Destra di Popolo.net

LA PASSERELLA DI RENZI A PALERMO ROVINATA DALLA CONTESTAZIONE DI PRECARI ED EDILI

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

SONO FINITI I TEMPI DEGLI SPOT: ORA AD ACCOGLIERE IL PREMIER DELLE PROMESSE MANCATE CI SONO I NON GARANTITI

Il premier Matteo Renzi stamane a Palermo inaugura l’inizio dell’anno scolastico all’istituto Padre Pino Puglisi di Brancaccio, nel 21esimo anniversario dell’uccisione del sacerdote da parte della mafia.
Ad attendere Renzi ci sono gruppi di precari della scuola che chiedono di essere stabilizzati ma anche vincitori del concorso del 2012, che attendono l’immissione in ruolo.
Poco distante un gruppo di disoccupati che per anni ha lavorato nel settore dell’edilizia, invece, rivendicano l’applicazione di un protocollo di intesa stipulato nel 2013 dal Comune di Palermo e dalle associazioni sindacali e di categoria.
Daniele Midolo è uno degli insegnanti che da anni lavora con contratti a termine nella scuola, da 28 anni insegna educazione musicale a Catania, così come Antonio Geraci, che di anni ne ha 60 e da 35 è precario. “Chiediamo la stabilizzazione – dicono i due docenti – l’immediata immissione in ruolo. A Matteo Renzi diremo che nella scuola ci sono cattedre vuote”.
“Non siamo grasso che cola – gli fa eco Claudia Platania, dell’Anief di Catania, insegnante di musica – è inutile fare concorsi quando da anni nelle scuole insegnano docenti come noi”.
I manifestanti hanno striscioni con scritto “Premiate il merito”, “Esclusi senza motivo”.
Gli edili sono scesi in piazza con gli elmetti gialli. “Siamo qui per chiedere i nostri diritti – dice Salvatore Bruno, operaio di 29 anni – Chiediamo a Renzi di fare rispettare il protocollo di intesa firmato con il Comune di Palermo per promuovere politiche attive del lavoro funzionali ai bisogni occupazionali del settore”

(da “La Repubblica”)

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IRLANDA, GRECIA E SPAGNA ORMAI FUORI PERICOLO MA LA CURA DELLA TROIKA COSTA 6 MILIONI DI DISOCCUPATI

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

I GRANDI MALATI D’EUROPA NON PIU’ IN SALA DI RIANIMAZIONE, MA PRIMA DI FIRMARE LE DIMISSIONI DALL’OSPEDALE E’ MEGLIO ATTENDERE CHE IL QUADRO CLINICO SIA PIU’ CHIARO

Il “Troika fan club” — dopo aver passato cinque anni in trincea subissato dalle critiche dei nemici dell’austerity — inizia, un dato economico alla volta, a rialzare la testa.
La cartella clinica dei grandi malati d’Europa finiti sotto alla tendina ad ossigeno di Ue, Bce e Fmi evidenzia qualche timido segnale di miglioramento: il Pil di Spagna e Portogallo ha ripreso a crescere, l’Irlanda rimborserà  in anticipo i prestiti al Fondo Monetario.
La Grecia, che molti davano per spacciata, è stata promossa da Standard & Poor’s e ha chiuso il bilancio 2013 con 1,3 miliardi di attivo.
Nessuno, ovvio, canta ancora vittoria.
Tra i falchi del Vecchio continente, però, il tam tam dell’ottimismo inizia a suonare con insistenza: «Avevamo ragione noi — è il mantra dei profeti del rigore —. La cura da cavallo imposta a questi Paesi ha funzionato».
Sottointeso: Italia e Francia farebbero meglio ad alzare bandiera bianca e affidarsi alle cure delle istituzioni internazionali se vogliono davvero risolvere i loro problemi.
Jyrki Katainen — numero due della commissione Ue ed enfant prodige della linea dura alla tedesca — è stato chiaro all’Ecofin di Milano: «Chi ha fatto le riforme come Madrid ha raccolto i frutti e corre più veloce degli altri».
Klaus Regling, altro rigorista di vecchia data imposto da Berlino al vertice del fondo salva-Stati, è ancora più esplicito: «L’aggiustamento è stato duro e doloroso — ha ammesso —. Ma senza vivremmo in un mondo molto diverso».
E i Paesi risanati dalla cura lacrime e sangue della Troika «avranno performance migliori di altre nazioni dell’area euro».
Vero? Dipende se si guarda al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto.
Se cioè si mettono sul piatto i primi segnali positivi che, in effetti, arrivano dagli ex-Piigs o se si mette sotto la lente il costo sociale — ancora ben visibile — dell’effetto Troika.
La medicina, su questo nessuno discute, è stata amarissima: Bce, Ue e Fmi hanno stanziato per Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro qualcosa come 530 miliardi di prestiti.
Chiedendo in cambio riforme strutturali e manovre finanziarie pari a circa 300 miliardi. Un elettrochoc.
Che come tutte le terapie d’urto che non uccidono il paziente, ha accelerato la guarigione, rischiando però di lasciare sul corpo dei degenti cicatrici difficili da rimarginare.
Oggi come oggi, in effetti, il quadro pare questo: a due facce.
Qualche dato macro e contabile — quelli sventolati da Katainen & C. — spinge il barometro degli ex Paesi a rischio verso il bel tempo: il Pil di Dublino salirà  quest’anno dell’1,7%, le entrate fiscali dell’isola sono state di un miliardo superiori alle previsioni e l’attività  delle imprese è ai massimi degli ultimi 14 anni.
«Merito di una spesa pubblica ridotta dal 47 al 42% del Pil», dicono i falchi.
E l’Irlanda ha già  deciso di uscire in anticipo alla tutela di Fmi, Ue e Bce.
L’economia in Portogallo e Spagna è cresciuta dello 0,6% nel primo semestre, cifra che a Roma e Parigi guardano con invidia.
Lisbona chiuderà  il bilancio 2013 con il primo surplus in venti anni mentre Madrid, il fiore all’occhiello del fronte del rigore «è l’esempio di come le riforme funzionino », ha ricordato l’ex premier finlandese.
«L’austerity ad Atene è finita», applaudono gli ottimisti. Il premier Antonis Samaras ha annunciato (nel timore di elezioni anticipate) il taglio delle tasse e il prodotto interno lordo balzerà  dell’1,9% nel 2015.
Quanto è costato arrivare a questi risultati? Molto, troppo.
Specie sul fronte sociale, dicono i detrattori della visione “contabile” della Ue.
«La crisi della Grecia non è risolta, anzi la situazione sta peggiorando», sostiene ad esempio il leader di Syriza, Alexis Tsipras.
E cinque anni di austerity hanno lasciato sul terreno molte macerie.
Anche il fronte anti-Troika ha i suoi numeri da mettere sul piatto: nel 2008 Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia davano lavoro a 33 milioni di persone.
Oggi gli occupati nei (presunti) ex-Piigs sono poco più di 27 milioni.
Come dire che sono andati in fumo quasi 6 milioni di posti.
Negli ultimi sei mesi, è vero, la ripresa ha creato quasi 600mila nuovi occupati in Spagna, 100mila in Grecia e 200mila in Irlanda.
Il tasso di disoccupazione resta però al 27% ad Atene e al 24% a Madrid con picchi da brividi (oltre il 53% per entrambi i paesi) tra i giovani.
Atene ha bruciato il 25% del suo Pil dal 2008.
I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi — circa il 10% — del loro prodotto interno lordo.
E sul fronte dell’equilibrio dei conti, i loro bilanci scricchiolano ancora: il rapporto debito/Pil della Spagna è balzato dal 36 al 96%.
Quello ellenico è ancora nella stratosfera e pure a Dublino il dato è in crescita.
I grandi malati d’Europa, è vero, non sono più in sala di rianimazione.
Ma prima di firmare le dimissioni dall’ospedale — con buona pace dell’euforia forse un po’ prematura del “Troika fan club” — è meglio aspettare che il quadro clinico sia un po’ più chiaro.

Ettore Livini
(da “La Repubblica”)

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FARDELLO FISCALE DI 15.330 EURO OGNI ANNO SULLE FAMIGLIE ITALIANE

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

CON TASI E IVA PESERA’ DI PIU’

La montagna di tasse e contributi, pari a 15.330 euro l’anno, che grava sulle spalle degli italiani sposta in avanti il cosiddetto «tax freedom day».
Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44 per cento, quest’anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino alla prima decade di giugno: precisamente l’11 giugno, cioè 161 giorni.
Ben 12 giorni in più di quanto avevano fatto nel 1995, quando, però, la pressione fiscale era inferiore di oltre 3 punti percentuali.
Del resto, sempre secondo la Cgia, su ogni famiglia italiana grava un carico fiscale medio annuo di quasi 15.330 euro: considerando l’Irpef e le relative addizionali locali, le ritenute, le accise, il bollo auto, il canone Rai, la tassa sui rifiuti e i contributi a carico del lavoratore.
Ogni nucleo famigliare versa all’erario, alle Regioni e agli enti locali mediamente 1.277 euro al mese: un importo che, dice la Cgia, corrisponde allo stipendio medio percepito mensilmente da un impiegato.
Nel 2013, spiega il presidente del centro studi Giuseppe Bortolussi, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il prelievo medio annuo era sceso a 15.329 euro: ben 325 euro in meno rispetto a quanto versato nel 2012.
Per l’anno in corso, invece, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causadell’introduzione della Tasi e degli effetti legati all’aumento dell’aliquota Iva avvenuto nell’ottobre scorso.
Intanto si avvicina la data del versamento della Tasi.
Secondo la Confedilizia sono più di cinquemila, precisamente 5.050, i Comuni che hanno emanato dopo il 31 maggio le delibere relative al pagamento della tassa sugli immobili. Tra le grandi città , compaiono Roma, Palermo, Firenze, Trieste.
La questione fiscale è nell’agenda del governo. «Per stabilizzare gli 80 euro bisogna evitare l’errore fatto con l’Imu», ha detto il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, a margine del Meeting Confesercenti.
«Un intervento spot ha aggiunto — che non venne bilanciato da un intervento sulla spesa cosicchè la tassa è riemersa sotto altro nome».

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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ASSENTEISTI IN PARLAMENTO, C’E’ CHI FA L’ONOREVOLE PER HOBBY

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

DATI OPENPOLIS: TRA I VENTI ELETTI CON MENO PRESENZE, DODICI SONO DI FORZA ITALIA. VERDINI E’ STATO AL SENATO 12 GIORNI, GHEDINI APPENA 2

Meno ferie per i magistrati. Annunciando la riforma della giustizia, Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai presunti fannulloni negli uffici giudiziari.
Ma nella sua battaglia moralizzatrice, il premier farebbe bene a guardare anche in casa propria. A scorrere i dati dell’associazione Openpolis, si direbbe infatti che qualche onorevole fra i banchi di Camera e Senato proprio non ci voglia stare.
E nell’elenco dei “cattivi” il primato spetta proprio ai parlamentari di Forza Italia, da sempre sensibili sul tema della meritocrazia e dell’aumento della produttività . Evidentemente solo di quella altrui, visto che fra i peggiori 20, ben 12 sono berluscones: cinque a Montecitorio e sette a Palazzo Madama .
TOH, CHI (NON) SI VEDE
Niccolò Ghedini, il celebre avvocato di Silvio Berlusconi, è ad esempio attivissimo nelle aule di tribunale ma assai meno al Senato.
E tanto la sua sorte è intrecciata a quella dell’ex premier, che da quando il Cavaliere ne è stato estromesso il legale padovano pare non ci abbia messo più piede : l’ultima volta che ha partecipato a una votazione è stato il 27 novembre 2013, proprio il giorno in cui la Camera alta votò la decadenza del leader forzista.
Ma nemmeno prima aveva brillato per assiduità : l’unica altra presenza registrata risale al 30 aprile, giorno della fiducia al governo Letta.
Insomma, appena due giorni in Parlamento in 18 mesi di legislatura e un tasso di assenze pari al 99,83 per cento
In linea teorica non è detto che Ghedini (come tutti gli altri) manchi da quel giorno: i resoconti parlamentari non tengono conto delle presenze in commissione, delle sedute d’Aula in cui non sono previste votazioni elettroniche, delle assenze per motivi di salute e nemmeno dei casi in cui il parlamentare è fisicamente presente ma volontariamente non partecipa al voto.
Quel che è certo è che nemmeno in termini di attività  legislativa l’avvocato di Berlusconi può vantare numeri migliori: il senatore azzurro ha apposto la sua firma a due proposte di legge presentate da altri e a una interrogazione al ministro Alfano per chiedere più forze dell’ordine a Padova, “soggetta ad un’escalation di violenza che non accenna a placarsi”.
Non si è distinto neppure Denis Verdini, al secondo posto in classifica, che ha mancato oltre il 90 per cento delle votazioni (6.025 su 6.664) ed è stato presente al Senato 12 giorni in tutto.
Il grande tessitore di Forza Italia, fra l’altro, dovrebbe ringraziare la riforma costituzionale del governo che – oltre a ritagliargli un ruolo di primo piano nelle trattative – fra luglio e agosto gli ha consentito di migliorare la performance e lasciare la maglia nera proprio al collega Ghedini. Prima dell’approdo al Senato del ddl Boschi, infatti, Verdini era stato a Palazzo Madama appena tre volte .
L’ultima, il 9 aprile, per un fatto che lo riguardava in prima persona: la concessione all’utilizzo delle sue intercettazioni nell’inchiesta sulla P3 .
Ma la riluttanza a sedersi negli scranni di Palazzo Madama pare diffusa tra i senatori forzisti. Quarto per assenteismo, Riccardo Conti – protagonista nel 2011 di una fortunata compravendita che nel giro di poche ore gli valse una plusvalenza milionaria – pare aver preso un lungo periodo di riposo.
Questa estate, mentre i suoi colleghi schiumavano in Aula per votare le riforme, lui non si è fatto vedere: l’ultima sua votazione a Palazzo Madama risale al 18 giugno, in occasione delle mozioni sull’Expo. Sandro Bondi (settimo in classifica) è invece riapparso proprio in quei giorni (il 21 luglio). Dopo oltre sette mesi: l’ultima volta che aveva partecipato a una votazione era l’11 dicembre.
Non va meglio alla Camera, dove il primato spetta a un altro azzurro: l’imprenditore Antonio Angelucci, che ha mancato il 99,6 per cento delle votazioni.
L’agiato re delle cliniche romane nonchè editore del quotidiano ‘Libero’ (4 milioni e mezzo dichiarati l’anno scorso) ha presenziato finora a Montecitorio appena 7 volte.
Le ultime due a marzo, durante la discussione sulla legge elettorale.
Prima, solo fuggevoli apparizioni: le pregiudiziali di costituzionalità  dell’Italicum (31 gennaio 2014), la fiducia al decreto Imu-Bankitalia (24 gennaio), alla legge di stabilità  (20 dicembre 2013), al decreto Emergenze (21 giugno 2013) e al governo Letta (29 aprile 2013).
Una panorama reso ancora più desolante dalla assoluta assenza di qualunque atto legislativo : zero proposte di legge, zero emendamenti, niente interrogazioni, nemmeno un intervento in Aula.
Medaglia d’argento provvisoria per Marco Martinelli (anche lui di Forza Italia), che si è rivisto alla Camera a luglio in occasione della legge sull’agricoltura sociale: mancava dal 2 ottobre, giorno della seconda fiducia al governo Letta. Ovvero oltre nove mesi.
Sul podio anche l’altro avvocato di Berlusconi, Pietro Longo, riapparso anche lui a luglio dopo una assenza di quattro mesi (il 26 marzo, decreto Lavoro).
I RECIDIVI
Considerando che da qualche anno Camera e Senato prevedono delle decurtazioni alla diaria (3.500 euro al mese) per gli assenteisti “cronici”, tutti quanti hanno dovuto rinunciare a una parte significativa dello stipendio.
E, malgrado le loro sporadiche apparizioni in Parlamento, si sono dovuti accontentare di circa 12 mila euro netti al mese anzichè dei 14 mila e rotti previsti dalla legge.
In un anno e mezzo di legislatura, circa 180 mila euro.
Comunque guai a pensare che si tratti solo di coincidenze, considerato che i principali assenteisti di questa legislatura lo erano anche in quella passata .
Martinelli, che si piazzò undicesimo, sparì ad agosto 2012 e di lui si perse traccia dopo le vacanze.
Verdini (terzo) si era già  eclissato da maggio, dopo aver votato contro il taglio del finanziamento pubblico ai partiti.
Ghedini, invece, si confermò inseparabile da Silvio Berlusconi. Votò la fiducia al governo Monti il 18 novembre 2011 e poi sparì da Montecitorio.
Tra i primi dieci assenteisti al Senato vi sono poi Carlo Rubbia (87,22% di assenze), Giulio Tremonti (84,86%) Riccardo Conti (77,97%), Altero Matteoli (66,91%), Sandro Bondi (65,89%), Renato Schifani (65,88%), Paolo Romani (57,23%),Paolo Romani   (57,23%), Francesco Nitto Paola (51,88%)
Tra i primi dieci alla Camera invece, dopo Angelucci e Longo, spiccano Rocco Crimi (93,76%), Stefano Quintarelli (92,12%) e Daniela Santanchè (77,79%)

Paolo Fantauzzi
(da “l’Espresso”)

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TRA VELENI I IMBOSCATE, ANARCHIA IN FORZA ITALIA

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

NEL REGNO DI ARCORE: “SILVIO DELEGA TUTTO”… IL MONDO BERLUSCONIANO DIVISO IN CORRENTI COME LA VECCHIA DC

Pretendono che l’ordine di votare Donato Bruno alla Consulta arrivi dal capo in persona. Senza mediazioni. Senza portavoce.
Dentro Forza Italia la rivolta dei gruppi parlamentari rasenta ormai l’ammutinamento e così, prima che il Parlamento riprenda le votazioni per giudici di Consulta e Csm, se Silvio Berlusconi vorrà  evitare altre imboscate dovrà  formalizzare da Arcore la scelta del nome. «Purchè venga allo scoperto lui», è la richiesta.
Il partito monolitico è un ricordo lontano.
Nel giro di un anno Forza Italia ha subito una repentina metamorfosi: da «monarchia anarchica» a «oligarchia del clan», come l’hanno ribattezzata i veterani berlusconiani di Montecitorio e Palazzo Madama.
Da soggetto di plastica a concentrato di correntismo e potentati che neanche la Dc anni Ottanta.
Il fatto è che il leader è al tramonto e tutti cercano un posizionamento nel tentativo di sopravvivergli politicamente.
O all’ombra della sua corte o, per chi ne è fuori, prendendone sempre più le distanze. Lui è sparito dai radar.
«Fino a un anno fa alzava il telefono e se ti doveva urlare per una intervista o un’uscita non dovuta lo faceva senza remore, in prima persona» racconta quasi con nostalgia un ex ministro.
Poi tutto è cambiato. In particolare, raccontano, dopo la valanga giudiziaria fino alla Cassazione dell’agosto 2013 e all’espulsione dal Parlamento di novembre.
Risultato: «Adesso, al posto suo fa parlare e trattare altri, la Rossi del partito, Toti delle alleanze, Verdini delle riforme con Renzi, perfino la Pascale di diritti civili» elenca con amarezza chi è ammesso ormai di rado a Villa San Martino.
Quanti ex fedelissimi parlamentari caduti nell’ombra, chi ricorda Sandro Bondi, Elio Vito, Michaela Biancofiore?
Tutti i 69 deputati e i 59 senatori si sono così frammentati in piccole e grandi fazioni. Non è che non riconoscano più il monarca, ma con l’impallinamento nei giorni scorsi del grandcommis Antonio Catricalà  (sponsor Gianni Letta) hanno lanciato l’ultimo, pesante avvertimento.
Al grido di: «Non accettiamo più imposizioni dal clan», d’ora in poi rispondono solo agli ordini del leader, se si deciderà  a darne di persona.
Verdini, ma anche i capigruppo Romani e Brunetta si sono precipitati ad Arcore e lo hanno chiamato per riferire in queste ore come la situazione rischi di sfuggire di mano. Ecco perchè Berlusconi, guarito dall’uveite, domani non solo tornerà  a Roma, ma ha già  fatto sapere che intende convocare e tenere a rapporto l’intera delegazione parlamentare. Cosa che potrebbe avvenire già  nelle prossime 48 ore.
Salvo prima risolvere la grana di Consulta e Csm, perchè il caos generato dalla fronda interna che ha boicottato il candidato ufficiale per sostenere in blocco Donato Bruno ha finito col paralizzare l’intero Parlamento.
Dopo i parlamentari, toccherà  ai coordinatori regionali, insomma cercherà  di riprendersi in qualche modo il partito entro fine settembre, come spiegava ieri ai suoi interlocutori. Ha incontrato i coordinatori lombardo e veneto, Gelmini e Marin, per fare il punto sulle alleanze alle regionali, altri li ha sentiti.
Altro tema caldo, quello del rapporto con Ncd e Lega, per ora rimesso agli sherpa, a cominciare dal gruppetto dei fedeli lealisti Toti, Gelmini, gli stessi capigruppo.
Le interviste politiche che rilasciano sempre più di frequente le “guardie del re”, ultima targhetta affibbiata al duo Francesca Pascale – Maria Rosaria Rossi, alimentano la fibrillazione.
Dopo l’ultima a Repubblica della tesoriera, si è scatenato Raffaele Fitto.
Con lui, ormai riferimento dei numerosi frondisti, c’è tutto un blocco di dirigenti, ex ministri o governatori, dalla Carfagna a Saverio Romano, dalla Polverini a Capezzone. L’eurodeputato da 284 mila voti ieri è tornato alla carica su Sky, rivendicando ancora le primarie e una linea di marcata opposizione a Renzi, «perchè un’opposizione silenziosa rischia di perdere la sua credibilità » è la critica implicita rivolta a Berlusconi.
Al quale ricorda che Forza Italia «è scesa in 5 anni da 13 a 4 milioni di voti».
Da Augusto Minzolini a Lucio Malan non sono pochi quelli che vorrebbero dichiarare guerra al governo.
«Perchè se è vero che in primavera si vota, se Renzi tenta il blitz – ne è convinto il senatore ex direttore del Tg1 – allora stiamo sbagliando strategia. Che racconteremo ai nostri elettori? Che abbiamo sostenuto le riforme del Pd?».
Altra storia, chi metterà  mano alle liste, a quel punto.
E su questo è già  rassegnazione nel partito. Insomma, «le guardie tengono in pugno il re» dicono.
La partita è in mano al “clan” ristretto.
Per tutti gli altri, l’avventura politica finisce qui.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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CONSULTA-CSM, GRASSO: “PARLAMENTO BLOCCATO”

Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

OGGI PD E FI CI RIPROVANO CON VIOLANTE (CHE RISCHIA)…     BERLUSCONI DECISO A SOSTENERE BRUNO… E FITTO, DOPO L’UNO-DUE ROSSI-PASCALE, NON REAGISCE

Oggi i discepoli del Nazareno, quelli che incarnano e praticano il patto totale di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, dovranno scrivere i nomi corretti per i 2 posti vacanti in Consulta e i 5 al Csm. Non possono disobbedire a una rigida volontà  dei capi, diffusa dai mediatori toscani Denis Verdini e Luca Lotti (con la partecipazione speciale di Maria Elena Boschi): ma l’urna segreta è un’imboscata perenne, e le tattiche non richiedono fretta.
Di fretta, però, ne trasmette Piero Grasso. Il presidente di palazzo Madama implora il triplice fischio: “Spero che si trovi una soluzione altrimenti il problema diventa ancora più grave: abbiamo bisogno di riprendere gli altri lavori parlamentari perchè le aule non si possono fermare in attesa delle intese”.
In Forza Italia non gradiscono. Nel Partito democratico patiscono.
Ma Grasso non influenza le manovre di queste ore: i berlusconiani legano il destino di Luciano Violante, candidato per la Corte Costituzionale con beneplacito del Quirinale , all’elezione di Donato Bruno, previtiano (cioè scuola Cesare Previti) e pugliese.
I voti mancanti che hanno impallinato Antonio Catricalà , da sempre amico di Gianni Letta, provenivano da destra e da sinistra e sono serviti — adesso la lettura è più semplice — a rinvigorire l’ipotesi Bruno.
Oltre a Letta e all’ex Cavaliere, Catricalà  piaceva a pochi.
Forza Italia non vuole scherzi dai democratici, che vengono definiti “schifiltosi” , dai facili gusti in privato (quando ci sono da siglare patti scritti al Nazareno) e dai complicati gusti in pubblico (quando l’alleato B. va aiutato).
Nonostante sia inquisito a Napoli per falso ideologico (richiesta di rinvio a giudizio) e imputato a Brindisi per abuso d’ufficio e nonostante sia riuscito a peggiorare la legge Cirielli (quella sul falso bilancio), Forza Italia non rinuncia a Luigi Vitali per il Consiglio Superiore della Magistratura e neanche a una senatrice ultrà , Maria Elisabetta Casellati.
I timori di Grasso, che intravede un governo già  lento rallentare in Parlamento per questi giochini con Forza Italia, non sono arzigogoli istituzionali.
Perchè l’ex Cavaliere, infuriato per la bocciatura di Catricalà , non vuole subire l’indicazione di Bruno, suggerita dai parlamentari dissenzienti su questo punto, e ce ne sono tanti anche tra i più fedeli.
Questa mattina B. ascolterà  i capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani, i soliti Niccolò Ghedini e Giovanni Toti incluso il resto del “cerchio magico”, e poi potrebbe ufficializzare l’investitura di partito per Bruno.
Pare escluso Ghedini e pure il collega Franco Coppi, ma dipende dall’ex Cavaliere che può sparigliare.
Berlusconi è preoccupato perchè non riesce più a gestire Forza Italia: non è una scoperta di questi giorni, ma i difetti cominciano a condizionare.
Il pugliese Fitto fa la fisarmonica: un po’ diventa ribelle e un po’ ritorna osservante. Ieri è stato osservante. Ha confermato di non voler abbandonare Forza Italia, tra l’altro in sede fanno notare che i suoi voti contano soltanto in Puglia, però pretende le primarie e include i democratici nel pastrocchio Consulta-Csm.
Non reagisce, Fitto, all’uno-due firmato Maria Rosaria Rossi (su Repubblica) e Francesca Pascale (sul Fatto).
In questa cornice politica più asfissiante che adrenalinica, Berlusconi dovrà  interpretare le intenzione dei democratici e, soprattutto, dovrà  valutare il controllo di Renzi sul Nazareno: se cade Bruno, cade Violante (e i dem non sono compatti sull’ex presidente di Montecitorio).
E allora, per non rischiare, si potrebbe attendere un paio di giorni, ovvero un paio di colloqui, un paio di ponti tra Fi e Pd.
Silvio&Matteo, oltre al “disagio” dei magistrati del Csm (ieri comunicato del gruppo Area), devono ricordarsi anche del primo inquilino di palazzo Madama e dell’opposizione.
Per la coppia del Nazareno, non ci voleva Grasso, che vuole far riprendere le attività  parlamentari e non ci voleva il Movimento Cinque Stelle, che giudica Renzi più indecente di Berlusconi.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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