il bilancio familiare.
Marco, Christian, Manuela, Camilla, Vlad… Le loro storie tutte diverse e tutte uguali: chi è finito in una casa famiglia dopo uno sfratto, chi lascia gli studi, chi sta tutto il giorno in casa davanti alla tv e mangia solo pizza e patatine.
La maggior parte ha difficoltà  a scuola, scarsa socializzazione, non va in vacanza o solo con le organizzazioni religiose.
Tra i desideri che elencano c’è “andare allo stadio”, “poter fare tardi la sera”,   “un cellulare nuovo”, “una casa”.
Microdesideri. “Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo”, scrive la poetessa Marge Piercy, ma per molti bambini sognare è un lusso, c’è solo da vivere il presente, il quotidiano, giorno per giorno.
“I bambini poveri sono più che raddoppiati e la povertà  colpisce bambini sempre più piccoli. Al Nord questa è una grossa novità  ed è la conseguenza dell’incremento della povertà  assoluta delle famiglie straniere”, spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat.
“L’aumento della povertà  infantile è la conseguenza di due fattori: della crescita della povertà  assoluta al Sud e del peggioramento della situazione delle famiglie operaie e straniere al Nord, quelle che hanno più figli, nuclei familiari dove lavora solo l’uomo e in regioni dove si è fatta sentire di più la crisi delle fabbriche”.
L’Italia è sempre stato un paese con un alto tasso di bambini poveri, per la presenza al Sud di molte famiglie numerose, ma ora l’impoverimento si è ulteriormente diffuso. “Si è aggravato perchè sono peggiorate le condizioni per tutte quelle famiglie dove c’è una sola fonte di reddito. Ed è peggiorata anche la situazione al Nord   per le famiglie immigrate e quelle operaie che si sono ritrovate senza lavoro”.
La mancanza di lavoro e la precarietà  economica colpiscono gli adulti, ma si trascinano dietro i bambini. Con conseguenze ancora peggiori.
Per molti minori negli ultimi anni è iniziata una vita in salita: le ultime rilevazioni Istat rivelano che quelli che non possono permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa erano il 40% nel 2007 sono saliti al 51,3% nel 2013.
I bambini che non possono permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano 6,2% nel 2007, sono più che raddoppiati nel 2013: 14,4 %.
Anche “Save the children” ha realizzato un dossier sui mille volti dell’infanzia deprivata, lo slittamento progressivo, le rinunce quotidiane.
Vecchie e nuove povertà .
“Possiamo dire che prima c’era la famiglia povera, storie di disagio sociale che attraversano le generazioni e che non si risolvono mai”, spiega Lucia Anania della Caritas.
C’era ed esiste ancora la povertà  tramandata come una malattia genetica, il disagio come un virus inguaribile che marchia le generazioni, un ergastolo economico che sancisce: fine pena mai.
Ma non c’è solo la povertà  economica assoluta che si tramanda di padre in figlio.
“Ora ci sono tante forme di disagio e a pagare per primi sono loro, i più piccoli. Vediamo aumentare i problemi delle famiglie, si espandono le situazioni difficili perchè negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare   i supporti sociali e familiari, non ci sono più puntelli esterni. Per sostenere le situazioni di disagio cerchiamo di recuperare con una rete amicale e familiare ma la rete è a maglie sempre larghe ed è facile scivolare da questi buchi”.
E in questi buchi, a volte voragini, finiscono i bambini, nell’impotenza delle famiglie e nell’ignavia generale.
A Roma sud   ci sono intere famiglie con i figli che vivono in roulottes, sono perlopiù stranieri, da anni in attesa di una casa, un lavoro, una sistemazione. In un piazzale vicino a Laurentino 38 ci sono un paio di roulottes che stazionano davanti a un centro commerciale, i bambini la mattina vanno a scuola, poi tornano nella roulotte. Qui un bambino è stato anche picchiato da una guardia giurata, ma i genitori non hanno sporto denuncia per paura.
Secondo dati forniti dall’Unicef, il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti “normali” nelle società  economicamente avanzate: almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all’età  del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti.
L’Italia in questa classifica è al   20° posto su 29 Paesi considerati. Islanda, Svezia e Norvegia, per esempio, presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%.
La paura di perdere i figli.
“Il problema è che l’impoverimento aumenta e diminuiscono le risorse, non ci sono più gli aiuti che c’erano qualche anno fa, Comuni e Regioni non ce la fanno. La situazione sta degenerando e poi molte mamme in difficoltà  vedono i servizi non come un aiuto ma come una minaccia: hanno paura che possano togliere loro i figli e quindi evitano anche di rivolgersi ai servizi sociali”, racconta Cristina Manzara che dirige “La casa di Christian”, un centro della Caritas a Roma che accoglie madri con bambini in difficoltà .
“Da noi si rivolgono i servizi sociali per chiederci di ospitare madri sfrattate o che hanno   perso il lavoro o abbandonate dal marito, in un anno sono state 280 le richieste, in due/tre anni sono raddoppiate”.
Capita così che bambini per uno sfratto perdano la propria casa, finiscano in strutture di accoglienza e da qui a volte inizia una caduta inarrestabile.
“Succede poi che la povertà  finisca con il confinare con la criminalità , ragazzi che non avrebbero mai commesso reati finiscono male, perchè smettono di studiare, frequentano la strada e da lì inizia una discesa”.
Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%, mentre tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%, cresce al 34,3% per i bambini che vivono in famiglie senza lavoro mentre per chi è figlio di migranti il tasso è del 23,7% (dati dell’Unicef).
Crisi economica e crisi della famiglia.
Problemi economici e di disagio che si potrebbero attutire se ci fosse una rete che impedisce di cadere o di non farsi male.
Ma la rete non c’è più: sono diminuiti i servizi sociali e di assistenza per i tagli statali, dei Comuni, degli enti locali. In alcuni comuni è capitato che bambini fossero respinti dalle mense scolastiche perchè i genitori non pagavano regolarmente.
Se nel 2008 i fondi nazionali per il contrasto della povertà  erano 2 miliardi e mezzo di euro, nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro.
Sono aumentati col governo Letta risalendo a 964 milioni, ma complessivamente c’è un miliardo 536 milioni di euro in meno dall’inizio della crisi.
Mentre i sostegni economici calano anche le famiglie si assottigliano, i legami si fanno più fragili, i padri più assenti.
“Avere figli aumenta il rischio povertà , questo è un legame certo, a livello europeo l’Italia è il paese dove la sproporzione è più forte perchè non ci sono correttivi, nè servizi nè sgravi fiscali. Secondo dati Eurostat, in Italia questa forbice è accentuata come nei pesi dell’Europa orientale, una situazione peggiorata negli ultimi tempi per la rottura di reti familiari e di sostegno”, dice Evelina Martelli della Comunità  di Sant’ Egidio.
“Oggi, a differenza di una volta, le famiglie hanno meno reti, meno supporti”, dice Paola Pistelli dell’Istituto degli Innocenti di Firenze.
“C’è più solitudine, più incapacità  ad affrontare le relazioni. Noi abbiamo un centro dove ospitiamo donne sole con figli, donne che hanno ricevuto uno sfratto, perso il lavoro, problemi che accadono ma che diventano insormontabili se agli ostacoli materiali si aggiungono quelli interni. Oggi vediamo donne più perse, con più fragilità . Ci sono poi le   immigrate: loro sono diverse, sono più forti e consapevoli, sono donne che hanno affrontato un viaggio difficile ma anche per loro non è facile perchè spesso si ritrovano con i figli, ma senza un compagno e senza un lavoro. Oggi oltre alla povertà  materiale ad aggravare la situazione c’è una povertà  di relazioni che riguarda sia le immigrate che le italiane. Le madri vanno a fondo e si portano dietro i figli”.

Marina Cavallieri
(da “La Repubblica”)

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LA DEMOCRAZIA IN EUROPA: ITALIANI SEMPRE PIU’ SFIDUCIATI, DIETRO IL KOSOVO E L’ALBANIA

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

WELFARE BOCCIATO IN 26 PAESI…INDAGINE SULL’AFFIDABILITA’ DELLA POLITICA

Sappiamo che c’è un grande divario tra ciò che i popoli chiedono ai regimi democratici e ciò che è effettivamente loro consegnato.
Grazie ad un nuovo esame effettuato dall’European Social Survey è possibile quantificare la differenza tra l’ideale e il reale.
Il progetto, disegnato da Hanspeter Kriesi, Leonardo Morlino e i loro colleghi, conferma che la stragrande maggioranza degli europei condivide la fede democratica. In tutti i paesi i cittadini lodano l’opportunità  di essere governati da rappresentanti eletti e in 24 su 29 paesi partecipanti all’indagine il punteggio è superiore a 8/10. Russi e ucraini sono quelle che attribuiscono un’importanza inferiore all’auto-governo, e il dato non sorprende vista la poca esperienza che hanno finora maturato. L’assenza di fiducia nella democrazia di quei popoli aiuta a capire perchè i loro capi sono così irrispettosi dello Stato di diritto; sanno che è improbabile che pagheranno il conto – in termini di riduzione del consenso – quando reprimono la stampa e l’opposizione.
L’Europa è lunga e larga, e la parola democrazia ha sempre più numerosi significati. Siamo sicuri che il termine significhi la stessa cosa in paesi diversi quale Irlanda e Cipro?
La definizione minima di democrazia ricevuta dai libri di testo è di un governo scelto in elezioni libere e competitive, con libertà  per i media e l’opposizione, e dove operano controlli e contrappesi tra istituzioni.
Questo è ciò che chiamiamo democrazia liberale. Ma i cittadini identificano sempre di più il potere del popolo anche con la distribuzione di benefici sociali, e richiedendo ai governi che eleggono di assistere e proteggere i più deboli.
La contrapposizione tra democrazia liberale e sociale ha generato accaniti dibattiti tanto nell’accademia che nei parlamenti, ma qual è la visione dei popoli, che dovrebbero essere i primi a beneficiarne?
Per i popoli del Nord, la democrazia è prima di tutto il rispetto delle regole e delle libertà  individuali, uguaglianza di fronte alla legge; libertà  dei media.
I popoli del Sud, invece, sono più determinati nell’aggiungervi la protezione sociale, e rivendicano un sistema politico che si faccia carico della povertà  e delle disuguaglianze.
Si conferma, insomma, che a Nord i cittadini sono figli di John Locke e a Sud di Jean-Jacques Rousseau.
I popoli dell’Est, che hanno sperimentato le libere elezioni meno di un quarto di secolo fa, vogliono tutto, e presto.
Non sono disposti ad abbandonare la protezione sociale garantita dai vecchi regimi comunisti, ma esigono anche uno stato di diritto liberale.
Mentre nel Nord e nella Scandinavia la componente liberale della democrazia è promossa, essa è bocciata nel Sud e, ancora più severamente, nei paesi dell’Est.
In molti di questi paesi, i cittadini dubitano che il proprio regime possa essere considerato democratico.
Ma ciò che accumuna i popoli a Nord e Sud, Ovest e Est è l’insoddisfazione per quanto è stato raggiunto sotto il profilo sociale.
Anche lì dove l’opinione pubblica dà  spesso la sufficienza in termini di libertà  civili e stato di diritto, si lamenta l’assenza di azioni per la coesione sociale.
In 26 paesi su 29 la componente sociale della democrazia è bocciata.
Si tratta di un telegramma importante che l’indagine ESS manda ad Angela Merkel, Ecofin e alla BCE: il malcontento per quello che i regimi politici europei riescono a conseguire in termini di coesione unisce tedeschi ed inglesi ai greci e agli spagnoli.
Solo i popoli scandinavi promuovono il proprio regime. In questi paesi emerge un vero e proprio orgoglio democratico, e la differenza tra i desideri e quanto conseguito è veramente modesta.
Che i cittadini del vecchio continente sognino nella stessa lingua democratica è la condizione essenziale per un progetto politico europeo.
La classe politica dovrebbe cogliere questa opportunità  e coinvolgere più direttamente la popolazione, con forme di autogestione e democrazia diretta, nella realizzazione del progetto.
Altrimenti c’è il rischio che il sogno deluso finisca per spazzare via non solo i regimi, ma anche le istituzioni costituite in decenni di duro lavoro.
Che dire poi della valutazione che gli italiani danno del proprio sistema politico?
E’ umiliante vedere che un paese con settant’anni di tradizione democratica, e tra i fondatori dell’Unione Europea, sia oggi classificato dai suoi stessi cittadini al terz’ultimo posto, dopo il Kosovo e un soffio prima della Russia.
Oramai distanziata non solo da Spagna e Portogallo (diventati democratici trent’anni dopo di noi), ma addirittura da Bulgaria e Albania, l’Italia deve correre ai ripari se non vuole far svanire per sempre il sogno europeo.

Daniele Archibugi
(da “La Repubblica”)

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IL TESORIERE RENZIANO METTE IN PIAZZA I COSTI DELLA SEGRETERIA BERSANI: “UN MILIONE E TROPPE AUTO BLU”

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

LA REPLICA: “C’ERANO MEMBRI NON PARLAMENTARI E BISOGNAVA PAGARLI”

Pare destinata a non finire mai, la polemica tra partito pesante e partito leggero. Tra una formazione politica che per sopravvivere ha bisogno di strutture a tempo pieno, e un’altra che se la cava tranquillamente tra whatsApp, telefonini e riunioni di segreteria saltuarie.
Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd targato Renzi, ha detto ieri – dal palco della festa dell’Unità  di Firenze che la segreteria di Pier Luigi Bersani costava al Pd un milione di euro all’anno.
Si parlava del buco di bilancio di 11 milioni di euro, ed è stato a quel punto che Bonifazi ha tirato fuori i numeri: «Tutti i componenti della segreteria Bersani godevano di 3.500 euro di indennità -rimborso. Due avevano anche appartamenti». Solo per le auto blu, «sono stati spesi nel 2012 450mila euro. Scesi a 124mila nel 2013».
Per il sito web «servivano 373mila euro».
E i costi complessivi del partito, quindi non solo della segreteria, compresi viaggi, bar e ristoranti, «sono stati di 1 milione e 62mila euro».
Ma il predecessore di Bonifazi, l’ex tesoriere Antonio Misiani, non ci sta: «Le spese le abbiamo tagliate noi già  nel 2013, dopo il dimezzamento dei rimborsi elettorali. Nel 2011 la segreteria costava 863mila euro, passati a 462mila nel 2012 e 100mila nel 2013. Io ho lasciato a chi è arrivato dopo di me 9 milioni in cassa».
Certo, prima era diverso: «L’attuale segreteria è composta solo da parlamentari, il team di Bersani era invece fatto da persone che lavoravano al partito a tempo pieno. Non avevano alcuna carica istituzionale, venivano retribuiti come quadri in un’epoca in cui c’era un budget per l’attività  politica. E se ne faceva tanta».
Quel budget era dato dai 60 milioni di rimborsi elettorali che il Pd incassava prima del taglio: «Era un partito che faceva i conti su risorse enormemente superiori a quelle attuali – spiega Misiani – e che chiudeva il bilancio in pareggio. Di auto blu non ne avevamo neanche una, usavamo il noleggio con conducente quando era necessario». «Non è che arrivi ovunque in treno», gli fa eco Chiara Geloni, già  direttrice di YoudemTv e tra i più fidati collaboratori dell’allora segretario.
«Le auto si prendevano per andare nei paesini e lo facevano tutti, non solo la segreteria. Matteo Orfini, Stefano Fassina, Francesca Puglisi allora non erano parlamentari e avevano bisogno di rimborsi per fare attività  politica, a Roma e in giro per l’Italia. Io di sprechi non ne ho visti»
Del resto, chi era a fianco di Bersani ricorda che la segreteria precedente costava anche di più, «ma non è che abbiamo passato quattro anni a dire quanto spendeva Veltroni, o a vantarci di aver tagliato volantini e manifesti. È una questione di stile». Quanto alla segreteria Epifani, Misiani ricorda che era anche quella costo zero, «perchè una volta intervenuti i tagli ci siamo adeguati. I numeri sono pubblici e certificati, le polemiche senza senso lasciano il tempo che trovano, il punto vero per il Pd oggi è l’autofinanziamento. Bisognerà  capire che fine fa la raccolta fondi, ormai indispensabile. Bisognerà  avere un’idea di che fine fanno L’Unità  ed Europa».
Sulla prima, Bonifazi ieri ha detto: «Sono ottimista, c’è un interessamento di più solidi soggetti economici italiani, con tre proposte più credibili».
Se la trattativa andrà  in porto, «in 120 giorni l’Unità  potrebbe tornare in edicola».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)

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DOCCIA GELATA SULL’ITALIA: UNICA IN RECESSIONE TRA I PAESI DEL G7, PIL SEMPRE PEGGIO

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

OCSE: “ITALIA – 0,4% NEL 2014″… MENTRE LA GERMANIA CRESCERA’ DELL’1,5% E LA FRANCIA DELLO 0,4%

Doccia gelida per l’Italia dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’Ocse ha tagliato drasticamente le stime di crescita per il Paese, arrivando a prevedere che quest’anno il prodotto interno lordo crollerà  dello 0,4%, contro il +0,5% stimato solo a maggio. E’ l’unico dato negativo tra i Paesi del G7 e, se si verificasse, sarebbe uno scenario molto peggiore di qualsiasi altra previsione recente.
Nessun istituto di ricerca, infatti, “vede” un calo del genere, nonostante il -0,2% registrato dall’Istat nel secondo trimestre: finora il quadro più pessimistico era quello delineato dall’agenzia di rating Moody’s, che in agosto ha prefigurato per l’anno scorso una contrazione limitata però allo 0,1%.
Mentre Standard&Poor’s si limita a prevedere una crescita zero.
Solo nel 2015, secondo l’organizzazione parigina, ci sarà  una timida ripresa dello 0,1%. Contro il “corposo” +1,1% della precedente stima.
Per l’area euro l’Ocse prevede una crescita quest’anno dello 0,8%, in accelerazione all’1,1% nel 2015.
Il Pil dovrebbe aumentare in Germania dell’1,5% sia quest’anno che il prossimo, mentre in Francia il prodotto interno lordo dovrebbe assestarsi allo 0,4% nel 2014 e all’1% nel 2015. Una ripresa con il freno a mano tirato, insomma.
Il recupero in Eurolandia “rimane deludente, specialmente nei Paesi più grandi: Germania, Francia, Italia”, scrive l’Ocse nell’Interim economic essessment.
Ma “mentre la ripresa in alcune economie periferiche è incoraggiante, altri Paesi fronteggiano ancora sfide strutturali e di bilancio, insieme al peso di un alto debito”.
L’identikit è esattamente quello di Roma.
Al contrario la ripresa “è solida” negli Stati Uniti, si sta rafforzando in India ed è in linea in Giappone e Cina.
“L’inferiore sincronizzazione economica dei diversi Paesi si riflette in requisiti di strategia politica divergenti. Ciò nonostante, resta vero che le condizioni monetarie dovrebbero rimanere di sostegno in tutte le principali economie avanzate, mentre la maggior parte dei Paesi dovrebbero fare ulteriori progressi nel consolidamento di bilancio per assicurare che il debito resti sostenibile”.
Non ad un allentamento del controllo sui conti pubblici, dunque. Ma, è la ricetta dell’Ocse, occorre anche usare tutti gli spazi di flessibilità  esistenti.
“Vista la debolezza della domanda, la flessibilità  all’interno delle regole europee dovrebbe essere utilizzata per sostenere la crescita”.
Poi il richiamo sulla necessità  delle riforme: “Il continuo fallimento dell’economia globale nel generare una crescita forte, equilibrata ed inclusiva sottolinea l’urgenza di sforzi di riforma ambiziosi”. Per rafforzare sostanzialmente la crescita”, insiste l’organizzazione parigina, “alcuni Paesi stanno cogliendo l’opportunità  di riformestrutturali e devono ora assicurarne l’effettiva implementazione, mentre altri devono essere più ambiziosi per aumentare la competizione e l’occupazione“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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